Pappé: «Israele una democrazia? Una grossa bugia»

di Paola Di Lullo

La Rassegna Femminile palestinese curata da Maria Rosaria Greco, ha ospitato, ieri, nella Sala dei Marmi del Palazzo di Città di Salerno, lo storico israeliano Ilan Pappé. Nato ad Haifa, da genitori sopravvissuti all’olocausto, Pappé è Ordinario del Dipartimento di Storia dell’Università di Exter, Gran Bretagna e cofondatore della Nuova storiografia israeliana, che si ripromette di riesaminare la nascita dello Stato d’Israele e del sionismo. La responsabilità della creazione di Israele è attribuita dallo storico all’Europa, in particolare alla Gran Bretagna, che aveva il protettorato sulla Palestina ai tempi, ed alla Germania nazista, che causò la morte e l’esodo di milioni di ebrei.


Non esenti da colpe gli altri Stati europei, compresa l’Unione Sovietica, che, al finire della II guerra mondiale, non agevolarono il rientro degli ebrei nei loro paesi d’origine, anzi furono ben lieti di lasciarli andare in Palestina. Agli USA, Pappé riconosce la non volontà di risolvere diplomaticamente il problema. La stessa non volontà che rimprovera a tutti i leader israeliani, dopo circa 20 anni di colloqui di pace con i Palestinesi. Gli Accordi di Oslo, firmati da Rabin in consapevole malafede, sono stati un inganno, secondo Pappé, considerando che, dal quel momento in poi, la Cisgiordania è stata divisa in tre zone, favorendo l’avanzata del sionismo: ZONA A, 17% del territorio della Cisgiordania, con il 55% di Palestinesi, sotto totale controllo dell’AP; ZONA B, 24% del territorio, con il 41% di Palestinesi, a controllo misto; ZONA C, 49% del territorio, con solo il 4% di Palestinesi, sotto totale controllo israeliano. Ad oggi, Israele si è impadronito di circa l’80% (rispetto al 56,4% attribuitogli dalla risoluzione 181 del 29 novembre 1947 dell’ONU) del territorio della Palestina storica, cui sono rimaste zone, frammentate da muro e checkpoint, in Cisgiordania, e la Striscia di Gaza. Israele conta, ad aprile 2015, una popolazione di 8.345.000 abitanti, di cui il 74,9% sono ebrei, contro i circa 4.400.000 di Palestinesi, divisi tra la Cisgiordania e Gaza. Circa 1.500.000 i Palestinesi d’Israele, più o meno il 20% della popolazione israeliana, che, seppur considerati cittadini di serie B, hanno passaporto israeliano e quindi meno limitazioni negli spostamenti e possono eleggere i loro rappresentanti alla Knesset. Da sottolineare, secondo lo storico, anche le connivenze del Governo di Ramallah con Israele, connivenze che portano la situazione ad un peggioramento quotidiano. Eppure, non esistendo al momento, un’alternativa all’AP, è impossibile pensare di soppiantarla. Esistono, tuttora, alcuni Palestinesi che continuano a resistere, così come molti altri hanno smesso, accettando di fatto, l’attuale status quo.

La lotta è ancora lunga, purtroppo. Sebbene il sionismo, così come l’esodo degli ebrei verso la Palestina, fosse iniziato ben prima del 1947, è da quell’anno in poi che cominciò la vera pulizia etnica della Palestina, complice il genocidio subito dagli ebrei, certi che nessuno li avrebbe accusati di commettere i medesimi crimini contro i Palestinesi. Per pulizia etnica, non s’intende solo l’espulsione dei Palestinesi dal loro paese, dalle loro città, dalle loro case, ma la sistematica opera di cancellazione della memoria, favorita dalla distruzione di interi villaggi, al posto dei quali sono sorte città o insediamenti israeliani. Anche i cibi, così come le piante, molte importate dall’Europa, i vitigni, non conservano il loro nome arabo. Israele non può definirsi una democrazia, nemmeno una democrazia militarizzata, ma uno stato che continua, incessantemente, la sua opera di colonizzazione ed apartheid. Ha imposto un embargo totale, da ormai 8 anni, sulla Striscia di Gaza, e non consente il libero spostamento dei Palestinesi, nemmeno per motivi di salute. Ha chiuso industrie, confiscato terreni coltivabili, reso impossibile, di fatto, anche la pesca. Israele non ha confini universalmente riconosciuti, proprio allo scopo di poter continuare, indisturbato, l’annessione dei territori Palestinesi e l’espulsione degli abitanti. Perché se Israele vuole la terra, l’acqua e tutte le risorse palestinesi, di contro, non vuole Palestinesi nel suo stato (ad eccezione di coloro che risiedono nei territori del 1948, i cosiddetti “Palestinesi d’Israele”). Se riconoscesse i suoi confini, dovrebbe rientrare in quelli stabiliti nel 1967, come richiesto da molti governi europei ed, in ogni caso, non potrebbe continuare ad espandersi. Così come non ha una costituzione, proprio per potersi ritenere libero di violare quotidianamente i diritti civili di una popolazione calpestata da oltre 70 anni. Quale può essere allora il ruolo degli intellettuali, degli storici, soprattutto, in questo caso? Pappé ritiene che la conoscenza delle fonti e la rivisitazione della storia della nascita di Israele e del sionismo siano di fondamentale importanza. Dopo aver studiato a lungo la documentazione (compresi gli archivi militari desecretati nel 1998) esistente sulla storia del suo paese è giunto ad una visione chiara di quanto fosse accaduto nel ’48, drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Pappé ricorda come, qualche mese fa, il 16 febbraio, l’Università di Roma Tre gli negò l’uso del suo prestigioso Centro di Studi italo-francesi dove si doveva svolgere una sua conferenza. Gli storici hanno un ruolo importante e difficilissimo: restare, o cercare di restare, oggettivi, cosa non semplice quando si scrive di vicende ancora in corso, quando si scrive di un susseguirsi di eventi che mutano, spesso, velocemente.

Fino a circa 20 anni fa, gli storici, quasi tutti, scrivevano in favore di Israele. Oggi, la situazione si è completamente ribaltata. Ed è opinione diffusa che nessun conflitto in medio Oriente potrà risolversi senza la risoluzione del conflitto arabo – israeliano. In una serata quasi perfetta, unico “scivolone”, quello sulla Siria di Assad, definita “regime”, quindi dittatura. Nulla di nuovo sotto il sole, Pappé era uno dei firmatari di una lettera firmata da intellettuali, accademici, attivisti, artisti, cittadini interessati, e movimenti sociali in solidarietà con il popolo siriano, per sottolineare la dimensione rivoluzionaria della loro lotta e prevenire le battaglie geopolitiche e le guerre per procura in corso nel loro paese.

(VIDEO) Naji: «La Causa palestinese è centrale per la Siria»

da sana.sy

Sotto il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della riconciliazione nazionale, si è svolta l’assemblea popolare palestinese, a Damasco, con il titolo “I nostri campi sono la porta d’ingresso al nostro ritorno”, per riaffermare il diritto al ritorno e il supporto per la Siria.

Nel comunicato finale della riunione, i partecipanti hanno chiesto di unificare la posizione politica palestinese sulla guerra alla Siria respingendo quella negativa che mina la causa palestinese.

Inoltre, i partecipanti hanno condannato la posizione ambigua adottata da alcune fazioni palestinesi e la marginalizzazione del loro ruolo nella battaglia nazionale condotta dalla Siria contro il progetto coloniale di dividere la patria araba.

Nel suo intervento, il ministro siriano per la Riconciliazione nazionale, Ali Haydar, ha dichiarato che la causa palestinese resterà la questione centrale per la Siria, rendendo noto che i siriani e i palestinesi affrontano lo stesso terrorismo.

«Entrambi i popoli, palestinese e siriano, hanno lo stesso progetto rappresentato dalla Resistenza e non intendono fare sconti» ha aggiunto.

Da parte sua, il vice segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale, Talal Naji, ha affermato che il diritto al ritorno è l’essenza della causa palestinese e l’attaccamento a questo diritto garantirà la vittoria.

Inoltre, ha indicato che l’obiettivo delle reti terroristiche nei campi profughi palestinesi in Siria è quello di annullare il diritto al ritorno del popolo palestinese.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Cuba ribadisce il suo appoggio alla Palestina e alla Siria

da prensa latina

Cuba ha ribadito all’Onu, ieri, nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza, il suo sostegno agli sforzi palestinesi per porre fine all’occupazione israeliana, per diventare un membro a tutti gli effetti come Stato indipendente e sovrano dell’organizzazione mondiale.
«Inequivocabilmente ribadiamo la solidarietà dell’isola con il popolo palestinese, e il notro fermo e risoluto appoggio a tutte le azioni volte a promuovere il riconoscimento dello Stato, sulla base dei confini precedenti al 1967 e con capitale Gerusalemme Est», ha dichiarato l’ambasciatore supplente di Cuba all’ONU, Oscar Leon.
Il diplomatico ha parlato a una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere la situazione in Medio Oriente, durante la quale la maggior parte degli oratori hanno espresso l’urgenza della soluzione dei due stati, uno palestinese e un israeliano, coesistenti in pace.
León ha riferito al corpo dei 15 membri che il popolo arabo è sotto occupazione quasi cinque decenni e soffre gli omicidi, la distruzione dei suoi beni e la compromissione dei suoi diritti inalienabili, come l’auto-determinazione.
In questo contesto, ha definito inaccettabili le dichiarazioni del primo ministro neo rieletto di Israele, Benjamin Netanyahu, che ha ipotizzato la creazione di uno stato palestinese sotto il suo controllo.
Secondo Leon, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe respingere categoricamente gli attacchi di Tel Aviv e adottare senza ulteriore indugio una risoluzione per chiedere la fine dell’occupazione, il blocco imposto alla Striscia di Gaza e la colonizzazione di territori con la costruzione di insediamenti.
Per quanto riguarda il conflitto in Siria, Cuba ha difeso il diritto del popolo siriano a scegliere il suo destino, senza interferenze straniere.
Egli ha anche auspicato una soluzione politica alla crisi, che è giunta il mese scorso al suo quinto anno, caratterizzato dall’ aggressività di estremisti e mercenari che vogliono rovesciare il legittimo governo di Damasco.
A questo proposito, Leon ha accusato coloro che “alimentano il conflitto dall’esterno” per le migliaia di vittime civili accumulate durante la guerra.
«Ribadiamo la nostra preoccupazione per la perdita di vite innocenti e condanniamo ogni atto di violenza in atto in questo paese contro i civili, ma la presunta tutela della vita umana e la lotta contro il terrorismo non possono servire come pretesto per un intervento straniero», ha affermato.
Secondo il diplomatico cubano, le Nazioni Unite dovrebbero favorire un immediato cessate il fuoco per spianare la strada ai negoziati di pace e sostenere gli sforzi degli Stati come la Russia per fermare le ostilità e raggiungere una soluzione condivisa tra i siriani.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

(VIDEO) Venezuela, Iª Campagna per il ritorno in Palestina

da hispantv

Si è concluso in Venezuela il primo Congresso latino-americano per il ritorno dei palestinesi nella loro terra.

Per tre giorni, i rappresentanti dei movimenti sociali e politici delle Americhe hanno discusso azioni comuni di solidarietà con la Palestina sotto assedio da parte del regime israeliano, e il diritto al ritorno dei palestinesi nella loro terra.

Il momento culminante dell’incontro è stata una cerimonia interreligiosa, durante la quale è stato denunciato che il sionismo cerca di nascondere il genocidio palestinese dietro un presunto conflitto religioso.

All’incontro hanno partecipato anche i delegati degli Stati Uniti, che hanno assicurato che le azioni del regime di Tel Aviv non hanno nulla a che vedere con il vero ebraismo.

Negli accordi finali del meeting, si è decisa una maggiore azione di solidarietà con la Palestina sui mezzi di comunicazione per aggiungere maggiori sforzi alla campagna internazionale.

Questo tipo di incontri si svolgeranno in tutti i continenti per rendere più efficace la solidarietà urgente con la Palestina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Paola Di Lullo]

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