Maduro: «Stiamo nuotando controcorrente»

di Geraldina Colotti – il manifesto

12lug2016.- Venezuela. Intervista al presidente della Repubblica bolivariana

«Siamo il popolo delle difficoltà, una trincea di pace per tutta l’America latina», dice al manifesto Nicolas Maduro, che abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela.

Ex militante della Lega socialista, ex autista del metro e sindacalista, Maduro ha ricoperto vari incarichi nei governi Chavez, di cui è stato ministro degli Esteri, viceministro e poi presidente della Repubblica dopo la sua morte, eletto il 14 aprile del 2013.

Violenze, scontro di poteri, referendum revocatorio, sanzioni internazionali. Tre anni vissuti pericolosamente…

Gruppi economico-politici che dipendono dal finanziamento e dall’appoggio della destra internazionale vogliono imporre al paese una direzione esterna. Se arrivassero al potere, governerebbero per i loro finanziatori.

Considerano il governo del paese un bottino, lottano fra loro per accreditarsi a livello internazionale.

Sono sostanzialmente quattro: il vecchio gruppo economico degli “adeco” della IV Repubblica, quello di Ramos Allup e di Accion democratica, che ha prodotto nel Zulia il gruppo di Manuel Rosales, la cui influenza è però diminuita e serve da zerbino alle nuove destre.

Il terzo gruppo è quello della borghesia “amarilla”, tradizionalmente parassitaria. Un nucleo di potere ambiguo e chiuso che si contende l’appoggio della destra imperialista mondiale, di cui è uno dei preferiti. E’ stato attivo in tutti i golpe ma non lo ha mai rivendicato, presentando sempre una facciata legale, dicendosi a favore delle elezioni. Ora, non essendo riuscito a realizzare i propri obiettivi nei tempi che si era prefisso, si sta spostando verso la violenza criminale e il bachaquerismo, il traffico illegale di alimenti e prodotti.

Il quarto gruppo è il più violento, è legato al paramilitarismo colombiano di Alvaro Uribe. Nel 2002 e nel 2003 ha organizzato il colpo di stato e poi l’occupazione militare della Plaza Altamira. E’ coinvolto in tutte le azioni violente, e per quanti sforzi faccia per assumere una parvenza legale, non riesce a nascondere l’odore di fascismo che emana. E’ il gruppo di Leopoldo Lopez.

E’ vero, ho dovuto affrontare ogni genere di attacco in un tempo più concentrato rispetto a quelli a cui ha dovuto far fronte il Comandante Chavez, ma i pericoli che lui ha dovuto correre sono stati molti di più e ne siamo sempre venuti fuori. Quando è stato eletto, gli avevano dato solo due anni di luna di miele con il suo popolo, invece nonostante il golpe e la serrata petrolifera padronale abbiamo recuperato il prezzo del barile, avviato i piani sociali, costruito l’Alba, la Unasur, la Celac.

Dopo la mia elezione, anche alcune componenti della sinistra internazionale hanno pensato che il proceso bolivariano non sarebbe sopravvissuto senza Chavez.

La destra ha scommesso che sarei caduto nel 2013, nel 2014, nel 2015… Invece siamo ancora qui: siamo gli eredi di Bolivar, che era l’uomo delle difficoltà.

Questo sarà un anno determinante, ma il nostro popolo si rafforza nelle difficoltà. Nessuno riuscirà a riportarci al rango di colonia.

Nel 2002, se il golpe avesse trionfato, non ci avrebbe lasciato altra strada che il ricorso alle armi. Tutta la regione si sarebbe trasformata in zona di guerra, perché abbiamo molti alleati, in America latina e nei Caraibi. E anche oggi, il governo Maduro – lo dico in tutta umiltà – è il solo che può garantire la stabilità, la pace con giustizia sociale.

Ma il quadro internazionale – con il ritorno delle destre in Argentina e in Brasile e con la caduta del prezzo del petrolio – sta rimettendo in forse i rapporti sud-sud. Fin dove è disposto a spingersi per difendere questa rivoluzione?

Oggi siamo di fronte a nuove sfide, diverse da quelle che hanno attraversato il secolo scorso: il secolo di Lenin, di Mao, del Che, di Allende e di Chavez, che ha proiettato con forza il suo progetto nel secolo XXI, dando però inizio a un percorso costituente, verso il socialismo ma in modo pacifico e democratico.

Nel XX secolo, tutte le rivoluzioni socialiste e anticoloniali sono state armate.

L’anno prossimo saranno 100 anni dalla vittoria bolscevica del ’17 che ha cambiato il corso dell’umanità. Una lotta durissima per un nuovo mondo.

Bastano alcune date: il colpo di stato in Guatemala nel 1954, quello del ’64 in Brasile, la seconda occupazione statunitense della Repubblica Dominicana, nel ’65 con l’Operazione Power Pack, passando per l’invasione della Baia dei Porci a Cuba, nel ’61. E poi Allende in Cile, nel ’73, l’Argentina… fino al golpe contro Chavez del 2002.

Ma 100 anni, sul piano della storia, sono un tempo breve. La lotta per l’autodeterminazione dei popoli e per la loro emancipazione dallo sfruttamento è ancora giovane, ha subito sconfitte e progressi. Oggi siamo di fronte a un altro mondo, a dinamiche più complesse…

Una nuova realtà multipolare su cui cerca di imporsi un nuovo, devastante, progetto imperiale. Che invade e distrugge.

Cos’ha prodotto la cosiddetta lotta al terrorismo dopo l’attacco alle Torri gemelle? Hanno distrutto l’Afghanistan, che oggi è un paese esportatore di rifugiati e terrorismo. Hanno distrutto la Libia, e guardate i risultati. Vorrebbero fare lo stesso con la Siria…

Vogliono minare i Brics, che hanno messo in relazione nuove forze emergenti.

La Nato minaccia in modo irresponsabile la Russia, che invece è un fattore di pace anche per l’Europa. Cercano di screditare Putin, che ha saputo governare sapientemente la fase seguita alla caduta dell’Unione sovietica e porta avanti la lotta contro il terrorismo.

Provocano la Cina… Vogliono seminare guerra anche in questa nuova America latina che ha iniziato, con Chavez, cambiamenti profondi che travalicano la geografia del continente: una nuova epoca di rivoluzioni democratiche, popolari, pacifiche ma in una prospettiva socialista, che ha saputo unire tutte le forze progressiste sulla via della pace, della sovranità: fidando sul consenso, la cultura, i diritti, sulla forza delle donne.

Siamo una trincea di questi valori. Non lasceremo che li azzerino, ma nemmeno vogliamo deviare dal cammino intrapreso. Siamo nel momento più difficile, ma la nuova America latina è viva: nella forza del suo popolo, della piazza, dell’amore, che è la grande causa dell’umanità, come diceva il poeta Che Guevara.

Fin dove siamo disposti a spingerci? Fino a dare la vita per questo: per costruire la vita ogni giorno.

Il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha recentemente denunciato l’esistenza di un nuovo Piano Condor contro il socialismo del XXI secolo. E’ d’accordo?

La prima che ha parlato dell’esistenza di un nuovo piano Condor è stata la compagna Cristina Kirchner, l’anno scorso al vertice delle Americhe di Panama. Allora, il Venezuela ha ricevuto l’appoggio unanime di tutti i paesi latinoamericani contro le sanzioni imposte dagli Stati uniti. Mi sono trovato d’accordo con lei.

Certo, oggi non ci sono più i Pinochet, i Videla, gli Stroessner, ma persistono le oligarchie che li sostennero, e che alimentano le destre modello marketing e i pupazzetti impomatati che vediamo agire anche in Venezuela.

Siamo di fronte a un nuovo tipo di sicariato, politico economico e mediatico, che ci attacca sia a livello nazionale che internazionale. E, per quanto riguarda il Venezuela, cerca di impedire che passiamo dalla fase della difesa a quella del recupero, nella guerra economica e petrolifera.

I sicari economici organizzano il sabotaggio interno, seminano odio e razzismo, credono di poter ingannare e truffare a piacimento. I sicari mediatici conducono una guerra psicologica per uccidere la speranza e la stabilità, intossicando soprattutto le reti sociali. Quelli politici finanziano e guidano da fuori campagne destabilizzanti.

Avete visto cos’è successo durante la campagna elettorale spagnola? Le destre hanno usato la rivoluzione bolivariana per fini interni. Una vera ossessione.

Se la magistratura spagnola aprisse un’inchiesta, non le ci vorrebbe molto per scoprire le filiere di finanziamento illegale miliardario che partono da Madrid, dirette alle destre venezuelane. Usano la Spagna come piattaforma per cospirare contro il nostro governo.

Siamo un paese pacifico e sovrano, che non si immischia negli affari interni di altri paesi. Abbiamo le nostre difficoltà, cerchiamo di superarle alla nostra maniera.

E’ nostro diritto costruire il socialismo, adottare il modello che il nostro popolo ha scelto. E quanta pazienza abbiamo avuto per continuare sulla via pacifica e democratica, mantenendo sempre aperta la porta del dialogo, promosso dalla Unasur e da tre ex presidenti, José Zapatero, Martín Torrijos e Lionel Fernandez, a dispetto di tutti gli attacchi.

Ma i nuovi sicari vogliono far fuori i leader progressisti della nostra America. Guardate il golpe parlamentare contro Dilma, in Brasile. Un governo che in tre settimane ha visto dimettersi tre ministri per corruzione accusa di disonestà una donna integerrima.

Contro di noi, cercano di attivare la cosiddetta Carta democratica interamericana, di imporre sanzioni. E’ un attacco che viene da lontano.

Siamo i custodi della grande storia e della terra dei libertadores. Stiamo nuotando controcorrente.

Parma 17lug2016: Cuba e Venezuela, una sola bandera

Esercito e popolo, difesa pacifica ma “integrale”

di Geraldina Colotti – il manifesto

21mag2016.- I manifestanti avanzano, un muro di scudi in plexiglas li controlla, ma le forze dell’ordine non reagiscono. Qualcuno scavalca gli scudi appoggiandosi sulle spalle dei militari, scarta di lato, viene allontanato. In Venezuela, l’opposizione cerca di raggiungere il centro di Caracas e la sede del Consejo Nacional Electoral (Cne). Il Cne sta esaminando le firme che dovrebbero mettere in moto la prima fase del referendum revocatorio (possibile a metà mandato per tutte le cariche politiche elette), per deporre il presidente Nicolas Maduro. L’opposizione preme per accelerare i tempi e accusa il Cne di parzialità. Per evitare devastazioni, il Comune non ha autorizzato il percorso richiesto e la Mesa de la Unidad Democratica (Mud) ha deciso di sfilare nei quartieri agiati della capitale, suoi bastioni.

Nei pressi di un ponte, la scena cambia. Un gruppetto mascherato, armato di spranghe e bastoni, ha isolato due giovani agenti, e attacca: la poliziotta perde l’equilibrio, cade, il gruppo colpisce e colpisce, prima che alcune persone intervengano. Un cronista filma la scena e la posta sulle reti sociali. Così le componenti oltranziste dell’opposizione venezuelana contano di rimettere in moto le violenze di piazza che, nel 2014, hanno provocato 43 morti (in maggioranza fra le forze dell’ordine, uccisi con colpi di arma da fuoco) e oltre 850 feriti. Intanto, le destre in colletto bianco moltiplicano le interviste sui grandi media Usa ed europei e chiedono l’intervento della “comunità internazionale”. L’ex candidato delle destre Henrique Capriles, battuto prima da Chavez e poi da Maduro, parla di un possibile “colpo di stato interno” e invita le Forze armate a scegliere “tra la costituzione e Maduro”, modulando al nuovo contesto il copione giocato nel 2013, quando il suo appello a “sfogare la rabbia” provocò 11 morti chavisti e milioni di danni alle strutture pubbliche, e poi nel 2014, quando – durante la campagna “la salida”, lanciata dalle destre più estreme (Lopez, Machado, Ledezma) – ha mantenuto il classico piede in due scarpe.

In una conferenza internazionale interattiva, durante la quale sono intervenuti ospiti dalle ambasciate accreditate in tutto il mondo, Maduro ha denunciato l’attacco concentrico che soffre il suo governo e il ruolo dei grandi media, che diffondono un “format” adatto a preparare aggressioni militari come in Libia. Per due volte – ha detto – aerei di ricognizione bellica provenienti dagli Usa hanno violato lo spazio di difesa venezuelano.

In questi giorni, si stanno svolgendo operazioni militari di “difesa preventiva e integrale”, che coinvolgono sia le Forze armate che le organizzazioni popolari. Presenti numerosi aggregati militari di altri paesi, anche europei. Il generale Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa, ha spiegato il carattere delle operazioni e lo spirito che anima l’”unione civico-militare”, ossatura dello stato bolivariano: “Una simbiosi perfetta tra lotta armata e non armata per la difesa integrale delle conquiste sociali garantite dalla nostra Costituzione. Una dottrina pacifica del popolo organizzato.” Ieri, in tutto il paese si è svolta una giornata dimostrativa “di prevenzione delle imboscate”. Insieme ai militari, anche le milizie popolari, sorta di servizio volontario dei cittadini che si dispiegano in tutti i settori sociali e che agiscono come funzione di complemento alle Forze armate. In campo anche i Consigli comunali, le milizie operaie “delle imprese socialiste integrate” e i comitati che animano la vita e l’organizzazione delle Comunas. “Siamo qui per dire alla destra che non arretreremo di un centimetro nella difesa delle conquiste sociali realizzate in questi anni, e che il popolo è preparato psicologicamente, socialmente e militarmente”, dice una leader comunitaria. Dal Tachira, stato di confine e zona di infiltrazione del paramilitarismo colombiano, un’altra chavista, esponente dei comitati per la difesa della Mision Vivienda (case popolari), spiega: “ Questa è un’attività di prevenzione di qualunque attività controrivoluzionaria. In questi otto anni di esistenza della milizia popolare abbiamo imparato a svolgere azione di intelligence comunale, di vigilanza alle centrali elettriche e agli stabilimenti commerciali. L’unione civico-militare è una dottrina pacifica del popolo organizzato. Prima della difesa con le armi, viene quella del convincimento e delle idee. Non è tempo di tradimento, ma di lealtà”.

E intanto, non si placa la polemica tra Maduro e il capo dell’Osa, Luis Almagro, che vuole sanzionare il Venezuela. E martedì alle 16,30 a Roma, la Rete Caracas ChiAma organizza una manifestazione di sostegno alla rivoluzione bolivariana (Viale Parioli, angolo via Secchi).

Maduro: «Occupiamo le fabbriche»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Venezuela. L’ex presidente colombiano Uribe invita gli Usa all’intervento militare. Trovate armi alla frontiera
16mag2016.- «Fabbrica bloccata, fabbrica occupata dal popolo». Parola di Nicolas Maduro. Il presidente del Venezuela lo ha ribadito davanti a migliaia di manifestanti – consigli comunali, comunas, organizzazioni territoriali – che appoggiano «il quinto motore dell’economia socialista»: uno dei 15 proposti dal governo chavista per uscire dalla crisi, e inquadrati da un decreto di emergenza, rinnovato per 60 giorni. Misure nuovamente respinte dall’opposizione, che ha la maggioranza in Parlamento dal 6 dicembre, e che preme per accelerare il referendum revocatorio contro Maduro.

Sabato, i partiti che compongono la Mud – un arco che va dal centro-sinistra della IV Repubblica all’estrema destra – hanno organizzato a Caracas una manifestazione concomitante a quella chavista e ne hanno indetta un’altra per domani a livello nazionale. L’obiettivo è quello di «fare come in Brasile», deponendo il presidente prima dello scadere del mandato: nel solco di quanto accade con Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo di impeachment.

La Costituzione bolivariana – votata con ampia maggioranza nel 1999 dopo un’Assemblea costituente che ha accolto molte proposte dell’opposizione – prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive a metà mandato: occorre però rispettare i passaggi e i tempi previsti, e la supervisione del Consejo Nacional Electoral (Cne). Così avvenne per il tentativo di revocare Hugo Chavez, nel 2004. Allora, l’opposizione perse, ma questa volta conta di approfittare del ritorno delle destre nel continente latinoamericano, e non disdegna l’uso di modi più spicci. Già nel 2014, i settori oltranzisti della Mud hanno organizzato la campagna «la salida» (l’espulsione), per cacciare con la forza Maduro dal governo. Il risultato fu di 43 morti – quasi tutti per colpi di arma da fuoco e tra le forze dell’ordine – e oltre 850 feriti.

Nonostante sabotaggi, campagne di discredito internazionale e un paese spaccato («polarizado», come dicono in Venezuela), il governo, però, ha tenuto: forte di un consenso popolare fra i settori meno favoriti, a cui continua a dedicare oltre il 70% delle entrate annuali. Il Cne sta inserendo nel sistema informatico le firme raccolte per avviare la procedura di referendum, in modo che ogni cittadino potrà verificare di persona la legalità del percorso. Dal 18 maggio al 2 giugno si procederà poi alla verifica, alla presenza di testimoni delle due parti. Se le firme raggiungono almeno l’1% degli aventi diritto, il Cne apre le consultazioni a livello nazionale.

In tre giorni, l’opposizione dovrà allora raccogliere il consenso del 20% dei 3,9 milioni di iscritti al registro elettorale. La verifica delle firme dovrà avvenire in tre giorni. Se il quorum è raggiunto, il referendum va convocato entro 90 giorni lavorativi. Per revocare Maduro, occorre un numero uguale o superiore ai voti raccolti dal presidente, ovvero almeno 7.587.532, e serve la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto (circa 4.900.000 persone). Per tutto questo, si calcola che occorreranno 170 giorni lavorativi, il che porterebbe il referendum a gennaio del prossimo anno. La legge prevede che, se al presidente restano due anni per arrivare a scadenza, non si va a nuove elezioni, ma conclude il mandato il vicepresidente Aristobulo Isturiz, politico proveniente dai movimenti popolari e fautore delle «comunas».

In campagna elettorale, l’attuale presidente del Parlamento, Ramos Allup, aveva promesso di «farla finita con le code in 15 giorni». E di certo avrebbe potuto senz’altro migliorare le cose, visto che gran parte del sabotaggio e del mercato nero (di alimenti sussidiati e di dollari incamerati dalle grandi imprese senza ritorno produttivo) deriva dai terminali della Mud. Invece, ha seguito le proprie ossessioni (cacciare Maduro, amnistiare golpisti e faccendieri) e ha provato a mettersi sulla strada di Macri in Argentina e ora di Temer in Brasile. Ha licenziato una legge di amnistia, bocciata dal Tribunal Supremo de Justicia, e provato a consegnare alle imprese immobiliari il vasto piano di case popolari sviluppato dal governo, ma è stato respinto da poderose manifestazioni. Secondo i sondaggi, oltre il 60% dei cittadini ha capito l’antifona e ritiene inefficace l’attività parlamentare della Mud.
«È arrivata l’ora. Io sono pronto, ministri, compagni… sono pronto a consegnare al potere comunale le fabbriche chiuse da qualunque parruccone di questo paese», ha detto Maduro agli operai delle grandi imprese private. In base alle ferree leggi del lavoro, si può sospendere la produzione solo in presenza di situazioni catastrofiche, previste dall’articolo 72. E a quello vuole rifarsi il miliardario Lorenzo Mendoza, proprietario della grande impresa Polar. Intanto, si è fatto sentire l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, padrino del paramilitarismo, che ha invitato gli Usa a intervenire militarmente in Venezuela «per appoggiare l’opposizione». E nel Tachira, alla frontiera con la Colombia, sono state scoperte armi e bombe e arrestati dei paramilitari.

Brasile: passa l’impeachment, Dilma in piazza

di Geraldina Colotti – il manifesto

13mag2016.- In Brasile, Dilma ha perso di nuovo. Il Senato ha approvato l’impeachment per 55 voti contro 22. Una tendenza apparsa subito evidente dagli interventi degli 81 senatori, chiamati ad esprimere con maggioranza semplice (la metà più uno) il loro parere. Difficile che andasse diversamente, dato il profilo, il colore politico e gli interessi che rappresenta gran parte dei senatori. Benché la popolazione brasiliana sia composta al 54% da neri e al 51% da donne, 64 degli 81 senatori sono bianchi, solo 6 sono neri e vi sono 11 donne, una delle quali afrodiscendente. Parlamentari i cui partiti rappresentano soprattutto gli interessi dell’agrobusiness, di grandi multinazionali come Monsanto e Sygenta, le speculazioni di corporazioni finanziarie come Goldman Sachs, il profitto delle industrie delle armi o della sicurezza privata, gli affari delle potenti chiese pentecostali…

Il Senato che ha giudicato Rousseff, nonostante non sia stato provato nessun «delitto di responsabilità», è composto per il 58% da inquisiti per reati di corruzione o peggio, come buona parte dei partiti che hanno messo in moto l’impeachment. L’anima nera della manovra si chiama Eduardo Cunha, terminale delle potenti chiese evangeliche. Considerato da molti un vero e proprio gangster della politica, è sempre riuscito a farla franca grazie al peso politico del suo Partito del movimento democratico (Pmdb) nelle alleanze di governo e nella coalizione che ha portato Rousseff alla presidenza nel 2010 e 2014. La formazione centrista è quella che ha più seggi al Congresso e risulta determinante nella scena parlamentare, frammentata in 28 partiti.

Il Pmdb ha tolto la fiducia al governativo Partito dei lavoratori (Pt) a cui appartiene la presidente per portare avanti l’impeachment con l’opposizione: non per amore della trasparenza, ma per salvare dal carcere Cunha, che risultava secondo nella lista dei sostituti una volta sospesa Rousseff durante l’impeachment. Epperò, i piani di Cunha sono stati fermati da una decisione della magistratura, che lo persegue con accuse pesanti, tra le altre quella di aver portato in Svizzera conti miliardari frutto di tangenti e di non averli dichiarati. Tuttavia, se come pare certo il “golpe istituzionale” otterrà l’obbiettivo finale, è già pronto un indulto per Cunha. A sostituire Rousseff, infatti, va il vicepresidente Michel Temer, che appartiene al partito di Cunha e che a sua volta conta di lavare una discreta quantità di panni sporchi: non solo, infatti, è anch’egli a rischio di impeachment, ma è inquisito per reati analoghi a quello del suo collega di partito.

Ora, dunque, la presidente verrà sospesa per 180 giorni dall’incarico: il tempo necessario al processo per presunte irregolarità fiscali di cui non si è discusso nel corso delle votazioni fin qui avvenute. Accuse inesistenti, secondo la difesa di Rousseff, la quale avrebbe nascosto l’entità del deficit nel bilancio coprendolo con un prestito anticipato dalla banca nazionale: non per trarne vantaggio economico, ma per far fronte ai piani sociali rivolti ai settori meno abbienti. Una procedura utilizzata da altri presidenti che l’hanno preceduta e che, per quanto scivolosa a rigor di legge, sembra una marachella a fronte dei reati che pesano su gran parte di quelli che l’hanno giudicata.

La Commissione del Senato che ha dato il via libera alla seconda tappa del procedimento è composta dall’opposizione. Alla presidenza c’è Raimundo Lira, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb), diretto da Temer. Alla stessa commissione toccherà l’istruzione del processo, che però verrà diretto dal presidente del Supremo Tribunal Federal (Stf). Per questo, ieri, il ministro Ricardo Lewandowski si è incontrato con il senatore Lira alla presenza del presidente del Senato, Renan Calheiros, anch’egli del Pmdb. Lewandowski presiederà poi la votazione finale del processo, che necessita di una maggioranza dei 2/3.

In un simile contesto, è quasi certo che Temer governerà fino al 2018. Da tempo, egli ha concordato il suo gabinetto di governo con i poteri forti a cui risponde. Sarà un governo composto da banchieri e imprenditori, sul modello di quello di Macri in Argentina. Durante la discussione al Senato, molti eletti di sinistra hanno sostenuto di non riconoscere il governo di Temer che, anche secondo i sondaggi, non verrebbe votato dalla popolazione. La situazione di Dilma è stata paragonata alla deposizione dei presidenti Getulio Vargas e Juselino Kubitchek negli anni ’50 e ’60. In molti, durante il voto in Parlamento dell’impeachment, hanno infatti inneggiato al ritorno della dittatura militare, minacciando pesantemente la presidente, ex guerrigliera torturata durante il regime dittatoriale.

La piazza che ha votato Dilma (oltre 54 milioni di persone), ha però deciso di farsi sentire. Davanti al Senato ci sono stati scontri e una dura repressione da parte della polizia di Brasilia, che ha provocato feriti anche in una manifestazione di donne. «Temer golpista», gridano i manifestanti dietro la bandiera del Movimento dei Senza Terra, dei Senza Tetto e delle alleanze di sinistra verso le quali il Pt ha deciso di aprirsi, per sciogliersi dall’abbraccio mortale delle forze centriste e conservatrici. Per la comunicazione ufficiale dell’impeachment, Dilma ha organizzato una cerimonia nel Planalto. Ad accompagnarla nella firma del documento, l’ex presidente Lula da Silva, che aveva nominato capo di gabinetto ma che la magistratura ha sospeso, gli attuali ministri, autorità pubbliche e i movimenti popolari che l’appoggiano e che si battono contro il colpo di stato istituzionale.

Prima di lasciare l’incarico, Dilma ha parlato ai giornalisti e ai manifestanti e ha divulgato un video sulle reti sociali: «Questo golpe è una farsa giuridica – ha detto – non c’è giustizia più devastante di quella che condanna un innocente». Dal Venezuela all’Argentina, un’ondata di sdegno percorre l’America latina di sinistra e chiede agli organismi internazionali come Unasur di intervenire contro il governo de facto di Temer. Il quale ha già commesso la prima gaffe: ha scambiato un giornalista argentino di Radio El Mundo per il suo omologo Macri, dicendosi ansioso di incontrarlo. Il video è sul sito della radio.

Venezuela, le cifre della guerra economica

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Caracas. Scontro sul referendum. Abbattuto El Topo, ricercato per il massacro di 17 minatori

10mag2016.- Le denunce si rincorrono sui social network. Molti chiamano di notte per raccontare pressioni e minacce subite durante la raccolta di firme per revocare il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. «Ero andato a Farmatodo a ritirare le medicine per mio figlio – racconta un cittadino di Caracas – e quando ho consegnato la ricetta me l’hanno trattenuta chiedendomi di firmare per il revocatorio. Ho detto di no e mi hanno risposto che i farmaci non c’erano più». Un avvocato in fila assiste alla scena e denuncia: «Quando ho protestato, due uomini armati mi hanno minacciato e cacciato». Seguono i numeri del passaporto. Altri, inviano fotografie di porporati ostili al governo intenti a firmare, e ritwittano le dichiarazioni deliranti del padre Palmar, il cui nome figura nei Panama Papers e nello scandalo sui paradisi fiscali, insieme ad altri alti esponenti dell’opposizione come Julio Borges. Frammenti dello scontro di poteri in atto in Venezuela, iniziato con la vittoria dell’opposizione alle parlamentari del 6 dicembre.

L’articolo 72 della Costituzione bolivariana, approvata con referendum nel ’99 dopo l’elezione di Chavez, prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive e quelle della magistratura alla metà del mandato, e stabilisce una serie di requisiti. Il primo, è che il gruppo di richiedenti deve raccogliere le firme di almeno l’1% del totale degli aventi diritto. Poi, tocca al Consejo Nacional Electoral (Cne) esaminarne la validità alla presenza di una commissione nominata dal campo avverso. Perché il referendum si metta in moto, dev’esserci la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto e i voti devono superare quelli ottenuti dal presidente per essere eletto: 7.587.579. La procedura venne attivata contro Chavez, ma il referendum venne bocciato.

Adesso, la situazione è molto diversa. Maduro è al centro di attacchi di ogni genere, sia all’interno che all’esterno del paese. Dall’Argentina, al Brasile, al Venezuela, le destre stanno tornando in forze nel continente. Le sinistre denunciano i tentativi di golpe istituzionale, simili a quelli realizzati in Honduras contro Manuel Zelaya e poi contro Fernando Lugo in Paraguay. L’analista politico José Vicente Rangel ha definito il referendum contro Maduro come la valigia col doppiofondo dei contrabbandieri: in superficie oggetti comuni, sotto quello che si deve nascondere, ovvero le trappole per violare la Costituzione e la legge. Per espletare tutti i passi del referendum occorrono circa 170 giorni lavorativi. Intanto, a dicembre dovrebbero svolgersi le elezioni dei governatori. E se a Maduro restano due anni dalla fine del mandato, in caso di revoca il vicepresidente Aristobulo Isturiz, potrà governare senza indire elezioni, fino al 2019.

L’opposizione preme, però, per accelerare i tempi, e accusa il Cne di parzialità. Ritiene di aver ampiamente superato il primo livello di raccolta firme, e chiede ai suoi sponsor internazionali di intervenire per sanzionare il governo. Il capo dell’Osa, Luis Almagro, che non fa mistero della sua scelta di campo, vorrebbe applicare la Carta democratica: una misura di espulsione che si è applicata solo all’Honduras, dopo il golpe del 2009. In questi giorni, la ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha però ricevuto all’Osa l’appoggio di quasi tutti gli stati americani (tranne Usa e Canada): persino della sua omologa argentina, che si è fatta riprendere da Macri. Rodriguez ha denunciato la guerra economica, mediatica e finanziaria in atto contro il suo governo: simile a quella messa in campo contro Salvador Allende prima del golpe militare dell’11 settembre ’73 per «far urlare l’economia».
Il Venezuela – ha detto – «ha importato alimenti che bastano a nutrire tre paesi grandi come il nostro». E invece sembra che imperi la penuria e addirittura l’emergenza umanitaria: code di proporzioni bibliche per accedere ai negozi sussidiati, prezzi alle stelle negli altri e sul mercato nero. I ristoranti dei quartieri alti, dove una pizza costa come uno stipendio, sono però sempre pieni: «È una fatica di Sisifo – ci ha detto di recente il poliziotto di un’unità mobile nel quartiere La Candelaria: anche se sanzioniamo un negozio, l’indomani i prezzi riprendono a salire illegalmente».
La disponibilità degli alimenti, «intesa come quantità prodotta e/o importata, non è diminuita – dice Pasqualina Curcio, dell’istituto indipendente Celag -. Le grandi imprese private responsabili del rifornimento non registrano una diminuzione significativa nella produzione, né tanto meno hanno chiuso i reparti. La difficoltà di accesso agli alimenti non si deve, quindi a una diminuzione della disponibilità». Dove finiscono, allora i prodotti? Nelle mafie dell’accaparramento e nel mercato nero. Vale, però, considerare un altro dato evidenziato da Curcio: 10 fra gli alimenti base più difficili da reperire sono prodotti dalle 10 grandi imprese private, il cui volume produttivo non è diminuito. Tra il 2004 (quando non si registrava penuria) e il 2014, i dollari a prezzo agevolato ricevuti dalle grandi imprese importatrici sono aumentati del 177%. In quali mani sono finiti? Chi ha interesse ad accaparrare alimenti e farmaci per seminare la sfiducia? Il ritrovamento di interi depositi di medicine salvavita scadute fa riflettere sugli intenti di chi guida queste strategie. L’8 maggio, il chavismo ha ricordato il massacro di Yumare, quando il presidente di centrosinistra (Ad), Jaime Lusinchi trent’anni fa lasciò torturare e assassinare 9 oppositori della sinistra radicale. E intanto, dopo l’uccisione di un noto boss che emetteva comunicati di sostegno all’opposizione (El Picure), è stato abbattuto El Topo, ritenuto il responsabile del massacro di 17 minatori nel Tumerero.

Dal Paraguay al Venezuela, la strategia del golpe blando

di Geraldina Colotti – il Manifesto

America latina. I nuovi processi di destabilizzazione nel continente
Golpe blando o golpe istituzionale. Di solito è preparato da una «guerra» di debole intensità, una «guerra» non convenzionale, giocata con armi mediatiche e giudiziarie atte a preparare il terreno per la deposizione dei presidenti non graditi a Washington: solitamente nel silenzio-assenso degli organismi internazionali.

Una pratica assai frequentata a partire da inizio secolo in America latina, quando il vento del «socialismo del XXImo secolo» ha cominciato a spirare nel continente, portando al governo Hugo Chavez in Venezuela, e gli altri componenti dell’Alba (l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, ideata da Cuba e Venezuela, a cui hanno aderito Bolivia, Ecuador, Nicaragua…), ma anche i presidenti progressisti dei grandi paesi, come i Kirchner in Argentina o Lula da Silva e poi Dilma Rousseff in Brasile.

Il primo a fare le spese del golpe istituzionale fu Chavez. Il presidente de facto e capo degli imprenditori, Carmona Estanga, appoggiato da gran parte dei personaggi che animano l’attuale parlamento venezuelano, disse che il presidente si era dimesso, mentre era stato sequestrato. Poi toccò a Manuel Zelaya, in Honduras, sostituito da un governo de facto, nel 2009. E poi a Fernando Lugo, in Paraguay, il cui pretestuoso impeachment, lungamente preparato dal suo vice Fernando Franco, portò a un governo più gradito alle grandi consorterie internazionali. Quelle stesse che hanno puntato al Brasile, e che ora foraggiano l’opposizione venezuelana per cacciare dal governo l’ex operaio del metro Nicolas Maduro. Senza dimenticare la richiesta d’impeachment nei confronti di Cristina Kirchner che, per il carisma di cui gode, resta un obbiettivo da abbattere.

Roma 13mag2016: Resistenza e Rivoluzione al femminile

di ANAIC – Roma

La GENERALESSA DELLE FORZE ARMATE CUBANE sarà a Roma!
Per la prima volta in Italia, il generale delle Forze Armate Rivoluzionarie, Eroe della Repubblica di Cuba, DELSA ESTHER PUEBLA VILTRE – TETE’ ci parlerà della Rivoluzione cubana al femminile. Interverrà per l’occasione la staffetta partigiana LUCIANA ROMOLI. Interverrà l’Ambasciatrice di Cuba Alba Soto Pimentel.

Saranno intervistate dalla giornalista e scrittrice GERALDINA COLOTTI.
Introdurrà CATIA FUNARI del Circolo di Roma dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

In Italia il tour mediatico dell’opposizione venezuelana

di Gerladina Colotti – il manifesto

Che la propaganda resti un forte motore della politica a ogni latitudine, è un fatto: per nobili o meno nobili cause. Stupirsene, non aiuta. Vedere la grande stampa a rimorchio di una sola campana, fino al punto di capovolgere i termini della questione, fa però ancora effetto.

Possibile – ci si chiede – che a nessuno venga in mente di verificare le informazioni che si veicolano, i curriculum dei personaggi e la pertinenza delle loro affermazioni? E invece no. La visita in Italia di alcuni rappresentanti dell’opposizione venezuelana è stata sponsorizzata a scatola chiusa e senza un minimo di contraddittorio, sia a livello mediatico che politico.

Protagonisti di una kermesse che durerà alcuni giorni, Leopoldo Lopez Gill, Vanessa Ledezma e il sociologo Tomas Paez. Sostenuto da una cordata di imprenditori e da forti lobby internazionali, il gruppo ha organizzato anche un incontro in un grand hotel romano, a cui ha partecipato oltre un centinaio di persone.

In un’atmosfera “coppoliana”, tra un premio al “buon papà” e invocazioni alla Vergine di Coromoto, tra una lacrimuccia e una battuta razzista, dal tavolo una sequela di affermazioni false o strampalate, degne dei tempi in cui i comunisti “mangiavano i bambini”. Difficile sottrarsi a un effetto straniante, di fronte a un Lopez Gill trasformato in sofferente cherubino, perseguitato da una feroce dittatura. Il pedigree del conferenziere di Voluntad Popular è quello di un esponente dell’alta borghesia venezuelana, che per vent’anni è stato nel direttivo del giornale El Nacional.

Figura tra i firmatari del Decreto Carmona, con il quale il capo della locale Confindustria, Pedro Carmona Estanga, portato al potere da un colpo di stato, sospese tutte le garanzie istituzionali e diede luogo a un’energica repressione: fu durante il golpe contro il presidente democraticamente eletto, Hugo Chavez, nell’aprile del 2002. Un golpe deciso a Washington e orchestrato dall’oligarchia locale con la complicità delle alte gerarchie della chiesa cattolica: che durò solo due giorni perché il popolo riportò in sella il suo legittimo rappresentante.

In quei giorni, Leopoldo Lopez, figlio di Gill, consegnò alla storia una serie di performance non proprio pacifiche. Tra queste, il sequestro del personale dell’ambasciata cubana, compiuto insieme al futuro candidato presidenziale, Henrique Capriles Radonski.

Imprese che, come dimostrano numerosi video, Lopez ha ripetuto durante le violenze di piazza del 2014, che hanno provocato 43 morti e oltre 850 feriti: la maggior parte delle vittime (forze dell’ordine) è stata uccisa con colpi di arma da fuoco, altri (lavoratori che tornavano a casa la sera) sono stati sgozzati dal fil di ferro teso per far cadere i motociclisti. Vittime provocate dalla campagna lanciata da Lopez figlio, Antonio Ledesma e Maria Machado («la salida») per cacciare con la forza Maduro dal governo. Tutti grandi amici di Washington e destinatari dei suoi annuali finanziamenti, diretti o larvati (come la Red Democratica Universitaria di Tomas Paez).

E infatti, nessuno ha fatto mistero che le organizzazioni di sostegno all’estero siano «nate a Miami»: dove agisce il grande perturbatore dell’economia venezuelana (il sito del cambio parallelo Dolar Today), dove finisce buona parte del fiume di denaro sottratto dalle grandi imprese al governo per investimenti che non si fanno mai, e dove sono fuggiti banchieri fraudolenti e golpisti che la coalizione di Lopez vorrebbe amnistiare.

Paez e Lopez hanno accusato Diosdado Cabello di dirigere un cartello mafioso. Eppure nei Panama Papers figurano numerosi nomi dell’opposizione (uno per tutti, il capo della coalizione parlamentare, Julio Borges), ma non quello di Cabello e compagni. E le confessioni di uno squartatore iscritto a Voluntad Popular mettono in piazza tutti i panni sporchi (e violenti) dell’opposizione.

Ma le accuse a Cabello hanno preso forma a Miami e a Madrid, dove i Lopez hanno ottenuto cittadinanza grazie anche alla consonanza di vedute sull’idea di «sovranità» con la corona spagnola. Abbattere la statua di Colombo – ha scritto Lopez Gill – è uguale alle statue abbattute dall’Isis a Palmira, perché Bolivar e Miranda erano spagnoli.

Che poi la «feroce tirannia» diretta da Maduro sia passata attraverso il consenso delle urne, tanto che l’opposizione ha vinto le parlamentari, poco importa. E i politici detenuti per fatti gravissimi, anche se come Ledezma sono già agli arresti domiciliari, sono «prigionieri politici» barbaramente torturati: anche se – come testimoniano video e documenti – godono di tutte le garanzie. Anche se «la tomba» – un sotterraneo dove torturava la polizia politica insieme a gli anticastristi di Miami – è esistita solo durante la IV Repubblica: durante il Consenso di Washington che Lopez e i suoi vorrebbero ripristinare.

Hebe de Bonafini: «Ancora in piazza per rinnovare il sogno dei nostri figli»

30est1f01-hebe-bonanfinidi Geraldina Colotti – il manifesto

«I nostri figli hanno dato la vita per un sogno e noi lo rinnoviamo ogni giorno». Non tradisce il peso degli anni, la voce di Hebe de Bonafini, storica dirigente delle Madres de Plaza de Mayo, classe 1928. Oggi, l’organizzazione che ha contribuito a fondare, il 30 aprile del 1977, compie 39 anni. Il 24 marzo dell’anno prima, una giunta militare aveva preso il potere in Argentina, scatenando una repressione che, in sei anni, provocherà circa 30.000 scomparsi.

Sfidando il pericolo, quel 30 aprile le Madres lanciano al mondo un simbolo di resistenza, come una bandiera: un fazzoletto bianco con su scritto il nome dei loro figli scomparsi, un pannolino di tela con cui li hanno fasciati da piccoli. Donne semplici, via via sempre più coscienti e organizzate, consapevoli del rischio e disposte a continuare a prezzo della vita. Il 10 dicembre del 1977, nella giornata internazionale dei Diritti umani, il giornale delle Madres pubblica l’elenco dei ragazzi desaparecidos.

Quella notte, l’operaia Azucena Villaflor, una delle fondatrici viene sequestrata da uno squadrone della morte e condotta in uno dei campi di sterminio, probabilmente l’Esma. I suoi resti sono ritrovati l’8 luglio del 2005, durante la stagione dei processi ai responsabili della dittatura. Le ceneri vengono sepolte ai piedi della Piramide di Maggio, al centro della Plaza de Mayo, l’8 dicembre del 2005, a conclusione della 25ma marcia di resistenza delle Madres.

Oggi, il pañuelo è diventato un simbolo nazionale dell’Argentina «e per tutti i popoli del mondo rappresenta la lotta, la resistenza, la trasformazione collettiva», scrive Kabawil, il gruppo di appoggio italiano alle Madres. Per il loro 39mo compleanno, Kabawil ha organizzato una carovana, che si conclude oggi a Mar del Plata.

Cosa ricorda Hebe di quel 30 aprile di 39 anni fa? Com’è cominciata quella battaglia?
Da mesi, ci incontravamo al ministero degli Interni, nelle caserme, tutte alla ricerca dei nostri figli scomparsi. Un giorno, che può essere considerato il punto d’avvio, eravamo andate alla chiesa della marina Stella Maris, dal vescovo Emilio Gracelli che poteva avere notizie. E Azucena Villaflor ha detto: basta, andiamo in piazza. Eravamo stufe di girare a vuoto. Così ci rechiamo a Plaza de Mayo, di fronte alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale argentino, con una lettera per il generale Videla. Era un sabato, e lì non c’era nessuno, mentre noi volevamo essere visibili. Qualcuna suggerisce di tornare il venerdì, ma c’è chi dice: no, venerdi è il giorno delle streghe. Così cominciamo a girare in piazza il giovedì alle 15,30: per rientrare prima del buio, perché eravamo seguite e perseguitate.

Quanti figli ha perso?
Due, più mia nuora, sposata al maggiore. Ma per le Madres la maternità è collettiva, abbiamo deciso di socializzarla, parliamo dei nostri figli per parlare della storia di questo paese, dei molti giovani coraggiosi che le famiglie non hanno voluto ricordare. Loro hanno dato la vita per un sogno, noi abbiamo deciso di condividerlo e di rinnovarlo, ogni giorno da allora. Per noi, non sono né vittime – perché hanno lottato, anche con le armi per i propri ideali – né tantomeno terroristi. Nessun terrorista dà la vita per amore degli altri. La rivoluzione è un atto politico d’amore: perché sempre i popoli hanno motivo di lottare e di guardare a quelli che lo hanno fatto prima di loro per costruire una speranza. In Argentina abbiamo avuto 12 anni meravigliosi con il kirchnerismo, la casa del governo era aperta, era parte della nostra vita. Con Nestor e Cristina, l’Argentina ha aperto la scatola nera del passato, ci sono stati i processi, si sono rimesse in moto le energie.

Ma adesso è tornata la destra…
E siamo tutti responsabili. Certo, ci sono stati errori di tipo diverso: candidati che non sono stati all’altezza, la corruzione, ma il più grave è stato l’aver dato le cose per acquisite. Non abbiamo capito cosa sia davvero la lotta di classe. Abbiamo dimenticato che, senza un adeguato lavoro politico, la gente più umile quando ottiene dei benefici si rivolge verso l’alto e non verso il basso, pensa che chi sta più in alto possa darle ancora di più, senza capire che quello che ha avuto è perché se lo è conquistato. E così è arrivata la destra con le sue promesse megagalattiche di lavoro, felicità, parole vuote e demagogiche dirette agli strati più umili. Macri ha promesso di tutto, salvo quello che sta mettendo in atto: licenziamenti, pallottole per chi protesta, chiusura delle università popolari e delle mense scolastiche per i bambini poveri…

Le Madres sono nuovamente a rischio?
Sì, ci hanno minacciato di morte, telefonate continue in cui dicevano che ci avrebbero uccise. Quattro tizi armati sono entrati nella sede della nostra radio, hanno sfondato la porta, ferito un compagno. Io sono stata citata tre volte in giudizio per incitamento alla violenza. Una prima volta mi chiama il giudice e mi dice di andare a deporre. Rifiuto. Mi manda una citazione. Non vado. Mi dice: mandi il suo avvocato. Rispondo: non nomino nessun avvocato perché non ho commesso alcun reato. Se volete arrestarmi, fate. Sto aspettando. Un giorno ci hanno impedito di entrare in piazza, una camionetta di polizia proibiva l’entrata. Ma sono arrivati i compagni, insieme a 40 deputati.

La deputata Milagro Sala è in carcere per presunte irregolarità amministrative.
Sì, purtroppo. Mi ricordo che anni fa lavoravamo a un progetto di case popolari chiamato Il sogno condiviso. Con quello abbiamo fatto uscire dal carcere due detenuti e due emarginati che si trovavano in un ospizio. E questi, con la complicità di funzionari governativi hanno messo su una truffa con cui hanno cercato di screditarci. E un giudice ci ha obbligato a pagare i danni. Abbiamo capito che la politica non va mischiata con il denaro, con il capitalismo che non puoi controllare perché stimola solo gli interessi individuali, la politica va intesa nel suo senso più alto, come la migliore azione collettiva. Per questo, a differenza delle altre associazioni, abbiamo rifiutato risarcimenti economici per i nostri figli. Non c’è prezzo per la vita e non serve dedicare una strada a qualcuno degli scomparsi. I nostri figli non sono morti, vogliamo che vivano nelle lotte presenti insieme a tutti i 30.000 scomparsi. Per via dell’età, siamo sempre di meno, ma il nostro impegno è lo stesso: mostrare ai giovani che la lotta non è inutile, neanche il sangue versato è inutile e che non bisogna sentirsi vittime.

Lei è tornata in piazza per difendere il socialismo bolivariano e ha denunciato i golpe istituzionali in marcia in America latina.
Sì, bisogna difendere Nicolas, Dilma… Prima, per eliminare i presidenti le destre usavano l’esercito, oggi si servono dei giudici, dei grandi media e degli imprenditori. Nel governo Macri sono quasi tutti imprenditori, schierati per riconsegnare il paese ai fondi avvoltoio. E la sinistra non capisce che deve riformulare il proprio pensiero politico. Ma il popolo, durante gli anni del kirchnerismo ha imparato a scendere in piazza. Macri ha fatto un decreto per impedirci di scendere in piazza, ma il 24 marzo eravamo un milione di persone a rendere carta straccia il suo decreto. Uno tsunami. Il popolo è uno tsunami e uno tsunami non si ferma per decreto. In America latina si è aperta una speranza, dobbiamo lottare perché diventi realtà, senza delegare tutto ai politici. Loro fanno il possibile, il popolo deve fare l’impossibile e lì stanno le Madres.

 

L’esplosione del Potere Popolare

di Geraldina Colotti

Per inquadrare il tema – potere popolare e governo partecipato dei comuni – occorre partire da una elementare considerazione di fondo: che l’esperimento socialista bolivariano si mette in moto a seguito di un cambiamento strutturale nelle relazioni societarie e di potere. Una premessa utile per evitare equivoci o paragoni inopinati con la situazione italiana ove anche il comune più “virtuoso” e “partecipato” deve fare i conti con gli indirizzi e i colori del governo centrale. Andare al governo, d’altronde, non significa prendere il potere. Tuttavia, siamo un paese di forti tradizioni comunali, e il territorio è oggi il luogo dove s’incontrano e si scontrano tensioni e progetti, vecchie e nuove articolazioni produttive e sociali. Guardare alle esperienze partecipate del Venezuela, che hanno portato a sintesi le indicazioni più avanzate emerse dai forum sociali mondiali – prima di tutto quello di Porto Alegre, in Brasile – consente anche di riflettere su limiti e meriti delle esperienze che, durante l’ultimo governo di centro-sinistra, in Italia, hanno cercato di proporre un modello “partecipato” di gestione comunale, articolandolo tra conflitto e consenso, fra contro-potere locale e indicazioni generali. Significa riflettere, soprattutto, sul ruolo dei movimenti e delle organizzazioni popolari nell’amministrazione e nel governo dei territori quando si inaridiscono la luce prospettica e il contropotere reale. Significa riflettere, insomma, sull’articolazione tra locale e globale: sul nesso che c’è – a partire dalla critica del capitalismo e del suo modello di sviluppo – tra la fontana, gli ulivi, il caporalato o le fabbriche di morte del nostro territorio, e quel che accade nei sud più lontani, perché il costo (e i costi) di lavoro e non lavoro si decidono a livello globale. Potremmo dire che, pur nelle sue “complesse ingenuità”, l’esperimento bolivariano sta tentando di ripartire dai punti di frattura determinatasi nel Novecento tra municipalismo e centralismo, riprendendone i momenti più alti e fecondi: dalla Spagna libertaria al comunismo sovietico, alla Jugoslavia dei tempi migliori.

La partecipazione sociale e politica delle comunità organizzate, in Venezuela, si sperimenta dai primi agglomerati urbani degli anni ’30. Da forme organizzative nate per risolvere problemi contingenti, si trasformano in organizzazioni popolari che hanno la capacità di mobilitare le comunità facendo pressione sui governi per far cambiare leggi considerate ingiuste. Durante i governi nati dal Patto di Punto Fijo, seguiti alla cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez, accompagnano, con alterne vicende, la scena politica, andando spesso oltre le rivendicazioni territoriali. Quando i progetti assistenzialistici dei governi di Accion Democratica (Ad, il centro-sinistra di allora) riescono a cooptare le organizzazioni popolari per garantire la governabilità e depotenziare l’influenza delle forze rivoluzionarie escluse dal Patto di Punto Fijo, la loro spinta rifluisce: lo stato permea le organizzazioni comunitarie, che diventano cinghie di trasmissione di Ad e strumenti di consenso per le elite. Quando, invece, l’esperienza le spinge a trascendere la natura puramente rivendicativa e contingente, esse accompagnano le lotte di resistenza e propongono embrioni di trasformazione politica della società venezuelana.

Le organizzazioni comunitarie, sia contadine che urbane, che occupavano le terre e le case, i collettivi, le cooperative, le radio comunitarie (allora illegali), hanno appoggiato e sostenuto le ribellioni civico-militari del 4 febbraio e del 27 novembre del 1992, e poi il progetto di Chavez.

Dopo la vittoria di Chavez alle elezioni del 1998, l’approvazione dell’Assemblea costituente prefigura l’articolazione di un doppio movimento, dal basso e dall’alto per modificare dall’interno l’architrave del vecchio stato borghese che non è stato sepolto da una rivoluzione di stampo novecentesco.

La nuova Costituzione, approvata nel 1999, contiene almeno 70 articoli che promuovono la partecipazione cittadina in diversi settori del paese e molti fanno riferimento alla partecipazione popolare. Si individua il quadro che porterà all’istituzione dei Consigli comunali: l’articolo 62 si riferisce alla partecipazione popolare nella gestione pubblica. L’articolo 70 stabilisce le forme di partecipazione in campo economico, sociale e politico. L’articolo 182 riguarda la creazione del Consiglio locale di pianificazione pubblica. Il presidente Chavez, prima e dopo essere eletto, ha sempre messo l’accento sull’importanza della partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica.

Il 7 aprile del 2006, il Parlamento promulga la legge dei Consigli comunali. L’articolo 30 crea la Commissione nazionale presidenziale del Potere popolare, designata dal presidente della Repubblica, e così si stabilisce un legame diretto con lo Stato. La legge definisce i Consigli comunali come “istanze di partecipazione, articolazione e integrazione tra le diverse organizzazioni comunitarie, gruppi sociali, cittadine e cittadini, che consentono al popolo organizzato di esercitare direttamente la gestione delle politiche pubbliche e i progetti orientati a rispondere alle necessità e alle aspirazioni delle comunità nella costruzione di una società di equità e giustizia sociale”.

Prima di questa legge, organizzazioni analoghe facevano riferimento alla Legge dei Consigli locali di pianificazione pubblica. Ora, i Consigli comunali possono maneggiare fondi pubblici per realizzare progetti comunitari attraverso l’Unità di gestione finanziaria, composta da 5 abitanti della comunità, eletti dall’assemblea per amministrare le risorse in forma di cooperativa, denominata dalla legge Banca comunale. Le risorse vengono trasferite dalle varie istanze di governo: dal centro, dalle governaciones, dai comuni.

In Venezuela, le organizzazioni popolari crescono in modo esponenziale. Per farsi un’idea della consistenza di organizzazioni sociali e comitati, basta scorrere un elenco ufficiale del 2009: si contavano 3.600 banche comunali, 6.740 comitati di Terra urbana, 27.872 Consigli comunali, 485 media comunitari, 7.800 comitati per la salute, 6.600 Tavoli tecnici per l’acqua…. Lo sforzo del governo bolivariano, del Partito socialista unito (Psuv) e di quelle strutture, come il Partito comunista, che hanno mantenuto un’influenza nelle organizzazioni popolari – attraverso cooperative e comitati – fin dalla IV repubblica, è stato ed è quello di trasformare la cosiddetta “società civile” (come si dice in Italia) in “società politica” partecipe e consapevole.

Nel 2010, la Ley organica del Poder Popular stabilirà il quadro dei diritti, delle finalità e delle relazioni del Potere popolare con gli altri poteri della Repubblica. Le istanze del Potere popolare per l’esercizio di autogoverno, sono: il consiglio comunale, la comuna, la città comunale, i sistemi di aggregazione comunali.

Il Consiglio comunale è definito “un’istanza di partecipazione, articolazione e integrazione tra i cittadini, le cittadine e le diverse organizzazioni comunitarie, movimenti sociali e popolari, che consentono al popolo organizzato di esercitare il governo comunitario e la gestione diretta delle politiche pubbliche e i progetti orientati a rispondere alle necessità, potenzialità e aspirazioni delle comunità, nella costruzione del nuovo modello di società socialista di uguaglianza, equità e giustizia sociale”. La comuna, regolata da un’apposita e concomitante legge e dal ministero delle Comunas, è: “uno spazio socialista che come entità locale è definita dall’integrazione di comunità contigue con una memoria storica condivisa, tratti culturali, usi e costumi che si riconoscono nel territorio che occupano e nelle attività produttive che servono al loro sostentamento e sul quale esercitano principi di sovranità e partecipazione protagonista come espressione del Potere popolare, in concordanza con un regime di produzione sociale e con il modello di sviluppo endogeno e sostenibile contemplato dal Piano di sviluppo economico e sociale della Nazione”. La città comunale si costituisce per iniziativa popolare mediante l’aggregazione di varie comunas in un ambito territoriale determinato. I sistemi di aggregazione comunale sono quelli che sorgono per iniziativa popolare tra consigli comunali e tra le comunas.

Tutti i portavoce di tutte le istanze del Potere popolare, elette per votazione popolare, sono revocabili a metà mandato, come stabilisce la legge. Il testo stabilisce che verrà applicato alle comunità indigene in base ai loro usi, costumi e tradizioni.

Diversi articoli della legge definiscono le competenze finanziarie, giuridiche e amministrative del Potere popolare, nonché l’esenzione da tasse e tributi nazionali “a tutte le istanze e alle organizzazioni di base”. Centrale, la funzione di Controllo sociale, stabilita dall’articolo 19, che consente alle organizzazioni del Potere popolare il controllo dal basso della gestione del Potere pubblico.

Una funzione che collettivi e comitati hanno esercitato spesso durante la guerra economica, che si è fatta più intensa dopo l’elezione di Nicolas Maduro e che ancora persiste.

“Sono qui, con il popolo organizzato e con Elías Jaua, vicepresidente di una nuova area di governo. Stiamo creando la quinta rivoluzione, quella dell’ecosocialismo. La rivoluzione delle Comunas, la rivoluzione del socialismo territoriale”. Con queste parole, il 16 settembre del 2014, Maduro si è rivolto al Consiglio presidenziale del Governo comunale in cui ha accolto le proposte elaborate dalle Comunas. All’inizio di quel settembre, Maduro aveva annunciato la necessità di costruire “cinque rivoluzioni nella rivoluzione”, e di creare una struttura di interlocuzione diretta tra il governo e le organizzazioni del Potere popolare.

Il quinto obiettivo era per l’appunto “la rivoluzione del socialismo territoriale”, teso a consolidare “il modo di vita comunale”. Oggi sono 1509 le comunas registrate. Dopo la vittoria delle destre all’Assemblea, Maduro ha contrapposto un’altra volta il “popolo legislatore” e il suo organo di autogoverno – il Parlamento comunale, che richiama il soviet bolscevico – alle modalità di gestione delle élite: per una nuova articolazione tra Potere popolare e Potere esecutivo. “Dobbiamo rifare lo Stato, uno dei compiti principali analizzati da Lenin in Stato e rivoluzione. – aveva detto Maduro a settembre del 2014 – Senza una rivoluzione dello Stato continueremo ad assorbire il veleno inoculato dalle antiche classi dominanti, dal capitalismo e dalla borghesia. I problemi di inefficienza, di indolenza, di burocratismo e di corruzione – aveva aggiunto – hanno a che vedere con questi mali dello Stato borghese che sono rimasti intatti. E così capita che quando mettiamo un compagno che è un ottimo militante di base in un posto di governo, egli finisce per soccombere alle tentazioni del potere corrotto borghese, del capitalismo. Crede di essere in una nuvola, si dimentica che è popolo. Quindi dobbiamo andare verso uno Stato di tipo nuovo, dare il potere al popolo organizzato: non solo il potere politico, ma economico, educativo, sociale, solo così si costruisce la vera democrazia. E il presidente deve essere il recettore delle proposte provenienti dalle comunità”.

La guerra mediatica contro il Venezuela prosegue

«Maduro chiude il Parlamento». La guerra mediatica contro il Venezuela proseguedi Geraldina Colotti – il Manifesto (9 aprile)

Per gli Stati uniti, il Venezuela bolivariano è «una minaccia inusuale e straordinaria»: la minaccia dell’esempio.

Maduro come Lenin? Maduro come il marinaio bolscevico Zelezniakov che sciolse l’Assemblea Costituente per accelerare il corso della rivoluzione d’Ottobre? «La guardia è stanca, spegnete le luci», disse il marinaio, interpretando il volere di Lenin.
 
Così si poteva pensare leggendo ieri la notizia d’agenzia: «Maduro chiude il Parlamento». Che poi la notizia fosse stata estrapolata da una frase pronunciata dal costituzionalista Escarra (che non è sempre stato chavista) nell’ambito di una discussione sullo scontro di poteri in corso nel paese, al lettore non era dato sapere.
 
Ancor meno emergeva il fatto che il costituzionalista, molto presente nei dibattiti dopo la vittoria delle destre in Parlamento, avesse detto che, qualora l’opposizione volesse votare leggi retroattive per abbreviare il periodo del mandato presidenziale truffando gli elettori, come ha promesso di fare, anche il presidente ha fra le sue prerogative quella di accorciare il mandato dei deputati, in base alla costituzione.
 
Dichiarazioni emerse dopo l’approvazione dell’amnistia che farebbe uscire dal carcere golpisti e faccendieri, rigettata da oltre 2 milioni e 500.00 firme. Le leggi finora approvate dalle destre e quelle in cantiere mirano a riportare il paese ai “fasti” del neoliberismo come sta facendo Macri in Argentina, e si fanno beffe del fatto che il meccanismo costituzionale, in Venezuela, si basa sull’equilibrio di cinque poteri, di cui è al centro il Tribunal Supremo de Justicia. La legge consente di indire un referendum di revoca di tutte le cariche a metà mandato, sempreché si raccolgano le firme del 20% degli aventi diritto al voto. Ma le destre hanno fretta di rispondere ai loro padrini e le leggi vogliono cambiarle.
 
Di motivi per essere stanca di una destra pasticciona e spocchiosa, golpista e affarista, che ha vinto la maggioranza in parlamento a seguito di un sabotaggio feroce (e anche per demeriti del campo avverso), la «guardia bolivariana» ne avrebbe tuttavia parecchi. E una grossa fetta di movimenti e organizzazioni popolari – sia fra quelli che hanno appoggiato con il 46% dei voti il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv, il più grande del paese), sia fra quelli che gli hanno riservato un «voto-castigo» o l’astensione lo scorso 6 dicembre – senza dubbio spinge per accelerare la «rivoluzione».
 
Ma, intanto, personaggi come il presidente del Parlamento venezuelano, Ramos Allup (che è anche vicepresidente dell’Internazionale socialista), non valgono neanche un’unghia dei Martov e dei menscevichi che proponevano una linea parlamentare per l’Urss di allora. Il partito di Allup, Accion Democratica (Ad), un tempo è stato di centrosinistra, e ha gestito gli anni della IV Repubblica in un’alternanza di potere con il centro-destra Copei: un balletto sancito da Washington dopo la cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez (

 

23 gennaio 1958), che avrebbe potuto dare il potere a un’alleanza gestita dal Partito comunista, che invece venne escluso dal gioco politico.

 
Nel 1998, Chavez ha raccolto l’eredità di quella «resistenza tradita» che in molti avevano voluto riscattare anche con le armi (nel Venezuela “democratico”, primo a buttare gli oppositori dagli aerei, è scoppiata la prima guerriglia latinoamericana, dopo la rivoluzione cubana).
 
L’irruzione del progetto bolivariano (un’alchimia fra nazionalismo latinoamericano, socialismo gramsciano, Teologia della Liberazione, femminismo e democrazia partecipata) e l’Assemblea costituente che ha prodotto la Carta magna bolivariana con l’apporto di tutti i settori sociali, ha riconfigurato termini e categorie in base agli indirizzi e ai referenti concreti: da una parte un progetto di paese che, in pochi anni, ha tirato fuori dalla miseria e dall’analfabetismo persone che prima non avevano né mezzi né voce; dall’altra, un agglomerato litigioso e rancoroso che ha risposto con i colpi di stato e con l’ossessione di riprendersi i propri privilegi cacciando prima Chavez e poi l’insopportabile ex operaio del metro, Nicolas Maduro.
 
Un progetto che ha spaccato alleanze e partiti, ricreando una nuova sinistra con nuove modulazioni. Un disegno che ha portato a sintesi le istanze più avanzate emerse dai movimenti «altermondialisti» di Porto Alegre dove, non a caso, Chavez è stato allora sempre invitato. Movimenti che da allora non sono più contorno ai grandi vertici, ma determinano le proposte dei presidenti che si richiamano al «socialismo del XXI secolo» (formula utilizzata per riscattare tutto il buono del grande Novecento e seppellirne le zavorre).
 
Un progetto che tende verso una nuova muta, e che sta dando qualche spinta persino a chi vuole trovare la strada del cambiamento anche in Europa: ma che non assomiglia alle rivoluzioni novecentesche, non avendo messo fuori legge le classi dominanti che, per questo, continuano a sabotare dall’interno «la transizione al socialismo», e che vorrebbero provocare una guerra civile. Per gli Stati uniti, il Venezuela bolivariano è «una minaccia inusuale e straordinaria»: la minaccia dell’esempio.
"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: