Venezuela 22ago2017: Solidarietà in tutto il mondo!

da albamovimientos.org

I movimenti latinoamericani propongono azioni urgenti di solidarietà in tutto il mondo per il Venezuela.

Giornata di solidarietà il 22 agosto 2017.

 
La Segreteria dei movimenti sociali verso l’ALBA, sezione brasiliana e l’Assemblea internazionale dei popoli rivolgono un appello urgente ai popoli dell’America latina e del mondo.
 

Care compagne e cari compagni,

 

tutti noi seguiamo da vicino la crisi sociale e politica del Venezuela. Ci impressiona l’escalation di violenza messa in atto dalle forze di destra, con vittime già numerose. Si è arrivati al punto che “civili” formati a Miami e in Colombia, forze di destra hanno attaccato postazioni militari, cercando di provocare più vittime.
 

Il governo di Maduro e le forze progressiste del Venezuela vedono nell’Assemblea Costituente un modo per rinegoziare il patto sociale nel paese; ampio è stato il sostegno del popolo venezuelano, con la partecipazione di oltre 8 milioni di elettori il 30 luglio, malgrado le numerose difficoltà.

I deputati della destra hanno detto pubblicamente che la loro tattica è produrre il massimo di violenza e caos, ottenendo un’ampia copertura mediatica internazionale così da provocare un intervento internazionale nel paese. Una tattica spiegata anche dall’ex primo ministro spagnolo, Felipe Gonzales.


Il governo di Trump, privo di qualunque etica e legittimità, sta cercando di influenzare gli eventi in Venezuela.
Il governo golpista del Brasile ha subito chiesto una riunione del Mercosur per sospendere il Venezuela. Dunque un governo illegittimo, sostenuto da circa il 3% dei brasiliani, osa condannare il Venezuela per mancanza di democrazia!Sulla base di diversi incontri e consultazioni fra i movimenti brasiliani e latinoamericani, CHIEDIAMO A TUTTI I MOVIMENTI POPOLARI  DEL BRASILE, DELL’AMERICA LATINA E DEL MONDO:

1)     
di esprimere solidarietà al popolo venezuelano, al governo e all’Assemblea Costituente, al diritto legittimo e sovrano di decidere del futuro nazionale;

2)    di creare “Comitati per la pace in Venezuela” nel maggior numero possibile di città e nazioni. Comitati ampi e unitari, con organizzazioni popolari e politiche, attivisti, artisti, intellettuali ecc., si impegneranno in azioni di solidarietà;


3)    
di organizzare proteste pubbliche contro l’ingerenza del governo statunitense negli affari interni di altri paesi. Come ha denunciato Julian Assange, il governo Trump vuole creare un nuovo Iraq nell’America del Sud. Non possiamo stare zitti;

4)    
di organizzare proteste in diverse forme, per mandare un messaggio chiaro agli Usa e agli altri: proteste in strada, eventi politici e culturali, azioni mediatiche;

5)    di organizzare una giornata internazionale di solidarietà con il Venezuela, il 22 agosto, durante la quale si tengano azioni simultanee in  diverse città del mondo, compresi sit-in ad ambasciate, consolati e altri simboli degli Stati uniti per consegnare lettere di protesta; 


6)    di 
accogliere firme per la lettera che intendiamo mandare a governi, ai parlamentari e alle organizzazioni  degli Stati uniti. Chiediamo il sostegno di tutti per diffondere il nostro appello e raccogliere firme di organizzazioni e individui da mandare entro il 20 agosto a: secretaria@asambleadelospueblos.org. Siamo a disposizione per informazioni.

Contiamo sul contributo di tutte e tutti per questo sforzo che richiederà da tutti noi molto impegno e generosità al fine di massimizzare il processo di costruzione unitaria, centrato sulla difesa della rivoluzione bolivariana, del governo venezuelano e della Costituente.


Joao Pedro Stédile
Segreteria operativa del Movimento dei popoli verso l’Alba – Brasile

Jaime Amorim
 MST –Via Campesina internazionale

Paola Estrada
, segreteria dell’Assemblea internazionale dei popoli

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

L’incontro censurato tra il papa e movimenti sociali

Vittorio Agnolettodi Vittorio Agnoletto

Una riflessione socio-politica sull’incontro tra movimenti sociali e papa Francesco.

Ho partecipato al  III° incontro dei movimenti organizzato in Vaticano da papa Francesco;  180 attivisti sociali provenienti da tutto il mondo chiamati a discutere per quattro giorni sui temi del lavoro, della casa e della terra.

ll clima era quello dei Forum Sociali Mondiali, i manifesti e le bandiere appese alle pareti, sul palco i cartoneros di Buenos Aires, i popoli indigeni australiani a rivendicare i loro diritti al fianco di Joao Pedro Stedile, leader dei SEM Terra, di Vandana Shiva, di Ignacio Ramonet fondatore di Le Monde Diplomatique, di Pepe Mujica, già presidente dell’Uruguay, tutti seduti vicino al cardinale Turkson presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, a don Luigi Ciotti, presidente di Libera. 

UN’IMPREVEDIBILE ALLEANZA

Quello che ho vissuto in quei quattro giorni era  completamente impensabile, e non solo per me, fino a quando non ho visto ed udito quello che accadeva con i miei occhi e le mie orecchie.

Sabato 5 novembre, in Vaticano c’è stato l’incontro con Francesco aperto a migliaia di attivisti. Prima i rappresentanti dei movimenti di tutto il mondo hanno illustrato gli obiettivi emersi nei giorni precedenti; un gruppo musicale ha suonato anche una canzone dedicata ai partigiani curdi e un filmato inquadrava dei contadini che lavoravano i campi, mentre in sottofondo il Papa condannava chi sfrutta il loro lavoro e sullo schermo apparivano le immagini di Wall Street.

LA SOLIDARIETA’ E’ NECESSARIA  MA NON SUFFICIENTE

Un discorso, preciso, netto, quello di Francesco, che non dà  adito ad interpretazioni differenti. Non esistono religioni o popoli terroristi, esistono invece singoli gruppi che praticano il terrorismo; esiste poi il terrorismo di Stato che semina la paura con l’obiettivo di ridurre i diritti umani. Dobbiamo rifiutare ogni muro, praticare l’accoglienza, sapendo che vi sono cause strutturali che  producono emigrazioni e non ha senso distinguere tra migranti economici e coloro che fuggono dalla guerra. E’ inaccettabile che quando una banca fallisce si trovi subito il denaro per salvarla, mentre non si trovano mai i soldi necessari per soccorrere e accogliere i migranti. Dobbiamo contrastare la speculazione finanziaria  e il dio denaro che per molti è diventato l’unico motivo di vita. Non basta fare assistenza: è il sistema che va cambiato; anzi talvolta si finisce per garantire una sorta di credibilità ad un sistema marcio.

Un discorso che va ben oltre la dottrina sociale della Chiesa, fortemente in sintonia con la Teologia della Liberazione e con quanto i movimenti altermondialisti sostengono da 15 anni; Francesco non è un leader politico, né tanto meno è diventato il leader dei movimenti sociali, ma certamente sui temi sociali, della giustizia e dell’uguaglianza (su altri argomenti ovviamente permangono differenze anche significative) ne è diventato un rifermento etico imprescindibile.

Francesco  ha scelto di farsi carico dei destini dell’intera umanità, non solo della Chiesa; appare consapevole che  il  destino dell’umanità, in particolare quello dei miliardi di poveri, è messo sempre più a rischio dall’attuale modello di sviluppo; la Madre Terra stessa è a rischio grazie ai cambiamenti climatici e alla devastazione del territorio. Francesco con le sue parole e con le sue azioni sembra affermare che non c’è futuro per la Chiesa se non dentro un percorso condiviso con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a prescindere dal credo religioso di ciascuno.

 LA SOLITUDINE DI FRANCESCO

Oltre cinquant’anni fa Giovanni XXIII s’inseriva in una fase della Storia che preparava un grande risveglio democratico. Ora c’è Trump e la voce di Francesco si leva isolata tra i potenti della Terra, né lui cerca alcuna sponda tra coloro che dominano il mondo. Per cercare dei compagni di strada il suo sguardo è rivolto altrove.

Non è un caso che non sia molto amato nelle stanze del Vaticano e nei palazzi romani; non è un caso che i media italiani abbiano ignorato l’incontro; non è nemmeno un caso che le grandi associazioni cattoliche abbiano scelto di disertare l’udienza del 5 novembre: hanno evidentemente ritenuto che le parole con le quali Francesco aveva lanciato il suo appello non fossero per loro.

 Questo sistema atrofizzato è in grado di fornire alcune “protesi” cosmetiche che non sono vero sviluppo: … finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della iniquità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’iniquità è la radice dei mali sociali..”

 Non è  difficile immaginare il suono sgradevole che le parole di Francesco hanno prodotto nelle orecchie di chi si ostina a difendere, con la forza o con l’ignavia, l’attuale sistema.

Cartoline da un mondo orizzontale

di Marina Sitrin

I nuovi movimenti sociali sono diversi. Invece di chiedere alternative, le fanno nascere.

HAVANA TIMES – «Il nostro problema più grosso è che non riusciamo a immaginare alternative. Ed è quella la sfida: inventare, creare e pensare come se vivessimo immediatamente dopo il crollo, se è vero che il capitalismo sta crollando, e trovare il modo di organizzarci». Ana, Observatorio Metropolitano e 15-M, Madrid.

Da dieci anni viaggio per il mondo e parlo con persone come Ana, che stanno creando nuovi movimenti sociali che sfidano i nostri modi d’intendere l’azione collettiva. Ho vissuto in Argentina dopo la crisi del 2001 e ho registrato una storia orale della ribellione che ne è scaturita. Ho passato del tempo con gruppi autorganizzati per il consumo dell’acqua a Cochabamba, in Bolivia, e con Occupy in tutti gli Stati Uniti. E ho lavorato con le assemblee di vicinato in Grecia e Spagna, come anche con gruppi di difesa degli inquilini negli USA e in Germania.

Nessuno fra questi esempi è un movimento sociale di tipo tradizionale, che formula richieste e muove rivendicazioni alle istituzioni preposte alla loro implementazione, un approccio che spesso appaga il movimento e porta a conquiste solo temporanee. Qui si tratta invece di un approccio molto più radicale, per riappropriarsi dei nostri rapporti col prossimo, e per reinventare modi di essere radicati nella solidarietà orizzontale, nella condivisione, nella democrazia e nell’amore.

«Per quanto mi riguarda, credo fortemente nel potere dell’azione diretta ed essenzialmente nel creare le condizioni per cui si possa costringere lo stato a sedersi al tavolo e negoziare, e di conseguenza operare questi cambiamenti, piuttosto che la piattaforma rivendicativa, che è forse una forma leggermente meno passiva di esprimere richieste e istanze, e che secondo me spesso ridà legittimità al potere dello stato». Matt, Occupy Wall Street, New York.

L’osservazione di Matt riassume quello che, per molti critici, costituisce una debolezza di questi nuovi movimenti, ma che loro vedono come un punto di forza: non cercano di influenzare l’opinione pubblica o incidere sulla politica del governo, e non sono organizzati intorno a un programma esplicito. Piuttosto che chiedere un futuro che sanno non verrà mai dato loro da altri, il loro obiettivo è di creare i propri futuri insieme.

Questo si verifica in due modi. Il primo è attraverso l’azione diretta che garantisce alla gente un tetto sulla testa, il nutrimento e l’istruzione; parchi aperti e riduzione delle tariffe degli autobus; accessibilità delle cure sanitarie; rendere una vita senza debito praticamente possibile. Il secondo è la creazione di una reale democrazia in cui le persone possono partecipare attivamente e prendere decisioni che hanno conseguenze sulle loro vite.

Ma piuttosto che chiedere ad altre istituzioni di essere più democratiche, il loro approccio è dichiararle antidemocratiche ed escogitare alternative funzionali. Da qui gli slogan di questi movimenti, come ad esempio «Non ci rappresentate» e «Vera democrazia» in Spagna, «Il popolo deve governare» in Portogallo e «Non potete neanche immaginarci» in Russia. Si costruiscono rapporti con potenti istituzioni come governi, banche e compagnie assicurative, ma non dal tradizionale punto di vista rivendicativo dei movimenti di protesta.

I gruppi autorganizzati producono invece risultati concreti, come ad esempio impedire uno sfratto, la qual cosa può portare successivamente a negoziare con le banche coinvolte. Questo è diverso dal protestare davanti a una banca affinché non sfratti una famiglia, o protestare contro la loro politica dei prestiti. Potrebbe sembrare una questione di semantica, ma in effetti … il potere e la sua collocazione: in questo caso, come qualcosa che ha origine e parte dal basso, non qualcosa che va chiesto e deve essere concesso dall’alto.

«Ricordo di aver letto questo sondaggio d’opinione del New York Times a ottobre, e il Congresso degli Stati Uniti aveva un tasso di approvazione del 9%, mentre Occupy arrivava oltre il 60%. Credo che ci sia stata, negli Stati Uniti come a livello globale, una delegittimazione delle istituzioni sociali, politiche ed economiche esistenti, per cui la gente cerca una qualche alternativa. E lo vediamo l’uno nell’altro, è una cosa evidente. Vedersi, poter parlare ed essere ascoltati, e in forme orizzontali». Marsia, Occupy Wall Street, New York.

Horizontalidad o orizzontalismo è un termine ampiamente usato per descrivere questi nuovi rapporti sociali. Come dice la parola stessa, si tratta di interagire e comunicare su una base paritaria. L’orizzontalità implica necessariamente il ricorso alla democrazia diretta e la ricerca del consenso attraverso assemblee generali e altri modelli simili, in cui tutti vengano ascoltati e nuovi rapporti possano essere creati. Questi esperimenti non sono fini a se stessi, ma strumenti che facilitano l’emergere di nuovi rapporti fondati sulla fiducia, sulla condivisione e su una comunicazione schietta in tutto il corpo sociale.

«Ci piacerebbe che questo principio dell’orizzontalità e democrazia diretta fosse applicato a tutti i campi della vita, e un aspetto molto importante è il consumo. Oggi il mercato è organizzato in modo gerarchico, così noi ci relazioniamo l’uno all’altro come consumatori. Ma qui vogliamo promuovere un diverso tipo di consumo. Così siamo in contatto con produttori di cibo e di ogni genere di cosa, e abbiamo un rapporto diretto con loro, e vogliamo sapere che tipo di cose stanno producendo, come le stanno producendo e avere quanto più controllo è possibile su quello che consumiamo… Non c’è intermediario, non ci sono passaggi non necessari, e questo concetto si applica in molti modi. Ci aiuta anche a creare nuove cooperative nel settore della produzione, per contribuire a soddisfare i nostri bisogni. Per cui cominciamo dai nostri bisogni, e da lì decidiamo che cosa vogliamo». Theo, Micropolis, Tessalonica, Grecia.

Quello che Theo descrive è una pratica politica prefigurativa: creare il futuro nel presente cementando l’uguaglianza e la democrazia a livello tanto personale quanto istituzionale, così che l’uno possa rinforzare l’altro. Se da un lato i nuovi movimenti sociali rifiutano i modelli convenzionali di democrazia rappresentativa e capitalismo, sono ugualmente attenti alla creazione di rapporti funzionali di assistenza e sostegno che concretizzino le alternative che perseguono.

Ho visto questo meccanismo in azione in comunità messe su in piazze, piazzali e accampamenti, in cui venivano forniti cibo, assistenza sanitaria, sostegno legale, biblioteche, sostegno all’infanzia e molti altri servizi. La partecipazione diretta, parlare con i tuoi vicini, formare assemblee, decidere cosa fare e poi farlo collettivamente: queste erano le caratteristiche di tutti i movimenti con cui ho lavorato, senza gerarchia o l’elezione di rappresentanti formali. E questi principi hanno avuto un effetto profondo sulle persone che li hanno praticati.

«Dopo quello che è successo, la Spagna si sente collettivamente diversa. Penso, ad esempio, a mio padre, che non era affatto una persona politicizzata, ed è ora una persona che ascolta, con cui puoi avere una conversazione in qualsiasi momento, che è ben informato. Persone così fanno sentire oggi la loro voce, persone che vanno alle manifestazioni e partecipano a cose a cui prima non avrebbero mai partecipato». Begonia, 15-M, Madrid.

In tutto il mondo la gente si sta organizzando in modi orizzontali che prefigurano il mondo che desiderano, e nel farlo stanno ridefinendo se stessi. Quelli con cui ho parlato dicevano di aver vissuto un cambiamento, di aver sviluppato un nuovo tipo di sicurezza di sé e dignità. La vergogna che potrebbero aver provato dopo la perdita del lavoro o della casa si è tradotta in rabbia, ma combinata alla consapevolezza e alla constatazione del fatto che non era colpa loro. Di fatto, formavano la maggioranza, e potevano fare qualcosa contro la crisi anche se non era stata causata da loro: potevano organizzarsi l’uno con l’altro e creare alternative. Non chiederle, ma realizzarle in prima persona. E questo è il potere.

Come mi ha detto Ernest, di Plataforma de Afectados por la Hipoteca, una rete che si batte contro i pignoramenti e gli sfratti a Barcellona:

«Il 15-M è qualcosa che ti segna per sempre. Ha toccato milioni di individui, uno ad uno, persone che sono cambiate per sempre. Le persone sanno che possono ottenere risultati, che se si uniscono ad altri come loro cambieranno le cose, e questo costituisce un potere enorme. Naturalmente non conosciamo perfettamente i modi per farlo, e non è un problema che nessuno lo sappia, o abbia una formula magica. La cosa più importante è che siamo lì, cercando il momento giusto per fare breccia. Credo che questo sia uno dei punti più forti del 15-M. Avevo la pelle d’oca in quei giorni. Non potevo crederci. Plaza Catalunya era piena di gente che rispettava l’ordine di intervento, parlava con i megafoni, comunicava. C’erano momenti in cui piangevi, sopraffatto dall’emozione. Non ho mai pensato che avrei potuto vedere qualcosa di simile nella mia vita, neanche nei sogni, eppure ero lì».

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

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