Caccia al chavista in Italia: venezuelano minacciato di morte da gruppi anti-Maduro

di Clara Statello

Marcelo è un venezuelano residente da anni in Italia, ma è anche un appassionato militante bolivariano.

Esattamente come tanti italiani, dopo aver perso il lavoro, si divide tra precarietà e colloqui. Dice scherzando “E’ più facile lavorare in Venezuela che non qui in Italia, ma qui ho i miei figli”.

Torna almeno una volta l’anno al suo paese per lavorare a progetti sociali di pesca e coltivazione dei campi. Vende pesce e granturco ai prezzi calmierati dallo stato, non al prezzo imposto dal mercato nero, dieci, cento volte più caro. Così aiuta a combattere la speculazione sui prezzi, una formidabile arma della guerra economica. Marcelo vuole porre il suo granello di sabbia nella costruzione della Patria Bolivariana, vuole dare il suo contributo per la lotta di liberazione dei popoli latino americani. Per questa ragione ha girato il mondo ed è stato a fianco del popolo popolo Wayuu, che resiste alle multinazionali e al governo colombiano, per questa ragione adesso è minacciato di morte da gruppi dell’opposizione venezuelana, residenti in Italia.

“Una faccenda inquietante” racconta. Qualcuno lo ha preso di mira, ha prelevato alcune foto dal suo profilo facebook e le ha diffuse a sua insaputa in gruppi e chat di venezuelani residenti in Italia. Foto che lo ritraevano assieme ad alcuni chavisti a Caracas, alle celebrazioni del 23 gennaio dello scorso anno per la caduta del dittatore Jimenez. Questo è bastato a scatenare l’odio sui social. Per essere chavista è stato minacciato di morte, è stata messa una taglia sulla sua testa e diffuse informazioni personali per poterlo rintracciare, come ad esempio l’indirizzo di casa in Venezuela.

Tutto questo è successo a sua insaputa. Marcelo è stato messo al corrente di quanto stava succedendo da un contatto che dal Venezuela lo ha informato di essere vittima di questa situazione, che va ben oltre il linciaggio mediatico. Ma non finisce qui. Dopo il presidio in ambasciata a Roma, lo scorso sabato 26 gennaio, a sostegno del governo Maduro, è stato minacciato direttamente sul suo profilo facebook. Da uno sconosciuto che aveva letto alcuni suoi post sulla pagina dell’evento. Una vera e propria persecuzione politica, da parte di personaggi che “fanno parte di una rete collaudata di oppositori venezuelani, che ha ramificazioni in tutto il mondo – dice – Non so se chi mi sta minacciando si trova qui in Italia o mi sta aspettando in Venezuela. Adesso devo guardarmi attorno appena metto il piede fuori di casa”.

“L’estrema destra venezuelana oggi presente in Italia, organizzata in reti sociali, mi vuole morto per la mia appartenenza politica. E’ una rete del terrore, perché queste persone che oggi risiedono in Italia, hanno ammazzato brutalmente tantissime persone in Venezuela. La gravità di questo atto sul suolo italiano e l’insicurezza non mi piace, mi dà rabbia”.

La destra venezuelana, negli ultimi anni, precisamente durante gli scontri del 2014 e del 2017, conosciuti in Venezuela come le Guarimbas – le barricate – ha compiuto gravi atti di sabotaggio e terrorismo sia contro normali cittadini che contro personaggi politici e militanti socialisti. Blocchi stradali, assalti a supermercati, cliniche, sedi istituzionali, scuole e persino asili, presi di mira in quanto simboli dello stato che vogliono rovesciare. Veri e propri atti terroristici come le corde tese da un capo all’altro delle strade pubbliche per decapitare i motociclisti, imboscate contro auto privati, ambulanze, furgoni che trasportavano medicinali, macchinari ospedalieri, generi alimentari, che venivano bloccati con i “miguelitos”, chiodi a tre punte che bucano i copertoni, poi assaltati con armi da fuoco e bombe. E poi assassini mirati, una vera e propria caccia al chavista, come quello di Roberto Serra, dirigente del PSUV o di Orlando Figueroa, arso vivo da un gruppo di manifestanti antichavisti durante la guarimba del 2017. Una operazione di guerra a bassa intensità, un colpo di stato continuato, mirata a dividere il popolo e creare le condizioni per una guerra civile.

Questo infelice episodio dimostra come anche in Italia esista il rischio di una degenerazione violenta, con la riproposizione delle stesse logiche di caccia all’uomo. L’opposizione venezuelana, attraversando l’oceano, non ha abbandonato il disprezzo per il confronto democratico, la reiterazione degli stessi schemi di violenza nei confronti degli avversari politici.

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