La Rivoluzione bolivariana e le ingerenze imperialiste

di Fabio Marcelli – il fatto quotidiano

Strana dittatura quella venezolana. Sembra in effetti lo Stato al mondo con la maggiore densità di appuntamenti elettorali negli ultimi vent’anni. E il prossimo sarà davvero decisivo. Eppure, bizzarramente, i paladini della democrazia che siedono a Washington o Bruxelles, non sono affatto contenti che all’inizio di aprile il popolo venezolano sia chiamato a decidere chi sarà il presidente del Paese nei prossimi quattro anni. Forse perché sanno che, con ogni probabilità, il prescelto sarà nuovamente Nicolas Maduro Moros. Una vecchia abitudine, questa di voler “manipolare” le elezioni altrui, ricordata per esempio nel bel film di Steven Spielberg attualmente in circolazione, The Post. 

Ho avuto occasione di recarmi in Venezuela l’11 dicembre per le elezioni comunali e ho potuto riscontrare una situazione di tranquilla normalità. Ordine pubblico e pace sociale garantiti dopo il tentativo di insurrezione messo in scena dalla destra, che tuttavia è costato molte vittime, buona parte delle quali presunti sostenitori del governo, membri delle forze dell’ordine e ignari passanti. Mercati aperti e situazione dell’approvvigionamento migliorata grazie alle misure messe in atto che prevedono una più precisa disciplina per gli operatori economici al fine di evitare le speculazioni. Domenica pomeriggio ho visitato un quartiere popolare venuto in essere di recente con la costruzione di varie centinaia delle centinaia di migliaia di appartamenti costruiti dall’amministrazione chavista, verificando l’esistenza di un compatto ed entusiasta sostegno al governo Maduro tra la gente di quel quartiere, uguale a tanti altri del Venezuela.

Consenso del resto confermato dall’esito delle elezioni comunali che hanno visto la vittoria del Psuv in molte città e che in precedenza era stato espresso in occasione delle elezioni regionali e prima ancora di quelle per l’Assemblea costituente. Di fronte a questa sequela di vittorie del chavismo molti stanno letteralmente perdendo la testa. Innanzitutto ovviamente i dirigenti delladestra venezolana antisistema (che paradossalmente sono quelli che ottengono più credito in Occidente), sempre più divisi fra di loro e brancolanti nel buio, e sempre più inferociti per la perdita dei loro enormi privilegi che non è certo finita con l’avvento del chavismo, ma si sta concretizzando sempre di più nell’inevitabile e giusta prospettiva di un autentico socialismo.

Poi, gli autentici padroni del circo, e cioè i governanti di Washington, con il “bullo” Trump che segue alla lettera le indicazioni del più lucido Rex Tillerson, che ovviamente non si rassegna alla perdita degli enormi giacimenti petroliferi del Paese, e minaccia l’intervento armato. Sanno del resto di avere, almeno apparentemente, recuperato qualche posizione in America Latina, con le “strategie” di attacco giudiziario (il processo Lula o contro l’ex vicepresidente ecuadoriano Glass) o sul piano elettorale (con l’elezione di Macri in Argentina) o golpista classico (con il sospetto di brogli elettorali in Honduras e le violenze su decine di manifestanti in pochi giorni) e vorrebbero oggi completare la normalizzazione del subcontinente neutralizzando il chavismo e facendo tornare il Venezuela nella sua storica condizione semicoloniale.

Non credo tuttavia che possano riuscirci. Lo dico a ragion veduta dopo aver visitato il Paese a dicembre. Va capito in questo senso che i risultati elettorali, che ovviamente hanno enorme importanza, sono solo il riflesso di una condizione di accresciuta consapevolezza e organizzazione di milioni di venezolani. Un’enorme forza tranquilla che non si farà certo mettere fuori gioco da un personaggio come Donald Trump e meno ancora dalle sue marionette locali. Se però si dovessero concretizzare le minacce di intervento armato potremmo trovarci di fronte a un nuovo Vietnam in America Latina, con tremende conseguenze sulla pace nel mondo, dato anche il netto schieramento di RussiaCina ed altri in appoggio al legittimo governo venezolano. Intanto gli Stati Uniti, spalleggiati dai loro valletti europei, tentano la carta della destabilizzazione economica mediante sanzioni che non hanno alcun fondamento e rappresentano gravi violazioni del diritto internazionale.

Ne tengano conto gli sprovveduti governanti europei e italiani. L’Italia ha importanti interessi in Venezuela sia per la presenza di un’importante comunità di emigrati che per gli accordi di cooperazione in essere per lo sfruttamento delle risorse energetiche ed in altri settori. Sarebbe ora che gli italiani disponessero di un governo la cui politica estera fosse mirata alla difesa degli interessi nazionali e non a seguire gli sconnessi deliri del governo statunitense. Speriamo che anche da noi le elezioni del 4 marzo portino un qualche miglioramento da questo punto di vista.

 

Rinascimento latinoamericano contro dittature e neoliberismo

Venezuela, il Rinascimento latinoamericano contro dittature e neoliberismodi Fabio Marcelli – Il Fatto Quotidiano

Ho visto recentemente un bel film della regista venezuelana Patricia Ortega, El regreso, che parla del massacro di una comunità di pescatori indigeni Wayù da parte di una banda di paramilitari colombiani e della fuga della bambina unica superstite che si rifugia a Maracaibo in Venezuela. Un film che parla dei mali atavici dell’America Latina: la violenza, la sopraffazione, la miseria. Mali atavici che vengono da lontano e sono dovuti principalmente alla dominazione di ristrette oligarchie in combutta con poteri stranieri che ricorrono anche ai servigi di bande criminali come quella in azione nel film.

Contro questi mali atavici si è prodotta nell’ultimo ventennio la reazione di numerosi popoli latinoamericani. E’ stato il Rinascimento latinoamericano contro i decenni bui delle dittature e del neoliberismo. Con tutti i suoi limiti, risultato in gran parte del retaggio negativo di secoli di dominazione coloniale e neocoloniale, il Venezuela bolivariano ha determinato l’emersione sulla scena politica e sociale del Paese di enormi settori di popolazione tradizionalmente condannati all’emarginazione e alla miseria. Assoggettato ormai da anni a un pesantissimo attacco che vede coinvolta la potenza imperiale statunitense, le oligarchie locali e buona parte della stampa internazionale, unite dal poco nobile obiettivo di porre fine a questa importante esperienza rivoluzionaria,  il Venezuela bolivariano ha messo a segno negli ultimi tempi alcuni successi significativi. Si tratta di risultati che riguardano le varie sfere in cui si sviluppa l’attacco dell’imperialismo e delle oligarchie a questa esperienza.

In primo luogo sul piano della restaurazione dell’ordine pubblico contro la criminalità. Va segnalato, da questo punto di vista, il successo dell’operazione Popa 2017 che ha visto l’intervento di 180 effettivi delle Forze armate venezuelane contro un accampamento di paramilitari colombiani. Ripristinare la legalità smantellando i gruppi armati che minacciano la pace interna del Paese appare di estrema importanza anche per garantire condizioni normali di approvvigionamento dei beni fondamentali e dei medicinali, oggi oggetto di speculazione da parte di gruppi a volte apertamente criminali. Neanche in questo settore può essere consentito il permanere di sacche di illegalità e speculazione che si traducono in difficoltà e disagi gravi per vari settori sociali. La risposta consiste anche e soprattutto nell’allestimento dei Comitati locali di approvvigionamento e produzione (Clap), che registrano significativi progressi con grande scorno dei sostenitori della guerra economica.

I risultati positivi raggiunti dal Venezuela bolivariano sul piano dei diritti sociali sono stati accertati con l’attribuzione da parte del Programma delle Nazioni unite per lo Sviluppo (Pnud) di un punteggio estremamente lusinghiero, superiore a quello di vari, altri e importanti Paesi latinoamericani.

Risulta nuovamente sconfitto, inoltre, il tentativo di utilizzare l’Organizzazione degli Stati Americani, l’obsoleta istituzione internazionale oggi sostituita per moltissimi aspetti da Unasur e Celac, come più funzionali ed effettive sedi di cooperazione regionale, per avallare un’inaccettabile ingerenza negli affari interni del Venezuela.

Stretto tra l’aggressione esterna, marcata anni fa dall’incredibile e illegittima decisione statunitense di dichiarare il governo venezuelano “un pericolo” per la propria sicurezza nazionale, le difficoltà di liquidare un passato storico difficile fatto di corruzione, criminalità, inefficienza e dipendenza dalla rendita petrolifera, e l’egoismo di oligarchie inferocite per la perdita di privilegi e commercianti speculatori, il governo di Nicolas Maduro resiste e mette a segno taluni successi significativi, anche se certamente c’è ancora molto da fare. Tale resistenza è oggi punto di riferimento fondamentale per l’intera America Latina, vittima di un tentativo di restaurazione dei poteri tradizionali, e tutte le forze che nel pianeta si oppongono al disastro del neoliberismo.

La decisione del Tribunale supremo di affidare a Maduro pieni poteri va letta anch’essa nella chiave di questa lotta tra istanze contrapposte, nella prospettiva di garantire la continuità e l’approfondimento di irrinunciabili conquiste sociali e politiche. Su di essa mi riprometto di intervenire nuovamente a breve.

Riflettano quelli che, sghignazzando come iene appollaiate sulle spalle del potere, sono sempre disposti a farsi eco delle fake news diffuse da un sistema informativo che vede come fumo negli occhi il tentativo generoso di questo Paese di liberarsi finalmente, a caro prezzo e con molte difficoltà, dalle catene del passato coloniale e neocoloniale.

Venezuela, il Senato italiano si intromette negli affari del Paese

L'immagine può contenere: 17 persone, folla, cielo e spazio all'apertodi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it

Con il voto favorevole delle forze politiche dell’ancien régime italiano e su iniziativa di un politicante come Pierferdinando Casini, che di tale ancien régime è un esponente esemplare, da sempre capace di restare a galla nella palude della politica italiana, il Senato italiano ha approvato, la scorsa settimana, una sciagurata mozione sulla situazione del Venezuela. A favore hanno votato, come accennato, Pd e Forza Italia e Lega Nord, contrari Movimento Cinque Stelle e Sinistra italiana.

Si tratta di una mozione sciagurata perché contravviene in modo evidente al principio di non ingerenza, non limitandosi a esprimere solidarietà al popolo venezuelano, cosa indubbiamente legittima e anzi auspicabile, purché si tenga conto di tutte le componenti di tale popolo, ma si colloca in modo aperto dalla parte dell’opposizione, rinunciando in tal modo a svolgere ogni possibile ruolo costruttivo nell’indispensabile dialogo promosso da Papa Francesco e vari politici come l’ex primo ministro spagnolo Zapatero.

Essa, fra l’altro, attribuisce tutta la responsabilità dell’attuale situazione di difficoltà economica al governo bolivariano, senza prendere in considerazione gli effettivi fattori di crisi, sia strutturali che congiunturali, esistenti e si erge a giudice della situazione costituzionale, affermando l’esistenza, tutta da dimostrare, di una pretesa violazione del principio di separazione dei poteri e della stessa Costituzione bolivariana vigente, sempre ovviamente da parte del governo.

Come un elefante in una cristalleria la maggioranza del Senato italiano fa propri senza alcuna riserva i punti di vista dell’opposizione venezolana (“Sembra scritta sotto dettatura dell’opposizione”, ha opportunamente osservato il senatore De Cristofaro), nel momento in cui sarebbe stata invece necessaria molta cautela e molto equilibrio, per entrare nel merito dei problemi auspicando e suggerendo soluzioni costruttive.

 

Casini era noto finora più che altro per aver a suo tempo espresso solidarietà a Dell’Utri, condannato per mafia, e per averlo fatto nella veste che allora aveva di presidente della Camera, suscitando critiche puntuali da parte di attori istituzionali responsabili, specie afferenti alla magistratura italiana. Sembrerebbe che ora egli voglia rinverdire i suoi fasti con la promozione di una mozione che costituisce un atto di sabotaggio nei confronti dei negoziati in corso fra governo e opposizione per evitare un peggioramento del confronto politico in Venezuela. Un chiaro, inammissibile appoggio, insomma, all’ala dell’opposizione venezuelana meno disposta al dialogo e che continua, sperando anche in Trump e nell’ascesa al potere della peggiore destra statunitense, a puntare le proprie carte sulla guerra civile che le forze responsabili presenti nel Paese vogliono invece giustamente evitare. Sulla stessa scia va registrata la presa di posizione dell’improbabile ministro degli esteri Alfano, che anch’egli sembra dare per prematuramente falliti i negoziati di pace.

In modo ben più obiettivo e responsabile, la mozione proposta dai Cinquestelle faceva invece ampio riferimento ai successi ottenuti, nonostante tutto, dal governo venezuelano nei settori dell’alimentazione, della salute e dell’educazione e si concludeva impegnando il governo sui seguenti punti:
1) ad avviare un dialogo con il governo venezuelano, nel pieno rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni di altri Stati, al fine di tutelare la sicurezza e il benessere dei cittadini venezuelani e in particolare degli Italo-Venezuelani;
2) a rigettare con forza qualsiasi posizione oltranzista e ogni pratica violenta, supportando, con ogni mezzo necessario, l’iniziativa di pace della Santa Sede;
3)
a chiedere a Caracas di aumentare le misure di sicurezza a protezione della comunità italiana, predisponendo quanto necessario a garantire una vita tranquilla agli italo venezuelani nel Paese;

4) a chiedere all’opposizione venezuelana di fare quanto possibile per isolare i violenti e ripristinare le condizioni di dialogo nell’interesse del popolo venezuelano;
5) ad avviare una contrattazione per ripristinare i voli aerei da e per Caracas dal nostro Paese, agevolando i nostri concittadini nel Paese latino americano, anche con tariffe scontate;
6) a sostenere procedure di pagamento dei crediti vantati dalle imprese italiane anche attraverso contropartite in petrolio, di cui il Paese è particolarmente ricco e i cui prezzi sono in ripresa, permettendo così il recupero delle ingenti somme vantate dalle nostre imprese in tempi più rapidi.

Il Parlamento dei nominati, di cui speriamo di sbarazzarci il prima possibile, ha invece preferito di seguire Casini e Alfano sul cammino inaccettabile dell’ingerenza e del sostegno di una delle due parti in causa, in netta contraddizione con gli auspici ufficiali di successo del negoziato formulati, fra gli altri, da esponenti come Giro e Mogherini. Una pagina indubbiamente buia della politica estera italiana.

Venezuela: i media internazionali stanno con la destra

Profilo bloggerdi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it

C’è chi, senza la minima decenza in termini di obiettività, continua a riproporre la falsa immagine del Paese “in ginocchio”. Supera ogni limite tale Carlo Cauti, collaboratore di un quotidiano di cui è ben nota l’obiettività come Il Giornale, il quale ha pubblicato sul bollettino dell’Istituto di affari internazionali un suo intervento il cui titolo tradisce le speranze e i propositi del suo autore. Il Venezuela viene infatti definito La Siria del Sudamerica. Per sostenere l’ardita equiparazione il giornalista in questione fa riferimento principalmente a un sondaggio dell’Istituto Gallupp, altra istituzione notoriamente al di sopra delle parti, secondo la quale la percentuale di venezuelani che si sentono insicuri sarebbe superiore a quella dei siriani.

In attesa della “guerra civile” auspicata che non ci sarà, la nuova manfrina è quella del Paese alla fame, dei supermercati vuoti, ecc. Nessuno può negare che ci siano nel Paese situazioni di difficoltà. Ma ogni inchiesta in materia andrebbe condotta con la dovuta obiettività e senza limitarsi a testimonianze di persone schierate nel conflitto politico in atto. Testimonianze di diverso tenore sono disponibili. Propaganda governativa? Non mi pare. Abbiamo ad esempio la dichiarazione di Gustavo Petro, ex sindaco diBogotà, che parla di supermercati pieni, chiedendosi legittimamente se è stato ingannato da Rcn (rete informativa colombiana). O quella di un imprenditore basco che non avalla l’ipotesi di un Paese oramai alla fame e che, dichiarandosi estenuato dalle domande di amici e parenti che gli chiedono dettagli sul “disastro” in atto ha pubblicato fotografie di supermercati pieni sia in quartieri di classe alta che popolari. Un reportage davvero completo che andrebbe conosciuto e divulgato per contrastare determinati allarmismi eccessivi, volti a creare la sensazione del disastro annunciato come profezia che si autorealizza.

Anziché soffiare sul fuoco della destabilizzazione occorre domandarsi quali siano le cause dei problemi di approvvigionamento e carovita e appoggiare gli sforzi in atto volti a superarli. Io ritengo che esse risiedano principalmente, oltre che nel calo del prezzo del petrolio che costituisce un elemento in certa misura oggettivo, nel boicottaggio del governo bolivariano operato da determinati gruppi imprenditoriali che vorrebbero sbarazzarsene perché lo ritengono contrario alle proprie finalità. Del resto è storia vecchia. Ogniqualvolta un governo tenta di imboccare la strada del socialismo ci sono settori sociali che si oppongono perché non vogliono rinunciare al proprio potere e ai propri privilegi. Per affrontare tale situazione o si subisce il ricatto (ma senza nessuna garanzia che in tal modo la situazione migliori effettivamente) o si adottano contromisure efficaci come, in questo caso, con ladistribuzione di alimenti alla popolazione.

L’esistenza di un’informazione corretta che dia spazio a tutte le posizioni e cerchi di analizzare in modo serio la situazione venezuelana senza inutili allarmismi costituisce anche una garanzia per lo svolgimento corretto e pacifico delle procedure costituzionalmente previste, senza tentativi di forzatura e ingerenze esterne che troveranno, come emerge dalla cronaca di questi giorni, l’opposizione insormontabile della gran parte del popolo venezuelano più che mai fedele all’eredità di Chávez e meno che mai disposto a rinunciare alle sue conquiste.

Venezuela no será un nuevo Irak

por Fabio Marcelli | 20 de mayo de 2016

ilfattoquotidiano.it

Nada a que ver con el referéndum revocatorio contra el presidente Nicolás Maduro. Consciente de las dificultades cada vez mayores asociadas a la opción revocatoria, regulada en detalle en la Constitución Bolivariana (art. 72), donde se establecen los requisitos precisos en términos del número de firmas a ser recogidas y del número de votos válidos, claramente fuera del alcance de la oposición de derecha, los líderes de esta última están haciendo desesperados llamados a los Estados Unidos para que intervengan militarmente contra el gobierno chavista. La nota “la” al vergonzoso coro de invocaciones guerreristas la ha dado el ex presidente colombiano Álvaro Uribe, experto profesional en crímenes contra la humanidad.

Sin embargo, es importante comprender que si se alcanza el esperado acuerdo de paz entre el gobierno colombiano y la guerrilla de las FARC-EP, el nefasto personaje quedaría fuera del juego, con la perspectiva incluso de terminar ante la Corte Penal Internacional por sus muchos delitos; razón por la cual busca sembrar confusión para incendiar la región. Siguiendo la ruta trazada por semejante “defensor de la paz y la democracia” se han escuchado las quejumbrosas peticiones de ayuda de varios exponentes de la derecha venezolana.

Los Estados Unidos por su parte, aun siendo conscientes de las dificultades y los riesgos de una intervención militar, no dejaran escapar, así de fácil, una oportunidad de oro para poner sus garras en uno de los principales yacimientos de petróleo del mundo. En este contexto, hay que interpretar decisiones aparentemente incomprensibles, como la de declarar a Venezuela “una amenaza para los intereses y la seguridad nacional de Estados Unidos”, así como la de asignar importantes montos de dólares para financiar la oposición venezolana, incluyendo ayuda militar y el uso de equipos sofisticados para la interceptación y el control como el Boeing 707 E-Sentry que, en los últimos días, violó repetidamente el espacio aéreo venezolano. Más o menos con la misma lógica de intromisión en los asuntos venezolanos, encontramos los patéticos intentos para exhumar una organización tan deslegitimada como la Organización de los Estados Americanos (OEA), mediante la aplicación de la llamada “Carta Democrática”. A pesar de su moribunda condición, la OEA está presionando al máximo para provocar la suspensión de los países en los que aparentemente se registren violaciones de la democracia, con el voto de dos tercios de los Estados miembros.

Pero, lo menos divertido es el hecho de que el secretario de esa desprestigiada organización, un tal Almagro, hiperactivo en los asuntos venezolanos, se ha limitado en lo que respecta a la situación de Brasil, a invocar con poco éxito, la opinión consultiva de la Corte Interamericana de Derechos Humanos; a pesar de que en este último país, como consecuencia del golpe de Estado judicial y parlamentario contra Dilma Rousseff, deberá asumir el control del gobierno, durante mucho tiempo, un vicepresidente como Temer, notoriamente corrupto y apoyado por un irrisorio porcentaje de la población.

Volviendo a Venezuela, el mecanismo de invasión ya se ha puesto en marcha desde hace algún tiempo. Hablamos de los contingentes estadounidenses anclados ya en Honduras,  país donde empezó, con la destitución ilegal del Presidente Zelaya, la serie de golpes más o menos blandos contra los presidentes democráticos reacios a apoyar la tradicional subordinación de América Latina a Washington. La última expresión fue el golpe judicial y parlamentario de los corruptos, contra la presidente de Brasil, Dilma Rousseff.

La intervención militar de Estados Unidos contra la Venezuela Bolivariana y chavista sería la guinda de la torta de esta estrategia de reconquista. Descaradamente, por supuesto y como siempre, y obviando cualquier principio jurídico internacional, puede justificarse tal ignominia mediante una masiva campaña mediática que incorpore nombres destacados de la prensa del statu quo, como The New York Times y The Washington Post. Para crear el clima adecuado, los sectores violentos de la oposición venezolana reviven las Guarimbas, campañas de agitación que provocaron 43 víctimas mortales hace dos años, incluyendo muchos policías y transeúntes al azar, muertos por disparos o decapitados por las guayas con las cuales los guarimberos bloqueaban los caminos. Continúa también la implacable guerra económica, acaparando los bienes de primera necesidad y saboteando los servicios sociales al punto de incendiar, como lo han hecho en otras ocasiones, guarderías y centros de salud.

Esta estrategia irresponsable, apunta esencialmente a transformar Venezuela en un nuevo Irak y toda el área caribeña en un nuevo Medio Oriente. Cuando no es posible, y cada vez menos lo es, generar hegemonía y encontrar consenso, el imperialismo dominante promueve y genera procesos de desestabilización sangrienta. Fortalecida por una mayoria que la favoreció en las elecciones de diciembre, la oposición podría haber tomado el camino de la unidad nacional y la cooperación sincera para resolver los problemas económicos del país. Pero era demasiado esperar una actitud responsable hacia el pueblo por parte de oligarcas acostumbrados a tener como prioridad exclusiva sus propios intereses, aún si eso significa sacrificar la independencia y la soberanía nacional, conceptos que nunca han comprendido, dada la estrechez de su visión y su propensión innata a la servidumbre incondicional a Washington.

La perspectiva, sea quien sea el vencedor en las próximas elecciones presidenciales en Estados Unidos (probablemente y por desgracia no será Bernie Sanders) es desencadenar una nueva guerra de agresión, esta vez cerca de casa. Después de todo, el abundante petróleo venezolano bien merece un esfuerzo extra. Las víctimas elegidas de esta aventura, obviamente, serían las del pueblo venezolano y la paz mundial. Por lo tanto, esperamos que se detenga esta espiral guerrerista, que sólo puede prevenirse como ha acertadamente señalado Maduro, con la reanudación, el crecimiento y la consolidación del proceso de lucha popular en Venezuela y en toda América Latina, en una nueva fase de la revolución democrática, que supere los límites de diverso calibre que, hasta ahora, ha evidenciado.

 

Il Venezuela non sarà il nuovo Iraq

Il Venezuela non sarà il nuovo Iraqdi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it


Altro che referendum revocatorio nei confronti del presidente  Nicolas Maduro. Consapevole delle crescenti difficoltà che comporta una scelta del genere, dettagliatamente regolamentata dalla
Costituzione bolivariana (art. 72), che pone precisi requisiti in termini di firme da raccogliere e di voti da esprimere, evidentemente fuori dalla portata della destra di opposizione, i leader di quest’ultima stanno rivolgendo chiari appelli agli Stati Uniti affinché intervengano militarmente contro il governo chavista. Il “la” al vergognoso coro di invocazioni della guerra l’ha dato un professionista dei crimini contro l’umanità come l’ex presidente colombiano Uribe.

D’altronde bisogna capirlo, il raggiungimento dell’agognato accordo di pace fra governo colombiano e Farc lo metterebbe fuori gioco, con la prospettiva di finire addirittura di fronte alla Corte penale internazionale per i suoi molteplici misfatti. Quindi tanto vale tentare di buttarla in caciara dando fuoco a tutta l’area. Sulla scia di cotanto campione della pace e della democrazia si sono succedute le querule richieste di aiuto di vari esponenti della destra venezuelana.

Gli Stati Uniti del resto, pur consapevoli delle difficoltà e dei rischi di un intervento militare, non si lasceranno certo scappare tanto facilmente un’occasione d’oro di rimettere le zampe su uno dei principali giacimenti petroliferi del mondo. In tale ottica vanno lette scelte apparentemente incomprensibili, come quella di dichiarare il Venezuela una minaccia per gli interessi e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come pure gli ingenti finanziamenti all’opposizione venezuelana, compresa la sua ala militare e l’utilizzo di apparati sofisticati di intercettazione e controllo come il Boeing 707 E-Sentry, che negli ultimi giorni ha violato più volte illegittimamente lo spazio aereo venezuelano. Più o meno nella stessa logica di ingerenza negli affari interni venezuelani si situano i patetici tentativi di riesumare un’organizzazione oramai fortemente delegittimata come l’Organizzazione degli Stati americani applicando la sua cosiddetta “Carta democratica“, che tuttavia si spinge al massimo fino a prevedere la sospensione dello Stato in cui si registrino violazioni della democrazia con voto dei due terzi degli Stati membri.

A dir poco buffo appare il fatto che il segretario di tale moribonda organizzazione, tale Almagro, iperattivo sulle vicende venezuelane, si sia limitato, per quanto riguarda la situazione brasiliana, a invocare con scarso successo il parere consultivo della Corte interamericana dei diritti umani; questo nonostante il fatto che in tale ultimo paese, a seguito del golpe giudiziario e parlamentare contro Dilma Rousseff, dovrebbe governare per lungo tempo un vicepresidente come Temer, notoriamente corrotto e appoggiato da un’irrisoria percentuale della popolazione. Tornando al Venezuela, il meccanismo dell’invasione è stato già messo in moto da tempo. Si parla al riguardo anche dei contingenti statunitensi già stanziati in Honduras, il paese dove ha avuto inizio, con l’illegittima destituzione del presidente Zelaya, la serie dei golpe più o meno blandi contro i presidenti democratici restii ad avallare la tradizionale subordinazione dell’America Latina a Washington. L’ultima tappa è stato il vero e proprio golpe giudiziario e parlamentare dei corrotti contro la presidente brasiliana Dilma Rousseff.

L’intervento militare statunitense contro il Venezuela bolivariano e chavista rappresenterebbe la ciliegina sulla torta di questa strategia di riconquista. Alla faccia ovviamente, come al solito, di qualsiasi principio giuridico internazionale. Si può ovviare con una massiccia campagna mediatica che vede schierati i pezzi forti della stampa dell’establishment, a partire dal New York Times eWashington Post. Per creare un clima adeguato, i settori violenti dell’opposizione vogliono rilanciare la guarimba, la campagna di disordini che fece 43 vittime due anni fa, tra le quali molti poliziotti o passanti casuali, uccisi da colpi di arma da fuoco o decapitati dai fili di ferro messi dai guarimberos per bloccare le strade. Continua inoltre la guerra economica, imboscando i beni di prima necessità e sabotando i servizi sociali fino al punto di incendiare, come è stato fatto in varie occasioni, gli asili nido e i centri di salute.

Questa strategia irresponsabile punta in sostanza a trasformare il Venezuela in un nuovo Iraq e tutta l’area caraibica in un nuovo Medio Oriente. Laddove non è in grado, e sempre meno lo è, di produrre egemonia e consenso, l’imperialismo dominante diffonde a piene mani sanguinaria destabilizzazione. Forte del consenso ottenuto alle elezioni di dicembre, l’opposizione avrebbe potuto imboccare la strada dell’unità nazionale e della leale collaborazione per risolvere i problemi economici del paese. Sarebbe stato peraltro troppo pretendere un atteggiamento responsabile nei confronti del popolo da oligarchi abituati a considerare sempre ed esclusivamente prioritari i propri interessi di bottega, a costo di sacrificare perfino un’indipendenza e sovranità nazionale delle quali in fondo non sanno proprio che farsene, data la limitatezza della loro visuale e la loro innata propensione alla servitù incondizionata nei confronti di Washington.

La prospettiva, quale che sia il vincitore alle prossime elezioni presidenziali statunitensi (con l’eccezione, peraltro purtroppo improbabile, di Bernie Sanders) è quella di scatenare una nuova guerra d’aggressione, stavolta vicino casa. Del resto l’abbondante petrolio venezuelano merita uno sforzo supplementare. Vittime predestinate di questo avventurismo sarebbero ovviamente il popolo venezuelano e la pace mondiale. Occorre quindi sperare che si fermi questa spirale verso la guerra, il che può avvenire solo, come ha dichiarato Maduro, con una ripresa ed estensione delle lotte popolari in Venezuela e in tutta l’America Latina, per una nuova fase della rivoluzione democratica, che superi i limiti di vario genere fin qui sofferti.

Venezuela: nessuno parla delle vittime della destra

Leopoldo Lopez courtdi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it

Ho avuto occasione di incontrare, qualche giorno fa, i rappresentanti del Comitato delle vittime delle guarimbas venezuelane, che si trovano in Italia dove stanno vedendo vari rappresentanti delle forze politiche, innanzitutto Movimento Cinque Stelle, ma anche esponenti del Pd (deputato Fabio Porta, senatore Claudio Micheloni), di Scelta Civica (Claudio Zin) Gruppo misto (senatore Luis Alberto Orellana) e rilasciando interviste a giornali e televisioni.

Scopo di questa missione è informare l’opinione pubblica sulla vera natura e le reali cause dei disordini che si sono avuti in Venezuela causando 43 vittime. “Guarimba“, letteralmente “nascondino” è il nome dato alla peculiare forma di guerriglia urbana cui la destra si è dedicata per tutto un periodo, con lo scopo dichiarato di ottenere l’estromissione dal governo del presidente legittimamente eletto Maduro. Tale strategia è fallita, dato che Maduro è ancora al suo posto, ma ha purtroppo determinato la morte di 43 persone. In precedenza si erano avute altre nove vittime e decine di feriti, nel momento in cui le manifestazioni di giubilo per la vittoria di Maduro il 13 aprile 2013 venivano attaccate da oppositori armati.

Le 43 vittime risalgono invece al periodo, tra febbraio e giugno del 2014, in cui parte dell’opposizione sconfitta alle elezioni aveva deciso come accennato di passare a una strategia di tipo insurrezionale. L’invito a scendere in piazza per ottenere in modo violento la cacciata del governo chavista veniva formulato da dirigenti della destra quali Leopoldo Lopez, Maria Corina Machado e Antonio Ledezma. Per questi fatti la magistratura venezuelana ha recentemente condannato a quattordici anni di carcere Leopoldo Lopez.

Delle 43 vittime censite, alcune sono state uccise da franchi tiratori non identificati, altre da agenti della forza pubblica, altre ancora sono perite per incidenti o scoppio di bombe nel momento in cui tentavano di rimuovere le barricate installate dall’opposizione. Secondo il Comitato delle vittime della guarimba la maggioranza delle vittime è responsabilità diretta dei manifestanti violenti, fra di esse si trovano ben nove funzionari dei corpi armati dello Stato. Si sono altresì registrati assalti armati ad asili infantili e centri di salute. In alcuni casi le vittime sono manifestanti. Alcuni agenti della forza pubblica sono sotto processo per uso illegittimo delle armi in relazione a tali episodi.

Ho incontrato in particolare la vedova di Ramzor Bracho Bravo, trentaseienne capitano della Guardia Nazionale, ucciso a pistolettate nella città di Naguanagua, mentre stava soccorrendo un commilitone ferito. Mi ha molto colpito il fatto che la signora, che è tenente della Guardia Nazionale, mi abbia detto che è giusto che gli agenti della forza pubblica che hanno fatto ricorso in modo non legittimo alle armi siano processati e che, quando ha incontrato la moglie di Lopez al Parlamento europeo, le ha gridato: “Mio marito è stato ucciso, mentre il tuo è ancora vivo”.

Ho incontrato anche German Oscar Carrero, autista quaranteseienne che ha perso un braccio per una bomba che gli è stata scagliata addosso dai manifestanti mentre trasportava dei medicinali. Altri casi riferiti nell’opuscolo del Comitato sono quelli di Elvis Duran De la Rosa, decapitato da un filo di ferro mentre attraversava in motocicletta una barricata, Rosiris Reyes Rangel, uccisa mentre difendeva un Centro di salute da un assalto, Giovanni José Pantoja, sergente della Guardia nazionale boliviariana, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre rimuoveva una barricata, Julio Gonzalez Pinto, pubblico ministero incaricato delle indagini sugli scontri, morto in un incidente stradale dovuto a una barricata, Hender Bastardo Agreda, ucciso mentre festeggiava la vittoria di Maduro, Henry Rangel La Rosa, morto in circostanze analoghe.

E’ molto importante che il Comitato delle vittime della guarimba possa comunicare con organi di informazione e forze politiche, al fine di ottenere un quadro più obiettivo e completo delle gravi violenze che si sono compiute in Venezuela nei periodi riferiti e che non debbono più ripetersi. Infatti in Italia e in altri Paesi europei tende a essere diffusa un’immagine totalmente falsa e mistificatoria che vede da un lato un governo repressivo e dall’altro un movimento vittima di repressione, immagine per accreditare la quale parte della stampa e dei media sono addirittura ricorsi alla pubblicazione di fotografie desunte da contesti geografici totalmente diversi. La realtà è molto più complessa ed articolata. Il ricorso alla violenza, per cui è stato condannato Leopoldo Lopez, è stato fortemente voluto dai settori apertamente fascisti della destra sconfitta ed attuato con l’intervento di settori organizzati, in particolari esponenti del paramilitarismo colombiano, specie nelle regioni di frontiera tra Venezuela e Colombia, ma anche in altre parti del Paese.

Il Comitato delle vittime della guarimba esige che sia fatta piena luce sui gravi episodi di violenza e sulle circostanze che hanno portato alla morte di oltre cinquanta cittadini venezolani, anche con l’obiettivo di evitare, per il futuro, che ci siano ancora vittime, e di scongiurare la guerra civile. Tale devastante ipotesi è nell’interesse solamente di una classe dominante spodestata ma pronta a tutto pur di tornare al potere ed è evidentemente contraria all’interesse della grandissima maggioranza dei cittadini venezuelani, favorevoli o meno al governo attuale.

Sarebbe opportuno lo capisse anche Amnesty International, cui recentemente è stata spedita una lettera aperta che critica la sua decisione di schierarsi a fianco di Lopez, definito a torto un prigioniero di coscienza. Sconfortante, a tale riguardo, il fatto che la sede romana di tale associazione abbia deciso di non incontrare il Comitato delle vittime della guarimba adducendo incredibilmente il fatto che l’agenda del suo Direttore fosse già piena. Elementi di forte riflessione per un’Associazione che ha fatto indubbiamente molto per i diritti umani ma che rischia oggi di perdere la sua credibilità e la sua autorevolezza, in relazione a tali episodi e altri, come le ingiustificate critiche nei confronti delle milizie curde del Rojava.

Il Messico, il Venezuela e la ‘libera stampa’ del capitale

di Fabio Marcelli – il fatto quotidiano

26nov2014.- Un’ennesima dimostrazione di quanto sia distorto, parziale e venduto ai poteri forti il sistema informativo mondiale può essere tratta da come esso dia conto delle situazioni esistenti in taluni Paesi latinoamericani. Prendiamo ad esempio il Messico e il Venezuela.

Il primo (Messico) è dipinto come una success story economica. E ci mancherebbe. Seguono da molti anni alla lettera le ricette delWashington Consensus e hanno stipulato un Trattato di libero scambio con gli Stati Uniti e il Canada (Nafta). Come potrebbero non andare a gonfie vele dal punto di vista economico? Tanto più che uno dei prodotti più redditizi su cui si basa questo “miracolo economico” è la cocaina. Un prodotto (pari sembra al 40% del Pil) che tira come pochi. Violazioni dei diritti umani: non pervenute. Eppure la strage di Iguala, con sei studenti uccisi e quarantasei fatti sparire, è solo la punta di un enorme iceberg di sangue, torture ed oppressione. Si parla, assumendo come data di partenza proprio l’entrata in vigore del Nafta, avvenuta il 1° gennaio 1994, di centoventimila morti e cinquantamila desaparecidos in venti anni.

Il secondo (Venezuela) invece, secondo la stampa al soldo della finanza internazionale è costantemente alle soglie del tracollo economico. Si tratterebbe inoltre di un regime tirannico che reprime le opposizioni. Si noti che i quaranta morti che si sarebbero avuti in occasione delle manifestazioni di febbraio includono molti sostenitori del governo chavista. Sarebbe inoltre interessante sapere quale governo sedicente democratico occidentale sarebbe disposto a tollerare passivamente manifestazioni violente come quelle poste in atto dall’opposizione venezuelana. In realtà, a cominciare da quello di Washington, tollerano molto meno.

Il vero “crimine del governo venezolano”, e di altri, è com’è noto quello di opporsi alle logiche neoliberiste dominanti secondo le quali per garantire il benessere del popolo bisogna lasciar fare ai mercati. I poteri forti non hanno digerito l’opposizione del Venezuela e di altri all’estensione del Nafta su scala continentale, mentre il trattato in questione produceva eccelsi benefici al popolo messicano.

Sono passati vent’anni e il Narcostato messicano, controllato oramai completamente da politici corrotti e narcotrafficanti mafiosi in combutta tra loro, rappresenta la dimostrazione di dove portano le politiche neoliberiste quando sono pienamente lasciate libere di produrre i loro effetti. La strage di Iguala, con l’annientamento, dopo tortura, di cinquanta giovani colpevoli solo di chiedere un Messico e un mondo diverso ha visto appunto la complicità di politici locali corrotti, delle “forze dell’ordine” e delle bande dei narcotrafficanti. Ottimo sistema davvero per liberarsi dell’opposizione sociale. Un modello quindi, per le situazioni dove la criminalità organizzata, sostenuta dall’ideologia neoliberista e forte di una poderosa base finanziaria, tende a farsi Stato. Al nesso fra libero commercio, violenza, impunità e violazione dei diritti dei popoli è stata dedicata la recente sessione del Tribunale internazionale dei popoli che si è conclusa ieri a Città del Messico e di cui riferisce Luciana Castellina sul manifesto di oggi.

Ora che il popolo messicano si ribella contro la sua situazione di morte, oppressione e sfruttamento, i “paladini dei diritti umani” a senso unico sempre pronti a strepitare a ogni smorfia di disgusto di Yoani Sanchez e a ogni lamento della borghesia venezuelana disumanamente privata della sua carta igienica preferita, volgono lo sguardo dall’altra parte.

Forse perché i danni irrimediabili prodotti dal capitalismo alla messicana e cioè dilagare della criminalità mafiosa, massacri, sparizioni, torture, impunità, fine della sovranità alimentare, contaminazione ambientale, privatizzazioni selvagge, fine dell’istruzione gratuita, disoccupazione crescente e precarietà del lavoro sono gli stessi che questo sistema dominante produce anche in altre parti del pianeta, Italia compresa. E quindi si tratta di una pubblicità davvero pessima per questo sistema. I pennivendoli ne prendono atto e tacciono senza vergogna. Ai popoli il compito di smascherare i bugiardi e di preparare, diffondendo la verità, le condizioni per la propria liberazione.

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