Il fratello Obama – Riflessioni di Fidel

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da Granma.cu

I re spagnoli ci portarono i conquistatori ed i proprietari, le cui orme restarono nei fagotti di terra circolari assegnati ai cercatori d’oro nelle sabbie dei fiumi, una forma abusiva e corruttiva di sfruttamento i cui resti possono essere colti dall’alto in molti posti del paese.

Ad oggi, il turismo consiste in larga parte nel mostrare le delizie dei paesaggi ed assaporare le squisitezze alimentari dei nostri mari, ogni volta che si condivide con il capitale privato delle grandi corporazioni multinazionali straniere, i cui profitti non sono degni del men che minimo riguardo se non raggiungono miliardi di dollari ciascuna.

Poiché mi son visto obbligato a citare l’argomento, devo aggiungere, soprattutto per i giovani, che poche persone si rendono conto dell’importanza di tale condizione in questo momento particolare della storia umana. Non dirò che si è perso tempo, ma non esito ad affermare che non siamo sufficientemente informati, né voi né noi, delle conoscenze e delle coscienze che dovremmo possedere per poter affrontare le situazioni che ci sfidano. La prima cosa da prendere in considerazione è che le nostre vite sono una frazione storica di un istante, che bisogna condividere maggiormente le necessità vitali di ogni uomo.

Nessuno, senza dubbio, è buono o cattivo di suo. Nessuno di noi è formato per il ruolo da assumere nella società rivoluzionaria. In parte, noi cubani abbiamo avuto il privilegio di contare sull’esempio di José Martí. Mi chiedo persino se doveva morire o meno a Dos Ríos, quando disse “è giunta l’ora”, e si scagliò contro le forze spagnole trincerate in una forte linea di fuoco. Non voleva ritornare negli USA e non aveva chi lo facce rientrare. Qualcuno ha strappato dei fogli dal suo diario. Chi si è macchiato di questa perfida colpa, che è stata indubbiamente opera di qualche cospiratore senza scrupoli? Conosciamo differenze tra i capi, ma mai mancanza di disciplina.

“Chi tentasse di impossessarsi di Cuba, raccoglierà la polvere dalla sua terra annegato nel sangue, se non muore nella lotta”, disse il glorioso leader nero Antonio Maceo. Si riconosce lo stesso in Máximo Gómez, capo militare più disciplinato e discreto della nostra storia.

Guardandolo da un’altra angolazione, come non ammirare l’indignazione di Bonifacio Byrne quando, dall’imbarcazione distante che lo portava di ritorno a Cuba, notata un’altra bandiera insieme a quella della stella solitaria, esclamò: “La mia bandiera è quella che mai è stata mercenaria…”, aggiungendo subito dopo una delle più belle frasi che abbia mai ascoltato:”Se disfatta in tanti piccoli pezzetti, sarà la mia bandiera un giorno… I nostri morti sapranno ancora difenderla alzando le braccia…”.

Neppure dimenticherò le accese parole di Camilo Cienfuegos quella notte, quando ad alcune decine di metri bazooka e mitragliatrici di provenienza nordamericana, nelle mani dei controrivoluzionari, puntavano alla terrazza dove ci eravamo fermati.

Obama era nato nell’agosto del 1961, come lui stesso ha spiegato. Più di mezzo secolo sarebbe trascorso da quel momento.

Vediamo senza dubbio come la pensa oggi il nostro illustro visitatore:
“Sono venuto qui per lasciare indietro i retaggi della guerra fredda nelle Americhe. Sono venuto dando una mano amichevole al popolo cubano”.

Immediatamente, una pioggia di concetti, decisamente nuovi per la maggior parte di noi:

“Entrambi viviamo in un nuovo mondo colonizzato dagli europei”. Ha continuato il presidente statunitense: “Cuba, allo stesso modo degli Stati Uniti, è stata costruita dagli schiavi condotti dall’Africa; allo stesso modo degli USA, il popolo cubano è ereditario di schiavi e schiavisti”.

Le popolazioni indigene non esistono per nulla nella mente di Obama.

Neppure afferma che la discriminazione razziale è stata spazzata via dalla Rivoluzione; che il ritiro (dal lavoro) ed il salario dei cubani furono decretati dalla Rivoluzione stessa prima che il signor Barack Obama compisse dieci anni.

L’odiosa abitudine borghese e razzista di reclutare sbirri per espellere i cittadini neri dai centri di ricreazione è stata cancellata dalla Rivoluzione cubana. Questa sarebbe passata alla storia per la battaglia condotta in Angola contro l’apartheid, mettendo fine alla presenza di armi nucleari in un continente con più di un miliardo di abitanti. Non era questo l’obiettivo della nostra solidarietà, ma quello di aiutare i popoli dell’Angola, del Mozambico, della Guinea Bissau ed altri paesi dal dominio coloniale fascista portoghese.

Nel 1961, appena due anni e tre mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, una forza mercenaria con cannoni e fanteria blindata, equipaggiata con aerei, fu addestrata ed accompagnata da navi da guerra e portaerei statunitensi, attaccando il nostro paese a sorpresa. Nulla potrà giustificare quel perfido attacco costato al nostro paese centinaia di perdite tra morti e feriti. Della brigata d’assalto filoyankee, si è potuto notare che in nessuna parte sia stato evacuato un solo mercenario.

Aerei da combattimento yankee sono stati presentati dinnanzi alle Nazioni unite come contingenti cubani ribelli.

L’esperienza militare e la forza di questo paese sono incredibilmente noti.
(I nordamericani) hanno creduto allo stesso modo che la rivoluzionaria Cuba sarebbe stato facilmente messa fuori gioco in Africa. L’attacco dal sud dell’Angola da parte delle brigate meccanizzate del Sudafrica razzista li porta quasi a Luanda, la capitale angolana.

Qui comincia una lotta prolungata per non meno di quindici anni. Non parlerei neppure di questo, se non avessi il dovere elementare di rispondere al discorso di Obama nel Gran Teatro Alicia Alonso all’Avana.

Non cercherò neppure di fornire dettagli, ma soltanto porre l’attenzione sul fatto che lì fu scritta una pagina onorevole della lotta di liberazione dell’uomo.
In un certo modo, avrei voluto che il comportamento di Obama fosse stato corretto. La sua umile origine e la sua naturale intelligenza erano evidenti.

Mandela era stato arrestato a vita e si era convertito in un gigante della lotta per la dignità umana. Un giorno, arrivò nelle mie mani una copia del libro nel quale si narra una parte della vita di Mandela e -oh, che sorpresa!- il suo prologo era stato scritto da Obama. Lo sfogliai rapidamente.
Incredibile la dimensione della minuscola lettera di Mandela che precisava dei dati. Vale la pena aver conosciuto uomini come lui.

Sull’episodio in Sudafrica, devo segnalare un’altra esperienza. Ero realmente interessato a conoscere più dettagli sul modo in cui i sudafricani avevano acquisito le armi nucleari. Avevo soltanto l’informazione precisa che non superavano le 10-12 bombe. Una fonte sicura sarebbe stato il professore e ricercatore Piero Gleijeses, il quale aveva scritto il testo di “Missioni nel conflitto: L’Avana, Washington e l’Africa 1959-1976”; un lavoro eccellente.

Sapevo che lui era la fonte più sicura di quanto era accaduto e così glielo comunicai; mi rispose che non aveva più parlato dell’argomento, perché nel testo aveva risposto alle domande del compagno Jorge Risquet, ambasciatore o collaboratore cubano in Angola, un suo gran amico.

Rintracciai Risquet; già in altri importanti incarichi, stava ultimando un corso del quale gli restavano alcune settimane. Questo compito coincise con un viaggio abbastanza recente di Piero nel nostro paese; l’avevo avvertito che Risquet aveva già parecchi anni e che la sua salute non era ottima. Pochi giorni dopo, accadde quel che temevo. Risquet peggiorò e morì. Quando Piero arrivò, non aveva nulla da fare se non promesse, ma già ero riuscito ad ottenere un’informazione sull’arma (nucleare) e l’aiuto che il Sudafrica razzista aveva ricevuto da Reagan ed Israele.

Non so cosa dirà Obama su questa storia. Ignoro se lo sapesse o meno, anche se nutro parecchie perplessità sul fatto che non ne sapesse assolutamente nulla. Il mio modesto suggerimento è che rifletta e non cerchi di elaborare teorie sulla politica cubana.

C’è una questione rilevante:

Obama ha pronunciato un discorso nel quale utilizza le parole più edulcorate per dire: “Dobbiamo ormai dimenticarci del passato, lasciamolo dietro, guardiamo al futuro, facciamolo insieme, un futuro di speranza. E non sarà facile, ci saranno sfide, e a queste daremo del tempo; ma la mia permanenza qui mi dà più speranze di quello che possiamo fare insieme come amici, come una famiglia, come vicini, insieme”.

Si suppone che ognuno di noi correva il rischio di un infarto ascoltando queste parole del presidente degli Stati Uniti. Dopo un vergognoso blocco (economico, finanziario e commerciale) che dura da quasi sessant’anni, e tutti quelli che sono morti in attacchi mercenari a barche e porti cubani, un aereo di linea colmo di passeggeri fatto esplodere in pieno volo, invasioni mercenari, molteplici atti di violenza e forza?

Nessuno s’illuda che il popolo di questo nobile e sacrificato paese rinuncerà alla gloria ed ai diritti, alla ricchezza spirituale conquistata con lo sviluppo dell’istruzione, della scienza e della cultura.

Faccio notare, inoltre, che siamo capaci di produrre gli alimenti e le ricchezze materiali di cui abbiamo bisogno con lo sforzo e l’intelligenza del nostro popolo.

Non abbiamo bisogno che l’Impero ci regali nulla. I nostri sforzi saranno leciti e pacifici, perché è il nostro impegno per la pace e la fratellanza di tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta.

Fidel Castro Ruz
27 marzo 2016
10.25 p.m.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Obama parlerà a Cuba sui diritti umani… che gli USA violano

di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación

Un messaggio ricorre per i grandi media internazionali: nel suo prossimo viaggio a Cuba, il presidente USA, Barack Obama, porterà un messaggio di reclamo e pressione a Raul Castro perché rispetti i “diritti umani” (1).

Ma è vero? O risponde solo alla riproduzione mimetica, da parte dei media, della propaganda della Casa Bianca?

Ricordiamo che, su proposta di Cuba (2), il 31 marzo dello scorso anno, le delegazioni di entrambi i governi parlarono a Washington … di diritti umani (3).

Lì, la delegazione cubana ha fustigato “la brutalità e l’abuso della polizia” con un modello razzista “le limitazioni all’esercizio dei diritti del lavoro e delle libertà sindacali”, “la tortura, le esecuzioni extragiudiziali con l’uso di droni”, “lo spionaggio e sorveglianza extraterritoriale “e molte altre gravi flagranti violazioni dei diritti umani negli USA (4).

Se, per il suo viaggio a L’Avana, il suo desiderio è rivedere l’agenda dei “diritti umani”, Obama dovrà rispondere alle stesse domande.

Tuttavia abbiamo letto qualcosa di ciò nei grandi media? Non una parola. Al contrario, la cosiddetta “stampa liberale”, che sostiene la politica di soft power di Obama ha recuperato la sua tradizionale aggressività contro Cuba. “The New York Times”, i cui editoriali prepararono, strategicamente, il terreno alla Casa Bianca per il suo avvicinamento a L’Avana, faceva proclama, alcuni giorni fa, della classica arroganza interventista USA. In un editoriale intitolato “Obama deve promuovere la democrazia nella sua visita a Cuba”, sentenziava che il presidente “dovrebbe incoraggiare Raul Castro (…) a porre le basi per una transizione”, perché a Cuba i suoi leader “non rendono conto al popolo” e dirigono “il paese come uno stato di polizia”(5).

Il quotidiano spagnolo “El País”, in un editoriale dal titolo “Il regime castrista deve compiere passi concreti di apertura dopo la normalizzazione delle relazioni con gli USA” (6), ripeteva la classica propaganda della Casa Bianca: Obama “si recherà sull’isola per promuovere ‘gli sforzi ed i progressi che migliorino la vita dei cubani’ “, mentre Cuba “ha dato pochi segni di cambiamento e di reale apertura”.

Canali come la “CNN in spagnolo” un altro peso pesante dell’artiglieria mediatica “liberale”, dava la parola a diversi funzionari USA per rafforzare lo stesso messaggio. Per esempio, intervistava, profondamente, l’ambasciatore USA in Cile, Michael Hammer, che ha sostenuto, su Cuba: “Non è una democrazia. C’è ancora molto da fare. Speriamo che un giorno questo si possa realizzare (sic), e noi, attraverso questa apertura, stiamo cercando di sostenere il popolo cubano nelle sue aspirazioni “(7).

Un altro messaggio ripetuto, fino alla nausea, è che Obama incontrerà sull’isola la cosiddetta “dissidenza” (8), presentata come presunta “società civile” cubana (9). Curiosa “società civile” che è finanziata con 20 milioni di dollari, che ogni anno, approva la Camera dei Rappresentanti USA (10) e che, secondo rapporti della stessa diplomazia USA, non ha il minimo sostegno sociale (11).

D’altra parte, i media apertamente conservatori come la Catena Fox (12), El Nuevo Herald (13), The Washington Post (14), ABC (15) o El Mundo (16), servivano come altoparlante delle denunce ed insulti ad Obama, dalle fila del Partito Repubblicano e dell’estrema destra di Miami (17), o dai collettivi come le cosiddette “Dame in Bianco” (18), per i quali il citato viaggio è, semplicemente, un tradimento politico. In varie televisioni abbiamo ascoltato Ted Cruz, candidato repubblicano: “Il regime cubano è alleato della Corea del Nord e di altri dei nostri nemici, e Obama ha regalato un salva vita ai Castro dando loro milioni di dollari che solo verranno utilizzati per attaccare gli interessi nordamericani”. “Il mio problema con i cambiamenti verso Cuba -affermava Marco Rubio, un altro dei candidati- è che non si chiede nulla in cambio al regime cubano. Continua ad essere tanto repressivo oggi come sempre” (19).

Decine di note, notizie, cronache, reportage. E, inoltre, talk show alla radio e alla TV, e innumerevoli articoli di opinione (20). Alcuni, per sostenere il viaggio di Obama (21), altri per criticarlo (22). Ma tutti -quasi senza eccezione- con lo stesso messaggio: Obama dovrà far pressione, esigere dal governo di Raul Castro “democrazia” e “diritti umani”, secondo lo standard avallato dal potere politico occidentale.

Una nuova lezione di cosa si intende per pluralismo informativo e libertà di espressione all’interno dell’attuale modello egemonico della stampa. Un modello ogni giorno meno informativo, e ogni giorno più vicino ad una semplice propaganda di guerra.

[Traduzione Francesco Monterisi]

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(1) http://www.efe.com/efe/espana/mundo/obama-ira-a-cuba-en-marzo-para-destacar-los-avances-e-incidir-derechos-humanos/10001-2843495

(2) http://www.abc.es/internacional/20150331/abci-primer-cara-cara-eeuu-cuba-derechos-humanos-201503311809.html

(3) http://www.cubadebate.cu/noticias/2015/03/31/comunicado-de-prensa-acerca-de-la-primera-reunion-entre-cuba-y-eeuu-sobre-derechos-humanos/

(4) http://www.juventudrebelde.cu/internacionales/2015-04-02/derechos-humanos-cuba-habla-abrazada-al-mundo/

(5) http://www.nytimes.com/es/2016/02/19/obama-debe-promover-la-democracia-en-su-visita-a-cuba/

(6) http://elpais.com/elpais/2016/02/18/opinion/1455821343_566037.html

(7) http://www.cnnchile.com/noticia/2016/02/18/embajador-de-eeuu-en-chile-esta-bien-claro-que-en-cuba-no-hay-democracia

(8) http://www.20minutos.com.mx/noticia/64571/0/obama-no-se-reunira-con-fidel-en-cuba-pero-si-con-la-disidencia/

(9) http://www.cnnexpansion.com/economia/2016/02/17/barack-obama-prepara-visita-a-cuba-en-marzo

(10) http://www.cubainformacion.tv/index.php/contrarrevolucion/63210-aumenta-de-20-a-30-millones-fondos-de-eeuu-para-la-democraciaa-en-cuba-inormalizacion-de-relaciones

(11) http://www.cubadebate.cu/noticias/2010/12/23/wikileaks-la-diplomacia-estadounidense-y-la-disidencia-cubana-audios/#.Vs21leaulQk

(12) http://www.foxnews.com/politics/2016/02/18/obama-expected-to-visit-cuba-in-march.html

(13) http://www.elnuevoherald.com/noticias/mundo/america-latina/cuba-es/article61032152.html

(14) https://www.washingtonpost.com/opinions/president-obama-breaks-his-word-in-planning-a-trip-to-cuba/2016/02/19/1bfbd668-d73b-11e5-be55-2cc3c1e4b76b_story.html

(15) http://www.abc.es/internacional/abci-exilio-cubano-rechaza-obama-visite-isla-sin-exigir-nada-cambio-201602182325_noticia.html

(16) http://www.elmundo.es/internacional/2016/02/18/56c62b9eca474106338b4583.html

(17) http://www.lanacion.com.ar/1872156-marco-rubio-y-ted-cruz-criticaron-el-viaje-de-obama-a-cuba-es-una-dictadura

(18) http://www.eluniversal.com/internacional/160218/disidentes-cubanos-confian-en-que-obama-se-reunira-con-ellos-en-cuba

(19) http://www.antena3.com/noticias/mundo/candidatos-republicanos-critican-viaje-obama-cuba_2016021900283.html

(20) http://www.milenio.com/firmas/hector_aguilar_camin_dia-con-dia/Cuba-paso_18_689511080.html

(21) http://www.eluniversal.com.mx/entrada-de-opinion/articulo/editorial-el-universal/nacion/2016/02/21/congruencia-de-cuba

(22) http://www.elmundo.es/internacional/2016/02/18/56c57e6546163fdb058b462a.html

Fidel nel ’73: «USA dialogheranno con presidente afro e papa latino»

di Pedro Jorge Solans* – cubasindical.cu

Camminare per la calle Obispo nel cuore de La Habana Vecchia spinge a domandarsi: A chi sarebbe mai venuto in mente di affermare che un Papa latinoamericano avrebbe rotto il criminale accerchiamento economico più crudele della storia?

Fermarsi di fronte alla Bodeguita del Medio e guardare tutte le Cuba che si sono avute in un solo secolo, induce al raccoglimento. Alzai le spalle, e raccolsi con lo sguardo i vecchi edifici che un tempo furono le case di quelli che furono, di quelli che se ne andarono, ed oggi sono edifici erosi e occupati dalla migrazione interna. Gli orientali lasciarono i loro paesi per dirigersi alla città nei primi anni della rivoluzione. Li chiamano ‘palestinesi’, mi disse Cecilia Rodríguez, una habanera che fu testimone della mia sensazione.

Una conversazione telefonica di 45 minuti tra Barack Obama e Raúl Castro produsse il disgelo della lastra di ghiaccio più dannosa che ha sofferto un paese dell’America Latina. La riunione nel Vaticano fu decisiva, anche se i dialoghi si svilupparono in una prima tappa in Canada.

«Il ristabilimento delle relazioni tra gli USA e Cuba cambieranno sostanzialmente il commercio e la geopolitica delle Americhe e metteranno Francesco nelle condizioni di ricevere il Premio Nobel della Pace del 2015; è il fatto storico meno pensato del XXI secolo», osservò sorridente la mia anfitriona.

Prima di salutarci abbiamo preso un gelato da Coppelia nella piazza de “Las Palomas” e le lasciai come simbolo del nostro incontro uno scritto: Cuba, tan pacientemente sabia, tan dulcemente digna, tan armoniosamente viva.

Senza aspettare risposta me ne andai verso un altro appuntamento a pochi minuti da lì. Mi aspettava un taxi della flotta Cubataxi con Eduardo de la Torre al volante. Viaggiamo abbastanza fino a raggiungere Marta Rojas Rodríguez, la emblematica scrittrice e giornalista della rivoluzione, riconosciuta per le sue novelle ma più per il suo esempio rivoluzionario dai tempi della sua storica copertura giornalistica dell’assalto al Cuartel Moncada a Santiago de Cuba del 26 luglio del 1953.

Nel 1973, poco dopo essere ritornato da una visita in Vietnam, il comandante Fidel Castro non si sottrasse a una delle tante conferenze stampa internazionali che concedeva durante il suo mandato. La Guerra Fredda era davvero fredda, ed il giornalista Brian Davis di una agenzia stampa inglese gli chiese:

«Quando pensa che si potranno ristabilire le relazioni tra Cuba e gli USA, due paesi tanto lontani nonostante la vicinanza geografica?».

Fidel Castro lo guardò e gli rispose, per tutti quelli che erano lì nella sala:

«Gli USA verranno a dialogare con noi quando avranno un presidente afro e ci sarà nel mondo un Papa latinoamericano».

Alcuni giornalisti si nascosero dietro un ghigno ironico e altri, fra i quali Davis, si limitarono a moderati gesti di incredulità. La conferenza continuò come se la domanda di Davis fosse stata una stupidaggine. Interessava di più il Vietnam.

Eduardo de la Torre era uno studente a quell’epoca, e nel ristorante Sofia della avenida 23, nel mezzo de El Vedado de La Habana, ricordò quell’episodio come se stesse tenendo una lezione di eternità.

Sorprendentemente sull’Isola faceva freddo. Le basse temperature provenivano da una copiosa nevicata che soffrivano i vicini del nord. Eduardo non poteva credere che io andassi in giro senza el equipo de mate come ci immaginano in diversi luoghi del pianeta.

«Pensa! Nessuno credeva a ciò che disse il Comandante; ma puoi non credere al Comandante se è resuscitato più volte di Gesù Cristo?».

«Perché dici questo Eduardo?», lo rimbrottai, mostrando un mio ipotetico comportamento “cattolico” di chi manifesta eccessivi scrupoli morali.

«Sì, certo! Con tutto il rispetto per Gesù Cristo, guarda… Quante volte hanno ammazzato Fidel? Conta quante volte la stampa internazionale l’ha ucciso e ti renderai conto di tutte le volte che è resuscitato».

* giornalista, saggista e scrittore argentino.

Selezionato in Internet da Marta O. Carreras Rivery

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Fidel en 1973: “EEUU dialogará con un Presidente negro y un Papa latino”

obama-papa-franciscopor Pedro Jorge Solans – cubasindical.cu

Caminar por la calle Obispo en el corazón de La Habana Vieja incita a preguntarse: ¿A quién se le hubiera ocurrido pensar en los años 70 que un Papa latinoamericano abriría el cerco económico genocida más cruel de la historia? Detenerse frente a la Bodeguita del Medio y mirar todas las Cuba que hubo en tan sólo un siglo produce recogimiento. Moví los hombros, y recorrí con la vista los viejos edificios que alguna vez fueron mansiones de los que se fueron, y hoy son edificios roídos ocupados por la migración interna. Los orientales dejaron sus pueblos para volcarse a la ciudad en los primeros años de la revolución. Les dicen ‘palestinos’, me dijo Cecilia Rodríguez, una habanera que fue testigo de mi sensación.

Una conversación telefónica de 45 minutos entre Barack Obama y Raúl Castro produjo el deshielo del témpano más dañino que sufrió un país de América Latina. La reunión en el Vaticano fue decisiva, aunque las conversaciones se desarrollaron en su primera etapa en Canadá.

“El restablecimiento de las relaciones entre Estados Unidos y Cuba cambiará sustancialmente el comercio y la geopolítica de las Américas y pondrá a Francisco en condiciones para recibir el Premio Nobel de la Paz 2015. Es el hecho histórico menos pensado del Siglo XXI”, señaló sonriente mi anfitriona.

Antes de despedirnos tomamos un helado Coppelia en la plaza de “Las Palomas” y le di como símbolo de nuestro encuentro un escrito: “Cuba, tan pacientemente sabia, tan dulcemente digna, tan armoniosamente viva”.

Sin esperar respuesta salí hacia otro encuentro a pocos minutos de allí. Me esperaba un taxi de la flota Cubataxi con Eduardo de la Torre en el volante. Anduvimos bastante hasta dar con Marta Rojas Rodríguez, la escritora y periodista emblemática de la revolución, reconocida por sus novelas pero más por ser ejemplo revolucionario desde su histórica cobertura periodística del asalto al Cuartel Moncada en Santiago de Cuba realizada el 26 de julio de 1953.

En 1973, apenas regresó de una visita por Vietnam, el comandante Fidel Castro se sometía a una de las tantas rondas de prensa internacional que diera durante su mandato. La Guerra Fría estaba bien fría, y el periodista Brian Davis de una agencia inglesa le preguntó:

-¿Cuándo cree usted que se podrá restablecer las relaciones entre Cuba y Estados Unidos, dos países tan lejanos a pesar de la cercanía geográfica?

Fidel Castro lo miró fijo y respondió para todos los que estaban en la sala:

-Estados Unidos vendrá a dialogar con nosotros cuando tenga un presidente negro y haya en el mundo un Papa latinoamericano.

Algunos periodistas se escondieron detrás de una mueca irónica y otros, entre quienes estaba Davis, hicieron moderados gestos incrédulos. La conferencia siguió como si la pregunta de Davis hubiera sido una estupidez. Interesaba más Vietnam.

Eduardo de la Torre era estudiante en aquella época, y en el restaurante Sofía ubicado en la avenida 23, en pleno barrio El Vedado de La Habana, recordó aquel episodio como si estuviera dando una cátedra de eternidad.

Asombrosamente estaba frío en toda la Isla. Las bajas temperaturas venían de las copiosas nevadas que sufrían los vecinos del norte. Eduardo no podía creer que yo anduviera sin equipo de mate como nos caracterizan en varios sitios del planeta.

-Fíjate tú chico, nadie le creía al Comandante; pero cómo no creerle al Comandante que resucitó más veces que Jesucristo.

-¿Cómo decís eso Eduardo?, le reproché, haciendo alarde de mi supuesta pacatería “católica”.

-Sí, pues sí, con todo respeto por Jesucristo, porque oye chico, ¿cuántas veces mataron a Fidel? Cuente en la prensa internacional cuántas veces lo mataron y te darás cuenta tú de cuántas veces resucitó.

(Título original: “Cuba atraviesa tiempos de cambio”.)

*Periodista, narrador y ensayista argentino.

Selección en Internet: Marta O. Carreras Rivery

Congressisti democratici a Obama: stop alle sanzioni contro il Venezuela!

obama1_crop1431707883208.jpg_1718483346da Telesur English

16 congressisti del Partito Democratico hanno ammesso che le sanzioni imposte contro il Venezuela sono state fallimentari e controproducenti

Membri del Congresso hanno richiamato Barack Obama, in quanto le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro il Venezuela hanno ‘minato’ le relazioni tra Washington e l’America Latina.

In una lettera aperta a Obama, 16 membri del Congresso hanno espresso preoccupazione per le sanzioni adottate recentemente contro il Venezuela che sono state controproducenti per gli Stati Uniti.

«Noi crediamo che sia nell’interesse delgi Stati Uniti – si legge nella lettera – del Venezuela e dell’intero emisfero che l’amministrazione (Obama) si astenga dall’imporre ulteriori sanzioni (contro il Venezuela) unilaterali».

Tutti i 16 firmatari sono Democratici, e hanno invitato Obama a intraprendere «un dialogo diretto con il governo del Venezuela».

Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha ripetutamente chiesto colloqui con gli Stati Uniti al fine di migliorare le relazioni. Il governo dell’Ecuador si è inoltre offerto come mediatore, tuttavia la Casa Bianca ha finora evitato.

Nella lettera indirizzata ad Obama lo scorso venerdì, i 16 Democratici spiegano come le sanzioni abbiano incontrato una diffusa condanna a livello regionale, anche da parte di stretti alleati degli Stati Uniti. «In un’intervista concessa al Miami Herald il mese scorso, il presidente colombiano Juan Manuel Santos, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti nell’emisfero… ha sostenuto che, ‘La storia ha dimostrato che le sanzioni unilaterali sono controproducenti nel lungo periodo’».

I membri del Congresso hanno anche sottolineato che i venezuelani «in massa» si oppongono alle sanzioni.

Citando un sondaggio dalla società venezuelana Datanalisis, hanno affermato che «quasi i tre quarti dei venezuelani si oppongono sanzioni degli Stati Uniti».

Oltre 11 milioni di persone hanno firmato una petizione per chiedere a Obama di revocare le sanzioni.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Obama: «Via Cuba dalla lista nera»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Aprile, in Vene­zuela, è il più cru­dele dei mesi, si potrebbe dire para­fra­sando il titolo di un cele­bre noir di Derek Ray­mond. Aprile, però, è anche mese di rimonta e riscossa. E così, i cha­vi­sti, hanno coniato lo slo­gan: «ogni 11 porta il suo 13». Il rife­ri­mento è al colpo di stato inten­tato con­tro l’allora pre­si­dente Hugo Cha­vez, l’11 aprile del 2002. Un golpe a guida Cia che portò al potere il capo della locale Con­fin­du­stria, Pedro Car­mona Estanga: detto «Car­mona il Breve» per­ché la popo­la­zione infu­riata lo lasciò gover­nare solo due giorni, prima di ripor­tare al suo posto il pre­si­dente che aveva eletto. Il 14 aprile di 2 anni fa, dopo la morte di Cha­vez (il 5 marzo), fu lau­reato dalle urne l’attuale capo di stato Nico­las Maduro: con un mar­gine certo, ma scarso sul rap­pre­sen­tante della destra, Hen­ri­que Capri­les. Il giorno dopo, quest’ultimo — reduce da due scon­fitte subite in cin­que mesi, prima con­tro Cha­vez poi con­tro Maduro — chiamò le piazze «a sfo­gare l’incazzatura». Vio­lenze e deva­sta­zioni pro­vo­ca­rono la morte di 9 chavisti.

Per ricor­dare l’aprile della riscossa, le orga­niz­za­zioni popo­lari hanno costruito la ban­diera più lunga della sto­ria del Vene­zuela, 1.200 metri. Dal 10 all’11, si è svolto il VII ver­tice delle Ame­ri­che, che ha visto il Vene­zuela in primo piano. Maduro ha con­se­gnato a Obama 14 milioni di firme, e ha pro­cla­mato il 9 marzo «giorno dell’antimperialismo boli­va­riano». In quella data, il pre­si­dente Usa ha emesso un decreto di san­zioni con­tro Cara­cas, defi­nendo il Vene­zuela «una minac­cia inu­suale e straor­di­na­ria per la sicu­rezza nazio­nale degli Stati uniti». La rac­colta di firme, pro­lun­gata fino alla fine di aprile, ha costi­tuito un forte coa­gulo nella società vene­zue­lana e ha visto anche il con­senso di una parte dell’opposizione. Il 19 sarà la «gior­nata mon­diale della soli­da­rietà con la rivo­lu­zione boli­va­riana». Entrambi gli schie­ra­menti poli­tici — Psuv e suoi alleati, e Mud — si pre­pa­rano alle reci­pro­che pri­ma­rie, in vista delle cru­ciali ele­zioni che si ter­ranno a dicem­bre. La Mesa de la uni­dad demo­cra­tica è attra­ver­sata da forti con­flitti interni e da accuse di bro­gli e ver­ti­ci­smo pro­ve­nienti dalle pro­prie fila, poi­ché ha deciso di blin­dare alcuni col­legi e di non sot­to­porli a votazione.

Maduro, che a Panama ha inta­scato il con­senso di tutti e 33 paesi pre­senti tranne Usa e Canada è tor­nato in patria deciso ad «appro­fon­dire la rivo­lu­zione»: per disin­ne­scare le cri­ti­che delle sue ali più radi­cali che, come Marea socia­li­sta, stanno rac­co­gliendo lo scon­tento da sini­stra. «Il con­flitto in Vene­zuela è un con­flitto per l’egemonia tra la fazione neoliberista-proimperialista (Lopez, Capri­les) e quella social­de­mo­cra­tica (Maduro, Cabello) della classe poli­tica nazio­nale per il con­trollo dei ricavi delle ren­dita petro­li­fera», scrive il poli­to­logo Heinz Die­trich — un tempo vicino a Cha­vez, ora con­si­de­rato un guastatore.

Intanto, con­ti­nua la bat­ta­glia con­tro «la guerra eco­no­mica» e la fuga di capi­tali all’estero e il mer­cato nero del dol­laro. Nono­stante le dif­fi­coltà insorte dopo il crollo dei prezzi del petro­lio, il bilan­cio desti­nato ai pro­getti sociali non è stato toc­cato. I salari e le pen­sioni sono stati aumen­tati, i prezzi riman­gono cal­mie­rati. La Fao ha rico­no­sciuto un’altra volta i risul­tati rag­giunti dal cha­vi­smo nella lotta con­tro la fame, che situano il paese nella fascia più bassa delle sta­ti­sti­che in Ame­rica latina. E ha con­fe­rito a Maduro un nuovo rico­no­sci­mento. Il Vene­zuela — dove il 94% delle per­sone man­gia almeno 3 volte al giorno — è anche il paese con meno disu­gua­glianze sociali del continente.

Ma intanto con­ti­nua l’attacco media­tico e poli­tico delle destre, dall’Europa all’America latina. Una ven­tina di ex pre­si­denti ha fir­mato un docu­mento con­tro Maduro, pre­sen­tato al ver­tice di Panama. Ieri è scop­piata una crisi diplo­ma­tica tra Cara­cas e Madrid. Il governo spa­gnolo ha pre­sen­tato una nota di pro­te­sta for­male con­tro quello vene­zue­lano per le «offese» rivolte da Maduro al pre­mier Mariano Rajoy, defi­nito «raz­zi­sta» e accu­sato di «essere die­tro tutte le mano­vre con­tro il Vene­zuela». Maduro ha rea­gito così dopo che il par­la­mento di Madrid ha appro­vato una mozione per la libe­ra­zione dei gol­pi­sti, arre­stati dopo le vio­lenze dell’opposizione oltran­zi­sta, scop­piate l’anno scorso.

Discurso íntegro de Raúl Castro en la Cumbre de las Américas

Discurso del general de ejército Raúl Castro Ruz, presidente de los consejos de estado y de ministros de la República de Cuba en la cumbre de las Américas. Panamá, 10 y 11 de abril de 2015

Excelentísimo Señor Juan Carlos Varela, Presidente de la República de Panamá:

Presidentas y Presidentes, Primeras y Primeros Ministros:

Distinguidos invitados:

Agradezco la solidaridad de todos los países de la América Latina y el Caribe que hizo posible que Cuba participara en pie de igualdad en este foro hemisférico, y al Presidente de la República de Panamá por la invitación que tan amablemente nos cursara. Traigo un fraterno abrazo al pueblo panameño y a los de todas las naciones aquí representadas.

Cuando los días 2 y 3 de diciembre de 2011  se creó la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC), en Caracas, se inauguró una nueva etapa en la historia de Nuestra América, que hizo patente su bien ganado derecho a vivir en paz y a desarrollarse como decidan libremente sus pueblos y se trazó para el futuro un camino de  desarrollo e integración, basada en la cooperación, la solidaridad y la voluntad común de preservar la independencia, soberanía e identidad.

El ideal de Simón Bolívar de crear una “gran Patria Americana” inspiró verdaderas epopeyas independentistas.

En 1800, se pensó en agregar a Cuba a la Unión del norte como el límite sur del extenso imperio. En el siglo XIX, surgieron la Doctrina del Destino Manifiesto con el propósito de dominar las Américas y al mundo, y la idea de la Fruta Madura para la gravitación inevitable de Cuba hacia la Unión norteamericana, que desdeñaba el nacimiento y desarrollo de un pensamiento propio y emancipador.

Después, mediante guerras, conquistas e intervenciones, esta fuerza expansionista y hegemónica despojó de territorios a Nuestra América y se extendió hasta el Río Bravo.

Luego de largas luchas que se frustraron, José Martí organizó la “guerra necesaria” y creó el Partido Revolucionario Cubano para conducirla y fundar una República “con todos y para el bien de todos” que se propuso alcanzar “la dignidad plena del hombre”.

Al definir con certeza y anticipación los rasgos de su época, Martí se consagra al deber “de impedir a tiempo con la independencia de Cuba que se extiendan por las Antillas los Estados Unidos y caigan, con esa fuerza más, sobre nuestras tierras de América”.

Nuestra América es para él la del criollo, del indio, la del negro y del mulato, la América mestiza y trabajadora que tenía que hacer causa común con los oprimidos y saqueados. Ahora, más allá de la geografía, este es un ideal que comienza a hacerse realidad.

Hace 117 años, el 11 de abril de 1898, el entonces Presidente de los Estados Unidos solicitó al Congreso autorización para intervenir militarmente en la guerra de independencia, ya ganada con ríos de sangre cubana, y este emitió su engañosa Resolución Conjunta, que reconocía la independencia de la isla “de hecho y de derecho”. Entraron como aliados y se apoderaron del país como ocupantes.

Se impuso a Cuba un apéndice a su Constitución, la Enmienda Platt, que la despojó de su  soberanía, autorizaba al poderoso vecino a intervenir en los asuntos internos y dio origen a la Base Naval de Guantánamo, la cual todavía usurpa parte de nuestro territorio. En ese periodo, se incrementó la invasión del capital norteño, hubo dos intervenciones militares y el apoyo a crueles dictaduras.

 

Predominó hacia América Latina la “política de las cañoneras” y luego del “Buen Vecino”. Sucesivas intervenciones derrocaron gobiernos democráticos e instalaron terribles dictaduras en 20 países, 12 de ellas de forma simultánea, fundamentalmente en  Sudámerica. que asesinaron a cientos de miles de personas. El Presidente Salvador Allende nos legó un ejemplo imperecedero.

Hace exactamente 13 años, se produjo el golpe de estado contra el entrañable Presidente Hugo Chávez Frías que el pueblo derrotó. Después, vino el golpe petrolero.

El 1ro de enero de 1959, 60 años después de la entrada de los soldados norteamericanos en La Habana, triunfó la Revolución cubana y el Ejército Rebelde comandado por Fidel Castro Ruz llegó a la capital.

El 6 de abril de 1960, apenas un año después del triunfo, el subsecretario de estado Léster Mallory escribió en un perverso memorando, desclasificado decenas de años después, que “la mayoría de los cubanos apoya a Castro… No hay una oposición política efectiva. El único medio previsible para restarle apoyo interno es a través del desencanto y el desaliento basados en la insatisfacción y las penurias económicas (…) debilitar la vida económica (…) y privar a Cuba de dinero y suministros con el fin de reducir los salarios nominales y reales, provocar hambre, desesperación y el derrocamiento del gobierno”.

Hemos soportado grandes penurias. El 77% de la población cubana nació bajo los rigores que impone el bloqueo. Pero nuestras convicciones patrióticas prevalecieron. La agresión aumentó la resistencia y aceleró el proceso revolucionario. Aquí estamos con la frente en alto y la dignidad intacta.

Cuando ya habíamos proclamado el socialismo y el pueblo había combatido en Playa Girón para defenderlo, el Presidente Kennedy fue asesinado precisamente en el momento en que el líder de la Revolución cubana Fidel Castro recibía un mensaje suyo buscando iniciar el diálogo.

Después de la Alianza para el Progreso y de haber pagado varias veces la deuda externa sin evitar que esta se siga multiplicando, se nos impuso un neoliberalismo salvaje y globalizador, como expresión del imperialismo en esta época, que dejó una década perdida en la región.

La propuesta entonces de una “asociación hemisférica madura” resultó el intento de imponernos el Área de Libre Comercio de las Américas (ALCA), asociado al surgimiento de estas Cumbres, que hubiera destruido la economía, la soberanía y el destino común de nuestras naciones,  si no se le hubiera hecho naufragar en el 2005, en Mar del Plata, bajo el liderazgo de los Presidentes Chávez, Kirchner y Lula. Un año antes, Chávez y Fidel habían hecho nacer la Alternativa Bolivariana, hoy Alianza Bolivariana Para los Pueblos de Nuestra América.

Excelencias:

Hemos expresado y le reitero ahora al Presidente Barack Obama nuestra disposición al diálogo respetuoso y a la convivencia civilizada entre ambos Estados dentro de nuestras profundas diferencias.

Aprecio como un paso positivo su reciente declaración de que decidirá rápidamente sobre la presencia de Cuba en una lista de países patrocinadores del terrorismo en la que nunca debió estar.

Hasta hoy, el bloqueo económico, comercial y financiero se aplica en toda su intensidad contra la isla, provoca daños y carencias al pueblo y es el obstáculo esencial al desarrollo de nuestra economía. Constituye una violación del Derecho Internacional y su alcance extraterritorial afecta los intereses de todos los Estados.

Hemos expresado públicamente al Presidente Obama, quien también nació bajo la política de bloqueo a Cuba y al ser electo la heredó de 10 Presidentes, nuestro reconocimiento por su valiente decisión de involucrarse en un debate con el Congreso de su país para ponerle fin.

Este y otros elementos deberán ser resueltos en el proceso hacia la futura normalización de las relaciones bilaterales.

Por nuestra parte, continuaremos enfrascados en el proceso de actualización del modelo económico cubano con el objetivo de perfeccionar nuestro socialismo, avanzar hacia el desarrollo y consolidar los logros de una Revolución que se ha propuesto “conquistar toda la justicia”.

Estimados colegas:

Venezuela no es ni puede ser una amenaza a la seguridad nacional de una superpotencia como los Estados Unidos. Es positivo que el Presidente norteamericano lo haya reconocido.

Debo reafirmar todo nuestro apoyo, de manera resuelta y leal, a la hermana República Bolivariana de Venezuela, al gobierno legítimo y a la unión cívico-militar que encabeza el Presidente Nicolás Maduro, al pueblo bolivariano y chavista que lucha por seguir su propio camino y enfrenta intentos de desestabilización y sanciones unilaterales que reclamamos sean levantadas, que la Orden Ejecutiva sea derogada, lo que sería apreciado por nuestra Comunidad como una contribución al diálogo y al entendimiento hemisférico.

Mantendremos nuestro aliento a los esfuerzos  de la República Argentina para recuperar las Islas Malvinas, las Georgias del Sur y las Sandwich del Sur, y continuaremos respaldando su legítima lucha en defensa de  soberanía financiera.

Seguiremos apoyando las acciones de la República del Ecuador frente a las empresas transnacionales que provocan daños ecológicos a su territorio y pretenden imponerle condiciones abusivas.

Deseo reconocer la contribución de Brasil, y de la Presidenta Dilma Rousseff, al fortalecimiento de la integración regional y al desarrollo de políticas sociales que trajeron avances y beneficios a amplios sectores populares las cuales, dentro de la ofensiva contra diversos gobiernos de izquierda de la región, se pretende revertir.

Será invariable nuestro apoyo al pueblo latinoamericano y caribeño de Puerto Rico en su empeño por alcanzar la autodeterminación e independencia, como ha dictaminado decenas de veces el Comité de Descolonización de las Naciones Unidas.

También continuaremos nuestra contribución al proceso de paz en Colombia.

Debiéramos todos multiplicar la ayuda a Haití, no sólo mediante asistencia humanitaria, sino con recursos que le permitan su desarrollo, y apoyar que los países del Caribe reciban un trato justo y diferenciado en sus relaciones económicas, y reparaciones por los daños provocados por la esclavitud y el colonialismo.

Vivimos  bajo la amenaza de enormes arsenales nucleares que debieran eliminarse y del cambio climático que nos deja sin tiempo. Se incrementan las amenazas a la paz y proliferan los conflictos.

Como expresó entonces el Presidente Fidel Castro, “las causas fundamentales están en la pobreza y el subdesarrollo, y en la desigual distribución de las riquezas y los conocimientos que impera en el mundo. No puede olvidarse que el subdesarrollo y la pobreza actuales son consecuencia de la conquista, la colonización, la esclavización y el saqueo de la mayor parte de la Tierra por las potencias coloniales, el surgimiento del imperialismo y las guerras sangrientas por nuevos repartos del mundo. La humanidad debe tomar conciencia de lo que hemos sido y de lo que no podemos seguir siendo. Hoy nuestra especie ha adquirido conocimientos, valores éticos y recursos científicos suficientes para marchar hacia una etapa histórica de verdadera justicia y humanismo. Nada de lo que existe hoy en el orden económico y político sirve a los intereses de la humanidad. No puede sostenerse. Hay que cambiarlo”, concluyó Fidel.

Cuba seguirá defendiendo las ideas por las que nuestro pueblo ha asumido los mayores sacrificios y riesgos y luchado, junto a los pobres, los enfermos sin atención médica, los desempleados, los niños y niñas abandonados a su suerte u obligados a trabajar o a prostituirse, los hambrientos, los discriminados,  los oprimidos y los explotados que constituyen la inmensa mayoría de la población mundial.

La especulación financiera, los privilegios de Bretton Woods y la remoción unilateral de la convertibilidad en oro del dólar son cada vez más asfixiantes. Requerimos un sistema financiero transparente y equitativo.

No puede aceptarse que menos de una decena de emporios, principalmente norteamericanos, determinen lo que se lee, ve o escucha en el planeta. Internet debe tener una gobernanza internacional, democrática y participativa, en especial en la generación de contenidos. Es inaceptable la militarización del ciberespacio y el empleo encubierto e ilegal de sistemas informáticos para agredir a otros Estados. No dejaremos que se nos deslumbre ni colonice otra vez.

Señor Presidente:

Las relaciones hemisféricas, en mi opinión, han de cambiar profundamente, en particular en los ámbitos político, económico y cultural; para que, basadas en el Derecho Internacional y en el ejercicio de la autodeterminación y la igualdad soberana, se centren en el desarrollo de vínculos mutuamente provechosos y en la cooperación para servir a los intereses de todas nuestras naciones y a los objetivos que se proclaman.

La aprobación, en enero del 2014, en la Segunda Cumbre de la CELAC, en La Habana, de la Proclama de la América Latina y el Caribe como Zona de Paz, constituyó un trascendente aporte en ese propósito, marcado por la unidad latinoamericana y caribeña en su diversidad.

Lo  demuestra el hecho de que avanzamos hacia procesos de integración genuinamente latinoamericanos y caribeños a través de la CELAC, UNASUR,  CARICOM, MERCOSUR, ALBA-TCP, el SICA y la AEC, que subrayan la creciente conciencia sobre la necesidad de unirnos para garantizar nuestro desarrollo.

Dicha Proclama nos compromete a que “las diferencias entre las naciones se resuelvan de forma pacífica, por la vía del diálogo y la negociación u otras formas de solución, y en plena consonancia con el Derecho Internacional”.

Vivir en paz, cooperando unos con otros para enfrentar los retos y solucionar los problemas que, en fin de cuentas, nos afectan y afectarán a todos, es hoy una necesidad imperiosa.

Debe respetarse, como reza la Proclama de la América Latina y el Caribe como Zona de Paz, “el derecho inalienable de todo Estado a elegir su sistema político, económico, social y cultural, como condición esencial para asegurar la convivencia pacífica entre las naciones”.

Con ella, nos comprometimos a cumplir nuestra “obligación de no intervenir directa o indirectamente, en los asuntos internos de cualquier otro Estado y observar los principios de soberanía nacional, igualdad de derechos y la libre determinación de los pueblos”, y a respetar “los principios y normas del Derecho Internacional (…) y los principios y propósitos de la Carta de las Naciones Unidas”.

Ese histórico documento insta “a todos los Estados miembros de la Comunidad Internacional a respetar plenamente esta declaración en sus relaciones con los Estados miembros de la CELAC”.

Tenemos ahora la oportunidad para que todos los que estamos aquí aprendamos, como también expresa la Proclama, a “practicar la tolerancia y convivir en paz como buenos vecinos”.

Existen discrepancias sustanciales, sí, pero también puntos en común en los que podemos cooperar para que sea posible vivir en este mundo lleno de amenazas a la paz y a la supervivencia humana.

¿Qué impide, a nivel hemisférico, cooperar para enfrentar el cambio climático?

¿Por qué no podemos los países de las dos Américas luchar juntos contra el terrorismo, el narcotráfico o el crimen organizado, sin posiciones sesgadas políticamente?

¿Por qué no buscar, de conjunto, los recursos necesarios para dotar al hemisferio de escuelas, hospitales, proporcionar empleo, avanzar en la erradicación de la pobreza?

¿No se podría disminuir la inequidad en la distribución de la riqueza, reducir la mortalidad infantil, eliminar el hambre, erradicar las enfermedades prevenibles, acabar con el el analfabetismo?

El pasado año, establecimos cooperación hemisférica en el enfrentamiento y prevención del ébola y los países de las dos Américas trabajamos mancomunadamente, lo que debe servirnos de acicate para empeños mayores.

Cuba, país pequeño y desprovisto de recursos naturales, que se ha desenvuelto en un contexto sumamente hostil, ha podido alcanzar la plena participación de sus ciudadanos en la vida política y social de la Nación; una cobertura de educación y salud universales, de forma gratuita; un sistema de seguridad social que garantiza que ningún cubano quede desamparado; significativos progresos hacia la igualdad de oportunidades  y en el enfrentamiento a toda forma de discriminación; el pleno ejercicio de los derechos de la niñez y de la mujer; el acceso al deporte y la cultura; el derecho a la vida y a la seguridad ciudadana.

Pese a carencias y dificultades, seguimos la divisa de compartir lo que tenemos. En la actualidad 65 mil cooperantes cubanos laboran en 89 países, sobre todo en las esferas de la medicina y la educación. Se han graduado en nuestra isla 68 mil profesionales y técnicos, de ellos, 30 mil de la salud, de 157 países.

Si con muy escasos recursos, Cuba ha podido, ¿qué no podría hacer el hemisferio con la voluntad política de aunar esfuerzos para contribuir con los países más necesitados?

Gracias a Fidel y al  heroico pueblo cubano, hemos venido a esta Cumbre, a cumplir el mandato de Martí con la libertad conquistada con nuestras propias manos, “orgullosos de nuestra América, para servirla y honrarla… con la determinación y la capacidad de contribuir a que se la estime por sus méritos, y se la respete por sus sacrificios”.

Muchas gracias.

Lettera aperta dei movimenti sociali a Obama

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Lettera dei Movimenti Sociali di tutto il mondo al presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama

Presidente,

 

noi, rappresentanti dei movimenti sociali del mondo, abbiamo accolto con sconcerto e indignazione la Sua decisione di decretare, il 9 marzo 2015, un’emergenza nazionale nei confronti della Repubblica bolivariana del Venezuela, definendo questo paese «una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti».

 

Questo decreto è un atto di aggressione che calpesta il diritto internazionale, ed è il tentativo più grave di violare la volontà democratica del popolo venezuelano.

 

Noi crediamo inoltre che il Suo decreto metta a repentaglio la pace nel continente, perché indica con chiarezza che il Suo governo è disposto a contrastare le conquiste sociali che l’America latina ha realizzato nell’ultimo decennio.

 

Lei, presidente Obama, sta isolando il Suo paese, facendone un vero «Stato canaglia». Lei tratta come nemico il Venezuela, un paese che ha una tradizione di pace internazionale antica di due secoli.

 

Lei sta agendo come un «bullo internazionale» che pretende di imporre la propria forza contro la legge, e contro la sovranità dei popoli. 

 

Il potere militare ed economico degli Stati uniti non può calpestare i diritti del resto dell’umanità.

 

Lei, presidente Obama, vuole cambiare il governo del Venezuela per distruggere i progressi sociali nel continente.

 

Il governo degli Stati uniti vuole «torcere il braccio» (*) alle donne e agli uomini del Venezuela perché hanno deciso, democraticamente e in pace, di correggere le enormi disuguaglianze accumulate in secoli di razzismo contro i popoli originari e gli afro-discendenti, di violenza contro le donne, di oppressione dei lavoratori delle campagne e degli abitanti delle città, di discriminazione contro le minoranze sessuali, di esclusione delle minoranze con necessità speciali e di devastazione dell’ambiente.

 

Negli ultimi quindici anni, milioni di donne e uomini in Venezuela, come in America latina e nei Caraibi, hanno visto migliorare le proprie condizioni di vita grazie alla lotta contro la povertà, l’analfabetismo e la mancanza di cure sanitarie, e grazie al riconoscimento dei propri diritti culturali, ambientali e di genere.

 

Tutto questo è dovuto a un grande cambiamento storico che ha reso i movimenti sociali attori politici fondamentali, erodendo il potere delle élites tradizionali.

 

Lei presidente Obama usa il potere del Suo paese per proteggere i privilegi di quell’1% della popolazione, formato da gruppi di potere, che ha oppresso il 99% dei popoli dell’America latina. 

 

Il Suo governo, cercando di riportare indietro l’orologio storico dell’intera regione, cospira contro la democrazia, le maggioranze popolari e la pace con giustizia che sono costati tanto sacrificio a milioni di venezuelani e latinoamericani.

 

La Repubblica bolivariana del Venezuela non è sola.

 

In questa lotta per la pace e la giustizia, il popolo del Venezuela ha il diritto di decidere liberamente del proprio futuro; e ha anche il diritto di commettere errori.

 

Noi intendiamo accompagnare il Venezuela nel suo sforzo di liberazione. Le lotte delle maggioranze popolari venezuelane sono le nostre lotte. Le loro vittorie e le loro sconfitte sono le nostre.

 

Il Venezuela sarà inusuale e straordinario, ma la minaccia, presidente Obama, è Lei.

 

Lei è convinto che sconfiggendo il Venezuela potrà creare un «effetto domino» in tutto il continente, frenando l’onda di cambiamento sociale che lo percorre. E’ un errore che nasce dall’incomprensione e dal disprezzo che le élites del Suo paese nutrono nei confronti dei movimenti sociali latinoamericani. La Sua ingiustificata aggressione è destinata al fallimento.

 

Mentre il Venezuela offre pace, solidarietà, amicizia ai popoli del mondo, il Suo governo, presidente Obama, offre solo un ritorno al passato, con l’uso illegale della forza, basi militari, minacce e intimidazioni.

 

Per noi, la scelta è chiara: il Venezuela può essere inusuale e straordinario, ma siete voi, Lei presidente Obama e il governo degli Stati uniti, la minaccia per la democrazia, la pace, la giustizia in America latina.

 

Invitiamo alla riflessione, alla fine dell’arroganza, al rispetto dei diritti umani dei popoli di tutto il mondo e al massimo di organizzazione e mobilitazione da parte delle maggioranze sociali, per difendere le vittorie già ottenute e progredire sempre più sul cammino dell’aspirazione alla giustizia e alla pace.

 

Per questo, presidente Obama, “revochi subito il decreto!”

(*) Le Sue stesse parole: https://www.youtube.com/watch?v=l2e_otoo2Vg; https://www.youtube.com/watch?v=td7Dcsco-WY
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ALBAinformazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli

ANROS – Italia

Circolo Bolivariano “José Carlos Mariategui” – Napoli

Circolo Bolivariano “Simon Rodriguez” – Napoli

Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci”  Italo-venezolanos – Caracas

Red Por Ti America -Italia

Red Por Ti America – Cuba

Rete No War – Italia

Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” – Italia

Comitato di solidarietà col popolo palestinese in Terra di Bari – Tadamon Filastin

Associazione Nazionale “Marx XXI” e Rivista “MarxVentuno”

Brigada Vallesana Simón Bolívar – El Vallès,  Catalunya Estat Espanyol Salut. Fins la Victòria Sempre!

ACIAB – ASOCIACION CULTURAL IBEROAMERICANA ANDRES BELLO

Movimiento Pais Ecuador en Italia

Red de Amigos de la Revolucion Ciudadana

Comitato Immigrati Italia, CII

Banda Bassotti

Red de Amigos de la Revolucion Ciudadana (Ecuador) – Argentina

PRC Piombino-Follonica – C.lo Bolivariano “A. Martelli” Piombino

Amici Cuba “I.Calvino” Alta Maremma –
Via Marco Polo 4, 57025 Piombino (LI) Italia

Circolo Bolivariano “Alessio Martelli” Piombino Alta Maremma
Coord.re Maurizio Cerboneschi

Amici di Cuba Gruppo” Italo Calvino”  alta Maremma                      
Segretaria Francesca Pennati

PRC Federazione Piombino-Elba-Valdicornia                                 

Segretario Marrico Gasperini

PRC c.lo Guevara Follonica (GR)                                                     
Segretario Gabri Bartoletti

Franco Fuselli, Marina Criscuoli
Ass. Italia Cuba Circolo R.Foresti, Genova
 
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – Italia
 
Centro Studi Antonio Gramsci di Roma 

Link Università Roma – il Sindacato Universitario

Asociacion Colectivo Bachue Elkartea

FPMR – Chile 

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Geraldina Colotti – Giornalista e scrittrice – aderente alla Rete “Caracas ChiAma”

Marinella Correggia – Rete “No War”

Ciro Brescia – Napoli

Patrick Boylan – Roma

Alessandro Pagani – Milano

Andrea Catone – Bari

Leo Lamich B.

Umberto Silva

Diana Karbajal

Olivia Valdez

Rómulo Pardo Silva

Wilson Ortiz

Luca Baffo

Mario Cecchetti 

Juan Carlos Lara

Luz Miriam Jaramillo Marim

Emiliano Arena

Marco Consolo

Centauro Saher, Cantor Venezolano, Miembro del Frente de Creadores Militantes

Mohammad Afaneh

(Presidente della Comunità Palestinese Puglia e Basilicata)

Milton Chamorro

Periodista, Director del Programa de Radio “Voces y Sonidos de Nuestra America” 

Surandantes Comunucacion Comuntaria – Quito – Ecuador 

Amaru, Organizacion Indigena Campesina – Quito – Ecuador

Comite Internacional de Solidaridad con los pueblos – Quito – Ecuador

Movimiento Vecinal de Quito

Antonello Boassa -Cagliari

adesioni: albaredazione@gmail.com

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Letter from the world social movements to the President of the United States of America Barack Hussein Obama

 

Dear Mr. President,

 

We, representatives from social movements worldwide, have seen with bewilderment and indignation how on the 9th of March 2015 you decreed a national emergency in your country in order to confront Venezuela by labelling it as “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States.”

 

Such executive order is an act of aggression which violates international law, and it is the most severe attempt to change the democratic will of the Venezuelan people.

 

In addition, we believe that your executive order endangers peace throughout the continent, since it clearly implies that your government is determined to roll back the social advances that have been achieved during the last decade in Latin America. 

 

Mr. President, you are isolating your own country by turning it into a true rouge state 

 

You are treating Venezuela as an enemy, a country that over the last two centuries has cultivated a tradition of international peace. 

 

You are acting as a world bully who wishes to forcibly impose his might over the rule of law and over people’s sovereignty. 

 

The military and economic power of the United States shall never be enough to tread on the rights of the rest of humanity.

 

Mr. President, you want to change the Government of Venezuela in order to bring back the continent’s progress on social policies

 

The Government of the United States wants “to twist arms” to Venezuelan men and women because they decided, peacefully and democratically, to correct the social inequalities accumulated over centuries of racism against indigenous and Afro-Latino people, violence against women, oppression against rural and urban workers, discrimination against sexual minorities, exclusion of the minorities with special needs and environmental destruction.

 

Over the past 15 years, millions of men and women in Venezuela, as well as in Latin America and the Caribbean, have seen their quality of lives improve by fighting against poverty, illiteracy, lack of medical attention, and for the recognition of their cultural, environmental and sexual rights. 

 

This is due to a great historical change that has turned social movements into fundamental political actors, eroding the power of traditional elites. 

 

Mr. President, you use the power of your country to privilege the powerful one percent which for centuries has oppressed the ninety-nine percent of Latinos.

 

By trying to turn back the clock of Latin American history, your Government plots against democracy, popular majorities and peace with justice that millions of us, Latinos, have built with so much sacrifice. 

 

Venezuela is not alone

 

In this struggle for peace and justice, the people of Venezuela have the right to freely decide their future. They even have the right to make their own mistakes.

 

We join Venezuela in its liberation effort. The struggles of Venezuela’s majorities are our struggles. Their victories and defeats are ours.  

 

Venezuela may well be unusual and extraordinary, but you Mr. President are the threat

 

Mr. President, you seem to be convinced that Venezuela’s defeat would create a “domino effect” all over the continent, halting the wave of social change that runs throughout the region. This error is born of your lack of understanding for Latino social movements, which prevails among the elites in your country.  Yourunjustifiedaggressionisdoomed to fail.

 

While Venezuela offers peace, solidarity and friendship to the people of the world, your government only offers a return to the past through the illegal use of force, military bases, threats and intimidation. 

 

For us the choice is clear: Venezuela may be unusual and extraordinary; however, you Mr. President and the US Government pose a real threat to democracy, peace and justice in Latin America.

 

We call upon reflexion, so that arrogance may cease. We call upon respect for human rights of people all over the world. Finally, we also call upon the most active organization and mobilization of the ninety-nine percent to defend our social achievements and to advance our aspirations for peace and justice.

 

Therefore, Mr. President Obama, we demand that you repeal your executive order now!

___

Carta de los Movimientos Sociales del Mundo al Presidente de los EEUU Barack Hussein Obama

Sr Presidente,

Nosotros, los representantes de los movimientos sociales del mundo hemos visto con asombro e indignación como el 9 de marzo de 2015 usted decretó la emergencia nacional de su país para confrontar a Venezuela designándola como “una amenaza inusual y extraordinaria a la seguridad nacional y la política exterior de los Estados Unidos”.

Ese decreto constituye un acto de agresión violatorio del derecho internacional y el más grave intento para cambiar la voluntad democrática del pueblo venezolano.

Nosotros creemos, además, que su decreto pone en peligro la paz en el continente al dejar claro que su gobierno está decidido a  derrotar los avances sociales logrados en la última década en América Latina.

Usted Presidente Obama, aísla a su país al convertirlo en el verdadero estado “forajido”.

Usted está tratando como enemigo a Venezuela, un país que tiene una tradición de paz internacional de más de doscientos años.

Usted está actuando como un (WorldBully) “forajido internacional” que quiere imponer su fuerza sobre la ley,  y la soberanía de los pueblos.

El poder militar y económico de los EEUU nunca será suficiente para desconocer los derechos del resto de la humanidad.

Usted Presidente Obama quiere cambiar al gobierno de Venezuela para destruir los avances sociales del continente.

El gobierno de los EEUU quiere “torcer el brazo” a las mujeres y hombres de Venezuela porque ellos decidieron, democráticamente y en paz, corregir las enormes desigualdades acumuladas por siglos de racismo contra los pueblos originarios y afro-descendientes,  de violencia contra  las mujeres, de opresión contra los trabajadores del campo y la ciudad, de discriminación contra las minorías sexuales, de exclusión de las minorías con necesidades especiales y de destrucción del ambiente.

En los últimos quince años, millones de mujeres y hombres en Venezuela, así como en América Latina y el Caribe, han visto sus vidas mejorar al luchar contra la pobreza, el analfabetismo, la falta de atención médica y el reconocimiento de sus derechos culturales, ambientales y sexuales.

Todo se debe a un gran cambio histórico que pone a los movimientos sociales como actores principales de la acción política de los estados y no a las élites tradicionales.

Usted Presidente Obama, usa el poder de su país para reponer al uno por ciento formado  por los grupos de poder que por siglos han oprimido al noventa y nueve por ciento de los pueblos de América Latina.

Al querer retroceder el reloj histórico de la región su gobierno conspira contra la democracia, las mayorías populares y la paz con justicia que tantos sacrificios ha costado a millones de venezolanos y latinoamericanos.

Venezuela no está sola.

En esta lucha por la paz y la justicia el pueblo de Venezuela tiene derecho a decidir su futuro en libertad, incluso tiene el derecho a cometer sus propios errores.

Nosotros acompañamos a Venezuela en su esfuerzo liberador. Las luchas de las mayorías venezolanas son nuestras luchas. Sus victorias y derrotas las nuestras.

Venezuela puede ser inusual y extraordinaria pero usted Presidente Obama es la amenaza.

Usted Presidente Obama está convencido de que derrotando a Venezuela creará un “efecto dominó” sobre todo el continente  frenando la ola de cambio social que corre por la región. Este error nace de la incomprensión y desprecio hacia los movimientos sociales latinoamericanos que priva en las élites de su país. Su injustificada agresión está destinada al fracaso.

Mientras Venezuela ofrece paz, solidaridad, y amistad a los pueblos del mundo su gobierno sólo ofrece el regreso al pasado con el uso ilegal de la fuerza, bases militares, amenazas e intimidación.

Para nosotros la elección es clara, Venezuela puede ser inusual y extraordinaria pero es usted Presidente Obama, y el gobierno de los EEUU, los que  son una amenaza para la democracia, la paz y la justicia en América Latina.

Nosotros hacemos un llamado a la reflexión, al cese de la arrogancia, al respeto de los derechos humanos de los pueblos de todo el mundo y a la más intensa organización y movilización de las mayorías sociales para defender lo conquistado hasta ahora y avanzar en nuestras aspiraciones de justicia y paz.

Por eso, Sr Presidente Obama, demandamos: ¡Derogue su decreto ya!

19 apr2015: Appello delle donne venezuelane alle donne del mondo

venezuelada donneinrosso.wordpress.com

Di fronte all’attacco dell’imperialismo statunitense chiediamo alla FDIM e alle organizzazioni  affiliate e  amiche di stare al nostro fianco con  il loro sostegno e la solidarietà, per la piena emancipazione delle donne e degli uomini in un mondo più giusto.

Caracas, marzo 2015

Noi del Movimento di donne “Clara Zetkin” del Venezuela, organizzazione affiliata alla Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FDIM); ai  cui principi di uguaglianza, giustizia sociale ed economica, solidarietà e pace siamo fedeli,  rivolgiamo un appello di fronte all’attacco dell’imperialismo statunitense, contenuto nel  cosiddetto Executive Order firmato dal presidente Barack Obama e sollecitato dai gruppi di potere economico di Stati Uniti e Venezuela, in cui si dichiara che il Venezuela è una  “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza e politica estera degli Stati Uniti”,cosa che costituisce un atto di provocazione e interferenza che viola la sovranità e la pace della Repubblica Bolivariana del Venezuela e di tutta l’America Latina e dei Caraibi.

Denunciamo che azioni come questa sono volte, in generale, a destabilizzare il progresso dei popoli in America Latina e nei Caraibi, e in particolare il processo di cambiamento in Venezuela, per ristabilire l’egemonia degli Stati Uniti e il suo controllo geostrategico nell’area.

I nostri popoli aspirano a costruire un  percorso di sviluppo sovrano e indipendente, invece l’imperialismo è promotore e autore di colpi di stato, occupazioni militari sanguinose ed è il maggior violatore di diritti umani.

Il Venezuela, insieme con i popoli della regione, si è fatto promotore della pace  in tutta l’America Latina e nei Caraibi, respingendo l’uso di armi nucleari e chiedendo il ritiro delle basi militari. Invece gli Stati Uniti hanno circondato i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di armi di distruzione di massa : 74 basi militari statunitensi, 25 delle quali intorno al Brasile e 13 al Venezuela. Miliardi di dollari del narcotraffico e delle finanze  statunitensi sono dirottati verso organizzazioni quali USAID e NED per favorire gruppi neofascisti organizzati per destabilizzare governi democratici e popolari come quello del Venezuela.

Mentre i governi degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO favoriscono nei loro paesi la deregolamentazione dell’occupazione, i licenziamenti e la precarizzazione dei diritti fondamentali, spingendo i loro cittadini sull’orlo della miseria e della morte, in risposta alla crisi del sistema capitalista; in Venezuela si promuove la rivendicazione di diritti politici, sociali ed economici delle maggioranze storicamente escluse.

Vale la pena ricordare ciò che disse una donna coraggiosa fondatrice della  FDIM, Dolores Ibarruri, la Pasionaria di Spagna: “… non dimentichiamo questo recente passato di distruzione e l’orrore del sangue che ci porta a riunirci qui,  per trovare strumenti comuni di partecipazione efficace alla lotta sacrosanta  delle nazioni democratiche, per eliminare ogni traccia di fascismo e consolidare la democrazia e la pace. Il fascismo è stato sconfitto moralmente, militarmente e politicamente in Europa e in Asia. Ma non è stato estirpato…”.

Quanto valore abbiano oggi le sue parole, è il motivo per cui non abbiamo dubbi sul fatto che le donne di pace di questa epoca abbiano coinvolto centinaia di migliaia di donne nella  ricerca di migliori condizioni di vita per migliaia di loro sorelle colpite. E  la FDIM, che le ha sostenute nel corso della sua lunga storia di lotte ed ha espresso la sua costante solidarietà con i vari popoli e nazioni nei momenti più difficili, persegue con determinazione e impegno i suoi principi umanitari.

Consapevoli della nostra responsabilità storica verso la causa della liberazione, l’autodeterminazione e la sovranità dei popoli; il progresso sociale, l’unità e la giustizia sociale; chiediamo alla FDIM e alle organizzazioni  affiliate e  amiche di stare al nostro fianco con tutto  il loro sostegno e solidarietà rispondendo all’appello rivolto da una serie di organizzazioni, tra cui il Consiglio Mondiale della Pace (WPC); il Movimento Continentale Bolivariano (MCB), la Federazione Sindacale Mondiale (FSM) e la Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY) per una “Giornata Globale di Azione in solidarietà con il Venezuela”, il prossimo 19 aprile, nelle capitali dei vari paesi, nel segno dei 205 anni da che fu compiuto il primo passo importante per l’indipendenza del Venezuela e con l’obiettivo di inviare un forte segnale all’imperialismo e ribadire ancora una volta che il Venezuela non è solo.

Amiche, compagne, connazionali e sorelle facciamo appello alla solidarietà internazionale e l’amicizia tra i popoli, al fine di evitare guerre e provocazioni e interferenze che minano la sovranità e la pace dei nostri popoli, attuate dall’imperialismo attraverso i suoi settori più reazionari delle classi dominanti.

Per l’unità delle forze progressiste per ottenere migliori condizioni di vita, le donne che hanno fatto la storia ieri e noi che la facciamo oggi, sotto le bandiere dei tempi nuovi agiamo con modalità politiche differenti, ma con un obiettivo comune: la lotta contro l’imperialismo e la piena emancipazione delle donne e degli uomini in un mondo più giusto.

[Trad. a cura di Ada Donno]

L’Alba fronteggia gli Stati uniti

di Geraldina Colotti – il manifesto

19mar2015.- Venezuela. La diplomazia di pace dell’America latina si mobilita contro il decreto Obama

L’Alleanza boli­va­riana per i popoli della Nostra Ame­rica (Alba) ha respinto com­patta le san­zioni degli Usa con­tro il Vene­zuela. Il docu­mento finale, pro­dotto dal ver­tice straor­di­na­rio che si è tenuto a Cara­cas, ha espli­ci­tato le ragioni del soste­gno al governo di Nico­las Maduro, defi­nito da Obama «una minac­cia straor­di­na­ria alla sicu­rezza degli Stati uniti». L’Alba chiede agli Usa di «aste­nersi» dall’intervenire negli affari interni degli altri paesi, e invita Obama a rian­no­dare il dia­logo. Per que­sto, pro­pone un «gruppo di faci­li­ta­tori del nostro emi­sfero e delle sue isti­tu­zioni (Celac, Una­sur, Alba-Tcp e Cari­com) per alle­viare le ten­sioni e garan­tire una riso­lu­zione ami­che­vole». Un gruppo subito ope­ra­tivo, coor­di­nato dal mini­stro degli Esteri ecua­do­riano Ricardo Patiño. I pre­si­denti dell’Alba (Cuba, Vene­zuela, Ecua­dor, Boli­via, Nica­ra­gua, Domi­nica, Gra­nada, San Cri­sto­bal e Nie­ves, Saint Vin­cent e Gre­na­dine, Anti­gua e Bar­buda, Suri­name e Santa Lucia) riba­di­scono il loro fermo appog­gio al Vene­zuela boli­va­riano «che non costi­tui­sce una minac­cia per nes­sun paese, ma è una nazione soli­dale che ha dimo­strato la sua volontà di coo­pe­ra­zione con i popoli e i governi di tutta la regione, e rap­pre­senta una garan­zia per la pace sociale e la sta­bi­lità del nostro con­ti­nente». L’Alba denun­cia anche la «feroce cam­pa­gna media­tica inter­na­zio­nale» tesa a scre­di­tare la rivo­lu­zione boli­va­riana, con l’obiettivo di «creare le con­di­zioni per un inter­vento sem­pre più mar­cato e lon­tano dalla solu­zione paci­fica dei contenziosi».

Una cam­pa­gna che si inse­ri­sce nel più gene­rale attacco dei poteri forti con­tro l’intero campo pro­gres­si­sta del Lati­noa­me­rica, per cui il blocco regio­nale esprime il pro­prio appog­gio anche al Bra­sile di Dilma Rous­seff e all’Argentina di Cri­stina Kirch­ner. «l’America latina e i Caraibi — dice il docu­mento — sono Zona di pace, uno spa­zio in cui le nazioni pro­muo­vono pro­cessi di inte­gra­zione e rela­zioni di ami­ci­zia, con l’obbiettivo di per­se­guire ulte­rior­mente la mas­sima feli­cità pos­si­bile dei nostri popoli» come auspi­cato dal Liber­ta­dor Simon Boli­var. L’Alba chiama per­ciò alla mobi­li­ta­zione «i movi­menti sociali, ope­rai, stu­denti, con­ta­dini, indi­geni, donne» affin­ché spie­ghino «al mondo e ai popoli della Nostra Ame­rica che il Vene­zuela e il governo legit­ti­ma­mente eletto del pre­si­dente Nico­las Maduro non sono soli e che una nuova aggres­sione impe­riale avrebbe con­se­guenze nefa­ste per la sta­bi­lità della regione».

Gli Stati uniti — ha affer­mato in quella sede il pre­si­dente cubano Raul Castro — «devono capire che è impos­si­bile sedurre o com­prare Cuba o inti­mi­dire il Vene­zuela. La nostra unità è indi­strut­ti­bile». E suo fra­tello Fidel ha inviato per l’occasione una seconda let­tera a Maduro, lodan­done il corag­gio per aver impo­sto a sua volta san­zioni ai fun­zio­nari Usa in base all’effetto di reci­pro­cità. Uno sco­glio non da poco nei nego­ziati in corso tra l’Avana e Washing­ton in vista di un pos­si­bile «disgelo». Una que­stione aperta sul pros­simo ver­tice delle Ame­ri­che, che si terrà a Panama il 10 aprile. E men­tre molti intel­let­tuali e movi­menti invi­tano i paesi pro­gres­si­sti a diser­tarlo, il campo legato agli Stati uniti vor­rebbe espun­gere la que­stione dal sum­mit, men­tre la diplo­ma­zia dell’Alba e degli altri bloc­chi regio­nali soli­dali col Vene­zuela spinge per far rien­trare il decreto Obama. Un altro segnale di dia­logo, potrebbe pro­ve­nire dall’elezione dell’uruguayano Luis Alma­gro (Frente Amplio) alla dire­zione dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa).

Appa­ren­te­mente, le san­zioni sono rivolte a un gruppo di fun­zio­nari che avreb­bero «vio­lato i diritti umani dell’opposizione». I media della destra vene­zue­lana hanno però for­nito un lungo elenco già prima che arri­vas­sero le san­zioni e pro­spet­tato un dise­gno ben più ampio, fino all’intervento armato. Alcune clau­sole con­te­nute nel dispo­si­tivo potreb­bero aprire la porta a un blocco eco­no­mico che mira alle atti­vità delle raf­fi­ne­rie vene­zue­lane Cigto in Nor­da­me­rica. In modo diretto o indi­retto, si potrebbe com­pli­care o impe­dire anche l’invio di far­maci e ali­menti. Diversi opi­nio­ni­sti, tra i quali Igna­cio Ramo­net, temono uno spo­sta­mento del fal­li­men­tare blocco Usa con­tro Cuba sul Venezuela.

Ieri, nel paese, è comin­ciata la rac­colta di firme «Obama ritira subito il decreto», che si pro­pone di rag­giun­gere 10 milioni di ade­sioni. Una peti­zione ana­loga cir­cola già su change​.org e per oggi è pre­vi­sto un twitt mon­diale di soli­da­rietà. In Vene­zuela, tutte le cate­go­rie sociali hanno rispo­sto all’appello dell’Alba, a comin­ciare dagli ope­rai del set­tore petro­li­fero. E mani­fe­sta­zioni per chie­dere a Obama il ritiro del decreto si stanno svol­gendo in diversi con­ti­nenti. Anche in Siria cen­ti­naia di mani­fe­stanti hanno sfi­lato per soste­nere il governo boli­va­riano e, negli Stati uniti, il Bronx — i cui poveri si scal­dano con il com­bu­sti­bile ero­gato gra­tui­ta­mente dal Vene­zuela attra­verso Cigto — è tor­nato a innal­zare i car­telli pro Maduro.

¿Por qué Barack Obama ataca a Venezuela?

La nación sudamericana lejos de representar una amenaza para la seguridad de Estados Unidos, promueve la cooperación y las relaciones de solidaridad entre naciones

img_90491426360120Por Alí Rodríguez Araque

El presidente de la mayor potencia militar en la historia de la humanidad, Barack Obama, abrió una nueva fase de la intervención yanqui en Venezuela pues, según él, nuestro país representa una “amenaza inusual y extraordinaria” para la seguridad de Estados Unidos. Con el cinismo característico de los voceros imperialistas, el agresor quie­re presentarse como víctima. ¿Cuál es en verdad la realidad?

El pueblo venezolano es un pueblo pacífico. La única experiencia que registra la historia sobre la salida de fuerzas armadas venezolanas más allá de las fronteras, data del siglo diecinueve, cuando las tropas dirigidas por el Libertador Simón Bolívar, salieron a luchar, junt­o a los pueblos de Colombia, Perú, Ecuador y Bolivia, por la independencia, del imperio colonial es­pa­ñol. Nunca, desde entonces y hasta el presente, se ha conocido la presencia de nuestros soldados fuera de nuestra fronteras, salvo en ocasionales invitaciones a desfiles co­mo los que se escenifican en aniversarios como, por ejemplo, de la Ba­talla de Ayacucho.

Pero ¿a cuento de qué viene esta queja del señor Obama? ¿Es creíble el absurdo de que un país como Ve­nezuela pueda amenazar a una su­perpotencia como Estados Uni­dos?

El gobierno yanqui, desde los mismos días en que el comandante Hu­go Chávez se perfilaba como claro ganador en las elecciones ve­ne­zolanas de 1998, desató gigantescas campañas para presentar una imagen groseramente deformada del líder que se insurgía co­mo un hombre que encarnaba las tradiciones patrióticas de nuestro pueblo y su firme compromiso con la causa popular.

Una vez que asume la presidencia, la campaña se arreció. Pero ya no solamente en términos de propaganda, sino de acciones para derrocarlo. Financiaron y coordinaron conspiraciones y golpes de Estado que fueron derrotados por la rápida movilización popular y los sectores patrióticos ampliamente mayoritarios dentro de la fuerza armada na­cional.

Pero no han cesado de fi­nanciar y promover conspiraciones, así como todo género de actividades para desestabilizar y provocar el fracaso de los gobiernos bolivarianos, tanto de Chávez como de Nicolás Maduro. Fra­ca­saron y si­guen fracasando. Aun así, no rectifican. El sector más violento y más atado a los intereses de Estados Uni­dos, impone su política a los más tibios.

Ahora bien, cuando hablamos de los intereses de Estados Unidos, entre otros, nos referimos a las más grandes reservas petroleras del mundo y a la posición geopolítica de Ve­ne­zuela. Dos factores estratégicos de primer orden que preocupan al im­perio cuando se trata de un gobierno patriótico que claramente se re­conoce como socialista. Por pa­trio­tas, Hugo Chávez y Ni­colás Maduro han sostenido una política nacional en el ejercicio de la propiedad sobre nuestro principal recurso natural. Pero, además, han impulsado una política de unidad de la Orga­ni­za­ción de Países Expor­tadores de Petróleo (OPEP), ente contra el cual las grandes potencias consumidoras de energía han maniobrado desde los tiempos de Henry Kissinger, tratando de destruirlo. Y casi habían logrado su objetivo cuando Hugo Chávez entra en el escenario petrolero mundial frustrando tales planes a los cuales servían gobiernos serviles.

Chávez y Maduro, por socialistas consecuentes, han aplicado políticas de distribución del ingreso, ya no para enriquecer a sectores privilegiados de Venezuela y de ca­pital extranjero, sino para mejorar de ma­nera consistente, las condiciones de vida del pueblo venezolano.

La mejoría en las condiciones ma­teriales de existencia del pueblo ve­nezolano y las políticas soberanas que caracterizan al gobierno, han hecho de Venezuela, un país fuerte, no tanto por sus riquezas como por su entereza bolivariana.

Pero, además de las políticas de cara al interés nacional, el comandante Hugo Chávez irrigó, literalmente, las semillas de la integración de Nuestra América que yacían dor­midas desde los tiempos de Bolívar. Nacieron así, Alba, Petro­ca­ribe, Unasur, Celac. Bajo su liderazgo, Bolívar dejó de ser reliquia para la veneración y cobró, de nuevo, vida real. Fue discurso, cierto, y muy inspirado, pero también fue acción concreta. De nuevo Nuestra América ha comenzado a ser, ya no solo una nación en sí, una nación que simplemente se conforma con existir, sino una na­ción para sí, es decir, una nación cada vez más consciente del enorme potencial que representa la unión y de la impresionante riqueza que aloja tanto su suelo como, principalmente, el poder creador de su pueblo.

Esto es lo que considera Obama una “amenaza inusual y extraordinaria” para la seguridad de Estados Unidos. Dentro de su lógica ¿deberíamos ser entonces débiles y sumisos, ensimismados en nuestros pro­blemas cotidianos? ¿De­bería­mos, en suma, dejar de ser bolivarianos, ser gente sin principios, sin dignidad para merecer el reconocimiento del imperio?  Cualquier co­mentario resultaría tonta necedad.

Obama: «Venezuela minaccia per la sicurezza nazionale»

di Geraldina Colotti – il manifesto 

10mar2015.- Maduro nomina ministro degli Interni giustizia e pace un generale sanzionato da Washington

«Il Vene­zuela è una minac­cia per la sicu­rezza nazio­nale degli Stati uniti». Così, senza paura del ridi­colo, si è espresso il pre­si­dente Barack Obama. Il Vene­zuela di Nico­las Maduro — ha aggiunto — è una minac­cia «inu­suale e straor­di­na­ria» per la poli­tica estera nor­da­me­ri­cana. Un peri­colo per­sino per la «salute del sistema finan­zia­rio» Usa.

Le Forze armate vene­zue­lane non par­te­ci­pano a mis­sioni di guerra, né accet­tano sul pro­prio suolo basi stra­niere. Il socia­li­smo boli­va­riano esporta petro­lio a prezzi soli­dali e invia aiuti uma­ni­tari senza con­tro­par­tita, pren­dendo rischi in prima per­sona. E’ acca­duto così dopo il mas­sa­cro di Israele a Gaza, quando il pre­si­dente Maduro ha con­vinto l’Egitto a lasciar pas­sare degli aerei inviati da Cara­cas con cibo e medi­ci­nali. Ha otte­nuto di por­tarli diret­ta­mente a Gaza. Una bomba israe­liana è caduta vicino al veli­volo, che però è riu­scito a ripor­tare a Cara­cas bam­bini pale­sti­nesi feriti per poterli curare. All’interno dell’Alba, l’Alleanza boli­va­riana per i popoli dell’America, il Vene­zuela si è mosso per disin­ne­scare tutti i deva­stanti con­flitti inter­na­zio­nali, pro­po­nendo un cam­mino di pace: dalla Libia, alla Siria, al con­flitto israelo-palestinese.

Da anni, attra­verso un pro­getto orga­niz­zato con le suc­cur­sali della petro­li­fera di stato Pdvsa negli Stati uniti, il Vene­zuela manda com­bu­sti­bile gra­tuito ai poveri del Bronx, che hanno riser­vato un’accoglienza calo­rosa a Maduro, come prima ave­vano fatto con Cha­vez. In che modo una poli­tica di pace può costi­tuire una minacca per gli Stati uniti? In che modo la sovra­nità di un pic­colo paese lati­noa­me­ri­cano ancora non com­ple­ta­mente svi­lup­pato può rap­pre­sen­tare un peri­colo per la poli­tica estera degli Usa? Que­sto Obama non lo ha chia­rito, limi­tan­dosi a for­nire un elenco di 7 fun­zio­nari vene­zue­lani, san­zio­nati per aver «vio­lato i diritti umani».

Al primo posto, la magi­strata che accusa alcuni mem­bri dell’opposizione come la ex depu­tata filo-atlantista (e gol­pi­sta), Maria Corina Machado. Machado, grande amica di George W. Bush, è stata in prima fila nel colpo di stato con­tro Hugo Cha­vez, nel 2002, ma suc­ces­si­va­mente amni­stiata dall’ex pre­si­dente vene­zue­lano insieme a un altro inqui­sito, Leo­poldo Lopez. Quest’ultimo, secondo i docu­menti pub­bli­cati dal sito Wiki­leaks, era a libro paga della Cia da almeno 10 anni, e ha con­ti­nuato a rispon­dere ai suoi padrini per ogni ope­ra­zione poli­tica. Come ha docu­men­tato l’informazione indi­pen­dente, la lunga mano delle agen­zie per la sicu­rezza Usa ha costruito il golpe con­tro Cha­vez e ha con­ti­nuato a forag­giare le sue ema­na­zioni a Cara­cas come nel resto dell’America latina. Finan­zia­menti ero­gati — spiega ogni anno il Con­gresso — alle orga­niz­za­zioni «per la difesa dei diritti umani». Quelle stesse che hanno orche­strato la gigan­te­sca cam­pa­gna media­tica con­tro il governo Maduro: fal­sando dati e capo­vol­gendo schemi, e silen­ziando la voce dei parenti delle vit­time delle vio­lenze orche­strate dall’estrema destra venezuelana.

«La minac­cia del cha­vi­smo in Europa», hanno tito­lato i grandi gior­nali spa­gnoli con­tro Pode­mos, come prima ave­vano fatto in Gre­cia con­tro Tsi­pras («il Cha­vez dei Bal­cani, secondo la stampa Usa»). La «minac­cia «inu­suale e straor­di­na­ria» sarebbe quella dell’esempio pro­ve­niente da un paese che custo­di­sce le prime riserve di petro­lio al mondo e che ha deciso di far pagare le grandi imprese per tute­lare i diritti sociali? Così la vedono i movi­menti e le sini­stre, che espri­mono soli­da­rietà al Vene­zuela socia­li­sta, den­tro e fuori l’America latina: e che temono l’arrivo di un golpe, dopo quello sven­tato di recente, orche­strato, secondo un video dif­fuso, ancora una volta negli Usa.

Duris­simo il com­mento dell’intellettuale argen­tino Ati­lio Boron: «Obama, figura deco­ra­tiva della Casa Bianca, inca­pace di impe­dire che un ener­gu­meno come Neta­nyahu si diri­gesse a entrambe le camere del Con­gresso per sabo­tare le con­ver­sa­zioni con l’Iran sul nucleare ha rice­vuto un ordine impe­ra­tivo dal com­plesso mili­tare– industriale-finanziario per creare le con­di­zioni che giu­sti­fi­chino un’aggressione armata al Vene­zuela». Da Cuba, Fidel Castro ha appog­giato la presa di posi­zione dell’Avana scri­vendo una let­tera di soli­da­rietà per­so­nale a Maduro.

Maduro ha rea­gito con orgo­glio, nel solco di quanto aveva già fatto dopo la minac­cia Usa di «tor­cere il brac­cio» al socia­li­smo: ha con­vo­cato l’incaricato d’affari Usa, ha pro­cla­mato «eroi» i fun­zio­nari san­zio­nati e ne ha nomi­nato uno, il gene­rale Gustavo Gon­zá­lez López come mini­stro degli Interni.

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