Caiazzo (Caserta) 6ott2018: Incontro sulla Democrazia Diretta

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La Cina sempre più vicina

L'immagine può contenere: 3 persone, persone sedute e spazio al chiusodi Pino Cabras*

Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio mi perdonerà se gli racconto già alcuni pezzi della trama del grande film cinese che vedrà nella sua visita ufficiale a Chengdu, nel cuore del Sichuan, il prossimo 20 settembre. Di Maio resterà fortemente colpito, come chiunque visiti per la prima volta questa smisurata megalopoli. E proverà stupore per la dimensione titanica dell’immenso spazio urbano ridisegnato con un’impressionante accelerazione della storia, così come per la fitta rete di grandi autostrade su più livelli, percorse da grosse auto di marche tedesche, giapponesi e cinesi, in corsa fra migliaia di altissimi edifici, grattacieli e insediamenti, che si slanciano verso il cielo grigio e umido in un’area piatta e urbanizzata grande quanto l’intera Campania.

Se il boom italiano degli anni sessanta conserva ancora oggi l’inerzia di quello slancio che lasciava stupefatto un paese agricolo che in poco tempo diventava industriale, qui siamo di fronte a un salto cento volte più travolgente ed energico, in grado di colmare i secoli in un decennio, in una città passata in poco tempo da 5 a 17 milioni di abitanti. La prima linea della metropolitana di Chengdu è stata inaugurata nel 2010, oggi siamo già all’inaugurazione della quinta linea, e nel 2030 la rete della metro servirà con decine di linee una città di oltre 25 milioni di abitanti. Chengdu sarà lo snodo centrale della Belt and Road Initiative (BRI), la nuova Via della Seta che integrerà lo spazio eurasiatico e coinvolgerà la maggior parte della popolazione mondiale. 

Su invito delle autorità cinesi ho partecipato con una delegazione di politici, imprenditori, diplomatici e ricercatori di tutta Europa a un intensissimo programma di dieci giorni tra Pechino e Chengdu. Un vortice di incontri e visite presso istituzioni, imprese innovative, scuole di partito, agenzie internazionali, mirante a stabilire relazioni solide fra la Cina e le personalità che in Europa vogliono comprendere e partecipare al grande impulso della BRI. Gli interlocutori che ho trovato in Cina stanno passando al setaccio ogni novità di ciascun paese europeo e perciò manifestano molta attenzione nei confronti del Movimento Cinque Stelle e del governo da esso guidato. Questo interesse mi ha aperto molte porte presso gente concreta e desiderosa di capire.

A Pechino ho visitato la fabbrica della Beijing Electric Vehicle (BJEV), i concorrenti della più famosa e americana Tesla nella produzione di veicoli elettrici. Ne hanno già prodotto 250mila e puntano a essere leader mondiali del nuovo mercato. Un dirigente BJEV si lascia scappare una battuta: «La Tesla è un costoso giocattolino per ricchi, noi siamo i fornitori di auto elettriche per le masse a prezzi popolari». Con il corrispettivo di 16mila euro, un cittadino della classe media cinese può portarsi a casa una berlina con un’autonomia di quasi 500 km a ogni carica, mentre crescono le infrastrutture che diffondono in mezza Cina i punti di rifornimento dedicati ai veicoli elettrici. Ed è ormai pronto a entrare in produzione un nuovo sistema che è l’uovo di Colombo rispetto ai tempi lunghi delle ricariche, ossia il cambio di batteria presso i punti di rifornimento: anziché aspettare ore per ricaricare, togli la batteria (ormai più piccola, compatta ed estraibile) quando è scarica e la sostituisci ogni volta con una già ricaricata. Solo il tempo ci dirà se davvero milioni di persone passeranno all’auto elettrica, e se questo sia il modello giusto di mobilità. Intanto gli investimenti accelerano e il settore automobilistico cinese nel suo insieme è trainante. In Italia in molti santificano i dirigenti Fiat, ma la storia ci ha già detto che non si sono mai accorti del risveglio dello sterminato mercato cinese. Dovremo tutti essere migliori dei dirigenti Fiat, per i tanti campi dell’economia che non sono irrimediabilmente perduti. L’attimo è ora.

Racconterò a parte delle altre imprese ad alta tecnologia che ho visitato a Pechino e nel Sichuan, dei parchi scientifici, delle migliaia di ingegneri che hanno regalato alla optoelettronica cinese la leadership per gli schermi ad altissima definizione, e così via. Mi concentro ora su un dato più politico di questa missione.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.Ho fatto da portavoce dell’intera delegazione nella serata finale del programma, dove ho pronunciato un discorso durante l’incontro ufficiale con il vicepresidente e responsabile delle Finanze del Sichuan, Ouyang Zehua, e altri dirigenti di questa regione di 91 milioni di abitanti, vasta quanto la Francia. Ouyang è un signore molto dinamico dallo sguardo ironico e curioso che sprizza ottimismo e pragmatismo da tutti i pori, mentre snocciola i risultati economici, e ne ha ben donde: il tasso di crescita del PIL del Sichuan nel 2018 è dell’8,2% in un anno, in aggiunta a una lunga serie storica di dati formidabili. L’orgoglio del dirigente cinese si combina con una cosa molto italiana: la passione per il cibo, la sua varietà, il suo legame con la cultura e il territorio. Il Sichuan è probabilmente l’area del pianeta che condivide di più con l’Italia una precisa caratteristica, ossia la ricchezza dell’assortimento di tradizioni culinarie, con infinite varianti subregionali spesso raffinatissime. Ora che il Sichuan ha ben motivate ambizioni da “ombelico del mondo”, combina questa sua millenaria tradizione gastronomica con un’apertura schietta e curiosa verso altre tradizioni. Il vino è ormai sempre più presente a tavola, e anche i formaggi e altri prodotti agroalimentari europei. Perciò prendete nota e siateci! Non siate come gli Agnelli e i loro manager sempre sopravvalutati! Un ottimo punto di partenza è la Western China International Fair di Chengdu che apre il 20 settembre 2018. Di Maio rappresenterà un’Italia in veste di paese ospite d’onore.

I pianificatori della nuova megalopoli, che abbiamo incontrato presso un parco scientifico dove tutto viene programmato come se il videogame Simcity prendesse davvero corpo, ci mostrano con grande orgoglio il gigantesco plastico della Chengdu del 2034. Non ragionano come i palazzinari a corto raggio nostrani, anche se non credo siano meno spregiudicati. Mentre oggi lo sviluppo asimmetrico di Chengdu sembra concentrarsi in mille mostruose lingue di cemento che turbano minacciosamente qualsiasi senso della misura urbanistica da noi conosciuta, per il futuro – un futuro immediato – la cura per la dismisura è un’ulteriore dismisura. Cioè un colossale rimodellamento e ri-bilanciamento dei poli di sviluppo, un investimento-monstre su “scala cinese” in tecnologie verdi, energie rinnovabili, opere idrauliche di rinaturalizzazione del paesaggio. Nel gioco Simcity puoi cambiare il paesaggio con la tempistica degli umani, ma puoi divertirti a usare il “God Mode”, la “modalità di Dio”, e mettere fiumi e laghi dove non c’erano e farlo in tempi rapidissimi. Ed ecco che nella Chengdu reale le aree dedicate a parchi avranno ciascuna dimensioni paragonabili a una grande città italiana, con specchi d’acqua estesi e insenature suggestive.

Il nuovo cuore di Chengdu sarà una città nella città, tutta da sviluppare, il nuovo distretto di Tianfu.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.Si tratta di una città-parco dove si concentreranno le attività commerciali e scientifiche legate alle nuove rotte eurasiatiche. Sarà tutto costruito entro sette anni, avrà una superficie di circa 600 kmq (superiore a quella di Roma entro il Grande Raccordo Anulare), i grattacieli più alti della Cina occidentale e dieci linee di metropolitana distinte dalle altre decine di linee del resto della città di Chengdu, un’enorme stazione ferroviaria che collegherà Chengdu a mezzo mondo, incluse le nuove linee superveloci. Ricordiamo che molte città cinesi si collegheranno entro pochi anni con treni a levitazione che viaggeranno a velocità vicine ai mille km/h.

Chengdu ha già un aeroporto da 45 milioni di passeggeri l’anno. Nel 2020 inaugureranno un secondo aeroporto internazionale da sei piste con altri 90 milioni di passeggeri l’anno. Il Sichuan diventerà la meta di un turismo d’affari che non si limiterà a vedere il parco dei panda (a proposito, sono bellissimi!). Sarà anche la base di partenza di una ormai vasta classe media pronta a girare quell’Europa che saprà accoglierla. Non dimentichiamo che a un’ora e mezzo da Chengdu c’è un’altra megalopoli ultramoderna, Chongqing, con i suoi 30 milioni di abitanti, anche loro parte di una “affluent society” pronta a viaggiare e già in pieno respiro internazionale. 

Quanti giornalisti e politici italiani si curano di raccontare queste città, dal peso demografico e industriale così cospicuo? Davvero pochi. È davvero così difficile raccontare un mondo così importante per il futuro nostro e dei nostri figli e smarrirlo invece come una traccia muta e indecifrabile? Non è un tantino squilibrata un’informazione che della Cina sa restituire ai cittadini solo il luogo comune dell’involtino primavera (mai visto in tutto il viaggio) o dei negozi di chincaglierie a poco prezzo? È come se di un grande palazzo sontuoso, fresco di lavori e ricco di tesori, si volesse vedere solo lo sgabuzzino delle scope. Troppi giornali italiani sanno vedere solo i bugigattoli della Storia, e infatti puzzano di muffa.

Sino a poco tempo fa, persino agli occhi di chi in Europa prendeva le decisioni che contano, Chengdu e altre grandi realtà cinesi erano solo dei luoghi remoti, un puntino ignoto sulla cartina dell’Asia. Ma oggi Chengdu e il Sichuan influenzeranno in modo diretto il lavoro di chi in Europa fa le leggi, programma le decisioni economiche e fa impresa, qualsiasi settore voglia considerare. 

Solo una parte è pronta a questa nuova realtà, mentre dobbiamo esserlo tutti. 

Ad esempio, vogliamo regalare alla Polonia il ruolo di principale terminale europeo della BRI, accontentandoci delle diramazioni secondarie? Oppure dobbiamo guardare all’Africa, dove la Cina ha innescato un altro gigantesco processo economico? Cioè guardare alla nostra geografia, alla nostra profondità strategica, a dove si collocano la penisola iberica, la Sardegna, la penisola italiana, la Sicilia. 

Ho chiesto dunque ai dirigenti cinesi se i terminali delle Vie della Seta fossero una pianificazione ormai conclusa, o se fossero aperti ad altre iniziative. 

«Naturalmente siamo aperti – mi risponde Ouyang – e penso anche che tra gli investimenti in Africa e quelli in Europa ci debba essere una cerniera». Il che corrisponderebbe a chiudere il cerchio. Colgo l’occasione per parlargli – come avevo già fatto con altri dirigenti cinesi – del grande valore pratico e simbolico che avrebbe una rapida ricostruzione congiunta del ponte di Genova con i campioni cinesi delle infrastrutture, una goccia rispetto al mare di cose che si possono fare, ma una goccia importante. Ouyang coglie la portata della proposta, e mi rivela che la prossima settimana ci sarà proprio a Chengdu un concerto dell’orchestra di Genova in memoria delle vittime, nel bellissimo auditorium da poco inaugurato. La cosa mi sorprende e mi fa piacere, forse avevo visto giusto. 

Facciamo in modo che le buone idee si diffondano, come le emozioni della musica.

* Parlamentare portavoce M5S 

(VIDEO) Rafael Correa conversando con Beppe Grillo

da beppegrillo.it

Beppe Grillo intervistato dall’Ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Ecco la trascrizione dell’intervista.

Rafael Correa: Benvenuti agli amici del programma “Conversando con Correa”. Quest’oggi un tema di grande attualità e interesse: la crisi dei sistemi politici tradizionali e le alternative all’Europa. Come sempre con noi un ospite veramente prestigioso. Abbiamo il privilegio di riceverti. Mi riferisco ad un fenomeno politico, anche se non gli piace essere definito un politico, ma un rappresentante dei cittadini. Il grande Giuseppe Grillo, meglio conosciuto come Beppe Grillo. Comico, attore teatrale… Ed ora protagonista della vita pubblica del suo paese. Benvenuto, Beppe, grazie mille per aver accettato il nostro invito.

Beppe Grillo: Vi ringrazio molto. Grazie tante.

Rafael Correa: Ebbene, tu hai rivolto una critica profonda ai sistemi politici europei, altamente istituzionalizzati, tecnocratici, elitari, lontani dai cittadini proprietari della democrazia. E’ ovvio che in Europa c’è una crescente insoddisfazione per la democrazia, per i partiti politici tradizionali, che non riescono a risolvere le preoccupazioni dei cittadini: la crisi economica iniziata nel 2008, il problema dell’immigrazione, il problema del terrorismo estremista. E poi c’è il Movimento 5 Stelle, il Movimento 5 Stelle (questo è il mio italiano fluente). Ho imparato le parolacce in italiano solo perché ho lavorato con gli italiani a Zumbahua, nel Mato Grosso, persone straordinarie, ma parlavano utilizzando parolacce.  Il M5S è vincitore sorprendente alle ultime elezioni parlamentari, è stato il partito più votato, incentrando la sua campagna politica sul Web, sull’accesso diretto dei cittadini, (con Rousseau) con proposte provenienti dai cittadini stessi. Il Movimento 5 Stelle è attualmente la più grande organizzazione politica digitale del mondo. Ciò che ha realizzato il Movimento 5 stelle è una sfida alla democrazia rappresentativa.

Beppe Grillo: Sì, credo che siamo giunti a un punto in cui ci sono due mondi in contrasto. C’è un mondo che sta scomparendo, quello della vecchia politica, quello dei vecchi partiti, quello in cui si delegano i propri interessi a qualcun altro. Quel mondo è finito. In realtà, i partiti si stanno sciogliendo, per così dire, la storia e la rete hanno accelerato lo scioglimento dei partiti con lo scontro tra questi due mondi. Ho 70 anni, quindi ho un piede nell’analogico, nel vecchio mondo, e un altro nel digitale, dall’altra parte. Ho 6 figli, 6 figli che utilizzano Internet per informazioni, TV. I giornali, i telegiornali classici, non li vedono più. Viviamo in un mondo in evoluzione, in cui in dieci anni la metà dei posti di lavoro conosciuti non esisterà più; vi sono poi le università, le scuole, in cui la cultura è in difficoltà, perché deve preparare le persone a un mondo che non si conosce e che non può avanzare e il 50 per cento dei nuovi posti di lavoro sarà creativo. Creatività. Servizi e creatività. E poi c’è l’industria, l’ingegneria, il design, l’antropologia… L’antropologia è importante, in quanto si tratta di un movimento antropologico. Il cambiamento che stiamo vivendo è antropologico piuttosto che politico. Il mondo sta cambiando a un ritmo spaventoso e la nostra generazione di politici non percepisce questo cambiamento, non lo percepisce. Hanno una visione del mondo di 3, 4 e 5 giorni. Gli Stati non esistono più. Hai un dispositivo, un iPad, che ti permette di essere in contatto con le persone e in quell’atto c’è la conoscenza. Mio figlio non compra una macchina o una casa, come ho fatto io: ho comprato una casa, una macchina, e ho lavorato per la casa e la macchina, ho messo i soldi in banca, mio figlio non ha fatto tutto ciò. Utilizza il car sharing, il carpooling, con 40 euro va nel vostro paese con un volo charter, va alle Galapagos. I giovani si scambiano cultura, conoscenze. In un certo senso, il tuo paese ha dato vita a Darwin nelle Galapagos, ha permesso la scoperta della selezione naturale. E Darwin era una persona che lavorava tre ore al giorno. Eppure cambiò il mondo. Sono curioso, e il Movimento è nato dalla mia curiosità, dalla curiosità di un leader che si è sacrificato per questo movimento, ha riunito le persone attraverso un sistema operativo chiamato Rousseau, dove chiunque può indire un referendum al giorno, se vuole. Si può votare attraverso questo sistema. Sono le persone, non il mercato del lavoro, che devono essere messe al centro. Ci sono otto milioni di poveri che svolgono tre lavori e, pur avendo tre lavori, non possono più sostenersi da soli. Voglio dire, i giovani, i miei figli, hanno tutti una laurea, uno è un cuoco con una laurea in filosofia e pedagogia, un altro è un ingegnere e lavora in un complesso turistico. Possono adattarsi a qualsiasi cosa. C’è il rischio di far crescere generazioni di frustrati perché non fanno quello che hanno studiato, ma invece io mi batto per mettere al centro l’essere umano, per dare un reddito all’individuo: ti do un reddito e poi esprimi la tua creatività! Quanti Leonardo da Vinci ci sono in Italia, quanti Shakespeare? Forse Shakespeare lavora come responsabile delle risorse umane in un’azienda multinazionale, o Rembrandt progetta automobili. Potrebbe essere. Se avessero un reddito, se lo Stato lo riconoscesse, avremmo un’esplosione di creatività nel nostro paese. L’italiano è creativo. Non si può competere con i cinesi in economia di scala. Ma per quanto riguarda la creatività, la bellezza e lo spirito è possibile. Questo deve essere il nostro obiettivo.

Rafael Correa: Siamo d’accordo, l’unica economia – e perdonami se penso con la mia deformazione da economista – l’unica economia basata su risorse illimitate è l’economia delle idee, l’economia della conoscenza. Siamo pienamente d’accordo su questo punto. Tu hai detto che hai 70 anni, ma hai la vitalità di un ventenne. E grazie per aver parlato del nostro paese, un paese meraviglioso con le sue Isole Galapagos, uniche al mondo, con Charles Darwin, che ho appena scoperto che lavorava tre ore al giorno, ha sviluppato la teoria dell’evoluzione delle specie, ha rivoluzionato la scienza. Quello che Charles Darwin ha detto, tra le altre cose, è che le specie che sopravvivono non sono le più forti, ma quelle che meglio si adattano al cambiamento. E sembra che la tecnologia abbia superato la capacità di cambiamento dei sistemi politici, infatti noi manteniamo essenzialmente un sistema politico che ha quasi tre secoli di vita. Ma siamo nel XXI secolo, dove, online, è possibile conoscere immediatamente la decisione dei cittadini come ciò che hai detto, vale a dire, una democrazia diretta, che utilizza meccanismi tecnologici. Siamo d’accordo, credo che la tecnologia abbia superato molto tempo fa un sistema politico che richiede molto tempo per adattarsi ai suoi progressi e i cittadini vogliono una maggiore partecipazione, e i mezzi per tale partecipazione esistono. Credo che il Movimento a 5 stelle ne abbia fatto buon uso.

Beppe Grillo: Io vengo da quel mondo. La tecnologia ha anche un altro lato, ha un lato “B”. Bisogna stare molto attenti. Io e te stiamo parlando, ma mentre parliamo c’è una terza persona al mondo che usa le cose che ci diciamo. Mi riferisco a Facebook, alla Apple, a quelle grandi multinazionali che si appropriano delle informazioni relative alla tua vita. Sei monitorato. L’internet delle cose fornisce una tecnologia con la quale tutte le nostre azioni sono monitorate, e grazie ai big data si possono prevedere cose che vogliamo fare. Lo prevedono. Ecco perché la politica è fondamentale, perché la politica deve dire che tipo di mondo vogliamo tra 20 anni: qual è il pericolo? Il pericolo è quello di perdere il controllo della nostra tecnologia. Questo è il grande pericolo. Sto quindi riflettendo sui passi da compiere per accettare alcune tecnologie e respingerne altre. Questa è la politica. Immagina di essere controllato da una sorta di “grande fratello” che mette un sensore sulla lampadina, cammini in casa e la casa ti riconosce e dice: “Oggi sei un po’ triste, ho intenzione di mettere su un po’ di musica e accendere la luce. Senti poi la voce che dice: “Vuoi che ti ordini una pizza? E tu sei lì, gestito da quelle cose che inviano informazioni a un database. E mentre mangi la pizza, hanno scoperto che musica ascolti, come ti muovi, cosa mangi… la toilette è collegata al frigorifero, il frigorifero è collegato al supermercato. Ti analizzano la pipì e ti dicono: “Il tuo colesterolo è alto”. Poi la toilette lo dice al frigorifero: “Smettete di comprare il formaggio al supermercato perché contiene colesterolo!”. Siamo gestiti in questo modo. Può essere il migliore del mondo o il più catastrofico del mondo.

Rafael Correa: La tecnologia è uno strumento, può essere usato in modo giusto o sbagliato. Tu hai parlato dell’impegno e della genialità dei nostri giovani. Non siamo solo sorpresi dall’innovazione, l’esempio di tuo figlio, nel caso delle mie figlie, per esempio, la loro responsabilità verso il pianeta, verso le generazioni future; mia figlia maggiore è vegana, la mia seconda figlia vegetariana. Non è che non le piaccia la carne, le piace, lo fa per conservare il pianeta, perché gli allevamenti consumano molta energia. Anche per motivi etici. Contro il maltrattamento degli animali. Quindi si tratta di responsabilità, moralità, etica. Ma tu hai anche parlato della scarsa partecipazione dei cittadini alle elezioni. Ci può essere disillusione con il sistema politico, ma anche interesse. Ecco perché ti dicevo che, perché questa democrazia diretta funzioni, ci devono essere cittadini responsabilizzati, informati e formati. Che che cosa intendo per formati? Con principi e valori, che non pensino solo al bene individuale ma al bene comune. E non è facile passare da quella logica individuale alla logica del bene comune. Ad esempio, il fumatore che sostiene la legge per vietare il fumo nei luoghi pubblici. Quanti cittadini sono in grado di passare da quella logica individuale a quella del bene comune? Quindi, così come la democrazia diretta ha un grande potenziale, senza quei cittadini dotati di potere, perdonami se insisto, se sono informati e istruiti, ci sono anche grandi rischi.

Beppe Grillo: Per questo, prima di fondare il Movimento, mi sono dedicato alla controinformazione su Internet, senza passare per i giornali. Ero sotto il radar di giornali e televisioni. La disinformazione è terrorismo, vero terrorismo. Così ho informato le persone attraverso Internet. Ho fatto sì che la gente guardasse all’energia, dicendo: “Si possono creare case che producono energia, eccole, guardatele”, e inserivo un link per far visionare quelle case. Ho informato le persone prima di creare il Movimento. Le persone devono essere informate e avere la capacità di prendere decisioni. Non attraverso la televisione, ma sul Web, e per me era l’unico modo per farlo. Sono nato in TV, sono un comico televisivo e mi hanno mandato via a calci perché ho detto che il governo stava rubando. E così sono diventato un eroe. Per questo motivo ho avuto successo in rete, perché avevo una reputazione. E ho vinto. Non sono passato attraverso i media mainstream e sono riuscito a condividere il mio sogno con 11, 12, 13 milioni di persone che condividono le mie idee.

Rafael Correa: Tu hai detto che ti hanno mandato via dalla TV perché hai detto che il governo rubava, ma solo il governo ruba? A volte mi sembra che sia come scaricare le nostre responsabilità. Tu hai detto: “Essere un rivoluzionario significa essere onesti in un sistema corrotto. Ma perché esista un sistema corrotto, non deve esserci, forse, accettazione, permissibilità sociale? Quando ero presidente ci è stata affidata la piena responsabilità della lotta contro la corruzione. La lotta contro la corruzione è la lotta di un intero popolo. Le persone sapevano che c’era un burocrate che rubava, perché tre mesi dopo essere entrato nel settore pubblico aveva due auto, tre case, organizzò il matrimonio delle sue figlie con una grandissima festa, e tutti partecipavano al banchetto. Quindi, se noi come società non rifiutiamo queste pratiche immorali, un presidente, un governo non sarà in grado di farlo. Quindi, sì, probabilmente ci sono sistemi corrotti, ma per farli esistere ci può essere, almeno, indifferenza sociale. E ci deve essere un impegno da parte di tutta la società. Quello che voglio dire è che non si porrà rimedio a questa situazione con leggi, ma con sanzioni sociali.

Beppe Grillo: Hai ragione. Guarda, quando ci siamo candidati con liste civiche e abbiamo fatto politica, abbiamo ottenuto il 25 per cento dei voti. Avevamo diritto a 42 milioni di euro per le spese elettorali. Immaginate, 42 milioni. Che tutti i partiti hanno ricevuto, tutti. Noi abbiamo detto No! Volevamo dimostrare che si può fare politica senza soldi, quindi non li abbiamo accettati. Siamo entrati nelle Istituzioni. Abbiamo detto, vediamo, quanto guadagna un parlamentare? La metà di quel denaro sarà restituita. Abbiamo rimborsato circa 40 milioni di euro, ossia più degli 80 milioni di euro che non avevamo accettato all’inizio, e abbiamo finanziato 6000 piccole imprese con strutture e microcrediti, con il denaro dei parlamentari. Non abbiamo sottratto denaro alla politica, abbiamo dimezzato gli stipendi dei nostri parlamentari e abbiamo dimostrato che senza denaro possiamo governare pacificamente. Abbiamo dato loro due schiaffi di moralità, di onestà e intelligenza politica. E ora siamo messi alla prova. Siamo al governo, con una forza che si sta dimostrando obiettiva. Abbiamo creato un programma di 20 punti e lo stiamo seguendo. Non ci sono sentimenti contrastanti tra noi e la Lega. Andiamo molto d’accordo. Stiamo facendo un lavoro straordinario, ora faremo la legge anticorruzione, la legge sul conflitto di interessi, perché non si possono avere tutte le televisioni, la pubblicità, il monopolio dell’informazione… tutto questo è finito. E lo sanno, lo sanno.

Rafael Correa: Ecco perché dobbiamo essere molto cauti, perché almeno in America Latina si parla di lotta contro la corruzione. Chi la combatterà? Il caso più concreto è quello del nostro amico comune Ignacio Lula da Silva.
Caro Beppe, è stata una conversazione molto piacevole… Beh, dicono che Beppe Grillo è un populista. Benvenuti nel club: sei definito “populista”?

Beppe Grillo: Grazie, grazie mille. Guarda, ogni volta che ho un incontro, nei primi 5 minuti devo mostrare al mio interlocutore che non salgo sul tavolo, che non grido, che non sono un selvaggio, devo mostrargli che ho un po’ di intelligenza, e tutti sono sorpresi. Tutta la stampa straniera mi ha descritto come un populista di destra, con metodi strani, un po’ come Trump. Tutte quelle cose che si dicono contro qualcuno finiscono per avere l’effetto opposto. Fortunatamente i giornali sono in caduta libera, vivono di sussidi. La prima cosa che faremo ora è togliere le sovvenzioni ai giornali. Devono essere pagati grazie ai loro lettori, non finanziati dallo Stato. Per quanto riguarda il populismo, sono orgoglioso di essere populista, se la parola popolo ha ancora qualche significato. Oggi, se 10 persone, se 60 famiglie nel mondo hanno la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone, qualcosa non va. Non funziona più. Si tratta di un capitalismo morto basato sul furto e sulla trasformazione di un povero in un semplice file. Devono vincere con i poveri, sono i poveri che li fanno vincere. Sono quindi totalmente d’accordo con te e con il povero Lula. L’ho incontrato qui in Italia, era un sindacalista. Abbiamo partecipato insieme ad una marcia per la pace, è un uomo straordinario, un uomo che ha intrapreso molte politiche per i poveri, ha creato un reddito per i poveri, per questo è successo quel che è successo. Spero davvero che lo riabiliteranno perché capisco tutti i meccanismi. Questi sono gli effetti collaterali. Dobbiamo renderci conto che siamo fastidiosi. Tu mi stai preoccupando in questo momento, e io sto preoccupando anche te…”.

Rafael Correa: Beppe, naturalmente, i leader progressisti latinoamericani non ci perseguitano per i nostri errori, ma per le nostre tasse. Avere fatto pagare le tasse alle élite, che le eludevano sempre, per dare valore all’essere umano e non al capitale, per fare rispettare la sovranità e la dignità dei nostri paesi. Ad ogni modo, quelli di noi che vogliono fare giustizia, quelli di noi che sono contrari allo status quo, sono populisti. E si può definire precisamente il “populismo”, più di tutta quella caratteristica negativa, peggiorativa, demagogica … Se ci sono definizioni per questo, perché hanno usato la categoria del populismo? Perché l’anti-populismo è un’arma di attacco. Chiunque mette in pericolo il sistema è populista. Questo è uno strumento ideologico, direi, per mantenere lo status quo: anti-populismo. Tutto ciò che mette in pericolo il sistema è il populismo. Ma potremmo definire il populismo come la mancanza di mediazione tra il leader e le masse. Sembra brutto. Ma suona meglio se dici “tra il rappresentante e i cittadini”. E questo è perfettamente legittimo. Ancor più quando le istituzioni erano sfinite. Le istituzioni non rispondono ai bisogni dei cittadini. Ecco perché possiamo anche definire il populismo, nello stile di Laclau, come un linguaggio in cui le persone sono unite sulla base di significanti vuoti, beh, sono concetti piuttosto complicati che Laclau usa. Ma basato su un progetto nazionale quando le istituzioni sono state insufficienti. Questo spiega anche perché c’è il populismo di destra e perché c’è il populismo di sinistra.

Beppe Grillo: Sì, sono assolutamente d’accordo. È una lingua. Qui in Italia la sinistra è morta per mancanza di linguaggio, di narrazione, di storia. I giovani non si appassionano più. Le ideologie sono finite. Destra, sinistra,… Né “destra” né “sinistra” hanno più senso per un giovane. Ci sono idee buone e cattive, che non sono né a destra né a sinistra. Viviamo in un’epoca in cui è possibile cambiare il mondo con un tweet. Trump può scrivere un tweet e avere un migliaio di aziende chiuse nel vostro paese. Abbiamo un’Europa in cui il senso di moralità, è importante per le persone; moralità significa avere una direzione, punti di ancoraggio nella propria vita, punti fermi. Questo è ciò che abbiamo perso. Abbiamo perso i nostri punti di riferimento.
Ma sono ottimista al riguardo, perché vedo che c’è un’Europa che ha capito che abbiamo bisogno di un’Europa degli scambi e che capisce che alcuni parametri che sono stati introdotti non sono buoni e devono essere modificati. L’Europa è nata con obiettivi di sussidiarietà: dov’è la sussidiarietà ora? Vale a dire, le entità organizzate dai cittadini, se ben organizzate, devono essere spinte ad emergere; dov’è questa prospettiva ora? Era un principio europeo e oggi non esiste più. Cominciamo con la moneta invece che con il sistema fiscale. Ci sono paradisi fiscali in cui è possibile inviare denaro con un clic, e abbiamo due Europe con due velocità economiche diverse, il nord e il sud, e abbiamo il senso morale dell’Europa. Il burro e il petrolio provenienti dalla Spagna sono un problema europeo, in quanto fissano prezzi e quantità. L’Europa può occuparsi del burro e dell’olio. La Catalogna, invece, è un problema per la Spagna, non per l’Europa! E’ fantastico! Vorrei vedere una Catalogna indipendente in Europa, perché ha tenuto un referendum e ha deciso di esserlo. E allora, dov’è la moralità? Abbiamo un unico pensiero, e quello che cerchiamo di fare è far riflettere le persone con la propria testa, dare loro gli strumenti per poter realizzare le proprie idee. Quando questo accadrà, il Movimento potrebbe finire. Guarda, c’è un esempio incredibile: Napster ha cambiato il modo in cui i giovani ascoltano la musica. Miliardi di persone. Musica gratis in rete. Cosa è successo? Le multinazionali si sono unite e l’hanno chiuso. Napster non esiste più. Ma nessuno oggi aprirebbe un negozio di CD o DVD. Il modo di fare musica è cambiato. Sebbene Napster non esista più. Il Movimento 5 stelle ha cambiato il modo di fare politica in questo paese e se domani non ci saremo più non importa, perché avremo già cambiato la politica di questo paese.

Rafael Correa: Movimento 5 stelle, un’alternativa alla crisi dei sistemi politici tradizionali in Europa. Eccoci arrivati alla fine, cari spettatori. Grazie mille, Beppe. Non ti piace essere definito un politico, ma un rappresentante dei cittadini. Ma tutti noi dobbiamo essere politici, dice papa Francesco, nel buon senso della parola: poliziotti, città, bene comune, etica, regole che governano la città. E noi tutti dobbiamo impegnarci a favore di questo bene comune. Affinché la democrazia funzioni, dobbiamo tutti essere coinvolti.

Beppe Grillo: Sì, certo. Vorrei concludere dicendo che facciamo politica ogni giorno. Quando si acquista, quando ci si sposta, con quello che si beve, cosa si mangia, come si respira. Siamo noi che facciamo politica. Quando si entra in un supermercato e si compra qualcosa, si può comprare una cosa o l’altra, si fa un vero e proprio atto politico.
Ti ringrazio molto e se tornerai in Italia sarai il nuovo Presidente del Movimento 5 Stelle. Ciao e grazie a tutti voi.

Pugnalata alle spalle del Venezuela bolivariano parata dai 5 Stelle

MONDOCANE

di Fulvio Grimaldi

Venerdì, 20gen2017.- Mozione presentata dal Senato da Ferdinando Casini e compari, compresi gli espulsi o transfughi dei 5 Stelle (che giustificano una volta di più in pieno la loro espulsione), zeppa dell’ignoranza di tutti i firmatari e del miserabile livore dei reazionari e burattini degli Usa, fondata su tutte le mistificazioni e falsità fornite dalle centrali imperiali della disinformazione e destabilizzazione, di fronte al successo di un processo di liberazione ed emancipazione dalla morsa colonialista e imperialista iniziata con Hugo Chavez e sostenuto dalla stragrande maggioranza del popolo venezuelano.

Mozione della senatrice Ornella Bertorotta e di altri senatori 5 Stelle che è riuscita a bloccare il tentato colpo di mano dei detriti centrodestristi e di esponenti del PD e a imporre un’ampia discussione in aula martedì prossimo. Correttamente la mozione dei 5 Stelle contrappone al quadro strumentale e mistificatorio tracciato dai firmatari della mozione anti-Venezuela una realtà venezuelana di interventi, senza precedenti in Sudamerica, a favore delle classi deboli, con un riscatto ugualmente senza precedenti su tutti piani dei diritti e dei bisogni del popolo. Realtà di giustizia sociale all’origine della reazione, anche golpista, di un ceto di parassiti predatori sostenuti da chi, all’estero, si sente minacciato dal modello venezuelano.

La mozione insiste sulla cessazione delle interferenze straniere che violano la sovranità e l’autodeterminazione del paese, registra le vere cause dell’attuale malessere, in parte dovuto alla corruzione diffusa, al dilagare della criminalità e, in prima istanza, al sabotaggio della grande distribuzione privata che ha in parte neutralizzato un’adeguata possibilità di alimentare la popolazione attraverso i canali pubblici. Preoccupata per le conseguenze della crisi ad arte innescata dai nemici della rivoluzione bolivariana, sui nostri concittadini in Venezuela e sulla popolazione tutta, la mozione sollecita un ritorno al dialogo attualmente boicottato dall’opposizione e una pacificazione che permetta al Venezuela di riprendere il suo cammino di riscatto sociale.

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(VIDEO) La Siria a Roma con il M5S e il monsignor Tobij

di Danilo Della Valle

“Una mezza verità non è una verità ma è una bugia”. Queste le parole d’accusa dell’arcivescovo cristiano-maronita di Aleppo Monsignor Joseph Tobji che rimbombano nella sala stampa della Camera dei Deputati durante la conferenza sulla Siria organizzata dalla Commissione Esteri del Movimento 5 Stelle con la partecipazione del deputato Manlio Di Stefano e del giornalista Alberto Negri.
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Una nuova puntata di ciò che Di Stefano chiama “un punto di vista alternativo a ciò che il mainstream ci dice” e che stavolta ha fatto scalo ad Aleppo, città martoriata da una guerra che in pochi vedono, che in pochi raccontano, ma della quale tutti parlano. Aleppo era la seconda città della Siria, la città degli scambi commerciali, dove vivevano quattro milioni di persone di diverse etnie e diverse confessioni. Oggi ad Aleppo vive poco meno della metà degli abitanti di un tempo, da quattro anni a questa parte la città è una nuova Berlino, divisa in 2 blocchi: quello est sotto il controllo dei “ribelli” e dei terroristi e quello ovest sotto il controllo dei lealisti al governo siriano. “Purtroppo i media Occidentali parlano solo della sofferenza di una parte della città, quella est sotto il controllo dei “ribelli” -asserisce Monsignor Tobji- “dimenticando che la guerra causa morte e distruzione anche nella parte Ovest. I terroristi si divertono a sparare sui civili, viviamo con la morte negli occhi, solo in questa settimana sono morte 85 persone, è stata bombardata l’Università Statale di Aleppo. Sono ormai anni che non abbiamo la corrente elettrica, la rete è stata danneggiata dai terroristi. E quando ad ucciderci non sono le bombe ci pensano le sanzioni economiche che i governi Occidentali, tra cui quello Italiano, infliggono alla Siria. Con le sanzioni economiche quasi tutta la popolazione vive sotto o poco sopra la soglia di povertà, è come una condanna a morte. Inoltre c’è il fenomeno dell’immigrazione che per noi è un grave problema. Le persone, soprattutto i giovani, scappano dagli orrori della guerra e questo fenomeno lascerà la Siria senza una generazione di giovani, senza futuro”.
Le parole del vescovo Maronita, sebbene molto dure, hanno lasciato anche un briciolo di speranza attraverso la proposta ripetuta in sala stampa dopo averla riferita al Senato. “L’unico modo per porre fine a questa guerra è smettere di vendere armi ai ‘ribelli’ e fermare i flussi di terroristi che attraverso la Turchia giungono in Siria. I governi stranieri dovrebbero favorire accordi politici, conciliazioni tra le religioni ed incoraggiare il commercio e la ricostruzione per far sì che il popolo siriano possa tornare a vivere una vita normale”.
A fare eco alle parole del vescovo è stato il giornalista Alberto Negri che ha raccontato in maniera molto chiara la sua lunga esperienza in Medio-Oriente. Il giornalista ha raccontato di come la città di Aleppo fosse il “crocevia dell’umanità” dove si incrociavano migliaia di iracheni, palestinesi, libanesi che vivevano in pace in Siria; di come la Siria fosse l’unico Paese che consentiva ai Palestinesi di vivere in pace e studiare senza alcun documento particolare. Secondo il reporter italiano infatti la Siria potrebbe esser paragonata alla Yugoslavia, un Paese multiculturale e multiconfessionale distrutto dalle ingerenze straniere che hanno fatto leva su alcune contraddizioni interne. Solo che oggi la Russia di Putin sembra esser più decisa a difendere l’alleato Siriano di quanto il governo russo dell’epoca lo fosse nei confronti della Yugoslavia.

“Ci sono tanti pezzi di questa storia, ognuno di essi è importante. Tutti gli Stati della regione sono stati disgregati e ridotti in polvere. Io sono stato ad Hama quando c’era una legittima protesta popolare contro il governo. Questa protesta che era senza dubbio pacifica si è trasformata in poco tempo in un conflitto. Il 6 Luglio 2011 l’ambasciatore Usa in Siria passeggiava in mezzo ai ribelli, per giunta in un Paese Arabo ostile, il giorno dopo si vide l’ambasciatore francese. Avete mai visto un Ambasciatore Usa passeggiare sul lungotevere?” -ha dichiarato poi Negri- “Da quel momento in poi sono cominciati ad arrivare mercenari dalla Tunisia, Libia, e molti atri paesi, passavano attraverso la Turchia. I feriti erano curati in una struttura privata, pagata dal Qatar, li abbiamo anche intervistati. Al ritorno dalla Siria era chiaro l’obiettivo: quello di trasformare il Paese in un nuovo Afganistan degli anni 80, quello che osteggiò l’Urss. Questa è una guerra caldissima, che ogni giorno lascia sul campo tantissimi morti, nonostante i media parlino di una guerra fredda. Da un lato c’è l’asse della Resistenza, formato da Russia, Iran, Libano ed esercito Siriano, e dall’altro c’è l’asse formato dai “ribelli”, dagli islamisti e dagli Usa che si appoggiano sia ai Curdi, acerrimi nemici dell’Isis e con un progetto politico ben definito, sia ai ‘ribelli’ che combattono direttamente con i terroristi”.

Parole forti quelle di Alberto Negro che hanno riscosso abbastanza consensi tra gli addetti ai lavori. Al termine delle testimonianze dirette è toccato al deputato Manlio Di Stefano concludere dicendo che è necessario che le forze politiche Italiane ed Europee che hanno a cuore la pace si facciano sentire nelle istituzioni nazionali ed Europee con iniziative pratiche atte a chiedere l’immediata cessazione dei commerci di armi con i terroristi e la cancellazione delle sanzioni economiche che affamano la popolazione.

Di Stefano, senza peli sulla lingua, ha accusato il governo Renzi di piangere per i morti della guerra in Siria ma allo stesso tempo di continuare a vendere armi ad una delle parti in causa in questa guerra che uccide ogni giorno centinaia di persone. Inoltre il deputato del M5S ha ribadito che in Occidente dovremmo smettere di fare delle ingerenze atte a sovvertire i governi di altri Paesi per scopi economici, come accade oggi in Siria e come accade in vari Paesi del Continente Latinoamericano.
Non sono mancate neanche le stoccate ad una certa stampa rea di raccontare solo “mezze verità” e di demonizzare una delle parti in causa di questa guerra e tacendo su ciò che realmente accade lontano dall’Italia.
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https://www.youtube.com/watch?v=GCKDdVFcuwg

Ornella Bertorotta (M5S) incontra l’Ambasciatore venezuelano a Roma

di Ornella Bertorotta – Portavoce M5S al Senato

Ultimamente si parla sempre più di Venezuela.
La settimana scorsa la Commissione Affari Esteri del Senato ha ricevuto alcuni parlamentari dell’opposizione venezuelana.

A loro avviso il Paese è sull’orlo del collasso, la fame si fa strada sempre più, mentre i processi politici non riescono a dare una risposta concreta alla popolazione. I media internazionali, tra cui anche quelli italiani, fanno da cassa di risonanza a queste denunce che descrivono un Paese al collasso, versione sostenuta anche da diversi cittadini italo venezuelani. Io, come sono solita fare, ho voluto ascoltare anche l’altra campana, ovvero quella Governativa.

Ho cosi chiesto e ottenuto un incontro con l’Ambasciatore venezuelano in Italia, Julián Isaías Rodríguez che ci ha ricevuti stamane presso la sede diplomatica.

Al centro dei colloqui la difficile situazione nel Paese e le possibili soluzioni. Si è discusso anche di temi molto specifici, come la questione relativa alle pensioni che l’Inps versa ai nostri cittadini residenti nel Paese, nonchè la sospensione dei voli, da parte di Alitalia da e per Caracas.

I punti principali che abbiamo approfondito riguardano:

A) La crisi alimentare e la produzione agricola
B) Il contesto internazionale e le pressioni estere
C) Il processo referendario
D) Corruzione e violenza
E) Le soluzioni alla crisi della distribuzione degli alimenti

Ritengo questo incontro molto proficuo, soprattutto utile a chiarire una versione, quella ufficiale dei media, che come spesso succede anche in Italia, risulta troppo semplicistica rispetto alla realtà.

L’ambasciatore ha denunciato a sua volta i tentativi di guerra economica ai danni del Paese, nonostante i contributi dati per l’acquisto di alimenti dal Governo alle compagnie private da gennaio 2016, sarebbero stati sufficienti ad acquistare derrate per ben tre volte superiori al fabbisogno della popolazione.

L’ambasciata ci ha consegnato anche del materiale informativo sul referendum, su cui attualmente l’opposizione si sta battendo per costringere il Presidente Maduro alle dimissioni, e che trovate qui di seguito.

Stay tuned
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Il Brasile sotto attacco, ci risiamo

di Manlio Di Stefano

In Brasile la democrazia è sotto attacco. Con un vero e proprio colpo di stato istituzionale, tutte quelle forze politiche che per ben quattro tornate elettorali sono uscite ampiamente sconfitte dal confronto con il Partito dei Lavoratori (PT), vogliono rovesciare un governo legittimo votato da 54 milioni di brasiliani.

L’obiettivo è ovvio, prendere il potere e attuare quelle misure neo-liberiste che tanti danni hanno prodotto durante la cosiddetta «larga noche neoliberal».

La presidente Dilma Rousseff non è coinvolta in nessuna indagine di corruzione ma il processo di impeachment che la riguarda è basato sull’accusa «di aver manipolato i dati sulla situazione economica in Brasile». Accusa che, con il passar del tempo, si è rilevata sempre più debole tanto da spingere il New York Times a parlare di «motivazioni estremamente dubbie» e il The Economist ad affermare che «senza alcuna prova di reato, siamo di fronte a un pretesto per cacciare un presidente».

La situazione in cui si trova Dilma Rousseff è paradossale visto che ben 318 membri su 594 del Congresso brasiliano, non solo si trovano sotto inchiesta per reati finanziari e corruzione ma, dovranno votare sul futuro di un presidente che non ha compiuto alcun reato o scorrettezza finanziaria.

Durante la votazione alla Camera dei Deputati abbiamo ascoltato le motivazioni più assurde per giustificare l’appoggio alla messa in stato di accusa del presidente in carica: dal «volere di Dio» alla «famiglia», passando per «i militari del colpo di stato del 1964».

L’opposizione – screditata e corrotta – vuole tramite questa operazione arrivare alla destituzione di Dilma Rousseff. Sarebbe il secondo caso per il Brasile dopo la destituzione del liberale Fernando Collor nel 1992. Prima di arrivare a compimento di quello che la presidente ha definito senza mezzi termini «colpo di stato», il Senato dovrà approvare la messa in stato di accusa a maggioranza semplice (42 su 81 senatori) a quel punto comincerebbe il processo a Dilma Rousseff che dovrebbe lasciare il suo incarico per 180 giorni con il passaggio del potere a Michel Temer del Partido del Movimento Democratico Brasileno, formazione centrista che ha rotto la sua alleanza di governo con il Partito dei Lavoratori (PT). La destituzione definitiva dovrà essere approvata con il voto di almeno 54 senatori su 81, i due terzi della Camera Alta.

In questo ipotetico scenario, Michel Temer sarebbe nominato nuovo presidente e avrebbe il compito di portare la legislatura a naturale scadenza nel 2018. Sul politico centrista, però, grava un processo di impeachment così l’incarico passerebbe ad Eduardo Cunha (sotto indagine per svariate attività illecite) che avrebbe l’obbligo di convocare nuove elezioni entro 90 giorni.

Secondo voi chi c’è dietro quest’attacco contro la democrazia brasiliana?

Pochi giorni fa il presidente dell’Ecuador Rafael Correa denunciava come in America Latina sia «in corso un nuovo piano Condor».

Il 14 aprile del 2002, dopo il fallimento del colpo di stato in Venezuela contro il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez, sancì l’uscita degli Stati Uniti dall’America Latina la quale poté progressivamente spezzare le catene del Fondo Monetario Internazionale. Poco dopo, nel 2003, gli USA invasero l’Iraq.

E oggi cosa sta succedendo? Presa coscienza del fallimento su tutta la linea in Medio Oriente, Washington tenta nuovamente di ritornare in America Latina con tutti i mezzi illeciti che conosce.

Le tecniche del passato – colpi di stato militari – non possono essere più utilizzate ma Washington trova sempre nuove vie: “inchieste giornalistiche”, impeachment creati ad arte e guerre economiche costanti.

Dal futuro del Brasile dipende il percorso d’integrazione libero ed indipendente dell’America Latina e, di conseguenza, la sorte delle istituzioni dei BRICS.

Tutti i democratici del mondo, quelli veri, oggi dovrebbero stringersi intorno a Dilma Rousseff e al suo partito.

PS: ecco i miei impegni per questo weekend… in movimento
VEN. 22.04 – ORE 18:00 – MILANO: Aperitivo di finanziamento e raccolta firme del M5S Milano per Gianluca Corrado sindaco con Luigi Di Maio. Indirizzo: “Ama.Mi”, Corso Sempione 7, Milano.
SAB. 23.04 – ORE 15:30 – GENOVA: Agorà pubblica su sicurezza e immigrazione. Indirizzo: Piazza Banchi, Genova
DOM. 24.04 – ORE 16:00 – TORINO: Presentazione del programma “Integrazione ed Immigrazione” del M5S Torino per Chiara Appendino sindaco. Indirizzo: “Anatra Zoppa”, via Courmayeur 5, Torino.
DOM. 24.04 – ORE 20:30 – BOLOGNA: Raccolta firme del M5S Bologna per Massimo Bugani sindaco. Indirizzo: “Santo Bevitore”, via Galliera 42, Bologna.
Tutti invitati, non mancate!

(VIDEO) Vittime Guarimbas in Italia denunciano totale censura

Comitato vittime Guarimbas in Italia denuncia la totale censura subita da media e politica (tranne M5S)da L’Antidiplomatico

Solo il Movimento 5 Stelle ha ricevuto oggi in Parlamento chi porta sulla propria pelle il dramma delle violenze in Venezuela. Gli altri partiti e i principali media non li hanno degnati di una risposta. 

“La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva”. Lo scriveva George Orwell nel romanzo che più rappresenta il mondo di oggi, “1984”. 
 
Nel nostro mondo “che si crede libero ma tanto libero non è”, può capitare che grazie ai mezzi di informazione totalizzanti e autoritari che possono decidere il futuro di governi e delle nostre vite, le vicende di un paese possano essere totalmente stravolte, con verità e giustizia distorte per fini politici. Meschinità politica, meglio. 
 
Può capitare, in questo mondo e con questi media, che la storia possa essere “raschiata e riscritta” a piacimento. 
Può capitare che un pluri-golpista responsabile di violenze che hanno causato la morte di 43 persone e il ferimento di 878 possa passare per “prigioniero politico” o  “paladino di libertà” e dei diritti umani. 

Può capitare, inoltre, che la testimonianza delle vittime o i familiari delle vittime dirette di queste violenze prodotte da questo golpista venga censurata da quegli stessi media. 
 
Può capitare, ma solo nel mondo immaginario creato da Orwell nel suo romanzo di fantasia, direte voi. Non proprio, purtroppo. E’ quello che denuncia il Comitato delle vittime delle Guarimbas e del Golpe continuado, un’associazione che racchiude oltre 1000 persone tra familiari e vittime delle violente manifestazioni che nel febbraio e marzo del 2014 tennero sotto ostaggio la sovranità e il processo democratico di un paese, il Venezuela, e che oggi vengono completamente ignorati per permettere che la menzogna possa continuare ad essere divulgata a piacimento.
 
Noi de l’AntiDiplomatico abbiamo incontrato oggi due testimoni diretti di quei giorni che, attraverso il Comitè, girano il mondo per cercare di rompere il silenzio, ma mai come in Italia hanno trovato tanti muri di gomma dell’informazione.
 
Yendry Velásquez, tenente della Guardia Nazionale Bolivariana – GNB, era la moglie del capitano della GNB, Ramzor Ernesto Bracho Bravo (36 anni), assassinato durante una delle proteste, cosiddette “guarimbas”, il 12 marzo del 2014. Ci racconta la sua storia: “Mio marito, si trovava presso la cittadina di Mañongo, municipio Naguanagua, stato Carabobo. Un gruppo di guarimberos aveva occupato una stazione di servizio della zona, che si trovava lungo l’autostrada dell’Est, e l’aveva trasformata in una fabbrica di bombe. Lì si scatenarono diverse manifestazioni (o guarimba) e  scontri violenti, mio marito era lì per cercare di ripristinare l’ordine con una squadra di militari della GNB. I guarimberos iniziarono a sparare sui militari, alcuni di loro riuscirono a mettersi in salvo dentro una unità mobile, tutti, tranne uno. Un soldato che era rimasto ferito da uno sparo a una gamba e, insanguinato, era rimasto a terra. Fu allora che mio marito decise di fargli da scudo con il suo stesso corpo e salvargli la vita. Mio marito fu colpito da diversi spari e il suo corpo rimase inerme a proteggere il soldato ferito”.
 

Poi è il turno di Germàn Oscar Carrero, che porterà per il resto della sua vita sul suo corpo le ferite di quei giorni di violenza. “Abito a San Cristobal, nello stato di Tachira, dove è iniziata la ‘Salida’, il colpo di stato ideato dall’opposizione della destra venezuelana per destituire il governo venezuelano. Nel mio stato i manifestanti hanno cercato di distruggere tutto ciò che era a beneficio del popolo, ospedali, edifici pubblici, supermercati. Tutto. Era impossibile girare per la città, limitavano la libertà di circolazione. Per uscire di casa dovevamo pagare loro un pedaggio per superare queste barricate”.

E poi German arriva alla sua storia personale. “Facevo parte di un gruppo di cittadini che cercava di aggirare le barricate per portare nella città i beni di prima necessità. Domenica 23 febbraio del 2014 ero alla guida di un camion con un transito di medicinali per tutta la popolazione. Siamo stati colpiti da bombe, molotov e la famosa ‘papita’, un’esplosivo S4 con chiodi che produce danni inimmaginabili”.  E perché gli chiediamo questa violenza: “Hanno assaltato il camion solo perché era ‘chavista’ gridavano, ma in realtà era solo per uso pubblico, per tutta la popolazione”. E poi tra le lacrime: “Pregavo di farci passare. Li pregavo che erano medicinali per tutta la popolazione. Ho perso una mano per proteggermi dalla bomba che mi hanno lanciato contro una volta che hanno cappottato il camion”.


Paladino di democrazia, diritti umani e libertà per i media è colui che è responsabile di tutte queste violenze con l’obiettivo di destituire un governo legittimo. “Sono stato tra la vita e la morte in ospedale per cinque giorni” – prosegue Germàn – “mi sono risvegliato e il dottore mi ha detto che mi doveva comunicare qualcosa. Gli ho risposto che mi sentivo bene, non sapevo di aver perso la mano perché avevo il braccio fasciato. Alla notizia persi la coscienza per altre due ore. E poi al risveglio, sono i miei figli che mi hanno dato la forza di proseguire: ‘Papà devi proseguire, devi continuare a vivere, tu sei un guerriero’. Da allora sono il il portavoce del mio stato per il Comitato delle vittime delle Guarimbas e cerco di diffondere la verità girando il mondo”. 
 

Con molte difficoltà, in realtà. In questi giorni in cui il Comitato delle vittime delle Guarimbas è stato in Italia ha cercato di diffondere la testimonianza delle vittime di quei giorni, contattando tutti i mezzi d’informazione più importanti del paese. Repubblica, Corriere, Rai, che ogni settimana ci inondano di articoli e trasmissioni in cui la figlia di Ledezma o la moglie di Lopez – due golpisti responsabili di queste immani tragedie e violenze – possono distorcere la realtà a loro piacimento, avranno dato spazio alle reali vittime in prima persona di quei giorni? “Non abbiamo ricevuto nessuna risposta o volontà di ascoltarci. Ci siamo sentiti impotenti, umiliati. Perché questo paese e la maggior parte dei paesi ricevono questa persona per denunciare i diritti umani? E noi che siamo le vere vittime non veniamo ascoltati, non ci è concesso parlare. Non capiscono il dolore di noi vittime e delle famiglie”, ha denunciato German.

Ancora più dura la reazione di Yendry. “È ingiusto vedere come la stampa e i media internazionali, ricevono e danno spazio a quelle persone che si fanno passare per vittime di questi scontri violenti mentre noi, che siamo le vere vittime, non riceviamo appoggio, né ascolto, né attenzione mediatica da parte di nessuno. Probabilmente perché raccontiamo una Verità scomoda e rappresentiamo il popolo che ha vissuto sulla propria pelle i fatti.

Recentemente la figlia del Signor Antonio Ledezma, ha chiesto in Parlamento che venga data la libertà a suo padre e a Leopoldo López, due politici dell’opposizione che durante il periodo delle guarimbas istigavano i loro seguaci alla violenza. Si reclamano i diritti umani per queste persone e per noi no? Noi, che siamo le vittime reali? Perché non ci viene dato lo stesso trattamento, lo stesso spazio mediatico? Noi rappresentiamo la Realtà. Mio marito era un essere umano, eravamo sposati da appena tre mesi e me lo hanno strappato”.

 
Ai mezzi di comunicazione che danno spazio in continuazione a chi fa passare l’idea che si trattava di manifestazioni pacifiche represse nel sangue da un “regime dittatorioriale” che viola i diritti umani, cosa rispondete? Perché questo è il messaggio che i cittadini italiani ricevono ogni giorno da chi passa le informazioni nel mondo che si crede libero.
“E’ squallido come i mezzi d’informazione giochino sul dolore delle vere vittime. All’inizio tutti parlavano di 43 studenti, poi 43 venezuelani che manifestavano pacificamente contro il governo. Non credo che la professoressa Rupina, professoressa cilena stesse manifestando quando ripuliva la sua casa da una barricata che le impediva l’accesso. Le hanno sparato e ucciso. Tra le 5 persone morte tra i guerimberos, uno è deceduto nel tentativo di elettrificare una barriera. E’ manifestare in modo pacifico?”, rispondono praticamente insieme all’unisono.
 

Al termine della nostra conversazione, li aggiorniamo su una mozione che sette parlamentari del Pd hanno firmato recentemente al Parlamento italiano, in cui chiedono al governo di fare pressioni per la liberazione del golpista, definito “prigioniero politico” dal partito di Renzi, Leopoldo Lopez. Si tratta, del resto, dello stesso partito che ha rifiutato di incontrasi con il Comitè in questi giorni e che non ha dato seguito ad una richiesta formale del Movimento 5 Stelle di organizzare un’audizione alla Commissione Affari Esteri. Anche Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Affari esteri del Senato, si è rifiutato di ricevere le vittime del Comité.

Parliamo di partiti e personaggi politici che hanno avuto diversi incontri e colloqui con la figlia di Ledezma e la moglie di Lopez nelle scorse settimane. La figlia di Ledezma, in passato, era anche stata ascoltata in audizione alla Commissione Affari esteri della Camera. E qui la reazione di chi porta sulla propria pelle la testimonianza del dolore di migliaia di venezuelani è solo rabbia.

“Ci sentiamo, impotenti, indignati, molestati. Come è possibile che questi parlamentari accolgono queste persone come le vere vittime del Venezuela, quando sono i responsabili delle violenze. I responsabili del nostro immane dolore”, sostiene German.
“Su Leopoldo Lopez vorrei dire al Partito democratico che non è un prigioniero politico, ma un ‘politico prigioniero’. Si è consegnato lui alle autorità in modo volontario, di sua spontanea volontà. E’ triste come ci si concentri su una parte della storia solamente. Noi siamo la gente del popolo, testimoni di quello che accadde, se la politica non ci riceve è un sintomo che la testimonianza del popolo sulla morte di 43 morti e 878 feriti non è importante per loro. Come si può pretendere di sapere come andarono i fatti se si ascolta solo una versione della storia? Il Parlamento italiano faccia una mozione ascoltando noi se vuole la verità delle Guarimbas.”, conclude Yendry.
 
Solo il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle ha ascoltato oggi la testimonianza dei due rappresentanti del Comitato delle vittime delle Guarimbas. Esponenti della Commissione Affari Esteri li hanno ricevuti oggi in Parlamento. Una richiesta formale da parte del M5S di organizzare un’audizione in Commissione affari esteri per far ascoltare la loro testimonianza a tutti i gruppi parlamentari, dopo diverse sollecitazioni, non è stata neanche degnata di una risposta.
 
“Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Sopratutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione”. George Orwell in “1984”. Da memorizzare bene per la prossima volta che ascolterete la moglie di Lopez in un’intervista RAI o quando Corriere o Repubblica faranno a gara per strappare una dichiarazione alla figlia di Ledezma. Due responsabili del dramma di persone, che in Italia sono rimaste inascoltate da media di massa e la quasi totalità della politica. 
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Quando Yendry Velásquez incontrò la moglie di Leopldo Lopez a Panama, da una parte una vittima e dall’altra la moglie di un criminale che giustamente sta pagando per i suoi delitti.

Roma 16lug2015: Eurostop e M5S

Il M5S al fianco della Revolución Ciudadana in Ecuador

Alessandro Di Battista con il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño

Alessandro Di Battista con il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño

di Fabrizio Verde

L’Ecuador è nuovamente sotto attacco. Le forze della reazione sono all’opera per far tornare indietro le lancette della storia, quando il paese andino languiva in uno stato semi-coloniale, sotto il giogo finanziario dei soliti noti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e ovviamente Stati Uniti d’America.

Una fase – nota come «larga noche neoliberal» – che mise in ginocchio l’Ecuador e caratterizzata da instabilità politica, corruzione dilagante e miseria crescente. Sino a quando, l’ascesa al potere di Rafael Correa non segna l’inizio di quel processo politico chiamato Revolución Ciudadana, capace in pochi anni di capovolgere letteralmente lo scenario nel paese andino. Attualmente l’economia più dinamica dell’intera America Latina e con un tasso di disuguaglianza, misurato dal coefficiente di Gini, tra i più bassi della regione.

Nell’Ecuador della Revolución Ciudadana la vita viene prima del debito e l’essere umano prima del capitale finanziario. Circostanza estremamente interessante in questi giorni segnati dalla triste vicenda della Grecia, il cui popolo è stremato da quella gabbia liberista chiamata Unione Europea.

Un progetto di legge sulla tassazione progressiva delle ricchezze, che avrebbe colpito solo il 2% della popolazione, è bastato come pretesto alla destra ecuadoriana per chiamare alle violenze e incitare la salida del legittimo presidente Rafael Correa, che gode del sostegno incondizionato della maggioranza degli ecuadoriani.

Alla luce di ciò, risulta molto importante la risoluzione presentata in Commissione Affari Esteri e Comunitari dal Movimento 5 Stelle, con primo firmatario il deputato Alessandro Di Battista.

TESTO DELLA RISOLUZIONE

La III Commissione,

premesso che:

la Repubblica dell’Ecuador è un Paese che, nel corso degli ultimi otto anni durante i quali ha governato il Presidente Correa a capo di una rivoluzione democratica chiamata Revolución Ciudadana, è stato caratterizzato da profondi cambiamenti sociali, primi tra tutti la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali, la riduzione delle discriminazioni culturali, la riaffermazione della sovranità nazionale e di una propria politica economica redistributiva;

l’Ecuador, in questo lasso di tempo, è dunque riuscito a ritrovare una stabilità politica e sociale che ha messo fine a una stagione di continuo conflitto sociale, manifestazioni popolari e colpi di Stato; il Paese, difatti, ha subito, in precedenza, una grave crisi economica con alti tassi di povertà e disuguaglianze, con una crisi inflazionistica terminata con un salvataggio delle banche che ha colpito tutta la classe media a beneficio del settore finanziario, dei governanti e delle oligarchie;

viceversa, durante gli anni di governo Correa, è stato possibile sia combattere la povertà, che è diminuita con risultati straordinari – passando da un 52 per cento di povertà, calcolata secondo la misurazione delle necessità di base insoddisfatte, nel 2006, a un 31,1 per cento nel 2014 – sia adottare politiche volte alla inclusione scolastica, all’accesso all’istruzione e alla formazione, universitaria, post universitaria e professionale;

dopo anni di dipendenze e imposizioni da parte degli organismi Internazionali (BM, FMI, BID), nel 2008 il Governo di Rafael Correa, a seguito del risultato di una commissione di investigazione sul debito pubblico (composta da società civile, accademici, politici nazionali e internazionali), ha deciso che non avrebbe pagato quella quota del debito considerata «odiosa, illegittima e immorale», dichiarando che: «…L’Ecuador non pagherà il proprio debito estero, perché fu contratto in maniera illegittima e anche perché l’80 per cento del debito è servito a rifinanziare il debito stesso, mentre solo il 20 per cento è stato destinato a progetti di sviluppo. È evidente che il sistema dell’indebitamento è una forma per difendere gli interessi delle banche e delle multinazionali, non certo dei Paesi che lo subiscono. La Commissione che abbiamo costituito è quindi giunta alla conclusione che il debito estero dell’Ecuador è illegittimo e dunque non verrà pagato…»;

nella Costituzione ecuadoriana, tra l’altro, si riconoscono, tra gli altri, l’acqua come diritto umano fondamentale e irrinunciabile e di gestione pubblica; una economia popolare e solidale; le priorità dell’intervento dello Stato a favore dei più poveri, degli esclusi, degli emarginati, delle minoranze, delle persone diversamente abili; la cittadinanza universale; i pieni diritti alle coppie di fatto;

il governo di Correa ha inoltre proceduto alla rinegoziazione dei contratti petroliferi con le compagnie multinazionali, generando nuove entrate da utilizzare per l’«investimento» sociale (in Ecuador non si utilizza il termine «spesa» sociale, ma «investimento» sociale): se prima le casse dello Stato percepivano solo il 13 per cento delle entrate lorde derivanti dalla vendita del greggio, oggi si parla di percentuali pari all’87 per cento; l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), di cui l’Ecuador è membro, è un sistema di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina e i paesi caraibici e rappresenta oggi un modello collaudato d’integrazione dei popoli dei Caraibi e dell’America Latina, basato sui principi di cooperazione e solidarietà, dotato di una architettura finanziaria e bancaria alternativa alle politiche economiche neo-liberiste promosse dalle istituzioni del cosiddetto «consenso di Washington» e oggi anche europeo;

in Ecuador, il 30 settembre del 2010, il Presidente Correa e il popolo ecuadoriano, sono già stati vittime di un tentativo di colpo di stato, manovrato da una minoranza che, come raccontato dettagliatamente all’epoca da organi di stampa, manipolando l’informazione e grazie al supporto internazionale, ha sequestrato in un ospedale militare il Presidente Correa, in seguito liberato solo grazie alla reazione da parte della popolazione e all’intervento di squadre speciali della polizia;

il presidente Correa nel 2009 non ha rinnovato agli USA il mandato per l’utilizzo della base aereo-navale di Manta;

recentemente la capitale, Quito, e la popolosa Guayaquil, sono state teatro di manifestazioni di protesta organizzate dai cosiddetti «Democracy Promoter», formati dalla fondazione statunitense, National Endowment for Democracy, con l’obiettivo di destabilizzare il presidente Rafael Correa con tecniche ormai note e ben delineate dal rapporto del filosofo americano Gene Sharp «Dalla dittatura alla democrazia» e già applicate in diversi Paesi dell’America Latina come Venezuela, Argentina, Brasile, Bolivia;

il motivo apparente delle proteste sarebbe stata la presentazione di due proposte di legge del presidente Rafael Correa, la «Ley de Redistribución de la Riqueza» concernente l’introduzione di una tassazione sulle eredità di grandi patrimoni e la «Ley de plusvalía» concernente le plusvalenze di patrimoni immobiliari e la speculazione illegittima; entrambe le proposte di legge colpirebbero le minoranze più ricche del Paese e introdurrebbero un principio di progressività e di redistribuzione alla società, limitando la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Si stima che solo il 2 per cento della popolazione sarà coinvolta da queste leggi, che sono state momentaneamente ritirate dall’esecutivo per procedere a una socializzazione con la popolazione, prima della successiva discussione nell’ambito del legislativo;

infatti il 15 giugno 2015 il presidente Correa ha annunciato il ritiro temporaneo della citata proposta legge sia nel quadro della visita di Papa Francesco nel continente latinoamericano (come prima tappa proprio l’Ecuador) sia per prevenire ulteriori atti di violenza e per permettere la realizzazione di una campagna nazionale di chiarimento e per evitare che i notiziari in spagnolo della TV statunitense CNN e della NTN24, continuino a adulterare il significato della proposta sostenendo che «tutti gli equadoriani saranno supertassati quando questa legge sarà approvata»;

il presidente venezuelano Nicolàs Maduro, il suo omologo Evo Morales e altri leader regionali, tra cui il presidente nicaraguense Daniel Ortega, hanno espresso sostegno totale all’Ecuador e al suo presidente Rafael Correa, che ha denunciato una cospirazione ordita per cercare di rovesciare il suo Governo,

impegna il Governo:

a esprimere solidarietà e sostegno al popolo ecuadoriano e al governo costituzionale di Rafael Correa, governo democraticamente eletto con il 57,7 per cento dei voti validi;

a farsi promotore, in tutte le sedi internazionali nonché in tutti gli incontri diplomatici, bilaterali e multilaterali, nei quali oggetto di discussione sono i rapporti e le relazioni con Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, del rispetto della sovranità e del processo democratico dell’Ecuador e dei paesi dell’ALBA.

(7-00725) «Di Battista, Manlio Di Stefano, Spadoni, Grande, Del Grosso, Scagliusi, Sibilia».

(VIDEO) Il Convegno internazionale sui BRICS del M5S a Roma

di Danilo Della Valle 

«Forse un giorno, con queste condizioni, si aggiungerà anche un’altra “I” a quello che è il nome BRICS», si è concluso con questa frase di speranza per l’Italia l’intervento del Segretario della Commissione Affari Esteri del M5S Carlo Sibilia, durante il convegno internazionale organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati dal titolo “il Nuovo Mondo con i BRICS” tenutosi il 10 luglio del 2015.  

L’incontro, tenutosi a pochi giorni dall’inizio del VII vertice dei BRICS e dell’incontro dell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (SCO), ha visto la partecipazione di autorevoli rappresentanti di Brasile, Russia, Cina e Sud Africa ed è stato articolato in due sessioni: nella prima, si è discusso più specificatamente di BRICS, dagli accordi di Fortaleza ad oggi; nella seconda, si è parlato della crisi della Zona Euro e delle Relazioni con i BRICS. Pungente è stata l’introduzione di Alessandro Di Battista che ha puntato il dito contro la cattiva informazione Occidentale che nasconde alla popolazione ciò che accade realmente nel mondo, che mente su ciò che accade in Ucraina e nel resto dei territori aggrediti dall’imperialismo.

Il deputato del M5S ha infine ammesso che occorre studiare molto più approfonditamente i fenomeni geopolitici in evoluzione se si vuole il bene del Paese che da troppo tempo è diventato schiavo degli Usa e della Nato e che rischia di esserlo ancora di più con l’approvazione del TTIP.

Con la nascita della Banca dei BRICS, però, si apriranno nuovi ed importanti scenari per molti Paesi, di questo si è detto sicuro il consigliere politico dell’ambasciata brasiliana, Leandro Estevao che ha spiegato alla platea il ruolo che ha avuto il Brasile nella costituzione del blocco BRICS.

Secondo il consigliere, inoltre, la Banca avrà un ruolo importante nella lotta alla povertà e nel finanziamento di progetti atti allo sviluppo sostenibile. Estevao ha tenuto a precisare che la Banca è aperta a tutti i Paesi interessati, è di questi giorni infatti la notizia secondo cui il governo Venezuelano chiederà all’ALBA-TCP di chiedere l’adesione alla banca dei BRICS. Anche gli interventi degli altri ospiti dei Paesi BRICS sono stati davvero molto interessanti ed incentrati sugli apporti che i propri Paesi porteranno in ambito economico e politico al BRICS.

Il vice Presidente della Commissione Affari esteri del Senato della Federazione Russa, Andrey Klimov, ha tenuto a precisare che non sono i BRICS ad esser isolati ma al contrario lo sono USA ed UE. Ha chiesto alla platea se qualcuno ha mai visto “una minoranza isolare una maggioranza”, riferendosi al fatto che il blocco BRICS più quello degli Stati alleati rappresenta la maggioranza della popolazione mondiale, il PIL più alto, la maggior percentuale di riserve naturali, ecc…

Klimov ha precisato come la Banca dei BRICS non sarà un istituto di beneficenza, ma in ogni caso avrà una logica diversa da quella della Banca Mondiale ed FMI perché avrà l’obiettivo di “combattere realmente la povertà e di assicurare una crescita inclusiva e sostenibile”.

Nella seconda parte del congresso invece è stata la volta di un Vasapollo scatenato che ha puntato il dito contro la “sua sinistra” che ha tradito i valori per cui si dovrebbe battere. Il professore de “La Sapienza” ha spiegato di come dopo la II° Guerra Mondiale si sia dollarizzato il mondo con gli accordi di Bretton Woods e di come dopo la caduta del Muro di Berlino i conflitti regionali siano aumentati a dismisura.

Ha raccolto una standing ovation della sala intera quando ha dichiarato che oggi si subisce un imperialismo non tanto con le aggressioni militari ma attraverso le guerre economiche, come accade per il Venezuela Bolivariano, e di come l’unico modo per uscire da questo imperialismo sia quello di cacciare il FMI dal proprio Paese, come hanno fatto Correa e Morales e di lavorare per una nuova prospettiva, come quella dell’ALBA e per certi versi dei BRICS (ovvero la costruzione di un Alba Mediterranea).

Dello stesso avviso anche il professore di economia della Universitat de Barcelona, Ramon Franquesa e il giornalista greco Vatikiotis che non ha risparmiato critiche nei confronti del governo Tsipras reo di aver tradito il no degli elettori e di essersi riseduto al tavolo delle trattative con progetti fallimentari, ed ha stilato la ricetta per la Grecia: uscita dall’euro, costituzione dell’ALBA Euromediterranea con nuova valuta e proposta di alleanza con BRICS, aumenti salariali, investimenti nel Welfare e riduzione dell’orario di lavoro per diminuire la disoccupazione.

La chiusura del convegno è stata affidata a Manlio di Stefano del Movimento 5 Stelle che ha dichiarato di come sia indispensabile per il M5S continuare a studiare ed organizzare eventi come quello sui BRICS e quello precedente sull’ALBA-TCP per capire meglio la politica estera e capire quale strategia sia migliore per il futuro dell’umanità.

Di certo il M5S può rappresentare un buona opportunità per l’Italia, nella prospettiva della cooperazione con l’aerea dei paesi dell’ALBA-TCP, ed ovviamente dei BRICS.

___

M5S: il nuovo mondo con i BRICS

da Commissione Affari Esteri del M5S

Pochi mesi dopo essere stato eletto presidente del Brasile, Luís Inácio Lula da Silva rivolse al suo ministro degli Esteri, Celso Amorim, la seguente domanda: “…Se l’economia è globalizzata perché per comprare dall’India dobbiamo fare prima la conversione della nostra moneta (Real) in dollari statunitense, per poi cambiare l’equivalente in moneta indiana (Rupia)? Non sarebbe più vantaggioso effettuare direttamente il cambio tra Real e Rupia?”
La risposta venne sei anni dopo, nel 2009, dopo aver maturato nel 2008, la dolorosa esperienza della crisi del sistema finanziario mondiale, impostato sulla centralità del dollaro e le arroganti imposizione neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale e il Banco Mondiale (1).

Infatti, il 16 giugno del 2009 si riunivano a Ekaterinburg (Russia) i presidenti di Brasile, Russia, Cina e India, rispettivamente,  Luiz Inácio Lula da SilvaDimitry MedvedevHu Jintao e Manmohan Singh. L’anno seguente (15/16/aprile del 2010) Jacob Zuma, rappresentando il Sud Africa partecipava nella riunione di Brasilia, in cui nascevano i BRICS (Brasile – Russia – India – Cina – Sudafrica) con l’obbiettivo di “…sviluppare gli strumenti per la creazione di un nuovo ordine mondiale che superasse il centralismo della dollarizzazione, promovendo la democrazia e l’eguaglianza nelle relazioni internazionali…”.

Finalmente, il 15 luglio del 2014, il mondo si rendeva conto del significato geopolitico dei BRICS quando i cinque paesi realizzavano il sesto Summit nella città brasiliana di Fortaleza discutendo: a) la promozione della crescita sostentabile, b) le perspettive per l’integrazione, c) lo sviluppo del commercio e del flusso di investimenti Sud-Sud.  Argomenti che furono messi in risalto dal presidente della delegazione cinese, Ma Zehua, che, in quell’occasione pronunciò un importante monito: “…Non dobbiamo permettere che barriere e ostacoli di vario tipo intralcino i nostri programmi privandoci della nostra visione per il futuro…”.

Per questo, nella riunione di Fortaleza fu deciso che i BRICS si impegnavano a creare due istituti finanziari: La Nuova Banca per lo Sviluppo (2) con un capitale di 50 miliardi di dollari e un Fondo di Emergenza (3) con un capitale di 100 miliardi di dollari da usare per superare i possibili effetti negativi provocati dalle crisi finanziarie.  In proposito la presidente del Brasile, Dilma Roussef, sottolineava: “…La nuova Banca è una alternativa per quanto riguarda le necessità di finanziamento in favore dei paesi in via di sviluppo che compenserà l’insufficienza del credito delle principali istituzioni finanziarie internazionali. In questo modo stiamo avanzando in direzione di una nuova architettura mondiale…”.

Il motivo principale che spinse i BRICS a decidere, nel 2014, per la rapida creazione di questa Nuova Banca per lo Sviluppo fu la necessità di avere a disposizione una struttura protettiva, contrapposta alle politiche economiche e finanziarie dei paesi europei e degli Stati Uniti e quindi capace di promuovere operazioni finanziarie in favore dei paesi emergenti e in via di sviluppo. Per questo Vladimir Putin, presidente della Russia faceva notare che: “…Questa istituzione finanziaria sarà un mezzo estremamente poderoso per prevenire possibili difficoltà economiche. Nello stesso tempo contribuirà a definire i fondamenti per attivare i grandi cambiamenti economici a livello mondiale…”.

Per capire meglio la logica dei BRICS e, quindi la dinamica della Nuova Banca per lo Sviluppo è necessario ricordare che, nel 2013, il volume degli investimenti mondiali ha toccato i 1,5 trilioni di dollari (nel 2010 si arrivò a 2 trilioni), di cui 617 miliardi di dollari destinati a progetti in favore dei paesi in via di sviluppo. Di questi il 50% furono finanziati da Cina, India, Brasile e Russia. In secondo luogo, i BRICS, oggi, rappresentano 40% della popolazione mondiale e circa il 25% del PIL mondiale, le sue economie sono caratterizzate da una grande capacità produttiva nei settori primario, estrattivo e energetico, oltre ad essere grandi esportatori di prodotti manifatturati e di servizi.

Un contesto che ha permesso definire i BRICS “il nuovo soggetto politico del secolo XXI” non solo per il suo potenziale e la crescita economica, ma, soprattutto, per l’adozione di una agenda politica che nell’ambito internazionale si contrappone nettamente a quella del blocco storico del G6 (Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Francia, Germania e Giappone).

L’inaugurazione del NBS

Il primo luglio il Parlamento cinese ha approvato la creazione del Nuovo Banco per lo Sviluppo, che sarà inaugurata oggi a Mosca. Molto probabilmente nella prima settimana di agosto dovrebbe entrare in funzionamento anche il Fondo di Riserva dei BRICS, reso operativo con un capitale di 100 miliardi di dollari.

Commentando i risultati ottenuti, l’Itamaraty brasiliano (Ministero degli Esteri) diramava una nota in cui si specificava che: “…La Nuova Banca per lo Sviluppo sarà lo strumento adatto a promuovere la stabilità finanziaria internazionale, dal momento che il suo obbiettivo sarà quello di fornire risorse finanziarie a quei paesi membri dei BRICS che soffrono pressioni nella rispettiva bilancia dei pagamenti.  Sarà quindi un meccanismo che rinforzerà la fiducia degli agenti economici e finanziari mondiali e ridurrà il rischio di contagio in occasione di eventuali momenti di crisi che potranno toccare i settori economici dei BRICS…”.

Di un possibile nuovo mondo non più “dollarizzato” discuterà il Vice-prsidente della Commissione Affari esteri della Duma russa, Andrey Klimov con rappresentanti governativi di Cina, Sud Africa e Brasile in un convegno venerdì 10 luglio alla Camera dei Deputati.

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