Venezuela: 15 ottobre la battaglia per il tempo

di Marco Teruggi

13ott2017.- Il tempo è tornato ad allungarsi come pantano. La quotidianità sono i prezzi che aumentano, i salari più magri, gli antibiotici che non appaiono, la carta-moneta che scarseggia, la liturgia della campagna elettorale troppo identica a sé stessa. I giorni ora non sono compressi, a punto di scoppiarci in faccia.

La guerra ha ripreso il suo ritmo di logorio silenzioso e onnipresente che ci avvolge. Si è mostrata nuda nel suo assalto al potere tra aprile e luglio. C’erano i trend in Twitter che segnavano fuochi armati, i municipi assediati per giorni, gli assedi. Era cristallina e anche i suoi dirigenti, con le loro menzogne, lo erano. Ora non lo è più e senza dubbio è la stessa, con un cambio di ritmo, concentrata su ciò che è più certo – l’economia e l’impero – mentre le truppe locali, in crisi, riorganizzano la loro forza.

Dobbiamo seguirne le tracce. La sua tattica sta nell’alternanza delle forme, nella frontalità seguita dalla vigliaccheria di chi nasconde la mano, nella negazione di sé stessa, nel farci credere che se ne sia andata. Non se ne va mai. E questa domenica (oggi, 15 ottobre, NdT) ci sarà una nuova battaglia che sistemerà una parte del tavolo: le elezioni dei governatori.

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Un voto di guerra, per bloccare potere politico. Questa è una delle caratteristiche del 15 ottobre. “Ogni rivoluzione è una forma di conquistare tempo”, analizza Álvaro García Linera. E in questi ultimi anni abbiamo visto come il tempo, elettorale/politico/armato, sia stato il fuoco della battaglia. La domanda è: vincere tempo a che scopo? Per quattro ragioni:

  1. Impedire l’avanzamento delle trincee della controrivoluzione

Possiamo pensarlo in termini di posizioni. Ogni governatorato sarebbe uno spazio che, nel caso fosse occupato dalla destra, si convertirebbe in un nuovo territorio dal quale proverebbero ad avanzare. Funzionerebbero come i comuni e i governatorati che tra aprile e luglio erano sotto la loro direzione. Da lì c’è stato appoggio logistico – sia sotterraneo che esplicito – ai gruppi violenti, il ritiro dalle strade delle forze di sicurezza locali, la ripulitura del territorio per la scalata incendiaria.

Ogni spazio istituzionale che vinceranno potrebbe convertirsi in tale piattaforma. Sicuramente in altro modo: le fasi della violenza di strada non sono uguali le une alle altre, partono da linee simili, poi aumentano nelle loro forme e nei loro metodi. Lo mostrano le comparazioni tra le giornate dell’aprile del 2013, febbraio/aprile 2014, aprile/luglio 2017. E coloro che muovono i fili, cioè gli Stati Uniti, sanno che la sorpresa è un fattore chiave.

  1. Aspettare che migliorino le condizioni internazionali

Il conflitto venezuelano è parte della disputa geopolitica. Da un lato, Stati Uniti e le loro alleanze subordinate costruiscono scenari diplomatici, comunicativi, militari ed economici; dall’altro il chavismo si gioca le sue carte: relazioni con la Cina, la Russia, paesi emergenti, petroliferi, intenti ad evitare lo strangolamento imposto attraverso la forza del dollaro. In Venezuelasi condensa una delle battaglie del mondo.

La mappa delle alleanze attuali è legata anche alla peggiore correlazione continentale di forze degli ultimi anni. Non sarà eterna, l’anno prossimo ci saranno elezioni in Messico, Colombia e Brasile, paesi che possono riequilibrare la correlazione attuale. Ma è più di tutto questo: la questione delle relazioni internazionali rimanda alla vecchia domanda: si può sviluppare una rivoluzione in un solo paese? “Il tempo diventa il nucleo del fatto rivoluzionario: tempo per aspettare che altri facciano lo stesso”, dice Linera.

  1. Stabilizzare l’economia

Il tempo si ottiene, tra le altre cose, con stabilità economica. È lì che, giustamente, il pantano/arretramento si sente con forza. Sono almeno tre anni che si vive in questo quadro, con una acutizzazione dei problemi: prezzi, dollaro illegale, medicine, carta-moneta, ricambi, prodotti igienici. È in questo punto, inoltre, che è difficile prevedere un miglioramento. Per la forza dell’attacco/blocco straniero e dei grandi imprenditori, per i prezzi internazionali del petrolio, per la corruzione che ha attaccato aree strategiche, per i segnali contraddittori della direzione verso cui andare per resistere e avanzare, lo scarso impatto delle misure prese nella quotidianità.

L’economia non colpisce solo le tasche del popolo, ma anche le soggettività. Possiamo domandarci che effetti causa nelle coscienze, nel senso comune, un’economia che allarga le sue aree di micro-corruzione, profitti straordinari illegali, bagarinaggio di medicinali, carta-moneta, cibo, affari a spese delle domande ogni volta più urgenti dei settori popolari. La destra ha guadagnato posizioni in questa battaglia culturale. Di nuovo, con l’analisi di Linera: “Non c’è mai trionfo politico senza previo trionfo culturale”. Anche la destra può essere gramsciana.

  1. Avanzare nello sviluppo della società che-verrà

La rivoluzione non è una data, un atto, bensì un processo. Ha giorni fondanti, momenti di riflusso, avanzamenti ed espansioni democratiche, formazione collettiva, delegazione tra i governanti o azione diretta delle classi popolari. La rivoluzione non è nemmeno lo Stato, ma, sostanzialmente, l’allargamento della comunità e la sua costruzione di potere. Risulta difficile valutare in che situazione ci si trovi da questo punto di vista: che indicatori per misurare cosa, esattamente? Una cosa è chiara: è dentro la rivoluzione che si possono sviluppare le forme della società socialista, con centralità delle “comunas”.

Questo sviluppo in parte ha a che vedere con la volontà – o meno – della direzione e dell’impalcatura istituzionale, così come della forza che imprimono i differenti vettori politico/sociali organizzati. Lo Stato fornisce condizioni per creare comunità/organizzazione o, al contrario, burocrazia – politica e istituzionale – per operare come freno a mano dello stesso progetto che conforma. Il quadro sotto un governo di destra non sarebbe quello di una discussione delle tensioni interne, delle contraddizioni creative o distruttive, ma quello del tentativo di resistere alla vendetta che si sfogherebbe – i corpi incendiati tra aprile e luglio sono stati un’anticipazione di tutto ciò.

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Vincere le elezioni per i governatori non significherebbe un cambio del vincolo tra i governatori e le trame comunali – in generale non sono buone – né si tradurrà in un miglioramento delle condizioni materiali, un lenimento dei punti di soffocamento, né creerà nuove condizioni significative sul piano internazionale. Renderà possibile mantenere il potere politico, continuare nella costruzione del processo, nello sviluppo delle tensioni interne, guadagnare tempo nel quadro di una rivoluzione che resiste all’isolamento continentale e alle aggressioni nordamericane.

Risulta strano che in una guerra, sotto assedio, si pensi a regalare posizioni come forma di punizione ai generali. Quest’idea ne contiene un’altra sullo sfondo, sbagliata e pericolosa: se la destra vince si creerà un quadro che depurerà le contraddizioni del chavismo e permetterà un ritorno guidato dai settori non burocratici. Il problema è che la politica e la storia non sono un gioco di scacchi, le condizioni che hanno reso possibile la gestazione di questo processo non si ripeteranno e il nemico, nel caso dovesse conquistare il potere politico, non perdonerà.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

Venezuela: fin dove arriva la corruzione?

di Marco Teruggi – www.latabla.com

1ott2017.- La corruzione può disarmare la rivoluzione dall’interno. Si arriva a questa conclusione se si ascoltano le dichiarazioni del presidente Nicolás Maduro, e del Fiscal General, Tarek William Saab. Il primo ha affermato che si tratta del principale nemico del processo; il secondo è colui che, settimana dopo settimana, presenta in pubblico la mappa della crescente estensione del problema.

Aree: abbraccia, per quanto si è detto finora, la Fascia Petrolifera dell’Orinoco (FPO) e diverse divisioni di PDVSA – come Petrozamora; le importazioni, come appare chiaro dai primi 900 casi legati a Cadivi/Cencoex; sanità, come si è visto dai vari arresti. Vuol dire che è presente nel petrolio, da cui proviene il 95% di valute del paese; nel sistema di importazioni, in una economia con alti livelli di importazione di prodotti essenziali, e in un’area vitale – letteralmente – come la sanità.

Attori: il potere giuridico; reti di estorsioni pubbliche/private; membri della dirigenza del PSUV – come è stato, ad esempio, García Plaza; imprenditori nazionali e transnazionali; direttori di istituzioni pubbliche, la trama finanziaria che permette la fuga di capitali. La corruzione è trasversale, crea nodi di unione tra attori diversi, legati dall’arricchimento illecito a discapito del bene pubblico, della rivoluzione.

Dimensioni: qual è la somma totale del maltolto? Secondo il Fiscal General, si tratta della più grande sottrazione e del più grande danno patrimoniale degli ultimi 30 anni. Nel caso dell’industria petrolifera ha dichiarato che ci sono stati 41 mila contratti, per un ammontare di circa 35 miliardi di dollari. Solo tenendo in conto 10 contratti con sovrapprezzo del 230% il danno causato è di circa 200 milioni di dollari.

La data di inizio di questa trama corruttiva è il 2008, un anno dopo di quanto avvenuto nella Fiscalía General. Quasi dieci anni di mafia, miliardi rubati in aree strategiche dell’economia.

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Il quadro e l’analisi sono complessi. In particolare perché si tratta di una zona che fino ad ora era quasi monopolio discorsivo della destra. Un cavallo di battaglia dell’opposizione: dagli Stati Uniti si “ammoniva contro la corruzione pubblica generalizzata in Venezuela”; secondo Luisa Ortega Díaz “la corruzione è ciò che tiene il Venezuela sprofondato in questa crisi”; in diverse pagine si sottolinea che il paese è uno dei più corrotti al mondo. Non è casualità, si tratta di un modello di opinione che ha l’obiettivo di isolare, demonizzare, giustificare sanzioni attuali e quelle che verranno.

La battaglia è simultanea. Esiste una dimensione comunicativa: ammettere il problema, come han fatto Maduro e William Saab, nominarlo pubblicamente e affrontarlo. Riconoscere dà credibilità: la situazione economica ha una componente problematica propria, la corruzione.

Poi una dimensione di verità: sapere quello che è successo, chi sono stati i colpevoli, come lo hanno fatto. Di giustizia: che ci siano arresti, processi, carcere, rimpatrio dei capitali rubati. Anche esplicativo: perché è successo, com’è stato possibile che si sia sviluppato in tali dimensioni, dov’era la falla, l’assenza di giustizia, la complicità.

La spiegazione, per il momento, è stata centrata in due grandi cause: la responsabilità della Fiscalía General, e, come ha detto William Saab, un “piano di attacco all’industria petrolifera per impoverire la nostra produzione e portare il denaro negli Stati Uniti”. L’intuizione logica porta a pensare che esistano ulteriori fattori. Che questi due, reali, non riescono a dare la spiegazione completa del quadro. Reali perché effettivamente la geografia della corruzione riposa su aree chiave ed è un bastone tra le ruote di un’economia sotto attacco – è una complicità di fatto con la strategia di guerra di logoramento e collasso – e perché le prove contro Luisa Ortega emergono a fiotti e danno spiegazione ad una parte centrale dell’impunità.

Quali altri cause hanno permesso l’espansione del fenomeno? Nelle risposte che si costruiranno si potrà attrezzare una mappa degli errori, i punti che hanno fatto sì che il solido a volte svanisse nell’aria. Se non si correggono, come evitare che corruzione si impossessi di ogni nuova iniziativa?

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Fin dove si è espansa la corruzione. Non si tratta solo di zone strategiche, imprenditoriali, istituzionali, politiche, ma anche di ciò che si muove in basso. In particolare in una società che si scontra da anni con scarsità di alimenti, sanità, prodotti igienici, ricambi per auto, ecc., in cui i canali di distribuzione sono stati alterati molte volte – si trovano le cose per altre vie, i prezzi aumentano nella totale impunità, e ciò che era comune è diventato a volte straordinario.

Siamo in una guerra che ha creato le condizioni per l’espansione della corruzione in maniera trasversale.

“Dove c’è una necessità nasce un diritto”, diceva Eva Perón. Dove c’è una necessità nasce un affare, potrebbe essere la versione cruda per rappresentare logiche che hanno preso piede in questi anni. Questo è l’antitesi del chavismo, una battaglia di valori – la solidarietà collettiva vs. “poveri contro poveri”, culturale, identitaria, pianificata in tal modo da coloro che hanno ideato le profondità del conflitto: non si tratta solo di recuperare il potere politico, bensì di smontare la cultura politica chavista costruita durante il processo rivoluzionario. Minarlo dal basso, che il “si salvi chi può” si imponga sul “usciamone insieme”.

Per questo il CLAP è risultato strategico: ha pianificato una soluzione organizzativa ad un problema individuale, che si è fatto, in questo movimento, collettivo. C’è corruzione in alcuni CLAP? Sì. La sua esistenza – per azione di funzionari o di abitanti dei quartieri – non invalida la direzione e la potenza dell’esperienza. Basti ricordare le dimensioni che avevano raggiunto le file prima dell’apparizione dei CLAP.

Costruire un’analisi complessa non significa equiparare le responsabilità. Esiste una differenza chiara tra i dirigenti di PDVSA Occidente, arrestati per appropriazione indebita e i “ bachaqueros” (speculatori) all’uscita della metro con prodotti Clap.

È necessario sottolineare questa distanza per evitare che la punizione arrivi solo a chi sta in basso, simbolo evidente di una politica di giustizia di parte e classista, e per impedire che diminuisca il peso che ricade su chi dirige i fili dell’economia, della politica, delle istituzioni. E perché, dinanzi a questo scenario, si deve iniziare dall’alto con l’esempio pubblico: verso imprenditori, funzionari, dirigenti politici corrotti.

Non esiste soluzione immediata. Combattere la corruzione significa, oltre alla battaglia economica, una disputa per il senso comune, per non consegnare questo nodo critico a coloro che hanno creato e accresciuto le loro ricchezze col crimine e col furto. Riconoscere pubblicamente il problema, nominarlo, avanzare nelle investigazioni e nella punizione è la direzione necessaria, in particolare quando si tratta di uno dei problemi più sentiti dalla maggioranza – altri due sono l’aumento dei prezzi e la scarsità di medicinali, legati a loro volta alla corruzione. Il chavismo ha il compito storico di affrontare un male ereditato e che può disarmare la rivoluzione dall’interno in complicità con la guerra che affrontiamo.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

(VIDEO) Granato: «La Revolución en nuestro país es la tarea»

Giuliano Granato: «Hacer la Revolución en nuestro país es nuestra primera tarea».

 

Il Venezuela e la logica illogica

L'immagine può contenere: 5 persone, folladi Giuliano Granato

Febbraio 2005. Nello stato spagnolo si vota per la Costituzione Europea. Alle urne il 42% della popolazione. El País, uno dei principali quotidiani del paese, titola: “Un sonoro sì alla Costituzione Europea, con una partecipazione del 42%”.

2013. Elezioni presidenziali in Cile. Va a votare il 41,9% degli aventi diritto. L’anno prima alle elezioni municipali non si era raggiunto il 35%: ci si era fermati al 34,9%.

2014. Elezioni presidenziali in Colombia. Al primo turno si reca ai seggi il 40,6% di chi ne ha diritto. Al ballottaggio va un pochino meglio: 47,9%. Santos viene eletto col 50,7% di questo 47,9%, cioè l’ha votato meno di un colombiano su quattro.

2016. Sempre in Colombia si vota ad un referendum per approvare un accordo di pace tra governo e FARC, la più antica guerriglia continentale. A votare il 37,4% della popolazione. L’accordo è respinto. Viene rinegoziato e poi approvato, senza passare nuovamente tramite il voto popolare.

1996. U.S.A.. Clinton viene rieletto presidente con elezioni che vedono la partecipazione del 49% di coloro che si erano registrati per votare, quindi con una percentuale ancora inferiore degli aventi diritto.

2000. U.S.A.. Non va molto meglio quattro anni dopo, quando Bush diventa presidente grazie ad elezioni cui partecipò il 50,3% dei registrati. En passant va detto che divenne presidente pur prendendo circa 500.000 voti in meno dello sfidante, Al Gore.

In nessuno di questi casi si è parlato di “dittatura” o “golpe”.

Poi accade che il 30 luglio 2017 in Venezuela si vota per eleggere i rappresentanti alla Assemblea Costituente.

L’opposizione boicotta le elezioni e mette in atto violenze tese ad impedire il voto di chi vuole recarsi alle urne. Insomma, si vota in uno scenario caratterizzato – in alcune città e in alcuni quartieri – da un elevato tasso di violenza.

Vota il 41,5% degli aventi diritto, alcuni dopo ore in fila, dopo aver guadato a piedi fiumi o dopo aver viaggiato per ore.

Non appena resa pubblica l’affluenza diversi governi, tra cui quello italiano, si affrettano a “non riconoscere” i risultati, a gridare al “golpe”, all’instaurazione di una “dittatura”, di una “tirannia”.

Non c’è qualcosa che puzza in questa logica illogica?

PS: Per chi volesse verificare i dati sulla partecipazione elettorale che ho riportato sopra (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio), basta andare a leggere su wikipedia. Niente Accademia delle Scienze dell’URSS, niente siti di “pericolosi castro-comunisti”.
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Venezuela: la strana “dittatura”

di Giuliano Granato

Ieri si è votato in un paese lontano e che pure negli ultimi mesi è diventato quasi familiare a tanti italiani, quelli che leggono i giornali, ascoltano una rassegna stampa alla radio o guardano un TG alla TV: il #Venezuela. Negli ultimi quattro mesi il paese latinoamericano si è guadagnato paginate intere perché c’era da portare avanti una battaglia della democrazia contro la “dittatura” che il presidente Maduro sta cercando di impiantare nel paese, a forza di repressione nelle strade e galera per gli oppositori politici.

Una strana “dittatura” quella chavista: in 18 anni di governi di “caudillos autoritari” ci sono state 20 elezioni. Quella di oggi è la numero 21. E manco si possono invocare brogli perché il sistema di voto venezuelano è considerato tra i più sicuri, trasparenti e corretti al mondo, secondo quanto dichiarato non da pericolosi castro-comunisti ma niente poco di meno che dall’ex presidente a stelle e strisce Carter.

Una strana dittatura quella in cui la maggioranza al governo perde due volte, l’ultima alle legislative del 2015, e immediatamente riconosce la vittoria dell’opposizione.

E anche questa opposizione è ben strana: si appella al voto tutti i giorni e oggi che ci sono le elezioni per l’Assemblea Costituente chiama al boicottaggio delle urne, promuovendo anche l’incendio dei centri elettorali, oltre che la violazione del “silenzio elettorale” e blocchi stradali per impedire ai cittadini di recarsi a votare. Non importa che l’ONU stessa (e l’ex primo ministro dello stato spagnolo, Zapatero) abbia invitato a rispettare il diritto di voto dei cittadini venezuelani; per l’opposizione, e per i media che ne diffondono la voce, il parere della massima organizzazione internazionale stavolta conta zero.

Ben strana l’opposizione “democratica” che rifiuta l’esercizio della democrazia e invoca invece la violenza, che giustifica chi ha bruciato vive più di 20 persone, solo perché nere e quindi povere e quindi chaviste. 


Ben strana un’opposizione che dichiara tutti i giorni alla stampa che Maduro non vuole elezioni perché sa che gode del sostegno di una striminzita minoranza della popolazione e che poi non approfitta della tornata elettorale per far pesare i milioni e milioni di voti che dice di avere.

Nel mezzo di tutte queste “stranezze”, ciò che ieri in Venezuela si è votato per eleggere l’Assemblea Costituente, che avrà poi il compito di sottoporre al popolo un progetto di modifica della Costituzione vigente, approvata nel 1999. 

L’obiettivo è far sì che il 1.700.000 abitazioni date alle classi popolari non possano essere immesse sul mercato immobiliare da un futuro governo, che la casa continui ad essere un diritto; che “Misiones” come Barrio Adentro, che ha portato medici in quartieri e paesi dove un medico non l’avevano mai visto, possano entrare in Costituzione, affinché il diritto alla salute non possa essere cancellato con un colpo di penna; che “comunas” e “consejos comunales”, organi di governo territoriali, che promuovono, pur in mezzo a evidenti contraddizioni, la partecipazione ed il protagonismo popolare, possano divenire impalcatura di uno stato che si va trasformando, rispondendo alle esigenze popolari.

Si può essere d’accordo o meno col progetto chavista. Ci può sembrare un bene, un male, quello giusto, quello sbagliato, ma va riconosciuto che è un progetto politico che ha legittimità di esistere. Non possiamo assumere acriticamente le informazioni e le notizie che ci arrivano quotidianamente dalla stampa mainstream. Altrimenti va a finire che finiremo per odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono.

 

Todo 11 tiene su 13: due parole sul golpe del 2002

di Giuliano Granato

Ovvero due parole sul golpe del 2002 in Venezuela contro Chávez

Il 14 aprile di 15 anni fa Hugo Chávez rientrava a Miraflores, il palazzo presidenziale venezuelano. Il suo ritorno significava che il golpe era fallito, che “loro” non avevano vinto, non quella volta.

Solo pochi giorni prima, l’11 aprile, l’opposizione, l’ambasciata statunitense e la CIA avevano infatti messo in atto un piano ordito per abbattere il legittimo governo venezuelano.

La trama del golpe

Giorni di manifestazioni di piazza, violenza. Poi la marcia dell’11 aprile che si sarebbe dovuta concludere dinanzi alla sede della PDVSA, l’azienda petrolifera venezuelana che Chávez voleva utilizzare per distribuire risorse alle classi subalterne e non ai soliti noti. Ma il piano dell’opposizione è un altro: dal palco i dirigenti invitano i manifestanti a dirigersi a Miraflores, per tirar giù, “con le buone o con le cattive”, il “dittatore” Chávez. A Miraflores, però, ci sono i sostenitori del presidente, a migliaia.

Le forze dell’ordine cercano di impedire che le due manifestazioni vengano a contatto. Cominciano a sentirsi gli spari. Diverse persone stramazzano al suolo, tutte colpite alla testa. I media privati addossano tutte le responsabilità al governo, manipolano i video, chiedono la testa di Chávez. La situazione si fa ancora più tesa. Alti comandi militari minacciano il bombardamento di Miraflores. Chávez decide di consegnarsi ai golpisti per evitare un massacro, ma non rinuncia. Non rinuncia. Sembra così uscire di scena il governo che aveva provato a redistribuire la ricchezza, a costruire partecipazione e protagonismo politico degli “invisibili”, quegli abitanti delle “barriadas”, le favelas venezuelane, che fino ad allora non esistevano nemmeno sulle carte geografiche di Caracas (e non è un’esagerazione – è un fatto vero!), a mettere in piedi una sanità ed un’istruzione che non fossero solo per i ricchi bianchi, ma anche per il popolo, quello brutto, sporco e cattivo.

Cambio di scena a Miraflores

Tornano i padroni di sempre, quelli ben vestiti, coi loro completi e i loro tailleur. C’è gioia nelle stanze del palazzo, l’oligarchia si è ripresa quello che era suo, quello che da decenni era nelle sue mani e che per un momento sembrava stesse sfuggendo. Le grida di giubilo non si contengono. Si esulta quando il nuovo Fiscal General annuncia la deposizione di tutti i poteri costituiti. Pedro Carmona, segretario di Fedecamaras, la Confindustria locale, è il nuovo presidente, sostenuto dalle alte sfere della Chiesa cattolica, da sindacati corrotti, dalla borghesia e dalla oligarchia nazionale, oltre che, ovviamente dagli Stati Uniti. Si fa festa a palazzo.

Il popolo “todopoderoso”

E fuori? Fuori è diverso. Dopo le prime ore di smarrimento, ci si comincia ad organizzare. Si prova a far arrivare la notizia del golpe ai media internazionali, a ribadire che no, Chávez non ha rinunciato, è tenuto prigioniero. “No ha renunciado, ha sido secuestrado” è lo slogan che in tanti, sempre più numerosi, cominciano a cantare nelle strade. È il popolo chavista che si mobilita e si organizza. Con i media alternativi, col tam tam di quartiere in quartiere, fanno rimbalzare le poche notizie che arrivano. “È un golpe contro la democrazia, contro i poveri”. “Bisogna reagire subito”. E così fanno.

Oscurati da tutti i media privati venezuelani, che continuano a parlare di situazione calma e sotto controllo, a migliaia scendono di nuovo per strada. Si dirigono a Miraflores, per gridare che Chávez deve tornare. E quella straordinaria mobilitazione popolare, che sfida la repressione, sortisce i suoi effetti. La guardia presidenziale, i corpi militari fedeli a Chávez, si convincono che si può, che è il momento di passare al contrattacco: riconquistano Miraflores, arrestano i golpisti, almeno quelli che non erano riusciti a darsi alla fuga. Nemmeno due giorni è durato il golpe, eppure abbastanza per trovare le casseforti già svuotate. “Ladrones”, ecco di che pasta sono fatti gli oligarchi venezuelani. Miraflores è stato ripreso, ma non si può ancora cantare vittoria. Bisogna riconquistare almeno il canale televisivo statale, per dare la notizia e metter fine alle bugie dell’opposizione. Dopo qualche ora, con mezzi improvvisati si riesce nell’impresa: il paese intero ora sa che Chávez non ha rinunciato, che il suo gabinetto è di nuovo riunito a palazzo, che i golpisti sono stati sconfitti. Le guarnigioni militari inviano fax, confermando la fedeltà al legittimo governo, il popolo nelle strade festeggia. È la saldatura di quell’alleanza civico-militare che tutt’ora costituisce l’ossatura del progetto bolivariano.

Il ritorno di Chávez

E poi anche Chávez ritorna. Sequestrato e portato su un’isola, i golpisti avrebbero voluto trasportarlo fuori dal paese, ma non hanno fatto in tempo. Così il 14 aprile 2002 il presidente legittimo rientra a Miraflores, tra la gioia e la commozione generale.

Chávez ha vinto, il governo bolivariano ha vinto. Ma è soprattutto il popolo venezuelano – sì, sempre lui, quello brutto, sporco e cattivo – ad aver vinto, dimostrando che la mobilitazione popolare è l’ingrediente fondamentale capace di smuovere montagne, di abbattere gli ostacoli più enormi che ci si possa aspettare. Il popolo venezuelano ha dato una mazzata incredibile all’imperialismo e ai suoi lacché. Una cosa non da poco. Una di quelle cose che se stai ad una scrivania, leggendo e studiando, ti dici che è impossibile. Che i rapporti di forza sono troppo sfavorevoli. Che il nemico è esperto, potente, feroce. E che invece noi e i “nostri” siamo deboli, disorganizzati, divisi. Eppure la storia si è incaricata più volte di presentarci pagine straordinarie, nel senso letterale di fuori dall’ordinario, da ciò che accade tutti i giorni e che secondo le classi dominanti dovrebbe continuare ad accadere nei secoli dei secoli. La vittoria contro il golpe del 2002 è una lezione tutt’ora valida in ogni angolo del mondo. Bisogna saper leggere quelle giornate, imparare e ributtare nella pratica quotidiana quegli insegnamenti. Nostra patria il mondo intero, in fondo, significa anche questo.

Caserta 20feb2017: Venezuela, Potere Popolare e Sindacato

ciclo-di-incontri-di-politica-internazionale

A rafforzamento del percorso di lotta intrapreso negli ultimi anni a difesa dei diritti dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e degli attivisti delle lotte per la casa intrapreso dall’Unione Sindacale di Base sia a livello nazionale che nei vari territori:

La Federazione Provinciale USB – Caserta è lieta di annunciare a tutti di intraprendere un ciclo di incontri di Politica Internazionale, onde sensibilizzare ed informare i lavoratori.

La prima iniziativa si terrà lunedì 20 Febbraio 2017 presso la nostra sede di Piazza Ruggiero 4 e sarà focalizzata sul Venezuela: Il Ruolo del Sindacato nella Costruzione del Potere Popolare nella Rivoluzione Bolivariana. Interverrà la Console della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli – Amarilis Gutiérrez Graffe.

Si invita tutti a partecipare per una buona riuscita del Convegno e per sviluppare in maniera costruttiva il successivo dibattito. 

Poder popular y ‘antimafia’ social en Nápoles

Integrantes de las Brigadas, que han tratado de impedir el fenómeno de la compraventa de votos.

por Davide Angelilli – diagonalperiodico.net

Hablamos con Giuliano, de las Brigadas de Control Popular que han ejercido de observadores en las últimas elecciones municipales.

LOS ÚLTIMOS COMICIOS LOCALES DIERON EL GOBIERNO DE LA CIUDAD AL PROGRESISTA DE MAGISTRIS

Además de ser una de las ciudades más fascinantes del mundo, Nápoles es la capital simbólica del sur de Italia. En la última década, esta ciudad se ha identificado en el imaginario popular como un lugar donde habita la violencia y la criminalidad y donde se ubica el centro de poder de la Camorra, la organización mafiosa que opera en esta región italiana. Publicado en el 2006 y traducido en todo el mundo, el libro Gomorra, del conocido escritor italiano Roberto Saviano, ilustra cómo el sistema económico de la Camorra se fundamenta en el control de la ciudad napolitana con la finalidad de gestionar los flujos de mercancías que llegan a Europa desde distintas partes del globo.

“Camorra y Estado no son dos actores antagónicos; más bien actúan en la misma dirección”

Así, Nápoles ha venido a ser sinónimo de peligrosidad por la red de actividades criminales y mafiosas que se articulan en sus espléndidas calles históricas, sus plazas encantadoras y en la mágica atmósfera que abraza sus barrios. Sin embargo, esta visión parcial de la compleja sociedad partenopea esconde una increíble vivacidad cultural y social que caracteriza la ciudad. Una vivacidad que en los últimos tiempos se está transformando en un sólido proyecto político basado en la participación popular y en la democracia participativa.

En las últimas elecciones del pasado 19 de junio, diferentes movimientos populares de la ciudad han apoyado la candidatura del alcalde Luigi de Magistris, que ganó holgadamente las elecciones, confirmando su liderazgo al frente de la ciudad para otros 5 años de legislatura. Unos días antes de la votación, desde Barcelona, la “alcaldesa del cambio”, Ada Colau, apoyó públicamente a Luigi de Magistris, y señaló a Nápoles como una ciudad fundamental para construir otro Mediterráneo posible.

Tras la figura de Luigi de Magistris se ha consolidado un proceso progresista y transformador que apuesta enérgicamente por la democracia participativa como antídoto a la criminalidad difusa, pero también a la injusticia del modelo capitalista neoliberal. Un ejemplo de este resurgimiento que sacude la ciudad han sido las Brigadas de Control Popular: comités que han vigilado el funcionamiento democrático de las dos rondas de votaciones electorales, impidiendo un fenómeno tan difuso como determinante en Nápoles: la compraventa de votos. Esta estrategia de control popular ha demostrado mediáticamente como esta infame acción es manejada por los partidos conservadores, con el apoyo de parte del crimen organizado. Una iniciativa de “antimafia social”, entonces, promovida por jóvenes, mujeres, estudiantes, trabajadores y desocupados que militan en el centro autogestionado Je so’ Pazzo: un viejo manicomio ocupado que se ha convertido en una “Casa del popolo” al servicio del barrio y de todos los sectores populares. Uno de los protagonistas de este espacio, Giuliano (30 años), nos explica lo que está pasando en esta rebelde ciudad del Mediterráneo y porqué su significado es de gran interés para todos los movimientos de izquierda.

“Juntos podemos ejercer control sobre los poderes legales e ilegales que parecen existir desde siempre en nuestra ciudad”

El control popular ha sido históricamente una reivindicación del movimiento obrero para una redistribución de las relaciones de poder, por ejemplo, en la producción económica. ¿Cómo nació la idea de realizar un control popular sobre las votaciones de un ayuntamiento tan importante como Nápoles?

La idea nació de una doble necesidad. La primera, y quizás la más obvia a los ojos de quien mira desde el exterior, fue la necesidad de controlar el proceso electoral para evitar y denunciar fraudes. Especialmente en el sur de Italia, y sobre todo para la elección de las administraciones comunales, hay mecanismos sucios, compraventa de votos, clientelismo… Nuestra función fue la de impedir todo eso y parcialmente, lo conseguimos. La segunda idea fue construir un rol protagónico para el pueblo. El proceso electoral es el que, entre todas las actividades políticas, fomenta más la delegación del poder. Es decir, cada cuatro años pones una papeleta y todo termina ahí. Nosotros/as pensamos diferente. Pensamos que el pueblo tiene que ser protagonista de la política.

Entonces, quisimos comunicar al pueblo que juntos/as podemos ejercer control sobre los poderes legales e ilegales que parecen existir desde siempre en nuestra ciudad. Y la participación en la iniciativa de control popular nos demuestra que hay una amplia voluntad para acabar con todos estos mecanismos. Pero el control popular fue también una promesa. Es como si hubiéramos dicho a todos los candidatos: hoy en día estamos aquí y mañana también seguiremos controlando tu trabajo de representante de los intereses populares. El control popular no termina con las elecciones, el control popular debe ser activado en los puestos de trabajo, en los territorios, en los hospitales…

Una forma de luchar contra el poder mafioso mediante la lucha social y la organización popular…

Cabe precisar que nuestra iniciativa no fue una iniciativa por la legalidad del Estado contra la ilegalidad de la camorra. Camorra y Estado no son dos actores antagónicos; más bien actúan en la misma dirección. Hay condiciones sociales que permiten a la “camorra” estar arraigada en muchos barrios. Si no hay liberación a través de la educación, ¿cómo podemos pensar que cada uno pueda aceptar pasivamente estar en los últimos puestos de la sociedad para siempre? La camorra funciona también como estado social, ofrece trabajo, dinero, protección… Pero, no es un “anti-Estado”, ni “otro Estado”. Es un capitalismo con rostro criminal. Muchas veces los hombres de la camorra son los encargados de asegurar que los/as trabajadores/as no luchen por sus derechos. Si alguien decide protestar tiene que enfrentarse no solamente a la patronal, sino también a la posible violencia de la camorra.

¿El lema de vuestra lucha política y social es Potere al popolo? ¿Qué queréis decir realmente con esta idea de poder popular?

Poder popular significa que el pueblo decide. No vemos al pueblo como un niño que necesita ser controlado por un padre autoritario. El pueblo conoce sus problemas, sus debilidades, sus potencialidades. Al mismo tiempo, entre la gente hay un océano de desconfianza, resignación, resentimiento. No hacemos ninguna idealización del “pueblo”. No es perfecto, pero tampoco es una manada de ovejas. Nuestra labor como sujeto político debería ser dar espacio y organicidad a las exigencias que vienen desde abajo, articulándolas junto al pueblo. Por otro lado, crear poder popular significa también construir organismos que permitan la máxima democracia posible, y la efectividad de las decisiones. Es una dialéctica difícil, un equilibrio que siempre va cambiando. No hay fórmulas, a lo sumo referencias útiles. Por ejemplo, lo que está pasando en Venezuela desde 1999 puede ser una inspiración. Pero nuestra tarea es una creación original, “ni calco, ni copia” de ninguna experiencia ocurrida en otra latitud.

Ex OPGTítulo de una conocida canción napolitana, “Je so Pazzo” quiere decir “yo estoy loco”. ¿Por qué habéis dado este nombre a vuestro proyecto?

“Je so pazzo” es el nombre de una canción arraigada en la tradición napolitana. Su autor, Pino Daniele, está también en el corazón de esta ciudad. Y nuestro proyecto tiene la ambición de estar inscrito en la historia de esta ciudad y en sus tradiciones. Elegimos esta canción suya porque el sitio que ocupamos en marzo de 2015 fue un hospital psiquiátrico penitenciario, donde fueron encarcelados/as centenares de “locos/as”. Muchos de ellos/as fueron anarquistas, comunistas, luchadores/as sociales o simplemente personas que habían osado a rebelarse en contra de la autoridad. Hemos aprendido a conocer muchas de estas historias, de su dolor y sufrimiento. Porque nosotros/as también estamos locos/as. Porque hemos ocupado un sitio administrado por la policía penitenciaria, protagonista de violencia y también masacres en las cárceles italianas. Porque hemos iniciado un proceso de transformación de los espacios físicos, con el objetivo de construir libertad donde había prisión, alegría donde había dolor… De convertir la recuperación de espacios abandonados en un proceso de transformación social, política y económica de la ciudad. Sí, es verdad, estamos locos/as, somos soñadores/as. Como decía Lenin, es preciso soñar, pero a condición de creer verdaderamente en nuestros sueños, de estudiar con atención la vida real, de confrontar nuestra atenta observación con nuestros sueños. Y, entonces, trabajar escrupulosamente hasta hacer de estos sueños una concreta realidad.

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