Bruxelles: dichiarazione finale de la Cumbre de los Pueblos

145b5c3d-02b5-4357-a55a-7a6036f3eeb6Belgio, 12giu2015.- Noi, Popoli dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Europa, riuniti nel Vertice dei Popoli, a Bruxelles i giorni 10 e 11 giugno del 2015, con oltre 1500 delegate e delegati, rappresentanti di 346 organizzazioni e movimenti sociali, provenienti da 43 paesi; all’interno di un dibattito unitario, fraterno e solidario, svoltosi attraverso conferenze e sette tavoli di lavoro

Dichiariamo: 

Il nostro appoggio all’integrazione regionale dell’America Latina e l’opposizione all’interventismo imperialista

  • Salutiamo e appoggiamo i processi di integrazione che prediligono e rafforzano l’autodeterminazione e la sovranità dei nostri popoli, così come l’ALBA, UNASUR e la CELAC che hanno rafforzato l’unità latinoamericana e che possono diventare un’ispirazione per un’integrazione europea di nuovo tipo che enfatizzi lo sviluppo economico, i diritti sociali e il benessere dei suoi popoli.
  • Esprimiamo il nostro fermo sostegno alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Territorio di Pace libero dal colonialismo. In questo senso, condanniamo l’implemento militare, le aggressioni e le minacce di ogni tipo che promuovono gli Stati Uniti e i suoi alleati contro la nostra regione attraverso l’istallazione di basi militari, centri di operazioni e istallazioni simili, che non hanno nessun altro tipo di giustificazione se non quella di un intervento militare contro i nostri Paesi. Per questo, esigiamo la chiusura di tutte le istallazioni militari statunitensi nella regione e ci appelliamo a una pace giusta e di lunga durata con giustizia sociale in Colombia.

Il nostro impegno è agire sul cambio climatico per proteggere l’ambiente

  • Il cambio climatico rappresenta la più grande minaccia che l’umanità affronta e che sta già danneggiando i popoli dell’America Latina. Il capitalismo neoliberale ha esacerbato enormemente la sostenibilità del pianeta, intensificando, invero, tutti i problemi associati con il cambio climatico. Lanciamo un appello per un accordo climatico che mantenga l’innalzamento della temperatura sotto i 1,5° celsius; che tenga conto del diritto di tutti a poter vivere una vita degna e sostenibile; che non limiti la capacità delle future generazioni nel soddisfare le proprie necessità; e che si basi sul principio della mutua responsabilità in relazione al cambio climatico. Sosteniamo un futuro libero dai combustibili fossili e basato sull’energia rinnovabile e ci opponiamo, pertanto, al fracking, le falde petrolifere di Alguitran e le perforazioni nell’Artico. Sosteniamo un programma integrale di riduzione netta di emissioni, che sia un impulso per i paesi in via di sviluppo affinché abbandonino l’estrazione di combustibili fossili e si concentrino, invece, in soluzioni sostenibili. Sosteniamo, inoltre, la giustizia ambientale attraverso una tassazione ecologica al commercio del petrolio e di altri combustibili fossili per finanziare, così, un Fondo Climatico Verde, oltre ad essere un strumento vincolante nei confronti di quelle compagnie multinazionali che si sono rese responsabili di non pochi abusi ai danni dell’uomo e dell’ambiente. E’ necessario prendere le debite distanze dalla agricoltura e pesca industriale dannose. Chiamiamo a rispettare i diritti delle nazioni e dei popoli, in particolare in America Latina, per poter vivere in armonia con la Madre Natura e di rispettare tutte le forme ancestrali di vita e di identità indipendente dei popoli e nazioni. Condanniamo il disastro del medio ambiente causato dalla Chevron ai danni di comunità locali in Ecuador, e condanniamo, inoltre, l’attacco e il giudizio contro il governo dell’Ecuador; appoggiamo, pertanto, la lotta di questi contro questa predona compagnia petrolifera. 
  • Sosteniamo il popolo cubano e la sua Rivoluzione, e salutiamo il ritorno a casa dei Cinque Eroi Cubani, prodotto della solidarietà internazionale e della instancabile lotta del suo popolo. Sosteniamo, inoltre, i passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso verso un dialogo basato sul rispetto reciproco con Cuba, così come il ritiro di Cuba dalla lista di quelli Stati patrocinatori del terrorismo, e nel quale non sarebbe dovuto mai esserci, ma nel contempo esigiamo l’abolizione totale, immediata e incondizionate del blocco genocida contro Cuba da parte del governo degli Stati Uniti, nonché la chiusura immediata della base navale di Guantanamo e, quindi, il ristabilimento incondizionato della sovranità cubana. 
  • Esprimiamo il nostro appoggio incondizionate e senza limiti alla Rivoluzione Bolivariana e al Governo legittimo capeggiato dal compagno Maduro e condanniamo i piani permanenti di destabilizzazione che si orchestrano alle sue spalle; finanziati e organizzati da organismi statunitensi. Condanniamo nella fattispecie l’ingiusto e immorale Ordine Esecutivo del Governo degli Stati Uniti che pretende catalogare la Repubblica Bolivariana del Venezuela come una minaccia alla sua sicurezza nazionale – e che ha visto la condanna unanime di tutti i Paesi di Nostra America – e chiediamo che questo venga subito derogato.
  • Condanniamo ogni genere di ingerenza degli Stati Uniti contro i Governi progressisti dell’America Latina e esigiamo che venga rispettata la sovranità e l’autodeterminazione della regione. Ci appelliamo a tutte le istituzioni dell’Unione Europea, così come ai suoi Stati membri a non essere complici dell’ingerenza statunitense contro l’America Latina, ma di adottare, invece, un comportamento e una politica di dialogo costruttivo verso la nostra regione. Per questo, condanniamo qualsiasi tipo di appoggio che tanto le istituzioni dell’Unione Europea che quelle dei suoi Paesi membri promuovono a favore della politica estera statunitense contro i governi progressisti dell’America Latina, come per esempio la Posizione Comune dell’Unione Europea verso Cuba.
  • Appoggiamo tutte le decisioni a favore dello sviluppo di economie nazionali indipendenti che possano interagire con il mondo sulla base dell’eguaglianza e con la ratio di impedire che l’ingiusto debito estero paralizzi la crescita e lo sviluppo. Appoggiamo e promuoviamo tutte le decisioni che si orientano nella costruzione di una democrazia partecipativa come base principale per la realizzazione dei diritti politici individuali e collettivi dei cittadini dell’America Latina. Per garantire i diritti umani di tutti, esigiamo il rispetto del diritto dei popoli dell’America Latina, Sovranità affiancata al rispetto del principio di non intervento deve essere la condizione essenziale per poter ottenere i diritti umani e dei popoli. Facciamo nostra la richiesta della Bolivia di vedersi riconosciuto l’accesso al mare. Appoggiamo, inoltre, la richiesta dell’Argentina sulla sovranità delle Isole Malvine e, pertanto, condanniamo il comportamento aggressivo del Regno Unito e l’espropriazione del petrolio. Applaudiamo l’iniziativa del Nicaragua e del Venezuela di inserire Porto Rico nella CELAC come dimostrazione che l’America Latina è un territorio libero dal colonialismo. 

Il nostro appoggio per una società basata sull’uguaglianza e la nostra opposizione al neoliberismo

  • Manifestiamo la necessità assoluta di costruire una nuova società, con giustizia sociale e equità di genere, con la partecipazione attiva dei giovani e dei differenti attori sociali, con la solidarietà come principio fondamentale per lo sviluppo integrale e sovrano dei nostri popoli. La maggior parte delle repubbliche latinoamericane si stanno orientando in siffatta direzione. L’America Latina sta promuovendo politiche progressiste che hanno ridotto al minimo la povertà, l’esclusione sociale, nello specifico nei confronti delle donne, le comunità afro-discendenti, i gruppi indigeni e le fasce maggiormente povere e marginalizzate. Appoggiamo totalmente la lotta dei poveri indigeni per il raggiungimento dei propri diritti sociali e culturali in tutto il continente. Esprimiamo, inoltre, la nostra solidarietà con i popoli dell’Africa e con le minoranze negli Stati Uniti che lottano contro l’imperialismo. L’integrazione dell’America Latina non può definirsi completa senza essere collegata con quella dell’Africa. 
  • Rifiutiamo il modello neo-liberale come soluzione ai problemi e alle necessità del nostro popolo, giacché ha dimostrato essere lo strumento perfetto per approfondire la povertà, la miseria, la disuguaglianza e l’ingiusta distribuzione. Vi è disgraziatamente una minoranza che insiste nel cercare di imporre il modello neo-liberale. Ci opponiamo all’austerità economica imposta dalla troika in tutta l’Unione Europea, là dove a beneficiarsi è solo l’1% più ricco della società e, ci opponiamo nello specifico all’austerità della troika contro il governo e il popolo greco. Condanniamo l’assedio e la pressione con cui la troika e le istituzioni dell’Unione Europea la sottomettono. Non per ultimo, l’Unione Europea appoggia e collabora nelle illegittime aggressioni militari contro nazioni sovrane in guerre costosissime che peggiorano e aggravano l’austerità contro i popoli dell’Europa. No alla partecipazione europea in guerre illegali.
  • Riaffermiamo la nostra lotta contro i trattati di libero commercio come il TLC, TPC, TISA e l’Alleanza del Pacifico, poiché rappresentano un attacco brutale contro i diritti sociali, democratici e politici dei lavoratori e dei popoli, là dove tali accordi si implementano. Nel contempo continuiamo a sostenere che il debito estero dei nostri Paesi è incalcolabile e impagabile, come illegittimo e immorale. 
  • Manifestiamo e convochiamo a una lotta globale in difesa delle nostre risorse naturali, la biodiversità, la sovranità alimentare, dei nostri beni comuni, della Madre Terra e dei diritti sociali. La lotta per l’impiego, il lavoro e un degno salario, la sicurezza sociale, le pensioni, ad un contratto collettivo nazionale, al diritto ad associarsi in sindacati, il diritto allo sciopero, il diritto alla salute sul lavoro, l’eliminazione del lavoro minorile e della schiavitù, e la giustizia con eguaglianza di genere. Tutto ciò è – e sarà – possibile se lavoriamo uniti con l’ambizione di costruire la più ampia coalizione di forze sociali e politiche che permetta di sostituire l’attuale blocco di potere neoliberale dominante per uno sociale e politico che difenda gli interessi dei nostri popoli e elevi i diritti sociali, politici, culturali e di identità dell’essere umano al centro del suo che fare. 

Il nostro appoggio per i diritti umani per i palestinesi

  • Condanniamo la persistente aggressione israeliana contro il popolo palestinese e chiamiamo l’Unione Europea e tutti gli stati membri, seguendo l’esempio della Svezia, a riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese e esigiamo la fine immediata e incondizionata del blocco contro Gaza così come il rispetto dei diritti umani, nazionali e culturali del popolo palestinese. 

No all’espansione della NATO 

  • Condanniamo energicamente la militarizzazione e l’aggressione della NATO in Europa orientale e in Ucraina per ampliare la sfera di influenza dell’UE e degli USA.

La nostra opposizione al razzismo e alla xenofobia

  • Condanniamo energicamente l’attuale politica sull’immigrazione dell’Unione Europea, la cui barbarie e carenza della più minima difesa del diritto alla vita, causa migliaia di morti nel Mar Mediterraneo e in altre parti. Condanniamo, inoltre, il razzismo, ogni volta sempre più prevalente, così come tutte le manifestazioni xenofobe che spesso i partiti europei di destra utilizzano con lo scopo di capitalizzare a livello elettorale e politicamente presentando un’immagine fallace delle comunità migranti e trasformandole come capro espiatorio nonché, la causa principale della disoccupazione, della mancanza di abitazioni e delle difficoltà economiche della società.

Il nostro appoggio per la trasformazione e il controllo dei mezzi di comunicazione 

  • Le gigantesche corporazioni dei mezzi di comunicazione di massa esibiscono uno dei più alti livelli di centralizzazione e concentrazione del capitale corporativo nel mondo e per questo rispondono a potenti interessi di corporazioni giganti che si oppongono diametralmente a ogni tentativo di affermazione della sovranità nazionale e di agende anti-neoliberali di qualsiasi governo del mondo. Questi mezzi sono un’arma potentissima di demonizzazione e di destabilizzazione dei processi progressisti in auge in America Latina. Per cambiare i mezzi di comunicazione di massa manca tuttavia un cambiamento netto nella società. Frattanto organizzeremo i nostri propri mezzi di comunicazione, a livello nazionale e internazionale, sulla base del comune interesse sociale. Il principio che regge i nostro mezzi sociali è di rimpiazzare l’ideologia neo-liberale dominante per un’ideologia progressista che abbia come filo di trasmissione lo sviluppo sociale e democratico, la partecipazione cittadina e i diritti sociali dei popoli.
  • Noi, i popoli della Nostra America e dell’Europa continueremo a lottare opponendoci a tutte le forme di discriminazione, pressione, sfruttamento, razzismo, esclusione e ingiustizia sociale; al neo-liberalismo e alle guerre imperialiste, lottando per la pace, l’eguaglianza, la democrazia partecipativa, la giustizia sociale; vale a dire, continueremo a lottare per costruire un mondo migliore. 

11 giugno 2015

Bruxelles, Belgio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani

Colombia: incostituzionale l’accordo con la Nato

da Russia Today

L’Alta corte della Colombia ha dichiarato incostituzionale l’accordo firmato tra il paese e l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) sulla cooperazione e la sicurezza delle informazioni

La Corte Costituzionale della Colombia ha definito incostituzionale l’accordo tra il paese sudamericano e la NATO dopo aver riscontrato irregolarità nel processo di applicazione di questo documento e trovato in esso molte lacune, secondo quanto riferito da Telesur. In particolare, ha ritenuto la norma non conforme alla legge perché durante il secondo passaggio in Senato la votazione non è stata eseguita in maniera nominale come esige il regolamento.

Di conseguenza, per questa ragione, così come a causa delle lacune nel suo contenuto, la Corte ha concluso definendo il documento «altamente problematico», vista anche la totale mancanza di chiarezza nel campo di applicazione dell’accordo.

L’accordo con la NATO è stato firmato il 25 giugno del 2013 a Bruxelles dall’allora Ministro della Difesa colombiano, Juan Carlos Pinzón, e dal Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen. Attraverso questo documento, fu ufficializzato lo scambio di informazioni classificate tra il governo colombiano e la NATO.

Questa decisione arriva dopo che lo scorso febbraio, la Procura Generale della Colombia ha chiesto alla Corte Costituzionale di dichiarare irricevibile l’accordo siglato nel 2003 dal governo con la NATO, in quanto non è stato chiarito quali siano effettivamente queste informazioni definite come ‘classificate’.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Dinucci: «Con il vuoto politico il problema è l’informazione»

carri_colonnada marx21.it

Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO

24 apr 2015 — All’interno della cornice della conferenza stampa #No Guerra #No Nato, Sputnik Italia ha intervistato il giornalista Manlio Dinucci

(a cura) di Sputnik Italia

– Lei ritiene che tra le attuali forze politiche ci sia l’opportunità di aprire un dibattito sull’adesione dell’Italia alla Nato, a fronte del protratto silenzio degli scorsi decenni?

Nell’ambiente politico non è assolutamente in discussione che la Nato serva a proteggere la nostra democrazia, come non è in dubbio che la più grande democrazia del mondo sia quella degli Stati Uniti d’America. La cosa ancora peggiore è che queste idee, in una sorta di rovesciamento di fronte, hanno trovato molto più spazio in quella che noi abbiamo finora definito la sinistra, che non nella destra.

Ricordiamo che quando si preparava la guerra alla Libia, Berlusconi cercava di frenare e poi fu sicuramente posto sotto pressione anche attraverso minacce a Mediaset. Berlusconi frenava sulla base non di uomo pacifista, ma di uomo d’affari che comprendeva che sarebbe stato un danno per il nostro paese rompere il patto d’amicizia e non aggressione con Gheddafi. Non dimentichiamoci che i portabandiera dell’attacco alla Libia furono Bersani e il PD, sotto l’egida del presidente Napolitano. Bersani, addirittura, accolse la partenza dei cacciabombardieri con la storica frase: “Alla buon’ora”. Porteremo avanti questa battaglia trasversale, però senza scoraggiamenti né facili ottimismi, perché agiamo all’interno di un vuoto politico, comprendente anche i vertici del M5S. Invece, tra gli aderenti e i militanti del Movimento potrebbe esserci spazio per creare una coalizione trasversale.

– Negli anni ’60 e ’70 era in corso un dibattito sull’Alleanza Atlantica nell’opinione pubblica e nel parlamento. Berlinguer disse che l’ombrello difensivo della Nato era più importante dell’ex Patto di Varsavia. Lei considera che questa dichiarazione possa aver in qualche modo bloccato il dibattito politico?

Sì, sicuramente, anche se qualcuno dei berlingueriani odierni nega che dovesse avere quel significato. Da un partito, il PCI, che aveva guidato una grande mobilitazione contro la NATO si passava a un partito che accettava la NATO come forma di ombrello di protezione. Fu sicuramente un tornante. La direzione del PCI allora era ancora nella fase di transizione, mantenendo ancora qualcosa delle sue radici. Ora quel filone storico non esiste più, ora abbiamo Renzi. In ogni caso, nella prima guerra del golfo, milioni e milioni d’italiani scesero in piazza. Ci fu una ribellione, e non fu guidata da nessun partito. Da allora a oggi noi abbiamo visto purtroppo una decrescita della capacità di mobilitazione e d’indignazione. Quando vedo i bombardamenti nello Yemen, donne e bambini che stanno morendo, oppure quando vedo foto del NYT di ieri, con la foto dell’inaugurazione del corso di tre battaglioni della guardia nazionale ucraina, da parte dei parà della 173esima brigata giunta da Vicenza con armi ed equipaggiamenti, e vedo la bandiera statunitense e ucraina sfilare davanti alle truppe col volto mascherato, elemento di chiara fede nazista perché destinati – una volta addestrati – a compiere stragi, io mi indigno davanti a tutto questo. Purtroppo questa capacità si è persa nel nostro paese. Noi ci troviamo a dover ricostruire livelli estremamente bassi e addirittura in un ambiente fondamentalmente ostile, e non solo del governo.

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A rischio le relazioni tra USA e Repubblica Ceca

milos-zeman-prezident-zofin-putin-rusko-kgbdi Mauro Gemma/Marx21.it

Dura polemica tra il presidente della Repubblica Miloš Zeman e l’ambasciatore USA a Praga

La decisione del presidente della Repubblica Ceca Miloš Zeman di accettare l’invito del presidente russo Putin a recarsi a Mosca in occasione delle celebrazioni del 70° anniversario della vittoria contro il nazifascismo, è stata l’occasione dell’innesco di una dura polemica con l’amministrazione statunitense che rischia di incrinare seriamente le relazioni tra i due paesi.

Con la solita arroganza che caratterizza l’atteggiamento statunitense nei confronti di chi dà segni di insofferenza nei confronti delle pretese egemoniche dell’imperialismo USA, l’ambasciatore a Praga Andrew Schapiro aveva criticato l’accettazione dell’invito russo da parte di Zeman, come “miope” e “imbarazzante”, dal momento che il presidente ceco sarebbe stato il primo capo di Stato di una nazione dell’Unione Europea a dichiarare di voler essere presente alla parata del 9 maggio a Mosca.
La reazione del presidente ceco non si è fatta attendere. Zeman ha così dichiarando senza mezzi termini, in un’intervista concessa al portale web Parlamentni Listy, che a nessun ambasciatore di altre nazioni sono permesse ingerenze accompagnate da avvertimenti in merito alle sue visite all’estero. “Temo che le porte del Castello di Praga saranno sbarrate all’ambasciatore”. Il Castello di Praga è la sede della residenza presidenziale. Una manifestazione di dignità e orgoglio nazionale che dovrebbe essere d’esempio anche per le nostre massime autorità di governo, che non hanno avuto nemmeno il coraggio di reagire a una sfacciata provocazione del presidente dell’Estonia che è arrivato a definire gli italiani (e i greci) “utili idioti di Putin”

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La liberazione di Tikrit è una “vittoria strategica dell’Iran”

da hispantv

Secondo il quotidiano britannico The Guardian, la liberazione della città irachena di Tikrit, capoluogo della provincia centrale di Salah al-Din, è una “vittoria strategica” per la Repubblica islamica dell’Iran.

«Gli Stati Uniti e il Regno Unito, mancano di una politica coerente e globale verso l’ Iran e l’ Iraq, ed ora sono ridotti a semplici spettatori, incrociamo le dita e speriamo per il meglio», riporta The Guardian.

Il quotidiano britannico, in un’analisi sul ruolo dell’Iran nelle operazioni per liberare Tikrit con l’espulsione del gruppo terroristico Isis (Daesh, in arabo), afferma che nella situazione attuale in Iraq, gli Stati Uniti e il Regno Unito sono diventati semplici “spettatori”.

Inoltre, cita il rapporto del capo di Stato Maggiore USA, il generale Martin Dempsey, che martedì scorso ha descritto come “positivo” il coinvolgimento dell’Iran nelle operazioni anti-Daesh. Le operazioni che, di fatto, aprono la strada per diventare, secondo Dempsey, una “vittoria strategica dell’Iran” in Iraq

Le osservazioni di The Guardian confermano le principali autorità politiche e religiose irachene sul ruolo cruciale della Repubblica islamica dell’Iran nella lotta anti-Daesh, al punto che «il sostegno dell’Iran ha impedito la caduta della capitale irachena, Baghdad».

Inoltre, Torhan Mazhar al-Mufti, consigliere del presidente iracheno Fuad Masum, ha sottolineato, oggi, che i successi e le vittorie ottenute finora dalle forze irachene nella lotta anti-Daesh sono il prodotto di un forte sostegno della Repubblica islamica dell’ Iran.

«Se vogliamo parlare onestamente del sostegno della Repubblica islamica dell’Iran all’ Iraq, soprattutto dopo gli attentati dell’Isis, dobbiamo ammettere che senza il suo aiuto l’ attuale situazione irachena sarebbe più grave», ha precisato Al-Mufti, in un’intervista al agenzia di stampa iraniana Irna.

Le operazioni per la liberazione di Tikrit e la pulizia totale di Salah al-Din dai terroristi sono state avviate la scorsa settimana per ordine del primo ministro iracheno, Haidar al-Abadi.

Nell’ambito di queste operazioni, le forze irachene, insieme con le forze di difesa popolare, sono riuscite a liberare molte città vicine  all’ area strategica di Tikrit e ora sono alle porte di questa città, considerata un ponte per la liberazione di Mosul, capoluogo della provincia nord-occidentale di Ninive che, per ora, è la roccaforte dei terroristi dell’Isis in Iraq.

Tuttavia, questi progressi non sono limitati aall’ offensiva in Salah al-Din, nelle ultime settimane sia l’esercito iracheno che le forze di difesa popolare hanno costretto Daesh a ritirarsi da varie parti dell’Iraq.

L’Isis aveva preso il controllo di vaste aree dell’Iraq, il 10 giugno scorso, portando l’attacco dalla Siria.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Palestinesi a Yarmouk protestano contro i terroristi

di Francesco Guadagni

Gli abitanti di Yarmouk, quartiere palestinese di Damasco, ieri, hanno manifestato contro la presenza dei terroristi nel campo che da 13 settimane impediscono l’arrivo degli aiuti umanitari sparando sui convogli dell’UNWRA, struttura dell’Onu per i rifugiati palestinesi.

Da quando la Siria è sotto attacco congiunto della NATO, israele, Turchia e Monarchie del Golfo, Yarmouk, grazie anche alla complicità di alcune fazioni palestinesi come Hamas, che hanno permesso l’ingresso dei terroristi nel campo, il quartiere simbolo dell’accoglienza e integrazione dei palestinesi nella Repubblica araba siriana, vive una terribile situazione umanitaria. Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, per 200 giorni, si è consumato lo stesso scenario, quando le bande armate hanno impedito l’ingresso degli aiuti umanitari e dei medici. Grazie ad un accordo tra le fazioni, si riuscì a consegnare cibo e medicinali ed a permettere che i più bisognosi di cure fossero ricoverati negli ospedali di Damasco.

In virtù del fatto che questa circostanza si è ripetuta, non per l’assedio dell’esercito siriano, la popolazione di Yarmouk, esasperata, è scesa in piazza.

Centinaia di manifestanti hanno protestato all’ingresso del quartiere per chiedere l’immediata uscita dei gruppi terroristici.

I partecipanti al raduno hanno condannato i crimini commessi da queste bande, sostenendo che i terroristi sono uno strumento per eseguire i piani del progetto americano-sionista in Siria e nella regione araba.

«Questo incontro ha lo scopo di accelerare il ritorno dei figli del campo, palestinesi e siriani, nelle loro case», ha dichiarato il presidente della commissione riconciliazione nel campo, Mohammad Oumari.

Sono utili alcune precisazioni su Yarmouk. Dai massacri della Nakba ad opera dei sionisti contro i palestinesi nel 1948 e che continuano fino ai giorni nostri, la Siria ha ricevuto milioni di rifugiati palestinesi a braccia aperte. Il paese ha ospitato la più grande popolazione palestinese in esilio in tutto il territorio.

Una delle più grandi comunità palestinesi in Siria è al campo profughi di Yarmouk, vicino Damasco, dove oggi vivono circa 20.000 palestinesi. Ma, come sottolinea l’analista politico Christof Lehmann, il termine “campo profughi” è fuorviante. Questo perché ai residenti palestinesi sono sempre stati concessi la cittadinanza siriana piena e i diritti civili. «Yarmouk è più di un sobborgo ordinario di Damasco, osserva Lehmann», ma ha uno status tecnico del campo profughi ai sensi del diritto siriano e internazionale. Questa è una misura della tradizionale ospitalità concessa sulla diaspora palestinese all’interno della Siria.

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«Gli USA hanno creato l’Isis per combattere Hezbollah»

da hispan.tv

L’ex comandante della NATO, il Generale statunitense,Wesley Clark, ha rivelato che il gruppo terroristico Isis (Daesh, in arabo) è stato creato dagli amici e dagli alleati degli Stati Uniti per combattere il Movimento di Resistenza Islamica in Libano, Hezbollah.

 «L’Isis è nato attraverso il finanziamento dei nostri amici e alleati», durante la guerra del Kosovo (1998-1999) ha dichiarato l’ex generale NATO, in una intervista alla CNN.

 A questo proposito, Clark ha aggiunto che se si cerca di combattere fino alla morte contro Hezbollah non si possono utilizzare cartelli e richiedere la partecipazione del popolo, ma bisogna  guardare ai fanatici e agli estremisti, perché «sono loro che sono a disposizione per combattere Hezbollah».

 Tuttavia, il ministro della Difesa degli Stati Uniti che ha parlato su richiesta del presidente USA, Barack Obama, il Congresso per autorizzare la lotta all’Isis, ha evitato di fornire ulteriori informazioni.

 Queste dichiarazioni di Clark si verificano dopo che, lo scorso ottobre, il vicepresidente USA, Joe Biden, assicurava che gli alleati degli Stati Uniti nella regione, in particolare la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, avevano partecipato al finanziamento del terrorismo.

«Il nostro problema più grande in Siria erano i nostri alleati nella regione (…) I turchi, i sauditi erano meravigliosi, e così anche gli emirati. Cosa ha fatto? Hanno inviato centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi a tutti coloro che hanno deciso di combattere contro il governo in Siria», affermò Biden.

Come ha poi spiegato il vicepresidente degli Stati Uniti, il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, gli aveva dato ragione, ammettendo errori quando doveva impedire il passaggio di terroristi in Siria attraverso il territorio turco.

L’ ex analista dell’Agenzia Nazionale di Sicurezza degli Stati Uniti NSA, Edward Snowden, ha rivelato lo scorso agosto che il Daesh è stato creato attraverso una collaborazione tra i servizi di intelligence degli Stati Uniti, Regno Unito e il regime israeliano.

Inoltre, l’ex Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha confessato, nelle sue memorie, che il gruppo Daesh è stato formato da Washington per raggiungere i suoi obiettivi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Libia 2011: troppi ignavi mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

di Marinella Correggia – Spondasud.it

Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che – veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein. Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone anti-Nato e antiguerra filo-Nato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Nazi-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chávez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10 mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chávez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia… E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.

La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. Nemmeno una multa.

Nucleare siriano ed Hezbollah: Dove vuole arrivare Der Spiegel?

da al manar

Era una storia dimenticata, ma è sempre importante valutare le reali intenzioni della sua pubblicazione.

 La Siria è in fiamme, in una situazione economica disastrosa, mentre il suo governo è interamente investito in una guerra contro i terroristi nei quattro angoli del paese, è probabile che ci voglia tempo per costruire un complesso per sviluppare armi nucleari.

Questo è Der Spiegel, settimanale tedesco, che racconta questa storia nel suo numero di sabato, affermando di essersi basata su “materiale esclusivo”: immagini satellitari e le conversazioni intercettate dai servizi segreti.

 Il giornale ha anche dato un nome in codice per il presunto sito nucleare: “Zamzam” (dal nome del pozzo d’acqua che sgorgava alla Mecca, per permettere al Profeta Ismail di bere, essendo piccolo). È stato rivelato anche il luogo, nella parte occidentale del paese, vicino alla città di Al-Qusayr, vicino al confine libanese.

Der Spiegel sembra essere ben a conoscenza di ogni piccola attività del governo siriano su questo complesso: «Ha trasferito 8.000 barre di combustibile per il sito, prima segreto, di Al-Kibar», ha scritto.

Questo sito è stato distrutto nel 2007 da un raid aereo da parte di Israele (che non ha mai confermato l’attacco) con il pretesto che ospitava un reattore nucleare clandestino.

E, inoltre, il settimanale tedesco sa che ci sono esperti nordcoreani e iraniani coinvolti nel progetto “Zamzam” e che Hezbollah avrà la custodia.

 La questione non è di sapere dove Der Spiegel ha tratto questa storia.

La stampa tedesca, come altre dei paesi occidentali (e arabo), è «una rete di collegamento di propaganda della NATO», secondo qualcuno che la conosce molto bene, l’ex direttore del giornale  Frankfurter Allgemeine, Udo Ulfkotte. Costui l’accusa di propaganda mediatica, di manipolazione diretta o velata, di reportages rubati, di falsificazione dei sondaggi, nel suo lavoro con il grande pubblico.

 I siriani non si lasciano ingannare

«Dire, come fa Der Spiegel che la Siria sta cercando di costruire una centrale nucleare è una menzogna e una pretesa ridicola», ha risposto l’agenzia di stampa ufficiale siriana, Sana.

«La Siria nega le accuse (..) che fanno parte del complotto che mira, attraverso una campagna di inganno, di fare pressioni su di essa e coinvolgere le forze regionali e internazionali in un attacco al paese», ha aggiunto l’agenzia Sana.

Il fatto che Der Spiegel pubblichi una storia nell’attuale situazione siriana ci porta ad essere sospettosi sulle reali cause di tale pubblicazione.

È giusto ricordare che Der Spiegel è stato il primo supporto a pubblicare, nel 2009, le informazioni raccolte dal Tribunale speciale per il Libano che accusavano Hezbollah di essere dietro l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri.

Le informazioni, pubblicate in momento clou delle elezioni parlamentari libanesi, nelle quali Hezbollah era il probabile vincitore, apprestandosi a guadagnare un gran numero di seggi parlamentari, si sono rivelate essere l’accusa che il TSL ha adottato. Tra queste due date, si è cercato di mettere il movimento di resistenza libanese con le spalle al muro per indebolire il Libano come attore sulla scena regionale.

Nel caso della Siria, dato che Damasco ha smantellato il suo arsenale chimico, gli occidentali hanno perso un alibi per molestare, estorcere concessioni, e di minacciarla costantemente di intervenire.

Più tardi, la morsa dell’Isis e l’esecuzione di ostaggi occidentali, utilizzati come pretesto per giustificare gli attacchi americani in Siria. Ma sono limitati nello spazio e indeboliscono soltanto il nemico numero uno del governo siriano.

Alcuni osservatori già sospettavano che gli americani avrebbero fatto una tappa intermedia per una risposta più ampia. Sarebbe giunto il momento opportuno per gli occidentali.

Ma per fare questo, hanno bisogno di preparare il terreno, tramite  i media c’è bisogno di trovare un alibi che non ha nulla a che fare con la realtà.

Come le armi di distruzione di massa irachene che non sono mai state trovate. Come gli scopi militari del programma nucleare iraniano che non sono mai stati dimostrati.

È il turno al nucleare siriano! Der Spiegel inizia l’attività. Altri dovrebbero prendere il suo posto. Alla prossima.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Napoli: continuano le mobilitazioni di solidarietà con l’Ucraina Antifascista

di Francesco Guadagni

Questa mattina, a Napoli, in Piazza del Gesù, nuovo presidio informativo delle compagne ucraine contro i crimini compiuti dal regime fascista di Kiev. Da mesi le lavoratrici ucraine e provenienti da altre repubbliche dell’Ex Urss, organizzano presidi, partecipano alle manifestazioni per controbattere l’offensiva mediatica che tace sui crimini commessi dal regime fascista e golpista di Kiev, finanziato e armato dagli Usa, dalla Nato e dalla UE.

Non solo, è stato evidenziato il ruolo del Governo italiano, con l’invio di armi e addestratori militari, nella guerra del regime golpista alle popolazioni del Donbass.

Al presidio abbiamo portato la nostra solidarietà all’Ucraina Antifascista esponendo la bandiera della Repubblica Araba Siriana. Fascisti in Ucraina e i terroristi del Fronte Al Nosra e dell’Isis in Siria, sono solo gli esecutori dei piani di dominio e di rapina degli Usa, della Nato, della UE, delle monarchie del Golfo, di israele e Turchia.

Da questo presidio nasce la volontà di costruire a Napoli un comitato di Solidarietà Antimperialista e Antifascista con i popoli colpiti dagli attacchi imperialisti, a partire dall’Ucraina, fino alla Siria, il Venezuela Bolivariano e alla Palestina.
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«Le previsioni di Assad sulla Turchia si avverano»

 da hispan.tv

L’agenzia di stampa britannica Reuters ha riferito che gli avvertimenti e le previsioni fatte più di tre anni fa dal presidente siriano Bashar al-Assad, sul sostegno della Turchia ai gruppi terroristici, stanno diventando realtà.

In un articolo scritto da Samia Nakhoul e pubblicato dalla Reuters si affronta il tema del terrorismo in Medio Oriente, ricordando gli avvertimenti di al-Assad, secondo il quale, tale flagello si sarebbe diffuso in altre parti della regione.

Secondo Nakhoul, quando i gruppi armati hanno iniziato la loro attività in Siria nel 2011, la Turchia sperva di rovesciare il governo di Damasco in pochi mesi, come in Egitto, Libia, Tunisia e Yemenm sull’onda della “Primavera Araba”.

«Tuttavia, Al-Assad, che ha avuto il sostegno di Iran, Russia e Hezbollah ha avvertito che i fuochi della guerra settaria in Siria si sarebbero materializzati anche su i suoi vicini di casa», ha ricordato.

L’articolo prosegue sottolineando che politica estera della Turchia è “rovinata” e l’immagine del paese come potenza regionale, membro della NATO, prossimo ad entrare nell’Unione europea, è stata “offuscata”.

Inoltre, Nakhoul ha aggiunto che Erdogan ha fatto infuriare i curdi in Turchia, circa un quinto della popolazione e la metà di tutti i curdi nella regione dopo il suo rifiuto di aiutarli a difendere la città siriana di Kobani degli attacchi terroristici dell’Isis.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Ventinove criminali in posa per la foto (Galles 2014)

Cumbre de la OTAN en Galesdi Sara Rosemberg

Ventinove criminali posano per la foto. Predomina il grigio piombo e nel rigoroso ordine monetario dell’usura sorridono soddisfatti. 

Appena usciti da un ufficio decorato nel quale hanno firmato che ci sarà la guerra e migliaia di innocenti assassinati grazie alle valorose bombe di ultima generazione.

La borsa salirà e le azioni schizzando riempiranno ancora di più il portafoglio di soci e padroni. Il tempo di godere dell’immunità è arrivato. Hanno realizzato con dedizione il loro sanguinoso compito.

Si portano successivamente su un grande piazzale, alzano le teste assassine e osservano gli aerei che volano con i ventri brillanti pronti per uccidere.

Ventinove sorrisi e molti applausi celebrano i crimini tessuti mentre nel cielo le patriottiche stelle di fumo e colori annunciano i profitti.

In televisione le loro facce sorridenti che le fotografie congelano e riproducono in infinite prime pagine per noi – gli idioti – che li alimentiamo ogni giorno.

Una forza di intervento rapido sarà la cosa più utile per saccheggiare il gas e farla finita con migliaia di civili disarmati che non hanno alcun valore in banca e da vivi non danno reddito.

Nell’ufficio hanno disegnato il fantasma con bandiere nere, coltelli e tanto sangue rappreso. Il fantasma continuerà a vendere il suo petrolio a basso costo ed acquistando armamenti. 

Sorridono i ventinove criminali della NATO. Non c’è affare più redditizio della morte. Pianificano ricostruzioni della distruzione, imprese e tecnologia di punta.

Sorridono, senza capire che in basso, nella terra e dal basso, l’umanità scava la loro tomba. Quando già non c’è più nulla da perdere oltre le catene e la paura.

Sorridono congelati nelle fotografie che danno conto di un momento storico all’inizio di un secolo che sarà ricordato per il furore del business della guerra.

Mentre una donna raccoglie dalle macerie il corpo del suo amato, guarda verso il cielo e canta questa storia del crimine vinto, affinché mai venga dimenticato e siano sentenziati.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

 

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