Il rombo degli aerei sulla pace

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Colombia, 28sett2016.- Da Cartagena al referendum del 2 ottobre.

Lunedì sera, in Colombia, una piazza stracolma vestita di bianco ha accolto la storica firma degli accordi di pace tra governo e Farc. In Plaza de la Banderas, a Cartagena, gran maestro di cerimonia, il presidente Manuel Santos, attorniato dai capi di stato di tutto il continente. Al suo fianco, il Segretario delle Nazioni unite, Ban Ki-moon e i rappresentanti dei paesi facilitatori che hanno accompagnato quattro anni di negoziato: Norvegia, dove hanno avuto inizio i colloqui tra le parti, Cuba, che ha ospitato le trattative, Venezuela, la cui diplomazia di pace ha messo in moto i dialoghi, e Cile. Il comandante Rodrigo Londoño (Timoshenko) ha rappresentato la controparte, la guerriglia marxista delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc).

Si chiudono così, almeno sulla carta, 52 anni di conflitto armato. A seguire, il referendum del 2 ottobre che passerà la parola ai cittadini. Le inchieste dicono che voterà a favore il 72%. In sospeso, le trattative con l’altra guerriglia storica, quella guevarista dell’Eln, che ha rispettato la cerimonia con una tregua, ma che non ritiene soddisfacenti gli accordi dell’Avana.

I negoziati tra Eln e governo si sono aperti il 30 marzo a Caracas, e subito arenati. Oltre i simboli e le cerimonie, in un paese di profonde e pervicaci storture, il post-accordo è tutto da costruire. A Cartagena, le Forze armate, ci hanno tenuto a farlo sapere, interpretando una scena centrale, che ha condensato più di tutte le minacce incombenti sull’accordo. Mentre Timoshenko terminava il suo discorso, svestendo di retorica la parola pace, tre aerei da guerra si sono alzati in volo in un fragore assordante.

Il leader delle Farc è apparso sorpreso, poi ha ripreso il controllo: “Questa volta vengono a salutare la pace e non a scaricare bombe”, ha affermato. Si riferiva agli attacchi aerei che, per tanti anni, hanno falcidiato la guerriglia con omicidi mirati e bombardamenti a tappeto finanziati dai miliardi Usa del Plan Colombia, ora rinnovato in altre forme. Attacchi particolarmente intensi quando Santos è stato ministro della Difesa di Alvaro Uribe.

Il presidente ha rivendicato il suo ruolo di “ferreo avversario” della guerriglia “in tempo di guerra”. Ma “questi aerei erano un saluto alla pace”, ha detto oscillando tra grandi questioni e retorica da cerimonia: con un occhio al Nobel e l’altro alle alleanze del continente che gli sono proprie (quelle neoliberiste). Dopo un omaggio a Garcia Marquez, ha ribadito la “distanza profonda” che esiste tra il suo modello di società e quello avanzato dalle Farc e dalla sinistra, ma ha affermato di essere disposto a difendere “il diritto delle Farc a esprimere le proprie opinioni in democrazia”, e ha accompagnato il grido della piazza “Mai più guerra”.

Un auspicio che Timoshenko ha prospettato con realismo, rinnovando l’impegno delle Farc a proseguire in altre forme la lotta per i medesimi ideali: “Questo non è un abbraccio tra il capitalismo e il socialismo – ha affermato – continueremo a batterci per i nostri ideali, per una società senza discriminazioni, che metta fine al patriarcato, alla guerra, strumento favorito dei potenti per imporre con la forza e la paura l’ingiustizia ai più deboli”.

Poi, Timoshenko ha reso onore agli assenti: al fondatore delle Farc, Marulanda, ai comandanti uccisi, ai prigionieri politici, e ha chiesto perdono “per il dolore provocato”. Le Farc – ha promesso – lavoreranno “per la rinascita etica della Colombia, rinnovando gli ideali di Eliecer Gaitan”, il leader liberale il cui assassinio, il 9 aprile del 1948, sancì la chiusura degli spazi di agibilità democratica per l’opposizione in Colombia. Timoshenko ha ringraziato in particolare l’apporto di Cuba e del Venezuela, ricordando l’impegno di Hugo Chavez, rinnovato da Nicolas Maduro.

Dietro le quinte della cerimonia, intanto, continuava la guerra sporca contro il governo bolivariano. Mentre Maduro incontrava John Kerry a margine dell’evento, il presidente del Perù Pablo Kuczynski (uomo del Fondo monetario internazionale) dichiarava: “La mia agenda è quella di parlare con i leader di Brasile, Cile, Colombia e Messico per promuovere una risoluzione comune e arrivare a una transizione ordinata in Venezuela, nei prossimi mesi o entro il 2019”: il progetto avanzato dalle destre venezuelane.

Colombia: FARC-EP e governo Santos firmano la pace “definitiva”

14040179_1036525379801679_7425274628399683124_ndi Geraldina Colotti – il manifesto

26ago2016.- Fumata bianca all’Avana per la firma dello storico accordo tra guerriglia marxista e governo colombiano. Da Cuba, sede delle trattative durate quattro anni e dove si è stabilito il definitivo cessate il fuoco il 23 giugno, è arrivato il comunicato congiunto, firmato sia dal presidente Manuel Santos che dalle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). Termina così, almeno sulla carta, il conflitto armato durato 52 anni, che è costato 220.000 morti, 45.000 scomparsi e oltre 6 milioni di sfollati. Ora – ha detto Santos – l’ultima parola «passa ai colombiani», che decideranno se approvare o respingere la pace nel referendum del 2 ottobre.

Giovedì, il presidente presenterà al Congresso le 200 pagine che compongono il documento finale. Ne sono state distribuite sette copie, due per le parti in causa, e gli altri per i paesi garanti (Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile) e per l’Onu che – insieme alla Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac) – si occuperà di verificare l’applicazione degli accordi. «Tutto il mio ringraziamento a Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile, paesi garanti e accompagnanti, e agli Stati uniti e all’Unione europea, determinanti in questo percorso», ha detto ancora Santos. In risposta, il plauso internazionale e all’orizzonte il Nobel per la Pace.

I colombiani sono scesi in piazza per manifestare il loro sostegno. Secondo diverse inchieste, la maggioranza della popolazione appoggia la soluzione politica. Il dibattito sul referendum è però già incandescente. Le destre capitanate dall’ex presidente Alvaro Uribe, grande sponsor del paramilitarismo, fanno quadrato e accusano Santos di voler consegnare il paese al «castro-madurismo». Uribe è stato ripetutamente chiamato in causa negli episodi destabilizzanti contro il governo venezuelano, complice la frontiera di 2.300 km che unisce i due paesi.

L’annuncio arriva in un contesto di alta conflittualità sociale in Colombia. Nel dipartimento del Chocó – il più povero dei 32 esistenti – non si è risolto il lungo sciopero contro la privatizzazione di beni e servizi. E, secondo studi recenti delle comunità di pace, in varie regioni in cui imperano povertà e disuguaglianza, dove le multinazionali hanno mano libera sui territori indigeni, aumentano le violenze dei paramilitari impiegati come guardie private, le uccisioni dei leader sociali e le espulsioni forzate. «Per una pace effettiva, bisogna prima risolvere i problemi sociali che hanno scatenato il conflitto armato», ha detto il deputato Ivan Cepeda, del Polo democratico alternativo.

Dello stesso tenore il comunicato delle Farc, che dall’Avana hanno spiegato i termini dell’accordo e i passi successivi. «Oggi possiamo dire che termina la guerra con le armi e comincia la battaglia delle idee – ha detto la guerriglia -. Terra, democrazia, vittime, politica senza armi, applicazione degli accordi con la supervisione internazionale, sono fragli elementi di un accordo che dovrà essere convertito quanto prima in norma granitica per garantire un futuro di dignità a tutte e a tutti… Abbiamo concluso la più gradita delle battaglie: quella di porre le basi per la pace e la convivenza».

L’accordo non è tuttavia «un punto di arrivo, ma di partenza perché un popolo multietnico e multiculturale, unito nella bandiera dell’inclusione, sia artefice e scultore del cambiamento e della trasformazione sociale che desidera la maggioranza». I punti chiave dell’accordo sono 6: quello sulla Riforma agraria integrale, che mira a risolvere le condizioni di miseria e di disuguaglianza imperanti nelle zone rurali del paese: costruendo «il buen vivir e lo sviluppo» a partire dalla consegna dei titoli di terra alle comunità contadine. L’accordo “Partecipazione politica: apertura democratica per arrivare alla pace”, il cui fulcro risiede nell’eliminazione dell’esclusione e che potrà avviarsi con l’espansione della democrazia che consenta la più ampia partecipazione dei cittadini.

L’accordo di “Soluzione al problema delle droghe illegali”, che disegna una nuova politica con un intento sociale e basato sui diritti umani per superare i danni e il fallimento della “guerra alla droga”.

E ancora l’accordo sulle Vittime, che prevede un Sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, una Giurisdizione speciale per la pace, un’Unità di ricerca delle persone date per scomparse nel contesto e per le cause del conflitto, piani di riparazione integrale, misure di restituzione delle terre e garanzie che i fatti non tornino a ripetersi. Accordi sul punto di Fine conflitto, che implica: la cessazione delle ostilità, bilaterale e definitiva; l’abbandono delle armi; il meccanismo di monitoraggio e verifica che le Nazioni unite hanno messo in campo mediante il dispiegamento degli osservatori dei paesi della Celac.

Si sono definiti gli accordi sulle garanzie di sicurezza e per farla finita con vecchi e nuovi paramilitarismi attraverso la creazione di una Unità di indagine e smantellamento delle organizzazioni criminali: però cercando soluzioni che evitino «ulteriori spargimenti di sangue e dolore».

Il quinto aspetto – realizzato recentemente – ha riguardato il rientro delle Farc nella vita civile: affinché, a partire da un indulto e dalla più ampia amnistia politica, si apra il cammino per la riconversione in partito o movimento politico legale nel nuovo scenario. Un punto molto dibattuto, perché l’ultimo tentativo di passaggio politico, le Farc lo hanno pagato con migliaia di morti, nel massacro dell’Union Patriotica degli anni ’80. La guerriglia avrebbe voluto recuperare per decreto i 14 seggi ottenuti allora, ma l’offerta del governo è stata al ribasso. Santos ha invece dovuto accettare che, durante i 180 giorni che seguono agli accordi, i guerriglieri possano convergere uniti nelle Zone di pace, anche se ne ha ridotto il numero da 80 a 23. A febbraio, tre esponenti Farc hanno lasciato l’Avana per recarsi nel nord della Colombia a parlare degli accordi ai loro effettivi, ma apparentemente senza permesso ufficiale. Dopo la pubblicazione di alcune foto, Santos ha ribadito che i guerriglieri potranno fare politica solo dopo il referendum, e lo ha ripetuto in questa occasione.

Ora, resta da vedere in quale cornice si svolgerà l’annunciata Conferenza nazionale guerrigliera, la massima istanza decisionale, che dovrebbe aver luogo in Colombia per ratificare gli accordi. Le Farc hanno anche derogato alla richiesta di un’assemblea costituente e si sono impegnate ad accettare i termini del referendum «che consenta i necessari cambiamenti normativi e le risorse finanziarie». Alla realizzazione di ogni punto, ha lavorato in parallelo la Sottocommissione di genere la cui analisi ha attraversato tutti gli impegni presi.

Nel comunicato, la guerriglia ha indirizzato poi un messaggio «di amore e di speranza ai compagni e alle compagne recluse nelle prigioni e nei sotterranei del paese e fuori dalle frontiere», con l’augurio di ritrovarli presto nella costruzione della Nuova Colombia, sognata dai «padri fondatori». Da qui, un appello al governo Usa affinché sostenga la pace e compia gesti umanitari «in linea con la bontà che caratterizza la maggioranza del popolo nordamericano, amico della concordia e della solidarietà», e liberi Simon Trinidad.

Ringraziamenti, poi, per i mediatori, e «riconoscimento e affetto a Maduro», per aver continuato l’opera di Chavez. In Venezuela si stanno svolgendo le trattative fra Santos e l’altra guerriglia storica, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), a cui le Farc hanno augurato «di trovare un cammino risolutivo» verso la pace. Per finire, un omaggio ai caduti della «guerra fratricida» e un invito a unire «le nostre mani e le nostre voci per gridare: mai più».

Nariño (FARC-EP): Ecco chi combatte davvero l’ISIS

Alexandra Nariñodi Alexandra Nariño, Delegazione di Pace delle FARC-EP
Cosa hanno in comune Vladimir Putin, Hugo Chávez, Fidel Castro, Kim Jong-un, Evo Morales y Bashar al-Assad? Se dovessimo dare credito a ciò che scrive la stampa cosiddetta occidentale, sono tutti uomini irrazionali, bugiardi e finanche ridicoli, con tratti principalmente antidemocratici, dittatoriali. Più sono non allineati alle direttrici neoliberali dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale, tanto più sono disprezzabili. O almeno questo è il messaggio che arriva quotidianamente a milioni di persone che credono di essere informate grazie alle grandi agenzie di notizie.
Dopo aver letto diversi articoli che denunciavano le malintenzionate ed astute giocate politiche e militari di Vladimir Putin nel mondo, egli è riuscito a stimolare la mia curiosità quando l’ho sentito parlare durante il settantesimo anniversario dell’ONU. Sono riuscita ad ascoltare solo la ultima parte; non so se ciò che mi ha chiamato l’attenzione qualche frase sua, lo sguardo o il tono della voce. Ciò che è certo è che ho cercato l’intervento completo in internet ed ho scoperto che l’intervento di Putin ha qualcosa di cui sono carenti altri personaggi come per esempio Obama, Merkel o Rutte: la coerenza.

Privo di vuote e pompose dissertazioni sulla “freedom and democracy”, ha espresso in forma semplice una posizione democratica, pluralista e rispettosa della sovranità di altre nazioni. Inoltre, ha offerto ad i presenti ed al pianeta una spiegazione sensata della situazione nel Nord Africa e nel Medio Oriente, oltre ad un’analisi sulla relazione dei poteri geostrategici del mondo odierno.

Con una eloquente diplomazia, il presidente russo ha messo in evidenza alcune verità che già tutti sanno, ma nessuno nel mondo politico ha osato pronunciare con tanta veemenza: che le foerze governative di Assad e le milizie curde sono le uniche forze che davvero stanno combattendo i terroristi in Siria; che i gruppi estremisti si nutrono – tra gli altri – di soldati iracheni che sono rimasti senza lavoro dopo l’invasione del 2003, di libici il cui Stato è stato distrutto dopo il 2011 e anche, più recentemente, della oposizione “moderata” in Siria, sostenuta dall’Occidente, il quale fornisce armi ed addestramento, dopodiché molti disertano e si uniscono allo Stato Islamico.

Senza nominare nessuno nello specifico, ha definito ipocrita ed irresponsabile il pronunciare dichiarazioni sulla minaccia del terrorismo e allo stesso tempo fare finta di nulla quando si tratta del suo finanziamento attraverso il narcotraffico, il contrabbando di petrolio e di armi. In questo modo – senza riferimenti specifici – ha definito irresponsabile l’utilizzo strumentale di gruppi estremisti per raggiungere i loro propri scopi, ed illudersi di poter poi trovare successivamente il modo di disfarsi di loro.  

Inoltre ha dato anche spazio per la riflessione e l’autocritica “… ricordiamo gli esempi del nostro passato sovietico, quando l’Unione Sovietica pensò fosse possibile esportare esperimenti sociali, facendo pressione su altri paesi per ottenere trasformazioni per motivi ideologici. Ciò ha avuto molto spesso tragiche conseguenze ed ha prodotto degrado invece che progresso”.

Non vorrei essere accusata di devota di Putin; l’unica cosa che posso affermare è che – che ci presentino, noi membri delle FARC-EP, come narco-trafficanti senza ideali, che pretendano di dipingere Hugo Chávez come un ciarlatano e quindi poco serio, che vogliano far passare come disumano Bashar al-Assad – essere disallineato in un mondo nel quale il politicamente corretto sembra corrispondere a promuovere politiche neoliberali, xenofobe ed escludenti, di per sé rappresenta già un merito.

FARC-EP: Venezuela requiere solidaridad en lugar de canibalismo

por FARC-EP

Posición oficial sobre la ofensiva imperialista y oligarquica contra la Revolución bolivariana de Venezuela: “Estamos acompañándolos, hasta la victoria final”

Diciembre 14, 2015

El resultado electoral del 6 de diciembre en Venezuela, a todas luces desfavorable al PSUV y a la revolución bolivariana, ha dado para que todo el mundo opine acerca de la situación que se presenta en el país hermano.

Lo primero que cabría señalar es que a la par del triunfo de la coalición temporal de la derecha, apoyada con todo furor desde Washington, Londres y Madrid, y de manera un tanto disimulada desde Colombia y los países latinoamericanos en que gobierna la reacción continental, también parece haberse producido un triunfo de la ideología neoliberal transnacional. De repente se ha puesto de moda irse lanza en ristre contra la obra de Hugo Chávez Frías, achacar la derrota a los fracasos económicos, sociales y políticos de la revolución, considerar como incapaces, ineptos y corruptos a los dirigentes del proceso renovador venezolano, además de pontificar con suficiencia acerca de la tímida posición adoptada contra el capital por el modelo socialista del país vecino.

Es como si de un momento a otro el capitalismo, su voracidad depredadora, el imperialismo y su histórica posición antidemocrática y desestabilizadora se hubieran esfumado del panorama mundial y de la vida de los pueblos de América Latina y el Caribe. Es como si en los últimos diecisiete años y en la hora presente la acción revolucionaria, sus avances y desarrollos no hubiesen encontrado más obstáculos que la negligencia y la descomposición de las vanguardias democráticas. Es como si de un momento a otro se comprendiera que se está cerrando el ciclo durante el cual los revolucionarios lo tuvieron todo fácil sin haberlo aprovechado, y por tanto no cabe más sino reprocharles su incapacidad e incompetencia.

Hay que advertirlo a tiempo e imprimir una rectificación clasista al pensamiento. Lo que se está haciendo y diciendo contra la revolución bolivariana desde variados matices de la izquierda, confundidos o enajenados repentinamente por la avalancha propagandista, mediática e ideológica del gran capital transnacional, constituye ni más ni menos que el más irresponsable acto de canibalismo político. Ni este ni ningún otro es momento para emprender en gavilla un ataque demoledor contra la revolución, amenazada ya seriamente por el imperialismo y la oligarquía venezolana. Eso de caerle al caído para acabar de despedazarlo no tiene nada de revolucionario y por el contrario sirve a los intereses de la derecha internacional.

Que los voceros del orden capitalista mundial estén de fiesta y preparando desde ya su embestida final es comprensible. Se trata de la misma clase que no tuvo piedad con los comuneros de París en 1871, ni contra ninguno de los movimientos democráticos y de avanzada organizados por los trabajadores desde entonces en los más diversos países. Pero que los voceros del movimiento democrático y popular, revolucionario, progresista o de avanzada estén dando la espalda al pueblo de Venezuela, alegando los mismos contenidos de la propaganda imperialista, eso sí que resulta equivocado, incomprensible y vergonzoso.

Los hijos de Simón Bolívar, los hijos de Chávez, el pueblo que a pie llevó libertad a gran parte de la América del Sur, requiere del apoyo cerrado de todos sus hermanos latinoamericanos y caribeños. No fue sino que Chávez ganara las elecciones en 1998 para que de inmediato se pusiera en movimiento el engranaje para impedirle gobernar, para evitar a toda costa la implementación de las transformaciones que anunciaba. Y son casi dos décadas continuas de sabotaje en todas las formas. Corrupción, cooptación, traición, golpe de Estado, golpe petrolero, ataques a la infraestructura, protestas internas financiadas desde fuera, acciones desestabilizadoras, guerra económica, guerra mediática, guerra ideológica, maniobras electorales. Negar la realidad de esos ataques o desconocer sus efectos corrosivos constituye un acto de imperdonable ceguera.

Y lo que es peor, borrar de un plumazo la obra liberadora, las conquistas democráticas alcanzadas, las igualdades étnicas y de género, las innumerables conquistas sociales, la elevación general del nivel de vida de la población más necesitada, el millón de viviendas construidas y entregadas, los visibles desarrollos en salud y educación, la invalorable labor cultural, ideológica y política, la soberanía alcanzada, la integración continental, la solidaridad y el respeto internacional obtenidos por todos nuestros pueblos, entre otras tantas acciones reales de la revolución bolivariana, para reemplazarlas por palabras fáciles como ineficiencia, corrupción y caos, echadas a rodar de manera masiva por las cadenas y redes internacionales al servicio de la explotación y opresión mundial, constituye la demostración más palpable de cuánto terreno se ha perdido en el campo de la batalla ideológica contra el capital y sus políticas totalitarias.

Ninguna obra humana es perfecta ni está completamente terminada. La revolución también es un proceso en construcción, en el que se cometen errores, se producen desviaciones y fallan en consecuencia los resultados esperados. Cuando la intención de la crítica es sana y constructiva, cuando el interés es el de perfeccionar y no destruir, con seguridad que pueden corregirse a tiempo y de manera positiva las deficiencias. Pero otra cosa muy distinta ocurre cuando deliberada o neciamente se engrandecen estas últimas, cuando se las convierte en el todo, cuando se sacan a relucir en los peores momentos sólo para debilitar y echar abajo el sueño de un pueblo. Esta última actitud merece la más abierta condena. Y debe rectificarse con urgencia.

Lo que resulta verdaderamente innegable es que hay en curso una arremetida brutal del imperialismo depredador en todo el planeta, acompañada de una campaña de dominación ideológica sin antecedentes, y del más espantoso despliegue militar y terrorista. Es esa avalancha que amenaza la humanidad entera y que asesina y somete pueblos inermes del modo más salvaje, la que debe ser blanco de todos los ataques, críticas y denuncias permanentes por parte de los movimientos políticos y sociales de avanzada. Es contra ella que deben movilizarse los pueblos, como lo han hecho valiente y heroicamente los revolucionarios venezolanos durante las dos últimas décadas. Ellos, en su sabiduría democrática, encontrarán el modo de superar sus dificultades actuales, para lo cual requieren de nuestra solidaridad y comprensión. Estamos acompañándolos, hasta la victoria final.

La Habana, Cuba, 13 de diciembre de 2015.

Por el Secretariado Nacional de Las FARC-EP

Timoleón Jiménez

La arrogancia del poder y los niños

PADRE-E-HIJA-guerrillera.jpgpor Carlos Antonio Lozada

Al momento de comenzar a escribir esta nota son las 15:30 horas del viernes 22 de mayo de 2015 y desde La Habana, Cuba, ciudad que acoge las delegaciones de paz del gobierno colombiano y de las FARC-EP, hace tan solo 4 horas nos vimos obligados a declarar la suspensión de cese al fuego unilateral e indefinido como consecuencia del bombardeo en el que fueron masacrados 26 guerrilleros y dos más fueron capturados heridos.

8 días antes, el día 15 de mayo, en horas de la madrugada, partimos en 2 aviones desde el aeropuerto José Martí de La Habana, 6 integrantes de las FARC-EP rumbo a Colombia. La misión: visitar en el terreno, en los departamentos de Antioquia y los límites de Meta y Caquetá, las unidades guerrilleras que operan en esas áreas para explicar a los mandos y combatientes los avances del proceso de paz y los procedimientos a seguir en desarrollo del acuerdo sobre descontaminación del territorio de artefactos explosivos.

Carlos-Antonio-lozada.jpgDurante 5 días permanecimos en los campamentos, compartiendo con nuestros camaradas del alma, los pormenores del proceso y tratando de responder sus inquietudes acerca de lo que puede llegar a ser la realidad de una Colombia sin guerra. Como es de suponer, son muchos los interrogantes que tienen los guerrilleros al respecto; así que fueron 5 días de intenso pero gratificante trabajo, recompensado con creces con profundos abrazos, apretones de mano e infinitas expresiones de afecto y camaradería.Tampoco faltaron los sabores propios de la cocina guerrillera, tan entrañables a nuestro paladar.

Los pobladores de ese rincón de Colombia, donde las Sabanas del Yarí se encuentran con la espesura de la selva, alertados de nuestra presencia por la llegada del helicóptero y enterados de que en 5 días estaríamos de regreso, no dudaron en preparar un sencillo pero significativo acto de recibimiento y despedida a los delegados guerrilleros y de los países garantes, Cuba y Noruega; del CICR y del gobierno nacional.

Un cerrado aplauso recibe los delegados que llegan a recogernos el día 20 de mayo; para luego acompañarlos con un desfile encabezado por los niños del lugar, quienes levantan banderitas blancas donde se lee la palabra paz.

Entre tanto, nosotros esperamos su arribo desde una casa ubicada en medio de la sabana, colmados de sentimientos encontrados por tener que partir de regreso a La Habana, dejando en esas tierras nuestros más caros afectos, vestidos de uniforme verde olivo.

el-yari-ninos-guerrilleros.jpg

En una intervención improvisada, uno de los campesinos con la natural franqueza que los caracteriza, acierta al señalar que mientras el Presidente Santos anuncia a los cuatro vientos que Colombia será en los próximos años un país educado, la realidad es que este año no les han enviado el profesor de la escuela, por lo que los niños permanecerán sin derecho a estudiar un año más.

Apenas dos horas después de anunciar nuestra decisión de levantar la orden de cese al fuego unilateral e indefinido; el Presidente Santos sale a responder diciendo que: “Estamos preparados para eso, pero insistiremos en la paz”; y agregó: “Nuestras Fuerzas Armadas están cumpliendo con su deber y con las órdenes”.

No nos cabe la menor duda; así es y así seguirá siendo. Conocemos de sobra la arrogancia del poder. Seguramente a las sabanas del Yarí y demás regiones de la Colombia olvidada, el Estado seguirá llegando en forma de aviones con sus cargas mortíferas de 250 y 500 libras de explosivos. Lo que no llegará, serán profesores.

Y es precisamente por esa realidad, que los colombianos que sentimos dolor de patria debemos seguir insistiendo en parar esta guerra; de lo contrario, esos niños que vimos desfilar, en unos pocos años, en lugar de banderitas blancas, levantaran un fusil para reclamar sus derechos.

* Integrante del Secretariado de las FARC-EP

FARC-EP: con il Venezuela bolivariano

da nuovacolombia.net

Con sentimento di fratellanza bolivariana, le FARC-EP esprimono solidarietà nei confronti del gagliardo popolo venezuelano e del governo del Presidente Nicolás Maduro, quando dalla ultradestra mondiale si scatena la più feroce offensiva interventista, fondamentalmente mediante continui tentativi golpisti e permanenti atti di sabotaggio economico su grande scala.

Il piano di abbattere il governo del Presidente Maduro non è una finzione, posto che si esprime in fatti noti come l’istigazione e il finanziamento di settori violenti, che con il pretesto di subire inesistenti violazioni dei diritti umani sono stati utili agli Stati Uniti, che hanno sospeso visti e congelato conti appartenenti a funzionari venezuelani.

Ora l’avventura golpista si esprime attraverso il piano “fuoriuscita” o di “transizione alla democrazia”, che altro non è che il ritorno al neoliberismo; piano ideato dai meschini nemici esterni ed interni dello “Stato democratico e sociale di diritto e di giustizia” fondato dal Comandante Hugo Chávez.

Feroci rappresentanti dell’ultradestra fascista che nel nostro paese sostengono la guerra, come gli ex presidenti Andrés Pastrana ed Álvaro Uribe, nonché potenti mezzi di comunicazione partecipano attivamente alla promozione dei cosiddetti “scenari catastrofici o d’implosione” che gli interventisti vogliono vedere in Venezuela, fabbricando la scarsità artificiale di prodotti di prima necessità ed esportando il paramilitarismo. Tale miserabile comportamento non riflette assolutamente la gratitudine che merita il generoso Venezuela, che tanto ha contribuito alla ricerca della riconciliazione tra i colombiani.

La coesione delle forze popolari, la fiducia nei loro migliori dirigenti e quadri rivoluzionari, nonché il sostegno a un popolo che agisce in difesa degli interessi dei più bisognosi, sono indubbiamente linee guida essenziali affinché la patria di Bolívar continui ad avanzare verso il socialismo e l’unità della Nostra America.

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

Presos de guerra FARC-EP: “Nos cosimos la boca para ser escuchados”

por cubainformacion.tv

Los presos guerrilleros en huelga de hambre cosieron sus bocas para ser escuchados

Presos Políticos y Prisioneros de Guerra FARC-EP Eron Picota Bogotá

Comunicado #5 a la Opinión Pública: “Nos cosimos la boca para ser escuchados”

La Corporación Solidaridad Jurídica reitera su apoyo incondicional a la justa huelga que adelantan los prisioneros de guerra en ERON PICOTA y hace un llamado a la comunidad nacional e internacional para que alzen su voz de apoyo y denuncien la infame situacion de salud a la que estan siendo sometidos los prisioneros de guerra.

Hoy, jueves 27 de noviembre, 5 prisioneros de guerra se han cosido la boca con el animo de ser escuchados por las diferentes instancias encargadas. Exigimos atención inmediata y trato digno para todas y todos los prisioneros de guerra.

Los Presos Políticos y Prisioneros de Guerra de las FARC EP, recluidos en ERON PICOTA BTA, informamos:

1- Los compañeros NEIL GARAY RUSELL, JOSÉ ARMANDO CADENA, JHON JAIRO GARZON Y SERGIO LUIS SANTOS, se han cosido sus bocas para GRITAR S.O.S POR LA PAZ, LA SALUD, LA DIGNIDAD Y LA VIDA de todos los presos políticos y prisioneros de guerra, así como por todos los presos en general recluidos en las cárceles y penitenciarias de país.

2- Los restantes 180, seguimos en asamblea permanente.

3- Hasta la fecha, después de tres días de huelga de hambre, ningún funcionario público se ha puesto en contacto con nuestros, los voceros oficiales, Jhonier Andrés Martínez Gutierrz TD 80776 patio 5, Johan Andrés Niño Calderón Td 7827 patio 15 y Orlando Albeiro Traslaviña Td 47139 patio 14.

4- De no haber soluciones reales a nuestras justas exigencia, actos recíprocos de paz por parte del gobierno y atención en salud integral para todos nuestros compañeros enfermos, no desistiremos.

¡Unidos todos por la Paz!

¡La dignidad y la vida dentro de los muros de la infamia!

Presos Políticos y Prisioneros de Guerra FARC-EP Eron Picota Bogotá

“Nuestros camaradas en diferentes patios de esta cárcel se están muriendo literalmente”

Prisioneros políticos y de guerra de las FARC-EP, cárcel de ERON Picota Bogotá

01 Diciembre 2014

Negligencia medica como castigo a los prisioneros políticos y de guerra

Cárcel de ERON picota. Bogotá D.C.

COMUNICADO PÚBLICO

A los organismos de control, a las ONG´s defensoras de los DD-HH, al Gobierno Nacional, al INPEC, a los medios de comunicación Nacionales e Internacionales, a los sectores sociales y populares, a la mesa de diálogos en la Habana y demás sectores de la sociedad.

Los prisionero políticos y de guerra de las FARC-EP, recluidos en la cárcel de ERON picota en Bogotá, COMUNICAMOS oficialmente que desde el día 24 de noviembre de 2014, a las 06/00, iniciamos huelga de hambre y cese de actividades en protesta por la no atención en salud y la negligencia médica hacia nuestros camaradas prisioneros.

Nuestros camaradas, en diferentes patios de esta cárcel, se están muriendo literalmente; es así como a nuestro camarada Edinson Martínez León, a quien un galeno le diagnóstic…, “que si no era tratado antes de un mes, seguramente habría que amputarle su pierna”. Tenemos pues los casos de compañeros con graves enfermedades y tutores en extremidades superiores e inferiores, ya con materia e infecciones, entre muchos otros casos. En lo que nos atañe, les queremos mencionar los casos de salud más relevantes:

Neil Rusel Garay Gonzales, herida de bala en rodilla Izquierda.

José Alexander Hormaza Calderón, herida de bala en pierna derecha (tiene tutores).

Isaac Arias López, herida de bala en pierna derecha.

Marco Tulio Ochoa Montiel, infección aguda visual.

Luis Fernando Reyes Francisco, diabetes crónica, entre otras.

Nelson Romero Sánchez, prótesis pierna derecha.

Luis Emiro Rojas Pérez, cirugía en la mano izquierda.

Orlando Alveiro Traslaviña Díaz, ortopedia, oftalmología, otología y urología.

José Guillermo García Salazar, enfermedad cardiorrespiratoria.

Oscar Darío Manrique Giraldo, tutores en pierna.

Hermes Mayorga Manguer, anda en muletas con problemas de infarto y otros.

Todos ellos tienen tutelas ganadas así como los respectivos desacatos y ordenes del juez para su asistencia, pero el INPEC no hace nada por ellos. Por esto y mucho más, dicho día iniciaremos la huelga de hambre para obtener del estado colombiano una atención inmediata y de alto nivel a todos nuestros camaradas.

Hacemos un llamado a la solidaridad y a la movilización activa en apoyo a nuestras peticiones en pro de la vida de los luchadores que sufren hoy las inclemencias y venganzas de un Estado terrorista que desconoce al opositor político.

Que así como el Gobierno pide a las FARC-EP muestras de paz, solicitamos de este como una verdadera muestra de paz, la libertad inmediata de todos nuestros enfermos, lisiados de guerra, ancianos y madres en lactancia como un verdadero camino hacia la reconciliación verdadera.

Las FARC-EP, han dado muestras reiteradas de paz, pero del Gobierno solo obtenemos guerra y represión.

¡Libertad a todos los presos políticos!

Cordialmente:

Noviembre 21 del 2014

Prisioneros políticos y de guerra de las FARC-EP, cárcel de ERON Picota Bogotá.

(VIDEO) FARC-EP y Encuentro Ecuménico por la Paz

por Delegación de Paz FARC-EP

“Las cosas viejas han pasado;
he aquí todas son hechas nuevas”
2da. de Corintios 5,17

Desde La Habana, Cuba, ejemplo de solidaridad y unidad, faro libertario de Nuestra América va nuestro saludo para quienes participan del Encuentro Ecuménico por la Paz. La distancia no mengua nuestra identidad con los propósitos enunciados por ustedes, por tanto reiteramos nuestra voluntad y compromiso con la solución política y pacífica del conflicto social y armado que asola nuestra patria y así sentar las bases para la construcción de una Colombia nueva.

En la búsqueda incesante de condiciones de vida digna, producto de su trabajo, para las mayorías y en el espíritu de la convocatoria decimos con Helder Cámara, uno de los obispos rojos “Cuando sueñas solo, sólo es un sueño; cuando sueñas con otros, es el comienzo de la realidad”, es esa realidad, donde todos y todas, hombro a hombro, al enlazar manos y tejer esfuerzos construiremos una ética para la paz y pasaremos a una paz con ética. Y agregamos, a riesgo de redundar, con justicia social, democracia plena, dignidad y soberanía…

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FARC-EP: Oggi come ieri il fascismo non passerà!

da nuovacolombia.net

Fedeli alla loro vocazione antimperialista e antifascista, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo, FARC-EP, condannano categoricamente la vile aggressione scatenata dal governo di Kiev contro i lavoratori e la popolazione insubordinata dell’Ucraina.

Il popolo ucraino è bersagliato dal fuoco incrociato di Stati Uniti e Unione Europea, i primi in un’escalation guerrafondaia di accerchiamento e provocazione nei confronti della Russia, e la seconda nella sua smania di annettersi l’Ucraina. Entrambi bramano un’ulteriore espansione della NATO verso l’est, certamente con il proposito, assai mal dissimulato, di impadronirsi dei corridoi e dei giacimenti minerari ed energetici.

Nessuno, sano di mente, può dubitare che dietro le cosiddette “rivoluzioni arancioni” prima, ed il golpe dei maydan poi, ci siano i lupi imperialisti camuffati da pecorelle democratiche e difensori dei diritti umani.

Il suddetto golpe ha portato al potere una cricca oligarchica con settori neonazisti, che ha scatenato un’impressionante e violenta caccia alle streghe non soltanto contro i comunisti, ma anche ai danni degli oppositori e degli abitanti russofoni in generale.

Nonostante l’assalto, la risposta popolare si è ingigantita a partire dalla resistenza antifascista delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, contro le quali il governo dell’oligarca Poroshenko, telediretto da Washington e Bruxelles, ha lanciato un’operazione di accerchiamento e sterminio con ogni tipo di armamento e decine di migliaia tra soldati e mercenari. Operazione che ha ucciso o ferito gravemente migliaia di persone innocenti, e che fustiga la popolazione civile del Donbass che i fascisti vogliono annichilire non solo con bombardamenti, ma anche attraverso la fame e la sete.

Nelle ultime settimane stiamo assistendo alla controffensiva armata delle milizie antifasciste capeggiate dal Fronte Popolare di Liberazione dell’Ucraina, della Novorossja e dei Subcarpazi russi, la cui lotta per la libertà e la giustizia sociale sta propinando duri colpi ai contingenti di Kiev, diversi dei quali finiscono per sbandare.

Manifestiamo la nostra solidarietà internazionalista al popolo ucraino ed ai combattenti antifascisti ed antioligarchici del Donbass, e chiamiamo i popoli del mondo a mobilitarsi per contrastare qualsiasi tentativo dell’imperialismo di imporre ulteriori guerre neocoloniali e regimi antidemocratici.

Oggi come ieri, il fascismo non passerà!

Commissione Internazionale delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo, FARC-EP

15 settembre 2014

La Pace è un Diritto di tutti i Colombiani

Associazione Nazionale Nuova Colombia

Intervista del Partito Comunista Venezuelano alla Delegazione di Pace delle FARC-EP a L’Avana – Cuba


da TP -Tribuna Popular


Il 26 Agosto 2012, a L’Avana, Cuba, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo (FARC – EP) e il governo della Colombia hanno firmato uno storico e speranzoso ‘Accordo generale per la fine del conflitto’. 
Il 18 ottobre di quell’anno diedero inizio alle ‘conversazioni dirette e ininterrotte sui punti dell’agenda’, conosciuti come i dialoghi de L’Avana, ‘al fine di raggiungere un Accordo Finale per la risoluzione del conflitto che contribuisca alla costruzione di una pace stabile e duratura’.I punti dell’agenda sono: 1) Politica di sviluppo agrario integrale; 2) Partecipazione politica; 3) Fine del conflitto; 4) Soluzione al problema delle droghe illecite; 5) Vittime; 6) Attuazione, verifica e convalida.

Diverse sfide si devono superare, con l’obiettivo di garantire “l’efficacia del processo e completare il lavoro sui punti dell’agenda in maniera spedita e nel più breve tempo possibile” e, nonostante le diverse visioni di ciò che significa “nel più breve tempo possibile”, sono stati raggiunti una serie di accordi nei primi due punti dell’agenda.

Le più diverse organizzazioni politiche e sociali, dentro e fuori la Colombia, seguono e sostengono in modo solidale e attivo questi dialoghi, essendo parte delle ampie, massicce e popolari mobilitazioni per fare pressione al governo di Juan Manuel Santos affinché assuma seriamente la generazione di condizioni e garanzie per raggiungere un accordo di pace su una solida base di vera democrazia, giustizia sociale e sovranità.

Le FARC-EP evidenziano che le loro bandiere storiche “sono in primo piano nella lotta politica”, e che il governo sa che “non siamo mai stati, né mai saremo, disponibili verso alcun piano di resa”, e che “l’unica via d’uscita è quella di risolvere i problemi che hanno generato il conflitto”.

Assumendo l’impegno con i colloqui di pace, una Commissione del Partito Comunista del Venezuela (PCV), guidata dal suo Segretario Generale, Oscar Figuera, ha tenuto riunioni nella capitale cubana con la Delegazione di Pace delle FARC-EP, organizzazione guerrigliera che il prossimo 27 maggio compirà i suoi 50 anni.

Nel quadro di queste riunioni, Tribuna Popolar ha realizzato un’intervista esclusiva con Iván Márquez, membro della Segreteria delle FARC-EP e Jesús Santrich, dello Stato Maggiore Centrale, che riproduciamo integralmente di seguito: 
 
TP: L’accordo generale sottoscritto con il Governo colombiano si pone l’obiettivo di “porre fine al conflitto”; la conquista del Potere politico e la costruzione del Socialismo sono ancora gli obiettivi delle FARC-EP?

Ciò che stiamo discutendo sono punti di approccio per risolvere essenzialmente le cause della miseria, della disuguaglianza e della mancanza di democrazia, riprendendo in particolare le iniziative popolari in questi campi.
  
Sappiamo che non faremo la rivoluzione al tavolo dei dialoghi; ma nemmeno è in discussione la possibilità che il governo ottenga una finta pace, senza cambiamenti nelle ingiuste strutture della società. Questi dipendono dall’azione organizzata delle masse. Ciò che discutiamo in questa sede sono delle proposte minime, non il nostro programma rivoluzionario verso il Socialismo al quale non rinunceremo mai.

 
TP: Che cosa intendete per “fine del conflitto”?

La fine del conflitto ha due livelli specifici: uno è la fine dello scontro militare propriamente detto, e l’altro la fine dello scontro sociale che deriva dai profondi problemi d’ordine politico, economico e sociale che patiscono le maggioranze popolari.
   
Combinando i due fattori, la fine del conflitto significherà l’inizio di un lungo periodo di tregua bilaterale che permetta di materializzare gli impegni concreti di cambiamento che si raggiungeranno al tavolo, ma con la partecipazione attiva, protagonista, del movimento popolare.
  
Ciò sarà sicuramente accompagnato da un processo costituente per riconfigurare l’ordinamento politico e sociale del paese. In Colombia si devono creare le condizioni e le garanzie per l’esistenza di una democrazia reale che permetta la soluzione civile delle aspettative delle comunità.
   
TP: E’ passato un anno e mezzo dalla firma dell’accordo generale, rimanete ottimisti circa le possibilità di raggiungere una “pace stabile e duratura”?

Abbiamo raggiunto due accordi parziali molto importanti, relativi alla trasformazione agraria e alla partecipazione politica, e siamo in procinto di realizzare qualcosa di simile sulla questione della sostituzione delle coltivazioni ad uso illecito, che sono parte di un problema sociale maggiore rappresentato dal narcotraffico, che tocca l’intero tessuto sociale e attraversa l’insieme delle istituzioni in Colombia.
   
Questo, ed il grande sostegno sia a livello nazionale che internazionale che ha il processo, ci conferisce l’ottimismo per restare al tavolo dei dialoghi.
  
TP: In quali temi del dialogo vi sono grandi differenze con il Governo? Quali sono i nodi che sembrano più difficili da superare?

Tra il primo e il secondo punto abbiamo accumulato 24 questioni intorno alle quali vi è l’impegno di ridiscutere e trovare soluzioni, perché sono elementi nodali, insormontabili, senza i quali non si potrà concludere un accordo definitivo.
 
Essi sono pubblicati in dettaglio nei nostri siti di diffusione, ma possiamo dirvi che i primi ruotano attorno alla proprietà, possesso e uso della terra, concretamente alla necessità di eliminare il latifondo, arrestare il trasferimento della terra in mani straniere, al fine di realizzare una vera e propria redistribuzione che cancelli lo scandaloso accaparramento della terra che esiste nelle zone rurali.
  
Su questo stesso piano si pone il problema dei conflitti per l’uso della terra, che hanno a che fare con la nefasta presenza dei latifondi per allevamento di bestiame che occupano quasi 40 milioni di ettari (un terzo del territorio nazionale) e la pericolosa espansione minerario-energetica, che minaccia pericolosamente l’equilibrio ambientale e la sostenibilità dell’economia. Relazionato a tutto ciò vi è il rifiuto dei Trattati di Libero Scambio, e della pretesa di stabilire il cosiddetto diritto reale di superficie, elementi, tra gli altri, che mirano a configurare una terra senza contadini, per fare spazio agli interessi delle multinazionali. In questo punto, il riordinamento territoriale è fondamentale.
 
Le seconde questioni in sospeso riguardano l’esercizio della democrazia, le ristrutturazioni istituzionali e dello Stato, che la Colombia reclama urgentemente in materia elettorale, giudiziaria, di politica economica, di organismi di controllo, sanità, istruzione, ecc., ma soprattutto l’aspetto della Dottrina della Sicurezza Nazionale, includendo i necessarie cambiamenti in materia di sicurezza cittadina, che oggi criminalizzano in modo estremo la protesta sociale.
 
Non vediamo eccessive difficoltà nella possibilità di risolvere tutto ciò che è stato menzionato, dato che dopo un progresso come quello già raggiunto, si deve produrre una maggiore partecipazione della cittadinanza, del popolo sovrano, ed è logico che sia un’ Assemblea Nazionale Costituente, che dopo aver sciolto le questioni, ci consegni un trattato di pace.
 
TP: Perché questi colloqui di pace si tengono fuori dalla Colombia? Vi è la partecipazione reale ed effettiva del popolo colombiano?

Non sempre le FARC hanno dialogato in territorio colombiano; ci sono stati colloqui a Caracas e poi a Tlaxcala, Messico. L’insistenza che i colloqui si facessero in Colombia obbediva alla volontà di avere la più ampia partecipazione delle comunità nell’identificazione dei problemi che sono di interesse nazionale. Ma l’intransigenza del governo rispetto al fatto che i dialoghi si sviluppassero nel paese, avrebbe potuto vanificare la possibilità della riconciliazione.
 
Per questo abbiamo deciso di non trasformare questo tema in una questione di principio, soprattutto quando siamo riusciti a concordare il fatto che sarebbero stati realizzati sul territorio nazionale forum di discussione e meccanismi per far sì che i vari settori potessero avere una presenza a L’Avana. Addirittura ci promisero voli charter per i connazionali che volevano partecipare; promessa che, finora, non si è materializzata e anzi si è minacciato di perseguire coloro che si spostavano a Cuba per parlare con la Delegazione di Pace della guerriglia.
  
D’altra parte, l’idea che la sede fosse Cuba, paese garante, con il forte sostegno del Venezuela, ha fornito un carattere di sicurezza e di fiducia assoluta nella fase dei colloqui. Siamo pienamente soddisfatti che questi colloqui di pace si svolgono nell’isola della libertà. Le FARC sono molto grate a Cuba, al suo governo e al suo popolo, che hanno accolto con assoluto rispetto e imparzialità le parti.
   
Infine, riteniamo che per quanto riguarda la partecipazione delle persone alla costruzione degli accordi, l’ostacolo non è la geografia, ma la disposizione che esiste nel governo a includere le proposte che le organizzazioni sociali e politiche del paese hanno trasmesso al tavolo. E’ necessario che i cittadini conoscano i progressi e le questioni irrisolte, in modo da poter decidere in merito alle soluzioni, per far sì che ciò su cui ci si accorda risponda alle aspirazioni delle maggioranze che vogliono cambiamenti strutturali nel nostro paese.
  
TP: Perché sono falliti i dialoghi precedenti? Quali sono le differenze con il processo in corso?

Gli accordi de La Uribe [1984] fallirono perché, dopo la firma e l’emergere dell’Unione Patriottica per fare politica in condizioni di democrazia, ci furono omissioni, violazioni del cessate il fuoco bilaterale e un’ondata di assassinii contro dirigenti e militanti del nuovo movimento che divenne il più grande genocidio politico della storia recente dell’America Latina.

  
Caracas [1991] e Tlaxcala [1992] fallirono perché invece di risolvere i profondi problemi sociali che hanno generato lo scontro, il governo decise di soddisfare l’accordo con Washington e dare corso all’apertura economica neoliberista, che approfondì le condizioni di miseria e disuguaglianza in Colombia.

  
Come lo stesso presidente Pastrana ha confessato nelle sue memorie sul processo, il governo non ha cercato la riconciliazione nel Caguán [1998-2002], ma voleva guadagnare tempo per ristrutturare l’esercito. Aveva bisogno di frenare la dinamica di sconfitte consecutive dell’esercito per mano della guerriglia, e di eliminare ogni espressione di insoddisfazione relativa all’approfondimento del neoliberismo. Non c’era alcun desiderio di pace in quel governo; infatti, in pieno sviluppo dei dialoghi, tollerò massacri paramilitari contro la popolazione e una volta che gli strateghi di Washington terminarono di approntare il Plan Colombia, con un pretesto ruppe il dialogo e scatenò la guerra.
 
Nonostante tutto questo, abbiamo persistito nella ricerca di soluzioni politiche, perché la pace è il nostro proposito strategico. Vediamo che è possibile avere soluzioni che risolvano i problemi essenziali sulla proprietà e l’utilizzo della terra, aprire le porte alla partecipazione politica dei cittadini e generare cambiamenti strutturali che favoriscano la maggioranza della società; per questo siamo a L’Avana.
 
Se si osserva bene, il fattore comune di fallimento nei tre tentativi precedenti di pace attraverso il dialogo, è stato pretendere la smobilitazione dell’insorgenza senza cambiamenti nelle ingiuste strutture politiche, economiche e sociali dello Stato.
 
La differenza con oggi sta nel fatto che il governo ha acquisito un’esperienza; sa che non siamo mai stati e mai saremo disponibili verso alcun piano di resa e ciò gli dà abbastanza elementi per capire che l’unica via d’uscita è quella di risolvere i problemi che hanno causato il conflitto, se si vuole costruire la pace su solide fondamenta.
   
TP: Il governo colombiano ha negato di accettare un cessate il fuoco bilaterale e ha persistito nella sua linea militarista, pensate che abbia reale volontà di raggiungere accordi di pace?

Il militarismo è uno degli elementi da rimuovere da qualsiasi scenario di dibattito politico. Quando il governo deciderà di lasciarsi alle spalle l’aspetto già citato della Dottrina di Sicurezza Nazionale, la concezione del nemico interno e il paramilitarismo, cioè la guerra sporca, potremmo dire che si è passati dalla retorica alla pratica, per quanto concerne una volontà di pace certa.
 
Nel frattempo noi, con le dichiarazioni di tregua unilaterale e molti altri segnali di volontà di riconciliazione, abbiamo cercato di contribuire a creare l’ambiente migliore per alleviare la popolazione dalle dure conseguenze della guerra. Speriamo che a un certo punto il governo assuma lo stesso atteggiamento e abbandoni l’idea vana che con la pressione militare raggiungerà vantaggi al Tavolo, perché qui i vantaggi non devono essere per nessuna delle parti in particolare, ma per l’intera società.
  
TP: Permetterà l’oligarchia colombiana che avanzino gli sforzi di pace e le garanzie di partecipazione politica democratica?

L’idea del dialogo è precisamente costruire gli spazi di partecipazione democratica. Questo non è facile, perché al di là di esprimere la disponibilità a parole, bisogna esprimerla nella pratica ed è questo ultimo aspetto su cui noi richiamiamo attenzione. Per questo abbiamo detto che sono obbligatori cambiamenti di fatto, che trascendono dalla retorica del governo.
   
Finora gli assassinii non si sono fermati, la persecuzione dei dirigenti popolari, l’incarcerazione e la criminalizzazione della protesta sociale nemmeno, quindi il nostro ottimismo è moderato perché la realtà nella quale costantemente appaiono i denti del militarismo, riempie il cammino di incertezze.
   
Non abbiamo mai dimenticato che le élite colombiane sono sanguinarie. Ci auguriamo che la controparte cambi rotta, e che i settori fascisti che alimentano la guerra e la degradano, come l’uribismo, affoghino nel loro fango.
   
TP: L’accordo sottoscritto stabilisce che il Governo dovrebbe combattere le organizzazioni criminali, ma sono noti i suoi legami storici con il paramilitarismo, che aspettative avete che si compia questo punto?

Questo ha a che fare con la questione della Dottrina di Sicurezza. Se questa non cambia è impossibile che il paramilitarismo, qualunque sia il nome che gli si assegni, come l’attuale di bande criminali (BACRIM), finisca. Se non c’è una decisione politica contundente saremo semplicemente condannati ad un altro fallimento, perché la guerra sporca si erigerà, come previsto dal Procuratore Generale della Nazione, Eduardo Montealegre, nel principale ostacolo alla pace. Quindi questo è un aspetto che implica non solo aspettative.
   
In questo non possiamo fare affidamento solo a promesse, ma a fatti palpabili. La disattivazione del paramilitarismo deve essere visibile a tutti e questo implica una depurazione dell’istituzione armata, compresa la smilitarizzazione dello Stato e della società.
   
TP: Avete previsto il tempo in cui potrà avvenire la firma dell’Accordo Finale?

In questo impegno dobbiamo spendere tutto il tempo necessario senza dipendere da premure elettorali, legislative o di qualsiasi altro tipo. Inoltre, la pace deve essere una politica di Stato e non ubbidire agli interessi o capricci di alcun governo in particolare, perché questo è un conflitto che già compie mezzo secolo e quindi richiede una lunga analisi delle sue cause e soluzioni. Da parte nostra, lavoriamo instancabilmente perché si realizzi nel più breve tempo possibile.
   
TP: Per rafforzare il processo di pace, che ruolo deve avere il Congresso eletto lo scorso 9 marzo?

Il Congresso della Repubblica recentemente eletto, con poche eccezioni, è la riedizione di una istituzione screditata e corrotta con la quale, purtroppo, si avrà a che fare per realizzare qualsiasi accordo politico a favore della pace, ma non per realizzare le trasformazioni che sono necessarie, perché lì non vi è alcuna autorità, né volontà, per renderle possibili.
   
Tuttavia il meccanismo di validazione del processo deve passare, se seguiamo la via delle formalità, dal parlamento. E’ già chiaro che non sarà attraverso il referendum che si mirava ad imporre, per realizzarlo in queste elezioni. Quel tentativo è fallito definitivamente. Ma ancora si deve trovare una soluzione che concili l’opinione del governo e delle FARC, ma soprattutto che apra ampi spazi di partecipazione dei cittadini.
   
La nostra proposta è la Costituente, ma questo è qualcosa da discutere, per farlo convergere con quello che pensa il governo e qualsiasi altra iniziativa che possa dare protagonismo alla sovranità, perché in definitiva è il popolo che deve avere l’ultima parola.
  
TP: Il prossimo 25 maggio vi sono le elezioni presidenziali in Colombia, quanto dipende da queste elezioni il processo di pace?

Come abbiamo detto poco fa, la pace come proposito superiore dovrà contare su una politica statale e non fare affidamento su congiunture legislative o elettorali o capricci di partiti o governi. Tutti i candidati dovranno essere impegnati con l’obiettivo di portare avanti i dialoghi.
   
Ci auguriamo che questo sia proprio così, con la consapevolezza che la pace non deve essere a favore della destra o della sinistra, per liberali, conservatori, verdi o comunisti; la pace è un diritto per tutti i colombiani. E deve essere costruita sulle basi della vera democrazia, la giustizia sociale e la sovranità.
  
TP: Già è definita la figura o il tipo di organizzazione con la quale agirete politicamente nella vita civile? Quali tattiche – differenti dalla lotta guerrigliera – vi proponete di sviluppare?

La transizione verso forme di lotta che non richiedono l’uso delle armi dipende dai cambiamenti di fatto che saranno raggiunti in materia di democrazia e redistribuzione della ricchezza; dipende dal fatto che la Colombia riprenda la sua indipendenza e sovranità e che il governo che si insedia segua gli interessi popolari.
   
Questo non accadrà da un giorno all’altro, ma certamente implica che dobbiamo sperimentare, durante la tregua, nella pratica, che l’impegno dello Stato verso la pace sia reale. Per questo, dovremo agire indubbiamente con gli strumenti della lotta politica aperta, in un’ampia convergenza con i settori popolari e democratici del paese che finora il sistema ha mantenuto in una situazione di esclusione o emarginazione. In questo esercizio, sicuramente, il nome storico delle FARC manterrà la sua presenza.
  
TP: La prospettiva reale di porre fine al conflitto ha inciso nella disposizione al combattimento della guerriglia?

Nella coscienza dei guerriglieri delle FARC quello che si inculca, come costante, è che il proposito maggiore della nostra lotta è la pace con giustizia sociale e che le armi sono solo uno strumento per raggiungerla in circostanze difficili, di guerra sporca, di chiusura degli spazi di partecipazione, di terrorismo di Stato e asimmetrie, ma le armi non sono un fine in sé; la cosa più importante sono le finalità per cui lotta la nostra gente, in modo che sia preparata ad agire in qualsiasi campo, con le armi o senza armi. Ricordiamo che le FARC sono sì un esercito, ma soprattutto sono un Partito politico rivoluzionario.
  
TP: Dopo 50 anni di lotta, il progetto politico delle FARC-EP continua ad essere valido e con prospettive di futuro?

Il programma politico delle FARC è assolutamente valido, soprattutto considerando che le cause che generarono il confronto, piuttosto che risolversi, si sono approfondite. Le ragioni per l’utilizzo delle armi si mantengono e speriamo che questi dialoghi pongano le basi per convincerci che in futuro non sarà più necessario il loro utilizzo, ma le bandiere che solleviamo per la terra e il territorio, per la creazione della democrazia, per il cambiamento della politica economica, per la difesa della sovranità, ecc., sono in primo piano nella lotta politica, perché sono le principali aspirazioni della maggioranza.
 
In 50 anni di lotta, le bandiere rivoluzionarie delle FARC, non hanno mai avuto così tante possibilità di trionfo.
 
TP: Come si garantisce la continuità politico-militare delle FARC-EP nella sua direzione?

Questa è un organizzazione politico-militare bolivariana, con struttura organizzativa leninista, che implica la direzione collettiva, l’accumulazione ordinata delle esperienze, la permanenza di scuole di formazione quadri, l’esistenza di strutture centralizzate, una forte democrazia interna, ma anche con significativi livelli di compartimentazione che consentono la preparazione e la preservazione di un componente umano di elevata morale, pronto ad assumersi le responsabilità che gli corrispondano indipendentemente dal fatto che le circostanze siano favorevoli o avverse.
  
La conduzione delle FARC non è unipersonale in nessuno dei livelli, non ci sono dei signori della guerra, e le strutture di direzione ottengono un’adeguata preparazione della militanza. Questa logica si proietta verso tutti i combattenti, che oltre ad agire in squadre, guerriglie, compagnie e colonne militari, funzionano come cellule politiche che danno vita a un Partito rivoluzionario, che supera la componente strettamente militare.
  
TP: Come si coniuga l’ideale bolivariano e la concezione marxista- leninista nelle file delle FARC -EP?

Come marxisti e leninisti abbiamo una formazione che ci dà la convinzione della possibilità reale di conquistare un mondo migliore. Crediamo nella necessità di superare il capitalismo come modo di produzione, attualmente in crisi sistemica e decadenza, che sta mettendo a rischio l’esistenza stessa del pianeta.
   
E siamo certi che l’alternativa è il socialismo come sistema economico-sociale che metta fine alla mercificazione dell’esistenza, alla sua disumanizzazione, e metta in cima alle sue preoccupazioni l’essere umano in armonia con i suoi simili e la natura.
   
Questo tipo di pensiero coincide pienamente con l’insegnamento dell’ideale del Libertador nel piano della solidarietà umana, il senso della patria e la maggior somma di felicità.
   
La convergenza di questi due pensieri ci dà il senso di quello che dovrebbe essere l’unità della Nostra America, secondo un nuovo ordine sociale che beneficia la maggioranza della società, soprattutto gli oppressi; per questo la nostra parola d’ordine è Patria Grande e Socialismo, nel miglior senso bolivariano e marxista che possono avere queste categorie.

[Si ringrazia l’Associazione Nuova Colombia per l’opportuna segnalazione – Trad. per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare]

La Colombia rivoluzionaria ricorda il Comandante Chávez

La Habana, Cuba, 5 Marzo 2014

Ad un anno dalla morte del Presidente Chávez tutti i popoli del mondo devono unirsi nella difesa della Rivoluzione bolivariana del Venezuela.

Il 5 marzo del 2013, i sentimenti e la ragione dei popoli venezuelano, caraibico, latinoamericano e del mondo sono stati scossi dall’infausta notizia della morte del Comandante e Presidente Hugo Rafael Chávez Frías.

Como rivoluzionari socialisti e bolivariani di tutta la vita, noi, i comandi e i combattenti delle FARC – Esercito del Popolo, abbiamo sofferto, nel più profondo del nostro essere, l’enorme perdita che per la felicità dei popoli significava la mancanza definitiva di un leader con tante eccezionali qualità.

Il Tenente Colonnello che si è fatto conoscere mondialmente quando con un pugno di uomini provò ad assaltare il cielo quel 4 febbraio, avrebbe librato a partire da allora una formidabile battaglia contro tutti gli ingiusti poteri del pianeta, si sarebbe messo alla testa della lotta della gente umile del suo paese per il recupero della dignità nazionale, avrebbe riconquistato per tutti gli sfruttati la speranza nella rivoluzione socialista, si sarebbe opposto senza titubanze alla volontà arrogante dell’impero, avrebbe scavato con le sue proprie mani il sentiero dell’integrazione continentale, avrebbe messo in un angolo l’oligarchia del suo paese e seminato lo sconcerto nelle fila delle oligarchie delle nazioni vicine.

Chávez, l’incorruttibile dirigente, amato e seguito dal popolo del Venezuela, il simbolo della sovranità nazionale e dell’indipendenza latinoamericana e caraibica, il faro che illumina il cammino della liberazione per gli emarginati del mondo, il portentoso ribelle che scalza re e despota, il gigantesco Libertador del 21° secolo, ci ha lasciato per sempre, lasciando in noi che abbiamo imparato ad ammirarlo, appoggiarlo e seguirlo, un’angosciante sentimento di sconsolazione, facendoci sentire orfani. Dover continuare a combattere senza di lui, allo stesso modo di come è successo a noi delle FARC-EP sei anni prima, quando sempre a marzo morì il Comandante Manuel Marulanda Vélez, per alcuni istanti ci è sembrata un’impresa impossibile.

Ma simili titani non passano per questa Terra senza aver piantato un’impronta incancellabile, senza aver seminato le loro idee, i loro sogni e la loro fermezza con una forte presenza nell’anima popolare. Chávez ha lasciato dietro di sé un popolo cosciente, unito dalla bandiera della giustizia e dell’uguaglianza di Simón Bolívar, fedele alla sua causa anti-imperialista e socialista, organizzato socialmente e politicamente, disposto a combattere quanto sia necessario per difendere la Patria e i suoi beni comuni. Ed ha lasciato anche per il futuro una eredità di quadri altrettanto convinti come lui della necessità di condurre in maniera sicura il movimento rivoluzionario. Tutti loro, uniti ed ispirati dall’esempio del loro indimenticabile maestro, hanno assunto la missione di continuare avanti fino a culminarne l’opera.

Con lo sguardo sempre teso all’avvenire del paese potenza integrato alle patrie sorelle in un mondo multipolare, il Presidente Chávez si incaricò anche di materializzare gli strumenti per raggiungere questo fine, la costruzione di istituzioni ispirate nei più alti valori democratici. La Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, prodotto della più ampia Assemblea, è stata inoltre sottoposta all’approvazione dell’insieme delle maggioranze cittadine nelle urne, stabilendo in maniera incontrovertibile un ambito giuridico legittimo per l’azione politica dei Venezuelani e delle Venezuelane. Le lotte di massa, per la prima volta nella storia latinoamericana, hanno conseguito il carattere di diritto pubblico e si sono infinitamente rafforzate, contando con il fermo appoggio della Forza Armata Bolivariana, un vero Esercito del popolo venezuelano.

Grazie alle previsioni del Comandante, uniti sotto il motto “Tutti siamo figli di Chávez”, il governo del Presidente Nicolás Maduro, l’eroico popolo bolivariano, le loro organizzazioni politiche di avanguardia e la loro Forza Armata, affrontano con valore e patriottismo eroici l’aggressione dell’imperialismo e dell’oligarchia reazionaria, che pretende riportare indietro il paese ai tempi della colonia degli USA e fonte di arricchimento per la borghesia corrotta. Migliaia di volte ha giurato Hugo Chávez che non torneranno mai più a governare il Venezuela. Adesso il suo popolo e i suoi continuatori in prima fila nel processo e del governo sono impegnati nel far compiere questo sacro giuramento.

Non è la prima volta che l’Impero ricorre a operazioni coperte di destabilizzazione. Risulta chiaro che la sua fraudolenta mano dirige le azioni terroriste degli estremisti della destra fascista, nessuno può avere dubbi che la campagna di disinformazione messa in atto dai monopoli mediatici nordamericani, europei e latinoamericani obbedisce ad un maligno piano previamente concepito.

La realtà di ciò che avviene in Venezuela è deformata inoltre dalla diplomazia e dalle autorità dei paesi vicini prostrate alla volontà imperiale. Una autentica trama, simile a quella impiegata contro il governo socialista di Salvador Allende in Cile, è messa in atto contro il Venezuela. Ispirata dalla volontà del capitale transnazionale al fine di recuperare il controllo sulla favolosa ricchezza petrolifera del paese.

Tutti i popoli del mondo devono unirsi intorno alla difesa della Rivoluzione bolivariana del Venezuela. Il suo carattere democratico, umanista, bolivariano, terzomondista, antimperialista, socialista, integralmente fraterno e tollerante, la rendono un patrimonio morale e politico per l’intera umanità.

Noi, le FARC-EP, in occasione del primo anniversario della morte del Presidente Chávez, esprimiamo il nostro pieno sentimento di solidarietà con il governo di Nicolás Maduro e dell’eroico popolo bolivariano. Non abbiamo alcun dubbio nell’identificarci con la sua nobile causa, la appoggiamo e definitivamente faremo quanto è nelle nostre possibilità per favorirla. Invitiamo tutta la sinistra colombiana e latinoamericana, e tutti i loro popoli, a stringerci incondizionatamente al governo democratico venezuelano.

Ci avvertì il compagno Raúl Reyes, assassinato a Sucumbíos da una cospirazione simile come quella che messa in atto oggi contro il Venezuela, che la pace della Colombia è la pace del continente. Così lo ha riconosciuto il Presidente Chávez, dedicando in maniera disinteressata i suoi migliori sforzi per conseguire questo obiettivo. Nella sua memoria e la sua opera, diciamo ora, noi, le FARC-EP che la pace del Venezuela è un presupposto fondamentale per la pace della Colombia e per tutta la Nuestra América. Ma allo stesso modo che nel nostro paese, la pace del Venezuela non può essere la pax romana imposta per opera della violenza ed il terrore imperiali, né da una sanguinaria oligarchia reazionaria. La unica pace possibile e autentica per i nostri popoli è la nascita della sovranità nazionale piena, la giustizia sociale e la volontà maggioritaria dei suoi popoli liberi.

SEGRETARIATO DELLO STATO MAGGIORE CENTRALE

FORZE ARMATE RIVOLUZIONARIE DI COLOMBIA – ESERCITO DEL POPOLO

Montagne della Colombia, 5 marzo 2014

[Trad. dal castigliano a cura di ALBAinformazione]

Colombia: le Farc-Ep verso l’accordo di pace

FORO PARTICIPACIÓN POLÍTICA - 28, 29 y 30 de abril - 2013 Bogotáda tribunodelpopolo.it

Storica svolta in Colombia con il governo e le Farc che hanno raggiunto un accordo che dovrebbe garantire al gruppo ribelle un ruolo nella vita politica del Paese. Potrebbe quindi venire scritta la parola “fine” a un conflitto armato che insanguina il Paese da oltre cinquant’anni. 

Storico accordo tra il governo colombiano e la guerriglia delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo), un accordo atteso da mezzo secolo che potrebbe seriamente porre fine a un conflitto armato che ha provocato negli anni migliaia di morti. In base a tale accordo le Farc dovrebbero aver garantito la partecipazione alla vita politica del Paese, un sostanziale compromesso che dovrebbe accontentare entrambe le parti in causa.

Ci sono voluti quasi cinque mesi per elaborare l’accordo per la partecipazione politica delle Farc, che da movimento di guerriglia dovrebbero cominciare un processo di reinserimento nella società, diventando così un movimento politico a tutti gli effetti. “Abbiamo raggiunto un accordo fondamentale sul secondo punto dell’agenda contenuta nell’Accordo Generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura chiamata Partecipazione Politica”, recitava il comunicato congiunto diffuso ieri.

Ci è voluto un anno di negoziati tra Farc e governo per depennare dalla lista le questioni della riforma agraria e della partecipazione politica delle Farc, ma sono ancora tanti i nodi sul tavolo che devono essere sciolti: fine delle ostilità, lotta al narcotraffico e compensazione delle vittime del conflitto. Nella ricerca dell’accordo ha sicuramente pesato l’uscita di scena di qualche anno fa di Alvaro Uribe, discutibile ex presidente della Colombia che aveva rinfocolato il conflitto con le Farc.

L’accordo invece è stato raggiunto dal presidente Santos, probabilmente alla ricerca di popolarità in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, che si annunciano turbolente. La premessa dei  colloqui  era che “nulla è definitivamente concordato fino a quando non si troverà un accordo per l’ultimo punto”, questo il messaggio delle due delegazioni lanciato agli inizi delle trattative un anno fa. Le trattative cominciarono un anno fa a Hurdal, piccola località a 80 chilometri da Oslo, in Norvegia, poi da qui i colloqui di pace si sono spostati all’Avana, divenuta sede permanente. Ai negoziati infatti partecipano Norvegia e Cuba in veste di paesi garanti, e Cile e Venezuela come osservatori.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

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