Il mio Iraq e quello degli altri: 25 anni dall’inizio dell’olocausto

da fulviogrimaldi.blogspot.it

In Siria e in Iraq le forze patriottiche sono all’offensiva.

“Quando racconto la verità, non è tanto per convincere coloro che non la conoscono, quanto per difendere quelli che la sanno”. (William Blake)

E finché facevano guerre, il loro potere veniva preservato, ma quando ottennero l’impero, caddero. Perché dell’arte della pace non sapevano niente e non si erano mai dedicati a nulla che fosse meglio della guerra”. (Aristotele. Gli Usa, dalla nascita, hanno fatto in media una guerra all’anno)

Una partita con tre campi da gioco

In tutte le guerre, rivoluzioni, aggressioni che ho vissuto e ho provato a raccontare, si configuravano sempre tre schieramenti. Il primo stava sul campo “Realtà” ed era costituito dal popolo sotto attacco e dai suoi amici in giro per il mondo; il secondo stava sul lato opposto, in un campo chiamato “Menzogna” ed erano le armate e le parole di soldati, politici, banchieri, industriali colonizzatori. In mezzo, con una gamba di qua e una di là, in un campetto di nome “Né-Né”, ciondolavano gli Astenuti. Ho sempre pensato che, per primi, dovevano essere tolti di mezzo questi qua. Confondevano sia la vista, sia i suoni  dello scontro, che quelli della “Realtà” si sforzavano di percepire. Spargevano, anche all’occhio di chi guardava dalla finestra, una nebbiolina che offuscava i contorni. Per me combattere quelli del campo “Menzogna” significa far piazza pulita degli “Astenuti”.  Dopo, si sarebbero potuti affrontare i nemici, meglio identificati grazie alla scomparsa dei mistificatori. Con gli Astenuti, va detto, gli irreali non se la sono mai presa.

Sono parecchi i luoghi dove ho visto questi soggetti manifestarsi, sempre nella formazione appena descritta: Palestina 1967, Irlanda 1969-1990, Jugoslavia 1999-2001, Iraq 1977-2003, Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador 2002-2006, Cuba 1995-2005, Libano 1997-2006, Libia 2011, Siria dal 2012. Non mi sono mai potuto privare della scoperta di trovare, in tutti questi campi, immancabilmente gli Astenuti o “Né-Né”. In Palestina, pur biasimando il regime sionista, predicano la nonviolenza a coloro cui andavano sfasciando la testa le SS sioniste e arrivano a dare del “terrorista” a quelli a cui orde di robocop trovano (o mettono) un coltello addosso. Pur alzando il ciglio sull’occupazione  britannico-fascista dell’Irlanda del Nord, rampognavano la risposta dei repubblicani, troppo dura, e ne festeggiarono la resa, come trionfo della pace, con l’Accordo del Venerdì Santo (1998). In Palestina il “diritto dello Stato di Israele di esistere” si confonde con i pat-pat sulle spalle degli espropriati e genocidati. Fino a inebriarsi della truffa di Oslo e dei “Due Stati”.e caldeggiare marcette pacifiste di 10 palestinesi e 4 israeliani.

Con la Jugoslavia, l’epistemologia sulla natura di cosa andava succedendo e chi erano gli attori in scena ha visto la prima manifestazione della sindrome schizofrenica che colpisce gli Astenuti. Nato cattiva, ma Milosevic dittatore. Dunque, eticamente, né-né. Tra chi bombardava televisioni, ospedali, case, ponti, treni, scuole, fabbriche petrolchimiche, per ridurre in frantumi e contaminare un paese e chi questo trattamento lo subiva, fiorì rigoglioso il né-né. Né con la Nato, né con Milosevic. Ma in fondo, un po’ meno di meno, con quei ipernazionalisti del dittatore serbo. E così, succhiando linfa dall’informazione totalitaria e oligarchica, lastricavano di buone intenzioni la strada per l’inferno.

Con una coerenza invidiata da tutti noi, in Libia si incupirono più degli inesistenti “bombardamenti di Gheddafi sulla propria gente” degli spavaldamente esistenti missili a pioggia. E rivestirono di panni sgargianti di arcobaleno invasati terroristi che decollavano e scuoiavano civili e prigionieri. Spettacolino ripetuto per Iraq e Siria. Su un popolo cui per 25 anni hanno riservato un destino mostruoso, paragonabile a quello palestinese solo perché questo dura da settant’anni, hanno fatto pendere, e continuano a farlo, la spada di Damocle del dittatore Saddam. Ha sterminato 200mila curdi (sono ancora tutti lì e si mangiano pezzi di Iraq su mandato USraeliano), divorato il Kuweit (provincia irachena rescissa dai britannici), represso il suo popolo, sterminato 5000 comunisti (mai successo). E in fondo, ignominia!, anche amico degli Americani che lo hanno armato (mai amico, mai armato, se non dall’URSS). Così ha potuto essere tranquillamente preso a calci e appeso.

Oggi si esercitano con passione sulla Siria dove, con un copia-incolla dal Pentagono, trascrivono e diffondono  l’anatema contro “i governi che fanno la guerra ai propri popoli” (si sa quali) e l’auspicio, con un’ occhiata al “dittatore Assad”, “per la pace e la democrazia in ogni paese” (dove si sa cos’è questa democrazia e chi la esporta). Ma ovviamente, pur condividendone la ragioni, sono contro le guerre Nato. Né-né. Un messaggio che fa facile presa su gente che non vuole problemi.

Il 12 maggio del 1977, mio genetliaco,  un candelotto centrò il mio ginocchio. Mi inseguirono e fotografarono. Era la manifestazione pro-divorzio nella quale, anche sotto i miei di occhi, a Ponte Garibaldi di Roma, i “Falchi” omicidi di Cossiga ammazzarono Giorgiana Masi. La notte e il giorno dopo, rastrellamenti. Ne avevo viste e subite abbastanza per togliere il disturbo. Il compagno medico, Giorgio Alpi, papà della mia collega Ilaria, mi fece avere un certificato medico per il lavoro. Arrivai nello Yemen. Fu nell’estate di quell’anno che, dallo Yemen, il mio settimanale, “The Middle East”, mi spedì in missione a Baghdad.

>>>Continua a leggere>>>

 

ALBA, maestra contro le guerre: una breve storia

e8b8c-logo_alba_tcpdi Marinella Correggia

Sommario. Breve storia di come i paesi dell’Alba (Alleanza bolivariana per la nostra America) e in particolare Venezuela e Cuba costituiscono un gruppo di Stati “Amici della pace” che si contrappongono agli “Amici della guerra” (fra i quali spicca l’Italia, con altri membri Nato e le petromonarchie…). L’Onu – se non fosse dominato da poche potenze – dovrebbe nominare l’Alba “Negoziatore speciale nei conflitti”

 

«Non vi è sviluppo senza pace. Bandiamo per sempre l’uso della forza e la minaccia dell’uso della forza nella regione» ha dichiarato il 29 gennaio 2014 il presidente cubano Raul Castro, a conclusione del Secondo vertice dei 33 paesi della Celac (Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi) che, con la Dichiarazione dell’Avana, facendola finita con una politica di divisioni fomentata dagli Usa, pone la solidarietà come base per l’integrazione e si impegna a fare della regione una «zona di pace, che usa il dialogo e il diritto internazionale, non i conflitti armati, per risolvere i contenziosi».

 

Mentre altri blocchi di paesi si distinguono per essere “amici della guerra”, e delle destabilizzazioni per fini geopolitici, o per ignavia, Cuba e gli altri paesi dell’Alleanza Alba hanno una consolidata storia di militanza contro l’incubo della guerra. Opporvisi è un «dovere internazionalista».  Cuba non ha mai creduto ai pretesti della «guerra giusta», dell’«intervento umanitario», più recentemente chiamato «responsabilità di proteggere», veicolati dai governi egemoni e dalla «dittatura mediatica» (definizione del Comandante) per occultare davanti alle rispettive opinioni pubbliche motivazioni ben meno nobili.

A partire dalla sua prima elezione nel 1998, il presidente venezuelano Hugo Chávez si unisce all’asse della pace, seguito poi dai successivi membri dell’Alba, e in particolare dal Nicaragua e dalla Bolivia. Nel frattempo lo stesso Movimento dei paesi non allineati, e l’Urss, poi Russia, mantenevano un atteggiamento altalenante e incerto.

Non hanno mai vinto un premio Nobel per la pace, i paesi dell’Alba potrebbero essere nominati dalla «comunità internazionale» un «pool di pronto intervento per la pace». E legittimamente, di fronte agli esiti orrendi degli interventi «umanitari» potrebbero dire: «Ve l’avevamo detto». Ma ecco una cronologia.

29 novembre 1990, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva la risoluzione 678 che autorizza gli stati membri a usare  «tutti i mezzi necessari» per ottenere che l’Iraq si ritiri dal Kuwait che ha occupato. L’ultimatum è fissato per il 15 gennaio 1991. E’ in pratica l’autorizzazione legale alla cosiddetta «operazione di polizia internazionale». I membri non permanenti del Consiglio, africani, latinoamericani e asiatici, sono oggetto di un massiccio acquisto di voti da parte soprattutto degli Usa. Solo due paesi osano votare no: Cuba e Yemen. Per ritorsione, l’Arabia Saudita espelle tutti i lavoratori yemeniti, mentre Usa e Banca mondiale cancellano i programmi di aiuto. La Cina si astiene. Anche l’Unione sovietica di Gorbaciov vota a favore. L’ultimo a cercare di mediare, con un viaggio in extremis a Baghdad, è il presidente nicaraguense Daniel Ortega. Niente da fare, il mondo è sordo. La guerra inizia a suon di bombe nella notte fra il 16 e il 17 gennaio: uno spartiacque nella storia moderna. Una guerra devastante, che uccide decine di migliaia di civili, centinaia di migliaia di militari iracheni e distrugge le infrastrutture del paese.

Iraq embargo, 1991-2003. L’Iraq distrutto dai bombardamenti è stretto nella morsa dell’embargo. Manca tutto. In un ospedale di Baghdad, sparute (e inutili) delegazioni di pacifisti si vedono accogliere, con un certo stupore, da un medico cubano di origine palestinese, Anuar, che a costo zero per l’Iraq, aiuta i colleghi locali nell’emergenza del dopoguerra. Anni dopo, l’internazionalismo di Cuba viaggerà con le sue brigate mediche, mandate negli epicentri del bisogno. Nell’agosto 2000, il neopresidente venezuelano Hugo Chávez, in visita nei paesi arabi dell’Opec, va in Iraq, il primo presidente a visitare il paese dal 1991, Si attira gli strali degli Usa perché… non ha chiesto il consenso del Comitato per le sanzioni che si occupa dell’oil for food. Una visita di rottura in un paese piegato.

Jugoslavia 1999. Sul quotidiano Granma, il 25 marzo 1999 – la guerra della Nato contro la Serbia è iniziata da pochi giorni, senza il consenso dell’Onu  – Cuba condanna la «ingiustificata aggressione contro la Jugoslavia, capeggiata dagli Stati uniti». Pochi giorni dopo Fidel Castro invita quelli che chiama «jugoslavi» (ma ormai il paese è smembrato da un pezzo) a «resistere, resistere e resistere». Lo ricorderà anni dopo nel suo articolo Le guerre illegali dell’impero (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2007/10/01/las-guerras-ilegales-imperio/) parlando di un «unipolarismo oltraggioso, sostenuto da un impero guerrafondaio, che si erge a polizia mondiale»Il 21 febbraio 2008, Hugo Chávez spiega che il Venezuela non riconoscerà un Kosovo indipendente, al quale l’Occidente applaude, avvertendo che la separazione dalla Serbia peggiorerà la situazione nei Balcani e sarà un pericoloso precedente: una secessione nata da una guerra Nato.

Afghanistan 2001. Il 23 settembre 2001 Fidel Castro avverte che attacchi militari Usa sull’Afghanistan potrebbero avere conseguenze catastrofiche e  dichiara l’opposizione di Cuba sia alla guerra che al terrorismo. In vari discorsi, dichiarazioni e documenti dell’epoca (raccolti nel libretto pubblicato all’Avana Cuba: contra le terrorismo y contra la guerra),  il presidente il 22 settembre avvertiva che la tragedia dell’11 settembre non doveva essere servire «a iniziare irresponsabilmente  che con il singolare e strano titolo ‘Giustizia infinita’ potrebbe convertirsi in una mattanza di altrettanti innocenti»e commentava nei dettagli le parole pronunciate poco prima da Bush («Useremo qualunque arma di guerra (…), guerra di civiltà (…) Dio non è neutrale»Per Castro, era «l’idea di una dittatura militare mondiale, senza legge», mentre una soluzione pacifica era ancora possibile e che l’Assemblea dell’Onu poteva condurre questa lotta al terrorismo, senza bombe. Ricordava anche che «già si contano le vittime: milioni di persone che fuggono»Pochi giorni dopo iniziano i bombardamenti Usa sulle capanne afghane. E Fidel Castro in un editoriale scrive: «una guerra delle tecnologie più sofisticate contro gli analfabeti; dei più ricchi contro i più poveri; degli ex colonizzatori contro i colonizzati; dichi si considera portatore di civiltà contro i barbari»Una guerra  «a favore del terrorismo, che diventerà più difficile da sradicare».  Guerra infinita: anni dopo, nel 2009, Fidel spiega che il ritiro del premio Nobel per la pace da parte di Barack Obama è stato un «atto cinico» visto il continuo impegno di guerra in Afghanistan «noncurante delle vittime»,  e visto che gli Usa sono «una super potenza imperiale con centinaia di basi militari dispiegate in tutto il mondo e duecento anni di interventi bellici» (http://it.cubadebate.cu/fidel-riflessioni/2009/12/09/obama-non-era-obbligato-ad-un-atto-cinico/). 

Iraq 2003. Alla vigilia della nuova guerra annunciata, quasi tutti gli ambasciatori e relativi staff fuggono di gran carriera. Non i cubani.  L’ambasciatore e parte dello staff rimangono là, sotto le bombe anglo-statunitensi con l’aiuto italiano. Per lo sparuto gruppo dei pacifisti internazionali dell’Iraq Peace Team, quell’ambasciata è un’isola di pace, dove si prende un caffè preparato dal vice ambasciatore e si inveisce contro chi bombarda. L’ambasciatore Ernesto Gomez Abascal lascia il paese in aprile, all’arrivo dei marines. L’ambasciata chiude, mentre quelle occidentali riaprono: «Non riconosciamo gli occupanti». Oltre dieci anni dopo, quell’ambasciatore di fronte alla guerra mediatica che colpisce il Venezuela ricorda che al tempo i media si piegarono alla campagna di menzogne alla quale si fece ricorso prima dell’invasione. Solo dopo troppo tardi alcuni di loro fecero autocritica. E comunque oggi i dirigenti politici e soprattutto le grandi potenze, pianificano l’inizio delle ostilità proprio ricorrendo a istituzioni specializzate in guerre mediatiche.

Per il vicepresidente venezuelano José Vicente Rangel, la guerra è «il collasso dell’intelligenza e dell’immaginazione e il conflitto crea una situazione molto particolare e molto inquietante nel mondo (…) il diritto alla pace non può essere subordinato a quello che alcuni considerano un diritto alla guerra».

Il 3 agosto 2006, Chávez rompe le già parziali relazioni diplomatiche con Israele espellendo l’incaricato d’affari in segno di protesta contro la guerra al Libano.

Libia, 2011. Il caso libico vede il Venezuela, Cuba e gli altri paesi dell’Alba protagonisti di uno sforzo negoziale per bloccare la guerra della Nato e impegnate a dire molti no a livello dell’Onu. Fidel Castro dedica molte delle sue «reflexiones del compañero Fidel» alla Libia fin dai primissimi giorni (il 21 febbraio). Sottolineando la necessità di indagini più rigorose rispetto al diluvio di notizie di ogni tipo, centrate sull’eccidio di migliaia di manifestanti pacifici (che si scoprirà poi non avvenuto), egli spiega che al governo degli Usa e alla Nato non interessa affatto la pace nel paese nordafricano e avverte che la guerra è imminente. A Ginevra, Cuba è membro di turno del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Il 25 febbraio, si dissocia dalla richiesta da parte del Consiglio stesso di sospendere la Libia, anch’essa membro di turno.  Cuba – come il Venezuela che non è però membro di turno del Consiglio – dice no anche alla risoluzione senza precedenti dell’Assemblea generale, che il 1 marzo sospende la Libia dal Consiglio per i diritti umani. Cuba sostiene una «risoluzione sovrana e pacifica del conflitto, senza alcun intervento esterno, tanto più se militare, che porterebbe migliaia di morti». Nelle stesse ore,  il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez interviene all’Onu a Ginevra sull’ipocrisia delle potenze, chiedendosi cosa deciderà Consiglio di Sicurezza (che il 26 febbraio ha imposto sanzioni alla Libia) rispetto a chi ha ucciso oltre un milione di civili in Iraq e Afghanistan; e chiede al Consiglio per i diritti umani se sarebbe pronto a sospendere gli stati che scatenano guerre, o mandano in giro droni, o che somministrano aiuti a paesi che violano i diritti dei popoli, come in Palestina.

Il 3 marzo (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2011/03/03/la-guerra-inevitable-de-la-otan/) Fidel Castro chiede al mondo di sostenere la proposta negoziale per la Libia avanzata dal presidente venezuelano Hugo Chávez, appoggiata ufficialmente dai paesi dell’Alba: «Il presidente bolivariano sta facendo uno sforzo encomiabile per trovare una soluzione che eviti l’intervento della Nato in Libia. Le sue possibilità di successo saranno maggiori se egli otterrà l’appoggio di un ampio movimento di opinione a favore dell’idea, prima che si verifichi l’intervento armato e non dopo, per evitare che i popoli debbano veder ripetere altrove l’atroce esperienza dell’Iraq».

La proposta dell’Alba rispetto alla Libia (paese nel quale proprio nel 2011 doveva svolgersi un incontro afro-latinoamericano) è stata elaborata fin dagli inizi di marzo: “Formare una Commissione internazionale per la pace e l’integrità della Libia” (http://aporrea.org/venezuelaexterior/n176027.html). Hugo Chávez ha seguito alla lettera il diritto internazionale che chiede prima di tutto di negoziare (“un anno di negoziati è meglio di un giorno di guerra” disse Alex Langer): “Il governo libico ha accettato la proposta dell’Alba di inviare una commissione internazionale per la verifica dei fatti e la mediazione fra le parti; anzi, il governo libico ha chiesto una missione della stessa Onu”.  Dice il presidente bolivariano: «In Libia dobbiamo mostrare come la comunità internazionale dovrebbe lavorare nel XXI secolo: un gruppo di nazioni che si assume la responsabilità di sfide globali. E’ questo l’obiettivo stesso delle Nazioni Unite. Dunque ogni nazione qui presente deve essere orgogliosa di essere riuscita a salvare vite innocenti in Libia e di aver aiutato il popolo libico. E’ la cosa giusta da fare». Chávez sostiene che «gli Stati Uniti – seminatori di guerre nel mondo – e i paesi occidentali fomentano le guerre civili fra i popoli, bombardano, distruggono e poi si appropriano del paese che a loro conviene». Secondo il Psuv (Partito socialista del Venezuela) e il presidente, il Medio Oriente è panorama di due fenomeni ben differenti l’uno dall’altro: da un lato delle vere rivolte popolari (Egitto, Tunisia, Yemen, Bahrein) contro monarchi e presidenti autoritari amici dell’occidente, dall’altro delle operazioni politico-militari finalizzate ad attuare un cambio di regime e spacciate per «protezioni dei civili e dei diritti umani» attraverso un’opera di santificazione degli oppositori e di demonizzazione dei governi di Libia e Siria (http://barbarameoevoli.wordpress.com/2012/06/04/chavez-e-psuv-in-libia-e-siria-non-vi-e-stata-una-primavera-araba/)

Il 4 marzo a Caracas il Consiglio Politico dell’Alba-Tcp appoggia ufficialmente l’iniziativa per evitare l’aggressione e «trovare una soluzione pacifica al conflitto armato in corso (…) rifiutando qualunque tipo di intervento della Nato o di potenze straniere così come tutte le intenzioni di approfittare opportunisticamente della tragica situazione per giustificare una guerra di conquista verso le risorse energetiche e idriche che sono patrimonio del popolo libico e non possono essere utilizzate per soddisfare la voracità del sistema capitalista. L’Alba si appella all’opinione pubblica internazionale e ai movimenti sociali del mondo perché si mobilitino in risposta ai piani bellici e intervisti in Libia». Il 20 marzo, 40 partiti della sinistra latinoamericana riuniti per una conferenza appoggiano la proposta dell’Alba. In Italia la redazione della rivista ALBAinformazione rilancia l’appello ai movimenti sociali e all’opinione pubblica, in nome “della vita, della sovranità e dell’autodeterminazione del popolo libico”. La sinistra occidentale, cioè dei paesi destinati a bombardare, non aiuta l’Alba. Rimane più che muta.

Che sarebbe successo se i paesi latinoamericani  fossero riusciti a trascinare la titubante Unione Africana, formata da 52 stati, e poi i membri non occidentali di turno al Consiglio di Sicurezza fra i quali Cina e Russia, dotate di diritto di veto? Una specie di attivissimo cartello allargato di non allineati avrebbe isolato nel Consiglio di Sicurezza e fuori Francia, Usa e Gran Bretagna impedendo un attacco della Nato gendarme internazionale. I media non avrebbero potuto ignorare le azioni popolari di massa né un negoziato condotto da un centinaio di stati (da Antigua e Barbuda alla Cina!), e corredato da “pezze giustificative”: la prova, portata dalla commissione internazionale, che non esisteva il “massacro di civili libici” da parte del governo, e le prove che esistevano interessi egoistici molto forti a favore dell’intervento militare.  

Nel corso dei bombardamenti Nato, è Rolando Segura, giornalista cubano della venezuelana Telesur, uno fra i pochi che a Tripoli si discosta dall’esaltazione mediatica della guerra e della «rivoluzione. E mentre cadono le bombe Fidel definisce le operazioni Nato «un crimine mostruoso», e l’operato aggressivo della Nato nel mondo un«genocidio» (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2011/10/24/el-papel-genocida-de-la-otan/). Il presidente boliviano Evo Morales chiede che Obama restituisca il premio Nobel. E invece, sarà un altro partecipante alla guerra in Libia, l’Unione europea, a essere insignita. Nel 2012. 

Per tutto il periodo della guerra Nato, a Tripoli le ambasciate di Cuba e del Venezuela rimangono aperte, con gli ambasciatori presenti. Settembre 2011, mentre gli alleati locali della Nato stanno vincendo in Libia, il presidente Hugo Chávez commenta duramente i fatti chiedendo una commissione internazionale di indagine sui crimini di guerra.

Siria 2011-2013.  All’ ingerenza anche armata nella crisi siriana, trasformata così in una guerra devastante, Cuba, Venezuela, Bolivia e  Nicaragua hanno detto no in sede Onu in molte circostanze, quasi in solitudine, sia all’Assemblea dell’Onu sia al Consiglio dei diritti umani. Come faceva notare Chávez: «La tattica è la stessa usata per la Libia: infiltrare terroristi e mercenari con l’obiettivo di destabilizzare il paese, generare violenza, sangue e morti e far cadere il governo inviso agli Stati Uniti»; e mentre Europa e Usa imponevano sanzioni al paese, il Venezuela mandava carburante (come agli statunitensi poveri e a molti paesi…).   Se a New York i paesi contrari a risoluzioni bellicose e interventiste in più occasioni sono stati solo una dozzina (insieme all’Alba, pochi Stati del Sud e poi Russia Cina e Iran), al Consiglio di Ginevra quando Cuba prima e Venezuela poi sono stati membri di turno (dal 2014 lo sono entrambi), hanno votato in perfetta solitudine salvo qualche astenuto contro risoluzioni e rapporti sulla Siria, come quelli della Commissione Coi pieni di notizie non verificate, o provenienti da fonti non neutrali rispetto alle responsabilità. Senza timore di essere additati a nemici del demonio (come ha fatto ad esempio Human Rights Watch nel suo rapporto di dicembre 20’13 sul Venezuela).

Non viene accettata la proposta dell’Iran di inserire il paese bolivariano nel quartetto di potenze regionali che malamente si consultano sulla Siria (Egitto, Iran, Arabia Saudita, Iraq).

All’apice della propaganda internazionale, nel giugno 2012, l’ambasciatore di Cuba a Ginevra  dopo il massacro di Houla dichiara: « (…)  Il più elementare senso di giustizia deve impedire che si attribuiscano responsabilità a partire da semplici insinuazioni di parti interessate a promuovere la destabilizzazione e l’intervento militare straniero in Siria, per i quali i paesi della Nato dedicano notevoli risorse, finanziando e armando un’opposizione che soddisfi le loro ansie di cambio di regime in questo paese (…). La condotta di alcuni membri della Nato nella regione dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, i loro ingiustificabili bombardamenti, i crimini contro i civili indifesi e il silenzio complice di fronte alle azioni d’Israele contro il popolo palestinese, sostengono le tesi che non è precisamente la promozione e la protezione dei diritti umani la legittima motivazione del dibattito che oggi ci occupa».

Evo Morales, presidente della Bolivia, durante il suo discorso all’assemblea dell’Onu (http://actualidad.rt.com/actualidad/view/106798-morales-onu-bolivia-siria) propone la creazione di un tribunale dei popoli «per giudicare il presidente Obama per delitti contro l’umanità» e il cambio della sede dell’Onu «il cambio della sede dell’Onu visto che gli Stati uniti sono rifugio di corrotti, terroristi e delinquenti». Aggiungendo che «le democrazie non fanno guerra» e che «il terrorismo si combatte con le politiche sociali, non con le basi militari».

A proposito: nel settembre 2009 l’Ecuador ha sfrattato quella statunitense di Manta.

Nell’estate 2013, come riporta  Le Monde diplomatique del mese di agosto, Evo Morales sequestrato per alcune ore in Europa con il suo aereo lancia una filippica contro le nazioni oligarchiche, monarchiche e gerarchiche: «Il marchio indelebile dell’imperialismo – militare o economico – ha sfigurato l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Siria. Alcuni di questi paesi sono stati invasi perché li si sospettava di detenere armi di distruzione di massa o di ospitare organizzazioni terroriste. Paesi nei quali migliaia di esseri umani sono stati uccisi, senza che la Corte penale internazionale abbia intentato il minimo processo».

Alla fine di agosto in seguito all’attacco con le armi chimiche a Ghouta (è sempre più chiaro che la responsabilità grava su gruppi armati antigovernativi), davanti all’imminente guerra in Siria, Fidel Castro avverte del «genocidio contro i popoli arabi» che Usa e alleati si stanno preparando a compiere, con «menzogne, manipolazioni mediatiche e una prolungata impunità già viste nelle operazioni in Kosovo, Iraq, Afghanistan e Libia».

Cuba propone una riunione straordinaria dell’Assemblea generale dell’Onu per fermare la guerra di Obama & C. In un comunicato ufficiale, il ministro degli esteri Bruno Rodriguez Parrilla chiede al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di «tener fede al mandato di tutela della pace, frenando un intervento militare che minaccia la pace e la sicurezza internazionale in questa regione del mondo». Ma dall’altro, «anche l’Assemblea generale dell’Onu ha la responsabilità di fermare le aggressioni, soprattutto quando si prevede che il Consiglio di Sicurezza, dominato dagli Usa, non possa decidere in tal senso. L’Assemblea deve riunirsi con urgenza. Il Segretario generale dell’Onu deve rispondere all’immensa responsabilità che gli compete rispetto alla pace e deve attivarsi immediatamente». Nel 1956 l’Assemblea generale costrinse Francia, Regno unito e Israele a ritirarsi da canale di Suez. E anche durante la crisi coreana l’Assemblea si riunì d’urgenza.

Il governo di Cuba chiede ai governi e ai popoli la massima mobilitazione contro gli intenti bellicosi di Barack Obama il quale «non dà spazio ad alcuna soluzione politica, non presenta prove, viola il diritto internazionale e si prepara a provocare più morte e distruzione». Sarà l’accordo sullo smantellamento dell’armamento nucleare a creare una scappatoia per Obama.

Pace, diritto umano! Nel giugno 2013 il Consiglio per i diritti umani dell’Onu, con sede a Ginevra, approva un documento favorevole alla codificazione internazionale del diritto alla pace, finora non riconosciuto. La pace come diritto umano. La proposta, boicottata dall’Unione Europea e dagli Usa, è stata presentata da Cuba a nome della Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac), come primo atto presso l’Onu da parte del nuovo blocco. Il Venezuela, dal 2013 membro di turno del Consiglio per i diritti umani, lavora da tempo insieme a Cuba per questo progetto.

Venezuela, 26 febbraio 2014.  In piena crisi generata dalle violente proteste degli “studenti” nei quartieri ricchi, il presidente Nicolás Maduro inaugura una inedita Conferencia de Paz, che diventa permanente e si propone allo stesso tempo di realizzare Conferencias de Paz regionali. Fra le proposte viene approvata una “Commissione per la Verità”, per ricercare i responsabili degli assassini a partire dal 12 febbraio del 2014. Del resto il governo bolivariano ha mandato a scuola di pacifismo e diritti umani forze dell’ordine e corpi militari.

 

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: