Ecosocialismo: un fondamentale della Rivoluzione bolivariana

«L’ecosocialismo può salvare la rivoluzione venezuelana»di Marinella Correggia – lantidiplomatico.it

 
Miguel Angel Núñez dirige l’Istituto universitario latinoamericano di agroecologia Paulo Freire, creato a Barinas in Venezuela nel 2008. E’ autore dei saggi Venezuela Ecosocialista e Vivir despierto entre los cambios sociales oltre a moltissimi articoli in tema di agroecologia, modelli di sviluppo, giustizia ecologica. Gli abbiamo rivolto alcune domande, di fronte a un contesto preoccupante, con il Venezuela nel mirino. Continua la guerra economica promossa dalle oligarchie nazionali e internazionali. Continuano gli attacchi da parte della dittatura mediatica. La destra fascista venezuelana organizza il referendum revocatorio contro il presidente Nicolas Maduro. Un documento del Comando Sud degli Stati Uniti rivela il micidiale piano golpista del Pentagono per destabilizzare e rovesciare la Rivoluzione bolivariana. E l’ex presidente colombiano Uribe praticamente invoca un golpe…
 
Miguel Angel, il tuo più recente articolo è sull’Utopia venezuelana che può e deve resistere all’intervento golpista dall’esterno e al sabotaggio dall’interno…

 
L’utopia che stiamo costruendo fra grandi difficoltà non è rinviabile ed è inarrestabile. Non la fermeranno le manovre politiche, i sabotaggi economici, gli assassini paramilitari, le minacce di intervento militare da parte di sedicenti «forze armate democratiche del continente». L’impero e i suoi narco-ambasciatori, gli Uribe, i González, gli Aznar in compagnia dei messaggeri anti-patrioti pensano di spaventarci con questa «minaccia inusuale» ma il popolo venezuelano è deciso a difendere la patria. Non possiamo sottovalutare il potere dell’impero, né sopravvalutare il nostro. Semplicemente, il popolo di Chávez è pronto. Del resto, con tutto il loro potere, non sono riusciti a sconfiggere i popoli del Vietnam, di Cuba, dell’Afghanistan, della Siria, dell’Iraq. Certo, queste forze sfruttano a proprio vantaggio i nostri errori, lentezze, irresponsabilità; e gli atteggiamenti antirivoluzionari. Gli infiltrati parlano di «raschiare la pentola» e con l’opposizione reclamano la «riconquista delle terre» che erano state cedute ai contadini… 
 
Eppure, in un contesto di minacce golpiste ed emergenze economiche, il Venezuela sta sviluppando migliaia di esperienze di autoproduzione agroecologica. Nel silenzio dei grandi media. Che cosa sta succedendo, quasi i protagonisti della riscossa agricola?
 
La creazione del Ministero dell’agricoltura urbana fa parte della promozione del motore agroalimentare, uno dei 14 messi in… moto per affrontare la grave crisi economica che stiamo vivendo. Il Ministero ha iniziato a lavorare lo scorso mese di febbraio con l’obiettivo di avviare unità produttive agroecologiche a decine di migliaia. Inizialmente si pensava a 8 città del paese per un totale di 1200 ettari, ma siamo già arrivati a seminare e piantare su 2800 ettari. L’idea è arrivare a coprire il 25% del consumo di ortofrutta. Gli spazi coltivati sono piccoli, non fanno ricorso a sostanze chimiche. Ovviamente abbiamo anche esperienze produttive agroecologiche di grandi dimensioni in vari Stati del Venezuela: a Mérida le patate e l’ortofrutta, a Barinas altri tuberi, cereali e frutta, a Portuguesa caffè e cereali.Vogliamo incrementare e consolidare le produzioni agroecologiche. Si tratta di produrre, innovare e ricercare, sostituendo l’agricoltura di sintesi con le ecotecnologie. Sono coinvolti nel processo diversi ministeri, università e molte famiglie contadine e urbane. Fino ad alcune settimane fa, erano state censite 25.000 unità produttive per un totale di 121.000 persone.
 
Il concetto di «ecosocialismo» è del tutto ignorato in Occidente, mentre in Venezuela c’è un ministero per l’ecosocialismo. E c’è una struttura statale dedicata all’agroecologia: l’Istituto che tu dirigi. E poi, il potere popolare punta sul sistema delle comunas. Quali sono i collegamenti fra le tre entità, ricordando che anni fa il presidente Maduro sottolineò come le comunas debbano essere produttive ed ecosocialiste?

La società venezuelana deve creare nuove organizzazioni sociali di produzione. L’obiettivo finale è la formazione e il consolidamento delle comunas. Per produrre alimenti, si spera, e per risolvere diversi problemi, aumentare la partecipazione popolare e la produzione di conoscenza. E’ uno dei modi per superare il perverso rentismo petrolifero con una nuova economia stabilmente centrata sullo sviluppo umano e sociale, come chiedono la nostra Costituzione e la Legge del Plan Patria. E’ una delle sfide principali per il  nostro popolo: superare l’incapacità produttiva e la pigrizia sociale, grazie a un miglior coordinamento e articolazione delle forze produttive. Questi legami aiuteranno ad avviare processi produttivi. Sta crescendo una nuova eco-etica, che cerca di costruire definitivamente una nuova società possibile e ci chiede di sradicare i vizi del passato.
 
In un paese tuttora estrattivista e vittima di una guerra economica, con l’esperienza delle penurie, l’agroecologia potrebbe aiutare a salvare la rivoluzione bolivariana? Hai anche detto che l’estrattivismo è un ostacolo per l’ecosocialismo.

Sì. L’estrattivismo è il peso storico, economico-sociale del Venezuela. Ci ha condannati a dipendere dalla rendita, ci ha spinti a un consumismo esasperato e a un’estesa corruzione. Per questo, con forza e determinazione alcuni settori fanno proposte ecoproduttive che diano forma alla proposta ecosocialista. L’agroecologia è una di queste. Siamo sicuri che aiuterà molto il motore agroalimentare. L’attività agricola deve essere centrale nel dinamizzare l’economia di un paese e di una società. Alla costruzione di una proposta sostenibile ci impegna il quinto obiettivo storico della Legge Plan Patria: preservare il pianeta Terra e salvare la specie umana. L’ecosocialismo è la proposta di costruzione di un nuovo modello di civiltà. E’ uno spazio in continua costruzione nel quale si articolano diversi processi di transizione e trasformazione sociale, economica, scientifica, tecnologica e politica in grado di portarci a nuovi rapporti sociali e di produzione.
 
La rivoluzione bolivariana guidata da Hugo Chávez in pochi anni riuscì a cambiare le strutture, le leggi, la politica, in parte l’economia del paese, ad appoggiare il cambiamento in un intero continente; ma solo una parte del popolo venezuelano ha interiorizzato una cultura rivoluzionaria, malgrado lo sforzo pedagogico del governo. In Occidente la stragrande maggioranza della popolazione è rovinata da decenni di consumismo fatuo e individualismo sistemico, ma in Venezuela? E’ possibile dire ai venezuelani – e in tempo di crisi – «non imitate l’Occidente»? 

La rivoluzione chavista ha avuto e credo abbia tuttora una legittimazione nella transizione verso l’ecosocialismo. Non c’è un’altra proposta politica e per la vita del nostro paese. La rivoluzione chavista ha gettato le basi per la creazione di un nuovo tessuto sociale. Ma in questo momento di crisi economica e sociale, possiamo notare un pericoloso sviamento da parte di alcuni settori, verso i dis-valori: individualismo, consumismo, incompetenza, burocrazia, corruzione. Un modello ego-ideologico perverso di matrice capitalista sta paralizzando le forze del cambiamento. E sembra imporsi nell’attualità. Ma certo, possiamo invertire la tendenza all’individualismo e alla corruzione, che alcuni adesso chiamano tendenza culturale – una follia, no? Per superare questa condizione nefasta e complessa dobbiamo impegnarci a capire le radici della crisi e le sue problematiche. Ogni giorno appare più evidente che la natura redditiera del capitalismo globale è insostenibile: dal punto di vista sociale, ecologico e finanziario. Conosciamo bene queste connessioni? Alcuni settori e responsabili politici, no. E’ dunque necessario formarci, studiare, ricercare: per saper ristrutturare le norme e le istituzioni che governano la globalizzazione, per dare impulso a un’agroecologia sostenibile e introdurre le innovazioni necessarie. Questo ci aiuterà a creare un nuovo tessuto sociale vitale capace di ridisegnare strutture fisiche, città, tecnologie, industrie. Verso l’ecosostenibilità. E se da una parte dobbiamo chiederci ogni giorno che cosa vale la pena comprare e quanto ci durerà, dall’altra dobbiamo iniziare a creare ecotecnologie che sostituiscano quelle inefficienti che ci hanno creato problemi sociali e ambientali. Abbiamo gente giovane, molta informazione e risorse tecnologiche adatte. Dobbiamo andare avanti nella costruzione di una nuova volontà politica. E’ una lotta planetaria; per questo ora più che mai dobbiamo affratellarci nelle lotte per la giustizia sociale e ambientale. 
 
Il Venezuela ha giocato un ruolo importante – molto apprezzato dagli attivisti frustrati dell’Occidente! – nella geopolitica mondiale, per la costruzione di un asse di solidarietà e pace nella resistenza all’egemonia belligerante nordamericana. Come evitare che si perda?
 
Il presidente Hugo Chávez ebbe la modestia e la capacità di riconoscere un ruolo importante e senza precedenti ai movimenti sociali e rivoluzionari del mondo. Ha dato loro forza, motivazione, ha dato loro uno spazio politico. Fra i risultati c’è stata la legge Plan Patria e il quinto obiettivo storico: contribuire a preservare la vita sul pianeta e a salvare la specie umana. Noi rivoluzionari patrioti non possiamo permettere che il processo torni indietro. Non è la stessa cosa ripetere e manipolare l’eredità di Chávez e saperla interpretare. Perciò lo stesso presidente Maduro ha sollecitato in modo chiaro ed energico il Congresso della Patria ad andare avanti in una nuova egemonia culturale che superi le diverse debolezze di cui il nemico ha saputo approfittare. Se non superiamo i modelli ego-ideologici dell’individualismo, del consumismo, della burocrazia e della corruzione corriamo il rischio di ostacolare o far arretrare il processo di costruzione dell’ecosocialismo. Ma sono sicuro che emergerà una nuova volontà politica.

Chávez… Che fare?

di Miguel Angel Núñez 

In diverse occasioni, il presidente Nicolás Maduro ha affermato: «La crisi post-capitalista che vive il Venezuela ci offre l’opportunità di andare avanti verso un nuovo modello economico che metta al centro l’essere umano». In occasione di incontri internazionali come il G77 (nel 2014) e all’Assemblea generale dell’Onu (2015), il presidente venezuelano, ispirandosi al Plan de la patria, ci ha sollecitati a lavorare  per un nuovo processo di civiltà, che dovrebbe cambiare le società dal loro interno e al tempo stesso i rapporti di potere nel mondo. Un processo che faccia dell’inclusione e della solidarietà gli assi essenziali per farla finita con la miseria e garantire il diritto all’educazione pubblica, gratuita e di qualità per tutti, il diritto alla salute, all’alloggio, a un ambiente sano, e così via; sono gli obiettivi del millennio.

Ma intanto, la guerra economica contro il popolo venezuelano continua, mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa del processo rivoluzionario. Il decreto sull’emergenza economica, accompagnato dalla mobilitazione popolare e dalla creazione del Consiglio nazionale per l’economia produttiva (Cnep) è fra le ultime decisioni forti prese dall’esecutivo. Il Cnep, in particolare, è formato da un gruppo qualificato di personalità provenienti da diversi settori produttivi, le quali hanno la grandissima responsabilità di favorire il passaggio dal «rentismo petrolifero» a una «economia produttiva».

Appoggiando e lavorando alle proposte economiche che il Cnep sta mettendo insieme, non capiamo perché non si discuta e non si faccia nemmeno cenno alle vie d’uscita alternative alla crisi post-capitalista nella quale siamo immersi. Sembra contraddittorio cercare di intraprendere il difficile cammino verso un’economia produttiva affida ndosi alla crisi capitalista globale.

Vale la pena ricordare che dieci anni fa, in Paraná, Brasile — al tempo del Manifesto delle Americhe — Chávez fu il primo presidente a denunciare il degrado ambientale del continente, lanciando un appello in difesa della sua diversità biologica e culturale. «Una sinergia fra diverse sperimentazioni: A) il cammino verso il Socialismo del XXI secolo che mette al primo posto la morale (“el primer rasgo es el moral” disse più volte), b) il Buen vivir dei popoli andini; c) lo sviluppo delle Comunas; d) quello che si potrebbe chiamare “Ecosocialismo pratico especial di Cuba”» (3).

Chávez continua ad aver ragione: l’opzione ecosocialista a livello planetario, come parte della costruzione progressiva di questo nuovo «contratto sociale di civiltà» ci porta importanti elementi teorici e pratici. La transizione dal modello rentista capitalista a uno produttivo ed ecosocialista basato sul processo sociale del lavoro richiede tempo e spazio e ci impone di unire i nostri sforzi. Il quinto obiettivo del Plan de la patria ce lo dice con estrema chiarezza.  

Si fa appello alla costruzione di un modello economico produttivo ecosocialista, fondato su una relazione armoniosa fra esseri umani e natura, una relazione che ci garantisca un uso e un approvvigionamento ecologicamente sostenibile delle risorse naturali, dando valore e assicurando il rispetto dei processi e dei cicli naturali, confermando la difesa della sovranità dello Stato venezuelano rispetto alle basi naturali da preservare anche per le generazioni future.

Anche se molti non lo credono o non riescono a vederlo, in Venezuela si stanno costruendo proposte che vanno nella direzione dell’ecosocialismo. Per esempio: nella tutela delle risorse naturali di cui tuttora disponiamo, e rispetto alle quali dobbiamo avere un approccio non estrattivista; in varie proposte produttive alternative già consolidate; nelle basi costituzionali e giuridiche che rafforzano immensamente i processi partecipativi – e la partecipazione è uno dei principi di base dell’ecosocialismo. In tutto questo si articola la costruzione di 1.433 comunas, 503 delle quali strutturate nel 2015, e di 45.407 consejos comunales, 1.375 creati nel solo 2015.

Quel che è ironico, è che non tutti apprezzano queste conquiste, mentre in altri paesi del mondo i movimenti popolari sarebbero ben contenti di godere della situazione giuridica avanzata e dell’organizzazione del tessuto sociale che sono presenti in Venezuela. In quegli spazi di partecipazione si sono consolidati processi socioproduttivi eco-tecnologici che formano il substrato di un’economia sana in grado di misurarsi con la finitezza delle risorse naturali.

Dobbiamo comprendere che l’eredità di Chávez – nella costruzione di questo nuovo e complesso “contratto sociale” – si contestualizza da un punto di vista costituzionale e organico. Dobbiamo mettere in atto una molteplicità di iniziative, ed essere capaci di cambiarle e adattarle ai vari contesti e ai diversi processi socioproduttivi.

Qui di seguito una serie di proposte per il Consiglio nazionale dell’economia produttiva. Ci auguriamo che possano aiutare ad avviare diversi processi produttivi nella costruzione di questo nuovo modello economico, del quale c’è urgenza. Proposte di lavoro che spaziano a tutti i livelli: livello individuale, familiare, collettivo e istituzionale.

  • Creare un processo universale di dichiarazione di redditi e proprietà, piccoli e grandi, collegando con sistemi informatici in rete i conti bancari, i redditi dichiarati, le proprietà e i beni, i cresditi e i prestiti. Questo, insieme a una forte campagna pubblicitaria, ci permetterebbe di superare la corruzione, il contrabbando, il riciclaggio di denaro, per creare una società più vocata al lavoro e alla produzione che al commercio e alla frode.
  • Superare l’egemonia dei valori sociali riferiti alla rendita, che stimolano l’accumulazione, il consumismo eccessivo e voluttuario euna smisurata crescita economica.
  • Esercitare il controllo sulle politiche speculative, mercantiliste e finanziarie. Occorre avviare a diversi livelli e gradi la riflessione sulla transizione economica al post-capitalismo.
  • Riflettere sulla qualità dell’educazione a tutti i livelli, in particolare rispetto alla trasformazione dell’università, che deve mettere al centro il tema ambientale. E’ centrale affrontare la tematica della qualità dell’educazione (…)
  • Superare il predominio del modello produttivo neo-estrattivista, non sostenibile dal punto di vista energetico ed ecologico.
  • In forma immediata e prioritaria, portare avanti le politiche inter-istituzionali rispetto alla raccolta delle acque.
  • Far pressione affinché le politiche ambientali abbiano un peso reale nell’insieme delle politiche pubbliche settoriali. Occorre una visione olistica e una effettiva interconnessione con la sfera sociale, economica, politica.
  • Accordare le politiche pubbliche agli attuali limiti delle risorse naturali.
  • Precisare e razionalizzare, in modo sostenibile, le risorse naturali che ci rimangono e preservarle per le generazioni future.
  • Ridurre progressivamente la dipendenza dall’uso dell’energia fossile e dare impulso alla produzione e al consumo di energie alternative appropriate al contesto naturale e culturale. Iniziare a dar valore all’energia solare (ad esempio con il fotovoltaico sulle case della Gran Misión Vivienda).
  • Superare definitivamente l’agricoltura d’impresa, guidata dal modello obsoleto della rivoluzione verde, la quale a sua volta è spinta dal capitale multinazionale in un contesto di forte dipendenza alimentare.
  • Consolidare la rivoluzione produttiva agroecologica e bloccare l’avanzata degli organismi geneticamente modificati che l’oligarchia pretenderebbe di imporci.
  • Difendere e promuovere il diritto a un’alimentazione sana, di alto valore biologico, collegata al potenziale agroecologico dell’agrobiodiversità locale nei vari territori. Consolidare le eco-reti agroalimentari.
  • Andare avanti con urgenza nella formazione ideologica e politica ecosocialista. 
  • Incoraggiare le ricerche, le innovazioni e lo sviluppo scientifico e tecnologico sulle virtù terapeutiche del tropico.
  • Utilizzare subito le nuove tecnologie in sostituzione dell’improduttivo e obsoleto parco industriale, eccessivamente inquinante e scollegato dalla realtà scientifica e tecnologica che sta emergendo.
  • Dar valore alla nostra diversità culturale e alla sua integrazione nei nuovi processi formativi.
  • Incoraggiare l’attuazione dei diritti collettivi e diffusi.
  • Propiziare i valori dell’eco-cittadinanza in funzione della corresponsabilità e della convivialità sociale, incoraggiando e costruendo la partecipazione.
  • Usare in modo razionale mezzi di comunicazione, reti e spazi virtuali, valorizzando i passi avanti nelle diverse aree della conoscenza.
  • Centralizzare e automatizzare le risorse informatiche per migliorare le comunicazioni inter-istituzionali e quelle fra la popolazione e gli organismi pubblici. Questo permetterebbe inoltre di ottenere informazioni senza aspettare che i funzionari preparino i rapporti, evitare le duplicazioni e i costi eccessivi per le applicazioni, migliorare la capacità di immagazzinamento delle informazioni e renderle più valide e multidisciplinari con l’apporto delle varie istituzioni dello Stato, ottimizzare i costi per l’acquisto degli strumenti e standardizzare processi e meccanismi di sicurezza. Sarebbe anche favorito il mutuo sostegno fra i diversi processi produttivi.

  • Prestare attenzione ai cambiamenti sociali, che devono cominciare da noi stessi, e saper affascinare e convincere i collettivi dei quali facciamo parte.

Queste idee stanno circolando nei vari spazi, comunità, territori e regioni con risultati e passi avanti significativi. Sono proposte, come tante altre, orientate verso la vita; possiamo dar loro spazio e impulso per costruire un nuovo “contratto sociale”.

E’ chiaro che la somma degli sforzi individuali, familiari e comunitari darà forza e coerenza ai vari processi di costruzione dell’ecosocialismo. E’ il “che fare?”  che – ne siamo certi vista la coerenza e la visione strategica che lo hanno sempre caratterizzato – lo stesso presidente Chávez avrebbe guidato.

Bibliografia

1  Maduro Nicolás, Discurso ONU (2015) (Crear un nuevo modelo económico http://www.notiminuto.com/noticia/maduro-ofrece-discurso-en-la-asamblea-general-de-la-onu/).

2 Manifiesto de las Américas: En defensa de la naturaleza y la diversidad biológica y

cultural Los pueblos indígenas desarrollaron durante siglos la biodiversidad (2016)en linea http://www.nacionmulticultural.unam.mx/movimientosindigenas/docs/decl_051.pdf

2 Correggia, M. (2015) El Arbol Maestro. Hugo Chávez: Resistencia al Imperialismo Bélico, Solidaridad Internacionalista, Camino hacia el Ecosocialismo. Pensamiento y Obra Socialista “TRISOLALBA”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

 

Sconfitta tattica o strategica?

América Latina en Movimientodi Miguel Angel Núñez*

La riflessioni che seguono si riferiscono a una congiuntura all’interno della quale si colloca la sconfitta elettorale in Venezuela, il 6 dicembre 2015, che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa del processo rivoluzionario venezuelano. Più in generale, se guardiamo oltre i nostri confini, un pericolo imminente sembra gravare sulla stessa sopravvivenza del pianeta, delle società, della specie umana.

 

I principali distruttori del pianeta Terra continuano a imporre il proprio modello di dominio e a controllare la scena mediatica e i modelli educativi, culturali e politici, come i settori economici, finanziari e industriali. E in definitiva, impongono al mondo governi e stili di vita che finiranno per portarci a un suicidio collettivo. Il cammino verso un cambiamento di paradigma, per costruire un’altra società possibile, che dia risposta a queste sfide, sembra pieno di insormontabili ostacoli.

 

I recenti risultati, davvero frustranti, della Cop 21 sui cambiamenti climatici in Francia fanno presagire che il pianeta Terra continuerà a essere sottoposto a gravi prove ecologico-ambientali, che già si manifestano. Dobbiamo dunque prepararci a una nuova tappa.

 

Il lemma della Cop 21, «Trasformando il nostro mondo», e l’agenda 2030 per uno sviluppo economico sostenibile è quantomeno ingannevole. Non tiene conto del fatto che le risorse naturali del pianeta Terra sono limitate e che dunque è impossibile parlare di crescita economica infinita e al tempo stesso sostenibile. Sembra che non si riesca a tratte lezione da quanto già indagato, verificato, progettato e proposto; dati concreti come quelli sulle carestie e sulle gravi diseguaglianze sociali, sul deterioramento degli ecosistemi, sull’erosione dei suoli e la perdita della biodiversità sembrano non suscitare allarme a sufficienza.  Aggiungiamo a tutto questo il grave stress idrico, la contaminazione alimentare, le diverse implicazioni sociali e culturali legate all’estrattivismo di ogni tipo.

 

Quest’ultimo, l’estrattivismo, è il modello di sviluppo dominante nel mondo attuale. Lo sfruttamento irrazionale di ogni risorsa naturale, compreso l’essere umano. Si cerca così di aumentare la produttività, lo spreco totale, l’accumulazione mercantista-finanziaria e il consumismo. Ecco il modello che continua a imporci il trend globalizzato, in tutto il mondo. Da qui il risultato precario della Cop21. Sembra che ai governanti del mondo non importi il fatto che per mantenere il ritmo di crescita economica attuale, avremmo bisogno di consumare tre pianeti come la Terra.

 

Anche i risultati del dibattito sull’aumento della temperatura e sui cambiamenti climatici sono stati precari. E’ illusorio pensare di contenere l’aumento totale entro i 2°C da qui al 2100. Secondo il rapporto della PricewaterhouseCoopers, (PwC 2012), la diminuzione reale delle emissioni di CO2 nel 2011 è stata dello 0,8%. E lo studio spiega che, anche se questa passasse all’1,6% all’anno, nel 2100 la temperatura globale sarà cresciuta di 6°C. Con conseguenze devastanti per la vita sul pianeta.

 

Né si è tenuto conto dei danni associati a un aumento media di temperatura di 2°C – rispetto ai livelli preindustriali. Diversi esperti segnalano: «Non si sta facendo niente (…) per diminuire davvero le emissioni globali, che continuano a crescere. Si prevede una crescita rapidissima e sostenuta delle emissioni al ritmo del 6% all’anno, per quattro decenni, a partire dal 2013!» (Hansen e altri, 2013).

 

Questo modello globale, estrarre-produrre-consumare-sprecare-riscaldare-esaurire la vita sul pianeta Terra ha anche altre gravi conseguenze ideologiche, politiche e sociali. Certo, sono nate e cresciute proposte di progresso in diversi ambiti di società, per iniziare processi di superamento, mitigazione e adattamento alle tensioni ambientali e sociali e affermare un nuovo senso della vita diverso da quello che stiamo mettendo in discussione; ma è certo che molte di queste iniziative mostrano problemi di natura e contenuto.

 

Un esempio: nei primi 15 anni di questo secolo abbiamo celebrato i progressi nel campo dell’inclusione sociale in tanti paesi dell’America latina. Argentina, Bolivia, Brasile, Caraibi, Ecuador, Nicaragua, Venezuela. In diversi paesi, però, questi progressi sono stati congelati e su altri grava la spada di Damocle di un ritorno al passato. In alcuni paesi più che in altri la minaccia permanente di una corruzione «smisurata» delinea un rapporto causa-effetto, rispetto agli antivalori che questo senso globalizzato della vita ci ha imposto.  E quando si combinano l’impunità e l’incapacità di applicare politiche economiche e finanziarie adatte alle circostanze, si crea un brodo di coltura per la recrudescenza delle azioni delittuose e della corruzione.

 

In materia economica, il Venezuela del dicembre 2015 ha evidenziato una serie di problemi: l’enorme corruzione, l’impunità, e una notevole incapacità tecnico-politica quanto a direzionalità e razionalità economica. Nel riconoscere questa realtà, dobbiamo poi sottolineare le permanenti deviazioni ideologiche e indolenze operative che prevalgono nelle istituzioni pubbliche e private nella terra di Bolívar.

 

Su queste deviazioni è stato scritto molto. La grande burocrazia, l’opportunismo e il protagonismo; la prepotenza individuale; il nepotismo di gruppo e famiglia sono stati elementi negativi che hanno contribuito al rifiuto da parte dei milioni di venezuelani non recatisi a votare. In questa protesta civica è stato anche messo in evidenza che negli ultimi 17 anni di rivoluzione bolivariana i diversi e innumerevoli processi di formazione ideologico-politica messi in atto sono stati carenti dal punto di vista della coerenza, ponderazione, modestia e impegno che ogni vero rivoluzionario deve avere, nella pratica della trasformazione rivoluzionaria per la costruzione della nostra nuova società.

 

La formazione ideologica ricevuta non è riuscita a resistere alle forze gravitazionali che promuovevano uno smisurato consumismo e individualismo e la frammentazione sociale. La formazione non si è mostrata al livello della sfida di saper spiegare, chiarire gli elementi di confusione, e che cosa sono e che cosa debbono essere le giuste rivendicazioni  espresse, nello stato di diritto, per l’inclusione sociale.

 

La precaria formazione ideologica si collega anche al fatto che non possiamo importare e imporre proposte o modelli di condizionamento ideologico e politico da altre latitudini. Questo non implica un rifiuto a priori di elementi e progressi altrui. Ma è necessario che emergano, dai nostri propri valori, nuove proposte formative e ideologiche, basate sulle nostre condizioni e sull’identità culturale e integrale dell’essere venezuelani. Da lì devono sorgere valori ideologici che ci aiutino a superare la confusione. Uno Stato rivoluzionario non può sostituire con regali e assistenzialismo il compimento dei suoi diritti e doveri, per andare avanti nelle politiche di inclusione sociale e saldare il debito storico sociale in America latina.

 

Iniziamo il 2016 con l’imperiosa necessità di rielaborare un progetto socio-politico-economico proprio che, in definitiva, ci dia luce e orientamento, a sud, per frenare il saccheggio delle nostre risorse naturali ed energetiche. Così si esprime in effetti l’acuto scrittore e ricercatore Luis Britto García (2015):«Por ahora.  Non inganniamoci. La contesa per il potere politico in Venezuela è solo un mezzo per arrivare a controllare un quinto degli idrocarburi del pianeta» (http://www.alainet.org/es/articulo/174469#sthash.hlFypgxS.dpuf)

E’ importante riflettere e approfondire queste affermazioni. Non solo per le conseguenze ideologiche e culturali determinate dal «rentismo petrolifero» che ha imposto alla società venezuelana un carattere strutturalmente parassitario e improduttivo. Dobbiamo discutere anche delle conseguenze e contraddizioni ecologico-ambientali, inerenti a questo tipo di politica.

 

Le difficoltà sono tante. Specialmente quando valutiamo la volatilità dei mercati e del prezzo del petrolio, la scarsità di risorse minerarie ed energetiche per il loro sfruttamento e gli accordi internazionali da rispettare per mitigare le emissioni di CO2 e le loro ripercussioni sulla temperatura dell’atmosfera. Lo si creda o no, il «rentismo petrolifero» inizia a presentare problemi tecnico-politici che le classi sociali da decenni evitano di riconoscere. Occorre pensare in un altro modo, credere che sia possibile un altro stile e modello di società e per questo ora più che mai non possiamo abbandonare il nostro Plan de la Patria e il suo Quinto obiettivo storico: la necessità di costruire un modello economico produttivo eco-socialista autonomo, fondato su un rapporto armonioso fra esseri umani e natura, che garantisca un uso razionale ed ecologico delle risorse naturali. 

 

Tutti i miei auspici per questo cambio di pensiero, nel nuovo anno. E attendiamo suggerimenti per l’opera permanente di miglioramento del nostro processo di cambiamento.

 

* Agroecologo, docente e autore di saggi sull’ecosocialismo, fra cui Vivirdespiertoentreloscambiossociales.

__

Britto, G L. (2015). Por Ahora. On line: http://luisbrittogarcia.blogspot.com/2015/12/por-ahora.html

 

HANSEN J, Kharecha P, Sato M, Masson-Delmotte V, Ackerman F, et al. “Assessing Dangerous ClimateChange: RequiredReduction of Carbon Emissions to Protect Young People, Future Generations and Nature”. PLoS ONE 8(12), 2013. Su:

http://www.plos.org/wp-content/uploads/2013/05/pone-8-12-hansen.pdf

PwC, Too Late For TwoDegrees? Low Carbon Economy Index 2012, PwC, noviembre de 2012. Su  http://www.pwc.com/gx/en/sustainability/publications/low-carbon-

economy-index/index.jhtm

[Si ringrazia Marinella Correggia per la segnalazione e per la traduzione]

 

 

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