Aleksej Mozgovoj

1780891_663742510421027_3964487394144871331_ndi Aleksej Bogachev – kprf.ru

Il leggendario comandante dei combattenti antifascisti del Donbass, Aleksej Mozgovoj, è stato vigliaccamente ucciso in un attentato.

Per ricordare la figura di Mozgovoj, il sito del Partito Comunista della Federazione Russa ha ospitato un articolo, in cui vengono illustrate le ragioni che motivavano il suo coraggioso impegno.

“Mentre ci opponiamo con le armi al genocidio del popolo russo sul territorio dell’ex Ucraina, come nessun altro avvertiamo la mancanza di norme legali che riguardino la più grande  nazione  divisa al mondo” – si legge in un documento firmato dai comandanti popolari. “E nonostante la differenza dei termini “maledetto moskal” (“moskal” è termine usato in modo dispregiativo per indicare i cittadini russi e russofoni in Ucraina, ndt) e “popolazione di lingua russa”, la tendenza appare una sola: la spersonalizzazione e la disintegrazione del popolo russo… Il tempo ha dimostrato che solo in presenza di un progetto nazionale e del consolidamento del popolo russo è possibile rispondere alle minacce che dobbiamo affrontare oggi” (http://www.regnum.ru/news/polit/1926116.html).
Il nemico ha assassinato uno dei più popolari difensori dell’idea di civiltà russa. Ma Mozgovoj non ha difeso solo l’idea russa, ma anche, in una certa misura, l’idea sovietica! E’ stato uno dei pochi che, con decisione e apertamente, si è opposto al potere degli oligarchi e si è espresso per la lotta di classe. Così, in una teleconferenza con Kiev aveva chiaramente dichiarato: “Noi stiamo combattendo… ma non contro il popolo ucraino. Noi combattiamo soprattutto per la giustizia, per l’onestà, affinché non esista l’oligarchia nella nostra società e non eserciti il potere, perché affari e potere rappresentano una miscela pericolosa”.

[Traduzione dal russo di Mauro Gemma – Marx21.it]

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Una proposta democratica e antifascista per l’Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli

di Gianmarco Pisa

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell’epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.

La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l’aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall’inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.

L’Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l’hanno accompagnata nel corso dell’inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell’insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.

Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale – a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all’Europa Centrale – ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all’Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l’Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).

La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all’Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l’Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l’Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d’ufficio.

Si intravedono dunque, sin dall’inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell’Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all’esplosione della crisi successiva.

In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell’ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l’assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l’avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell’Europa.

L’assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell’Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all’uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l’intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.

Non che la violenza, nell’Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l’apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l’inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.

Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all’indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l’insegnamento e l’uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull’intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.

Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell’orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l’esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.

Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell’intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.

Solo per alcuni aspetti, si diceva all’inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un’istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell’imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall’altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.

Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l’occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e …domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.

Io, la Banda Bassotti e un viaggio ai confini dell’Ucraina

di Maurizio Vezzosi

Il viaggio della Banda Bassotti e della Carovana antifascista al confine tra Russia e Ucraina. I concerti, la solidarietà, la frontiera da non oltrepassare.

È domenica pomeriggio, e camminando quasi si suda: fa caldo a Donetsk, cittadina di cinquantamila abitanti del sudovest russo, omonima della più nota Donetsk nei territori dell’Ucraina orientale al centro delle contese tra esercito di Kiev e milizie popolari della Nuova Russia. Nonostante a pochi chilometri di distanza si combatta l’atmosfera appare quella di un piacevole fine settimana quasi estivo. Niente a che fare con il già severo autunno moscovita. Nel piccolo centro del meridione russo a ridosso del confine è arrivata da qualche giorno la carovana antifascista promossa dalla Banda Bassotti, che alloggia in un complesso un tempo utilizzato dai Pionieri del Pcus per i campi estivi ed altre attività.

Ad accogliere la carovana all’entrata del complesso c’è un grande cartellone di epoca brezneviana: «La salute è la nostra principale ricchezza». Appena il tempo di assaporare questa madelaine che la nostra mente è già alla ricerca del tempo perduto. Tempo che non ritorna, cantava qualcuno. Un tempo da alcuni mai vissuto, ma che ha avuto per tutti il sapore amaro della sconfitta, dentro una Storia di cui si è decretato la fine un paio di decenni or sono, facendo sprofondare le vecchie e le nuove generazioni in un sonno senza sogni.

Eppure, poco distante come a migliaia di chilometri, si combatte.

L’arredamento del posto è quello originale, probabilmente con la sola differenza delle singolari tinte (rosa e celeste) utilizzate per il rinnovo delle pareti. Originale è anche la nostra colazione, non esattamente mediterranea: uova fritte, pane col burro, cetrioli e wurstel accompagnati da tè o succo ai frutti rossi.

Mentre facciamo per allontanarci dal complesso sopraggiunge una chiassosa comitiva, che precede di poco l’arrivo di una sfarzosa macchina nunziale: salutiamo i due giovani sposi venuti a celebrare il loro pittoresco matrimonio nella chiesetta adiacente. Fuori cani, gatti, anatre e galline fanno da padroni, talvolta anche in mezzo alla strada, senza creare particolari problemi a nessuno. Poco distante una piazzetta: al centro un memoriale ai caduti dell’Armata Rossa. Qualcuno porta a spasso i bambini, altri discutono animatamente e gruppi di ragazzini improvvisano spericolate gare di velocità con le biciclette.

La piazzetta è ad appena dodici chilometri dalla frontiera: una riga grigia, crudele, tirata tra popoli legati da secoli di storia comune. Una frontiera che il 13 luglio scorso non ha impedito che alcuni colpi d’artiglieria dell’esercito ucraino cadessero in territorio russo, centrando un’abitazione della cittadina con il grave ferimento di due persone e la morte di un’altra. Una frontiera tra le più affollate sul confine orientale, dalle quali sono transitati centinaia di migliaia di profughi verso la Russia.

A Donetsk, non tutti sanno della carovana antifascista, e la nostra presenza suscita una certa curiosità tra la gente per strada.

Fermiamo il primo taxi che passa: alla guida un uomo come tanti, sulla cinquantina. Un’effige ortodossa sul cruscotto, il nastro di San Giorgio legato allo specchietto retrovisore. «Siamo italiani, siamo qui per sostenere la resistenza antifascista». Tace, annuisce, pur rimanendo pressoché impassibile dietro gli occhiali da sole. Ma non ci sfugge la sua emozione.

Dopo una serie di tortuosi sali-scendi sulle aride colline fuori città capiamo di essere arrivati a destinazione cominciando a scorgere una fila chilometrica di veicoli incolonnati. Furgoni, Volga, vecchie Lada, qualche utilitaria occidentale o asiatica di nuova generazione: ma sul lato destro della strada più che il modello dei veicoli salta all’occhio la quantità di oggetti che questi trasportano. Taniche di carburante, acqua, cibo.

A Lugansk, meno di venti chilometri dalla frontiera, la vita è dura.

Il tassista supera velocemente tutta la fila per arrivare davanti al punto di frontiera: «Voinà» (guerra), dice volgendo il capo al serpentone d’acciaio. Tira il freno a mano e ci ringrazia: «Spasiba». Obbiettiamo di non aver ancora pagato la corsa, ma fa cenno di no con la testa: gli occhi quasi gli brillano. Ci impuntiamo, e dopo una breve discussione buttiamo duecento rubli sul cruscotto. Accenna un sorriso, ma torna subito serio. Chiudiamo gli sportelli con i finestrini ancora abbassati, e questa volta il tassista lascia libero il suo sorriso, e ci saluta con la voce grossa: «No pasaran!». Attoniti per un istante replichiamo a nostra volta: «No pasaran!».

Una manovra, due colpi di clacson, e se ne va. Qualcuno alza il pugno chiuso, finendo per richiamare l’attenzione della gente in fila. «Italiani? Che ci fate qui?». Spieghiamo le nostre ragioni, e lo sforzo linguistico viene ricompensato da un immenso calore umano, a volte con abbracci e sorrisi, altre con la schietta sincerità degli sguardi induriti dalla sofferenza e dal dolore.

«La mia casa appena fuori Lugansk è nelle mani dei fascisti del battaglione Azov», ci racconta Vladimir, quarantasette anni, mentre tiene in mano un coltello serramanico e ne accarezza il filo della lama. Come tanti altri per guadagnarsi da vivere si è improvvisato tassista: dalla frontiera porta in città chi arriva a piedi o chi deve tornare indietro dopo aver fatto provviste.

Risaliamo il serpentone di mezzi incolonnati tra gas di scarico e la polvere delle colline dalle quali da secoli si estraggono minerali. Dietro una vecchia Lada carica di provviste e con alcuni pneumatici legati sul portapacchi spuntano i corni di una capra. Eccone un’altra, e un’altra ancora. E qualche metro più in là c’è Lisa, una vecchia contadina del posto: un fazzoletto legato intorno al viso coperto di solchi profondi che non coprono la dolcezza dei suoi tratti. «Che Dio vi benedica», esclama porgendoci il cesto di frutta che tiene in mano. Insiste, convincendoci a prendere con noi quattro o cinque delle mele che ha faticosamente raccolto. La salutiamo riprendendo a camminare di fianco alla fila di mezzi.

Il riflesso del sole che si abbassa sui vetri dei veicoli non copre la stanchezza e lo scoraggiamento di chi attende da ore di ritornare nell’inferno di casa propria.

Prendiamo un altro taxi, che ci accompagna nella piazza principale della cittadina, dove sta per suonare la Banda Bassotti. Sul lato destro della piazza il monumento di Lenin, la cui mano indica proprio il punto in cui viene allestito il palco: «Deduska Lenin» (nonno Lenin), ci dice qualche ragazzo ridendo. Il concerto viene accolto da un incredibile entusiasmo popolare.

Donne, uomini, ragazzi, vecchi e bambini. Nikolaj, sessantacinque anni, ci racconta la sua storia: è un chirurgo. Negli anni Settanta è stato inviato in Niger per una missione umanitaria. Colpito dalla nostra presenza, sul momento di salutarci mette mano al portafoglio e fa per darci dei soldi. «Il mio contributo», dice. Gli indichiamo alcuni punti di raccolta fondi per la Nuova Russia, ma scrolla la testa e insiste: «Per voi, per voi». Rifiutiamo.

Nel frattempo il sole tramonta, con due ore o più d’anticipo sul tramonto d’occidente. Torniamo nel complesso in cui siamo ospitati, dove ci aspetta una delegazione di miliziani venuta da Lugansk: si scusano. La situazione militare non offriva garanzie sufficienti per il passaggio oltre confine di tutta la carovana e per i concerti previsti in Nuova Russia.

Vengono consegnati aiuti e denaro, e la Banda Bassotti prende in mano gli strumenti. I cori delle canzoni di lotta risuonano nel silenzio dell’oscurità. Nelle Repubbliche popolari scatta il coprifuoco in un buio oceanico: la corrente elettrica scarseggia e l’illuminazione pubblica è pressoché inesistente. Un buio profondo, spesso squarciato dal fuoco dei missili Grad e Tornado, sparati con disinvoltura su abitazioni e luoghi pubblici dall’esercito ucraino.

Una notte in cui l’oscurità del cielo sommerge i nostri pensieri. Una notte abissale, vorticosa. Una notte nella quale si alzano dei lamenti che rompono il nostro sonno pesante. I lamenti di quelli che hanno pagato, quando l’unica moneta era il sangue da versare.

Benvenuti nel Donbass: il reportage

 di Dante Comani 

controlacrisi.org

Tutti gli anni nel giorno della Vittoria, a Donesk, viene organizzata una parata militare. Nessuna prova di muscoli ma solo una sfilata, molto partecipata, di reduci ma anche semplici cittadini, studenti, lavoratori che ogni 9 maggio si danno l’appuntamento per una commemorazione ancora molto sentita. In quell’occasione dal museo della memoria della città, un luogo che ricorda il prezzo che i sovietici pagarono per liberare se stessi e l’Europa dal nazismo, viene rispolverato un carro armato T34 parcheggiato per il resto dell’anno all’ingresso del museo. Questo cimelio, ancora funzionante, percorre poche centinaia di metri lungo le vie principali della città subito seguito dai reduci, sempre meno, e da figuranti con le divise storiche dell’armata rossa.

Questo gigante d’acciaio tra sbuffi, rumori assordanti e una coltre nera di fumo riesce sempre a garantirsi il suo quarto d’ora di celebrità, ma quello che fu un mezzo temibile che mise in crisi gli invincibili panzer con la croce di ferro di Guderian ormai riesce tutt’al più a impressionare i tanti bambini presenti alla parata. Se oggi vi capita di passare per Donesk, una città di un milione e mezzo di abitanti, quotidianamente bombardata dall’esercito ucraino e con interi quartieri ormai ridotti ad un cumulo di macerie, vi potrà capitare di incontrare lungo una delle principali arterie che collegano la città assediata, proprio quel T34 che, a 70 anni dalla sua ultima missione, é stato costretto, suo malgrado, a tornare in servizio. Perché a Donesk, come a Lugansk, come a Sloviansk, e nelle altre città dell’Ucraina orientale sembra di essere tornati alla Grande Guerra Patriottica. Non solo per i forti sentimenti antifascisti della totalità della popolazione del Donbass, che hanno trasformato questa guerra in un conflitto contro il male assoluto, ma soprattutto perché i mezzi e le armi in mano ai ribelli sembrano usciti da un set cinematografico sulla seconda guerra mondiale.

Non passa giorno, è vero, senza che i media occidentali non tirino fuori scoop, foto satellitari, dossier dei servizi di mezzo mondo, che provano il passaggio di corazzati, mezzi ad alta tecnologia e forze speciali dalla Russia. Di tutto questo naturalmente non viene fornita nessuna prova documentata eccezion fatta per qualche foto satellitare che ci mostra, rigorosamente dall’alto, dei rettangolini scuri che, solerti analisti dell’alleanza atlantica, ci dicono essere i micidiali aiuti militari inviati da Putin. Eppure, un osservatore imparziale o semplicemente più attento, basandosi unicamente sulle numerose immagini provenienti dalle tv di mezzo mondo, non faticherebbe ad accorgersi che le milizie popolari sembrano più la classica armata di straccioni che quella temibile macchina da guerra che si vuole far credere.

Un’armata efficiente, sia chiaro, ma con uomini in mimetica e scarpe da ginnastica, adolescenti imberbi con moschetti del 1940, mezzi improbabili adibiti a trasporto truppe, pezzi d’artiglieria antidiluviani. Insomma non bisogna essere usciti dall’accademia di West Point per capire che le tante elucubrazioni su un intervento mascherato di Mosca sono solo fantasie utili a chi fa il gioco della Nato. Facciamo a capirci. I militari russi presenti nel Donbass sono migliaia. Ma chi pensa che questi uomini siano li su incarico di Putin fa nella migliore delle ipotesi un torto alla realtà. Lo zar Putin sta trasformando la Russia e la sta preparando alle sfide geopolitiche che la attendono nei prossimi anni. Ma su questo, per ora, non vogliamo entrare. Quello che ci interessa è che l’esercito è una di quelle istituzione che è stata maggiormente interessata da questa riorganizzazione.

Decina di migliaia di militari dell’armata rossa tra i quaranta e i 60 anni sono stati negli ultimi anni messi in congedo forzato per fare spazio alle nuove leve uscite dalle accademie miliari. In gran parte veterani dell’Afghanistan, della Cecenia, dell’Ossezia, una intera generazione di combattenti si è ritrovata relegata ad un angolo con i saluti di Putin. Il conflitto in Ucraina ha rappresentato per questi uomini una nuova ragione di vita su di un livello però totalmente nuovo e cioè sulla difesa di una identità non banalmente etnica ma di valori. Migliaia di loro, infatti, hanno fatto propria la nuova bandiera della Novorossiya che qualche sciocco ritiene scandalosamente simile a quella confederata della guerra civile americana. In realtà questa bandiera è la fusione di due antiche bandiere rivoluzionarie, quella completamente rossa dei bolscevichi del 1917 e quella con la croce di s. Andrea blu su sfondo bianco issata sull’incrociatore Aurora che con i suoi colpi diede il via alla presa del Palazzo d’Inverno.

Una simbologia forte, chiara ed estremamente partigiana che non lascia spazio a dubbi di sorta. Sotto quella bandiera sono accorsi Russi, Uzbeki, Mongoli, kazaki tutti a combattere il nemico giurato di sempre. Per molti osservatori sono mercenari, ma si fa veramente fatica ad immaginare un mercenario senza stipendio, perché di questo si tratta. Il Donbass militarmente é diviso in 6 zone autonome l’una dall’altra. Ogni zona comprende diverse città e ha un suo comando della milizia. A questa spetta la difesa e la gestione delle migliaia di profughi che cercano riparo oltre confine.

A spiegarci questo è Andrey C., del comando del distaccamento di Lugansk, che ci accoglie con indosso una inequivocabile t-shirt con l’immagine del “Che”, in una stanza con le finestre in frantumi situata in quella che una volta era la sede del Comune. Da lui, scopriamo che le Repubbliche popolari che si sono costituite negli ultimi mesi nelle tre principali città del Donbass sono amministrate da “consigli” di cittadini, che, quello che rimane del comparto minerario, colpito chirurgicamente dall’esercito di Kiev, è autogestito anch’esso da consigli dei lavoratori che versano parte delle rimesse ottenute alla milizia e che a questa, oltre ai compiti di difesa viene demandata la questione degli approvvigionamenti e la non facile gestione dei flussi delle centinaia di migliaia di profughi che cercano rifugio in Russia. In realtà non c’è una grossa differenza tra questi organismi visto che tutti possono partecipare all’una come all’altra. Uomini e donne, di ogni età, li vedi effettivamente correre per le vie semi deserte abbigliati con uniformi variopinte, le caratteristiche magliette a righe orizzontali bianconere della marina, le mimetiche dell’esercito ucraino e russo saccheggiate nelle caserme occupate, le divise blu della polizia della città passata coi ribelli.

Un popolo in armi

Andrey ci dice che l’esercito ucraino continua a bombardare le città perché non ha il coraggio e la forza per entrare. «Questo non significa che siamo al riparo, anzi, forse in termini di vite sarebbe meglio uno scontro diretto fuori dai centri abitati ma purtroppo non siamo noi a deciderlo. Ci accusano di farci scudo con i civili ma qui ognuno ha fatto la sua scelta».

Quasi duecentomila profughi hanno potuto attraversare il confine russo grazie ad un corridoio che è stato reso sicuro, armi alla mano, proprio dalla milizia con costi umani elevatissimi.


«Abbiamo chiesto aiuto alla Comunità internazionale, alle Nazioni unite, alla Croce Rossa Internazionale, affinché garantissero loro un corridoio umanitario ma l’esodo dei civili verso il confine russo è stato oggetto di sistematici attacchi dell’aviazione e dell’artiglieria di Kiev. Un esercito che si accanisce in questa maniera contro i propri connazionali credo che non si sia mai visto in queste proporzioni».


Chi è rimasto, è rimasto per combattere. Come Vassiliy, un professore di letteratura delle scuole superiori, comanda una batteria composta da quattro ml 20, cannoni che sparano proiettili da 122mm. Armi temibili nel 1943, un pò meno oggi. La sua compagnia è composta da circa 40 persone e tra queste ci sono 8 suoi alunni. Questi, tutti 16enni, ci dicono che il fascismo è l’ebola del mondo ma nella Novorossiya hanno trovato la cura e ridono mostrandoci orgogliosi i loro moschetti Moisin Nagant del 1941.


Uno di loro ci dice che vinceranno la guerra, perché i Russi non cominciano mai le guerre, le vincono e basta. 
«Putin sta giocando una partita a scacchi con l’occidente». Si fa serio un altro. «Per un po’ di tempo noi siamo stati addirittura i pedoni ma si sa che il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Alla fine a forza di giocare tra diplomazie qui abbiamo fatto i soviet e questo di certo non è andato giù a nessuno».

«Dobbiamo molto alla Russia sia chiaro, anzi dobbiamo molto ai Russi. Sono i nostri fratelli. Ma noi non vogliamo annetterci alla Russia. Noi siamo la Novorossiya che vi piaccia o no».


Pavel C., maggiore siberiano dell’Armata Rossa è probabilmente l’unico militare vero del gruppo. «Qui ho ritrovato un motivo per combattere, nuovi compagni, non puoi non sentirti parte di qualcosa più grande di te. Io sono cresciuto e sono stato formato nel mito della lotta vittoriosa al fascismo e oggi può apparire incredibile ma sembra di essere ritornati indietro di 70 anni».


Il professor Vassily riprende la parola e ci dice che non è d’accordo con quanti paragonano il Donbass alla Spagna repubblicana.

«Innanzitutto non abbiamo le brigate internazionali e neanche un minimo di solidarietà. Tutto il mondo è contro di noi. Siamo noi i cattivi. Così cattivi che ci siamo portati la guerra in casa nostra, così dispotici che prendiamo le decisioni votando, così nostalgici che innalziamo al cielo con orgoglio bandiere ritenute bandite. Ma voi che fareste? Un giorno ci siamo svegliati e ci hanno detto che non potevamo più parlare russo, che gli amministratori che avevamo eletto dovevano essere sostituiti, che i contratti di lavoro andavano rivisti, le nostre miniere vendute all’estero, la nostra storia e i nostri simboli cancellati e abbattuti. Addirittura ai reduci di guerra sono state tolte le pensioni perché colpevoli di aver lottato dalla parte sbagliata. Vi sembrerà incredibile ma anche in quel frangente non abbiamo detto niente. Ma poi  c’è stata Odessa. Un massacro. E da quel momento abbiamo finito di essere Ucraini, per sempre».

La realtà è molto complessa. Per qualcuno non è così. Analisti d’accatto, giornalisti prezzolati, freelance (più lance che free), blogger tuttologi, sono categorie antropologiche che hanno sempre la soluzione sotto controllo, una capacità assoluta di interpretare e decodificare la storia e a volte anche la geografia. Per noi non è così, rimaniamo pieni di dubbi, di incertezze, soprattutto quando ci si trova di fronte a fatti epocali, che si percepisce influenzeranno quello che sarà il mondo nel prossimo futuro. Negli ultimi anni ne abbiamo lette e sentite di cotte e di crude ma, per nostra natura, abbiamo sempre preferito discutere e studiare senza contribuire a quella immane produzione di carta, non sempre elettronica, documenti, dossier, memorandum, che avevano la pretesa di spiegarci dove stava andando a finire questo mondo. Dalle primavere arabe all’Iraq, dalla Siria alla Palestina passando per i perenni conflitti centrafricani è stato detto e scritto tutto ed il contrario di tutto, un relativismo esasperato che ha giustificato e resa legittima qualunque posizione anche la più falsa e ignobile. Proprio come sta accadendo per il conflitto in Ucraina.

Noi ci siamo stati

Abbiamo visto e vissuto, seppur per poco tempo, la realtà drammatica di una guerra uguale a tante altre e abbiamo potuto misurare una partecipazione popolare senza precedenti nell’Europa del secondo dopoguerra. Ma il Donbass non è la Siria, né Gaza e non è neanche la Repubblica spagnola del ’36. Il Donbass è il Donbass. Anzi, per meglio dire, il Donbass è Novorossiya. Questo è uno punti fermi insieme a pochi altri: la natura profondamente antifascista del movimento nel Donbass, la novità dell’autogoverno di città con milioni di abitanti ed il tiepido e sempre più imbarazzato appoggio della Russia a queste esperienze.

Nell’Ucraina orientale si sta sperimentando qualcosa di nuovo, sotto le ceneri di una storia che sembrava definitivamente consumata riemergono le fiamme di simboli e pratiche dimenticati. Un popolo che si fa protagonista, circondato da forze preponderanti, schiacciato dalla forza della propaganda, oltraggiato e vilipeso anche e soprattutto da chi, in ogni parte del mondo, è sempre pronto a misurare il livello di radicalismo e a giudicare la bontà delle parole d’ordine altrui. Questo scarno resoconto è per quei compagni, per fortuna non pochi, che fin dall’inizio hanno saputo leggere la reale portata della crisi ucraina, le sue possibili ripercussioni e soprattutto la vera natura dei movimenti del Donbass.

Non basteranno centomila cornacchie urlanti dai loro siti a scalfire il nostro giudizio su quanto visto e su quanto ci aspettavamo di vedere. Lasciamo a loro il dibattito su mercenari e contractors russi, rossobrunismo, imperialismo russo, oligarchi, gas, zarismo. Per fortuna sono inutili come le loro tesi.

A Stakanov una città a pochi chilometri dal confine russo, una statua di Lenin, come di consueto, si erge nella piazza centrale. Sul basamento grigio di cemento armato, moltissimi studenti delle elementari, nelle settimane iniziali della crisi, avevano attaccato i loro disegni colorati. Alcuni di essi sono sopravvissuti alle intemperie e agli sconvolgimenti delle settimane successive. Su uno di questi, un Lenin sorridente e gigantesco, schiaccia un carro armato, su un altro afferra un missile con le mani salvando le case sottostanti ed i loro occupanti, su un altro ancora dei miliziani fanno la guardia alla sua statua circondata di bambini. E sono poco più che bambini anche i tre miliziani che fanno realmente la guardia alla statua del padre della Patria. Nel 2014 c’è ancora gente disposta a questo. Ma chi glielo fa fare? La risposta è su uno striscione bianco di una decina di metri proprio alla sinistra di Lenin: “ESLI PADAT’, TO VMESTE”, recita.

Se cadrai, cadremo insieme.


Benvenuti nel Donbass.

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