Todo 11 tiene su 13: due parole sul golpe del 2002

di Giuliano Granato

Ovvero due parole sul golpe del 2002 in Venezuela contro Chávez

Il 14 aprile di 15 anni fa Hugo Chávez rientrava a Miraflores, il palazzo presidenziale venezuelano. Il suo ritorno significava che il golpe era fallito, che “loro” non avevano vinto, non quella volta.

Solo pochi giorni prima, l’11 aprile, l’opposizione, l’ambasciata statunitense e la CIA avevano infatti messo in atto un piano ordito per abbattere il legittimo governo venezuelano.

La trama del golpe

Giorni di manifestazioni di piazza, violenza. Poi la marcia dell’11 aprile che si sarebbe dovuta concludere dinanzi alla sede della PDVSA, l’azienda petrolifera venezuelana che Chávez voleva utilizzare per distribuire risorse alle classi subalterne e non ai soliti noti. Ma il piano dell’opposizione è un altro: dal palco i dirigenti invitano i manifestanti a dirigersi a Miraflores, per tirar giù, “con le buone o con le cattive”, il “dittatore” Chávez. A Miraflores, però, ci sono i sostenitori del presidente, a migliaia.

Le forze dell’ordine cercano di impedire che le due manifestazioni vengano a contatto. Cominciano a sentirsi gli spari. Diverse persone stramazzano al suolo, tutte colpite alla testa. I media privati addossano tutte le responsabilità al governo, manipolano i video, chiedono la testa di Chávez. La situazione si fa ancora più tesa. Alti comandi militari minacciano il bombardamento di Miraflores. Chávez decide di consegnarsi ai golpisti per evitare un massacro, ma non rinuncia. Non rinuncia. Sembra così uscire di scena il governo che aveva provato a redistribuire la ricchezza, a costruire partecipazione e protagonismo politico degli “invisibili”, quegli abitanti delle “barriadas”, le favelas venezuelane, che fino ad allora non esistevano nemmeno sulle carte geografiche di Caracas (e non è un’esagerazione – è un fatto vero!), a mettere in piedi una sanità ed un’istruzione che non fossero solo per i ricchi bianchi, ma anche per il popolo, quello brutto, sporco e cattivo.

Cambio di scena a Miraflores

Tornano i padroni di sempre, quelli ben vestiti, coi loro completi e i loro tailleur. C’è gioia nelle stanze del palazzo, l’oligarchia si è ripresa quello che era suo, quello che da decenni era nelle sue mani e che per un momento sembrava stesse sfuggendo. Le grida di giubilo non si contengono. Si esulta quando il nuovo Fiscal General annuncia la deposizione di tutti i poteri costituiti. Pedro Carmona, segretario di Fedecamaras, la Confindustria locale, è il nuovo presidente, sostenuto dalle alte sfere della Chiesa cattolica, da sindacati corrotti, dalla borghesia e dalla oligarchia nazionale, oltre che, ovviamente dagli Stati Uniti. Si fa festa a palazzo.

Il popolo “todopoderoso”

E fuori? Fuori è diverso. Dopo le prime ore di smarrimento, ci si comincia ad organizzare. Si prova a far arrivare la notizia del golpe ai media internazionali, a ribadire che no, Chávez non ha rinunciato, è tenuto prigioniero. “No ha renunciado, ha sido secuestrado” è lo slogan che in tanti, sempre più numerosi, cominciano a cantare nelle strade. È il popolo chavista che si mobilita e si organizza. Con i media alternativi, col tam tam di quartiere in quartiere, fanno rimbalzare le poche notizie che arrivano. “È un golpe contro la democrazia, contro i poveri”. “Bisogna reagire subito”. E così fanno.

Oscurati da tutti i media privati venezuelani, che continuano a parlare di situazione calma e sotto controllo, a migliaia scendono di nuovo per strada. Si dirigono a Miraflores, per gridare che Chávez deve tornare. E quella straordinaria mobilitazione popolare, che sfida la repressione, sortisce i suoi effetti. La guardia presidenziale, i corpi militari fedeli a Chávez, si convincono che si può, che è il momento di passare al contrattacco: riconquistano Miraflores, arrestano i golpisti, almeno quelli che non erano riusciti a darsi alla fuga. Nemmeno due giorni è durato il golpe, eppure abbastanza per trovare le casseforti già svuotate. “Ladrones”, ecco di che pasta sono fatti gli oligarchi venezuelani. Miraflores è stato ripreso, ma non si può ancora cantare vittoria. Bisogna riconquistare almeno il canale televisivo statale, per dare la notizia e metter fine alle bugie dell’opposizione. Dopo qualche ora, con mezzi improvvisati si riesce nell’impresa: il paese intero ora sa che Chávez non ha rinunciato, che il suo gabinetto è di nuovo riunito a palazzo, che i golpisti sono stati sconfitti. Le guarnigioni militari inviano fax, confermando la fedeltà al legittimo governo, il popolo nelle strade festeggia. È la saldatura di quell’alleanza civico-militare che tutt’ora costituisce l’ossatura del progetto bolivariano.

Il ritorno di Chávez

E poi anche Chávez ritorna. Sequestrato e portato su un’isola, i golpisti avrebbero voluto trasportarlo fuori dal paese, ma non hanno fatto in tempo. Così il 14 aprile 2002 il presidente legittimo rientra a Miraflores, tra la gioia e la commozione generale.

Chávez ha vinto, il governo bolivariano ha vinto. Ma è soprattutto il popolo venezuelano – sì, sempre lui, quello brutto, sporco e cattivo – ad aver vinto, dimostrando che la mobilitazione popolare è l’ingrediente fondamentale capace di smuovere montagne, di abbattere gli ostacoli più enormi che ci si possa aspettare. Il popolo venezuelano ha dato una mazzata incredibile all’imperialismo e ai suoi lacché. Una cosa non da poco. Una di quelle cose che se stai ad una scrivania, leggendo e studiando, ti dici che è impossibile. Che i rapporti di forza sono troppo sfavorevoli. Che il nemico è esperto, potente, feroce. E che invece noi e i “nostri” siamo deboli, disorganizzati, divisi. Eppure la storia si è incaricata più volte di presentarci pagine straordinarie, nel senso letterale di fuori dall’ordinario, da ciò che accade tutti i giorni e che secondo le classi dominanti dovrebbe continuare ad accadere nei secoli dei secoli. La vittoria contro il golpe del 2002 è una lezione tutt’ora valida in ogni angolo del mondo. Bisogna saper leggere quelle giornate, imparare e ributtare nella pratica quotidiana quegli insegnamenti. Nostra patria il mondo intero, in fondo, significa anche questo.

(FOTO) USA: Chávez, un figlio del Bronx

da MPPRE

Bronx meridionale, New York, 22 settembre 2016. Questo giovedì 22 settembre negli spazi di “The Point”, organizzazione senza fini di lucro dedicata allo sviluppo della gioventù e la rivitalizzazione culturale ed economica del Bronx, gruppi e leaders sociali, sindacali e religiosi si sono riuniti per inaugurare un mural in onore al Comandante Hugo Chávez Frías, nello stesso spazio dove dieci anni prima il líder della Revolución Bolivariana si incontrò con diverse organizzazioni comunali del Bronx.

All’evento, ha partecipato la ministra del Poder Popular para las Relaciones Exteriores, Delcy Rodríguez, che ha ringraziato a nome del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, per essere stata invitata all’incontro.

«Dieci anni fa il Comandante è stato qui e siamo orgogliosi di percorrere il cammino che lui ha aperto. Qui ci sentiamo popolo ed è un motivo di felicità ritrovarci riuniti con il popolo statunitense. Abbiamo gli stessi obiettivi condivisi: la pace e lo sviluppo dei popoli. Per me è un orgoglio portarvi le parole di riconoscimento del nostro Presidente operaio Nicolás Maduro, figlio di Chávez», ha affermato Rodríguez.

In questa occasione, la Canciller del Venezuela ha ricordato alcune delle conquiste sociali della Revolución: «Il 71% del nostro bilancio è dedicato agli investimenti sociali, non alle guerre. Più di un milione e centomila famiglie hanno ricevuto le loro abitazioni e continuiamo a lavorare affinché quest’anno ne siano consegnate di più. Abbiamo il riconoscimento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nella lotta per sradicare la povertà ed abbiamo il numero di nuovi iscritti nel nostro sistema educativo più alto del mondo, senza dimenticare l’eccezionale Indice di Sviluppo Umano ed il basso livello di diseguaglianza, questi risultati non li vedrete mai nei grandi media di comunicazione». 

Infine, la ministra Rodríguez ha ricordato ai leaders presenti l’impegno della Revolución Bolivariana con la giustizia sociale: «La Nostra Rivoluzione combatte contro la fame, la povertà e contro l’imperialismo, lo facciamo in nome di tutte e tutti voi. Il mondo intero sa che la politica internazionale del Venezuela è a favore dello sviluppo sociale e la pace. Il Venezuela non è una minaccia (riferendosi all’ordine esecutivo del marzo 2015 rinnovato quest’anno dal presidente statunitense, Barack Obama, il quale ha dichiarato il Venezuela ‘minaccia inusuale’ per gli USA). Venezuela è una speranza», parole accolte con applausi scroscianti da parte dei presenti.

Sul murale e i suoi creatori

Nel murale inaugurato dalla canciller Delcy Rodríguez e dai leaders sociali che hanno partecipato all’evento, si può apprezzare il Comandante Chávez che suona uno strumento musicale in compagnia di Omar Freilla, riconosciuto attivista del Bronx meridionale il quale è stato uno dei difensori più impegnati nel lavoro delle cooperative della zona, nonché di progetti ambientali.

Freilla ha partecipato all’evento e si è espresso con parole emotive per il Comandante Chávez: «Circa dieci anni fa, Chávez ci venne ad incontrare nel Bronx. Quando è passato per queste strade è stato incredibile. Io, in compagnia di una banda musicale stavo suonando dove oggi abbiamo questo murale e da lì vedevo chiaramente come Chávez si avvicinava e parlava con ognuna delle organizzazioni sociali del Bronx qui presenti per condividere con lui le loro preoccupazioni. Ascoltò ognuna di quelle persone, con tutta la calma e l’attenzione del caso. Non avevo mai visto prima un tale livello di impegno e di appoggio! Dopo, si avvicinò dove io mi trovavo e anche a me tese la sua mano e cominciò a suonare con noi. Grazie a questa visita di Chávez, tutte le organizzazioni che si trovavano qui presenti ricevettero la sua visita; se lui non ci avesse aiutato, noi oggi non ci troveremmo qui».

Oggi è importante ricordare i nomi di coloro che hanno avuto l’idea di dipingere il murale in onore a Chávez. Rebel Díaz, duo di hip hop politico del Bronx meridionale e di Chicago costituito dai fratelli cileni Rodrigo e Gonzalo Venegas,i quali hanno avuto l’idea di proporre di omaggiare il Comandante in questo modo. Entrambi i fratelli si sono incontrati con il Comandante Chávez nel Bronx nel 2005 ed affermano di avere una connessione diretta con la Revolución Bolivariana.

Bisogna anche ricordare il lavoro dell’autore materiale di questa opera, Andre Treiner, il quale per due giorni ha posto il suo impegno e il suo amore per la realizzazione del murale adornando le strade del Bronx e ricordando il lato più umano del Comandante Chávez.

Trenier è del Bronx ed è laureato in arte presso l’Università di Filadelfia. Ed è anche fondatore di un gruppo di creazione collettiva (Tangible Thoughts LL) conosciuto per la realizzazione di scarpe sportive di alta qualità ed altri articoli di abbigliamento.

Treiner si definisce un appassionato di arte ed afferma di essersi sentito «felice creando il murale, è stato un lavoro intenso di due giorni continui, ma ne è valsa la pena».

Messaggi di ringraziamento dei leaders sociali, sindacali e religiosi

La fondatrice di The Point, Maria Torres; la direttrice Esecutiva di “Mothers on the Move”, Wanda Salaman; il direttore Esecutivo di Zulu Nation, Shepard McDaniel; la vicepresidente Esecutiva del Sindacato 1199, Estela Vázquez; e il presidente e fondatore del Latino Pastoral Action Center, Reverendo Ray Rivera, sono stati tra coloro che hanno conversato con la Canciller venezuelana durante l’attività.

Salaman ha ricordato la visita del Comandante Chávez nel 2005 ed ha reiterato il suo interesse per continuare a lavorare con il Venezuela sui temi sociali e politici per lo sviluppo e l’emancipazione di entrambi i popoli.

Il Direttore Esecutivo di Zulu Nation, Shepard McDaniel, si è offerto di portare in Venezuela le sue esperienze comunitarie per aiutare nel lavoro di empowerment dei suoi cittadini.

La Vicepresidente Ejecutiva del Sindacato 1199, Estela Vázquez, ha aggiunto: «Non possiamo permettere che governi passati, presenti o futuri, limitino la nostra solidarietà operaia con il popolo venezuelano. Il Sindacato da me diretto si impegna a continuare il lavoro di solidarietà con il Venezuela perché è un esempio da seguire».

[Trad. castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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Venezuela: Magnicidio, Salazar el agente CIA y asesino de Chávez?

chavezalc3b3por Marco Salgado – HOYVENEZUELA.INFO 

2mar2016.- Hay dos formas de ordenar la operación de prensa del diario franquista español ABC sobre la nueva estrella de la DEA: el capitán de corbeta Leamsy Salazar, ex integrante del primer anillo de seguridad del comandante Chávez. Una, considerar que todo lo que dice ABC es “información”, la otra, tratar de separar los hechos de las operaciones, eso intentaremos aquí.

De lo dicho por ABC, solo un elemento vamos a dar por comprobado: Leamsy Salazar desertó de las filas de las Fuerza Armada Nacional Bolivariana y se encontraría en los Estados Unidos o a disposición de ese país. Se trata del único hecho corroborado con fuentes diversas: el diario ABC y del otro lado, el presidente de la Asamblea Nacional, Diosdado Cabello, centro de los ataques del periódico franquista.

Dijo textualmente Diosdado Cabello a Pedro Carvajalino en Venezolana de Televisión, en video emitido el martes 27/1:

“Ese compañero estuvo con el Comandante Chávez. Cuando muere el Comandante yo decido, bueno en honor al Comandante, llevármelo a trabajar conmigo. Pero de repente yo comencé a hablar con él y comenzó a bajarme la vista… eso fue en el mes de junio. Mes de junio. Comenzó a bajarme la vista, no me aguantaba la mirada, se hacía el desentendido. Hablé con la Ministra de la Defensa y le solicité cambio y le dije: mándalo a estudiar para que se recomponga, porque no lo veo bien. Se fue a estudiar y nunca quiso asistir al curso. Al contrario: se desertó. Él desertó con su esposa desde diciembre, que decidió… pero del curso se desertó mucho antes del curso que le tocaba hacer, que corresponde a todos los militares”

El resto de lo que circula son construcciones interesadas, ya desmentidas por el principal atacado, impulsadas por un diario furibundamente antichavista, que no oculta su deseo de que el gobierno de Nicolás Maduro caiga. Basta ver la editorial del medio del día 29/1, en respuesta a la denuncia del presidente venezolano. Una editorial, a diferencia de lo que sucede con los artículos firmados, representa la posición del medio.

El presidente Maduro había denunciado que ABC promueve una “campaña de la ultraderecha internacional y factores del imperio estadounidense”. Ese es el segundo hecho comprobable. La ultraderecha internacional tiene en ABC uno de sus principales pilares a la hora de atacar a Venezuela y el esquema no por repetido es menos simple: ABC “lanza” la supuesta “información” y el resto de una poderosa entente mediática la replica tomando al primer medio como fuente, sin cuestionar la noticia y sin buscar repercusiones, puntos de vista, contextos, etc.

La segunda parte de la afirmación del presidente Maduro sobre la intervención de “factores del imperio estadounidense” también está comprobada. Un día después de la publicación, el secretario de Estado adjunto para Narcóticos y Seguridad Internacional de los Estados Unidos y viejo conocido de Venezuela, William Brownfield aseguró que lo publicado en ABC era “consistente” con sus propios análisis sobre la supuesta penetración de los carteles de la droga en Venezuela.

Después, el funcionario dijo que no podía “confirmar ni negar” lo publicado en ABC. ¿Realmente un funcionario del rango de Brownfield no puede confirmar siquiera si Salazar está en Estados Unidos, si existe una investigación oficial de la DEA al respecto y si hay algún tipo de denuncia judicial radicada en algún juzgado en territorio estadounidense? Claro que puede. No lo hace porque no es necesario por ahora.

Porque de aquí en más se desplegará la segunda parte de la operación, que consistirá en que la prensa (puede ser ABC o puede cambiarse de medio oportunamente) “filtre” nuevos datos sobre lo que Salazar “diga” a la DEA. Esto sucederá cuando los operadores periodísticos y políticos lo consideren pertinente. Ilustramos con un ejemplo: la negociación entre Estados Unidos y Cuba para normalizar las relaciones diplomáticas ya se ve más difícil de lo que a simple vista parecía. Si en algún momento esta llegara a estancarse, aparecerán las “revelaciones” de Salazar sobre vínculos de Diosdado con el gobierno de Cuba. De hecho, ese camino ya está abonado en el primer artículo de ABC.

Lo mismo puede suceder con cualquier otra coyuntura, que podrá tener su “oportuno” rebote en nuevos supuestos dichos de Salazar. Otro ejemplo, este año hay elecciones presidenciales en Argentina, aunque la presidenta Cristina Fernández no es candidata a la reelección, bien podría enlodarse al oficialismo en algún escándalo que vincule a Diosdado (u a otros funcionarios venezolanos) con la Casa Rosada de Buenos Aires. ¿Por qué no? Salazar, no lo duden, dará para todo.

Regresemos a los hechos: Salazar y el comandante Chávez

Otro elemento confirmado en fuente oficial y pruebas documentales es que efectivamente Leamsy Salazar formaba parte del primer anillo de seguridad del presidente Hugo Chávez, quien, efectivamente, lo estimaba como joven oficial ligado a la retoma del Palacio de Miraflores tras el golpe del 11, 12 y 13 de abril de 2002. Salazar permaneció en el primer anillo de Chávez hasta los últimos días del comandante bolivariano.

Mucho se habló sobre la posibilidad de que el cáncer que mató en menos de dos años al presidente Chávez haya sido inoculado de alguna manera. El presidente Maduro a poco de asumir dijo que coincidía con esa hipótesis. Tanto un análisis político como otro de las acciones asumidas desde hace tiempo por los Estados Unidos en torno a la inoculación de enfermedades a personalidades o comunidades completas nos hacen concluir que, efectivamente, si el imperio (más que los Estados Unidos mismos) tuvieron la oportunidad de acercarse a Chávez, jamás la hubieran desperdiciado.

Toby Valderrama ha escrito varias veces sobre el escenario político de lo que llamó el “magnicidio biológico” de Chávez; el abogado Juan Martorano escribió una veintena de trabajos sobre la forma en que los Estados Unidos han actuado en diferentes escenarios y momentos a través de inoculaciones forzadas para torcer la historia a su favor. Todos estos trabajos pueden consultarse en el portal web Aporrea.

Pero todos estos esfuerzos de recopilación y análisis chocaban con un obstáculo difícil de sortear: para el “magnicidio biológico” de Hugo Chávez hacía falta que el o los victimarios se acercaran mucho y por mucho tiempo al líder. Allí, en el primer círculo y por años, estuvo Leamsy Salazar, hoy a disposición funcional de las operaciones político periodísticas de ABC y los Estados Unidos.

No podemos afirmar bajo ningún punto de vista (al menos con la información confirmada con la que se cuenta por ahora) que Salazar haya tenido que ver con la muerte del Comandante Chávez. No lo sabemos. Lo que sí sabemos es que hay que asumir que la seguridad del primer anillo estaba vulnerada. Eso es un hecho.

Es hora que comience una investigación oficial, rigurosa y seria, sobre el posible magnicidio del Comandante. La historia lo demanda.

Intervista a Gianni Minà: Chávez e l’America Latina 3 anni dopo

Intervista a Gianni Minà: Chavez e l’America Latina 3 anni dopodi Alessandro Bianchi –l’Antidiplomatico

A tre anni dalla scomparsa del leader della rivoluzione bolivariana, l’omaggio al Teatro Vittoria a Testaccio (Roma) sabato 5 marzo con la proiezione di un’intervista inedita e profetica di Gianni Minà

Gianni Minà presenterà sabato 5 marzo al Teatro Vittoria, nello storico quartiere romano di Testaccio, un’intervista inedita all’ex Presidente del Venezuela e leader della rivoluzione bolivariana, Hugo Chávez. 
Era il 2003 e di ritorno dal Social Forum di Porto Alegre, in Brasile, Hugo Chávez “a cuore aperto” delinea a Minà tutti i segreti della rivoluzione bolivariana, i progetti e i programmi che nel tempo hanno trasformato e stanno trasformando il Venezuela e l’America Latina, offrendo un seme di speranza possibile per salvarsi dai crimini del neo-liberismo.
“Hugo Chávez – sottolinea Gianni Minà all’Antidiplomatico – è stato esempio d’indiscutibile democrazia che in 15 anni ha prevalso in 18 consultazioni elettorali o referendarie su 19, nel frattempo ha lasciato prematuramente questo mondo, ma senza dubbio il cambiamento sociale nel suo paese e l’influenza che il suo modello politico ha esercitato sul resto del continente, ispirandosi spesso alla rivoluzione cubana, hanno lasciato una traccia indelebile nei destini prossimi dell’America Latina” .
 
L’intervista
 
In America Latina, dopo anni di speranza, si vive un momento di difficoltà oggettiva. Quanto manca la figura di Chávez in questo momento storico?
 
Drammaticamente, manca molto. Non solo per l’America Latina, ma se vi capita di rivedere i suoi discorsi su Libia e Siria nel 2011, è straordinaria la capacità di sintesi politica che il Comandante aveva su molte dinamiche internazionali. Uno statista, uno dei più lucidi dei nostri tempi. Insieme ad altri dell’America Latina (penso a Lula e Kirchner in particolare) ha creato dei pilastri indelebili di progresso come la Celac, l’Unasur, Telesur, Banco del Sur.
Pilastri che hanno reso l’America Latina un continente di pace e speranza per l’umanità, non più cortile di casa degli Stati Uniti e il Venezuela un paese che ha provato a riscattarsi. Gran parte di questo fenomeno si deve incontestabilmente alla lungimiranza e al coraggio, purtroppo irripetibili, proprio di Hugo Chávez Frías.
 
Oggi il Venezuela è tornato protagonista sulla stampa italiana, ma come un paese allo sbando e in crisi. 
 

Gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per destabilizzare il paese, punto di riferimento di quella che era l’evoluzione progressista dell’America Latina. Dalla nascita delle Guarimbas, proteste organizzate nei quartieri residenziali venezuelani, alla guerra economica frutto anche del crollo mondiale del prezzo del petrolio sotto i 30 dollari, i colpi sono stati durissimi.

Il momento di difficoltà e di crisi è oggettivo. Ma dove si percepisce tutta la malafede e l’ignoranza complice di questa informazione occidentale è nel fatto che quasi tutti questi critici hanno dimenticato che Chávez aveva ereditato un paese devastato che la rivoluzione bolivariana fin dall’inizio ha dovuto pensare a puntellare, a ricostruire.


Non si ricorda mai perché è iniziata la rivoluzione bolivariana. Il paese che Chávez ereditò da quei due lestofanti di Carlos Andrés Pérez e Rafaél Caldera era un paese con milioni di analfabeti, milioni di persone i cui figli non andavano nemmeno a scuola perché i padri non erano registrati neanche all’anagrafe. Milioni di persone che semplicemente non esistevano. Oggi è in crisi? La situazione è fuori controllo? Intanto milioni di persone grazie alla rivoluzione bolivariana oggi sono esseri umani, hanno accesso all’istruzione, alla sanità e hanno una casa. Questo può essere l’unico punto di partenza per ogni discussione se si vuole essere seri quando si parla di Venezuela e delle difficoltà che Maduro, il successore di Chávez, deve affrontare.

 
 
E il ruolo di Cuba resta centrale in questa fase?
 
La realtà è che Fidel Castro e Chávez hanno effettivamente rappresentato un ostacolo al neo-liberismo degli Stati Uniti. E il più inaspettato miracolo politico di Fidel Castro è stato proprio Chávez. Lo scelse come continuatore del suo progetto rivoluzionario quando ancora non lo conosceva nessuno. E nell’affermazione di questo processo di cambiamento che ha liberato l’America Latina, il ruolo di Cuba è stato incontestabilmente notevole e lo sarà anche in futuro, malgrado le attuali difficoltà.
 
Secondo lei dunque quello che si legge in Italia sull’America Latina non è uno spettacolo che fa molto onore alla professione che lei ama così tanto…
 
I  media occidentali non perdono occasione di accumulare brutte figure su brutte figure quando si parla del centro e del sud America. Basta pensare a cosa è diventata oggi Cuba, pure in mezzo a varie difficoltà e all’esigenza di trovare un metodo per gli inevitabili cambiamenti,che salvi il paese però da esagerate tentazioni liberiste. Papa Francesco, che a sua volta sta chiedendo al mondo di fare scelte più umane è andato a trovare Fidel a casa. Se Fidel fosse stato il terrorista descritto in quest’ultimo mezzo secolo da molti media occidentali, certo questo non sarebbe successo. E nemmeno che il Patriarca ortodosso Kiril e il Papa si incontrassero per una riappacificazione fra le loro Chiese dopo mille anni, proprio a La Habana e con la mediazione di Raul Castro. Chi poteva pensare a un simile cambiamento, soltanto un paio di anni fa?

Per fare un altro esempio, ai funerali di Chávez a Caracas erano presenti due milioni di persone e 33 tra Capi di stato e Premier da tutto il mondo. Stavano onorando un “terrorista” come l’aveva descritto la stampa occidentale fino ad allora?
Ma i servitori del nostro giornalismo vivono evidentemente in un universo tutto loro, incuranti del ridicolo che i loro clamorosi errori di valutazione suggeriscono.

A chi si riferisce in particolare?

Ho letto su La Repubblica, per esempio, un articolo su Evo Morales che secondo Omero Ciai, sarebbe un “uomo alla deriva”. Ora, ognuno ha il diritto di vedere le cose come gli pare, ma sarebbe facile ricordare a Omero Ciai che cos’era fino a un quarto di secolo fa la Bolivia governata da militari assassini e ladri, magari, istruiti dalla famosa Escuela de las Americas, dove si sono educati tutti i “mostri” che hanno insanguinato il paese fino a ieri.


Il fatto è che Evo Morales le cose non le manda a dire e quando ha fatto il suo memorabile discorso alla Comunità Europea ha ricordato tutte le incancellabili prepotenze che il nord del mondo ha fatto ai popoli autoctoni o del sud del globo: “Quando avete intenzione di restituirci tutte le ricchezze che ci avete rubato fino ad oggi?”. 

Il dispetto per questa sfacciataggine è stato quello di vietare al boeing su cui viaggiava nel ritorno a casa lo spazio aereo di mezza Europa, con la scusa che il Presidente boliviano avrebbe dato “un passaggio” a Edward Snowden, funzionario che aveva rivelato al mondo alcuni segreti dell’intelligence nordamericana.

Ovviamente era una “bufala”, ma in questo caso Evo Morales si è confermato un politico accorto e capace, mentre il collega di Repubblica dovrebbe fare una verifica più attenta delle sue fonti.

Scrivere sotto dettatura è sempre un rischio. Non molto tempo fa, per esempio, l’ex Presidentessa dell’Argentina, la signora Kirchner, ha vinto una causa con il Corriere della Sera che, in occasione di un suo viaggio in Italia per un summit della Fao, aveva disertato, secondo il più venduto giornale italiano, la conferenza sulla povertà a vantaggio di una giornata di shopping a via Condotti. 

Cristina Kirchner è riuscita a dimostrare, con i timbri sul passaporto, che quel giorno non era nemmeno in Italia. Il quotidiano è stato condannato a 40 mila euro di risarcimento e all’inevitabile smentita da pubblicare con adeguato risalto. Tutto questo perché Cristina Kirchner rappresenta, a torto o a ragione, quel tipo di politico sudamericano che disturba i progetti degli Stati Uniti nel continente. Strano che gli altri giornali italiani, sempre attenti alla linea del Corriere, non se ne siano accorti.

L’onestà intellettuale, evidentemente, non è di casa sui nostri giornali, per questo l’ex Presidente Chávez nel momento in cui se ne è andato, 3 anni fa, da questo mondo, aveva vinto 18 consultazioni elettorali o referendarie su 19 affrontate, e l’ex responsabile della Fondazione Carter, Jennifer McCoy, che ho intervistato per il film-documentario “Papa Francesco, Cuba e Fidel”, mi ha intimato: “E non si azzardino a parlare di brogli. Quando siamo stati là, abbiamo controllato tutto il processo elettorale e referendario e l’Occidente dovrebbe solo rispettarlo”.
 
Ma la domanda che oggi si pongono molti è: il processo di emancipazione e liberazione iniziato da Chávez in America Latina resisterà?
 
Con la morte di Chávez, le difficoltà di Dilma Rousseff in Brasile e dello stesso Maduro in Venezuela e l’elezione in Argentina dell’ex governatore di Buenos Aires, Macri, la situazione si è fatta complicata. Nell’intervista del 2003 che presenteremo al Teatro Vittoria sabato 5 marzo, nella valutazione del leader della rivoluzione bolivariana era chiara la consapevolezza che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto in qualunque momento per tornare in Venezuela. Ma io resto ottimista, perché la stessa rivoluzione bolivariana ha emancipato intere popolazioni e creato meccanismi di solidarietà e cooperazione. Penso, ad esempio, ai maestri cubani saliti in Venezuela a completare lo sforzo di alfabetizzazione del paese. Un miracolo di umanità che dovrebbe essere preso a modello nell’Europa dei tecnocrati che cacciano gli esseri umani sfuggiti a una guerra. Resisterà? Sarà una provocazione, forse, ma il leader del Sud del mondo a cui oggi aggrapparsi in questo momento è Papa Francesco che queste esigenze le afferma quasi ogni giorno.
 
Che si sarebbero detti Chávez e Papa Francesco se si fossero incontrati in questi tempi di drammatica crisi per l’umanità?
 
Difficile dirlo con esattezza. Sicuramente avrebbero costruito un rapporto di fiducia franco e costruttivo. Chávez poi avrebbe avuto un alleato importante, forse decisivo, nella madre di tutte le sue battaglie cercando di garantire i diritti umani fondamentali a tutti gli esseri umani contro un neo-liberismo allo sbando arrivato alla sua ultima farsesca produzione di nome Donald Trump.
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Napoli 4/5mar2016: Chávez para Siempre!

 
 
En el 3er Aniversario de la Siembra de El Comandante Hugo Chávez, como parte de las actividades organizadas
 
Il Consolato della Repubblica Bolivariana
del Venezuela a Napoli
invita a
 
“Hugo Chávez ciudadano del Mundo” por más Unión de los Pueblos, Democracia y Multipolaridad
 
 
Programma:
 
Venerdì 04 marzo
 
10,00 Omaggio floreale, Giardino Hugo Chávez, Largo Giusso, Napoli
12,00 Proiezione documentario “Mi amigo Hugo” di Oliver Stone, Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Via Depretis 102, Napoli
18,15 Messa in onore al Comandante Supremo Hugo Chávez
 
 
Sabato 05 marzo
 
10,30 Inaugurazione della mostra “Viaggio dalla Pittura alla Scultura” di Carmelo Vincenzo Rossi, Spazio espositivo del Castel dell’Ovo “Sale delle terrazze” – Napoli
17,00 Assemblea popolare in onore al Comandante “Hugo Chávez ciudadano del Mundo”. Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo, Via Matteo Imbriani 218, Napoli
18,00 Inaugurazione della mostra della Fondazione Escuela Museo Abierto para el Mundo, Centro d’arte e cultura, Via Omodeo, 124, Napoli

Roma 5mar2016: “Chávez a cuore aperto”

da Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana
 
In occasione del 3° Anniversario della scomparsa del Comandante Hugo Rafael Chávez Frías, ha il piacere di invitare alla proiezione di un’ intervista inedita dal titolo “Chávez a cuore aperto” ,  realizzata dal giornalista Gianni Minà al presidente Chávez.
Sabato 5 Marzo 2016 
Ore 15.30
TEATRO VITTORIA
Piazza di Santa Maria Liberatrice, 10 – 00153 Roma
INGRESSO GRATUITO
 
 
Vi preghiamo di estendere l’invito a tutti gli interessati e confermare la Vostra gradita partecipazione all’indirizzo: eventi.embaveit@gmail.com o al numero 06.8079797. Grazie per la collaborazione.

Poggio Mirteto (RI) 20dic2015: El Presidente della Paz

Roma 3dic2015: Omaggio al Comandante eterno Hugo Chávez

 

Omaggio al Comandante eterno, Hugo Chávez che si terrà a Roma, giovedì 3 dicembre, alle 16:30. Sarà una iniziativa molto emozionante in cui ricorderemo il suo ultimo discorso.

‘El presidente de la paz’: il nuovo libro di Marinella Correggia

21secolo Andrea Tarallo El presidente de la paz. Il nuovo libro di Marinella Coreggia

di Andrea Tarallo – 21secolo.it

Giovedì 22 maggio alle ore 16.00 presso l’Associazione culturale ‘Massimo Gorki’ in Via Nardones 17, con il patrocinio del Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, si è tenuta presentazione del nuovo libro di Marinella Correggia: “El presidente de la paz. Hugo Chávez. Resistenza all’imperialismo bellico, solidarietà internazionalista, cammino verso l’ecosocialismo”.  Noi del ‘XXI Secolo’ lo abbiamo letto per voi.
Il testo, edito da Sankara – una piccola casa editrice romana nata nel maggio del 2000 e gestita interamente da volontari – e vincitore del Primo concorso letterario ‘El pensamiento y la obra socialista de Hugo Chávez Frías’ organizzato nel 2004 dall’Associazione Trisol (Tricontinental de las relaciones internacionales y de la solidaridad) che ha sede a Caracas, pure constando di poco meno di cento pagine è caratterizzato da un’alta densità di contenuti espressi in maniera chiara e diretta. Ricco di geniali espressioni che dipingono la realtà a noi contemporanea, che di certo impreziosiscono lo stile scrittorio dell’autrice senza però divenire mai orpelli dal gusto barocco, questo saggio sulla politica estera di Hugo Chávez si candida ad essere a tutti gli effetti un pratico strumento per aprire una breccia nella cortina di luoghi comuni che circonda la figura dell’ex Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela scomparso nel marzo del 2013.

21secolo Andrea Tarallo El presidente de la paz. Il nuovo libro di Marinella Coreggia

È l’autrice stessa a ribadire in più occasioni l’esistenza di una spessa coltre di disinformazione intorno all’operato dello statista di Sabaneta, valga da esempio quanto scritto a pagina 17: «Nella politica antimperialista e solidale di Hugo Chávez, la resistenza propositiva alle guerre da altri paesi scatenate e da altri paesi subite è stata fondamentale. Stranamente questo impegno per la pace, obbligo etico e politico, strumento e obiettivo, non è ricordato fra i meriti più importanti del defunto presidente». Dal 1999, con l’arrivo di Chávez al Palazzo di Miraflores – sede ufficiale del governo – Cuba non è più sola nella sua lotta contro le guerre imperialiste. Primo germoglio del socialismo del XXI secolo è costituto dall’Alba (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), nata nel 2004 come alternativa all’ALCA (Área de libre comercio de las Américas) voluta dagli Stati Uniti.

Di pagina in pagina si apprende come quello voluto mettere in piedi insieme con Cuba non è stato soltanto un sistema di relazioni internazionali e internazionaliste all’insegna della complementarietà e della solidarietà, bensì un vero e proprio modello pacifico di mondo multipolare contrapposto alla globalizzazione bellicosa portata avanti dagli Stati Uniti. In quello che è un vero e proprio rovesciamento di termini l’Asse del Male non è più composto quindi da quei paesi che non si conformano ai diktat statunitensi ma dagli stessi Stati Uniti e dai loro «vassalli della Nato e dagli sceicchi, dai re e dagli emiri del Golfo».

Una lettura questa dell’autrice condivisa anche dalla rivista italiana di geopolitica Limes che non esita a definire Chávez uno dei grandi protagonisti della politica internazionale in quanto «grande punto di congiunzione che permette a elementi di contrapposizione al Nuovo Ordine Mondiale a guida USA di fare in qualche modo sistema».  Interessante ed originale è pertanto il «link virtuale fra due presidenti il cui incontro non fu permesso dai crimini della geopolitica e che oltre all’affinità di idee, strategie, piani rivoluzionari, riferimenti ideali, condividevano il lato umano» che inizia a pagina 44 e prosegue per tutto il secondo capitolo del libro: Hugo Chávez e Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987 nel corso di un cruento colpo di Stato.

21secolo Andrea Tarallo El presidente de la paz. Il nuovo libro di Marinella CoreggiaIl terzo e ultimo capitolo del libro è infine dedicato a un altro dei volti del socialismo del XXI secolo annunciato dal presidente Chávez il 30 gennaio del 2005: l’ecologismo. Il cambiamento della matrice produttiva non è più rimandabile, i cambiamenti climatici di cui noi tutti siamo testimoni altro non sono che un modo della Terra di chiederci il conto per decenni di sfruttamento scellerato. Ecco che allora dalla vulcanica mente dell’ex presidente venezuelano nasce l’appello alvivir bien e al buen vivir, allo scopo di riequilibrare il rapporto fra esseri umani e Madre Terra. Un appello a cui si è mostrata particolarmente sensibile anche Marinella Coreggia dal momento che, aderendo alla campagna ‘Scrittori per le foreste’ lanciata da Greenpeace, ha deciso di far stampare il proprio libro su carta riciclata.

Roma 28lug2015: L’eredità del Comandante

L’ALBA-TCP si schiera al fianco del «coraggioso popolo greco»

resizeda lantidiplomatico.it

«È una lotta per la salvezza dell’intera specie umana, per la vita, per la libertà, e per l’autodeterminazione di tutti i popoli»

Comunicato dell’ALBA-TCP* sulla situazione in Grecia.

«L’Alleanza bolivariana dei popoli di Nuestra America-Trattato di commercio per i popoli (ALBA-TCP) esprime il suo più fermo sostegno e solidarietà al popolo e al governo greco di fronte al vorace assedio del capitalismo finanziario mondiale e dei suoi rappresentanti europei, coloro che senza scrupoli e con eccessiva ambizione hanno la pretesa di piegare la scelta di questo paese per una vita degna e giusta; il cui centro sia la salvaguardia della vera democrazia e dei diritti umani, non dei vergognosi privilegi e le conseguenze distruttive del capitale neo-liberista transnazionale.

Noi popoli e governi dell’ALBA-TCP, convinti dal Comandante Hugo Chávez che la «storia ci chiama all’unione e alla lotta», inviamo un messaggio di sostegno per il coraggioso popolo e governo greco, convinti che la battaglia storica che sta portando avanti è una lotta per la salvezza dell’intera specie umana, per la vita, per la libertà e per l’autodeterminazione di tutti i popoli.

Siamo sicuri che un’altro mondo è possibile».

Caracas, 28 giugno 2015

*Paesi membri dell’ALBA-TCP: Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Antigua e Barbuda, Dominica, Granada, San Cristobal y Nieves, Santa Lucia, San Vicente y Las Granadinas, Surinam

Guerrero: «Dobbiamo appoggiare la rivoluzione in Venezuela»

resize-1di Marinella Correggia – lantidiplomatico.it

Uno dei cinque eroi cubani sui rapporti con gli Usa: «Non siamo ciechi. I giovani cubani conoscono il mostro e non c’è pericolo di invasione. Siamo preparati»

«Come diceva il nostro eroe rivoluzionario José Martí: “Un principio giusto, in fondo a una grotta, è più forte di un esercito”; e per un periodo le nostre celle, negli Stati Uniti, erano in pratica dei buchi. Ma noi siamo sempre stati determinati, mai deboli. Anche quando abbiamo pensato che forse saremmo morti in prigione. Non potevamo tradire un popolo che ha resistito a tutte le aggressioni.». Antonio Guerrero, uno dei cinque eroi cubani («los 5»), ingegnere, poeta e pittore, ha raccontato a Roma fra gli applausi la sua lunga prigionia, sulla base di una sentenza di condanna per spionaggio oltremodo ingiusta: i cinque agenti cercavano solo di proteggere Cuba dalle attività terroristiche statunitensi che hanno costellato la storia dei due paesi.

Già, la storia: Antonio, che ha ripetuto di rappresentare i cinque ma di voler essere considerato uno degli undici milioni di cubani, ha spiegato: «la storia del mio paese è piena di eventi importanti, forse quella di noi cinque non è così grande come quella dei nostri medici che in Sierra Leone hanno lottato contro l’Ebola», precisando: «uno di loro mi ha raccontato che i dottori degli altri paesi lasciavano ai cubani le situazioni e i casi più difficili». Del resto «anni fa il presidente nordamericano Barack Obama disse che le decine di migliaia di medici cubani che salvavano vite nelle situazioni più disperate erano fra le carte vincenti di Cuba e perdenti per gli Usa». Tanto che «a soli 90 chilometri dall’impero che minaccia di portare il mondo alla catastrofe, la rivoluzione continua, Cuba resiste e continua a scrivere pagine importanti. E questo dimostra che un mondo migliore è possibile».

La vicenda de «los 5» è servita a sensibilizzare molto le persone. Ma ad esempio gli statunitensi hanno potuto sapere qualcosa dei cinque solo quando loro sostenitori di diversi paesi hanno comprato una pagina a pagamento sul New York Times. Ma questo non basta: «Il popolo statunitense – e non solo – vive disinformato, vive in un altro mondo. E’ che i grandi media, e le teste “pensanti” in molti posti del mondo cercano, nel loro interesse, di far sì che l’essere umano sia egoista. Ma ancora una volta, ricordiamo José Martí: “La vera persona non guarda a dove si vive meglio ma a dove si trova il proprio dovere”; ecco una delle grandi battaglie dell’umanità. Il nostro eroe diceva anche: “La morte non è vera, quando abbiamo compiuto bene l’opera della vita».

Antonio Guerrero, ringraziando chi ha agito per la liberazione dei cinque agenti antiterroristi («la prima manifestazione di solidarietà pubblica la avemmo al ritorno in cella, dopo la terribile sentenza; tutti i detenuti applaudivano e ci incoraggiavano»), ha esortato i sostenitori di Cuba ad agire per il cambiamento anche a casa propria: «Se vedete Cuba come un piccolo faro che fa la differenza nel mondo, ognuno di voi dovrebbe avere il desiderio che il paese nel quale vive sia diverso. La lotta non può essere in una sola direzione. Noi abbiamo poche risorse, voi ne avete molte di più. Ma la porta della speranza è aperta».

Antonio Guerrero ha parlato del presente e del futuro dei cinque nel contesto della Cuba di adesso. «Non so che cosa faremo, l’importante è fare le cose con amore e per il bene di tutti. C’è tanto da fare, non riesco a immaginare come ci siano persone che la mattina si svegliano e non pensano a questo! E sempre per citare Martí: “Dimentica quel che hai fatto, concentrati su quello che devi ancora fare”. E anche “il miglior modo per dire è fare”…ma certo per adesso noi parliamo tanto, dappertutto, fino a quando daremo conferenze?…»

L’attualità è certo piena di dubbi, apparentemente confusa. «Adesso i media occidentali parlano – male – più del Venezuela che di Cuba. Dobbiamo appoggiare la rivoluzione in Venezuela, e studiare il pensiero di Hugo Chávez». Sull’avvicinamento agli Stati uniti, e sugli eventuali pericoli, rispondendo a una domanda dal pubblico Guerrero è stato chiaro: «Il capitalismo non è la soluzione per i problemi di questo mondo. Noi diciamo che così come finirono gli altri imperi, forse un giorno finirà questo incubo, ma fino a quel momento non sarà possibile una politica totalmente onesta e giusta con Cuba e con gli altri paesi. Per sostenere lo stile di vita degli Stati uniti, questi hanno bisogno per forza di dominare altri paesi. In precedenza, abbiamo visto quello che facevano a Cuba, adesso i meccanismi sono altri. Gli Usa avevano visto che stavano perdendo opportunità. Adesso cercano di inserirsi nella nuova apertura. E secondo me lo stanno facendo con un calcolo ben preciso». Del resto, lo hanno anche dichiarato, sia Obama sia la Clinton per la quale «nonostante le buone intenzioni, la nostra politica di decenni di isolamento ha solo rafforzato la presa del regime di Castro sul potere».

Ma, ha continuato Antonio Guerrero, «noi cubani non siamo ciechi. Magari qualcuno pensa che i giovani cubani abbiano meno coscienza, meno senso storico. Ma questo vale anche per la gioventù italiana» (avremmo voluto dire ad Antonio: “mille volte di più”), «i tempi sono cambiati, ma io ho incontrato varie volte i giovani cubani e posso dirlo: le giovani generazioni hanno passato a Cuba momenti economici molto difficili – durante il periodo especial – ma continuano a difendere la rivoluzione. Hanno la responsabilità di succedere alla generazione storica della rivoluzione, e saranno loro a difendere il futuro di Cuba. Sono sicuro che loro conoscono il mostro. Siamo preparati. E adesso i nostri giovani sono anche in Nepal ad aiutare le vittime del terremoto. Questa è la gioventù cubana».

Tuttavia, gli abbiamo chiesto per L’AntiDiplomatico e per Radio Habana Cuba, malgrado la tenuta politica e morale dei cubani, non si profila il pericolo di una invasione del consumismo, la seguito di milioni di turisti statunitensi e degli altri aspetti dell’acercamento (avvicinamento) che sta sostituendo il bloqueo? Non sarà il consumismo a sconfiggere gli ideali della rivoluzione martiana, che in questo mondo è anche abbastanza marziana? Antonio, dopo tanti anni di assenza, come ha trovato Cuba? La sua risposta: «in 24 anni il mondo è cambiato. Cuba anche. Il consumismo non c’è a Cuba. Noi abbiamo la sfida di soddisfare i bisogni delle persone, non ha niente a che vedere con il consumismo. Basta stare a Cuba e confrontarla con altri paesi. Dobbiamo dare di più al popolo. Produrre di più. Eliminare la doppia moneta. Nel mondo di oggi nessuno sfugge alla povertà. E chi ha consumismo ha più problemi, ci sono più differenze. Hanno di tutto, incentivano la gente a comprare e la gente si sente sempre più frustrata. Noi cerchiamo di lavorare per migliorare il livello di vita delle persone, dopo il periodo especial. A Cuba non c’è consumismo. Ci sono più possibilità, di mangiare e di altro. E vogliamo che arrivi a tutti. Questo è quel che percepisco, dopo 24 anni di assenza». Quindi nessun pericolo di invasione? «Nessun pericolo, nessun pericolo. No hay peligro. No hay peligro. No hay peligro».

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