Leonardo Boff e gli 80 anni di Fidel: confidenze

da nostramerica

Leonardo Boff faceva ancora parte dell’ordine francescano quando ha scritto questa breve “confidenza” in occasione degli 80 anni di Fidel Castro. Una testimonianza che aiuta a capire il rapporto fra Fidel e la religione.

Quello che pubblico ora scandalizzerà e irriterà coloro a cui non piace Cuba né Fidel Castro. La cosa non mi preoccupa. Se non riesci a vedere il luccichio della stella nella notte scura, la colpa non è della stella, è tua. Nel 1985 l’allora cardinale Joseph Ratzinger mi impose, a causa del mio libro Iglesia: carisma y poder, un “silenzio ossequioso”.

Accettai la sentenza, non feci più lezione, non scrissi e non parlai in pubblico. Mesi dopo ho avuto la sorpresa di un invito del Comandante Fidel Castro che mi chiedeva di passare 15 giorni con lui sull’isola, durante le sue vacanze. Ho accettato immediatamente perché mi si offriva l’opportunità di riprendere i dialoghi critici che insieme a Fray Betto avevamo intavolato varie volte in precedenza.

Mi sono diretto a Cuba. Mi sono presentato al Comandante che, davanti a me ha telefonato immediatamente al Nunzio Apostolico con cui aveva rapporti cordiali e gli ha detto: “Eminenza, c’è qui frate Boff, sarà mio ospite per 15 giorni. Siccome sono disciplinato, non permetterò che parli e che dia interviste, così osserverà quello che il Vaticano gli impone: un silenzio ossequioso. Vigilerò affinché sia rispettato”. E così fu.

Per 15 giorni in macchina, in aereo o in una imbarcazione, mi ha fatto vedere tutta l’isola. Insieme al viaggio, scorreva la conversazione, assai libera, su mille questioni di politica, di religione, di scienza, di marxismo, di rivoluzione e anche di critiche al deficit di democrazia. Le serate erano occupate da una lunga cena, seguita da conversazioni impegnative che potevano fino ad alba ormai fatta. Qualche volta fino alle 6 del mattino. Allora si alzava, si stiracchiava un po’ e diceva: ”adesso mi faccio una nuotata di una quarantina di minuti e poi vado a lavorare”. Io annotavo i contenuti e poi, cotto, andavo a dormire.

Alcuni punti di quella convivenza mi sembrano importanti. Primo, la persona di Fidel. E’ più grande della sua isola. Il suo marxismo è prima etico che politico: come rendere giustizia ai poveri? Poi la sua buona conoscenza della teologia della liberazione. Aveva letto una montagna di libri, tutti annotati con un elenco dei termini e dei dubbi che discuteva con me. Sono arrivato a dirgli: “Se il cardinale Ratzinger capisse la metà di quello che capisce lei della teologia della liberazione, il mio destino personale e quello della teologia della liberazione sarebbero assai diversi.

In questo contesto ha confessato: “Mi convinco ogni volta di più che nessuna rivoluzione latinoamericana sarà vera, popolare e trionfante se non incorpora l’elemento religioso”. Forse a causa di questa convinzione, ha obbligato me e frei Betto a dare successivi corsi di religione e di cristianesimo a tutta la seconda linea di Governo, e alcune volte con tutti i ministri presenti. Questi veri corsi sono stati decisivi per fare arrivare il Governo ad un dialogo e a una certa “riconciliazione” con la Chiesa Cattolica e con le altre religioni a Cuba.

Per finire, una sua confessione: “Sono stato interno in una scuola dei gesuiti per vari anni; mi hanno insegnato la disciplina ma non mi hanno insegnato a pensare. In carcere, leggendo Karl Marx, ho imparato a pensare. A causa della pressione statunitense mi sono dovuto avvicinare all’Unione Sovietica, ma se allora avessi avuto una teologia della liberazione, l’avrei certamente abbracciata e applicata a Cuba”. E ha aggiunto: “Se un giorno tornassi alla fede della mia infanzia, lo farei per mano di frei Betto e di frei Boff”. Abbiamo raggiunto momenti di tale sintonia che per poco non recitavamo il Padre Nostro insieme.

Io avevo riempito quattro grossi quaderni sui nostri dialoghi, ma a Rio de Janeiro mi hanno rubato la macchina e si sono portati via tutto. Il libro che avevo immaginato non sarà più possibile scriverlo ma conservo il ricordo di un’esperienza ineguagliabile di un capo di stato preoccupato della dignità e del futuro dei poveri.

Crisi economica: dev’esserci una via d’uscita sostenibile

di Leonardo Boff

La crisi politica e economica attuale è un’occasione per fare sul serio cambiamenti profondi tipo la riforma politica, tributaria e agraria. Per avere un inizio corretto, è necessario considerare alcuni punti preliminari.

In primo luogo, è importante situare la nostra crisi dentro alla crisi maggiore dell’umanità come un tutto. Non vederla dentro a questo intreccio vuol dire star fuori dal corso della storia. Pensare la crisi brasiliana separata dalla crisi mondiale significa non pensare alla crisi brasiliana. Siamo momento di un tutto maggiore. Nel nostro caso, non sfugge agli sguardi avidi dei paesi centrali e delle grandi corporazioni quale sarebbe il destino della settima potenza mondiale dove si concentra la principale economia del futuro di base ecologica: l’abbondanza di acqua dolce, le grandi foreste umide e l’immensa biodiversità e 600 milioni di ettari coltivabili. Non è di interesse della strategia imperiale che ci sia nell’Atlantico Sud una nazione continentale come il Brasile che non si allinei agli interessi globali e, invece, cerchi un cammino sovrano in direzione del proprio sviluppo.

In secondo luogo, l’attuale crisi brasiliana ha uno sfondo storico che mai potrà essere dimenticato, attestato dai nostri storici maggiori: non c’è mai stato una forma di governo che prestasse attenzione sufficiente alle grandi maggioranze, discendenti degli schiavi, degli indigeni e della popolazione impoverita. Erano considerati lavoratori a giornata, dei signori nessuno e lo Stato – di cui si erano impadroniti, fin dagli inizi della nostra storia, i proprietari di terre – non aveva strumenti per rispondere alle loro richieste.

In terzo luogo, bisogna riconoscere che, come frutto di una penosa e sanguinosa storia di lotte e superamento di ostacoli di qualsiasi ordine e grado si costituisce un’altra base sociale per il potere politico che adesso occupa lo Stato repubblicano e i suoi apparati. Da Stato elitista e neo liberale siamo transitati a stato repubblicano e sociale che, nonostante le peggio forzature e concessioni alle forze dominanti nazionali e internazionali, è riuscito a mettere al centro chi stava sempre ai margini. È di una magnitudo storica innegabile il fatto che il governo PT ha tirato fuori dalla miseria 36 milioni di persone e gli ha dato accesso ai beni fondamentali della vita. Che cosa vogliono gli umili della Terra? Veder garantito l’accesso ai beni minimi che possono farli vivere. A questo servono Bolsa Famìlia, Minha Casa, Minha Vita, Luz paraTodos e altre politiche sociali e culturali senza le quali i poveri giammai potrebbero diventare avvocati, medici, ingegneri, educatori, ecc.

Qualificate come vi pare queste misure, ma esse furono comunque buone per l’immensa maggioranza del popolo brasiliano. Non è la prima missione etica dello Stato di diritto quella di garantire la vita dei suoi cittadini? Perché i governi anteriori, di secoli, non hanno preso queste iniziative prima? È stato necessario aspettare un presidente-operaio per fare tutto questo? Il PT e i suoi alleati sono riusciti in questa impresa storica, non senza forti opposizioni di chi un tempo disprezzava “quelli considerati zero economici”, come hanno dimostrato Darcy Ribeiro, Capistrano de Abreu, José Honòrio Rodrigues, Raymundo Faoro e ultimamente Luis Gongaga e ancora oggi continuano a disprezzarli.

Alcuni gruppi scelti di queste alte classi privilegiate si vergognano di loro e li odiano. C’è odio di classe sì, nel nostro paese, oltre a indignazione e rabbia comprensibili, provocate da scandali e da corruzioni avvenute nel governo in cui il PT detiene la maggioranza. Queste élites di matusa con i loro mezzi di comunicazione profondamente marcati da ideologia reazionaria e di destra, con l’appoggio della vecchia oligarchia, differente dalla moderna più aperta e nazionalista, che in parte appoggia il progetto del PT, mai hanno accettato un governo di carattere popolare. Fanno di tutto per renderlo impossibile e per questo si servono di depistaggi, diffamazioni e menzogne, senza un pizzico di pudore.

Due strategie si profilano per la destra che è riuscita a articolarsi in vista delle manovre per riconquistare il potere centrale che ha perduto al voto ma che ancora non si rassegna:

La prima è mantenere nella società una situazione di permanente crisi politica in modo da impedire che la Presidenta Dilma governi. Per questo si orchestrano passeggiate per le strade, come se si trattasse di un picnic, pentolame con pentole piene visto che non hanno mai saputo che cosa sia una pentola vuota, oppure in forma maleducata e villana fischiano sistematicamente la Presidenta nelle sue apparizioni pubbliche.

La seconda consiste in un attacco al governo PT, bollandolo come incompetente e inefficace, e ridimensionare la leadership dell’ex presidente Lula con diffamazioni, distorsioni e bugie dirette, che anche quando smascherate, mai sono smentite. Con questo pretendono impedire una sua candidatura nel 2018 e la sua rielezione.

Questo tipo di procedimento rivela soltanto che la democrazia che ancora abbiamo è a bassissima intensità. Gli atti recenti provocatori e pieni di spirito di vendetta dei presidenti delle due Camere, ambedue del PMDB, confermano quello che il sociologo della UNB, Pedro Demo ha scritto nella sua Introduzione alla sociologia (2002): “La nostra democrazia è una messinscena nazionale di ipocrisia raffinata, piena di leggi ‘belle’, ma fatte sempre in ultima istanza dalla élite dominante, per suo uso e consumo dall’inizio alla fine. ‘Politico’ viene definito un individuo che pensa solo a guadagnare bene, lavorare poco, fare patti loschi, dare lavoro a parenti, amici e conoscenti, arricchirsi alle spalle del pubblico denaro, entrare nel mercato dalle posizioni più alte… Se noi volessimo collegare la democrazia con la giustizia sociale, la nostra democrazia sarebbe la sua stessa negazione” (p. 330-333).

Non usciremo da questa crisi  di forma sostenibile e non ci libereremo senza riforma politica, tributaria e agraria. Caso contrario la democrazia sarà zoppa e guercia.

[Traduzione di Romano e Lidia Baraglia]

Pueblo: en busca de un concepto

por Leonardo Boff

Pocas palabras hay más usadas por distintas retóricas que esta de «pueblo». Su sentido es tan fluctuante que las ciencias sociales le tienen poco aprecio prefiriendo hablar de sociedad o de clases sociales. Pero como nos enseñaba L. Wittgenstein «el significado de una palabra depende de su uso». Entre nosotros, quienes más usan positivamente la palabra «pueblo» son aquellos que se interesan por la suerte de las clases subalternas: el «pueblo».
Vamos a intentar hacer un esfuerzo teórico para dar un contenido analítico a «pueblo» a fin de que su uso sirva a aquellos que se sienten excluidos de la sociedad y quieren ser «pueblo».

El primer sentido filosófico-social tiene sus raíces en el pensamiento clásico de la antigüedad. Ya Cicerón y después san Agustín y Tomás de Aquino afirmaban que «pueblo no es cualquier reunión de hombres de cualquier modo, es la reunión de una multitud en torno al consenso del derecho y de los intereses comunes». Corresponde al Estado armonizar los distintos intereses.

Un segundo sentido de «pueblo» nos viene de la antropología cultural: es la población que pertenece a la misma cultura, y habita un determinado territorio. Tantas culturas, tantos pueblos. Este sentido es legítimo porque distingue un pueblo de otro: un quechua boliviano es diferente de un brasileño. Pero ese concepto de «pueblo» oculta las diferencias y hasta las contradicciones internas: tanto pertenece al «pueblo» un hacendado del agronegocio como el peón pobre que vive en su hacienda. Pero en el estado moderno el poder solo se legitima si está enraizado en el «pueblo». Por eso la Constitución reza que «todo poder emana del pueblo y debe ser ejercido en su nombre».

Un tercer sentido es clave para la política. Política es la búsqueda común del bien común (sentido general) o la actividad que busca el poder del Estado para administrar a partir de él la sociedad (sentido específico). En boca de los políticos profesionales «pueblo» presenta una gran ambigüedad. Por un lado expresa el conjunto indiferenciado de los miembros de una sociedad determinada (populus), y por el otro significa la gente pobre y con escasa instrucción y marginalizada (plebs=plebe). Cuando los políticos dicen que «van al pueblo, hablan al pueblo y actúan en beneficio del pueblo», piensan en las mayorías pobres.

Aquí surge una dicotomía entre las mayorías y sus dirigentes o entre la masa y las élites. Como decía N. W. Sodré: «una secreta intuición hace que cada uno se juzgue más pueblo cuanto más humilde es. Nada tiene, y por eso mismo se enorgullece de ser «pueblo» (Introdução à revolução brasileira, 1963, p. 188). Por ejemplo, nuestras élites brasileñas no se sienten «pueblo». Como decía antes de morir en 2013 Antônio Ermírio de Moraes: «las élites nunca piensan en el pueblo, solamente en sí mismas». Ese es el problema.

Hay un cuarto sentido de «pueblo» que deriva de la sociología. Aquí se impone cierto rigor del concepto para no caer en el populismo. Inicialmente posee un sentido político-ideológico en la medida en que oculta los conflictos internos del conjunto de personas con sus culturas diferentes, status social y proyectos distintos.
Ese sentido tiene escaso valor analítico pues es demasiado globalizador aunque sea el más usado en el lenguaje de los medios de comunicación y de los poderosos.

Sociológicamente «pueblo» aparece también como una categoría histórica que se sitúa entre masa y élites. En una sociedad que fue colonizada y de clases, es clara la figura de la élite: los que detentan el poder, el tener y el saber. La élite posee su ethos, sus hábitos y su lenguaje. Frente a ella surgen los nativos, los que no gozan de plena ciudadanía ni pueden elaborar un proyecto propio. Asumen, introyectado, el proyecto de las élites. Estas son hábiles en manipular «al pueblo»: es el populismo. El «pueblo» es cooptado como actor secundario de un proyecto formulado por las élites y para las élites.

Pero siempre hay rasgaduras en el proceso de hegemonía o dominación de clase: de la masa lentamente surgen líderes carismáticos que organizan movimientos sociales con una visión propia del país y de su futuro. Dejan de ser «pueblo-masa» y empiezan a ser ciudadanos activos y relativamente autónomos. Surgen sindicatos nuevos, movimientos de los sin tierra, de los sin techo, de mujeres, de afrodescendientes, de indígenas, entre otros.

De la articulación de esos movimientos entre sí nace un «pueblo» concreto. Ya no depende de las élites. Elabora una conciencia propia, un proyecto diferente para el país, ensaya prácticas de resistencia y de transformación de las relaciones sociales vigentes. El «pueblo» por lo tanto, nace y es el resultado de la articulación de los movimientos y de las comunidades activas. Este es el hecho nuevo en Brasil y en América Latina de los últimos decenios que culmina hoy con las nuevas democracias de cuño popular y republicano. Bien decía un líder del nuevo partido Podemos» en España: «no fue el pueblo quien produjo el hecho de levantarse, fue el levantarse quien produjo el pueblo». (Le Monde Diplomatique, enero, p. 16).

Ahora podemos hablar con cierto rigor conceptual: aquí hay un «pueblo» emergente a medida que tiene conciencia y proyecto propio para el país. El pueblo está simpre en construcción, en la medida en que mantiene la organicidad entre lso movimientos haciendo nacer el pueblo.

«Pueblo» posee también una dimensión axiológica: todos están llamados a ser pueblo: no haber dominados y dominadores, élites y masas, sino ciudadanos-actores de una sociedad en la cual todos pueden participar.

Leonardo Boff es columnista del JBonline, teólogo y filósofo, y escribió Y la Iglesia se hizo pueblo, Vozes 1991: concepto de pueblo, p. 39-47.

Traducción de Mj Gavito Milano

Il socialismo non si è spostato nel limbo

di Leonardo Boff

da servicioskoinonia.org

La nostra generazione ha visto crollare i muri apparentemente indistruttibili: il muro di Berlino nel 1989 e il muro di Wall Street nel 2008. Con il muro di Berlino è crollato il socialismo reale, all’insegna dello statalismo, l’autoritarismo e la violazione dei diritti umani. Con il muro di Wall Street è stato delegittimato il neoliberismo come ideologia politica e il capitalismo come modo di produzione, con la sua arroganza, la sua accumulazione illimitata (greed is good = l’avarizia è buona), pagando il caro prezzo della devastazione della natura e dello sfruttamento delle persone.

Questi modelli si presentavano come due visioni del futuro e due forme per abitare il pianeta, in questo momento incapaci di offrirci speranza e di riorganizzare una convivenza planetaria nella quale possano starci tutti e che assicuri le basi naturali che conservano la vita, ormai in avanzato stato di erosione.

In questo contesto risorgono, sia le proposte sconfitte in passato ma che ora possono avere la possibilità di realizzazione (Boaventura de Souza Santos), tali come la democrazia comunitaria e il “buon vivere” delle popolazioni delle Ande, sia quelle del socialismo delle origini, pensato come una forma avanzata di democrazia.

Personalmente sento un profondo rifiuto per il capitalismo realmente esistente (la società di mercato), perché esso è così nefasto che se si continua con i ritmi della sua logica devastatrice può distruggere la vita umana sul nostro pianeta. Attualmente esso funziona per una piccola minoranza: 737 gruppi economico-finanziari controllano l’80% delle corporazioni transnazionali e, al loro interno, 147 gruppi controllano il 40% dell’economia mondiale (secondo le statistiche del famoso Istituto Tecnologico Svizzero), o gli 85 più ricchi del mondo accumulano l’equivalente di quello che ricavano 3.057 milioni di poveri del mondo (Rapporto di Oxfam Intermón, 2014). Una siffatta perversione non può dare nulla all’umanità se non crescente depauperazione, fame cronica, atroci sofferenze, morti premature e, in ultima ipotesi, l’armagedon della specie umana.

Il socialismo che è stato adottato in Brasile da alcuni partiti, in particolare il PSB del compianto Eduardo Campos, possiede alcune opportunità. Sappiamo che la sua origine è tra gli attivisti cristiani, critici degli eccessi del capitalismo selvaggio, come Saint-Simon, Proudhon e Fourier, i quali si sono ispirati ai valori del Vangelo e in ciò che fu definita come «La Grande Esperienza», ovvero i 150 anni della repubblica comunista cristiana dei guaranì (1610-1768). L’economia era di tipo collettivistico e aveva come priorità le necessità presenti e future della comunità, invece le eccedenze si commercializzavano.

Un gesuita svizzero, Clovis Lugon (1907-1991) espose in modo appassionato questa esperienza nel suo famoso libro: La repubblica guaranì: i gesuiti al potere (Ed. Paz e Terra, 1968). Un procuratore della repubblica, il brasiliano Luiz Francisco Fernandez de Souza (1962) scrisse un libro di mille pagine: Il socialismo, un’utopia cristiana. Personalmente egli segue gli ideali di cui si fa portavoce: ha fatto voto di povertà, si veste in modo semplice e si sposta al lavoro con un vecchio “maggiolino” Volkswagen”.

I fondatori del socialismo (Marx pretese dare al socialismo un valore scientifico contro quello degli altri teorici che definì utopisti) non hanno mai voluto capire il socialismo come semplice contrapposizione al capitalismo, bensì come la realizzazione degli ideali dichiarati dalla rivoluzione borghese: quello di libertà, dignità del cittadino, il diritto al libero sviluppo e alla partecipazione nell’edificazione della vita collettiva e democratica. Gramsci e Rosa Luxemburg vedevano il socialismo come la piena realizzazione della democrazia.

La domanda fondamentale di Marx (prescindendo dalla discutibile costruzione teorico-ideologica che aveva elaborato intorno all’argomento) era la seguente: perché la società borghese non riesce a raggiungere tutti gli ideali che proclama? Produce il contrario di quello che vuole. L’economia politica dovrebbe soddisfare i bisogni umani (mangiare, vestire, vivere, istruirsi, comunicare, ecc.), ma in realtà segue le necessità del mercato in gran parte indotte artificialmente con l’obiettivo del raggiungimento del massimo profitto.

Per Marx il mancato raggiungimento degli ideali della rivoluzione borghese non è frutto della cattiva volontà degli individui o dei gruppi sociali. Invece è l’inevitabile conseguenza del modo di produzione capitalista. Questo si basa sull’appropriazione privata dei mezzi di produzione (capitale, terre, tecnologia, ecc.) e nella subordinazione del lavoro agli interessi del capitale. Questa logica spezza la società in classi, con interessi antagonisti tra di loro, i quali si ripercuotono su tutto il resto: nella politica, nel diritto, nell’educazione, ecc.

Nel sistema capitalista gli individui tendono facilmente, lo vogliano o no, a diventare inumani e strutturalmente «egoisti», poiché ciascuno di loro sente l’impellente bisogno di badare ai propri interessi e solo in un secondo momento a quelli collettivi.

Quale è la via d’uscita pensata da Marx e dai suoi seguaci? Cambieremo modo di produzione. Al posto della proprietà privata, introdurremo la proprietà sociale. Ma attenti, avverte Marx, cambiare modo di produzione non è ancora la soluzione. Non garantisce la nascita della nuova società, può solo offrire agli individui possibilità di sviluppo, i quali non si porrebbero più come mezzi e oggetti ma obiettivi e soggetti solidari nella costruzione di un mondo con un vero volto umano. Perfino con queste condizioni preliminari la gente deve sentire il bisogno di vivere secondo i nuovi rapporti, perché altrimenti la nuova società non sorgerà. E aggiunge: «la storia non fa nulla; è l’essere umano vivo e concreto quello che fa tutto…; la storia non è altro che l’attività degli esseri umani alla ricerca dei propri obiettivi».

La mia valutazione è la seguente: ci stiamo avviando verso una crisi ecologico-sociale di una tale magnitudine che, o accogliamo il socialismo o non sopravvivremo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

L’estrema arroganza dell’impero e lo spionaggio universale

di Leonardo Boff

Fonte: Adital

Il sequestro del presidente della Bolivia Evo Morales che ha impedito al suo aereo di sorvolare lo spazio europeo, ha svelato l’esistenza dello spionaggio internazionale da parte degli organi d’informazione e di controllo del governo nordamericano (NSA). Ciò fa riflettere su un tema culturale dalle conseguenze molto gravi: l’arroganza. I fatti appena descritti mostrano a che livello è arrivata l’arroganza degli europei, costretti dagli Stati Uniti. L’arroganza è un argomento centrale della riflessione greca classica. Attualmente è stata studiata in modo approfondito da un pensatore italiano con formazione professionale nel campo dell’economia, della sociologia e della psicologia analitica, Luigi Zoja, il cui libro è stato pubblicato in Brasile: História da Arrogância, Axis Mundi, São Paulo, 2000. (Edizione italiana: Storia dell’arroganza: psicologia e limiti dello sviluppo, Bergamo, Moretti & Vitali, 2010, N.d.T.)

In questo denso libro si traccia la storia dell’arroganza nelle culture mondiali, particolarmente in quella occidentale. I pensatori greci (filosofi e drammaturghi) osservarono che la razionalità che scaturiva dal mito era occupata da un demone che, in modo illimitato, le avrebbe fatto strada verso il desiderio e la conoscenza, in un processo senza fine. Questa energia cerca di rompere tutti i limiti e si esaurisce nell’arroganza, il vero peccato che gli dei castigavano severamente. Agli eccessi che si compiono in ogni settore gli fu assegnato il nome di hybris e Nemesi al principio divino che punisce l’arroganza.

L’imperativo nell’antica Grecia era il mèden àgan: «niente in eccesso». Tucidide farà dire a Pericle, il geniale politico di Atene: «amiamo il bello ma con frugalità; usiamo la ricchezza per iniziative industriose, prive di inutili ostentazioni; per nessuno la povertà è una vergogna, ma è vergognoso non fare il possibile per superarla». Tucidide cercava in tutto la giusta misura.

L’etica orientale, quella buddista e quella indù, predicava l’imposizione di limiti ai desideri. Il Tao Te King sentenziava: «non c’è maggiore disgrazia che quella di non sapere accontentarsi» (cap.46); «sarebbe stato meglio fermarsi prima che il bicchiere debordasse» (cap.9).

L’hybris-eccesso-arroganza è il maggiore vizio del potere, sia quello personale, sia quello di un gruppo o di un impero. Oggi questa arroganza si materializza nell’impero nordamericano, che asservisce tutti nell’ideale della crescita illimitata che soggiace nella nostra cultura e nell’economia politica.

Oggigiorno questo eccesso-arroganza è arrivato al suo culmine su due fronti: nella sorveglianza illimitata, che consiste nella capacità di controllo di tutti quanti da parte di un potere imperiale, mediante sofisticata tecnologia cibernetica, violando i diritti di sovranità di un paese e il diritto inalienabile alla privacy individuale. Ciò è un segnale di debolezza e di paura da parte di un impero che non riesce più a convincere con argomenti né attrarre per i suoi ideali. Allora fa uso della violenza diretta, della menzogna, del mancato rispetto dei diritti e degli statuti sanciti in campo internazionale. Secondo i grandi storici delle culture, Toynbee e Burckhard, questi sono i chiari segnali dell’irrefrenabile decadenza degli imperi. Tuttavia mentre questi affondano, provocano stragi inimmaginabili.

Il secondo fronte dell’hybris-eccesso risiede nel sogno della crescita illimitata mediante lo sfruttamento spietato dei beni e dei servizi naturali. L’Occidente ha creato ed esportato verso tutto il mondo questo tipo di crescita, misurata per la quantità di beni materiali (PIL). Ciò crea una rottura con la logica della natura che sempre si autoregola conservando l’interdipendenza di tutti verso tutti. È così che un albero non cresce illimitatamente verso il cielo; allo stesso modo l’essere umano conosce i propri limiti fisici e psichici. Ma questo progetto fa in modo che l’essere umano imponga alla natura la propria regolazione arrogante: egli consuma fino ad ammalarsi, ma allo stesso tempo va alla ricerca della salute totale e all’immortalità biologica. Ora che i limiti della Terra si fanno sentire, giacché si sta parlando di un pianeta piccolo e malato, gli uomini li sottopongono a ulteriori sforzi con l’uso di nuove tecnologie per produrre di più. La terra si difende generando il surriscaldamento globale con gli effetti estremi noti a tutti.

Con molta precisione asserisce Zoja: «la crescita senza fine non è altro che un’ingenua metafora dell’immortalità» (p.11). Samuel P. Huntington nel suo discutibilissimo libro Lo scontro della civiltà e il nuovo ordine mondiale (1997) affermava che l’arroganza occidentale rappresenta «la maggiore fonte pericolosa dell’instabilità e di un possibile conflitto globale in un mondo dalle molteplici civiltà». Questo eccedere i limiti è gravato dall’assenza della ragione sensibile e cordiale. Attraverso di questa leggiamo emotivamente i dati, ascoltiamo i messaggi della natura e percepiamo la natura umana della storia dell’uomo, drammatica e fiduciosa.

L’accettazione dei limiti ci rende umili e collegati a tutti gli altri esseri. L’impero nordamericano, mediante la sua logica di arroganza dominatrice, si allontana da tutti, crea sfiducia ma mai amicizia e ammirazione.

Finisco con una storia di Lev Tolstoj, allo stile di João Cabral de Mello Neto:

Di quanta terra ha bisogno un uomo? Un uomo fece un patto con il diavolo: avrebbe ricevuto tutta la terra che fosse stato in grado di conseguire percorrendola a piedi. Si mise a camminare giorno e notte, senza sostare, da una valle all’altra, da un monte all’altro. Fino a quando estenuato cadde a terra morto.

Commenta Tolstoj: se avesse conosciuto il proprio limite, avrebbe saputo che gli bastava solo qualche metro; più di tanto non gli sarebbe servito per essere sepolto.

Per essere ammirati gli Stati Uniti altro non avrebbero bisogno che del proprio territorio e del proprio popolo. Non sentirebbero la necessità di sospettare di tutti, nemmeno di curiosare nella vita degli altri.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

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