Intervista a Gianni Minà: Chávez e l’America Latina 3 anni dopo

Intervista a Gianni Minà: Chavez e l’America Latina 3 anni dopodi Alessandro Bianchi –l’Antidiplomatico

A tre anni dalla scomparsa del leader della rivoluzione bolivariana, l’omaggio al Teatro Vittoria a Testaccio (Roma) sabato 5 marzo con la proiezione di un’intervista inedita e profetica di Gianni Minà

Gianni Minà presenterà sabato 5 marzo al Teatro Vittoria, nello storico quartiere romano di Testaccio, un’intervista inedita all’ex Presidente del Venezuela e leader della rivoluzione bolivariana, Hugo Chávez. 
Era il 2003 e di ritorno dal Social Forum di Porto Alegre, in Brasile, Hugo Chávez “a cuore aperto” delinea a Minà tutti i segreti della rivoluzione bolivariana, i progetti e i programmi che nel tempo hanno trasformato e stanno trasformando il Venezuela e l’America Latina, offrendo un seme di speranza possibile per salvarsi dai crimini del neo-liberismo.
“Hugo Chávez – sottolinea Gianni Minà all’Antidiplomatico – è stato esempio d’indiscutibile democrazia che in 15 anni ha prevalso in 18 consultazioni elettorali o referendarie su 19, nel frattempo ha lasciato prematuramente questo mondo, ma senza dubbio il cambiamento sociale nel suo paese e l’influenza che il suo modello politico ha esercitato sul resto del continente, ispirandosi spesso alla rivoluzione cubana, hanno lasciato una traccia indelebile nei destini prossimi dell’America Latina” .
 
L’intervista
 
In America Latina, dopo anni di speranza, si vive un momento di difficoltà oggettiva. Quanto manca la figura di Chávez in questo momento storico?
 
Drammaticamente, manca molto. Non solo per l’America Latina, ma se vi capita di rivedere i suoi discorsi su Libia e Siria nel 2011, è straordinaria la capacità di sintesi politica che il Comandante aveva su molte dinamiche internazionali. Uno statista, uno dei più lucidi dei nostri tempi. Insieme ad altri dell’America Latina (penso a Lula e Kirchner in particolare) ha creato dei pilastri indelebili di progresso come la Celac, l’Unasur, Telesur, Banco del Sur.
Pilastri che hanno reso l’America Latina un continente di pace e speranza per l’umanità, non più cortile di casa degli Stati Uniti e il Venezuela un paese che ha provato a riscattarsi. Gran parte di questo fenomeno si deve incontestabilmente alla lungimiranza e al coraggio, purtroppo irripetibili, proprio di Hugo Chávez Frías.
 
Oggi il Venezuela è tornato protagonista sulla stampa italiana, ma come un paese allo sbando e in crisi. 
 

Gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per destabilizzare il paese, punto di riferimento di quella che era l’evoluzione progressista dell’America Latina. Dalla nascita delle Guarimbas, proteste organizzate nei quartieri residenziali venezuelani, alla guerra economica frutto anche del crollo mondiale del prezzo del petrolio sotto i 30 dollari, i colpi sono stati durissimi.

Il momento di difficoltà e di crisi è oggettivo. Ma dove si percepisce tutta la malafede e l’ignoranza complice di questa informazione occidentale è nel fatto che quasi tutti questi critici hanno dimenticato che Chávez aveva ereditato un paese devastato che la rivoluzione bolivariana fin dall’inizio ha dovuto pensare a puntellare, a ricostruire.


Non si ricorda mai perché è iniziata la rivoluzione bolivariana. Il paese che Chávez ereditò da quei due lestofanti di Carlos Andrés Pérez e Rafaél Caldera era un paese con milioni di analfabeti, milioni di persone i cui figli non andavano nemmeno a scuola perché i padri non erano registrati neanche all’anagrafe. Milioni di persone che semplicemente non esistevano. Oggi è in crisi? La situazione è fuori controllo? Intanto milioni di persone grazie alla rivoluzione bolivariana oggi sono esseri umani, hanno accesso all’istruzione, alla sanità e hanno una casa. Questo può essere l’unico punto di partenza per ogni discussione se si vuole essere seri quando si parla di Venezuela e delle difficoltà che Maduro, il successore di Chávez, deve affrontare.

 
 
E il ruolo di Cuba resta centrale in questa fase?
 
La realtà è che Fidel Castro e Chávez hanno effettivamente rappresentato un ostacolo al neo-liberismo degli Stati Uniti. E il più inaspettato miracolo politico di Fidel Castro è stato proprio Chávez. Lo scelse come continuatore del suo progetto rivoluzionario quando ancora non lo conosceva nessuno. E nell’affermazione di questo processo di cambiamento che ha liberato l’America Latina, il ruolo di Cuba è stato incontestabilmente notevole e lo sarà anche in futuro, malgrado le attuali difficoltà.
 
Secondo lei dunque quello che si legge in Italia sull’America Latina non è uno spettacolo che fa molto onore alla professione che lei ama così tanto…
 
I  media occidentali non perdono occasione di accumulare brutte figure su brutte figure quando si parla del centro e del sud America. Basta pensare a cosa è diventata oggi Cuba, pure in mezzo a varie difficoltà e all’esigenza di trovare un metodo per gli inevitabili cambiamenti,che salvi il paese però da esagerate tentazioni liberiste. Papa Francesco, che a sua volta sta chiedendo al mondo di fare scelte più umane è andato a trovare Fidel a casa. Se Fidel fosse stato il terrorista descritto in quest’ultimo mezzo secolo da molti media occidentali, certo questo non sarebbe successo. E nemmeno che il Patriarca ortodosso Kiril e il Papa si incontrassero per una riappacificazione fra le loro Chiese dopo mille anni, proprio a La Habana e con la mediazione di Raul Castro. Chi poteva pensare a un simile cambiamento, soltanto un paio di anni fa?

Per fare un altro esempio, ai funerali di Chávez a Caracas erano presenti due milioni di persone e 33 tra Capi di stato e Premier da tutto il mondo. Stavano onorando un “terrorista” come l’aveva descritto la stampa occidentale fino ad allora?
Ma i servitori del nostro giornalismo vivono evidentemente in un universo tutto loro, incuranti del ridicolo che i loro clamorosi errori di valutazione suggeriscono.

A chi si riferisce in particolare?

Ho letto su La Repubblica, per esempio, un articolo su Evo Morales che secondo Omero Ciai, sarebbe un “uomo alla deriva”. Ora, ognuno ha il diritto di vedere le cose come gli pare, ma sarebbe facile ricordare a Omero Ciai che cos’era fino a un quarto di secolo fa la Bolivia governata da militari assassini e ladri, magari, istruiti dalla famosa Escuela de las Americas, dove si sono educati tutti i “mostri” che hanno insanguinato il paese fino a ieri.


Il fatto è che Evo Morales le cose non le manda a dire e quando ha fatto il suo memorabile discorso alla Comunità Europea ha ricordato tutte le incancellabili prepotenze che il nord del mondo ha fatto ai popoli autoctoni o del sud del globo: “Quando avete intenzione di restituirci tutte le ricchezze che ci avete rubato fino ad oggi?”. 

Il dispetto per questa sfacciataggine è stato quello di vietare al boeing su cui viaggiava nel ritorno a casa lo spazio aereo di mezza Europa, con la scusa che il Presidente boliviano avrebbe dato “un passaggio” a Edward Snowden, funzionario che aveva rivelato al mondo alcuni segreti dell’intelligence nordamericana.

Ovviamente era una “bufala”, ma in questo caso Evo Morales si è confermato un politico accorto e capace, mentre il collega di Repubblica dovrebbe fare una verifica più attenta delle sue fonti.

Scrivere sotto dettatura è sempre un rischio. Non molto tempo fa, per esempio, l’ex Presidentessa dell’Argentina, la signora Kirchner, ha vinto una causa con il Corriere della Sera che, in occasione di un suo viaggio in Italia per un summit della Fao, aveva disertato, secondo il più venduto giornale italiano, la conferenza sulla povertà a vantaggio di una giornata di shopping a via Condotti. 

Cristina Kirchner è riuscita a dimostrare, con i timbri sul passaporto, che quel giorno non era nemmeno in Italia. Il quotidiano è stato condannato a 40 mila euro di risarcimento e all’inevitabile smentita da pubblicare con adeguato risalto. Tutto questo perché Cristina Kirchner rappresenta, a torto o a ragione, quel tipo di politico sudamericano che disturba i progetti degli Stati Uniti nel continente. Strano che gli altri giornali italiani, sempre attenti alla linea del Corriere, non se ne siano accorti.

L’onestà intellettuale, evidentemente, non è di casa sui nostri giornali, per questo l’ex Presidente Chávez nel momento in cui se ne è andato, 3 anni fa, da questo mondo, aveva vinto 18 consultazioni elettorali o referendarie su 19 affrontate, e l’ex responsabile della Fondazione Carter, Jennifer McCoy, che ho intervistato per il film-documentario “Papa Francesco, Cuba e Fidel”, mi ha intimato: “E non si azzardino a parlare di brogli. Quando siamo stati là, abbiamo controllato tutto il processo elettorale e referendario e l’Occidente dovrebbe solo rispettarlo”.
 
Ma la domanda che oggi si pongono molti è: il processo di emancipazione e liberazione iniziato da Chávez in America Latina resisterà?
 
Con la morte di Chávez, le difficoltà di Dilma Rousseff in Brasile e dello stesso Maduro in Venezuela e l’elezione in Argentina dell’ex governatore di Buenos Aires, Macri, la situazione si è fatta complicata. Nell’intervista del 2003 che presenteremo al Teatro Vittoria sabato 5 marzo, nella valutazione del leader della rivoluzione bolivariana era chiara la consapevolezza che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto in qualunque momento per tornare in Venezuela. Ma io resto ottimista, perché la stessa rivoluzione bolivariana ha emancipato intere popolazioni e creato meccanismi di solidarietà e cooperazione. Penso, ad esempio, ai maestri cubani saliti in Venezuela a completare lo sforzo di alfabetizzazione del paese. Un miracolo di umanità che dovrebbe essere preso a modello nell’Europa dei tecnocrati che cacciano gli esseri umani sfuggiti a una guerra. Resisterà? Sarà una provocazione, forse, ma il leader del Sud del mondo a cui oggi aggrapparsi in questo momento è Papa Francesco che queste esigenze le afferma quasi ogni giorno.
 
Che si sarebbero detti Chávez e Papa Francesco se si fossero incontrati in questi tempi di drammatica crisi per l’umanità?
 
Difficile dirlo con esattezza. Sicuramente avrebbero costruito un rapporto di fiducia franco e costruttivo. Chávez poi avrebbe avuto un alleato importante, forse decisivo, nella madre di tutte le sue battaglie cercando di garantire i diritti umani fondamentali a tutti gli esseri umani contro un neo-liberismo allo sbando arrivato alla sua ultima farsesca produzione di nome Donald Trump.
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Roma 5mar2016: “Chávez a cuore aperto”

da Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana
 
In occasione del 3° Anniversario della scomparsa del Comandante Hugo Rafael Chávez Frías, ha il piacere di invitare alla proiezione di un’ intervista inedita dal titolo “Chávez a cuore aperto” ,  realizzata dal giornalista Gianni Minà al presidente Chávez.
Sabato 5 Marzo 2016 
Ore 15.30
TEATRO VITTORIA
Piazza di Santa Maria Liberatrice, 10 – 00153 Roma
INGRESSO GRATUITO
 
 
Vi preghiamo di estendere l’invito a tutti gli interessati e confermare la Vostra gradita partecipazione all’indirizzo: eventi.embaveit@gmail.com o al numero 06.8079797. Grazie per la collaborazione.

Gianni Minà: «La Storia non torna indietro»

di Alessandro Bianchi – L’Antidiplomatico

I suoi film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Maradona e Hugo Chávez sono già storia. Il suo voler essere ostinatamente un uomo libero e amante della verità lo ha costretto ad essere lontano dai riflettori del circo mediatico negli ultimi anni. La sua straordinaria dedizione e amore per il giornalismo, quello vero, quello che in Italia è solo un bieco ricordo, lo hanno recentemente portato di nuovo a Cuba, nella sua Cuba, per assistere da vicino allo storico recente viaggio del Papa più rivoluzionario. Oggi editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Nessuno, in poche parole, più di Gianni Minà può illuminare l’opinione pubblica italiana sulle elezioni in Venezuela e sul futuro di quel processo di integrazione dell’America Latina oggi a rischio per il ritorno del Fondo Monetario Internazionale in paesi che si erano disintossicati.
 
L’AntiDiplomatico lo ha intervistato per voi.
 
Le elezioni del 6 dicembre in Venezuela segnano una brusca frenata per la rivoluzione bolivariana. Quale è stata la sua prima reazione a caldo e quali riflessioni dobbiamo trarne a mente un po’ più fredda? 
 
Bisogna essere molto onesti intellettualmente su questo. Il Venezuela vive nella condizione vissuta già da Cuba 50 anni fa. Una situazione di difficoltà estrema creata ad hoc per far fallire il paese, far fallire la sua idea meravigliosa. Mentre Chávez ha saputo sempre reagire con una saggezza alta, con un istinto politico fuori dalla norma, la rivoluzione bolivariana priva del suo leader è ora all’esame più importante dopo la sconfitta elettorale del 6 dicembre. Con le spalle al muro, Chávez aveva sempre reagito e con Lula era stato il protagonista di quel capolavoro politico che è l’integrazione dell’America Latina. Oggi Maduro e i suoi eredi devono dimostrare di saperlo fare, ma non sarà facile.
 
Devono dimostrare di superare questo momento. Ma per farlo non si può partire da un’analisi seria e obiettiva degli errori commessi. Qual è stato il più grande secondo lei?
 
L’errore più grande è quello di aver accettato lo scontro totale e non aver cercato, come fece Chávez, di negoziare su alcuni fronti. Certo la guerra è stata totale, i mezzi di comunicazione internazionali hanno alzato la posta in gioco mistificando costantemente tutto ed era difficilissimo, ma Maduro non ha saputo reagire con il dovuto calcolo politico al clima internazionale creatosi contro il Venezuela. 

Il clima è stato oggettivamente senza precedenti. Pensiamo ad esempio alla figura di Leopoldo Lopez, in occidente dipinto come prigioniero politico, quando in realtà è un istigatore di violenza e un chiaro eversivo. 
Oggi la moglie è stata dipinta ad hoc come l’immagine di questa opposizione, avamposto del ritorno delle multinazionali occidentali e del Fmi nel paese, quando l’immagine che più ritrae questa famiglia è la famosa fotografia tra George W. Bush e Lopez alla Casa Bianca. Le direttive partivano da lì, sono sempre partite da lì.
  
Lei che l’ha conosciuto di persona e che ha avuto modo di studiare e scrivere come nessuno in Italia sull’America Latina, come avrebbe reagito Chávez?
 
Chávez era un vero democratico, in quel senso di democrazia che noi in occidente non conosciamo più o facciamo finta di non ricordare. Era poi un innovatore incredibile. Chávez subì un colpo di stato nell’aprile del 2012 ed ha reagito con la capacità di chi era in grado di mettere in discussione e di sconfiggere, portando il popolo dalla sua parte, tutte le mistificazioni, bugie e fango creato ad hoc da quelle corporazioni mediatiche che lavorano per gli interessi di chi vuole da sempre far tornare il Venezuela il giardino di casa degli Stati Uniti. E dopo il 6 dicembre Chávez si sarebbe rimboccato le maniche, sarebbe ripartito e avrebbe riportato il popolo dalla parte della rivoluzione bolivariana per la nuova sfida. 
 
E Nicolás Maduro, l’erede scelto da Chávez per proseguire il percorso rivoluzionario, ci riuscirà?
 
Io sono moderatamente ottimista; è vergognosa la congiura internazionale per far cadere un governo democraticamente eletto che fa la politica quella con la P maiuscola, per il popolo e non per tutelare gli interessi delle oligarchie finanziarie degli Stati Uniti, quelle per intenderci che noi in occidente ossequiamo. Io ho fiducia nell’autodeterminazione delle singole popolazioni che lottano contro i colpi di stato morbidi e le guerre economiche. La popolazione del  Venezuela lo capirà presto, ne sono sicuro.
 
Strano come per i commentatori italiani che parlano oggi di trionfo di democrazia in Venezuela, la democrazia è sempre quando vincono i regimi che si chinano alle nostre merci, mentre dittature sono quei governi che perseguono l’emancipazione delle loro popolazioni. Per quegli stessi commentatori il Chavismo è di fatto finito; è d’accordo con questa conclusione?
 

In occidente abbiamo una strana concezione di “democrazia” e “libertà” o di quello di cui il mondo ha bisogno, basti pensare ai disastri che abbiamo creato in Libia e Siria. Il Venezuela non si è ancora fatto fagocitare da questa “democrazia” dove le decisioni spettano agli oligopoli del profitto e non alle popolazioni. 


A differenza di Cuba purtroppo il chavismo non è riuscito a raggiungere una sicurezza nel tempo. Cuba ha resistito perché da subito ha fatto sapere che nell’isola la musica era cambiata per sempre e che il capitalismo più vergognoso non era più ben accetto e non lo sarà mai più per buona pace di chi oggi scrive e dice che Cuba cederà.

In Venezuela al contrario, la rivoluzione bolivariana ha dovuto convivere con quel capitalismo che controlla ancora ampi e importanti settori del paese e quasi tutti i mezzi di comunicazione. Il Venezuela, in poche parole, non è ancora riuscita a far sapere al mondo che la via è quella progressista, di una più equa ridistribuzione delle risorse. Questo sarà il prossimo passo. Sono ottimista che ci riuscirà, nonostante tutto il fango gettato Maduro è ancora il presidente e la popolazione si renderà presto conto che il buio neo-liberista del Fondo Monetario Internazionale non può essere la strada.
 
La vittoria di Macri, i problemi di Dilma in Brasile e l’affermazione della destra (FMI) in Venezuela pongono un serio rischio al processo d’integrazione dell’America Latina, il capolavoro politico di Hugo Chávez e un barlume di speranza per tutta l’umanità.
 

Il seme della rivoluzione bolivariano è stato impiantato e esisterà per sempre. Bisogna sempre ricordare che dalla Rivoluzione cubana, da Chávez non si torna indietro. Bisogna sempre ricordare ai vari commentatori che inondano la stampa italiana sul “ritorno della democrazia in Venezuela” che la storia non ti fa tornare indietro. Chi avrebbe mai potuto pensare che un paese come l’Ecuador avrebbe potuto tenere per anni e anni in protezione nella sua ambasciata a Londra colui che ha smascherato tutti i crimini più recenti dell’occidente? Il mondo è cambiato per sempre e questi signori se ne devono fare una ragione.

Nell’ultima conferenza sul clima le grandi potenze non hanno più potuto mostrare la loro arroganza come nei consessi precedenti. Il mondo è cambiato per sempre, anche grazie alla rivoluzione bolivariana.

Roma 19mag2015: “Cuba: Presente e Futuro”

(VIDEO) Si affaccia in Europa la Nuova ALBA dei popoli

di Ciro Brescia

il 13 marzo 2015 a Roma presso la Sala della Camera dei Deputati, dedicata all’ex Presidente della Repubblica e partigiano socialista “Sandro Pertini”, si è tenuta l’annunciata conferenza “L’ALBA di una Nuova Europa”, organizzata dalla Commissione Esteri del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Hanno preso parte all’importante evento storiche figure del giornalismo italiano come Gianni Minà, direttore della rivista Latinoamerica e tutti i Sud del mondo, professori universitari come l’economista Luciano Vasapollo, responsabile della Rivista CESTES-PROTEO ed esponente della Rete dei Comunisti, il vicepresidente della Commissione Esteri della Camera Alessandro Di Battista, nonché il Professore Basco marxista, Joaquín Arriola.

In sala hanno preso posto ed ascoltato con molta attenzione gli interventi dei ponenti, giornalisti ed attivisti ecologisti, sociali e politici, come Marinella Correggia, Geraldina Colotti, Federica Zaccagnini, Fabio Marcelli, Fulvio Grimaldi, Giulietto Chiesa.

Erano presenti e sono intervenuti diplomatici e rappresentati politici dei paesi aderenti all’ALBA-TCP, come l’ecuatoriano Juan Holguín, ed il Segretario Esecutivo dell’ALBA-TCP, il venezuelano Bernardo ÁlvarezVeronica Rojas Berrios, Viceministro Affari Esteri del Nicaragua.

Sono intervenuti anche Roger López Garcia, consigliere politico dell’Ambasciata cubana e il consigliere della Repubblica Plurinazionale della Bolivia, Luis Arce Catacora.

In sala anche gli ambasciatori e l’ambasciatrice – con i relativi corpi diplomatici – della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana Julián Isaías Rodríguez Díaz, presso la FAO, Gladys Urbaneja Duran e presso lo Stato Vaticano Germán José Mundaraín Hernández, nonché la Console Generale a Napoli Amarilis Gutiérrez Graffe

Decine di attivisti del M5S, tra i quali il deputato Carlo Sibilia e il vice-presidente della Camera dei Deputati, Luigi Di Maio.

Dopo questa data la storia politica del M5S si divide tra un prima e un dopo, e lo stesso si può dire della storia politica del paese nonché delle sorti del continente. Tutto questo può avere un suo peso nei prossimi tempi e dare fiducia alle proposte alternative nelle politiche del vecchio continente. 

Il convegno è stato moderato dal deputato Manlio Di Stefano, Capogruppo Commissione Affari Esteri M5S il quale ha sottolineato come il convegno significhi un avanzamento verso una più profonda interlocuzione tra realtà e paesi diversi in cerca di una soluzione alle politiche di austerità della BCE, del FMI, della BM e di tutte le istituzioni che hanno lo scopo di applicare i diktat neoliberisti. 

Riportiamo qui di seguito i video dell’evento.

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L’ALBA di una nuova Europa!

da Commissione Esteri M5S 

Cos’è il modello ALBA-TCP? Dove e perché nasce? Cosa c’entra con l’Euro e con le proposte del M5S per l’Europa del Sud?

Siamo lieti di invitarvi al convegno dal titolo “L’Alba di una nuova Europa” che si terrà venerdì 13 marzo 2015 a partire dalle ore 10:30, presso la Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari in via di Campo Marzio n.74, Roma.

Interverranno:

Gianni Minà – giornalista e scrittore
Luciano Vasapollo – docente di Economia (La Sapienza) e direttore del centro studi Cestes
Alessandro Di Battista – Vicepresidente Commissione Affari Esteri M5S
Joaquín Arriola – docente di Economia (Universidad El País Vasco)

Illustreranno il modello ALBA:

Bernardo Álvarez – Segretario Generale ALBA
Carlos Romero Bonifaz – Senatore della Bolivia
Veronica Rojas Berrios – Viceministro Affari Esteri del Nicaragua
Alba Beatriz Soto Pimentel – Ambasciatrice di Cuba in Italia
Juan F. Holguín – Ambasciatore dell’Ecuador in Italia

modera Manlio Di Stefano – Capogruppo Commissione Affari Esteri M5S

In chiusura è previsto un dibattito aperto a giornalisti ed esperti

Chi tra voi fosse interessato, è pregato di compilare la seguente richiesta di partecipazione: http://goo.gl/forms/dOrJQCwsKm

ATTENZIONE A QUESTE POCHE REGOLE:
– I posti disponibili sono 50 (li selezioneremo secondo il criterio cronologico delle adesioni)
– Soltanto coloro i quali riceveranno una mail di conferma da parte dello staff avranno l’accesso garantito (gli altri potranno presentarsi ugualmente ma senza garanzia di accedere all’aula)
– Compilare il form in tutte le sue parti
– Presentarsi alle ore 09:30 con un documento di identità valido
– Gli uomini dovranno indossare la giacca
– Vietato portare macchine fotografiche o telecamere
– Non è consentito l’accesso ai minori di anni 14
– I minori dai 14 ai 17 anni dovranno essere accompagnati da un adulto

Per ulteriori informazioni scrivere a carlo.randazzo@camera.it

Passate parola!

Napoli 6mar2015: Gianni Minà e il Comandante Eterno

Il pensiero del Comandante Chávez e la sua opera internazionale hanno oggi più validità che mai. Il popolo bolivariano ha bisogno del nostro sostegno e della nostra solidarietà. Attualmente è oggetto di un colpo di stato continuato, di una guerra economica e di una campagna di diffamazione.

Per questo siete tutti invitati a partecipare a questo importante evento, a due anni della scomparsa fisica del suo leader, ma che noi manteniamo vivo nel presente.

A due anni dalla scomparsa del Comandante Hugo Chávez 

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del  Venezuela a Napoli, in collaborazione con L’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana

Invitano:

All’incontro

Chávez  a cuore aperto

Presentazione del libro di Gianni Minà Chávez a cuore aperto che raccoglie una interessante intervista con il Comandante  Hugo Chávez

Saranno presenti:

Gianni Minà, giornalista, scrittore e editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo

Alessandra Riccio, docente della Università L’Orientale e condirettrice della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo

Julián Isaías Rodríguez, ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana

Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli

 

Aula Matteo Ripa

Università L’Orientale

Palazzo Giusso

Venerdì 6 marzo

Alle 16.00

 

Hacia el II Encuentro Italiano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana

Napoli – 10-12 Abril 2015 

Verso il II Incontro Italiano di Solidarietà con la

Rivoluzione Bolivariana 

Napoli – 10-12 Aprile 2015

C’è vita oltre la Troika ed è una bella vita

foto 1di Fabrizio Verde

L’Indro.- C’è vita oltre la Trojka ed è una bella vita. Parafrasando una celebre espressione dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner, questo sembra voler lasciare intendere il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, che in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa spagnola Efe, ha lanciato una proposta rivolta al sud Europa: Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, i Paesi maggiormente colpiti dalla devastante crisi economica che si è abbattuta sulla gran parte del mondo occidentale, dovrebbero staccarsi dall’Unione Europea e creare un blocco organizzato sul modello dei Paesi latinoamericani riuniti nell’Alba (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America).

Alba è l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America, è un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra le Nazioni dell’America Latina e quelle caraibiche, reso concreto nel 2004 sulla scorta dell’iniziativa presa dal Venezuela e da Cuba. Significativamente il primo e l’ultimo Paese latinoamericano a conquistare l’indipendenza. Progetto che affonda le sue radici negli intenti chiave del ‘Libertador’ Simon Bolivar: il Congresso Anfictiónico di Panama e il Piano di liberazione delle Grandi Antille dei Caraibi. La prima proposta di creazione del blocco regionale, che attualmente copre oltre 2,5 milioni di Km quadrati con una popolazione di oltre 73 milioni di abitanti, fu avanzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez che raccolse l’invito del leader cubano Fidel Castro. Durante il III Vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Associazione degli Stati dei Caraibi, Chávez dichiarò: «E’ tempo di ripensare e reinventare i debilitati e agonizzanti progetti d’integrazione subregionale e regionale (Alca su tutti ndr) la cui crisi è la più chiara manifestazione della mancanza di un progetto politico condiviso. Fortunatamente, in America Latina e nei Caraibi spira il vento giusto per lanciare l’Alba come un nuovo schema d’integrazione regionale che non si limita al mero scambio commerciale, ma guarda al nostro contesto storico e culturale comune, punta lo sguardo verso l’integrazione politica, sociale, culturale, scientifica, tecnologica e fisica». Per raggiungere i suoi obiettivi, il blocco dei Paesi riuniti nell’Alba basa la sua attività su alcuni princìpi basilari:  

  • Gli scambi e gli investimenti non devono essere fini a se stessi, ma strumenti per raggiungere un grado di sviluppo giusto e sostenibile. Una vera integrazione latinoamericana non può essere figlia del mercato, né una semplice strategia per estendere i mercati esteri o stimolare il commercio. Per raggiungere questo obiettivo, è necessaria l’effettiva partecipazione dello Stato come regolatore e coordinatore delle attività economiche.
  • La complementarità economica e la cooperazione tra i paesi partecipanti e non la concorrenza tra i paesi e le produzioni, in modo tale che si promuova una specializzazione produttiva, efficiente e competitiva che sia compatibile con lo sviluppo economico equilibrato di ogni Paese, e con la strategia di lotta alla povertà e preservazione dell’identità culturale dei popoli.
  • Sviluppo integrato delle comunicazioni e dei trasporti tra i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, che includa piani congiunti per i collegamenti stradali, ferroviari, per le linee marittime ed aeree, oltre alle telecomunicazioni.
  • Azioni volte a garantire la sostenibilità dello sviluppo mediante regole che tutelino l’ambiente, favoriscano l’uso razionale delle risorse e impediscano la proliferazione di modelli basati sullo spreco, alieni alla realtà dei nostri popoli.
  • Integrazione energetica tra i paesi della regione, al fine di garantire la fornitura stabile di prodotti energetici a beneficio delle società latinoamericane e dei Caraibi, come promuove la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con la creazione di Petroamerica.
  • Incoraggiare gli investimenti di capitali latinoamericani in America Latina e nei Caraibi, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dei paesi della regione dagli investitori stranieri. A questo scopo verranno creati un Fondo Latinoamericano d’Investimenti e una Banca di Sviluppo del Sud.

  La proposta di Di Battista

Il progetto Alba risulta essere agli antipodi se confrontato all’attuale Unione Europea di cui l’Italia è parte integrante e membro fondatore. Tornando quindi alla proposta lanciata da Alessandro Di Battista, essa è certamente ambiziosa e di non facile attuazione.

Ad ogni modo, la stessa America Latina prima dell’Alba usciva da un duro e devastante periodo dal punto di vista economico, la “larga noche neoliberal” secondo la definizione del presidente ecuadoriano Rafael Correa, un ex economista formatosi in Belgio e negli Stati Uniti.

Pertanto il deputato italiano ha reso noto che si recherà, presumibilimente entro la fine dell’anno, in Ecuador e Bolivia per «raccogliere informazioni e vedere le conquiste che i Paesi dell’Alba hanno raggiunto» grazie alla loro alleanza. Un’alleanza formata «sotto un comune denominatore – ha spiegato Di Battista – che è la solidarietà. E’ la stessa idea che noi del Movimento 5 Stelle proponiamo a Grecia, Portogallo e Spagna per unirci». Aggiungendo che «se si parla di solidarietà tra paesi in difficoltà, per me le conquiste dei Paesi dell’Alba in materia socio-economica sono un esempio». In questo «l’Europa ha molto da imparare dall’America Latina», anche se «ovviamente l’America Latina e l’Europa hanno problematiche diverse, i loro Paesi sono diversi».

Intenzione che raccoglie il plauso della professoressa Alessandra Riccio dell’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, esperta di questioni afferenti l’America Latina nonché condirettrice con Gianni Minà della rivista Latinoamerica, che a L’indro dichiara: «Sono assolutamente d’accordo sull’opportunità di conoscere quel che sta accadendo tra i Paesi dell’Alba e non solo per la loro alleanza basata sulla solidarietà, ma perché ciascuno di questi Paesi ha intrapreso un processo di trasformazione sociale molto interessante». L’obiettivo che ha infine indicato Alessandro Di Battista, è quello di iniziare una lotta «contro il potere concentrato in poche mani. In Europa, in quelle della Trojka, dove il potere centrale composto dalla Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, sta causando gravi danni a milioni di persone». Pertanto il deputato italiano ha auspicato «un’alleanza tra cittadini che, attraverso i movimenti e le forze politiche, condividano una visione comune per uscire dalla crisi», che può essere superata «abbandonando l’Euro e tornando alle monete nazionali, stabilendo inoltre relazioni commerciali di solidarietà tra i paesi che sono stati più colpiti dal potere centrale».

A questo punto la professoressa Riccio mette sul tavolo un problema oggettivo, che va a cozzare con la volontà espressa dal parlamentare italiano: «I Paesi dell’Alba hanno governi contrari al neoliberismo, mentre quelli di Spagna, Italia, Portogallo e Grecia – fino a questo momento – sono orientati alla strenua difesa del neoliberismo». Aggiungendo che «la rinascita dell’America Latina viene prima dell’Alba, si è trattato di un processo lento e faticoso che ha capito la necessità di unirsi in presenza di un nemico troppo potente: non solo il Fondo Monetario Internazionale, ma le classi potenti, le caste, il malaffare, la corruzione, la pesante presenza degli Stati Uniti».

Analizzando, in conclusione, le possibili ripercussioni verso questo ipotetico nuovo blocco di paesi, che senza ombra di dubbio farebbe saltare il banco nel Vecchio Continente con la rottura dell’unione politica e monetaria, la condirettrice di Latinoamerica ritorna al punto di partenza, ossia ai Paesi dell’Alba: «La reazione sarebbe la stessa che abbiamo visto verso i Paesi dell’Alba. Un’alleanza che va contro il manovratore e va contro l’ordine stabilito». A testimoniarlo vi sono il tentativo fallito di golpe contro Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela del 2002, la deposizione in Honduras avvenuta per mano dell’esercito del legittimo presidente Manual Zelaya, il tentato golpe ai danni di Rafael Correa, le campagne di destabilizzazione contro il presidente boliviano Evo Morales, così come quelle poste in essere con particolare violenza nel Venezuela orfano di Chávez.

El País e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela

President Hugo Chavez makes campaign visit to Petare slums

di Gianni Minà –latinoamerica.it

Nel giornalismo italiano attuale, specie in quelli che furono i grandi media, sembra ormai tramontato il dovere di suffragare con realtà indiscutibili i fatti che si raccontano. Salim Lamrani, giovane e prestigioso professore alla Sorbona, è l’esempio di chi non ha smarrito questo dovere di verità che smentisce, senza possibilità di errore, il patetico tentativo di una parte dell’Occidente (come fa con indecenza il quotidiano spagnolo “El Pais”) di cancellare o dimenticare le conquiste sociali e umane che Hugo Chávez, in dieci anni, è riuscito ad affermare per il suo paese.

2 milioni di persone al suo funerale, insieme a una trentina di capi di stato, avevano convinto, un anno fa, a mettere da parte questa fabbrica di discredito e di mancanza di memoria.

Ora, evidentemente, le multinazionali nordamericane del petrolio hanno deciso che il tempo è scaduto e bisogna riprendere ad angariare il Venezuela “bolivariano” per abbatterlo, come vuole la “real-politique” del paese che si arroga perfino il diritto di decidere la politica del mondo.

Ma nel frattempo, l’America Latina, riunita nel CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi e che riunisce tutte le nazioni più popolose, importanti e progressiste del continente), ha già fatto sapere all’Occidente che L’America Latina è dei latinoamericani, e che, per il diritto di autodeterminazione dei popoli, nessuno può insegnare ai venezuelani, che hanno votato un anno fa la vittoria di Maduro, successore di Chávez, come debbano amministrarsi al di fuori di ogni interferenza.

Forse, a chi non è accecato dagli interessi di pochi, quest’analisi di Salim Lamrani che proponiamo, piena di notizie non smentibili, farà capire tante cose:

Il giornalismo pilotato sulla scomoda realtà venezuelana 

di Salim Lamrani*

Da quando ha vinto la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela con l’elezione del Presidente Hugo Chávez nel 1998 (fino al 2013) e con la vittoria del suo successore Nicolás Maduro nelle ultime elezioni presidenziali dell’aprile 2013, El País, il più importante quotidiano spagnolo e formatore di opinione, ha abbandonato l’imparzialità nel trattamento della realtà di quel paese. Peggio, il quotidiano spagnolo ha lasciato il giornalismo equilibrato a favore di una critica sistematica e a una sola direzione del potere democraticamente eletto a Caracas.

Una democrazia?

In una tribuna del 9 marzo 2014, El País espone il suo punto di vista e dichiara che “Il Venezuela ormai non è un paese democratico”.[1] Non importa che si siano svolte 19 consultazioni popolari dal 1998 e che i chavistas abbiano vinto 18 di queste elezioni che tutti gli organismi internazionali, dall’Organizzazione degli Stati Americani fino all’Unione Europea passando per il Centro Carter, hanno giudicato trasparenti. Addirittura, l’ex Presidente degli Stati Uniti, qualifica il sistema elettorale venezuelano come “il migliore del mondo”.[2]

La libertà di stampa

Il giornale di Madrid deplora “un’asfissia sistematica della libertà dì espressione”. Anche questa affermazione non supera l’esame. Secondo un rapporto del Ministero della Comunicazione e dell’Informazione del 2011, nel 1998 esistevano in Venezuela 587 radio e televisioni delle quali il 92,5% erano private e il 7,5% pubbliche. Nell’attualità ce ne sono 938, delle quali il 70% private, il 25% comunitarie e il 5% pubbliche. Al contrario, la Rivoluzione Bolivariana ha moltiplicato il numero dei media televisivi e radiofonici e il settore privato domina ancora il paesaggio mediatico. Invece di essere stati zittiti, i media privati sono aumentati del 28,7% in 12 anni.[3]

La Rivoluzione Bolivariana, un fallimento?

Un anno dopo la morte di Hugo Chávez per un cancro folgorante il 5 marzo 2013, El País tratteggia un panorama piuttosto scuro della situazione venezuelana per la penna del suo corrispondente a Miami: “Chávez ha lasciato in eredità un’opportunità persa, un’economia in fallimento che oggi si sostiene a forza di indebitamenti e di speculazioni”. Il giornale aggiunge che “Durante gli ultimi dieci anni del suo governo, le entrate petrolifere del Venezuela sono state sette volte superiori a quelle del 1998, quando ha preso il potere”. Ciò nonostante, “l’inflazione e la mancanza di rifornimenti sopportata ciclicamente da questo paese durante gli ultimi dieci anni, hanno raggiunto punte allarmanti, specialmente nei settori più impoveriti”.[4]

Leggendo questa conclusione, si deduce che la Rivoluzione Bolivariana è stata un fallimento. Ma, in realtà, El País nasconde la verità dei fatti. Primo, il giornale di Madrid omette di sottolineare che se il prezzo del petrolio si è quasi moltiplicato per dieci è stato soprattutto grazie a Chávez che è riuscito a riattivare una OPEP moribonda, limitando la produzione del petrolio e portando il prezzo del barile da 16 dollari ai più di 100 dollari di oggi.

Secondo, il giornale evoca la situazione dei “settori più impoveriti” senza offrire nessuna cifra e presenta “l’inflazione e la mancanza di rifornimenti” come una conseguenza della politica chavista. In realtà, l’inflazione ha caratterizzato l’economia venezuelana da almeno 70 anni e le statistiche disponibili sulla realtà sociale del paese smentiscono senza pietà il punto di vista di El País. In effetti, dal 1998, circa un milione e mezzo di venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere grazie alla campagna di alfabetizzazione denominata Missione Robinson I. A dicembre del 2005, l’UNESCO ha decretato che era stato eliminato l’analfabetismo dal Venezuela. Il numero di bambini scolarizzato è passato da 6 milioni nel 1998 ai 13 milioni del 2011 e il tasso di scolarizzazione adesso è del 93,2%. La Missione Robinson II è stata pensata per portare l’insieme della popolazione a raggiungere il livello superiore. Così, il tasso di scolarizzazione nella scuola superiore è passato da un 53,6% del 2000 a un 73,3% nel 2011. Le Missioni Ribas e Sucre hanno permesso a decine di migliaia di giovani di intraprendere gli studi universitari. Così il numero di studenti è passato da 895.000 nel 2000 a 2,3 milioni nel 2011, con la creazione di nuove università.[5]

Quanto alla salute, è stato creato il Sistema Nazionale Pubblico per garantire l’accesso gratuito alle cure mediche per tutti i venezuelani. Fra il 2005 e il 2012 si sono creati 7.873 centri medici in Venezuela. Il numero di medici è passato da 20 ogni 100.000 abitanti nel 1999 a 80 ogni 100.000 nel 2010, ossia un aumento del 300%. La Missione Barrio Adentro I ha permesso di realizzare 534 milioni di visite mediche. Circa 17 milioni di persone sono state visitate mentre nel 1998 meno di tre milioni di persone avevano accesso regolare alla salute. Sono stati salvati 1,7 milioni di vite fra il 2003 e il 2011. Il tasso di mortalità infantile è passato da un 19,1 per mille nel 1999 a un 10 per mille nel 2012, cioè una riduzione del 49%. La speranza di vita è passata da 72,2 anni nel 1999 a 74,3 anni nel 2011. Grazie all’Operazione Miracolo, lanciata nel 2004, 1,5 milioni di venezuelani vittime di cataratte o di altre malattie oculistiche, hanno recuperato la vista.[6]

Dal 1999 al 2011, il tasso di povertà è passato da un 42,8% a un 26,5%. Il tasso di denutrizione infantile si è ridotto di un 40% dal 1999. E il tasso di estrema povertà di un 16,6% nel 1999 a un 7% nel 2011. Cinque milioni di bambini ricevono adesso alimenti gratuiti grazie al Programma di Alimentazione Scolastica. Erano 250.000 nel 1999. Il tasso di denutrizione è passato da un 21% del 1998 a meno del 3% nel 2012. Secondo la FAO, il Venezuela è il paese dell’America Latina e del Caribe più avanzato nell’eliminazione della fame.[7]

Nella classifica dell’Indice dello Sviluppo Umano (IDH) il Venezuela è passato dal posto 83° nel 2000 (o,656) al posto 73° nel 2011 (0,735) ed è entrato nella categoria delle nazioni con l’IDH più elevato. Il coefficiente GINI, che permette di calcolare la disuguaglianza in un paese, è passato dallo 0,46 nel 1999 allo 0,39 nel 2011. Secondo il PNUD, il Venezuela mostra il coefficiente GINI più basso dell’America Latina, è il paese della regione dove ci sono meno disuguaglianze.[8]

Nel 1999, l’82% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile. Adesso è un 95%. Prima del 1999, solo 387.000 anziani ricevevano la pensione. Adesso sono 2.1 milioni. Durante la presidenza di Chávez le spese sociali sono aumentate di un 60,6%. Dal 1999 sono state costruite 700.000 case in Venezuela. Il tasso di disoccupazione è passato da un 15,2% nel 1998 a un 6.4% nel 2012, con la creazione di più di 4 milioni di posti di lavoro.[9]

Dal 1999 il Governo ha consegnato più di un milione di ettari di terra agli aborigeni del paese. La riforma agraria ha permesso a decine di migliaia di agricoltori di essere padroni delle loro terre. In totale sono stati distribuiti più di tre milioni di ettari. Nel 1999 il Venezuela produceva il 51% degli alimenti che consumava. Nel 2012, la produzione è di un 71%, mentre il consumo di alimenti è aumentato dell’81% rispetto al 1999. Se il consumo del 2012 fosse simile a quello del 1999, il Venezuela produrrebbe il 140% degli alimenti consumati a livello nazionale. Dal 1999, il tasso di calorie consumate dai venezuelani è aumentato del 50% grazie alla Missione Alimentazione che ha creato una catena di distribuzione di 22.000 magazzini di alimenti (MERCAL, Casas de Alimentación, Red PDVAL), dove i prodotti sono sovvenzionati per un 30%. Il consumo di carne è aumentato di un 75% dal 1999.[10]

Il salario minimo è passato da 100 bolívares (16 dollari) del 1998 a 2.047,52 bolívares (330 dollari) nel 2012, ossia, un aumento di più del 2000%. Si tratta di uno dei salari minimi più alti dell’America Latina. Nel 1999, il 65% della popolazione attiva guadagnava il salario minimo. Nel 2012 solo il 21,1% dei lavoratori dispone di questo livello salariale. Gli adulti di una certa età che non hanno mai lavorato dispongono di un mensile di protezione equivalente al 60% del salario minimo. Le donne prive di protezione, le persone non autosufficienti, ricevono un aiuto equivalente all’80% del salario minimo. L’orario di lavoro è stato ridotto a 6 ore al giorno e a 36 ore settimanali senza abbassare il salario. Il PIB per abitante è salito da 4.100 dollari nel 1999 a 10.810 dollari nel 2011.[11]

Lungi dall’immagine apocalittica che presenta El País, la Rivoluzione Bolivariana è un innegabile successo sociale. Così, secondo il rapporto annuale World Happiness del 2012, il Venezuela è il secondo paese più felice dell’America Latina dopo il Costarica, e il diciannovesimo a livello mondiale, davanti alla Germania e alla Spagna.[12]

Il caso del quotidiano El País illustra l’ incapacità dei media occidentali –la maggioranza è nelle mani di conglomerati economici e finanziari- di rappresentare in modo imparziale ed equilibrato la Rivoluzione Bolivariana. C’è una ragione: il processo di trasformazione sociale iniziato nel 1999 ha scosso l’ordine e le strutture stabilite, ha messo in discussione il potere dei dominanti e propone un’alternativa sociale nella quale –con tutti i suoi difetti, imperfezioni e contraddizioni che conviene non minimizzare- il potere del denaro non la fa da padrone e le risorse sono destinate alla maggioranza dei cittadini, non a una minoranza.

*Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università de La Reunion. E’ uno specialista dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti. Il suo ultimo libro, con prologo di Eduardo Galeano, è Les médias face au défi de l’impartialité, Parigi, Editions Estrella, 2013.


[1] – Mario Vargas Llosa, “La libertad en las calles”, El País, 9 de marzo de 2014.

[2] – Correo del Orinoco, « James Carter: Proceso electoral de Venezuela es ‘el mejor del mundo’ », 20 de septiembre de 2012. http://www.correodelorinoco.gob.ve/nacionales/james-carter-proceso-electoral-venezuela-es-%E2%80%9Cel-mejor-mundo%E2%80%9D/ (sitio consultado el 10 de marzo de 2014)

[3] – Juan Carlos Figueroa, « Medios públicos venezolanos casi se triplicaron en 12 años », El Tiempo, 12 de agosto de 2012. http://eltiempo.com.ve/venezuela/politica/medios-publicos-venezolanos-casi-se-triplicaron-en-12-anos/61589 (sitio consultado el 10 de marzo de 2014).

[4] – Maye Primera, « Un año sin el ‘comandante supremo’ », El País, 5 de marzo de 2014.

[5] – Salim Lamrani « 50 verdades sobre Hugo Chávez y la Revolución Bolivariana », Opera Mundi, marzo de 2013.

[6]  – Ibid.

[7] – Ibid.

[8] – Ibid.

[9] – Ibid

[10] – Ibid.

[11] – Ibid.

[12] – Ibid.

Maradona: un campione intimamente legato a Fidel, a Cuba e al suo popolo

di Fabrizio Verde

it.cubadebate.cu – In Italia per partecipare al lancio di una collana di video dedicata alla sua vita: «Maradona, non sarò mai un uomo comune» – curata dal giornalista Gianni Minà a cui ha rilasciato un’intervista inedita di oltre cento minuti – l’asso argentino Diego Armando Maradona, rinnova ancora una volta il suo totale appoggio e sostegno alla causa cubana.

Ospite del popolare quotidiano sportivo «La Gazzetta dello Sport», che nella redazione centrale in quel di Milano ha organizzato un vero e proprio Maradona day, il campione argentino ancora molto popolare in Italia – soprattutto a Napoli dove è venerato come una divinità – ha risposto alle domande dei giornalisti Paolo Condò e Gianni Minà. Proprio una domanda di quest’ultimo ha dato modo a Maradona di ribadire ancora una volta il forte legame verso Fidel Castro, «Che» Guevara, Cuba e il suo popolo.

«Fidel e il Che sono i miei eroi – ha dichiarato Maradona – perché non hanno vinto comprando i voti, ma mettendo in gioco le loro vite a Cuba». Inoltre l’asso del calcio si è detto ancora riconoscente verso Cuba che lo accolse e gli permise di curarsi, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza quando nessuno neanche nella sua Argentina fu disposto ad accoglierlo. Ma non è stata di certo quella di ieri la prima occasione dove Maradona ha sostenuto apertamente la causa di Cuba e della sua Rivoluzione.

Lo fece dopo aver vinto il premio Fifa come calciatore del secolo, allorquando in una diretta televisiva internazionale dedicò  il riconoscimento appena ricevuto a Fidel Castro, «Che» Guevara, e all’indomito popolo cubano. Appoggio poi ribadito nel 2002, quando ospite in Giappone, in relazione al terrorismo si espresse così: «Io sono contro il terrorismo e condanno l’attentato alle torri gemelle, ma gli Usa fanno terrorismo contro Cuba da sempre: c’è l’embargo e muoiono bambini e adulti, non arrivano medicine. Questo non è terrorismo? Castro avrà mille difetti, come tutti noi. A Cuba non si sguazza nel lusso, ma meglio mille volte la Cuba di Fidel Castro che l’America di Bush. Anche in Argentina la gente non può mangiare: vi pare giusto?».

Insomma, Maradona non perde occasione per rimarcare di essere intimamente legato a Cuba e al suo popolo, così come di essere a disposizione della «nuova» America Latina, socialista e integrazionista, che faticosamente giorno dopo giorno cerca di costruire un futuro migliore per quelle popolazioni martoriate da oltre un ventennio di scellerate e criminali politiche neoliberiste. Un aspetto che ha portato il giornalista Condò a definire Diego come una sorta di moderno Bolívar. «Se parlano loro – ha spiegato Maradona riferendosi a i vari presidenti dell’America Latina, Maduro, Correa, Morales, Ortega – i media li ignorano. A me invece danno ascolto. Faccio loro da portavoce».

Non sono mancate nel corso dell’intervista, grazie anche alla sensibilità sul tema del giornalista Gianni Minà  autore di memorabili servizi televisivi su Cuba, altre bordate lanciate dall’ex calciatore argentino dirette all’imperialismo statunitense. Parafrasando il titolo della collana di video dedicata alla carriera di Maradona, possiamo affermare che sì, l’argentino non sarà  mai un uomo comune. Mai farà propria la visione del mondo propinata dal mainstream, anche perché intimamente e sinceramente legato a Cuba, Fidel e alla Rivoluzione.

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