La scelta dell’Ecuador

di Geraldina Colotti – il manifesto

Intervista. Guillaume Long, ministro degli Esteri e della Mobilità umana

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose..

di Gerladina Colotti – il manifesto

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose.

L’America latina piange il Comandante

di Geraldina Colotti 

Cuba. L’impegno per l’integrazione del continente

Fidel ha levato l’ancora «verso l’immortalità»: lo stesso giorno in cui il Granma è partito da Veracruz per Cuba, il 25 novembre del 1956. Lo ha ricordato a caldo il presidente venezuelano Nicolas Maduro, dopo l’annuncio della morte del Comandante cubano. «Adesso tocca a noi, gli eredi dei grandi ideali, quelli di Fidel, del Che, di Chavez, difenderne il cammino – ha detto -. Adesso tocca ai giovani – perché giovani sono sempre le rivoluzioni -, difenderne il portato».

Maduro ha ricordato la grande amicizia tra Fidel Castro e Hugo Chavez, due vite all’insegna dell’antimperialismo: «Due rivoluzioni perseguite dall’impero, due rivoluzioni che abbiamo fatto crescere e che dobbiamo continuare a far crescere», ha detto ancora, ricordando gli ultimi incontri avuti con Fidel: incontri significativi, sia sul piano concreto che simbolico. Fidel ha ricevuto l’attuale presidente venezuelano (che è stato a lungo ministro degli Esteri di Chavez) un giorno prima di incontrare Obama. Gli ha inviato lettere di appoggio nei momenti più difficili del suo mandato. Lo ha sostenuto con la sua diplomazia, discreta ma efficace, a nord come al sud.

E quando Fidel ha compiuto novant’anni, il 13 di agosto, ha fatto il giro dei media una foto in cui i presidenti dell’Alba lo visitavano a sorpresa per il compleanno. L’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, è stata una creatura di Fidel e Chavez. Ha messo in moto un altro tipo di integrazione regionale, non più rivolta al Nord America, ma al continente Latinoamericano, basata su relazioni paritarie e solidali: ogni paese, un voto, non importa se grande o piccolo, interscambio di beni e servizi senza contropartite politiche. E Raul Castro ha continuato sulla stessa linea, governando la barra in tutti i vertici internazionali. E ieri, tutti i più importanti leader del sud, sia di governo che di partito lo hanno ricordato con gratitudine: dai Sem Terra in Brasile alla sinistra anticapitalista francese, a Podemos in Spagna.

Fidel è morto nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, dedicata al sacrificio delle tre sorelle Mirabal. Le tre mariposas – come venivano chiamate nella clandestinità – vennero trucidate nella Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo, pupillo degli Usa, nel 1960. A Cuba, invece, su un paese di 11 milioni di abitanti, la lotta di oltre 4 milioni di donne organizzate nella Federacion de Mujeres Cubanas ha ottenuto fin da subito la parità di diritti nella Costituzione, il Codice della famiglia e altri strumenti giuridici.

La forza lavoro femminile, pari al 66% del totale è impiegata con un salario uguale a quello degli uomini, in tutti i settori ed è presente al 49% in Parlamento (Cuba è la quarta nazione al mondo per numero di donne in parlamento). A Cuba non esistono né la tratta né i femminicidi, l’aborto è libero, gratuito e sicuro, un faro di progresso in America latina. Fidel ha sempre rivolto importanti discorsi alla Federazione delle donne, la cui segretaria è stata Vilma Espin. E la Federacion Democratica Internacional de Mujeres (Fdim) è stata fra le prime a mandare un messaggio di cordoglio.

L’America latina deve molto a Fidel. L’11 aprile del 2002, durante il golpe contro Chavez – organizzato dai grandi gruppi economici, dai vertici della chiesa, delle forze armate e dai grandi media, e guidato dalla Cia – Fidel consigliò al giovane leader venezuelano di «non immolarsi come Allende», in quanto, a differenza del presidente cileno nel 1973, egli aveva dalla sua gran parte delle forze armate. E poi diffuse la notizia ai media internazionali e parlò al telefono con i militari fedeli a Chavez, che poté così sventare anche la trappola tesa dall’arcivescovo Baltazar Porras (ora cardinale in Vaticano), mandato dai golpisti per convincerlo a dimettersi, prima di essere fucilato. Il plotone che avrebbe dovuto uccidere il presidente venezuelano si ammutinò e Chavez venne poi riportato al governo a furor di popolo, e il suo primo pensiero fu per Fidel.

L’8 gennaio del 1959, Fidel Castro pronunciò all’Avana il primo discorso pubblico dopo la rivoluzione. Alcune colombe bianche si alzarono e cominciarono a volteggiare su di lui, finché una si posò sulla sua spalla. Fidel la trattenne per qualche secondo e poi la liberò nel cielo. Un gesto che rimase impresso nella moltitudine dei presenti, e che in fondo simbolizza lo spirito che ha fino all’ultimo animato il leader cubano. La sua diplomazia ha accompagnato il processo di pace in Colombia fino alla recente firma degli accordi tra Santos e la guerriglia marxista Farc. Cuba vi ha dedicato lo stesso impegno di quello rivolto alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, la liberazione dell’Angola o l’indipendenza della Namibia e altre nazioni africane. All’inizio del 2000, a Cuba iniziarono anche le trattative tra l’altra guerriglia storica colombiana, l’Eln, e l’allora presidente Alvaro Uribe.

L’Avana è così diventata la capitale della pace. E sia le Farc che l’Eln hanno inviato un messaggio di cordoglio. E in molti paesi dell’America latina è stato dichiarato il lutto nazionale. Ma tutto il sud è in lutto. Cuba è stata al centro del Movimento dei paesi non allineati, che rappresentano oltre due terzi di tutti gli Stati del mondo, e il cui segretario generale è da quest’anno Nicolas Maduro. Fidel Castro – dice un comunicato della Unasur – «ha illuminato la regione con le sue idee sulla libertà, la sovranità, l’uguaglianza per le quali ha lottato per mezzo secolo».

E il miglior modo per onorarlo – ha detto il presidente boliviano Evo Morales – è quello di rafforzare l’unità di tutti i popoli del mondo, la resistenza al modello capitalista e all’imperialismo». Ha detto Fidel a Ramonet nell’Autobiografia a due voci: «Se l’impero divorasse l’America latina come fece la balena con il profeta Giona, non riuscirebbe comunque a digerirla. Prima o poi dovrebbe espellerla, e quella risorgerebbe di nuovo».

(VIDEO) Al fianco di Maduro per la democrazia!

Geraldina Colottida libera.tv

V Incontro di solidarietà con il Venezuela

Mentre in Venezuela le forze della reazione che hanno conquistato il Parlamento cercano in ogni modo di provocare la caduta del Presidente Nicolas Maduro anche in Italia si mobilita il movimento di solidarietà con il Venezuela chavista e bolivariano. A Roma è tenuto il V incontro di solidarietà con il Venezuela. Abbiamo sentito: Geraldina Colotti del Manifesto, Alba Beatriz Pimentel ambasciatrice di Cuba in Italia, Juan Fernando Holguin Ambasciatore dell’Equador in Italia, Giovanna Martelli deputata di Sinistra Italiana e Jualian Isaias Rodriguez Diaz Ambasciatore del Venezuela in Italia.

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Genere e Rivoluzione: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Nel 2015, agli inizi d’agosto, fece molto scalpore in Venezuela il brutale omicidio di Liana Hergueta, 53 anni, nota attivista di opposizione: violentata, asfissiata e poi fatta a pezzi. I resti vennero ritrovati in un’automobile chiusi in due valige: la testa in una, il tronco e gli arti nell’altra. Dopo l’arresto, i sicari confesseranno i motivi del crimine, maturato negli ambienti paramilitari dell’estrema destra venezuelana: Hergueta pretendeva la restituzione di una somma sottratta, e da giorni aveva denunciato la truffa in facebook. Per le donne della sinistra, si è trattato di un femminicidio, una forma estrema di violenza che colpisce la donna in quanto tale. Nello stesso quadro, ma per ragioni diverse, si situa la preoccupante escalation di omicidi contro dirigenti sindacali o comunitarie, che svolgono attività politica nei quartieri popolari più a rischio, come la Cota 905. Lì si sono insediati pericolosi cartelli in stile messicano i quali, oltre a intervenire nella contesa politica, hanno importato anche la violenza sessuale e il femminicidio come modalità “punitiva”. Dispongono di sofisticati strumenti di intercettazione in dotazione ai governi, e di armi da guerra. Nella Cota 905, a giugno del 2016 è stata sequestrata, torturata e bruciata Elizabeth Aguilera, 43 anni, un’altra nota militante del Psuv. All’elenco si è aggiunta Yesenia Contreras. Dirigeva la campagna elettorale di Zulay Aguirre, madre del giovane deputato socialista Robert Serra, brutalmente ucciso insieme alla sua compagna Maria Herrera mentre conduceva un’inchiesta parlamentare sui legami dell’estrema destra con i paramilitari colombiani. Poi è toccato a Génesis Arguisone, leader sociale della popolosa zona di Petare, assassinata durante un incontro pubblico del chavismo. A dicembre era stata uccisa Irma Guillen, figura di primo piano nel quartiere Catia. In questa settimana, uomini incappucciati hanno sequestrato un’altra dirigente comunitaria. Il suo corpo è stato ritrovato in un sacco, a bordo di un fiume.

Femminicidi di natura politica, in aumento – secondo recenti statistiche – negli ultimi due anni: omicidi di genere e di classe, giacché le donne che hanno preso la scena con il chavismo provengono tutte dai settori popolari tradizionalmente esclusi: indigene, afrodiscendenti, donne poverissime emancipate dal lavoro e dall’istruzione. Se molte donne vengono uccise all’interno di una relazione di subalternità con gli uomini – commenta il collettivo La Arana femminista -, in altri casi i delitti avvengono per il motivo opposto: l’aumento crescente del potere femminile, che mette in causa il dominio maschilista e ne provoca la reazione violenta. Nella sua accezione comune il femminicidio è ricondotto a quei crimini compiuti generalmente dal marito, dall’ex compagno o da un famigliare della donna. Una storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani ha incluso però nel femminicidio anche quei crimini perpetrati da uomini sconosciuti dopo un’aggressione sessuale. E già nel 1976, quando il termine “femminicidio” viene definito una prima volta dal primo Tribunale internazionale per i crimini contro la donna, lo si qualifica come “L’assassinio di donne realizzato da uomini e motivato dall’odio, dal disprezzo, dal piacere o dal sentimento di proprietà”.

Un delitto “ideologico”, strettamente connesso con i valori sociali e gli stereotipi di genere. Su questo mette l’accento la costituzione bolivariana, rigorosamente declinata nei due generi, e attenta alla tutela dei diritti della donna: a partire da quelli economici e lavorativi (si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico). Dal 1998, quando Hugo Chávez è andato al governo definendosi da subito “femminista”, le donne hanno ottenuto leggi importanti, lavorando soprattutto sulla prevenzione dei delitti: con le procure di prossimità e con una massiccia opera di educazione e formazione, che comincia nelle scuole elementari e continua nei commissariati e nelle caserme, dove i corsi di studi su genere e diritti umani sono obbligatori. I centri di attenzione, sparsi in tutto il paese, forniscono assistenza e accompagnamento legale alle vittime. Nel 2014, una riforma alla già avanzatissima Ley Organica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, votata nel 2007, ha introdotto nel codice penale il femminicidio e il femicidio come reato a sé, passibile di una condanna da 15 a 30 anni. L’anno scorso, il Cedaw, il comitato che controlla l’applicazione della legge, ha felicitato il Venezuela per il livello d’attenzione al tema di genere, ma ha considerato deficitaria l’applicazione della legge sul campo. La legge riconosce 18 tipi di violenza di genere, ma quelli che più vengono denunciati sono i maltrattamenti fisici, e la preparazione dei magistrati è ancora insufficiente.

La Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, molto attenta alla giustizia di genere, nei mesi scorsi ha lanciato un allarme: solo durante il primo trimestre del 2016, nel paese si sono registrati 75 femminicidi, un aumento considerevole rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano state ammazzate 57 donne. Nel 2016, 3.932 uomini sono stati accusati di delitti legati alla violenza di genere e 6.646 hanno subito condanne, soprattutto per aver aver inflitto maltrattamenti fisici e psichici. Nei mesi scorsi, Ortega ha promosso diversi seminari internazionali sul tema, che si sono tenuti online, nell’ambito del Mercosur “di genere”: per sensibilizzare i magistrati sul femminicidio e le sue cause, che purtroppo attraversano classi e frontiere.

Prima delle ultime elezioni parlamentari, quando il chavismo aveva la maggioranza dell’Assemblea, è passata una legge che impone almeno il 40% di candidature femminili ad ogni livello della vita politica. Con il ritorno delle destre, si allontana però la legge sul matrimonio ugualitario. Una recente sentenza della Corte suprema, ne apre però la strada in concreto. Accantonata anche la legge sull’interruzione di gravidanza, che le femministe chiedono da anni.

Altro punto su cui discutono le donne in Venezuela riguarda gli effetti della guerra economica sull’autonomia e la partecipazione delle donne: la guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Il V Incontro di solidarietà costituisce un’occasione qualificata per rimettere al centro il tema del rapporto tra pensiero di genere e lotta di classe e la necessità di contribuire in questa ottica alla costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria che metta fortemente in campo i due soggetti: in una relazione dialettica tra libertà delle donne e libertà per tutte e tutti. Un legame che, in occidente, si è purtroppo spezzato a partire dagli anni ’80, quando il pensiero delle donne si è fondamentalmente staccato dalle lotte di massa. Al contrario, in America latina le donne hanno guidato il formidabile processo di riscatto che ha portato al governo il “socialismo del XXI secolo”. E continuano ad essere propositive. Ultimo esempio, lo sciopero delle donne lanciato dopo il brutale assassinio di una sedicenne in Argentina, a cui hanno aderito anche donne italiane ed europee: per un’ora, le donne si sono astenute da ogni tipo di attività, poi hanno marciato contro il femminicidio e la violenza di genere e trans-gender. Un esempio da riprendere e da ampliare, prima di tutto con le nostre sorelle migranti.

Venezuela Hoy: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Sono trascorsi quasi 18 anni da quel 6 dicembre del 1998, quando Chávez venne eletto presidente del Venezuela con il 56,2% dei voti. Una sorpresa per l’establishment abituato a un’asfittica e rituale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra e a forti livelli di disaffezione elettorale. Irruppe allora sulla scena un’alleanza inedita, un nuovo blocco sociale, variegato e composito, che aveva catalizzato la protesta contro la corruzione, i tagli alla spesa sociale e la svendita del paese, ma conteneva in nuce anche una nuova proposta: basata su una nuova indipendenza e sul riscatto sociale degli esclusi. Proprio gli esclusi, infatti (quella “plebe” composta dai poverissimi delle periferie, dagli indigeni, dagli afrodiscendenti, dalle donne, dai marignali) costituiranno l’ossatura del “proceso bolivariano”: uniti agli operai, agli studenti, ai militari progressisti e a quelle fasce di piccola borghesia impoverita dalle politiche economiche modello Fmi.

La discussione per l’Assemblea costituente, che porterà alla nuova Carta magna, rimette in moto il paese. Un impegno – quello per una nuova costituzione – ribadito da Chávez al momento di assumere l’incarico, il 2 febbraio del 1999: “Giuro davanti al mio popolo e a questa moribonda costituzione che promuoverò le trasformazioni democratiche necessarie affinché la Repubblica nuova abbia una Carta Magna adeguata ai nuovi tempi”, aveva detto Chávez annunciando così il suo inedito stile di governo. Il 15 di dicembre del 1999, sotto le forti piogge dell’alluvione che provocherà la “tragedia del Vargas”, la Costituzione viene approvata con 71,78% dei voti.

Una Costituzione molto avanzata, che promette di non rimanere solo sulla carta, come sovente è accaduto in America latina. Inquadra il funzionamento di una repubblica presidenziale unicamerale, basata sull’equilibrio di 5 poteri. Ai tradizionali tre delle democrazie rappresentative (legislativo, esecutivo e giudiziario) ne aggiunge altri due: il potere cittadino e quello elettorale. Il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) vigilerà al mantenimento dell’equilibrio tra questi 5 poteri, affinché nessuno possa prevalere in modo anomalo sugli altri. Una costituzione declinata nei due generi, che contempla un vasto spettro di diritti, e stabilisce l’impianto per la ripresa di sovranità nazionale e l’attacco al latifondo.

L’approvazione dell’Assemblea costituente prefigura l’articolazione di un doppio movimento, dal basso e dall’alto per modificare dall’interno l’architrave del vecchio stato borghese che non è stato sepolto da una rivoluzione di stampo novecentesco. Un doppio movimento che accompagna tutt’ora il cammino del proceso bolivariano verso la transizione al socialismo.

La nuova Costituzione contiene almeno 70 articoli che promuovono la partecipazione cittadina in diversi settori del paese e molti fanno riferimento alla partecipazione popolare. Si individua il quadro che porterà all’istituzione dei Consigli comunali: l’articolo 62 si riferisce alla partecipazione popolare nella gestione pubblica. L’articolo 70 stabilisce le forme di partecipazione in campo economico, sociale e politico. L’articolo 182 riguarda la creazione del Consiglio locale di pianificazione pubblica.

Il presidente Chavez, prima e dopo essere eletto, ha sempre messo l’accento sull’importanza della partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica. E dopo il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, scoperto e sconfitto dal popolo che ha riportato in sella il proprio presidente, si creano i Circoli bolivariani.

Per mettere in questione il latifondo mediatico (in Venezuela l’informazione è in gran parte nelle mani dei grandi gruppi privati), si dà impulso ai media comunitari, grazie al cui tam tam si sono scoperte le trame ordite dagli Usa per dare il potere a Pedro Carmona Estanga, capo di Fedecamara (la Confindustria locale), appoggiato dalle gerarchie ecclesiastiche e dai grandi media privati.

Prima di assumere l’incarico, Chávez aveva compiuto un viaggio a Cuba, in Europa e a Washington, dove si era riunito con l’allora presidente Bill Clinton, a cui aveva promesso di mantenere buone relazioni fra i due paesi: relazioni, però, da pari a pari, e perciò insopportabili per gli Usa. Dopo aver constatato nei fatti che Chávez non era addomesticabile, la Cia riprenderà a fomentare la natura golpista dell’opposizione venezuelana: una caratteristica che abbiamo visto agire nel corso di questi 18 anni, sostenuta da una poderosa campagna mediatica, più che mai attiva durante il governo di Nicolas Maduro.

Il 22 di dicembre del ’99 viene dissolto il vecchio Congresso e si indicono nuove elezioni. Chávez vince con il 59,76% dei voti, e il suo campo conquista la maggioranza del nuovo Parlamento con 91 seggi. Nasce così la Quinta Repubblica.

Durante la tragedia di Vargas, e a fronte degli altissimi livelli di povertà della popolazione, Chávez iniziò ad applicare un cambiamento nella concezione della Forza Armata: per impiegarla, cioè, non più soltanto nelle funzioni di difesa, ma in quelle di supporto alla popolazione (alimenti, salute e recupero degli spazi pubblici). Il 27 febbraio del 2000 viene varato perciò il Plan Bolivar 2000.

Chávez afferma di aver tratto il concetto di alleanza civico-militare anche dal pensiero politico del leader venezuelano Fabricio Ojeda, intellettuale e comunista.

Giornalista e fondatore della Union Republicana Democratica (URD), dopo aver partecipato alla cacciata del dittatore Marcos Pérez Jiménez, Ojeda abbandonò l’incarico di deputato nel governo di Betancourt nel 1962, per organizzare un Frente Guerrillero delle FALN. Nel suo libro “La guerra del pueblo”, scritto poco prima di essere ucciso in cella dall’intelligence militare, Ojeda dice: “La base antifeudale e antimperialista del nostro processo rivoluzionario presenta un tipo di alleanza che travalica l’origine del credo politico, la concezione filosofica, le convinzioni religiose, la situazione economica o professionale e l’appartenenza di partito dei venezuelani. Per vincere il nemico comune, la sua forza e il suo potere, occorre una lotta unitaria… Sono propensi a lottare per la liberazione nazionale le seguenti forze: gli operai e i contadini, la piccola borghesia, gli studenti, gli intellettuali, i professionisti, la maggioranza degli ufficiali, sottufficiali, classi e soldati dell’aviazione, della marina, dell’esercito”.

Dopo la sconfitta del golpe del 2002, l’unione civico-militare si consolida come dottrina, e trova fondamento costituzionale nel principio di corresponsabilità nella Difesa integrale della Patria. Nel Capitolo II sui Principi di sicurezza nazionale, l’articolo 326 della Costituzione stabilisce che il principio di corresponsabilità tra Stato e società civile deve realizzare “indipendenza, democrazia, uguaglianza, pace, libertà e giustizia” negli ambiti “economico, sociale, politico, culturale, geografico, ambientale e militare”.

L’alleanza civico-militare ha il suo correlato costituzionale nella Milizia bolivariana. Fu creata il 2 aprile del 2005 con il nome di Comando General de la Reserva Nacional y Movilización Nacional. Dall’11 aprile del 2009, il suo nome è Comando General de la Milicia Bolivariana. La Milizia ha funzioni complementari a quelle delle Forze armate, rivolte al popolo per la realizzazione della “difesa integrale” nel senso indicato da Fabricio Ojeda.

È  – questa – una delle caratteristiche più originali della rivoluzione bolivariana, un laboratorio di conquiste e sfide che proietta il suo esempio oltre i confini del continente.

Molte le conquiste realizzate in 18 anni di governo bolivariano: prima di tutto in termini economici e in quello della partecipazione popolare alle decisioni politiche: a saldo del debito storico nei confronti dei settori tradizionalmente esclusi. Strumento fondamentale per la sconfitta della povertà e per quella dell’analfabetismo, le misiones.

Un arco di leggi avanzatissime ha avviato un cambiamento strutturale che ha fortemente ridotto il potere del latifondo e quello delle imprese private: non abbastanza da contrastare la guerra economica che ha cercato di mettere in ginocchio l’economia del paese (ancora troppo dipendente dalle importazioni), dopo la drastica caduta del prezzo del barile.

E questa è senz’altro la sfida più grande, che il governo Maduro ha deciso di raccogliere con forza. Ma con quali strumenti: è possibile avanzare davvero verso il socialismo senza cambiare nel profondo le relazioni di proprietà? Lo scontro di poteri in corso in Venezuela con un Parlamento che intende seguire la via del golpe istituzionale per tornare a un sistema neoliberista, pone un problema di fondo: la relazione tra democrazia formale e democrazia sostanziale alla luce della lotta di classe, lo scontro di interessi e di concezioni tra due modelli di paese. Uno scontro complesso, che invita a riflettere sul difficile rapporto tra conflitto e consenso, nel sud e nel nord del mondo globalizzato. Che fare quando anche una parte dei settori popolari si lascia sedurre dalle sirene della borghesia e assume gli interessi degli sfruttatori? Bisogna assecondare la tendenza mettendo a rischio conquiste fondamentali oppure assumere fino in fondo l’onere della democrazia sostanziale, fino al punto di mettere fuori legge la borghesia?

Le numerose tornate elettorali, in Venezuela, sono state anche un formidabile fattore di aggregazione politica. Dopo tre anni di guerra economica, però, affidare le sorti della rivoluzione a uno strumento da sempre appannaggio delle classi dominanti, può aprire voragini devastanti. Lo si è visto nel secolo scorso in Nicaragua, ma anche durante le ultime elezioni parlamentari, che hanno dato la vittoria alle destre. In che direzione si sta muovendo l’organizzazione del potere popolare? Ne discuteremo con gli ospiti venezuelani alla luce degli ultimi avvenimenti in corso nel paese.

E qui, un altro punto di discussione: di quale partito c’è bisogno per essere all’altezza della sfida e sfuggire alle trappole del sistema borghese?

La forza delle donne nel proceso bolivariano, visibile in ogni campo della vita pubblica, è significata da un avanzato quadro di leggi, disegnato dalla Costituzione. La Carta Magna riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico, e diverse leggi tutelano il lavoro femminile, la maternità e puniscono la violenza di genere. Eppure, la Procuratrice generale Luisa Ortega ha lanciato l’allarme: dal 2015 a oggi i femminicidi sono in aumento. La guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Un’altra sfida, prevista nel programma strategico bolivariano, è quella di un nuovo modello produttivo, che metta al centro il rapporto tra ambiente e sviluppo. Di recente, sta suscitando molto dibattito la decisione di concedere alle multinazionali la zona dell’arco minerario, pur subordinandola al controllo delle popolazioni locali e al rispetto delle avanzate leggi in tema ambientale.

E quanto è andato avanti il nuovo sistema comunale, che prevede un’articolazione sempre più decentralizzata con il potere statale? Dai consigli comunali e dalle comunas è partita la riscossa per la sovranità alimentare e contro la guerra mediatica, che ha coinvolto campagne e città. I Clap (Comités locales de abastecimiento y producción) non sono solo un mezzo per rifornire di alimenti base i settori popolari per sottrarli al ricatto del contrabbando, ma anche uno strumento di auto-organizzazione politica, sono organismi di massa rivoluzionari.

A questo riguardo, vale raccontare un’esperienza di organizzazione dal basso e di interscambio tra Italia e Venezuela: quella dei corsi autogestiti di pasta, che si vanno diffondendo in diverse comunità organizzate, e a cui abbiamo contribuito con l’invio di macchine per fare la pasta, raccolte e smistate dal compagno Mario Neri.

Dopo 18 anni di sperimentazione, in cui il presidente e i suoi ministri hanno agito in base alla consegna: “fabbrica abbandonata, fabbrica occupata e recuperata”, le destre dicono che sia le fabbriche autogestite che quelle nazionalizzate hanno fallito. Il tema è complesso, ma i dati smentiscono la propaganda dell’opposizione. A che punto è questa sfida?

E per finire, il tema internazionale. Riprendendo l’esempio di Cuba, il Venezuela ha messo al centro la costruzione di nuove alleanze regionali, all’insegna dello scambio paritario e della non aggressione. Un modello che, come ha dimostrato l’ultimo vertice dei Paesi non Allineati, si proietta anche verso altri paesi del sud. Purtroppo, il ritorno a destra di due importanti paesi come Brasile e Argentina, sta portando il Mercosur verso il Trattato di libero commercio con l’Europa e l’Alleanza del Pacifico a guida Usa: con la complicità del Paraguay e del moderatissimo Uruguay. Per questo, si sta negando al Venezuela la presidenza dell’organismo regionale che le spetta di diritto: con il pretesto dei diritti umani. Il 1 dicembre scade l’ultimatum dei poteri forti. La firma del Tlc è un attacco alla sovranità dei popoli che il Venezuela difende. È un attacco ai nostri interessi. Compito di questo incontro è costruire un asse sud-sud che, a partire da gesti concreti, costruisca campagne di opposizione al sistema imperialista, a partire dai nostri territori e su scala nazionale. Difendere il Venezuela bolivariano significa difendere il futuro dei nostri ideali.

Maduro in Vaticano: riprende il dialogo ma la destra vuole la guerra

di Geraldina Colotti – il manifesto

26ott2016.- «La Patria no se vende», ha detto il papa in un messaggio per il Bicentenario dell’Indipendenza argentina. «Una Patria che, nel suo anelito di fratellanza, si proietta ben oltre i limiti del Paese: fino alla Patria Grande di San Martín e Bolívar. Preghiamo – ha ripetuto – per questa Patria Grande: che il Signore la protegga, la faccia più forte, più fraterna e la difenda da ogni tipo di colonizzazione». Un papa «bolivariano», quindi, quello che ieri ha ricevuto a sorpresa in Vaticano Nicolas Maduro. Un gesto di grande importanza politica, nel momento di maggior attacco delle destre al presidente bolivariano, sia sul piano interno che su quello internazionale.

UN GESTO sicuramente più sensato e lungimirante di quelli esibiti dai tanti che – dall’Italia all’Europa, all’Osa – parlano di pace, ma intendono la pace del sepolcro per chi difende i diritti degli ultimi, contro venti e maree. Il Vaticano entra così ufficialmente in campo come grande mediatore nel conflitto tra governo e opposizione in Venezuela. Un conflitto di classe – inutile girarci attorno – tra due blocchi sociali contrapposti, in un paese ricchissimo di risorse (le prime al mondo di petrolio e oro, ma anche di acque, di biodiversità…), e per questo al centro di comprensibili appetiti internazionali. Un paese in cui, tra esperimenti, scivoloni e approssimazioni, governa «la plebe» organizzata da un partito-contenitore, sincretico e inorganico, eccedente gli schemi classici graditi in Europa.

UN CONFLITTO che, piaccia o meno, si può anche intendere senza infingimenti: come l’inevitabile scontro tra democrazia formale e democrazia reale quando si mette davvero mano a problemi di carattere strutturale. Un conflitto da leggere senza paraocchi e manicheismi, fuori dallo schema consolatorio che guarda al Latinoamerica come a un continente in mano a un manipolo di «cattivi» oligarchi e beate moltitudini. Dal Brasile, all’Argentina, dall’Ecuador alla Bolivia, al Venezuela, per la prima volta dopo la «decade perdida» del neoliberismo sfrenato, hanno avuto accesso al consumo settori tradizionalmente esclusi: «Non avrei mai pensato che togliere dalla povertà 50 milioni di persone scatenasse una reazione simile», ha detto l’ex presidente brasiliano Lula da Silva commentando la reazione dei poteri forti contro Dilma e lui medesimo.

PARTE DI QUEI SETTORI si sono fatti sedurre dalle sirene del nemico, potenti e ben supportate, e hanno votato a destra: credendo al Berlusconi argentino o al Capriles venezuelano, che promettevano di far meglio e di più: salvo poi applicare il format deciso dai poteri forti, il giorno dopo la vittoria elettorale. E così, con una maggioranza piena in Parlamento, le destre avrebbero potuto far passare la legge sul matrimonio paritario o quella sull’interruzione di gravidanza, che stavano per essere discusse.

INVECE hanno proposto leggi di chiara marca neoliberista: bocciate dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj), ago della bilancia in un sistema in equilibrio tra 5 poteri costituiti. E, soprattutto, hanno cercato un’improbabile unità nella loro litigiosa coalizione (La Mesa de la Unidad democratica – Mud) intorno a un’unica ossessione: farla finita con l’insopportabile operaio del metro chiamato «maburro» (somaro) così come Chavez veniva chiamato «mono» (scimmia). Ora il Parlamento ha messo in moto l’impeachment al presidente: per assenza ingiustificata dall’incarico e per essere «colombiano». Maduro ha compiuto un breve viaggio per stabilizzare il prezzo del petrolio e, dopo il papa, ha incontrato il nuovo Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. La Costituzione non prevede autorizzazione del Parlamento per un viaggio di 5 giorni.

QUANTO ALLA NAZIONALITÀ colombiana, si tratta di un «suggerimento» tossico dell’ex presidente colombiano Uribe, padrino dei paramilitari, che si è di nuovo fatto sentire. Inoltre, le decisioni del Parlamento sono state considerate illegali dal Tsj per l’inclusione di 4 deputati inquisiti per frodi e non abilitati. Anche l’impeachment non può svolgersi come in Brasile. E in ogni caso, più di mezzo paese non resterebbe a guardare. Il 30 cominciano gli incontri di mediazione sull’isola Margarita, ma una parte dell’opposizione ha di nuovo optato per la violenza.

Venezuela: il bilancio partecipativo si fa sistema

di Geraldina Colotti – il manifesto

15ott2016.- Caracas. Per il Tsj, il Parlamento è “in stato di ribellione”.

In Venezuela, il braccio di ferro tra il Parlamento governato dalle destre e il governo di Nicolas Maduro sta producendo conseguenze inedite, sia sul piano politico che istituzionale. Per la prima volta nella storia del paese, a varare la finanziaria del 2017 non sarà l’Assemblea nazionale, ma il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj). L’alta corte lo ha deciso martedì scorso, ribadendo che ogni atto del Parlamento unicamerale è da considerarsi privo di valore legale. Per l’opposizione (maggioritaria in Parlamento), si tratta di un atto incostituzionale che dev’essere sanzionato dall’Osa con la Carta democratica interamericana. Per il Tsj è invece il Parlamento unicamerale ad essere privo di legittimità.

Uno scontro tutto politico. L’Assemblea nazionale vuole disarticolare la «democrazia partecipativa e protagonista» per imporre il tradizionale sistema rappresentativo con cui applicare il «programma di transizione», tarato sul modello neoliberista già visto in Argentina e ora nel Brasile di Temer. Il Venezuela è però una repubblica presidenziale basata sull’equilibrio di 5 poteri di cui il Tsj è ago della bilancia. Ignorarlo, significa porsi fuori dall’ambito costituzionale. A settembre, l’alta corte ha così definito l’Assemblea nazionale in «stato di ribellione»: per aver integrato tre deputati eletti nello stato di Amazonas, sotto processo per accuse di brogli elettorali alle legislative del 6 dicembre scorso.

Il Tsj aveva sospeso in via cautelare i tre deputati indigeni, in attesa della sentenza dei tribunali. Il battagliero presidente dell’Assemblea – Henry Ramos Allup, del partito Accion Democratica (Ad) – aveva però deciso di integrarli nell’incarico e, il 1 agosto, l’alta corte aveva considerato il gesto «una evidente violazione dell’ordine pubblico costituzionale». In conseguenza, aveva dichiarato nulla ogni decisione presa con il voto dei tre deputati.

Maduro, che ha recentemente rinnovato il decreto che stabilisce lo Stato di eccezione e di Emergenza economica, dovrà perciò presentare la finanziaria per il 2017 all’approvazione del Tsj e non dell’Assemblea. Per tutta la settimana, il presidente ha discusso il bilancio in numerose assemblee popolari, che hanno coinvolto tutti i settori sociali del paese: dagli operai agli studenti, alle donne, ai pensionati. Un bilancio partecipato, esteso a tutto il Venezuela per sancire che, nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio e la guerra economica intentata dai poteri forti, non ci saranno tagli alla spesa sociale. Anzi. Oltre all’aumento di salari e pensioni, la spesa sociale più in controtendenza rispetto a quanto avviene in Europa è quella destinata alla cultura e all’istruzione pubblica. Non solo gli universitari venezuelani studiano in modo totalmente gratuito, hanno in dotazione computer e libri, ma anche borse di studio per recarsi all’estero, il cui montante è stato aumentato.

Ieri, il presidente ha illustrato il bilancio al Congreso de la Patria, un organismo composto da 100 rappresentanti del potere popolare su tutto il territorio. Il piano di governo, varato all’inizio dell’anno, ne aveva suddiviso il lavoro in cinque aree fondamentali: da quella economica a quella politica e della formazione; dall’organizzazione territoriale, alla costruzione di «un nuovo blocco storico che rafforzi la coscienza progressista dei popoli», a un nuovo modello economico-produttivo, e all’approfondimento delle distinte «vie di lotta», che accompagnino quella elettorale.

Un piano generale per uscire dall’angolo, che sta producendo frutti soprattutto per il buon funzionamento dei Clap, i Comité Locales de Abastecimiento y Distribucion con cui l’esecutivo porta gli alimenti direttamente nelle case dei meno abbienti, per aggirare il contrabbando. Un recente patto con le imprese private sancisce che debbano vendere almeno il 50% dei prodotti direttamente allo stato, che li destina ai Clap. I Comités sono anche una forma di auto-organizzazione, fornita da un’omonima rivista che dà conto dei successi del nuovo modello produttivo.

Ma l’opposizione pensa al referendum revocatorio contro il presidente. Tra il 26 e il 28 ottobre, si procederà alla raccolta del 20% delle firme. A rafforzare il campo delle destre è arrivata ieri anche la nomina del venezuelano Arturo Sosa a nuovo Generale dei Gesuiti (il papa nero), accolta con giubilo dall’opposizione.

Macri aiuta la destra venezuelana

di Geraldina Colotti – il manifesto

Caracas. Oggi, nuova agenda di protesta dell’opposizione, in attesa della «presa del paese» fissata per il 14 settembre.

Droni, tastiere e democrazie. Un altro giro, un’altra corsa. Dopo il Brasile, adesso tocca al Venezuela. Oggi le destre riprendono la protesta per far cadere il governo di Nicolas Maduro. Un poderoso tam tam mediatico ha già indicato il campo “giusto” e quello da ostracizzare. Droni, tastiere e “democrazie”. Come nel gioco delle tre carte, chi punta non vince mai. L’obiettivo è già prestabilito e il gioco è sporco, mischiare le carte serve solo a mascherare la truffa. Il pubblico che ci casca, però, non manca, perché qualcuno, all’apparenza, vince: il compare della truffa, naturalmente. E poco importa se un rapporto ammetterà poi che le “armi di distruzione di massa” in Iraq non c’erano, o che Gheddafi non aveva compiuto nessun massacro. Poco importa se il pubblico turlupinato ammetterà che «era meglio prima».

Intanto, in un tripudio di lacrime, bambini e cagnolini, la soglia con ferocia si alza: un presidente intralcia i piani dei decisori? Il voto non conta. Vale per l’Honduras, per il Paraguay, per il Brasile, dove 54 voti dei corrotti hanno contato più di 54 milioni di elettori, dove la stessa legge servita per condannare (la “pedalata fiscale”) diventa legale per assolvere i golpisti, due giorni dopo. Vale per il Venezuela, adesso più che mai.

Perché è così difficile guardare la realtà in faccia e darne conto senza manicheismi e basandosi sui fatti? Perché non è più dato per inteso che la politica sia scontro di interessi e di progetti – conflitto di classe? Perché confondere le acque fa parte del gioco, e il piatto è ricco in un paese che custodisce le più grandi riserve di petrolio al mondo e che ha stoppato le manovre dei soliti manovratori: «Non avrei mai pensato che togliere dalla povertà qualche milione di persone avrebbe scatenato un simile attacco delle oligarchie», ha dichiarato di recente l’ex presidente brasiliano Lula da Silva…

L’obiettivo delle destre durante l’annunciata «presa di Caracas» del 1 settembre era evidentemente e prima di tutto mediatico. Il piano b della sovversione è rimasto latente per l’azione preventiva d’intelligence, che ha requisito quantitativi di armi e neutralizzato i gruppi di incappucciati in cerca di nuove «guarimbas» (43 morti e 850 feriti nel 2014). Per come vanno le cose in Europa, si sarebbe lodato l’esito pacifico delle due opposte marce, che hanno sfilato in due zone diverse della capitale: nei quartieri alti, l’opposizione, al centro di Caracas il chavismo. I primi, in bianco – per emulare gli anticastristi di Miami e perché il rosso gli dà l’orticaria -, i secondi con le consuete magliette rosse.

E invece no. Dagli Usa all’Europa, le tastiere embedded si sono messe all’opera: in più di un caso anche in modo grossolano. In Francia, vi sono stati titoli tipo «Imponente manifestazione contro Maduro», sotto la foto… della marcia chavista. Per celebrare «l’oceanica manifestazione» delle destre, nelle reti sociali sono circolate foto della visita del papa in Corea del Sud: finché qualcuno ha fatto notare che quelle non erano le vie di Caracas. Qualcun altro ha usato la logica e le cifre: si è parlato di un milione di persone, ma è impossibile in un viale di quelle proporzioni, anche volendole stipare, non ci stanno. I violenti presi con le mani nel sacco (delle armi)? Ovviamente, pacifici perseguitati da un «regime insopportabile» che deve cadere. L’acme si è raggiunto manipolando il video preparato di una battitura di pentole all’isola di Margarita come «la cacciata» del presidente. Il video vero è stato diffuso per intero, ma la nuova etichetta aveva già segnato un punto di pareggio al successo del chavismo con #malditaMud. E nessuno diffonderà le immagini della marea rossa che ieri ha accompagnato il presidente.

Tutti, anche in Italia, hanno assunto in pieno la consueta litania: un popolo disperato che protesta nelle strade contro un governo inetto e autoritario, che ha provocato una crisi umanitaria. Un’intera popolazione spera solo che qualcuno l’aiuti (il modello è noto). Intanto, il referendum revocatorio è già stato fissato. Come già avvenne per Chavez, vi sono però delle tappe democratiche. Ma questo, per le destre, è solo un dettaglio da cancellare. Perché l’insopportabile Maduro non accetta di farsi defenestrare? Tanto – questo è il mantra che gira – non lo vuole più nessuno. Ma perché, allora, se si è così sicuri di vincere non si rispettano le tappe del referendum e la seconda fase, fissata a partire dal 23 ottobre?

Su una popolazione di 36 milioni di abitanti, l’opposizione venezuelana ha ottenuto oltre 7 milioni di voti alle ultime parlamentari. Il Partito socialista unito del Venezuela, 4 milioni. Se i numeri valgono i progetti, di che ha paura l’opposizione? Evidentemente, bisogna battere il ferro finché è caldo. Oggi e poi il 14, per «la presa del Venezuela». Per indicare il clima, Macri ha sospeso tutti i voli dall’Argentina al Venezuela: «Dal 10 al 17 – ha detto – il paese non sarà sicuro».

Venezuela: moderati denunciano guerra civile il 1° settembre

di Geraldina Colotti – il manifesto

29ago2016.- Venezuela. Allarme per le manovre della destra golpista

Guerra civile in Venezuela? La denuncia arriva anche da settori democratici dell’opposizione, preoccupati per il rischio di un bagno di sangue. Le destre hanno annunciato per il 1° settembre «la presa di Caracas» e la tensione è alta. I leader di opposizione hanno mobilitato tutti i loro sponsor all’estero, dagli Usa all’Europa, passando per l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), nella persona del Segretario generale Luis Almagro. Sul modello di quelle cubane, le «dame in bianco», capitanate da Maria Machado e da Lilian Tintori (moglie del leader di Voluntad Popular, Leopoldo Lopez, in carcere), hanno cominciato a marciare in alcune città del paese: ma con scarso seguito, benché circolino le laute «tariffe» pagate a comparse e figuranti pronti per l’occasione.

Sono stati diffusi falsi appelli alla diserzione di alti circoli militari. L’intelligence ha avuto un gran daffare nel prevenire tentativi di travestire da chavisti alcuni giovani paramilitari. Una coppia di oppositori, impiegati nella grande impresa Polar, e conosciuta per i frequenti incitamenti a uccidere il presidente, è stata fermata con il portabagagli pieno di divise delle Forze armate e armi. All’ex sindaco Daniel Ceballos – fotografato con il passamontagna a capo delle violenze di piazza del 2014 – sono stati revocati gli arresti domiciliari.

Dati i precedenti – dalla provocazione dei cecchini durante il golpe contro Chavez del 2002 a Puente Llaguno, alle violenze post-elettorali del 2013 e alle «guarimbas» dell’anno successivo – potrebbe succedere di tutto. E’ cominciata una settimana di allarme e incertezze. Nel suo editoriale della settimana, Miguel Salazar, un oppositore «indipendente», ha invitato l’opposizione «moderata e maggioritaria» nella Mud a denunciare i piani sovversivi, lasciando di lato l’opzione violenta anche quando questa sembra la via più rapida di fronte «al fallimento della via istituzionale». Il progetto per il 1° settembre – ha scritto – è analogo a quello del 2014, e prevede «che la marcia venga appoggiata da uno sciopero dei camionisti, da Fedecamaras e Confcommercio e dalla trasformazione delle code per la spesa in polveriere». Un modello già visto durante il colpo di stato di Carmona Estanga, capo della locale Confindustria, durato solo 48 ore per la reazione di massa che ha riportato al timone il presidente eletto. Allora fu un golpe di palazzo e delle élite, supportato dal silenzio dei grandi media privati.

Anche in questo caso si tratta di un’azione delle classi agiate e dei settori che ne appoggiano gli interessi, dentro e fuori il paese. E che contano, come hanno dimostrato con la vittoria elettorale alle parlamentari del 6 dicembre. La differenza è, però, che questa volta si cerca di mettere in scena una rappresentazione di piazza, per indicare all’esterno che la «dittatura» è al collasso e richiede un intervento forte. Nuovamente, il modello è quello descritto dal famigerato manuale di Gene Sharp che ha ispirato le «rivoluzioni arancione» e che abbiamo visto anche durante le violenze di piazza del 2014: gruppi di «pacifici manifestanti» provocano le forze dell’ordine, poi entrano in campo i professionisti armati e all’occorrenza i cecchini (43 morti e oltre 850 feriti da proiettili, prevalentemente tra le forze armate, nel 2014).

Intanto, impazza la guerra dei media e, tra un pubblico appello «alla pace», un’intervista ai media stranieri, e un’intercettazione in cui i toni cambiano radicalmente, capita che qualcuno confermi quanto detto dagli analisti di sinistra in merito alla «guerra economica» e agli attacchi contro l’economia venezuelana. Ha affermato Freddy Guevara, dirigente di Voluntad Popular: «Il boicottaggio economico fa parte di un insieme di azioni. Chi nega che qui ci sia una guerra economica, mente».

Colombia: FARC-EP e governo Santos firmano la pace “definitiva”

14040179_1036525379801679_7425274628399683124_ndi Geraldina Colotti – il manifesto

26ago2016.- Fumata bianca all’Avana per la firma dello storico accordo tra guerriglia marxista e governo colombiano. Da Cuba, sede delle trattative durate quattro anni e dove si è stabilito il definitivo cessate il fuoco il 23 giugno, è arrivato il comunicato congiunto, firmato sia dal presidente Manuel Santos che dalle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). Termina così, almeno sulla carta, il conflitto armato durato 52 anni, che è costato 220.000 morti, 45.000 scomparsi e oltre 6 milioni di sfollati. Ora – ha detto Santos – l’ultima parola «passa ai colombiani», che decideranno se approvare o respingere la pace nel referendum del 2 ottobre.

Giovedì, il presidente presenterà al Congresso le 200 pagine che compongono il documento finale. Ne sono state distribuite sette copie, due per le parti in causa, e gli altri per i paesi garanti (Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile) e per l’Onu che – insieme alla Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac) – si occuperà di verificare l’applicazione degli accordi. «Tutto il mio ringraziamento a Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile, paesi garanti e accompagnanti, e agli Stati uniti e all’Unione europea, determinanti in questo percorso», ha detto ancora Santos. In risposta, il plauso internazionale e all’orizzonte il Nobel per la Pace.

I colombiani sono scesi in piazza per manifestare il loro sostegno. Secondo diverse inchieste, la maggioranza della popolazione appoggia la soluzione politica. Il dibattito sul referendum è però già incandescente. Le destre capitanate dall’ex presidente Alvaro Uribe, grande sponsor del paramilitarismo, fanno quadrato e accusano Santos di voler consegnare il paese al «castro-madurismo». Uribe è stato ripetutamente chiamato in causa negli episodi destabilizzanti contro il governo venezuelano, complice la frontiera di 2.300 km che unisce i due paesi.

L’annuncio arriva in un contesto di alta conflittualità sociale in Colombia. Nel dipartimento del Chocó – il più povero dei 32 esistenti – non si è risolto il lungo sciopero contro la privatizzazione di beni e servizi. E, secondo studi recenti delle comunità di pace, in varie regioni in cui imperano povertà e disuguaglianza, dove le multinazionali hanno mano libera sui territori indigeni, aumentano le violenze dei paramilitari impiegati come guardie private, le uccisioni dei leader sociali e le espulsioni forzate. «Per una pace effettiva, bisogna prima risolvere i problemi sociali che hanno scatenato il conflitto armato», ha detto il deputato Ivan Cepeda, del Polo democratico alternativo.

Dello stesso tenore il comunicato delle Farc, che dall’Avana hanno spiegato i termini dell’accordo e i passi successivi. «Oggi possiamo dire che termina la guerra con le armi e comincia la battaglia delle idee – ha detto la guerriglia -. Terra, democrazia, vittime, politica senza armi, applicazione degli accordi con la supervisione internazionale, sono fragli elementi di un accordo che dovrà essere convertito quanto prima in norma granitica per garantire un futuro di dignità a tutte e a tutti… Abbiamo concluso la più gradita delle battaglie: quella di porre le basi per la pace e la convivenza».

L’accordo non è tuttavia «un punto di arrivo, ma di partenza perché un popolo multietnico e multiculturale, unito nella bandiera dell’inclusione, sia artefice e scultore del cambiamento e della trasformazione sociale che desidera la maggioranza». I punti chiave dell’accordo sono 6: quello sulla Riforma agraria integrale, che mira a risolvere le condizioni di miseria e di disuguaglianza imperanti nelle zone rurali del paese: costruendo «il buen vivir e lo sviluppo» a partire dalla consegna dei titoli di terra alle comunità contadine. L’accordo “Partecipazione politica: apertura democratica per arrivare alla pace”, il cui fulcro risiede nell’eliminazione dell’esclusione e che potrà avviarsi con l’espansione della democrazia che consenta la più ampia partecipazione dei cittadini.

L’accordo di “Soluzione al problema delle droghe illegali”, che disegna una nuova politica con un intento sociale e basato sui diritti umani per superare i danni e il fallimento della “guerra alla droga”.

E ancora l’accordo sulle Vittime, che prevede un Sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, una Giurisdizione speciale per la pace, un’Unità di ricerca delle persone date per scomparse nel contesto e per le cause del conflitto, piani di riparazione integrale, misure di restituzione delle terre e garanzie che i fatti non tornino a ripetersi. Accordi sul punto di Fine conflitto, che implica: la cessazione delle ostilità, bilaterale e definitiva; l’abbandono delle armi; il meccanismo di monitoraggio e verifica che le Nazioni unite hanno messo in campo mediante il dispiegamento degli osservatori dei paesi della Celac.

Si sono definiti gli accordi sulle garanzie di sicurezza e per farla finita con vecchi e nuovi paramilitarismi attraverso la creazione di una Unità di indagine e smantellamento delle organizzazioni criminali: però cercando soluzioni che evitino «ulteriori spargimenti di sangue e dolore».

Il quinto aspetto – realizzato recentemente – ha riguardato il rientro delle Farc nella vita civile: affinché, a partire da un indulto e dalla più ampia amnistia politica, si apra il cammino per la riconversione in partito o movimento politico legale nel nuovo scenario. Un punto molto dibattuto, perché l’ultimo tentativo di passaggio politico, le Farc lo hanno pagato con migliaia di morti, nel massacro dell’Union Patriotica degli anni ’80. La guerriglia avrebbe voluto recuperare per decreto i 14 seggi ottenuti allora, ma l’offerta del governo è stata al ribasso. Santos ha invece dovuto accettare che, durante i 180 giorni che seguono agli accordi, i guerriglieri possano convergere uniti nelle Zone di pace, anche se ne ha ridotto il numero da 80 a 23. A febbraio, tre esponenti Farc hanno lasciato l’Avana per recarsi nel nord della Colombia a parlare degli accordi ai loro effettivi, ma apparentemente senza permesso ufficiale. Dopo la pubblicazione di alcune foto, Santos ha ribadito che i guerriglieri potranno fare politica solo dopo il referendum, e lo ha ripetuto in questa occasione.

Ora, resta da vedere in quale cornice si svolgerà l’annunciata Conferenza nazionale guerrigliera, la massima istanza decisionale, che dovrebbe aver luogo in Colombia per ratificare gli accordi. Le Farc hanno anche derogato alla richiesta di un’assemblea costituente e si sono impegnate ad accettare i termini del referendum «che consenta i necessari cambiamenti normativi e le risorse finanziarie». Alla realizzazione di ogni punto, ha lavorato in parallelo la Sottocommissione di genere la cui analisi ha attraversato tutti gli impegni presi.

Nel comunicato, la guerriglia ha indirizzato poi un messaggio «di amore e di speranza ai compagni e alle compagne recluse nelle prigioni e nei sotterranei del paese e fuori dalle frontiere», con l’augurio di ritrovarli presto nella costruzione della Nuova Colombia, sognata dai «padri fondatori». Da qui, un appello al governo Usa affinché sostenga la pace e compia gesti umanitari «in linea con la bontà che caratterizza la maggioranza del popolo nordamericano, amico della concordia e della solidarietà», e liberi Simon Trinidad.

Ringraziamenti, poi, per i mediatori, e «riconoscimento e affetto a Maduro», per aver continuato l’opera di Chavez. In Venezuela si stanno svolgendo le trattative fra Santos e l’altra guerriglia storica, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), a cui le Farc hanno augurato «di trovare un cammino risolutivo» verso la pace. Per finire, un omaggio ai caduti della «guerra fratricida» e un invito a unire «le nostre mani e le nostre voci per gridare: mai più».

Alejandra Benitez: «Non stringo la mano al golpista Temer»

di Geraldina Colotti – il manifesto

9ago2016.- Olimpiadi. Il polemico gesto della schermista venezuelana, ex ministra dello Sport

«Sono una donna, sono una militante politica e sono di sinistra, appoggio la democrazia e la giustizia, non stringo la mano a un golpista». Un gesto annunciato, quello della schermista venezuelana Alejandra Benitez, che alla cerimonia d’apertura dei Giochi non ha salutato il presidente a interim, Michel Temer, con grande storno delle destre latinoamericane. Poco prima, Benitez aveva spiegato ai giornalisti il perché della sua decisione e annunciato un incontro con Dilma Rousseff (la quale ha rifiutato di partecipare in seconda fila alla cerimonia d’apertura).

Alla domanda sulla procedura d’impeachmet, che ha sospeso Dilma dall’incarico, l’atleta venezuelana ha risposto: «E’ terribile quel che stiamo vedendo: un colpo di stato che si sta legittimando, bisognerebbe fare di più per impedirlo. Io, come donna, ritengo che il golpe sia stato anche un gesto maschilista, patriarcale, contro la presidente. In politica, come nello sport, certi uomini credono di poter relegare le donne in secondo piano». Benitez, 36 anni, è stata ministra dello Sport del governo Maduro nel 2013. Animalista e femminista, militante del Psuv durante i governi Chavez e deputata, lavora nei quartieri poveri ed è impegnata nella difesa dei diritti delle donne e della comunità Lgbt all’interno dello sport.

Benitez è alla sua quarta partecipazione alle Olimpiadi. Gli 87 atleti venezuelani che partecipano a Rio (61 uomini e 26 donne) testimoniano del grande sforzo compiuto dal paese bolivariano in questi anni nei confronti dei giovani («la generazione d’oro», come li chiama il presidente»), che hanno accesso completamente gratuito a tutti i servizi e all’insegnamento. «Nonostante tutte le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, nonostante tutti gli attacchi e la caduta del prezzo del petrolio – ha detto ancora Benitez – anche quest’anno le risorse per lo sport e la cultura sono state mantenute e anche aumentate. Lo sport ha una grande funzione sociale».

Benitez, che fa parte del gabinetto di lavoro di Maduro e accompagna diversi progetti di reinserimento nelle carceri venezuelane, a Rio ha vinto il primo degli incontri di scherma e perso di misura il secondo. Per ora, il Venezuela ha totalizzato un buon risultato nella boxe e nella ginnastica.

Colombia: la voce dei movimenti popolari

di Geraldina Colotti – il manifesto

2ago2016.- Fabian Torres fa parte della Commissione internazionale del Congreso de lo Pueblos. Un importante movimento colombiano che appoggia i dialoghi dell’Avana, considerato più vicino ai guevaristi dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln), una delle due principali guerriglie.

Il governo Santos accelera le tappe per arrivare a un referendum popolare sugli accordi di pace per fine settembre, qual è la vostra posizione?

In questo momento si stanno facendo grandi progressi nei colloqui tra i guerriglieri delle Farc e il governo colombiano di Manuel Santos. Il 23 giugno è stato firmato lo storico cessate il fuoco bilaterale. I movimenti sociali e parte della società colombiana ritengono però che questo processo di pace sia incompleto se non vi partecipa anche l’Eln. Il governo mantiene congelata in forma unilaterale la fase pubblica del negoziato che dovrebbe svolgersi in Ecuador, in base all’accordo sottoscritto da entrambe le parti il 30 marzo scorso. I movimenti sociali celebrano e salutano questo accordo storico, ma lo fanno in modo molto critico perché lo Stato ha risposto solo con la violenza parastatale e ha disatteso tutti gli accordi decisi durante le proteste a cui si vedono obbligate le organizzazioni sociali. In questo momento sono in gioco due modi di portare a termine la pace in Colombia, uno da parte del governo, che chiede pace per il gran capitale e per gli affari dell’oligarchia colombiana, e un altro che si costruisce dal basso, dai movimenti sociali che esigono la soluzione a problemi storici e strutturali a causa dei quali il conflitto sociale si è acuito. Il governo chiede solo la smobilitazione delle guerriglie senza che vi siano cambiamenti sostanziali. Inoltre, il popolo esige partecipazione della società civile, troppo ridotta negli attuali dialoghi dell’Avana. Altro obiettivo, molto importante, è che lo stato smantelli la sua forza parastatale e le bande narcoparamilitari che minacciano il libero esercizio dell’opposizione politica nel paese e che stanno crescendo nel territorio nazionale, questo in termini di garanzie per una possibile partecipazione degli insorti nella politica pubblica del paese.

Negli ultimi mesi vi sono stati forti movimenti di protesta, con quali risultati e prospettive?

In Colombia, non passa giorno senza che vi sia una lotta sociale. C’è sempre fermento e dissenso verso uno Stato che per decenni ha lasciato da parte il suo obbligo di fornire, come stato di diritto, un minimo di garanzie e di benessere alla popolazione. Le cifre della tragedia colombiana parlano di circa 8 milioni di persone sfollate a causa del conflitto interno, più di 18 milioni di disoccupati, più di 9.000 mila prigionieri politici che, insieme a centinaia di migliaia di detenuti soffrono condizioni disumane di sovraffollamento e di maltrattamento. Il 52% della terra è nelle mani dell’1,15% di latifondisti, per menzionare solo alcune cifre. Tutto questo in un paese con più di 47 milioni di abitanti e che, nonostante il dolore e la tragedia continua a lottare con la speranza che in Colombia si costruisca un nuovo paese di pace per tutta la sua gente. Attualmente i movimenti sociali in Colombia sono protagonisti del particolare momento politico che vive il paese. Hanno fatto proposte concrete di cambiamenti strutturali necessari per la realizzazione della democrazia, della sovranità, dell’uguaglianza, per la giustizia sociale e per una vita degna del popolo colombiano. Lo scorso giugno si è tenuta una forte giornata di mobilitazione e di protesta in tutto il territorio colombiano, convocata dalla Cumbre Nacional Agraria, contadina, etnica e popolare, in cui confluiscono numerose organizzazioni sociali e movimenti popolari nei settori sociali del paese, come Congresso dei popoli, l’organizzazione indigena della Colombia (Onic), il Proceso de Comunidades Negras (Pcn), Marcha Patriotica, tra gli altri, più altri di carattere regionale. Questi movimenti sono scesi in piazza per chiedere al governo Santos di rispettare gli accordi realizzati con la Cumbre negli anni 2013 e 2014, frutto di scioperi nazionali, che non ha rispettato, offrendo come unica risposta la violenza. Inoltre, hanno proposto soluzioni strutturali contro il modello economico imposto da Santos per ottenere la fiducia degli investitori stranieri e aumentare l’estrattivismo, in cui si continua a svendere risorse naturali al grande capitale transnazionale. I movimenti sociali in Colombia stanno acquisendo una visione strategica nella lotta contro questo modello. Un modello che, come ha chiarito il presidente colombiano alle guerriglie, non è in discussione. Ma la Minga Nacional è contro questo modello di morte, miseria e oppressione e propone punti di negoziato anche più radicali di quelli avanzati dalle guerriglie. E si scontra con una politica repressiva, di guerra e di assassinii,anche mentre il governo dialoga con la guerriglia delle Farc e decide un cessate il fuoco bilaterale.

Molti leader popolari di Marchia Patriotica e del Congreso de los Pueblos sono stati uccisi. Quali garanzie chiedete perché non finisca in un massacro simile a quello subito dalla Union Patriotica negli anni ’80?

Come hanno riportato le organizzazioni per i diritti umani, solo per quanto riguarda quest’anno, sono circa 35 i leader sociali assassinati. Nello sciopero di giugno, sono stati assassinati 3 leader indigeni del Congreso de los Pueblos dalla polizia e dall’esercito colombiano. Lo scorso 12 luglio è stato ucciso dalla polizia un giovane manifestante durante lo sciopero dei trasportatori e dei camionisti nella regione di Boyacá. Minacce, persecuzioni, esecuzioni extragiudiziali, sono in aumento nonostante i colloqui di pace. Marcha Patriotica denuncia che da quando si è fondato il movimento, nel 2012, sono già oltre 105 i militanti assassinati. Per questo rivolgiamo un appello internazionale a denunciare lo Stato colombiano che non consente le garanzie per l’esercizio politico, la difesa dei diritti umani, il diritto sindacale, quello della libertà di espressione e associazione.

Quali ripercussioni avrà il ritorno delle forze conservatrici in America latina?

Dall’anno scorso, come Coordinamento Continentale dei movimenti sociali verso l’Alba, di cui facciamo parte come Congreso de los Pueblos e Marcha Patriotica insieme ad altre organizzazioni sociali in Colombia, abbiamo iniziato una campagna che si chiama “La pace in Colombia è la pace del continente”, per riunire e rendere visibili le azioni di solidarietà negli altri paesi fratelli del Latinoamerica, perché altri si aggiungano e appoggino questa causa. Un’azione importante nel momento in cui l’imperialismo nordamericano vuole tornare egemone nel nostro continente. Da qui, la destabilizzazione del Venezuela, il golpe istituzionale alla presidente Dilma in Brasile e i passati golpe in Honduras e Paraguay. Quest’avanzata dell’estrema destra in America Latina e nel mondo deve essere contrastata con la costruzione del potere popolare nelle strade e con un’unità molto forte che assuma dimensioni continentali.

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