Napoli 22mar2016: Movimenti e governi dell’ALBA in lotta

Napoli 29feb2016: 27F El Caracazo

Roma 24feb2016: la rivolta del Caracazo

Continuano gli incontri nazionali della Rete “Caracas ChiAma”

Milano 14feb2016: Venezula, la parola al Potere Popolare

Bari 7feb2016: le prospettive della Rivoluzione bolivariana

Lecce 6feb2016: il potere popolare in Venezuela

Di Battista: «Non più sudditi, ma un paese sovrano»

di Geraldina Colotti – il manifesto

29gen2015.- Intervista. Il deputato dei 5S oggi al convegno Se non fosse Nato. 

«Non più sudditi, ma paese sovrano». Così Alessandro Di Battista, deputato del Movimento 5S alla commissione Affari esteri, spiega al manifesto il senso del convegno «Se non fosse Nato», che si svolge oggi alle 16, alla Nuova aula dei gruppi parlamentari (Via Campo Marzio, 74 a Roma). Di Battista interverrà insieme ad altri due deputati 5S (il moderatore Manlio Di Stefano e Luca Frusone) e a due ospiti internazionali, Mairead Corrigan, premio Nobel per la pace e André Vltchek, reporter di guerra e autore con Noam Chomsky del volume Terrorismo occidentale. Presenti anche rappresentanti di diversi comitati – Elio Teresi (No Muos), Walter Lorenzi (No Camp Darby), Mariella Cao (Gettiamo le basi, Sardegna) Enrico Marchesini (No dal Molin). Al centro, la proposta di legge di iniziativa popolare su basi e trattati militari, illustrata dal suo redattore, l’avvocato Claudio Giangiacomo.

Perché questo convegno, onorevole Di Battista?
Intanto, la prego, non mi chiami onorevole, sono un deputato. Dopo tanti anni di sudditanza psicologica e militare, l’Italia deve tirare su la testa. Essere alleati degli Stati uniti non significa essere sudditi. La Nato nasce in un momento di profonda divisione fra i blocchi occidentali e sovietici e come organizzazione di mutuo soccorso e difesa. Ma, negli ultimi vent’anni si è trasformata in uno strumento di offesa di popolazioni e governi che, anche se non ne condividono gli obiettivi non possono essere buttati giù dalle bombe Nato. Ci riferiamo agli interventi in Iraq, in Afghanistan, e in un certo senso in Libia, e anche al bombardamento di una grande capitale europea come Belgrado. Oltretutto, queste azioni offensive spesso hanno ottenuto risultati opposti da quelli che si prefiggevano: hanno rafforzato pratiche dittatoriali o il terrorismo internazionale.

E dunque: Fuori l’Italia dalla Nato, come si gridava negli anni ’70?
Ma no, allora io non ero… nato. Studiando lo statuto del Patto atlantico e dei trattati, riconosco che dopo la guerra c’erano situazioni molto complicate, e che quei governi assunsero con decisione il campo degli Usa e non dell’Urss, mentre io caratterialmente sono portato ad essere un “non allineato”. In ogni caso, da strumento di difesa la Nato è diventata un organismo che porta avanti teorie come quella della guerra preventiva, un concetto che trascende gli obiettivi iniziali e va contro quelli della Repubblica italiana. In questo incontro, l’avvocato Giangiacomo illustrerà una proposta di legge di iniziativa popolare per apportare modifiche importanti alle servitù militari. Il testo costituisce la base da presentare in Parlamento, previa consultazione con i comitati territoriali che si occupano di pace e mondialità e che fanno politica nelle piazze, non nelle istituzioni. Gli Stati uniti sono un grande paese da cui possiamo anche apprendere molto, ma non è che tutto quello che arriva da lì dev’essere considerato accettabile per l’interesse generale del nostro paese: non è accettabile il Ttip, il fatto che l’Italia abbia avallato i bombardamenti in Libia per essere gradita agli Usa o che abbia messo a disposizione le proprie basi militari per bombardare Belgrado o che sia ancora sostanzialmente in guerra in Afghanistan, una guerra persa e costata miliardi di euro, vittime civili e soldati italiani, in spregio al diritto internazionale. Non vogliamo più armi nucleari sul nostro territorio quando l’Italia non ha il nucleare e il popolo italiano non le vuole. Siamo ottimi amici degli Usa, ma vogliamo essere amici simmetrici e con una identica voce.

Il Movimento 5S ha organizzato un convegno sui Brics e lei di recente si è recato a Quito, dove ora si svolge il vertice della Celac. Dove preferirebbe andare, a Davos o al summit Celac? E a chi vi rivolgereste se foste al governo?
Io andrei da entrambe le parti. Abbiamo ottimi rapporti con la Federazione russa, a breve avrò un altro incontro per vedere come portare avanti il comune obiettivo della fine delle sanzioni. Le sanzioni alla Russia imposte da Washington hanno messo in crisi l’impresa italiana e quel che ha perso l’Italia in termini di rapporti commerciali se lo sono accaparrati gli Stati uniti, il cui volume d’affari con la Russia è aumentato. Dei Brics ci interessa soprattutto l’orientamento rispetto ad alcune politiche complessive come quella della sovranità bancaria e monetaria. I Brics vogliono costituire un Fondo monetario alternativo. Noi proponiamo una riforma in cui l’impresa privata venga regolata dalla banca pubblica nazionalizzata: prevediamo una banca che si occupi di politiche monetarie e valutarie e una preposta agli investimenti delle imprese. In questo senso, vi sono alcuni esempi in Germania. E certamente guardiamo ai paesi bolivariani dell’America latina, io sono stato di recente a Quito, invitato dal governo ecuadoriano. Nell’idea di raggiungere per quanto possibile la sovranità energetica ed economica dell’Italia, ci rivolgeremmo a loro, per esportare il made in Italy in modo orizzontale. Un grande italiano come Enrico Mattei pensava qualcosa di simile. Ma, in sostanza: l’idea è quella di apprendere e copiare le cose positive di altri paesi e anche riprendere e difendere quelle che avevamo noi in Italia prima che venisse smantellato il sistema pensionistico e sanitario, il welfare buono. Con i bonus del governo Renzi ci stiamo abituando a stare in ginocchio e a ringraziare, mentre dovremmo rimetterci in piedi per rivendicare i nostri diritti: a partire dai diritti economici, dai diritti del lavoro perché, ovviamente quelli civili e politici sono importanti, ma in questi anni siamo caduti nella trappola di separare gli uni dagli altri, scegliendo la “facilità” dei secondi. Ora, bisognerebbe pensare a una grande mobilitazione popolare contro il Ttip. Non sono anti-qualcuno, sono filo-italiano.

Sovranità nazionale o sovranità popolare? Fuori dal Sudamerica, il concetto di sovranità mette a suo agio la destra, non la sinistra.
La proprietà privata è garantita dalla costituzione e noi siamo d’accordo a tutelarla. E siamo per la sovranità monetaria, per il reddito di cittadinanza affinché gli ultimi non restino indietro. Portiamo avanti una politica di aiuto alle piccole e medie imprese che sono alla base della crescita economica del paese. Lottiamo per i diritti economici, che un tempo erano il cuore della sinistra. Non votiamo con i partiti che hanno avuto responsabilità nei governi precedenti, ma su singoli temi, sì: con la destra, abbiamo votato contro il decreto svuota-carceri e la settimana scorsa a Bruxelles con la Lega contro “l’invasione” di 35mila tonnellate di olio tunisino verso la Ue. Mentre i cittadini si dividono per le ideologie, il sistema si divide i nostri soldi.

Lecce 6feb2016: Il Venezuela tra potere costituente e costituito

di Rete “Caracas ChiAma”

Democrazia partecipata, comuni autogestite, soviet bolivariani.

La Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma” – in previsione del suo Quarto Incontro Italiano a Lecce, 15,16,17 Aprile 2016 – ospita Geraldina Colotti il 6 febbraio 2016, giornalista ed inviata de Il Manifesto in America Latina, autrice del libro “Talpe a Caracas. Cose viste in Venezuela”.

Fondo Verri

6 febbraio 2016 – ore 18,oo 

Via Santa Maria del Paradiso, 8

Lecce

Al giorno d’oggi, l’esperienza rivoluzionaria del Venezuela costituisce la punta più avanzata nella lotta dei popoli del mondo intero per la loro emancipazione dal neoliberismo e dall’imperialismo: il Venezuela bolivariano e chavista è finito sotto attacco dei Poteri Forti e per questo ci tende la sua mano, i popoli del mondo sono chiamati a sostenerla.Il Socialismo del XXI° secolo raccontato partendo dalle sue esperienze più vive e concrete: l’autogestione operaia delle fabbriche, i mezzi di informazione comunitari, gli istituti di democrazia partecipativa, le grandi MISIONES per l’alfabetizzazione, la creazione dell’ALBA e di PETROCARIBE, l’affermazione di un nuovo modello di democrazia a carattere partecipativo.

Caracas ChiAma: il Salento risponde!
Verso il Quarto Incontro Italiano di Solidarietà con la
Rivoluzione Bolivariana
Lecce, 15-16-17 aprile 2016
 
Hacia el IV Encuentro Italiano de Solidaridad con la 
Revolución Bolivariana
Lecce, 15-16-17 aprile 2016 

caracaschiama.noblogs.org

Roma 21gen2016: Potere Popolare, le fabbriche recuperate e le comuni

Venezuela: la Mud abbassa la cresta

di Geraldina Colotti – il manifesto 

16gen2016.- Caracas. Le destre rinunciano a tre deputati sospesi dal Tsj

«Una vittoria della democrazia». Così, i deputati chavisti, in Venezuela, hanno commentato la decisione delle destre — maggioritarie in Parlamento — di accettare la sanzione emessa dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) e di rinunciare a tre dei loro parlamentari. I deputati, eletti nello Stato Amazonas alle legislative del 6 dicembre erano stati sospesi dal Tsj a seguito di una denuncia per brogli e compravendita di voti presentata da una deputata del Partito socialista unito (Psuv). Altre sei denunce potrebbero essere accolte dal Tribunale, e portare a nuove elezioni nei circuiti incriminati. Sospeso anche un eletto chavista, che non si era quindi presentato in parlamento per il giuramento annuale, il 5 gennaio. Invece, i sospesi della Mesa de la Unidad Democratica (Mud) avevano ignorato la sentenza, appoggiati dal presidente dell’Assemblea nazionale, Henry Ramos Allup. Il Tsj aveva allora dichiarato incostituzionale l’intero parlamento, rendendo illegittima ogni sua decisione.

La tensione era subito salita alle stelle, attizzata dall’atteggiamento barricadero di Allup, un vecchio politico del centro-sinistra della IV Repubblica (Ad) che ha poi partecipato al golpe contro Hugo Chavez nel 2002. Allup ha fatto togliere dall’assemblea tutti i quadri del defunto presidente Chavez e anche quelli del Libertador Simon Bolivar, suscitando un’ondata d’indignazione. Per respingere l’affronto, sono scesi in campo anche i vertici delle Forze armate, che hanno ripetutamente espresso lealtà al presidente Maduro. Da allora, ogni deputato chavista ha messo sul banco i ritratti dei due «padri della patria», in un crescendo di scontri tra poteri e tra simboli. L’opposizione promette di far cadere il governo e di cacciare il presidente Nicolas Maduro entro sei mesi. Intanto, ha messo in piedi un progetto di amnistia per i suoi politici detenuti e per il ritorno di banchieri fraudolenti e golpisti latitanti. A seguire, un pacchetto di misure neoliberiste per azzerare le conquiste sociali reggiunte in quasi 17 anni di socialismo bolivariano.

Il sistema venezuelano è però una repubblica presidenziale che, come negli Stati uniti, concede ampie prerogative al presidente ed è inoltre basato sull’equilibrio di 5 poteri in cui il Tsj (nominato dal vecchio Parlamento), è un perno centrale. Già con la maggioranza qualificata, ottenuta dalla Mud con i suoi 112 deputati contro i 55 del Psuv, sarebbe stato complicato per le destre procedere sulla linea di Macri in Argentina. Ma ora, senza i 3 sospesi, viene meno la maggioranza dei 2/3: imprenditori, commercianti e istituzioni internazionali, grandi finanziatori della Mud, dovranno ancora mordere il freno.

Dopo la presa d’atto delle destre, giovedì il Tsj ha tolto la sanzione di incostituzionalità all’Assemblea: per consentire a Maduro di illustrare in Parlamento il bilancio annuale, come prevede la costituzione. Ieri, è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale il decreto presidenziale che dichiara lo stato d’emergenza economica su tutto il territorio nazionale: per 60 giorni prorogabili per altri due mesi. Basandosi sull’articolo 338 della Costituzione, Maduro intende così dettare nuove linee direttive: per contrastare la guerra economica dei grandi gruppi privati, l’accaparramento e la caduta del prezzo del petrolio, che evidenzia la vulnerabilità di un modello ancora troppo basato sulla rendita petrolifera e dipendente dalle esportazioni.

Ieri, il Banco Central de Venezuela ha pubblicato le cifre dell’inflazione: 141% fino a settembre 2015. Cifre determinate da perversioni accumulate nel secolo scorso e ora influenzate dalla drastica caduta del prezzo del barile, sceso ai minimi storici.

Dopo aver ascoltato tutti i settori popolari, Maduro ha scelto un nuovo gabinetto, molto spostato verso la sinistra marxista e la costruzione del nuovo stato comunale: un progetto sostenuto dai «soviet bolivariani», organi legislativi proposti per essere paralleli e antagonisti al parlamento ufficiale. «Per costruire un modello socioeconomico socialista — ha detto il ministro del Commercio e investimenti esteri, Jesus Faria — dobbiamo rompere la dipendenza dalla rendita petrolifera. Occorre cambiare il modello, mantenendo però sempre l’economia al servizio del popolo e continuando a difendere la sovranità nazionale dagli interessi delle grandi potenze straniere e dal Fondo monetario internazionale». Ma la destra ha annunciato battaglia.

Al momento per noi di andare in stampa, in attesa dell’arrivo di Maduro, in Piazza Bolivar si stavano concentrando i manifestanti, arrivati da tutto il paese per «accompagnare il presidente».

Napoli 14gen2016: Venezuela e Potere Popolare all’Ex-Opg

Geraldina Colotti all’ex-Opg durante il II Incontro della Rete “Caracas ChiAma” (il 12 aprile 2015)

di Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo (via Matteo Renato Imbriani 218)

Giovedì 14 Gennaio | ore 18:00

Le esperienze di potere popolare in America Latina e noi

dibattito con

– Geraldina Colotti (giornalista de “il Manifesto”)

– Alfredo Viloria Pérez (Primo Segretario dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Roma)

– Amarilis Gutiérrez Graffe (Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli)

—-
Le cose non vanno bene. Ormai da un po’. Ogni anno, chi governa, promette una ripresa. Ogni anno ci sarebbero “timidi segnali” che vanno nella direzione “giusta”. Qualche indicatore economico col segno “+” annuncerebbe la luce alla fine del tunnel. Ma a noi che viviamo su questa terra quasi nulla pare cambiare, almeno non in meglio.

Eppure, ci bombardano la testa con un ritornello ossessivo: “non ci sono alternative”, bisogna proseguire sulla strada intrapresa, avere pazienza, magari temperiamo un po’ l’austerità, ma i pilastri di questo modello non si possono toccare. Le privatizzazioni sono intoccabili perché sarebbero un’opportunità di liberalizzazione dell’economia e poi, si sa, sono foriere di maggiore efficienza e minori costi per i clienti. Peccato che tutte le privatizzazioni non abbiano portato questi annunciati miglioramenti. Per creare posti di lavoro e combattere la disoccupazione c’è bisogno di più flessibilità. Basta rigidità, basta garantiti.

Il risultato è sotto i nostri occhi: tasso di disoccupazione altissimo, giovani e Sud che il lavoro lo vedono col binocolo. Quando poi lo trovi non c’è da gioire: sempre meno diritti e sempre più ricattabilità ed arbitrio da parte del datore di lavoro. E poi bisogna garantire la stabilità del bilancio, tagliare le spese: e giù di forbici, nelle grandi e nelle piccole città, con linee degli autobus che non esistono più, mezzi di trasporto fatiscenti e a stento funzionanti, reparti o interi ospedali che chiudono, scuole, università, teatri, biblioteche, istituti di cultura che quasi non resistono più all’assenza di fondi e finanziamenti. Infine, il sistema democratico italiano va cambiato per garantire rapidità ed efficacia delle decisioni. Non si può star lì a dibattere, perdendo inutilmente tempo utile. Il paese ha bisogno di decisioni non “irrevocabili”, ma urgenti sicuramente. E quindi noi ci troviamo a non eleggere un presidente del consiglio da anni, a vedere commissari governativi gestire settori importanti e intere città, assistiamo ad un teatrino politico capace di produrre leggi elettorali e riforme istituzionali che restringono sempre più la nostra democrazia e che ci tagliano fuori da qualsiasi possibilità di decidere qualcosa delle nostre vite.

TINA, “there is no alternative”, è un mantra che governo, partiti e anche sindacati ci ripetono quotidianamente. Tuttavia, si tratta, più che di una realtà, di un loro desiderio. Le alternative ci sono e alcune sono già in essere.

In alcuni paesi dell’America Latina, ad esempio, da ormai almeno un decennio, si prova a fare qualcosa di diverso. C’è un paese, il Venezuela, che spende il 60% del suo budget in spesa sociale. Mentre qui, in tutta l’Unione Europea, si fa una vera e propria guerra a scuole, ospedali, trasporti pubblici, l’83% dei giovani venezuelani oggi va all’università, la Misiòn Barrio Adentro ha permesso, grazie all’intervento di medici cubani, di curare persone che non avevano mai visto un medico in vita loro. Mentre a casa nostra è tornato lo spettro della povertà, in Venezuela le politiche di lotta alla povertà l’hanno ridotta a livelli mai così bassi nella storia del paese. Mentre in Italia decine di migliaia di famiglie rischiano di trovarsi in mezzo ad una strada perché non riescono più a pagare l’affitto, qualche settimana fa nel paese latinoamericano è stata consegnata la casa numero “1 milione”. E potremmo andare avanti a lungo…

Ma l’elenco dei risultati ottenuti non ci dice tutto. Non ci dice come sia stato possibile raggiungerli, quali ostacoli si siano dovuti superare, come si è fatto a rompere il muro della paura, come gli abitanti dei quartieri poveri abbiano abbandonato quella “passività” che secondo cliché razzisti li avrebbe contraddistinti in maniera quasi genetica. Non ci spiega cosa sia quel “poder popular” di cui tanto parlano in Venezuela, che è diventato una parola diffusa in tutto il continente latinoamericano e comincia a far capolino anche in Europa.

Potere popolare significa potere al popolo. Ma come? Al di là di slogan e retorica, cosa significa? Le pratiche in atto in Venezuela possono dirci qualcosa? Possiamo imparare da quest’esperienza? E cosa?

Ne parleremo con Geraldina Colotti, giornalista de “Il Manifesto”, che è stata più volte in Venezuela ed in America Latina, con Alfredo Viloria Pérez (rappresentante dell’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Roma) e Amarilis Gutiérrez Graffe (Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli).

—–
Je so’ pazzo è un ex-opg (ospedale psichiatrico giudiziario) occupato nel marzo 2015 da un gruppo di studenti, lavoratori, disoccupati, per sottrarlo all’abbandono e per restituirlo alla città, per ricostruire la memoria di questo luogo terribile di esclusione e tortura, e lanciare percorsi di mobilitazione a partire dalle nostre concrete esigenze: dal lavoro al territorio, dalle scuole alle università, dalla casa alla sanità.

—–
Come arrivarci?

– Metro Linea 1: Fermata Materdei
(5 minuti a piedi verso Salita San Raffaele)
– Dal centro storico (15 minuti a piedi):
arrivare al museo nazionale e salire via Salvator Rosa,
all’incrocio con via Imbriani ci trovate sulla destra.

—–
Ex Opg Occupato – Je so’ pazzo
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