Bari 13mar2019: La Repubblica Bolivariana del Venezuela sotto assedio

Il Brexit e l’implosione dell’Unione Europea

mongolfiera ukdi Samir Amin

Traduzione dal francese di Lorenzo Battisti per Marx21.it

Pubblichiamo la traduzione italiana di questo testo che Samir Amin ci ha inviato qualche giorno fa. Esso ci sembra di particolare importanza per il modo in cui affronta, con le “lenti di Marx” e l’analisi degli interessi di classe, la questione della sovranità nazionale, prendendo nettamente le distanze dalle concezioni del “sovranismo” borghese: 

“La Gran Bretagna non intende certamente mettere in opera la propria sovranità per impegnarsi in una via che si allontani dall’ordoliberismo. Al contrario, Londra spera di aprirsi ancora di più soprattutto verso gli Stati Uniti (la Gran Bretagna non ha le reticenze di certi europei verso il trattato transatlantico di libero scambio TTIP), verso i paesi del Commonwealth e i paesi emergenti del Sud, che si sostituirebbero alla priorità europea. Nient’altro; e certamente non un migliore programma sociale. D’altra parte per i britannici l’egemonia tedesca è meno accettabile di quello che sembra per gli altri, in Francia e in Italia”. 

“I fascisti europei proclamano la propria ostilità all’Europa e all’Euro. Ma si deve sapere che il loro concetto di sovranità è quello della borghesia capitalista; il loro progetto è quello della ricerca della competitività nazionale all’interno del sistema dell’ordoliberismo, associato a campagne nauseabonde contro gli immigrati. I fascisti non sono mai i difensori della democrazia, neanche quella elettorale (salvo per opportunismo), e ancora meno lo sono di una democrazia più avanzata. A fronte della sfida, la classe dominante non ha esitazioni: meglio l’uscita fascista dalla crisi. Ne ha dato prova in Ucraina”.
Il nostro autore ribadisce quanto scrive da tempo: “Non c’è niente da attendersi dal progetto europeo, che non può essere trasformato dall’interno; bisogna decostruire per poi eventualmente ricostruire su altre basi. Poiché si rifiutano di arrivare a questa conclusione, molti movimenti in conflitto con l’ordoliberismo esitano riguardo agli obiettivi strategici delle loro lotte: uscire o restare in Europa (o nell’Euro)? In queste condizioni gli argomenti invocati dagli uni e dagli altri sono estremamente diversi, basati spesso su questioni insignificanti, a volte sui falsi problemi orchestrati dai media (la sicurezza, gli immigrati), che conducono a scelte nauseabonde, raramente sulle vere sfide. L’uscita dalla Nato, per esempio, è invocata raramente. Rimane il fatto che l’onda montante che si esprime nel rifiuto dell’Europa (come la Brexit) riflette la cancellazione delle illusioni sulla possibilità di una sua riforma. Ciononostante la confusione preoccupa”. 

“La difesa dell’illusione di una riforma impossibile dell’Europa non permette di evitarne l’implosione. Il progetto europeo si sbriciolerà allora a beneficio di una riemersione di quello che somiglia molto all’Europa degli anni ‘30 e ’40”

Samir Amin ribadisce la necessità di “un progetto di sovranità, con un contenuto esplicitamente popolare e democratico […] La sovranità nazionale è lo strumento inevitabile per l’avanzamento sociale e per il progresso della democratizzazione, al Nord come al Sud del pianeta. Queste avanzate sono guidate da logiche che si situano al di là del capitalismo, in una prospettiva favorevole all’emersione di un mondo policentrico e al consolidamento dell’internazionalismo dei popoli”.

Andrea Catone
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>>>continua>>>

Atilio Boron: tamburi di guerra in Venezuela

Attilio Boron: Tamburi di guerra in Venezueladi Atilio Boron

L’impero ha mobilitato tutti i suoi ingranaggi e dispositivi per porre fine, a qualunque prezzo, alla Rivoluzione Bolivariana anche a costo di gettare il paese in un bagno di sangue
 
Dalle sue origini il processo bolivariano è stato identificato da Washington come un’escrescenza che doveva essere rapidamente rimossa dell’emisfero.

Si è tentato di farlo con tutti i mezzi ma niente ha dato risultati: né il colpo di stato, né la disoccupazione petrolifera, né le molestie diplomatiche, politiche e mediatiche hanno dato i loro frutti.

Sul terreno elettorale il predominio di Chávez era schiacciante: resisteva a piedi fermi alle pressioni ed il suo popolo lo seguiva con entusiasmo.

La Casa Bianca ha accelerato l’aggressione una volta scatenato il lento ma implacabile assassinio per tappe del Comandante. E dopo la sua morte l’offensiva ha assunto caratteristiche ancora più brutali. Ogni discrezione è stata lasciata da parte: bande mercenarie dell’uribismo (legate a Álvaro Uribe Vélez, ex presidente colombiano che si oppone al dialogo con le FARC, NdT) sono entrate seminando violenza e morte per tutto il paese, come oggi lo fanno i “mareros” che quotidianamente (sì, quotidianamente, secondo quello che riporta un’alta fonte ufficiale di El Salvador!) Obama rilascia dalle prigioni nordamericane per inviarli, con tutte le carte in regola, al rassegnato paese centroamericano affinché seminino il caos e la distruzione.

 
Si sono intensificati gli sforzi per “fortificare la società civile” con milioni di dollari per fabbricare o affittare politici da operetta (Capriles, López, Ledesma, eccetera); giornalisti in altri tempi ciechi davanti alle stragi della corruzione ed intellettuali delusi perché il “popolo” che anelavano redimere non era bianco come gli operai polacchi di Lech Walesa bensì meticcio o nero come Chávez, cosa che costituisce un affronto insopportabile.

In mancanza di una risposta politica nella cornice elettorale i soldi fluivano copiosamente verso Caracas: partivano da Washington, via USAID o tramite la NED, volavano a Madrid da dove il ruffiano leccapiedi di George W. Bush, José M. Aznar, lo ridistribuiva tra i suoi complici in America Latina con la benedizione di quel colossale monumento al narcisismo chiamato Mario Vargas LLosa. Ma tutto era vano: come un redivivo Cid Campeador (eroe nazionale spagnolo) tropicale, anche dopo morto Chávez continuava a vincere le elezioni. Le vinceva con Nicolás Maduro nelle presidenziali dell’Aprile del 2013 e dopo, per sovrappiù, nelle municipali del dicembre di quello stesso anno.

 
Falliti tutti questi tentativi, la guerra economica, perfezionando il piano criminale perpetrato contro il Cile di Allende, si è scatenata con tutta la furia.

La penuria programmata, l’accaparramento di articoli di prima necessità, la carestia, la feroce svalutazione della moneta, il contrabbando su grande scala, il terrorismo mediatico senza freno né misura, gli assassini selettivi e, agli inizi di 2014, il piano sedizioso materializzato nelle sinistre “guarimbas” (barricate per le strade), con un saldo di 43 morti, in maggioranza tra le forze di sicurezza del governo e simpatizzanti chavisti, e distruzione di veicoli, sedi di istituzioni governative, scuole, università ed ospedali valutate in centinaia di milioni di dollari.

I responsabili di tutto questo, in prigione, si lamentano che sono “prigionieri politici” quando i loro atti si inquadrano nel delitto di sedizione che in qualunque altro paese del mondo li avrebbe condannati alla prigione a vita. Nella “dittatura bolivariana”, invece, la giustizia ha operato con una sorprendente clemenza ed al capo di questi crimini ha imposto una sentenza di poco più di tredici anni. In Spagna o in Argentina sarebbe stato condannato all’ergastolo e negli Stati Uniti alla pena di morte. Ma così è la “dittatura” chavista.

 
Fallite tutte queste cospirazioni l’impero ha intensificato la guerra economica: insieme a sue infami creature, lo Stato Islamico, ha abbattuto il prezzo del petrolio da poco più di 100 dollari al barile a qualcosa meno di 30. Non contento di questo il Presidente Barack Obama ha emesso un ordine esecutivo che se non fosse criminale per le sue conseguenze sarebbe una presa in giro universale: Il “Venezuela è una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”. E’ stato l’ordine impartito ai cani da guardia dell’impero perché si lanciassero con ferocia contro la rivoluzione.
 
Da allora la vita quotidiana si è complicata fino a diventare un irritante calvario. Per questo motivo nelle elezioni per l’Assemblea Nazionale del passato 6 Dicembre l’opposizione ha ottenuto una maggioranza di due terzi, beneficiando dello scoraggiamento di più di due milioni di chavisti che non hanno dato i loro voti alla destra ma che si sono astenuti dal partecipare alle elezioni.

L’Assemblea ha appena approvato una legge di amnistia che libererebbe tutti i condannati per i crimini commessi nell’episodio sedizioso all’inizio del 2014. Il Tribunale Superiore ha dichiarato l’incostituzionalità della legge ed il presidente Maduro ha dichiarato che non promulgherebbe mai una diavoleria simile che aprirebbe la porta alla violenza e all’impunità in Venezuela.

La situazione si avvicina ad uno scontro catastrofico di forze ma il chavismo, senza alcun dubbio ed oltre i suoi problemi e le sue titubanze, ha chiaramente dalla sua parte il popolo che sa con istinto preciso che la destra viene col coltello tra i denti ed è disposta ad applicare un monito esemplare. Le istruttive lezioni del macrismo in Argentina hanno persuaso delle terribili conseguenze di un ritorno della reazione anche quelli che prima dubitavano che potesse essere così.

 
Dato tutto questo non sorprende che negli ultimi giorni ci sia stata un’intensificazione dell’offensiva destituente. Il Washington Post ha pubblicato un editoriale sfacciatamente golpista il 12 di Aprile dicendo che “il Venezuela ha disperatamente bisogno di un intervento politico dei suoi vicini, che per questo dispongono di un meccanismo appropriato nella Carta Democratica Interamericana dell’Organizzazione degli Stati Americani, la OSA, un trattato che contempla l’azione collettiva quando un regime violi le norme costituzionali”.

Il giornale, solitamente considerato dai neoliberisti il modello della “stampa imparziale ed indipendente”, si lamenta che i paesi della regione non si assumono le loro responsabilità per preservare la democrazia in Venezuela nonostante il fatto che, assicura, per il modo in cui stanno le cose “probabilmente non tarderà molto a prodursi di un’esplosione”.

Il Washington Post non fa altro che ripetere quello che poco prima aveva esposto un documento del Comando Sud, denominato “Operazione Venezuela Freedom-2” e siglato il 25 febbraio del corrente anno con la firma del suo attuale capo, l’ammiraglio Kurt Tidd. In esso si legge che “sebbene (l’opposizione) stia seguendo la strada pacifica, legale ed elettorale (per provocare la destituzione di Maduro) è cresciuta la convinzione che sia necessario fare pressioni con mobilitazioni di strada, cercando di fermare e paralizzare gli importanti contingenti militari che saranno dedicati a mantenere l’ordine interno e la sicurezza del governo, situazione che diventerà insostenibile nella misura in cui si scatenino conflitti multipli e pressioni di ogni tipo”.

 
Afferma l’ovvio: la destra non ha mai creduto nelle regole del gioco democratico. Quando le accetta è per convenienza, non per convinzione. E le abbandona non appena le circostanze suggeriscano di seguire il cammino verso la restaurazione violenta. In Venezuela e da tutte le parti, è fondamentale non sbagliarsi su questo punto. Tutto il clamore che l’opposizione antichavista fa in relazione al referendum revocatorio è un tappabuchi: quello che vuole è “l’uscita”  di Maduro, per opera e grazie alla violenza.
 
Aprile sembra essere il mese delle rese dei conti nella politica venezuelana. “Aprile è il periodo giusto”  ha detto il presidente Nicolás Maduro in una riunione coi partecipanti dell’Incontro di Intellettuali, Artisti e Movimenti Sociali che ha avuto luogo recentemente.

L’11 Aprile del 2002 c’è stato il colpo di stato contro Chávez, ed il 13 il paese lo reinstallò nel Palazzo di Miraflores. Non è casuale l’attacco del Washington Post proprio in questi giorni, né che una delle organizzazioni sediziose che distrussero il paese in passato, Volontà Popolare, abbia convocato una marcia il 19 di Aprile per esigere l’”uscita” del presidente Maduro. Non lo è neanche che il Segretario Generale dell’OSA, Luis “Giuda” Almagro, abbia dichiarato pochi giorni fa in un’intervista a El País di Spagna che è inammissibile mantenere la neutralità in Venezuela “quando ci sono prigionieri politici e la democrazia non sta funzionando.” Almagro ha ricevuto il chiaro ordine dei suoi capi a occuparsi solo di fustigare il Venezuela e di dimenticarsi dei massacri perpetrati in Honduras (Berta Cáceres), Messico (Ayotzinapa), Colombia (130 militanti di Marcia Patriottica assassinati nell’ultimo anno), e Paraguay (Curuguaty), per non menzionare nient’altro che i casi più emblematici. L’OSA ratifica la sua condizione di Ministero delle Colonie degli Stati Uniti, come opportunamente l’avevano definita Fidel ed il Che.

 
Come si può vedere, l’impero ha mobilitato tutti i suoi ingranaggi e dispositivi per porre fine, a qualunque prezzo, alla Rivoluzione Bolivariana anche a costo di gettare il paese in un bagno di sangue. Ma il paese chavista offrirà un’accanita resistenza ad un’invasione del Comando Sud ed accorreranno in suo aiuto volontari da tutta l’America Latina trasformando l’invasione nordamericana in una causa della Patria Grande che incendierà la rinsecchita prateria sociale della regione oltrepassando i confini venezuelani, estendendosi ai paesi vicini e compromettendo seriamente i Dialoghi di Pace tra le FARC ed il governo colombiano. Per questo, la solidarietà con il popolo ed il governo bolivariani è oggi più urgente ed importante che mai per impedire che la sinistra manovra interventista dell’impero giunga a compimento.
* Pubblichiamo su gentile concessione della redazione di MarxXXI

Alcuni insegnamenti dalle elezioni in Venezuela

venezuela rtx1wqu6di Atilio Boron* – www.alainet.org

La trappola

“Fino a che punto si possono organizzare “elezioni libere” nelle condizioni esistenti in Venezuela?”

Le elezioni parlamentari in Venezuela forniscono vari insegnamenti che credo necessario sottolineare. In primo luogo che, contrariamente a tutte le predizioni degli sfacciati della destra, la consultazione si è svolta, come tutte quelle che l’hanno preceduta, in un modo impeccabile.

Non ci sono state denunce di alcun tipo, salvo le insolenze di tre ex presidenti latinoamericani, che alle quattro del pomeriggio (due ore prima della conclusione dell’atto elettorale) già avevano annunciato il vincitore della contesa. Al di fuori di questo episodio, la “dittatura chavista” ha ancora dimostrato la trasparenza e l’onestà di una consultazione elettorale che si vorrebbe avere in  molti altri paesi dentro e fuori l’America Latina, a cominciare dagli Stati Uniti.

Il riconoscimento fatto dal presidente Maduro, ancora prima che fossero resi noti i risultati ufficiali, contrasta con il comportamento dell’opposizione, che in passato si affrettò a disconoscere il verdetto delle urne. Lo stesso occorre dire di Washington, che ancora oggi non riconosce la vittoria di Maduro nelle presidenziali del 2013. Gli uni sono democratici veri, gli altri grandi simulatori.

Secondo, far risaltare il fatto importante che dopo quasi 17 anni di governi chavisti e in mezzo alle durissime vicissitudini che caratterizzano il Venezuela, il governo continua a conservare il quaranta per cento dell’elettorato in un’elezione parlamentare.

Terzo, il risultato può rimuovere l’opposizione dalla sua posizione comoda e dal suo frenetico attivismo protestatario perché ora, contando su una grande maggioranza parlamentare, condividerà la responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Non sarà più solo il governo responsabile delle difficoltà che affliggono la cittadinanza. Tale responsabilità sarà ora più condivisa.

Come quarta e ultima considerazione, una riflessione più di fondo. Fino a che punto si possono organizzare “elezioni libere” nelle condizioni esistenti in Venezuela? Nel Regno Unito si sarebbero dovute svolgere le elezioni generali nel 1940. Ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale obbligò a spostarle al 1945. L’argomento utilizzato fu che il disordine occasionato dalla guerra impediva che l’elettorato potesse esercitare la sua libertà in maniera cosciente e responsabile. I continui attacchi dei tedeschi e le enormi difficoltà della vita quotidiana, tra cui l’ottenimento degli elementi indispensabili per la stessa, colpivano a tal punto i cittadini da impedire l’esercizio in pieno godimento della libertà.

Sono state molto diverse le condizioni in cui si sono svolte le elezioni in Venezuela? Non del tutto. Ci sono importanti somiglianze. In marzo la Casa Bianca aveva dichiarato che il Venezuela era una “inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”, il che equivaleva a una dichiarazione di guerra contro la nazione sudamericana.

D’altra parte, da molti anni Washington destina ingenti risorse finanziarie per “dare potere alla società civile” in Venezuela e contribuire alla formazione di nuove leadership politiche, eufemismi che hanno la pretesa di occultare i piani di ingerenza della potenza egemone e la sua fretta di rovesciare il governo di Nicolas Maduro.

La insistente guerra economica lanciata dall’impero insieme alla sua incessante campagna diplomatica e mediatica sono riuscite a scalfire la lealtà della base sociale del chavismo, spossata e infuriata per anni di penuria pianificata, di aumento incontenibile dei prezzi e di crescita  dell’insicurezza dei cittadini.

In queste condizioni, a cui senza dubbio occorre aggiungere i grossolani errori nella gestione macroeconomica dell’entourage ufficiale e i danni prodotti dalla corruzione, mai combattuta seriamente dal governo, era ovvio che le ultime elezioni sarebbero finite come sono finite.

Purtroppo, l’ “ordine mondiale” ereditato dalla Seconda Guerra Mondiale, che un recente documento di Washington riconosce che “sia servito molto bene” agli interessi degli Stati Uniti, non  è stato ugualmente utile per proteggere i paesi della periferia dalla prepotenza imperiale, dal suo sfacciato interventismo e dai suoi sinistri progetti autoritari.

Il Venezuela è l’ultima vittima della scandalosa immoralità dell’ “ordine mondiale” attuale che assiste imperterrito a un’aggressione non convenzionale a un paese terzo con il proposito di rovesciare un governo demonizzato come un nemico.

Se ciò continuerà ad essere accettato dalla comunità internazionale e dai suoi organi di governo globale, quale paese sarà in grado di garantire “elezioni libere” per i suoi cittadini? Del resto negli anni settanta del secolo scorso i paesi del capitalismo avanzato bloccarono l’iniziativa promossa in seno all’ONU che chiedeva di definire “aggressione internazionale” un qualcosa che non si limitasse alla nozione di intervento armato.

Prendendo in considerazione l’esperienza del Cile di Allende, alcuni paesi cercarono di promuovere una definizione che comprendesse anche la guerra economica e mediatica come quella che è stata scatenata contro il Venezuela bolivariano, ma furono sconfitti.

E’ ora di riprendere questa argomento, se vogliamo che la malconcia democrazia, spianata poche settimane fa in Grecia e qualche giorno fa in Venezuela, sopravviva alla controffensiva dell’impero. Se tale pratica non potesse essere rimossa dal sistema internazionale, se si continuasse consentendo che un paese potente intervenga in modo vergognoso e impunemente su un altro, le elezioni rappresenteranno una trappola che servirà solo a legittimare i progetti reazionari degli Stati Uniti e dei loro luogotenenti regionali. E potrebbe capitare che molta gente cominci a pensare che forse altre strade di accesso al potere o di sua conservazione siano più efficaci e affidabili delle elezioni.

>>>Traduzione di Marx21.it>>>

A Tripoli, a Tripoli!

gentiloni-655x436-655x436di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

L’articolo 87 della nostra Costituzione è ancora fresco di modifica nell’ambito della riforma costituzionale approvata dalla Camera dei Deputati, che già l’Italia del governo Renzi si prepara alla avventura bellica che metterà fine allo spirito pacifista della nostra Carta fondamentale, relegando il già bistrattato articolo 11 tra i rottami del “secolo breve”. Basterà una semplice maggioranza, frutto di una legge elettorale che concede la maggioranza assoluta dei seggi ad una minoranza del Paese, per dichiarare guerra.

Ma meglio agire d’anticipo e lanciare subito il messaggio: nella nuova spartizione “neocoloniale” del mondo ci siamo pure noi, senza più tentennamenti e mal di pancia di sorta. E più velocemente senza lacci e laccioli del processo democratico con le sue interminabili discussioni, le sue trattative e i suoi compromessi. Ed ecco quindi la Libia, la nostra “quarta sponda” sulle cui macerie cresce la minaccia dell’Isis. Il dovere ci chiama: per l’ennesima volta la difesa della civiltà ci chiama. Che la stessa civiltà da difendere sia la prima responsabile della distruzione dello Stato libico e dell’avanzare del nuovo nemico pubblico, poco importa. Ricordarlo è semplice disfattismo, quando non dimostrazione della alleanza tra residui del comunismo e estremisti islamici in nome della lotta all’occidente capitalista.

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Sarà la Cina il salvavita dell’economia russa?

russia_cina_bandiereda Marx21.it

La terza settimana di dicembre, dopo che il rublo aveva subito la sua peggiore caduta dalla crisi dei cambi del 1998, il governo della Cina ha manifestato immediatamente la sua solidarietà con il Cremlino. “Se la parte russa ne avesse bisogno, forniremo l’assistenza necessaria secondo le nostre possibilità”, ha annunciato il ministro cinese delle Relazioni Estere Wang Yi. Il sostegno è in buona misura il prodotto del fatto che la Cina è oggi il primo partner commerciale e il quarto maggiore investitore a Mosca. E’ evidente che esiste una certa preoccupazione tra le élite di Pechino in relazione all’aggravamento della realtà economica russa.

Nell’ultimo anno, il rublo si è svalutato del 41% rispetto al dollaro e del 34% rispetto all’euro, fondamentalmente in conseguenza della caduta sostenuta del prezzo del petrolio negli ultimi 7 mesi e delle sanzioni applicate [alla Russia] dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti dopo gli avvenimenti della Crimea. Nel corso del 2014 la caduta degli investimenti ha raggiunto i 130.000 milioni di dollari. La banca centrale della Russia ha speso circa 100.000 milioni di dollari per la difesa della moneta e questa cifra costituisce la quarta parte delle riserve accumulate.
D’altro lato, la decisione di aumentare del 17% il tasso di interesse di riferimento per frenare la destabilizzazione della moneta potrebbe spianare la strada a una brusca diminuzione del credito e degli investimenti sul piano interno e incrementare in tal modo il rischio di cadere in una recessione prolungata. Le stesse autorità russe avevano rilevato una situazione economica preoccupante già nel momento in cui il PIL si era contratto dello 0,50% nel mese di novembre, la prima caduta dall’ottobre 2009. Messo in guardia circa i rischi di nuove corse agli sportelli bancari da parte degli analisti di Sberbank (la maggiore banca di prestiti russa), il governo di Vladimir Putin ha annunciato di prevedere un’iniezione di liquidità per l’ammontare di 1 bilione di rubli (18.600 milioni di dollari) e di creare immediatamente un deposito di sicurezza al fine di garantire il risparmio.

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