Yemen: oltre 5.000 civili uccisi dalla coalizione saudita

da l’antidiplomatico

Sono 5.412 i civili yemeniti uccisi dagli attacchi aerei avviati della Coalizione saudita dal marzo scorso: 1.603 sono bambini sotto i 14 anni e 1.258 donne.

Il portale web di notizie sul mondo arabo, Al Masdar, ha riportato la dichiarazione del ministro della Salute dello Yemen, Tamim Al-Shami, secondo la quale, gli attacchi aerei della coalizione saudita hanno ucciso un totale di 5.412 civili yemeniti dall’inizio di questi attacchi disumani per preservare il potere politico del presidente esiliato, Abd-Mansour Hadi Rabbah.
Il 25 marzo 2015, l’impopolare presidente yemenita, ‘Abd-Rabbah Mansour Hadi, è scappato dalla sua città natale, Aden, per trovare rifugio nella capitale saudita Riyadh, lasciando il suo paese senza leader e in completa confusione, in fuga dalla resistenza popolare yemenita che lo ha inseguito nel suo palazzo presidenziale di lusso a Sanaa.
In rappresaglia per aver tentato di deporre il loro più grande alleato politico nel paese, la famiglia reale saudita ha risposto con attacchi aerei implacabili su Sanaa e la campagna occidentale dello Yemen, uccidendo oltre 1.000 civili in soli due mesi di attacchi aerei.

Per ottenere sostegno al loro sforzo violento, i reali sauditi hanno creato una coalizione composta da alcuni stati arabi per bombardare la forza di resistenza conosciuta come “Houthi.”

Non volendo fare marcia indietro di fronte ai loro oppressori, gli Houthi e le fazioni di resistenza popolare yemenite hanno combattuto i tentativi ripetuti della Coalizione saudita per conquistare il loro territorio.
 
L’Arabia Saudita ha rifiutato di fare marcia indietro, nonostante questo elevato numero di vittime; al contrario, ha recentemente aumentato il numero di personale militare sul campo di battaglia nello Yemen, avviando un impegno a lungo termine.

Siria, Conferenza internazionale: «Unire sforzi contro il terrorismo»

da l’antidiplomatico

Con il patrocinio della Presidenza della Repubblica araba siriana si è svolta a Damasco la conferenza sindacale internazionale di solidarietà con i lavoratori e il popolo siriano contro il terrorismo. Delegazioni di 29 Paesi, per l’Italia l’USB, in rappresentanza di 100 milioni di lavoratori, hanno preso parte ai lavori, ribadendo la necessità di unire gli sforzi per combattere il terrorismo, l’ingerenza imperialista e l’embargo economico.

I partecipanti alla conferenza sindacale internazionale di solidarietà con i lavoratori e il popolo siriano contro il terrorismo che si è svolta a Damasco, nella dichiarazione finale, hanno espresso la loro sincera solidarietà con il popolo siriano e il suo Stato, così come hanno ribadito il loro supporto per la loro lotta contro le ingerenze straniere in Siria.

Hanno anche espresso stupore per il sostegno straniero incessante ai gruppi terroristici, invitando a unire gli sforzi e aumentare il coordinamento internazionale e arabo nella lotta contro il terrorismo e le sue conseguenze.
Hanno inoltre sottolineato la necessità di lottare contro l’ideologia estremista e mobilitare le persone in tutto il mondo per fermare le guerre, i blocchi e le ingerenze.

Infine, i partecipanti alla manifestazione, hanno rivolto un messaggio al presidente Bashar Al-Assad, garantendo che comunicheranno alla loro gente la realtà della guerra terroristica che la Siria affronta come popolo, società, istituzioni economiche, culturali e di civiltà, chiedendo la fine dell’interferenza straniera nei suoi affari interni, di sollevare il blocco e le sanzioni economiche e di coordinarsi direttamente con il suo esercito e la sua leadership nella lotta contro il terrorismo.

Organizzazioni palestinesi ribadiscono solidarietà alla Siria

da almayadeen

Gruppi e associazioni della Palestina occupata, dei campi profughi e della diaspora hanno firmato una dichiarazione di solidarietà con la Siria per esprimere il rifiuto totale della guerra contro il paese arabo.

Nel testo si esprime il sostegno alla lotta storica del popolo siriano per la propria sopravvivenza e identifica come proprie le sfide di oggi dei loro fratelli di Damasco.

Abbiamo capito che cosa vuol dire quando le nostre terre e le nostre proprietà vengono usurpate dagli stranieri, quando la nostra gente è espulsa senza possibilità di ritorno, i nostri interessi nazionali e i diritti diventano giocattoli dei paese più potenti della terra. Abbiamo capito cosa vuol dire soffrire e morire per la difesa della nostra sovranità e dei diritti umani, sottolinea il documento.

I firmatari palestinesi del documento riconoscono che i nemici della Siria sono gli stessi nemici della Palestina, e condannano i governi fantoccio al servizio di Israele che vogliono dividere e controllare la regione araba.

La dichiarazione, precisa che coloro che rapiscono, uccidono e commettono stragi in Siria, sono nemici della nazione araba, così come Israele, con i quali condividono gli obiettivi e la natura criminale, e rifiuta la violenza e l’omicidio contro il popolo e lo Stato siriano.

Esprime, inoltre, che la lotta dei palestinesi e dei siriani non sono religiose. Esse sono, aggiunge, le battaglie per il diritto di uno Stato che garantisce la libertà di religione senza preferenza per una sola fede piuttosto che per un’altra. La divisione delle comunità arabe in sette  può solo servire solo al regime israeliano nei suoi sforzi per dominare la regione, si ribadisce.

I rifugiati palestinesi accolgono la politica di fratellanza  del governo siriano nel dare il benvenuto nel loro territorio e di concedere gli stessi diritti dei cittadini, a parte l’esercizio del diritto di voto. Il minimo che possiamo fare è ricambiare la nostra solidarietà con quello che la Siria ha fatto per noi in questi tempi di grande bisogno.

Allo stesso modo, i gruppi palestinesi esprimono la loro opposizione alla politica cinica e genocida della NATO e il suo interesse a prendere in consegna il Medio Oriente. Essi avvertono che l’obiettivo primario dei suoi membri è quello di distruggere le ultime nazioni indipendenti che non sono complici del sionismo e delle forze imperialiste.

È nostro dovere stare accanto alla Siria e a tutte le nazioni e movimenti che resistono agli invasori e cercano un percorso indipendente e una politica per il bene e l’interesse dei nostri popoli per non diventare burattini delle potenze straniere.

A loro volta, i gruppi e le associazioni palestinesi riaffermano il loro impegno per appoggiare la Siria nei suoi sforzi per respingere gli invasori stranieri e dei paesi che stanno creando, addestrando e sostenendo gruppi terroristici in Siria e nella regione.

La dichiarazione chiede di espellere i gruppi terroristici che invadono i loro paesi e invita i suoi sostenitori a dedicare i loro sforzi per migliorare la vita dei propri popoli, piuttosto che distruggere la vita dei siriani e dei palestinesi.

Infine, si condanna Israele e i suoi lacchè per i loro crimini contro l’umanità, i governi che sostengono guerre illegali contro Stati e popoli sovrani, Palestina, Siria, Libia, Iraq, Libano e Yemen devono essere perseguiti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: la Francia ha fornito armi ai terroristi nel 2012

da hispantv

Il giornalista francese, Xavier Panon, ha denunciato la fornitura di armi della Francia all’opposizione armata in Siria nel 2012, fatto che ha violato l’embargo europeo in vigore dal 2011.

«La Francia ha fornito cannoni di 20 mm, mitragliatrici 12,7 mm, lanciarazzi e missili anti-carro per l’opposizione armata» che combatte da più di quattro anni contro il governo di Damasco, ha rivelato Panon, nel suo recente libro, “Dans le coulisses del diplomatie française”(Dietro le quinte della diplomazia francese), che sarà in vendita dal 13 maggio prossimo.

Secondo questo giornalista, specialista nelle questioni diplomatiche e militari, la Francia ha iniziato a fornire armi, illegalmente, dalla seconda metà del 2012 ed era intenta, piuttosto, ad aiutare la ribellione a prendere una svolta decisiva per le sorti della guerra con un grande impatto.

«Abbiamo iniziato quando ci avevano assicurato che sarebbero andate in mani sicure. Nel caso delle armi letali, sono stati i nostri servizi che hanno proceduto a fornirle», ha raccontato il presidente Hollande a Panon in un’intervista rilasciata a maggio 2014.

Il libro rivela anche una serie di capricci diplomatici e militari, alimentati dalle testimonianze di attori coinvolti nella vita diplomatica e militare francese (oltre al Capo dello Stato, ministri, consiglieri …), che sono entrati in carica nel 2012, quando il mandato dell’allora presidente, Nicolas Sarkozy (2007-2012) è passato all’attuale presidente, Francois Hollande.

Tra gli episodi che si citano, la preparazione (che è stata interrotta nella tarda estate del 2013) degli attacchi aerei contro le postazioni del governo siriano.

Tra gli altri, Panon parla di alcuni obiettivi, come «l’attacco al servizio di intelligence militare siriano che controlla il sistema chimico”, e sottolinea, citando un consigliere, che alla fine gli Stati Uniti hanno rifiutato. Si voleva raccogliere un duplice risultato, spiega Panon: cambiare la “situazione politica” in Siria e destabilizzare la Russia che sostiene Damasco per portarla a cambiare la propria posizione nel conflitto.

Finora, la Francia non ha mai ufficialmente ammesso di aver fornito ai terroristi armi non letali, corazzati o visori notturni.

La Francia è conosciuta per la sua postura anti-siriana e anti-democratica nel Medio Oriente, a tal proposito, il presidente Hollande ha dichiarato, lunedì scorso, che Parigi vuole una Siria senza Bashar al-Assad, presidente eletto democraticamente.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Delcy Rodriguez: «Unasur ratifica lo spirito di libertà e sovranità»

delcy rodriguez quitoda Correo del Orinoco

«Abbiamo ricevuto il sostegno delle nostre nazioni del Sud, il nostro popolo apprezza la fermezza con cui l’Unasur emesso questo comunicato, perché sappiamo che il Venezuela non è solo, nell’ambito diplomatico così come in quello della diplomazia dei popoli», ha dichiarato il Ministro degli Esteri

Il Ministro degli Esteri del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha dichiarato che il comunicato emesso dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) dove viene condannata l’ingerenza del governo degli Stati Uniti d’America e dove viene richiesta l’abrogazione del decreto legge che qualifica il Venezuela come una “minaccia inusuale e straordinaria”, ratifica lo spirito di unità, libertà, sovranità e indipendenza dei popoli latinoamericani.

Nell’ambito della trasmissione En contacto informativo in onda su Telesur, dalla sede di Quito, in Ecuador, Rodriguez ha affermato che la riunione dei ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Unasur «è stata caratterizzata dallo spirito di libertà dell’America Latina, di quei popoli che da molto tempo hanno deciso di essere liberi e di non voler tornare mai più all’oscurantismo che pretende d’imporre l’imperialismo, in questo caso, con una decisione terribile e sproporzionata (…) con cui si vuole attaccare la sovranità e l’autodeterminazione del popolo venezuelano».

«Portiamo qui il messaggio del nostro popolo – ha spiegato il Ministro degli Esteri – del Presidente Maduro, un messaggio di fermezza, di apertura al dialogo, ma con fermezza e soprattutto uguaglianza con il governo degli Stati Uniti». Definendo il decreto di Barack Obama come un atto emanato da «una classe dirigente che non rispetta alcun principio del Diritto Internazionale, che non aderisce ai principi delle Nazioni Unite».

Il Ministro degli Esteri venezuelano ha espresso gratitudine ai suoi omologhi sudamericani presenti alla riunione di Quito, «coscienti della gravità che rappresenta l’ordine esecutivo, non solo per il Venezuela, ma per l’intera regione, perché potrebbe verificarsi un intervento militare che non sappiamo quando andrà a violare le frontiere del Venezuela».

Ha poi definito la decisione dell’Unasur come storica e affermato che con questa posizione l’organismo «si è opposto all’imperialismo in maniera ferma e contundente». Delcy Rodriguez ha inoltre evidenziato che «non si tratta di politicizzare o ideologizzare lo scontro in atto, ma di confermare che nellà diversita possiamo essere uniti di fronte a cose grandi, dinanzi a grandi sfide storiche».

Il popolo venezuelano continuerà a stare in trincea, a lottare in difesa della propria sovranità e autodeterminazione, «perché il Venezuela si pone dinanzi ai popoli con la diplomazia bolivariana, che è di pace. Di fronte alla politica bellicista dell’amministrazione statunitense, noi sosteniamo la diplomazia della pace».

«Abbiamo ricevuto il sostegno delle nostre nazioni del Sud, il nostro popolo apprezza la fermezza con cui l’Unasur emesso questo comunicato, perché sappiamo che il Venezuela non è solo, nell’ambito diplomatico così come in quello della diplomazia dei popoli», ha sottolineato la dirigente bolivariana.

Nel comunicato emesso dall’organismo sudamericano, i paesi membri ratificano «il rigetto del Decreto Esecutivo del Governo degli Stati Uniti d’America, approvato il 9 marzo del 2015, in quanto costituisce una grave minaccia interventista, diretta contro la sovranità e al principio di non intervento negli affari interni di altri Stati».

Inoltre, esigono che il governo degli Stati Uniti s’impegni a «valutare e implementare soluzioni alternative per il dialogo con il governo del Venezuela, basate sul principio di rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Di conseguenza – chiedono – l’abrograzione del Decreto Esecutivo».

Infine, il blocco di integrazione ha ribadito il suo impegno per la piena osservanza del Diritto Internazionale, la Risoluzione Pacifica delle Controversie e il principio di non Intervento.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

L’ALBA-TCP spedisce al mittente le dichiarazioni di Kerry

Comunicato ALBA-TCP rifiuta le dichiarazioni del segretario di Stato USA di minaccia di eventuali sanzioni del suo governo contro il Venezuela

I paesi membri dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP), ispirati dal Manifesto Bicentenario, sottoscritto a Caracas il 19 di aprile del 2010, mediante il quale i nostri governi si impegnano ad accompagnare la lotta dei popoli per conquistare la definitiva indipendenza, con giustizia piena, liberi da qualsiasi intervento straniero, senza sottomissione ad ordini imperiali e dove allertiamo sul perverso disimpegno da parte di importanti media di diffusione massiva al servizio degli interessi dell’imperialismo e contro gli interessi e le aspirazioni nei nostri popoli. 

Rifiutiamo energicamente le recenti dichiarazioni di intromissione del Segretario di Stato USA, John Kerry, rispetto al fatto che il suo paese si riserverebbe l’opzione di imporre sanzioni unilaterali contro la fraterna Repubblica Bolivariana del Venezuela o il richiamo alla Carta Democratica Interamericana della OSA contro il Paese. Tali pretese non corrispondono al diritto internazionale e nemmeno alla realtà venezuelana.   

Esortiamo il governo degli USA e segnatamente, il suo Segretario di Stato, John Kerry, a rispettare la Dichiarazione di solidarietà ed appoggio alle istituzioni democratiche, al dialogo e alla pace nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, approvata dal Consiglio Permanente dell’OSA il 7 marzo del 2013, evitando dichiarazioni che non contribuiscano per nulla al clima di dialogo che si sta cementando in Venezuela dopo che il Presidente Maduro Moros ha convocato una Conferenza Nazionale per la Pace che ha per oggetto la promozione del dialogo franco e genuino fra tutti i settori politici, gli attori sociali ed economici del Paese, iniziativa che oggi conta anche con l’accompagnamento della UNASUR, Unione delle Nazioni Sudamericane.

Noi, Paesi membri dell’ALBA-TCP, reiteriamo la nostra solidarietà con la nostra sorella, la Repubblica Bolivariana del Venezuela e rinnoviamo il nostro impegno per il sostegno agli sforzi realizzati dal Governo Bolivariano per conquistare la pace e la concordia nazionale, attraverso un genuino processi di dialogo politico.

[Trad. dal castigliano a cura di ALBAinformazione] 

Nonostante gli sforzi del Venezuela il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU fomenta guerre e ingerenze

di Marinella Correggia

Intervenendo giorni fa alla sessione del Consiglio Onu per i diritti umani (Unhrc) con sede a Ginevra, l’organizzazione internazionale North South XXI ha indirizzato parole dure ai paesi membri del Consiglio, che sono quarantasette, a turno. Parole adatte alla commemorazione del decimo anniversario della guerra all’Iraq ma anche al tentativo in corso da parte delle potenze Nato e dei loro alleati arabi di fomentare la guerra in Siria: “Questo Consiglio non ha intrapreso azioni adeguate rispetto all’uso illegale della forza contro i popoli dell’Afghanistan e dell’Iraq (…) Stiamo commemorando l’anniversario dell’assassinio di un milione e mezzo di iracheni – secondo quanto pubblicato da The Lancet – ma il Consiglio non ha fatto nulla per porre fine all’impunità dei responsabili. E da quando la violenza è esplosa in Siria, alcuni stati membri del Consiglio hanno fornito e continuano a fornire armi che alimentano la violenza. Anche la Commissione d’inchiesta del Consiglio sulla Siria viene usata come arma da alcuni degli stati che hanno ucciso in Afghanistan e Iraq. Buona parte del rapporto si fonda su notizie non verificate che non rispondono al minimo standard della prova (…)”.

22 marzo a Ginevra voto del Consiglio diritti umani sulla tragedia in Siria

Nella guerra per procura in Siria, condita da una propaganda forse ancora più forte perché a prova di durata, il Consiglio dei diritti umani aiuta la tragedia e sono is soliti paesi a denunciarlo. Abbiamo già riferito delle nostre critiche metodologiche e di contenuto (in francese con sintesi in spagnolo, v. qui: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1334) al lunghissimo nuovo rapporto della Commissione Coi, la commissione di inchiesta sedicente “indipendente” sui diritti umani in Siria. Il lavoro della Commissione, capitanata fra gli altri dalla giudice svizzera Carla Del Ponte, è basato su racconti di parte e contiene molte accuse non verificate (anche circa i colpevoli di massacri e stragi), fondate solo su testimonianze” raccolte per skype, al telefono, o presso persone segnalate dall’opposizione armata (si parla però di “attivisti”); non comprova nemmeno le molte accuse di “bombardamenti indiscriminati” a panetterie (i video che lo proverebbero non provano nulla…), scuole e ospedali (spesso svuotati e occupati da gruppi armati). I racconti si contraddicono. Inoltre si minimizzano i casi di attentati e stragi da parte dell’opposizione.

Aggirandoci per giorni nella sala XX nel Palazzo dell’Onu, sala dove si tengono le sedute plenarie, è stato possibile consegnare le nostre critiche (illustrandole il più velocemente possibile) a una trentina di paesi, ottenendo in verità qualche attenzione solo da alcune missioni di America Latina, Africa e Asia, e fra queste in particolare Venezuela, India, Filippine, Kazakhstan, Pakistan, Ecuador (che quest’anno sono nel Consiglio), e poi Cuba, Russia, Palestina, Iran, Cina che nel Consiglio non ci sono quest’anno. Incerti fino all’ultimo Pakistan e  Angola.

Una risoluzione molto sbilanciata, basata sul rapporto Coi e redatta da paesi occidentali e arabi è stata presenta al voto del Consiglio per i diritti umani oggi 22 marzo. Risultato del voto: 41 stati a favore (anche se con distinguo); Venezuela contro; astenuti India, Filippine, Uganda, Kazakhstan ed Ecuador. Quest’ultimo, unico altro membro della coalizione Alba presente nel Consiglio quest’anno, oltre al Venezuela, nella dichiarazione di voto ha ribadito il suo rifiuto delle ingerenze esterne e la non imparzialità della risoluzione. In settembre l’Ecuador aveva votato a favore della risoluzione sulla Siria (preparata sulla base del precedente rapporto Coi) mentre contro avevano votato Cuba, Russia e Cina (che quest’anno non hanno diritto di voto). Il Venezuela non era allora nel Consiglio. In un certo senso Cuba e Venezuela  si sono passati lo scomodo testimone in Consiglio. E stanno lavorando anche perché la pace sia finalmente riconosciuta come diritto umano. Hanno molti stati contro, come è ovvio.

La risoluzione approvata rinnova per sei mesi il mandato della Commissione Coi e, pur condannando in via generale la violenza nel paese, si sofferma poi sulle “sistematiche e grossolane violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle autorità siriane” con “uso di armi pesanti verso zone residenziali” (ma il regime sostiene che si tratta di aree svuotate di civili e occupate da terroristi), “massacri”, “attacchi sistematici verso la popolazione”. Delle violazioni commesse dai gruppi di opposizione, la risoluzione  nota che sono in numero e gravità inferiori.  La risoluzione chiede di proteggere il personale medico e di emergenza (decine di membri della Red Crescent siriana sono stati uccisi).

E’ stato illuminante ascoltare le dichiarazioni dei vari paesi in sede di discussione. La Turchia che ripeteva la solfa del “diritto all’autodifesa da parte del popolo siriano che non ha altro modo di reagire a una brutale guerra di aggressione”; idem per la Francia con il suo “tutto un popolo che resiste alla follia di un regime che massacra con Scud bombe incendiarie missili”.  Il Qatar che ribadiva la condanna dei “bombardamenti mirati sulle panetterie” (in assenza di prove). La Libia (la nuova Libia) che “parlando in rappresentanza di 60 paesi” (fra i quali manco a dirlo Italia, Qatar, Turchia, Usa) raccomandava al Consiglio di Sicurezza  “il deferimento del regime siriano alla Corte penale internazionale”: eppure la stessa Libia non consegna alla Corte in questione il figlio di Gheddafi, volendolo impiccare in proprio. Tutti poi a dire che “occorre una soluzione negoziale”; ma sono parole: anche i portavoce Nato mentre si bombardava la Libia sostenevano che occorreva una soluzione politica…

Di segno opposto le osservazioni di Cuba, Venezuela e Russia. Cuba: “Il rapporto Coi si basa su informazioni frammentarie e manipolate, non ha la necessaria obiettività, non è corroborato da prove, può offrire argomenti per un’aggressione alla Siria anziché aiutare il dialogo e la pace”. Venezuela: “Il rapporto ha fonti poco affidabili. Denunciamo la campagna mediatica e le manipolazioni che favoriscono le ingerenze armate dall’esterno, fonte di tragedie. Non siate più complici di aggressioni imperiali come alla Libia, all’Afghanistan, all’Iraq che hanno fatto milioni di vittime”. Russia: “Il rapporto non è equilibrato, sono quasi ignorati i crimini dell’opposizione. Ignorato il ruolo delle sanzioni unilaterali occidentali e arabe. Non si condanna l’invio di armi”.

Due gli obiettivi della risoluzione sulla Siria approvata a maggioranza. Primo, giustificare un più diretto appoggio in armi all’opposizione (l’Ue, Premio Nobel per la pace 2012, ne discute a Dublino in questi giorni, su pressione di Francia e Gran Bretagna con l’aiuto probabile di Terzi dall’Italia). Secondo, spingere per il deferimento del governo siriano alla Corte penale internazionale, anche se è quasi impossibile che Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza votino a favore: dopo la scottante esperienza libica, con l’abuso da parte Nato delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

Un salto indietro. 2011: chi espulse la Libia, chi cercò di resistere e perché

Il 25 febbraio 2011 i membri dominanti del Consiglio dei diritti umani dell’Onu ebbero un ruolo decisivo nell’agevolare la guerra Nato alla Jamahiriya libica. Erano passati pochi giorni dall’avvio della crisi libica, che media mainstream, governi imperiali e perfino organizzazioni umanitarie avevano subito dipinto così: “un dittatore che uccide a migliaia cittadini inermi ricorrendo a mercenari stupratori”. Anche se quasi subito fu chiaro che le migliaia di vittime non c’erano affatto e che si trattava piuttosto di una rivolta armata di cirenaici insieme a esuli pilotati ed ex gheddafiani diventati golpisti.

Sulla base della pressione di un gruppo di assai sospette “organizzazioni non governative” capitanate dalla statunitense Un Watch (che ha un curriculum golpista e guerrafondaio), il Consiglio con apposita risoluzione raccomanda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la sospensione della Jamahiryia dal Consiglio stesso, del quale nel 2011 era membro. Anzi, secondo programmi precedenti lo stato nordafricano avrebbe dovuto essere premiato dal Consiglio per i suoi “successi nel campo dei diritti umani e sociali”.  Premio cancellato.

Il primo marzo 2011 con una risoluzione definita “senza precedenti” e adottata “per consenso” oscurando le voci critiche, l’Assemblea Generale dell’Onu vota appunto questa espulsione. Sponsor cinquanta paesi sulla base della bozza presentata dal Libano.

Il 2 marzo Amnesty International saluta l’espulsione. Dovrà, mesi dopo, riconoscere che non c’era stata nessuna strage bensì, nelle prime settimane della rivolta armata, un centinaio di morti da entrambe le parti. Ma ormai la guerra Nato era partita e vittoriosa.

E’ interessante, per la storia, capire come avvenne il corto circuito e chi – fra i paesi non belligeranti – cercò di resistere al potente “poligono di tiro del bene” ma non fu aiutato da nessuno, nemmeno dall’indifferente ex movimento per la pace d’Occidente. Determinante fu il subitaneo passaggio ai “bengasiani” da parte degli ambasciatori libici a Ginevra e New York i quali agirono da cassa di risonanza per le denunce di genocidio. La Jamahiriya non era più rappresentata da nessuno, visto che oltretutto gli Usa non diedero il visto al nuovo ambasciatore nominato al posto del “traditore”.

Cuba era membro del Consiglio dei diritti umani (a differenza d Venezuela, Nicaragua, Bolivia) e il 25 febbraio fu praticamente l’unico paese a dissociarsi dal paragrafo 14 della risoluzione del Consiglio, che riguardava appunto la Libia. Fin dall’inizio della creazione del Consiglio, Cuba si era opposta alla clausola di sospensione, ben sapendo quanto i diritti umani siano utilizzati come arma.

E il primo marzo 2011 in sede di Assemblea Generale, furono praticamente solo i paesi dell’Alba e in particolare Cuba, Venezuela, Nicaragua a resistere a questa mossa fatale. Come si può leggere dal resoconto degli interventi (http://www.un.org/News/Press/docs/2011/ga11050.doc.htm) Cuba ribadisce la sua posizione attirando l’attenzione sulla “contraddittorietà delle informazioni sui fatti” e sostenendo una “soluzione sovrana e pacifica del conflitto, senza alcuna forma di intervento estero” e mostrando “preoccupazione per le dichiarazioni di Usa ed Europa che alludono a una opzione militare, la quale farebbe migliaia di vittime”.

Il Venezuela sottolinea invano due aspetti cruciali. Primo: “una decisione così grave da parte dell’Assemblea richiederebbe indagini credibili. La decisione è prematura perché all’Assemblea non sono ancora arrivati risultati di indagini indipendenti sugli eventi libici”. Secondo: “Il popolo libico deve costruire  il proprio destino da sé senza interventi esterni. Eppure il Pentagono ha già annunciato un riposizionamento bellicoso di forze intorno alla Libia”. Proteste da parte degli Usa, cosponsor dell’espulsione della Libia: “Il Venezuela distorce la politica statunitense alimentando paure e odio”. Replica del Venezuela: “Siamo stupiti che un paese con un simile curriculum in materia di violazioni di diritti umani possa fare una simile dichiarazione”. Del resto l’intervento esterno ci fu eccome.

Anche il Nicaragua spiega che “il governo libico deve trovare in modo sovrano una soluzione, senza interferenze. C’è una campagna feroce contro la Libia e le notizie sono contraddittorie e inflazionate”. L’Ecuador e la Bolivia mostra di credere un po’ di più alla propaganda. sostenendo il “rifiuto della violenza contro popolazioni civili disarmate”. Ma al tempo stesso chiedono indagini più precise e ammoniva contro l’uso selettivo di risoluzioni Onu contro stati che si oppongono ai poteri forti.

Il rispetto della sovranità contro le manovre di guerra (di quella che Hugo Chávez chiamava “la dittatura imperiale”) e il rifiuto delle menzogne che provocano guerre imperiali sono due capisaldi dell’azione dei paesi dell’Alba nel frangente libico. Ricordiamo che sempre agli inizi di marzo 2011 Fidel chiese in un celebre articolo l’aiuto del mondo alla proposta di pace elaborata dal presidente venezuelano e appoggiata dal consiglio politico dell’Alba con un comunicato del 4 marzo. La proposta (http://aporrea.org/venezuelaexterior/n176027.htm) era di formare una «Commissione umanitaria internazionale per la pace e l’integrità della Libia», che inviasse osservatori e operasse per una mediazione fra le parti, al fine di evitare un attacco militare del Paese e nel quadro degli sforzi della comunità internazionale per aiutare il popolo libico.

Dopo la guerra della Nato, il 19 novembre 2011 la Libia viene prontamente riammessa nel Consiglio dei diritti umani, per decisione dell’Assemblea generale Onu. Ironicamente l’Onu Un Watch dice “con l’opposizione di Chávez & soci”…

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