La scelta dell’Ecuador

di Geraldina Colotti – il manifesto

Intervista. Guillaume Long, ministro degli Esteri e della Mobilità umana

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose..

di Gerladina Colotti – il manifesto

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose.

L’America latina piange il Comandante

di Geraldina Colotti 

Cuba. L’impegno per l’integrazione del continente

Fidel ha levato l’ancora «verso l’immortalità»: lo stesso giorno in cui il Granma è partito da Veracruz per Cuba, il 25 novembre del 1956. Lo ha ricordato a caldo il presidente venezuelano Nicolas Maduro, dopo l’annuncio della morte del Comandante cubano. «Adesso tocca a noi, gli eredi dei grandi ideali, quelli di Fidel, del Che, di Chavez, difenderne il cammino – ha detto -. Adesso tocca ai giovani – perché giovani sono sempre le rivoluzioni -, difenderne il portato».

Maduro ha ricordato la grande amicizia tra Fidel Castro e Hugo Chavez, due vite all’insegna dell’antimperialismo: «Due rivoluzioni perseguite dall’impero, due rivoluzioni che abbiamo fatto crescere e che dobbiamo continuare a far crescere», ha detto ancora, ricordando gli ultimi incontri avuti con Fidel: incontri significativi, sia sul piano concreto che simbolico. Fidel ha ricevuto l’attuale presidente venezuelano (che è stato a lungo ministro degli Esteri di Chavez) un giorno prima di incontrare Obama. Gli ha inviato lettere di appoggio nei momenti più difficili del suo mandato. Lo ha sostenuto con la sua diplomazia, discreta ma efficace, a nord come al sud.

E quando Fidel ha compiuto novant’anni, il 13 di agosto, ha fatto il giro dei media una foto in cui i presidenti dell’Alba lo visitavano a sorpresa per il compleanno. L’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, è stata una creatura di Fidel e Chavez. Ha messo in moto un altro tipo di integrazione regionale, non più rivolta al Nord America, ma al continente Latinoamericano, basata su relazioni paritarie e solidali: ogni paese, un voto, non importa se grande o piccolo, interscambio di beni e servizi senza contropartite politiche. E Raul Castro ha continuato sulla stessa linea, governando la barra in tutti i vertici internazionali. E ieri, tutti i più importanti leader del sud, sia di governo che di partito lo hanno ricordato con gratitudine: dai Sem Terra in Brasile alla sinistra anticapitalista francese, a Podemos in Spagna.

Fidel è morto nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, dedicata al sacrificio delle tre sorelle Mirabal. Le tre mariposas – come venivano chiamate nella clandestinità – vennero trucidate nella Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo, pupillo degli Usa, nel 1960. A Cuba, invece, su un paese di 11 milioni di abitanti, la lotta di oltre 4 milioni di donne organizzate nella Federacion de Mujeres Cubanas ha ottenuto fin da subito la parità di diritti nella Costituzione, il Codice della famiglia e altri strumenti giuridici.

La forza lavoro femminile, pari al 66% del totale è impiegata con un salario uguale a quello degli uomini, in tutti i settori ed è presente al 49% in Parlamento (Cuba è la quarta nazione al mondo per numero di donne in parlamento). A Cuba non esistono né la tratta né i femminicidi, l’aborto è libero, gratuito e sicuro, un faro di progresso in America latina. Fidel ha sempre rivolto importanti discorsi alla Federazione delle donne, la cui segretaria è stata Vilma Espin. E la Federacion Democratica Internacional de Mujeres (Fdim) è stata fra le prime a mandare un messaggio di cordoglio.

L’America latina deve molto a Fidel. L’11 aprile del 2002, durante il golpe contro Chavez – organizzato dai grandi gruppi economici, dai vertici della chiesa, delle forze armate e dai grandi media, e guidato dalla Cia – Fidel consigliò al giovane leader venezuelano di «non immolarsi come Allende», in quanto, a differenza del presidente cileno nel 1973, egli aveva dalla sua gran parte delle forze armate. E poi diffuse la notizia ai media internazionali e parlò al telefono con i militari fedeli a Chavez, che poté così sventare anche la trappola tesa dall’arcivescovo Baltazar Porras (ora cardinale in Vaticano), mandato dai golpisti per convincerlo a dimettersi, prima di essere fucilato. Il plotone che avrebbe dovuto uccidere il presidente venezuelano si ammutinò e Chavez venne poi riportato al governo a furor di popolo, e il suo primo pensiero fu per Fidel.

L’8 gennaio del 1959, Fidel Castro pronunciò all’Avana il primo discorso pubblico dopo la rivoluzione. Alcune colombe bianche si alzarono e cominciarono a volteggiare su di lui, finché una si posò sulla sua spalla. Fidel la trattenne per qualche secondo e poi la liberò nel cielo. Un gesto che rimase impresso nella moltitudine dei presenti, e che in fondo simbolizza lo spirito che ha fino all’ultimo animato il leader cubano. La sua diplomazia ha accompagnato il processo di pace in Colombia fino alla recente firma degli accordi tra Santos e la guerriglia marxista Farc. Cuba vi ha dedicato lo stesso impegno di quello rivolto alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, la liberazione dell’Angola o l’indipendenza della Namibia e altre nazioni africane. All’inizio del 2000, a Cuba iniziarono anche le trattative tra l’altra guerriglia storica colombiana, l’Eln, e l’allora presidente Alvaro Uribe.

L’Avana è così diventata la capitale della pace. E sia le Farc che l’Eln hanno inviato un messaggio di cordoglio. E in molti paesi dell’America latina è stato dichiarato il lutto nazionale. Ma tutto il sud è in lutto. Cuba è stata al centro del Movimento dei paesi non allineati, che rappresentano oltre due terzi di tutti gli Stati del mondo, e il cui segretario generale è da quest’anno Nicolas Maduro. Fidel Castro – dice un comunicato della Unasur – «ha illuminato la regione con le sue idee sulla libertà, la sovranità, l’uguaglianza per le quali ha lottato per mezzo secolo».

E il miglior modo per onorarlo – ha detto il presidente boliviano Evo Morales – è quello di rafforzare l’unità di tutti i popoli del mondo, la resistenza al modello capitalista e all’imperialismo». Ha detto Fidel a Ramonet nell’Autobiografia a due voci: «Se l’impero divorasse l’America latina come fece la balena con il profeta Giona, non riuscirebbe comunque a digerirla. Prima o poi dovrebbe espellerla, e quella risorgerebbe di nuovo».

Giovanna Martelli (SEL) risponde a Mario Giro sul Venezuela

am-latina-voltodi Giovanna Martelli (*) – su cambiailmondo.org

L’intervento di Mario Giro, sul Venezuela, pubblicato nei giorni scorsi mi ha stimolata nella riflessione. Mario Giro narra di una situazione paradossale e confusa in Venezuela in cui solo l’intervento diretto di Papa Bergoglio ha avuto la capacità – un mezzo miracolo come lo definisce Giro – di far ripartire le trattative tra il governo di Maduro e l’opposizione in un Paese che comunque “lentamente scivola nell’anarchia istituzionale”.

Il mio amore per il popolo sudamericano è noto e la frequentazione di quelle donne e di quegli uomini mi fanno stare sempre molto attenta ad esprimere valutazioni su quanto sta accadendo in quei luoghi. Ernesto Cardenal scrive che “le cose sono in relazione l’una con l’altra e alcune sono comprese in altre e queste ancora in altre, in modo che tutto l’universo è una sola, vasta cosa” e noi sappiamo che la vastità è complessa e spesso contraddittoria da analizzare con cura, evitando il rischio di cadere nel superficiale giudizio.

Il mio incontro con il Venezuela Bolivariano di Chavez e Maduro non è il medesimo di Mario Giro perché a questo paese e alla sua diplomazia di pace si deve (insieme a Cuba) la messa in marcia, l’accompagnamento e l’esito dell’accordo di pace in Colombia che necessita, per l’opposizione delle formazioni di Destra di Alvaro Uribe, del forte sostegno internazionale per dare gli strumenti al popolo colombiano di attuarlo al più presto, connotandolo come un processo di costruzione di Pace che mette al centro la giustizia sociale e i diritti umani.

Per questo dare  delle visioni parziali delle realtà sociali e politiche dei Paesi  di quell’Area (in questo caso il Venezuela) porta con se il rischio di essere un mero esercizio di orientamento al prossimo voto italiano del 4 dicembre, utilizzando ancora una volta lo spettro della paura dell’anarchia e dell’instabilità e non riconoscendo a pieno l’art. 22 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che definisce  la sicurezza sociale della persona come quella condizione nella società che ci consente di essere  liberi dal bisogno, dal potere e dalla paura. Il modo migliore per aprire la porta ai Trump che si annidano in ogni luogo del mondo.

La Politica di Papa Francesco ha scelto un’altra strada: quella del dialogo.  Un dialogo che ha evidenziato la natura reale del conflitto in atto: da una parte il campo di chi – pur con tutti gli errori di un percorso nuovo e che nessuno nega – difende i diritti dei settori popolari e dall’altra il campo di chi ha usato la maggioranza in parlamento non per proporre azioni di progresso sociale per il popolo, ma attuare una sistematica delegittimazione istituzionale figlia di quel blocco di politiche neoliberiste delle quali vediamo gli esiti nefasti negli strati più poveri della popolazione mondiale. La strada giusta è quella prendere la netta distanza dalle politiche ciniche ovvero: indifferenti ai sentimenti e alla morale comune.

La distanza che ha preso Evo Morales in Bolivia portando con se nel Parlamento Boliviano donne  indigene con la gerla, minatori con il casco, una rappresentazione diretta ed emozionale del suo popolo che lui stesso dipinge “I popoli indigeni sono la riserva morale dell’umanità”.

La distanza che ha preso Milagro Sala imprigionata arbitrariamente nelle carceri della provincia di Jujuy, che con la “copa de leche” e l’educazione di massa ha riempito di senso e sostanza la contraddizione dell’immagine che ti accoglie a Jujuy: Eva Peron ed Ernesto Che Guevara, uniti in una medesima lotta per il medesimo scopo: “un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana” come nelle parole di Juan Domingo Perón.

“Risorgerò nel mio Popolo” predicava al suo popolo Oscar Romero, un popolo, quello Salvadoreño, tiranneggiato da pochi ricchi  che sfruttavano terre e uccidevano contadini senza avere la minima cura del loro Paese e della sua Gente.

La rinascita é tale se è profondamente e intimamente distante dal cinismo. Si rinasce se siamo in grado di attuare “quella rivoluzione del cuore” che riconsegna nelle mani del popolo sovrano il potere pieno: di scelta, di valutazione e di giudizio.

Noi limitiamoci a dar loro gli strumenti per essere libere e liberi dal Bisogno , dal Potere e dalla Paura.

 

(*) – Giovanna Martelli: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanna_Martelli

 

Maduro in Vaticano: riprende il dialogo ma la destra vuole la guerra

di Geraldina Colotti – il manifesto

26ott2016.- «La Patria no se vende», ha detto il papa in un messaggio per il Bicentenario dell’Indipendenza argentina. «Una Patria che, nel suo anelito di fratellanza, si proietta ben oltre i limiti del Paese: fino alla Patria Grande di San Martín e Bolívar. Preghiamo – ha ripetuto – per questa Patria Grande: che il Signore la protegga, la faccia più forte, più fraterna e la difenda da ogni tipo di colonizzazione». Un papa «bolivariano», quindi, quello che ieri ha ricevuto a sorpresa in Vaticano Nicolas Maduro. Un gesto di grande importanza politica, nel momento di maggior attacco delle destre al presidente bolivariano, sia sul piano interno che su quello internazionale.

UN GESTO sicuramente più sensato e lungimirante di quelli esibiti dai tanti che – dall’Italia all’Europa, all’Osa – parlano di pace, ma intendono la pace del sepolcro per chi difende i diritti degli ultimi, contro venti e maree. Il Vaticano entra così ufficialmente in campo come grande mediatore nel conflitto tra governo e opposizione in Venezuela. Un conflitto di classe – inutile girarci attorno – tra due blocchi sociali contrapposti, in un paese ricchissimo di risorse (le prime al mondo di petrolio e oro, ma anche di acque, di biodiversità…), e per questo al centro di comprensibili appetiti internazionali. Un paese in cui, tra esperimenti, scivoloni e approssimazioni, governa «la plebe» organizzata da un partito-contenitore, sincretico e inorganico, eccedente gli schemi classici graditi in Europa.

UN CONFLITTO che, piaccia o meno, si può anche intendere senza infingimenti: come l’inevitabile scontro tra democrazia formale e democrazia reale quando si mette davvero mano a problemi di carattere strutturale. Un conflitto da leggere senza paraocchi e manicheismi, fuori dallo schema consolatorio che guarda al Latinoamerica come a un continente in mano a un manipolo di «cattivi» oligarchi e beate moltitudini. Dal Brasile, all’Argentina, dall’Ecuador alla Bolivia, al Venezuela, per la prima volta dopo la «decade perdida» del neoliberismo sfrenato, hanno avuto accesso al consumo settori tradizionalmente esclusi: «Non avrei mai pensato che togliere dalla povertà 50 milioni di persone scatenasse una reazione simile», ha detto l’ex presidente brasiliano Lula da Silva commentando la reazione dei poteri forti contro Dilma e lui medesimo.

PARTE DI QUEI SETTORI si sono fatti sedurre dalle sirene del nemico, potenti e ben supportate, e hanno votato a destra: credendo al Berlusconi argentino o al Capriles venezuelano, che promettevano di far meglio e di più: salvo poi applicare il format deciso dai poteri forti, il giorno dopo la vittoria elettorale. E così, con una maggioranza piena in Parlamento, le destre avrebbero potuto far passare la legge sul matrimonio paritario o quella sull’interruzione di gravidanza, che stavano per essere discusse.

INVECE hanno proposto leggi di chiara marca neoliberista: bocciate dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj), ago della bilancia in un sistema in equilibrio tra 5 poteri costituiti. E, soprattutto, hanno cercato un’improbabile unità nella loro litigiosa coalizione (La Mesa de la Unidad democratica – Mud) intorno a un’unica ossessione: farla finita con l’insopportabile operaio del metro chiamato «maburro» (somaro) così come Chavez veniva chiamato «mono» (scimmia). Ora il Parlamento ha messo in moto l’impeachment al presidente: per assenza ingiustificata dall’incarico e per essere «colombiano». Maduro ha compiuto un breve viaggio per stabilizzare il prezzo del petrolio e, dopo il papa, ha incontrato il nuovo Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. La Costituzione non prevede autorizzazione del Parlamento per un viaggio di 5 giorni.

QUANTO ALLA NAZIONALITÀ colombiana, si tratta di un «suggerimento» tossico dell’ex presidente colombiano Uribe, padrino dei paramilitari, che si è di nuovo fatto sentire. Inoltre, le decisioni del Parlamento sono state considerate illegali dal Tsj per l’inclusione di 4 deputati inquisiti per frodi e non abilitati. Anche l’impeachment non può svolgersi come in Brasile. E in ogni caso, più di mezzo paese non resterebbe a guardare. Il 30 cominciano gli incontri di mediazione sull’isola Margarita, ma una parte dell’opposizione ha di nuovo optato per la violenza.

Macri aiuta la destra venezuelana

di Geraldina Colotti – il manifesto

Caracas. Oggi, nuova agenda di protesta dell’opposizione, in attesa della «presa del paese» fissata per il 14 settembre.

Droni, tastiere e democrazie. Un altro giro, un’altra corsa. Dopo il Brasile, adesso tocca al Venezuela. Oggi le destre riprendono la protesta per far cadere il governo di Nicolas Maduro. Un poderoso tam tam mediatico ha già indicato il campo “giusto” e quello da ostracizzare. Droni, tastiere e “democrazie”. Come nel gioco delle tre carte, chi punta non vince mai. L’obiettivo è già prestabilito e il gioco è sporco, mischiare le carte serve solo a mascherare la truffa. Il pubblico che ci casca, però, non manca, perché qualcuno, all’apparenza, vince: il compare della truffa, naturalmente. E poco importa se un rapporto ammetterà poi che le “armi di distruzione di massa” in Iraq non c’erano, o che Gheddafi non aveva compiuto nessun massacro. Poco importa se il pubblico turlupinato ammetterà che «era meglio prima».

Intanto, in un tripudio di lacrime, bambini e cagnolini, la soglia con ferocia si alza: un presidente intralcia i piani dei decisori? Il voto non conta. Vale per l’Honduras, per il Paraguay, per il Brasile, dove 54 voti dei corrotti hanno contato più di 54 milioni di elettori, dove la stessa legge servita per condannare (la “pedalata fiscale”) diventa legale per assolvere i golpisti, due giorni dopo. Vale per il Venezuela, adesso più che mai.

Perché è così difficile guardare la realtà in faccia e darne conto senza manicheismi e basandosi sui fatti? Perché non è più dato per inteso che la politica sia scontro di interessi e di progetti – conflitto di classe? Perché confondere le acque fa parte del gioco, e il piatto è ricco in un paese che custodisce le più grandi riserve di petrolio al mondo e che ha stoppato le manovre dei soliti manovratori: «Non avrei mai pensato che togliere dalla povertà qualche milione di persone avrebbe scatenato un simile attacco delle oligarchie», ha dichiarato di recente l’ex presidente brasiliano Lula da Silva…

L’obiettivo delle destre durante l’annunciata «presa di Caracas» del 1 settembre era evidentemente e prima di tutto mediatico. Il piano b della sovversione è rimasto latente per l’azione preventiva d’intelligence, che ha requisito quantitativi di armi e neutralizzato i gruppi di incappucciati in cerca di nuove «guarimbas» (43 morti e 850 feriti nel 2014). Per come vanno le cose in Europa, si sarebbe lodato l’esito pacifico delle due opposte marce, che hanno sfilato in due zone diverse della capitale: nei quartieri alti, l’opposizione, al centro di Caracas il chavismo. I primi, in bianco – per emulare gli anticastristi di Miami e perché il rosso gli dà l’orticaria -, i secondi con le consuete magliette rosse.

E invece no. Dagli Usa all’Europa, le tastiere embedded si sono messe all’opera: in più di un caso anche in modo grossolano. In Francia, vi sono stati titoli tipo «Imponente manifestazione contro Maduro», sotto la foto… della marcia chavista. Per celebrare «l’oceanica manifestazione» delle destre, nelle reti sociali sono circolate foto della visita del papa in Corea del Sud: finché qualcuno ha fatto notare che quelle non erano le vie di Caracas. Qualcun altro ha usato la logica e le cifre: si è parlato di un milione di persone, ma è impossibile in un viale di quelle proporzioni, anche volendole stipare, non ci stanno. I violenti presi con le mani nel sacco (delle armi)? Ovviamente, pacifici perseguitati da un «regime insopportabile» che deve cadere. L’acme si è raggiunto manipolando il video preparato di una battitura di pentole all’isola di Margarita come «la cacciata» del presidente. Il video vero è stato diffuso per intero, ma la nuova etichetta aveva già segnato un punto di pareggio al successo del chavismo con #malditaMud. E nessuno diffonderà le immagini della marea rossa che ieri ha accompagnato il presidente.

Tutti, anche in Italia, hanno assunto in pieno la consueta litania: un popolo disperato che protesta nelle strade contro un governo inetto e autoritario, che ha provocato una crisi umanitaria. Un’intera popolazione spera solo che qualcuno l’aiuti (il modello è noto). Intanto, il referendum revocatorio è già stato fissato. Come già avvenne per Chavez, vi sono però delle tappe democratiche. Ma questo, per le destre, è solo un dettaglio da cancellare. Perché l’insopportabile Maduro non accetta di farsi defenestrare? Tanto – questo è il mantra che gira – non lo vuole più nessuno. Ma perché, allora, se si è così sicuri di vincere non si rispettano le tappe del referendum e la seconda fase, fissata a partire dal 23 ottobre?

Su una popolazione di 36 milioni di abitanti, l’opposizione venezuelana ha ottenuto oltre 7 milioni di voti alle ultime parlamentari. Il Partito socialista unito del Venezuela, 4 milioni. Se i numeri valgono i progetti, di che ha paura l’opposizione? Evidentemente, bisogna battere il ferro finché è caldo. Oggi e poi il 14, per «la presa del Venezuela». Per indicare il clima, Macri ha sospeso tutti i voli dall’Argentina al Venezuela: «Dal 10 al 17 – ha detto – il paese non sarà sicuro».

Venezuela: moderati denunciano guerra civile il 1° settembre

di Geraldina Colotti – il manifesto

29ago2016.- Venezuela. Allarme per le manovre della destra golpista

Guerra civile in Venezuela? La denuncia arriva anche da settori democratici dell’opposizione, preoccupati per il rischio di un bagno di sangue. Le destre hanno annunciato per il 1° settembre «la presa di Caracas» e la tensione è alta. I leader di opposizione hanno mobilitato tutti i loro sponsor all’estero, dagli Usa all’Europa, passando per l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), nella persona del Segretario generale Luis Almagro. Sul modello di quelle cubane, le «dame in bianco», capitanate da Maria Machado e da Lilian Tintori (moglie del leader di Voluntad Popular, Leopoldo Lopez, in carcere), hanno cominciato a marciare in alcune città del paese: ma con scarso seguito, benché circolino le laute «tariffe» pagate a comparse e figuranti pronti per l’occasione.

Sono stati diffusi falsi appelli alla diserzione di alti circoli militari. L’intelligence ha avuto un gran daffare nel prevenire tentativi di travestire da chavisti alcuni giovani paramilitari. Una coppia di oppositori, impiegati nella grande impresa Polar, e conosciuta per i frequenti incitamenti a uccidere il presidente, è stata fermata con il portabagagli pieno di divise delle Forze armate e armi. All’ex sindaco Daniel Ceballos – fotografato con il passamontagna a capo delle violenze di piazza del 2014 – sono stati revocati gli arresti domiciliari.

Dati i precedenti – dalla provocazione dei cecchini durante il golpe contro Chavez del 2002 a Puente Llaguno, alle violenze post-elettorali del 2013 e alle «guarimbas» dell’anno successivo – potrebbe succedere di tutto. E’ cominciata una settimana di allarme e incertezze. Nel suo editoriale della settimana, Miguel Salazar, un oppositore «indipendente», ha invitato l’opposizione «moderata e maggioritaria» nella Mud a denunciare i piani sovversivi, lasciando di lato l’opzione violenta anche quando questa sembra la via più rapida di fronte «al fallimento della via istituzionale». Il progetto per il 1° settembre – ha scritto – è analogo a quello del 2014, e prevede «che la marcia venga appoggiata da uno sciopero dei camionisti, da Fedecamaras e Confcommercio e dalla trasformazione delle code per la spesa in polveriere». Un modello già visto durante il colpo di stato di Carmona Estanga, capo della locale Confindustria, durato solo 48 ore per la reazione di massa che ha riportato al timone il presidente eletto. Allora fu un golpe di palazzo e delle élite, supportato dal silenzio dei grandi media privati.

Anche in questo caso si tratta di un’azione delle classi agiate e dei settori che ne appoggiano gli interessi, dentro e fuori il paese. E che contano, come hanno dimostrato con la vittoria elettorale alle parlamentari del 6 dicembre. La differenza è, però, che questa volta si cerca di mettere in scena una rappresentazione di piazza, per indicare all’esterno che la «dittatura» è al collasso e richiede un intervento forte. Nuovamente, il modello è quello descritto dal famigerato manuale di Gene Sharp che ha ispirato le «rivoluzioni arancione» e che abbiamo visto anche durante le violenze di piazza del 2014: gruppi di «pacifici manifestanti» provocano le forze dell’ordine, poi entrano in campo i professionisti armati e all’occorrenza i cecchini (43 morti e oltre 850 feriti da proiettili, prevalentemente tra le forze armate, nel 2014).

Intanto, impazza la guerra dei media e, tra un pubblico appello «alla pace», un’intervista ai media stranieri, e un’intercettazione in cui i toni cambiano radicalmente, capita che qualcuno confermi quanto detto dagli analisti di sinistra in merito alla «guerra economica» e agli attacchi contro l’economia venezuelana. Ha affermato Freddy Guevara, dirigente di Voluntad Popular: «Il boicottaggio economico fa parte di un insieme di azioni. Chi nega che qui ci sia una guerra economica, mente».

Colombia: FARC-EP e governo Santos firmano la pace “definitiva”

14040179_1036525379801679_7425274628399683124_ndi Geraldina Colotti – il manifesto

26ago2016.- Fumata bianca all’Avana per la firma dello storico accordo tra guerriglia marxista e governo colombiano. Da Cuba, sede delle trattative durate quattro anni e dove si è stabilito il definitivo cessate il fuoco il 23 giugno, è arrivato il comunicato congiunto, firmato sia dal presidente Manuel Santos che dalle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). Termina così, almeno sulla carta, il conflitto armato durato 52 anni, che è costato 220.000 morti, 45.000 scomparsi e oltre 6 milioni di sfollati. Ora – ha detto Santos – l’ultima parola «passa ai colombiani», che decideranno se approvare o respingere la pace nel referendum del 2 ottobre.

Giovedì, il presidente presenterà al Congresso le 200 pagine che compongono il documento finale. Ne sono state distribuite sette copie, due per le parti in causa, e gli altri per i paesi garanti (Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile) e per l’Onu che – insieme alla Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac) – si occuperà di verificare l’applicazione degli accordi. «Tutto il mio ringraziamento a Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile, paesi garanti e accompagnanti, e agli Stati uniti e all’Unione europea, determinanti in questo percorso», ha detto ancora Santos. In risposta, il plauso internazionale e all’orizzonte il Nobel per la Pace.

I colombiani sono scesi in piazza per manifestare il loro sostegno. Secondo diverse inchieste, la maggioranza della popolazione appoggia la soluzione politica. Il dibattito sul referendum è però già incandescente. Le destre capitanate dall’ex presidente Alvaro Uribe, grande sponsor del paramilitarismo, fanno quadrato e accusano Santos di voler consegnare il paese al «castro-madurismo». Uribe è stato ripetutamente chiamato in causa negli episodi destabilizzanti contro il governo venezuelano, complice la frontiera di 2.300 km che unisce i due paesi.

L’annuncio arriva in un contesto di alta conflittualità sociale in Colombia. Nel dipartimento del Chocó – il più povero dei 32 esistenti – non si è risolto il lungo sciopero contro la privatizzazione di beni e servizi. E, secondo studi recenti delle comunità di pace, in varie regioni in cui imperano povertà e disuguaglianza, dove le multinazionali hanno mano libera sui territori indigeni, aumentano le violenze dei paramilitari impiegati come guardie private, le uccisioni dei leader sociali e le espulsioni forzate. «Per una pace effettiva, bisogna prima risolvere i problemi sociali che hanno scatenato il conflitto armato», ha detto il deputato Ivan Cepeda, del Polo democratico alternativo.

Dello stesso tenore il comunicato delle Farc, che dall’Avana hanno spiegato i termini dell’accordo e i passi successivi. «Oggi possiamo dire che termina la guerra con le armi e comincia la battaglia delle idee – ha detto la guerriglia -. Terra, democrazia, vittime, politica senza armi, applicazione degli accordi con la supervisione internazionale, sono fragli elementi di un accordo che dovrà essere convertito quanto prima in norma granitica per garantire un futuro di dignità a tutte e a tutti… Abbiamo concluso la più gradita delle battaglie: quella di porre le basi per la pace e la convivenza».

L’accordo non è tuttavia «un punto di arrivo, ma di partenza perché un popolo multietnico e multiculturale, unito nella bandiera dell’inclusione, sia artefice e scultore del cambiamento e della trasformazione sociale che desidera la maggioranza». I punti chiave dell’accordo sono 6: quello sulla Riforma agraria integrale, che mira a risolvere le condizioni di miseria e di disuguaglianza imperanti nelle zone rurali del paese: costruendo «il buen vivir e lo sviluppo» a partire dalla consegna dei titoli di terra alle comunità contadine. L’accordo “Partecipazione politica: apertura democratica per arrivare alla pace”, il cui fulcro risiede nell’eliminazione dell’esclusione e che potrà avviarsi con l’espansione della democrazia che consenta la più ampia partecipazione dei cittadini.

L’accordo di “Soluzione al problema delle droghe illegali”, che disegna una nuova politica con un intento sociale e basato sui diritti umani per superare i danni e il fallimento della “guerra alla droga”.

E ancora l’accordo sulle Vittime, che prevede un Sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, una Giurisdizione speciale per la pace, un’Unità di ricerca delle persone date per scomparse nel contesto e per le cause del conflitto, piani di riparazione integrale, misure di restituzione delle terre e garanzie che i fatti non tornino a ripetersi. Accordi sul punto di Fine conflitto, che implica: la cessazione delle ostilità, bilaterale e definitiva; l’abbandono delle armi; il meccanismo di monitoraggio e verifica che le Nazioni unite hanno messo in campo mediante il dispiegamento degli osservatori dei paesi della Celac.

Si sono definiti gli accordi sulle garanzie di sicurezza e per farla finita con vecchi e nuovi paramilitarismi attraverso la creazione di una Unità di indagine e smantellamento delle organizzazioni criminali: però cercando soluzioni che evitino «ulteriori spargimenti di sangue e dolore».

Il quinto aspetto – realizzato recentemente – ha riguardato il rientro delle Farc nella vita civile: affinché, a partire da un indulto e dalla più ampia amnistia politica, si apra il cammino per la riconversione in partito o movimento politico legale nel nuovo scenario. Un punto molto dibattuto, perché l’ultimo tentativo di passaggio politico, le Farc lo hanno pagato con migliaia di morti, nel massacro dell’Union Patriotica degli anni ’80. La guerriglia avrebbe voluto recuperare per decreto i 14 seggi ottenuti allora, ma l’offerta del governo è stata al ribasso. Santos ha invece dovuto accettare che, durante i 180 giorni che seguono agli accordi, i guerriglieri possano convergere uniti nelle Zone di pace, anche se ne ha ridotto il numero da 80 a 23. A febbraio, tre esponenti Farc hanno lasciato l’Avana per recarsi nel nord della Colombia a parlare degli accordi ai loro effettivi, ma apparentemente senza permesso ufficiale. Dopo la pubblicazione di alcune foto, Santos ha ribadito che i guerriglieri potranno fare politica solo dopo il referendum, e lo ha ripetuto in questa occasione.

Ora, resta da vedere in quale cornice si svolgerà l’annunciata Conferenza nazionale guerrigliera, la massima istanza decisionale, che dovrebbe aver luogo in Colombia per ratificare gli accordi. Le Farc hanno anche derogato alla richiesta di un’assemblea costituente e si sono impegnate ad accettare i termini del referendum «che consenta i necessari cambiamenti normativi e le risorse finanziarie». Alla realizzazione di ogni punto, ha lavorato in parallelo la Sottocommissione di genere la cui analisi ha attraversato tutti gli impegni presi.

Nel comunicato, la guerriglia ha indirizzato poi un messaggio «di amore e di speranza ai compagni e alle compagne recluse nelle prigioni e nei sotterranei del paese e fuori dalle frontiere», con l’augurio di ritrovarli presto nella costruzione della Nuova Colombia, sognata dai «padri fondatori». Da qui, un appello al governo Usa affinché sostenga la pace e compia gesti umanitari «in linea con la bontà che caratterizza la maggioranza del popolo nordamericano, amico della concordia e della solidarietà», e liberi Simon Trinidad.

Ringraziamenti, poi, per i mediatori, e «riconoscimento e affetto a Maduro», per aver continuato l’opera di Chavez. In Venezuela si stanno svolgendo le trattative fra Santos e l’altra guerriglia storica, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), a cui le Farc hanno augurato «di trovare un cammino risolutivo» verso la pace. Per finire, un omaggio ai caduti della «guerra fratricida» e un invito a unire «le nostre mani e le nostre voci per gridare: mai più».

Colombia: la voce dei movimenti popolari

di Geraldina Colotti – il manifesto

2ago2016.- Fabian Torres fa parte della Commissione internazionale del Congreso de lo Pueblos. Un importante movimento colombiano che appoggia i dialoghi dell’Avana, considerato più vicino ai guevaristi dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln), una delle due principali guerriglie.

Il governo Santos accelera le tappe per arrivare a un referendum popolare sugli accordi di pace per fine settembre, qual è la vostra posizione?

In questo momento si stanno facendo grandi progressi nei colloqui tra i guerriglieri delle Farc e il governo colombiano di Manuel Santos. Il 23 giugno è stato firmato lo storico cessate il fuoco bilaterale. I movimenti sociali e parte della società colombiana ritengono però che questo processo di pace sia incompleto se non vi partecipa anche l’Eln. Il governo mantiene congelata in forma unilaterale la fase pubblica del negoziato che dovrebbe svolgersi in Ecuador, in base all’accordo sottoscritto da entrambe le parti il 30 marzo scorso. I movimenti sociali celebrano e salutano questo accordo storico, ma lo fanno in modo molto critico perché lo Stato ha risposto solo con la violenza parastatale e ha disatteso tutti gli accordi decisi durante le proteste a cui si vedono obbligate le organizzazioni sociali. In questo momento sono in gioco due modi di portare a termine la pace in Colombia, uno da parte del governo, che chiede pace per il gran capitale e per gli affari dell’oligarchia colombiana, e un altro che si costruisce dal basso, dai movimenti sociali che esigono la soluzione a problemi storici e strutturali a causa dei quali il conflitto sociale si è acuito. Il governo chiede solo la smobilitazione delle guerriglie senza che vi siano cambiamenti sostanziali. Inoltre, il popolo esige partecipazione della società civile, troppo ridotta negli attuali dialoghi dell’Avana. Altro obiettivo, molto importante, è che lo stato smantelli la sua forza parastatale e le bande narcoparamilitari che minacciano il libero esercizio dell’opposizione politica nel paese e che stanno crescendo nel territorio nazionale, questo in termini di garanzie per una possibile partecipazione degli insorti nella politica pubblica del paese.

Negli ultimi mesi vi sono stati forti movimenti di protesta, con quali risultati e prospettive?

In Colombia, non passa giorno senza che vi sia una lotta sociale. C’è sempre fermento e dissenso verso uno Stato che per decenni ha lasciato da parte il suo obbligo di fornire, come stato di diritto, un minimo di garanzie e di benessere alla popolazione. Le cifre della tragedia colombiana parlano di circa 8 milioni di persone sfollate a causa del conflitto interno, più di 18 milioni di disoccupati, più di 9.000 mila prigionieri politici che, insieme a centinaia di migliaia di detenuti soffrono condizioni disumane di sovraffollamento e di maltrattamento. Il 52% della terra è nelle mani dell’1,15% di latifondisti, per menzionare solo alcune cifre. Tutto questo in un paese con più di 47 milioni di abitanti e che, nonostante il dolore e la tragedia continua a lottare con la speranza che in Colombia si costruisca un nuovo paese di pace per tutta la sua gente. Attualmente i movimenti sociali in Colombia sono protagonisti del particolare momento politico che vive il paese. Hanno fatto proposte concrete di cambiamenti strutturali necessari per la realizzazione della democrazia, della sovranità, dell’uguaglianza, per la giustizia sociale e per una vita degna del popolo colombiano. Lo scorso giugno si è tenuta una forte giornata di mobilitazione e di protesta in tutto il territorio colombiano, convocata dalla Cumbre Nacional Agraria, contadina, etnica e popolare, in cui confluiscono numerose organizzazioni sociali e movimenti popolari nei settori sociali del paese, come Congresso dei popoli, l’organizzazione indigena della Colombia (Onic), il Proceso de Comunidades Negras (Pcn), Marcha Patriotica, tra gli altri, più altri di carattere regionale. Questi movimenti sono scesi in piazza per chiedere al governo Santos di rispettare gli accordi realizzati con la Cumbre negli anni 2013 e 2014, frutto di scioperi nazionali, che non ha rispettato, offrendo come unica risposta la violenza. Inoltre, hanno proposto soluzioni strutturali contro il modello economico imposto da Santos per ottenere la fiducia degli investitori stranieri e aumentare l’estrattivismo, in cui si continua a svendere risorse naturali al grande capitale transnazionale. I movimenti sociali in Colombia stanno acquisendo una visione strategica nella lotta contro questo modello. Un modello che, come ha chiarito il presidente colombiano alle guerriglie, non è in discussione. Ma la Minga Nacional è contro questo modello di morte, miseria e oppressione e propone punti di negoziato anche più radicali di quelli avanzati dalle guerriglie. E si scontra con una politica repressiva, di guerra e di assassinii,anche mentre il governo dialoga con la guerriglia delle Farc e decide un cessate il fuoco bilaterale.

Molti leader popolari di Marchia Patriotica e del Congreso de los Pueblos sono stati uccisi. Quali garanzie chiedete perché non finisca in un massacro simile a quello subito dalla Union Patriotica negli anni ’80?

Come hanno riportato le organizzazioni per i diritti umani, solo per quanto riguarda quest’anno, sono circa 35 i leader sociali assassinati. Nello sciopero di giugno, sono stati assassinati 3 leader indigeni del Congreso de los Pueblos dalla polizia e dall’esercito colombiano. Lo scorso 12 luglio è stato ucciso dalla polizia un giovane manifestante durante lo sciopero dei trasportatori e dei camionisti nella regione di Boyacá. Minacce, persecuzioni, esecuzioni extragiudiziali, sono in aumento nonostante i colloqui di pace. Marcha Patriotica denuncia che da quando si è fondato il movimento, nel 2012, sono già oltre 105 i militanti assassinati. Per questo rivolgiamo un appello internazionale a denunciare lo Stato colombiano che non consente le garanzie per l’esercizio politico, la difesa dei diritti umani, il diritto sindacale, quello della libertà di espressione e associazione.

Quali ripercussioni avrà il ritorno delle forze conservatrici in America latina?

Dall’anno scorso, come Coordinamento Continentale dei movimenti sociali verso l’Alba, di cui facciamo parte come Congreso de los Pueblos e Marcha Patriotica insieme ad altre organizzazioni sociali in Colombia, abbiamo iniziato una campagna che si chiama “La pace in Colombia è la pace del continente”, per riunire e rendere visibili le azioni di solidarietà negli altri paesi fratelli del Latinoamerica, perché altri si aggiungano e appoggino questa causa. Un’azione importante nel momento in cui l’imperialismo nordamericano vuole tornare egemone nel nostro continente. Da qui, la destabilizzazione del Venezuela, il golpe istituzionale alla presidente Dilma in Brasile e i passati golpe in Honduras e Paraguay. Quest’avanzata dell’estrema destra in America Latina e nel mondo deve essere contrastata con la costruzione del potere popolare nelle strade e con un’unità molto forte che assuma dimensioni continentali.

Maduro: «Stiamo nuotando controcorrente»

di Geraldina Colotti – il manifesto

12lug2016.- Venezuela. Intervista al presidente della Repubblica bolivariana

«Siamo il popolo delle difficoltà, una trincea di pace per tutta l’America latina», dice al manifesto Nicolas Maduro, che abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela.

Ex militante della Lega socialista, ex autista del metro e sindacalista, Maduro ha ricoperto vari incarichi nei governi Chavez, di cui è stato ministro degli Esteri, viceministro e poi presidente della Repubblica dopo la sua morte, eletto il 14 aprile del 2013.

Violenze, scontro di poteri, referendum revocatorio, sanzioni internazionali. Tre anni vissuti pericolosamente…

Gruppi economico-politici che dipendono dal finanziamento e dall’appoggio della destra internazionale vogliono imporre al paese una direzione esterna. Se arrivassero al potere, governerebbero per i loro finanziatori.

Considerano il governo del paese un bottino, lottano fra loro per accreditarsi a livello internazionale.

Sono sostanzialmente quattro: il vecchio gruppo economico degli “adeco” della IV Repubblica, quello di Ramos Allup e di Accion democratica, che ha prodotto nel Zulia il gruppo di Manuel Rosales, la cui influenza è però diminuita e serve da zerbino alle nuove destre.

Il terzo gruppo è quello della borghesia “amarilla”, tradizionalmente parassitaria. Un nucleo di potere ambiguo e chiuso che si contende l’appoggio della destra imperialista mondiale, di cui è uno dei preferiti. E’ stato attivo in tutti i golpe ma non lo ha mai rivendicato, presentando sempre una facciata legale, dicendosi a favore delle elezioni. Ora, non essendo riuscito a realizzare i propri obiettivi nei tempi che si era prefisso, si sta spostando verso la violenza criminale e il bachaquerismo, il traffico illegale di alimenti e prodotti.

Il quarto gruppo è il più violento, è legato al paramilitarismo colombiano di Alvaro Uribe. Nel 2002 e nel 2003 ha organizzato il colpo di stato e poi l’occupazione militare della Plaza Altamira. E’ coinvolto in tutte le azioni violente, e per quanti sforzi faccia per assumere una parvenza legale, non riesce a nascondere l’odore di fascismo che emana. E’ il gruppo di Leopoldo Lopez.

E’ vero, ho dovuto affrontare ogni genere di attacco in un tempo più concentrato rispetto a quelli a cui ha dovuto far fronte il Comandante Chavez, ma i pericoli che lui ha dovuto correre sono stati molti di più e ne siamo sempre venuti fuori. Quando è stato eletto, gli avevano dato solo due anni di luna di miele con il suo popolo, invece nonostante il golpe e la serrata petrolifera padronale abbiamo recuperato il prezzo del barile, avviato i piani sociali, costruito l’Alba, la Unasur, la Celac.

Dopo la mia elezione, anche alcune componenti della sinistra internazionale hanno pensato che il proceso bolivariano non sarebbe sopravvissuto senza Chavez.

La destra ha scommesso che sarei caduto nel 2013, nel 2014, nel 2015… Invece siamo ancora qui: siamo gli eredi di Bolivar, che era l’uomo delle difficoltà.

Questo sarà un anno determinante, ma il nostro popolo si rafforza nelle difficoltà. Nessuno riuscirà a riportarci al rango di colonia.

Nel 2002, se il golpe avesse trionfato, non ci avrebbe lasciato altra strada che il ricorso alle armi. Tutta la regione si sarebbe trasformata in zona di guerra, perché abbiamo molti alleati, in America latina e nei Caraibi. E anche oggi, il governo Maduro – lo dico in tutta umiltà – è il solo che può garantire la stabilità, la pace con giustizia sociale.

Ma il quadro internazionale – con il ritorno delle destre in Argentina e in Brasile e con la caduta del prezzo del petrolio – sta rimettendo in forse i rapporti sud-sud. Fin dove è disposto a spingersi per difendere questa rivoluzione?

Oggi siamo di fronte a nuove sfide, diverse da quelle che hanno attraversato il secolo scorso: il secolo di Lenin, di Mao, del Che, di Allende e di Chavez, che ha proiettato con forza il suo progetto nel secolo XXI, dando però inizio a un percorso costituente, verso il socialismo ma in modo pacifico e democratico.

Nel XX secolo, tutte le rivoluzioni socialiste e anticoloniali sono state armate.

L’anno prossimo saranno 100 anni dalla vittoria bolscevica del ’17 che ha cambiato il corso dell’umanità. Una lotta durissima per un nuovo mondo.

Bastano alcune date: il colpo di stato in Guatemala nel 1954, quello del ’64 in Brasile, la seconda occupazione statunitense della Repubblica Dominicana, nel ’65 con l’Operazione Power Pack, passando per l’invasione della Baia dei Porci a Cuba, nel ’61. E poi Allende in Cile, nel ’73, l’Argentina… fino al golpe contro Chavez del 2002.

Ma 100 anni, sul piano della storia, sono un tempo breve. La lotta per l’autodeterminazione dei popoli e per la loro emancipazione dallo sfruttamento è ancora giovane, ha subito sconfitte e progressi. Oggi siamo di fronte a un altro mondo, a dinamiche più complesse…

Una nuova realtà multipolare su cui cerca di imporsi un nuovo, devastante, progetto imperiale. Che invade e distrugge.

Cos’ha prodotto la cosiddetta lotta al terrorismo dopo l’attacco alle Torri gemelle? Hanno distrutto l’Afghanistan, che oggi è un paese esportatore di rifugiati e terrorismo. Hanno distrutto la Libia, e guardate i risultati. Vorrebbero fare lo stesso con la Siria…

Vogliono minare i Brics, che hanno messo in relazione nuove forze emergenti.

La Nato minaccia in modo irresponsabile la Russia, che invece è un fattore di pace anche per l’Europa. Cercano di screditare Putin, che ha saputo governare sapientemente la fase seguita alla caduta dell’Unione sovietica e porta avanti la lotta contro il terrorismo.

Provocano la Cina… Vogliono seminare guerra anche in questa nuova America latina che ha iniziato, con Chavez, cambiamenti profondi che travalicano la geografia del continente: una nuova epoca di rivoluzioni democratiche, popolari, pacifiche ma in una prospettiva socialista, che ha saputo unire tutte le forze progressiste sulla via della pace, della sovranità: fidando sul consenso, la cultura, i diritti, sulla forza delle donne.

Siamo una trincea di questi valori. Non lasceremo che li azzerino, ma nemmeno vogliamo deviare dal cammino intrapreso. Siamo nel momento più difficile, ma la nuova America latina è viva: nella forza del suo popolo, della piazza, dell’amore, che è la grande causa dell’umanità, come diceva il poeta Che Guevara.

Fin dove siamo disposti a spingerci? Fino a dare la vita per questo: per costruire la vita ogni giorno.

Il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha recentemente denunciato l’esistenza di un nuovo Piano Condor contro il socialismo del XXI secolo. E’ d’accordo?

La prima che ha parlato dell’esistenza di un nuovo piano Condor è stata la compagna Cristina Kirchner, l’anno scorso al vertice delle Americhe di Panama. Allora, il Venezuela ha ricevuto l’appoggio unanime di tutti i paesi latinoamericani contro le sanzioni imposte dagli Stati uniti. Mi sono trovato d’accordo con lei.

Certo, oggi non ci sono più i Pinochet, i Videla, gli Stroessner, ma persistono le oligarchie che li sostennero, e che alimentano le destre modello marketing e i pupazzetti impomatati che vediamo agire anche in Venezuela.

Siamo di fronte a un nuovo tipo di sicariato, politico economico e mediatico, che ci attacca sia a livello nazionale che internazionale. E, per quanto riguarda il Venezuela, cerca di impedire che passiamo dalla fase della difesa a quella del recupero, nella guerra economica e petrolifera.

I sicari economici organizzano il sabotaggio interno, seminano odio e razzismo, credono di poter ingannare e truffare a piacimento. I sicari mediatici conducono una guerra psicologica per uccidere la speranza e la stabilità, intossicando soprattutto le reti sociali. Quelli politici finanziano e guidano da fuori campagne destabilizzanti.

Avete visto cos’è successo durante la campagna elettorale spagnola? Le destre hanno usato la rivoluzione bolivariana per fini interni. Una vera ossessione.

Se la magistratura spagnola aprisse un’inchiesta, non le ci vorrebbe molto per scoprire le filiere di finanziamento illegale miliardario che partono da Madrid, dirette alle destre venezuelane. Usano la Spagna come piattaforma per cospirare contro il nostro governo.

Siamo un paese pacifico e sovrano, che non si immischia negli affari interni di altri paesi. Abbiamo le nostre difficoltà, cerchiamo di superarle alla nostra maniera.

E’ nostro diritto costruire il socialismo, adottare il modello che il nostro popolo ha scelto. E quanta pazienza abbiamo avuto per continuare sulla via pacifica e democratica, mantenendo sempre aperta la porta del dialogo, promosso dalla Unasur e da tre ex presidenti, José Zapatero, Martín Torrijos e Lionel Fernandez, a dispetto di tutti gli attacchi.

Ma i nuovi sicari vogliono far fuori i leader progressisti della nostra America. Guardate il golpe parlamentare contro Dilma, in Brasile. Un governo che in tre settimane ha visto dimettersi tre ministri per corruzione accusa di disonestà una donna integerrima.

Contro di noi, cercano di attivare la cosiddetta Carta democratica interamericana, di imporre sanzioni. E’ un attacco che viene da lontano.

Siamo i custodi della grande storia e della terra dei libertadores. Stiamo nuotando controcorrente.

Esercito e popolo, difesa pacifica ma “integrale”

di Geraldina Colotti – il manifesto

21mag2016.- I manifestanti avanzano, un muro di scudi in plexiglas li controlla, ma le forze dell’ordine non reagiscono. Qualcuno scavalca gli scudi appoggiandosi sulle spalle dei militari, scarta di lato, viene allontanato. In Venezuela, l’opposizione cerca di raggiungere il centro di Caracas e la sede del Consejo Nacional Electoral (Cne). Il Cne sta esaminando le firme che dovrebbero mettere in moto la prima fase del referendum revocatorio (possibile a metà mandato per tutte le cariche politiche elette), per deporre il presidente Nicolas Maduro. L’opposizione preme per accelerare i tempi e accusa il Cne di parzialità. Per evitare devastazioni, il Comune non ha autorizzato il percorso richiesto e la Mesa de la Unidad Democratica (Mud) ha deciso di sfilare nei quartieri agiati della capitale, suoi bastioni.

Nei pressi di un ponte, la scena cambia. Un gruppetto mascherato, armato di spranghe e bastoni, ha isolato due giovani agenti, e attacca: la poliziotta perde l’equilibrio, cade, il gruppo colpisce e colpisce, prima che alcune persone intervengano. Un cronista filma la scena e la posta sulle reti sociali. Così le componenti oltranziste dell’opposizione venezuelana contano di rimettere in moto le violenze di piazza che, nel 2014, hanno provocato 43 morti (in maggioranza fra le forze dell’ordine, uccisi con colpi di arma da fuoco) e oltre 850 feriti. Intanto, le destre in colletto bianco moltiplicano le interviste sui grandi media Usa ed europei e chiedono l’intervento della “comunità internazionale”. L’ex candidato delle destre Henrique Capriles, battuto prima da Chavez e poi da Maduro, parla di un possibile “colpo di stato interno” e invita le Forze armate a scegliere “tra la costituzione e Maduro”, modulando al nuovo contesto il copione giocato nel 2013, quando il suo appello a “sfogare la rabbia” provocò 11 morti chavisti e milioni di danni alle strutture pubbliche, e poi nel 2014, quando – durante la campagna “la salida”, lanciata dalle destre più estreme (Lopez, Machado, Ledezma) – ha mantenuto il classico piede in due scarpe.

In una conferenza internazionale interattiva, durante la quale sono intervenuti ospiti dalle ambasciate accreditate in tutto il mondo, Maduro ha denunciato l’attacco concentrico che soffre il suo governo e il ruolo dei grandi media, che diffondono un “format” adatto a preparare aggressioni militari come in Libia. Per due volte – ha detto – aerei di ricognizione bellica provenienti dagli Usa hanno violato lo spazio di difesa venezuelano.

In questi giorni, si stanno svolgendo operazioni militari di “difesa preventiva e integrale”, che coinvolgono sia le Forze armate che le organizzazioni popolari. Presenti numerosi aggregati militari di altri paesi, anche europei. Il generale Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa, ha spiegato il carattere delle operazioni e lo spirito che anima l’”unione civico-militare”, ossatura dello stato bolivariano: “Una simbiosi perfetta tra lotta armata e non armata per la difesa integrale delle conquiste sociali garantite dalla nostra Costituzione. Una dottrina pacifica del popolo organizzato.” Ieri, in tutto il paese si è svolta una giornata dimostrativa “di prevenzione delle imboscate”. Insieme ai militari, anche le milizie popolari, sorta di servizio volontario dei cittadini che si dispiegano in tutti i settori sociali e che agiscono come funzione di complemento alle Forze armate. In campo anche i Consigli comunali, le milizie operaie “delle imprese socialiste integrate” e i comitati che animano la vita e l’organizzazione delle Comunas. “Siamo qui per dire alla destra che non arretreremo di un centimetro nella difesa delle conquiste sociali realizzate in questi anni, e che il popolo è preparato psicologicamente, socialmente e militarmente”, dice una leader comunitaria. Dal Tachira, stato di confine e zona di infiltrazione del paramilitarismo colombiano, un’altra chavista, esponente dei comitati per la difesa della Mision Vivienda (case popolari), spiega: “ Questa è un’attività di prevenzione di qualunque attività controrivoluzionaria. In questi otto anni di esistenza della milizia popolare abbiamo imparato a svolgere azione di intelligence comunale, di vigilanza alle centrali elettriche e agli stabilimenti commerciali. L’unione civico-militare è una dottrina pacifica del popolo organizzato. Prima della difesa con le armi, viene quella del convincimento e delle idee. Non è tempo di tradimento, ma di lealtà”.

E intanto, non si placa la polemica tra Maduro e il capo dell’Osa, Luis Almagro, che vuole sanzionare il Venezuela. E martedì alle 16,30 a Roma, la Rete Caracas ChiAma organizza una manifestazione di sostegno alla rivoluzione bolivariana (Viale Parioli, angolo via Secchi).

Maduro: «Occupiamo le fabbriche»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Venezuela. L’ex presidente colombiano Uribe invita gli Usa all’intervento militare. Trovate armi alla frontiera
16mag2016.- «Fabbrica bloccata, fabbrica occupata dal popolo». Parola di Nicolas Maduro. Il presidente del Venezuela lo ha ribadito davanti a migliaia di manifestanti – consigli comunali, comunas, organizzazioni territoriali – che appoggiano «il quinto motore dell’economia socialista»: uno dei 15 proposti dal governo chavista per uscire dalla crisi, e inquadrati da un decreto di emergenza, rinnovato per 60 giorni. Misure nuovamente respinte dall’opposizione, che ha la maggioranza in Parlamento dal 6 dicembre, e che preme per accelerare il referendum revocatorio contro Maduro.

Sabato, i partiti che compongono la Mud – un arco che va dal centro-sinistra della IV Repubblica all’estrema destra – hanno organizzato a Caracas una manifestazione concomitante a quella chavista e ne hanno indetta un’altra per domani a livello nazionale. L’obiettivo è quello di «fare come in Brasile», deponendo il presidente prima dello scadere del mandato: nel solco di quanto accade con Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo di impeachment.

La Costituzione bolivariana – votata con ampia maggioranza nel 1999 dopo un’Assemblea costituente che ha accolto molte proposte dell’opposizione – prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive a metà mandato: occorre però rispettare i passaggi e i tempi previsti, e la supervisione del Consejo Nacional Electoral (Cne). Così avvenne per il tentativo di revocare Hugo Chavez, nel 2004. Allora, l’opposizione perse, ma questa volta conta di approfittare del ritorno delle destre nel continente latinoamericano, e non disdegna l’uso di modi più spicci. Già nel 2014, i settori oltranzisti della Mud hanno organizzato la campagna «la salida» (l’espulsione), per cacciare con la forza Maduro dal governo. Il risultato fu di 43 morti – quasi tutti per colpi di arma da fuoco e tra le forze dell’ordine – e oltre 850 feriti.

Nonostante sabotaggi, campagne di discredito internazionale e un paese spaccato («polarizado», come dicono in Venezuela), il governo, però, ha tenuto: forte di un consenso popolare fra i settori meno favoriti, a cui continua a dedicare oltre il 70% delle entrate annuali. Il Cne sta inserendo nel sistema informatico le firme raccolte per avviare la procedura di referendum, in modo che ogni cittadino potrà verificare di persona la legalità del percorso. Dal 18 maggio al 2 giugno si procederà poi alla verifica, alla presenza di testimoni delle due parti. Se le firme raggiungono almeno l’1% degli aventi diritto, il Cne apre le consultazioni a livello nazionale.

In tre giorni, l’opposizione dovrà allora raccogliere il consenso del 20% dei 3,9 milioni di iscritti al registro elettorale. La verifica delle firme dovrà avvenire in tre giorni. Se il quorum è raggiunto, il referendum va convocato entro 90 giorni lavorativi. Per revocare Maduro, occorre un numero uguale o superiore ai voti raccolti dal presidente, ovvero almeno 7.587.532, e serve la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto (circa 4.900.000 persone). Per tutto questo, si calcola che occorreranno 170 giorni lavorativi, il che porterebbe il referendum a gennaio del prossimo anno. La legge prevede che, se al presidente restano due anni per arrivare a scadenza, non si va a nuove elezioni, ma conclude il mandato il vicepresidente Aristobulo Isturiz, politico proveniente dai movimenti popolari e fautore delle «comunas».

In campagna elettorale, l’attuale presidente del Parlamento, Ramos Allup, aveva promesso di «farla finita con le code in 15 giorni». E di certo avrebbe potuto senz’altro migliorare le cose, visto che gran parte del sabotaggio e del mercato nero (di alimenti sussidiati e di dollari incamerati dalle grandi imprese senza ritorno produttivo) deriva dai terminali della Mud. Invece, ha seguito le proprie ossessioni (cacciare Maduro, amnistiare golpisti e faccendieri) e ha provato a mettersi sulla strada di Macri in Argentina e ora di Temer in Brasile. Ha licenziato una legge di amnistia, bocciata dal Tribunal Supremo de Justicia, e provato a consegnare alle imprese immobiliari il vasto piano di case popolari sviluppato dal governo, ma è stato respinto da poderose manifestazioni. Secondo i sondaggi, oltre il 60% dei cittadini ha capito l’antifona e ritiene inefficace l’attività parlamentare della Mud.
«È arrivata l’ora. Io sono pronto, ministri, compagni… sono pronto a consegnare al potere comunale le fabbriche chiuse da qualunque parruccone di questo paese», ha detto Maduro agli operai delle grandi imprese private. In base alle ferree leggi del lavoro, si può sospendere la produzione solo in presenza di situazioni catastrofiche, previste dall’articolo 72. E a quello vuole rifarsi il miliardario Lorenzo Mendoza, proprietario della grande impresa Polar. Intanto, si è fatto sentire l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, padrino del paramilitarismo, che ha invitato gli Usa a intervenire militarmente in Venezuela «per appoggiare l’opposizione». E nel Tachira, alla frontiera con la Colombia, sono state scoperte armi e bombe e arrestati dei paramilitari.

Brasile: passa l’impeachment, Dilma in piazza

di Geraldina Colotti – il manifesto

13mag2016.- In Brasile, Dilma ha perso di nuovo. Il Senato ha approvato l’impeachment per 55 voti contro 22. Una tendenza apparsa subito evidente dagli interventi degli 81 senatori, chiamati ad esprimere con maggioranza semplice (la metà più uno) il loro parere. Difficile che andasse diversamente, dato il profilo, il colore politico e gli interessi che rappresenta gran parte dei senatori. Benché la popolazione brasiliana sia composta al 54% da neri e al 51% da donne, 64 degli 81 senatori sono bianchi, solo 6 sono neri e vi sono 11 donne, una delle quali afrodiscendente. Parlamentari i cui partiti rappresentano soprattutto gli interessi dell’agrobusiness, di grandi multinazionali come Monsanto e Sygenta, le speculazioni di corporazioni finanziarie come Goldman Sachs, il profitto delle industrie delle armi o della sicurezza privata, gli affari delle potenti chiese pentecostali…

Il Senato che ha giudicato Rousseff, nonostante non sia stato provato nessun «delitto di responsabilità», è composto per il 58% da inquisiti per reati di corruzione o peggio, come buona parte dei partiti che hanno messo in moto l’impeachment. L’anima nera della manovra si chiama Eduardo Cunha, terminale delle potenti chiese evangeliche. Considerato da molti un vero e proprio gangster della politica, è sempre riuscito a farla franca grazie al peso politico del suo Partito del movimento democratico (Pmdb) nelle alleanze di governo e nella coalizione che ha portato Rousseff alla presidenza nel 2010 e 2014. La formazione centrista è quella che ha più seggi al Congresso e risulta determinante nella scena parlamentare, frammentata in 28 partiti.

Il Pmdb ha tolto la fiducia al governativo Partito dei lavoratori (Pt) a cui appartiene la presidente per portare avanti l’impeachment con l’opposizione: non per amore della trasparenza, ma per salvare dal carcere Cunha, che risultava secondo nella lista dei sostituti una volta sospesa Rousseff durante l’impeachment. Epperò, i piani di Cunha sono stati fermati da una decisione della magistratura, che lo persegue con accuse pesanti, tra le altre quella di aver portato in Svizzera conti miliardari frutto di tangenti e di non averli dichiarati. Tuttavia, se come pare certo il “golpe istituzionale” otterrà l’obbiettivo finale, è già pronto un indulto per Cunha. A sostituire Rousseff, infatti, va il vicepresidente Michel Temer, che appartiene al partito di Cunha e che a sua volta conta di lavare una discreta quantità di panni sporchi: non solo, infatti, è anch’egli a rischio di impeachment, ma è inquisito per reati analoghi a quello del suo collega di partito.

Ora, dunque, la presidente verrà sospesa per 180 giorni dall’incarico: il tempo necessario al processo per presunte irregolarità fiscali di cui non si è discusso nel corso delle votazioni fin qui avvenute. Accuse inesistenti, secondo la difesa di Rousseff, la quale avrebbe nascosto l’entità del deficit nel bilancio coprendolo con un prestito anticipato dalla banca nazionale: non per trarne vantaggio economico, ma per far fronte ai piani sociali rivolti ai settori meno abbienti. Una procedura utilizzata da altri presidenti che l’hanno preceduta e che, per quanto scivolosa a rigor di legge, sembra una marachella a fronte dei reati che pesano su gran parte di quelli che l’hanno giudicata.

La Commissione del Senato che ha dato il via libera alla seconda tappa del procedimento è composta dall’opposizione. Alla presidenza c’è Raimundo Lira, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb), diretto da Temer. Alla stessa commissione toccherà l’istruzione del processo, che però verrà diretto dal presidente del Supremo Tribunal Federal (Stf). Per questo, ieri, il ministro Ricardo Lewandowski si è incontrato con il senatore Lira alla presenza del presidente del Senato, Renan Calheiros, anch’egli del Pmdb. Lewandowski presiederà poi la votazione finale del processo, che necessita di una maggioranza dei 2/3.

In un simile contesto, è quasi certo che Temer governerà fino al 2018. Da tempo, egli ha concordato il suo gabinetto di governo con i poteri forti a cui risponde. Sarà un governo composto da banchieri e imprenditori, sul modello di quello di Macri in Argentina. Durante la discussione al Senato, molti eletti di sinistra hanno sostenuto di non riconoscere il governo di Temer che, anche secondo i sondaggi, non verrebbe votato dalla popolazione. La situazione di Dilma è stata paragonata alla deposizione dei presidenti Getulio Vargas e Juselino Kubitchek negli anni ’50 e ’60. In molti, durante il voto in Parlamento dell’impeachment, hanno infatti inneggiato al ritorno della dittatura militare, minacciando pesantemente la presidente, ex guerrigliera torturata durante il regime dittatoriale.

La piazza che ha votato Dilma (oltre 54 milioni di persone), ha però deciso di farsi sentire. Davanti al Senato ci sono stati scontri e una dura repressione da parte della polizia di Brasilia, che ha provocato feriti anche in una manifestazione di donne. «Temer golpista», gridano i manifestanti dietro la bandiera del Movimento dei Senza Terra, dei Senza Tetto e delle alleanze di sinistra verso le quali il Pt ha deciso di aprirsi, per sciogliersi dall’abbraccio mortale delle forze centriste e conservatrici. Per la comunicazione ufficiale dell’impeachment, Dilma ha organizzato una cerimonia nel Planalto. Ad accompagnarla nella firma del documento, l’ex presidente Lula da Silva, che aveva nominato capo di gabinetto ma che la magistratura ha sospeso, gli attuali ministri, autorità pubbliche e i movimenti popolari che l’appoggiano e che si battono contro il colpo di stato istituzionale.

Prima di lasciare l’incarico, Dilma ha parlato ai giornalisti e ai manifestanti e ha divulgato un video sulle reti sociali: «Questo golpe è una farsa giuridica – ha detto – non c’è giustizia più devastante di quella che condanna un innocente». Dal Venezuela all’Argentina, un’ondata di sdegno percorre l’America latina di sinistra e chiede agli organismi internazionali come Unasur di intervenire contro il governo de facto di Temer. Il quale ha già commesso la prima gaffe: ha scambiato un giornalista argentino di Radio El Mundo per il suo omologo Macri, dicendosi ansioso di incontrarlo. Il video è sul sito della radio.

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