La Rivoluzione bolivariana e le ingerenze imperialiste

di Fabio Marcelli – il fatto quotidiano

Strana dittatura quella venezolana. Sembra in effetti lo Stato al mondo con la maggiore densità di appuntamenti elettorali negli ultimi vent’anni. E il prossimo sarà davvero decisivo. Eppure, bizzarramente, i paladini della democrazia che siedono a Washington o Bruxelles, non sono affatto contenti che all’inizio di aprile il popolo venezolano sia chiamato a decidere chi sarà il presidente del Paese nei prossimi quattro anni. Forse perché sanno che, con ogni probabilità, il prescelto sarà nuovamente Nicolas Maduro Moros. Una vecchia abitudine, questa di voler “manipolare” le elezioni altrui, ricordata per esempio nel bel film di Steven Spielberg attualmente in circolazione, The Post. 

Ho avuto occasione di recarmi in Venezuela l’11 dicembre per le elezioni comunali e ho potuto riscontrare una situazione di tranquilla normalità. Ordine pubblico e pace sociale garantiti dopo il tentativo di insurrezione messo in scena dalla destra, che tuttavia è costato molte vittime, buona parte delle quali presunti sostenitori del governo, membri delle forze dell’ordine e ignari passanti. Mercati aperti e situazione dell’approvvigionamento migliorata grazie alle misure messe in atto che prevedono una più precisa disciplina per gli operatori economici al fine di evitare le speculazioni. Domenica pomeriggio ho visitato un quartiere popolare venuto in essere di recente con la costruzione di varie centinaia delle centinaia di migliaia di appartamenti costruiti dall’amministrazione chavista, verificando l’esistenza di un compatto ed entusiasta sostegno al governo Maduro tra la gente di quel quartiere, uguale a tanti altri del Venezuela.

Consenso del resto confermato dall’esito delle elezioni comunali che hanno visto la vittoria del Psuv in molte città e che in precedenza era stato espresso in occasione delle elezioni regionali e prima ancora di quelle per l’Assemblea costituente. Di fronte a questa sequela di vittorie del chavismo molti stanno letteralmente perdendo la testa. Innanzitutto ovviamente i dirigenti delladestra venezolana antisistema (che paradossalmente sono quelli che ottengono più credito in Occidente), sempre più divisi fra di loro e brancolanti nel buio, e sempre più inferociti per la perdita dei loro enormi privilegi che non è certo finita con l’avvento del chavismo, ma si sta concretizzando sempre di più nell’inevitabile e giusta prospettiva di un autentico socialismo.

Poi, gli autentici padroni del circo, e cioè i governanti di Washington, con il “bullo” Trump che segue alla lettera le indicazioni del più lucido Rex Tillerson, che ovviamente non si rassegna alla perdita degli enormi giacimenti petroliferi del Paese, e minaccia l’intervento armato. Sanno del resto di avere, almeno apparentemente, recuperato qualche posizione in America Latina, con le “strategie” di attacco giudiziario (il processo Lula o contro l’ex vicepresidente ecuadoriano Glass) o sul piano elettorale (con l’elezione di Macri in Argentina) o golpista classico (con il sospetto di brogli elettorali in Honduras e le violenze su decine di manifestanti in pochi giorni) e vorrebbero oggi completare la normalizzazione del subcontinente neutralizzando il chavismo e facendo tornare il Venezuela nella sua storica condizione semicoloniale.

Non credo tuttavia che possano riuscirci. Lo dico a ragion veduta dopo aver visitato il Paese a dicembre. Va capito in questo senso che i risultati elettorali, che ovviamente hanno enorme importanza, sono solo il riflesso di una condizione di accresciuta consapevolezza e organizzazione di milioni di venezolani. Un’enorme forza tranquilla che non si farà certo mettere fuori gioco da un personaggio come Donald Trump e meno ancora dalle sue marionette locali. Se però si dovessero concretizzare le minacce di intervento armato potremmo trovarci di fronte a un nuovo Vietnam in America Latina, con tremende conseguenze sulla pace nel mondo, dato anche il netto schieramento di RussiaCina ed altri in appoggio al legittimo governo venezolano. Intanto gli Stati Uniti, spalleggiati dai loro valletti europei, tentano la carta della destabilizzazione economica mediante sanzioni che non hanno alcun fondamento e rappresentano gravi violazioni del diritto internazionale.

Ne tengano conto gli sprovveduti governanti europei e italiani. L’Italia ha importanti interessi in Venezuela sia per la presenza di un’importante comunità di emigrati che per gli accordi di cooperazione in essere per lo sfruttamento delle risorse energetiche ed in altri settori. Sarebbe ora che gli italiani disponessero di un governo la cui politica estera fosse mirata alla difesa degli interessi nazionali e non a seguire gli sconnessi deliri del governo statunitense. Speriamo che anche da noi le elezioni del 4 marzo portino un qualche miglioramento da questo punto di vista.

 

Venezuela e la sua Costituente: poco o molto?

di Atilio Boron – cubaperiodistas.cu

Raramente si sono svolte elezioni in un contesto contrassegnato dalla violenza come queste di domenica scorsa in Venezuela. Ci sono poche esperienze simili: in Libano, Siria e Iraq. Forse nei Balcani durante la dissoluzione dell’ex Jugoslavia.

Dubito che in qualche paese europeo o negli stessi Stati Uniti, elezioni si siano celebrate in un contesto simile a quello venezuelano. Per questo, che più di otto milioni di persone, abbiano sfidato la destra terroristica con i suoi sicari, i suoi incendiari, i suoi sciacalli e franchi tiratori, si sono uniti per esprimere il loro voto, dimostra il radicamento del chavismo nelle classi popolari e il ripudio della violenza. E quando il CNE [Consiglio Nazionale elettorale? N.d.T] afferma che hanno votato otto milioni ottantanove mila trecentoventi persone e così doppiamente certificato dalle schede elettorali e dal controllo delle impronte digitali di ognuno dei votanti. Questo materiale è lì, soggetto alla verifica da parte dell’opposizione o degli osservatori indipendenti, contrariamente a quanto è accaduto lo scorso 16 luglio con la farsa elettorale della MUD (“Tavola di Unità Democratica”) che in una esilarante innovazione nell’arte e nella scienza politica, ha permesso ai votanti, con o senza documenti di esercitare il diritto di voto quante volte lo volessero per poi bruciare tutti i registri una volta finto il fulmineo scrutinio dei sette milioni e mezzo di voti, che mentendo, sostengono di aver ricevuto.

Nonostante questi antecedenti il risultato delle elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente è stato etichettato come fraudolento sia dalla destra internazionale di governo o meno, come da alcune sette deliranti della sinistra eternamente funzionali all’imperialismo.

Alcuni illustri governi, interni ed esterni alla regione: Messico, Argentina, Cile, Perù, USA, Panama, Colombia, Paraguay, Brasile, Canada, Spagna e Costarica si sono affrettatati a dichiarare, il giorno seguente le elezioni, che non avrebbero riconosciuto l’Assemblea Nazionale Costituente nata dal voto dei cittadini venezuelani; qualcosa che senza dubbio fa perdere il sonno al Governo Bolivariano e a milioni di venezuelani afflitti da una tanto degradante notizia…

Si capisce che quei governi non possono farlo perché hanno abbastanza preoccupazioni in casa per poter perdere un minuto a riconoscere la lezione di democrazia che il buon popolo venezuelano ha offerto domenica.

Il Messico è imbarazzato per l’ottavo giornalista assassinato dall’inizio dell’anno, senza trovare l’ombra di un responsabile, imbarazzato per altre minuzie come le cinquantasette vittime uccise al giorno durante il 2016.

Il governo argentino per la probabile sconfitta nel principale distretto elettorale del Paese ha un’economia che stenta a spiccare il volo.

Il Cile, per la profonda delegittimazione del suo sistema politico e le proteste sociali che ogni giorno coinvolgono le principali città del paese.

La Colombia: concentrata su i sette milioni e mezzo di sfollati dal para-militarismo e dal narcotraffico.

Il Paraguay: per la penetrazione del narcotraffico a tutti i livelli della pubblica amministrazione.

Il Brasile: per la feccia che ha sommerso l’insieme della sua dirigenza, per non parlare del caos che vivono gli
Stati Uniti d’America con un capo di stato velleitario e inaffidabile come pochi.

E una povera Spagna, sommersa anch’essa dalla corruzione dei suoi riccastri, la putrefazione della monarchia e l’irrimediabile discredito della sua classe politica.

Governi straordinari i quali ignorano certamente che, l’ex presidente degli Usa J. Carter, non esattamente un chavista, affermò che il sistema elettorale venezuelano era più affidabile e trasparente di quello statunitense.

Tuttavia, i critici della Rvoluzione Bolivariana non si fermano, e incoraggiati dall’appoggio di tali onorevoli governi, puntando l’indice, segnalano che il livello di partecipazione alle elezioni dell’ANC (Assemblea Nazionale Costituente) cioè il 42% degli aventi diritto al voto è stato molto basso e non può avallare la pretesa del governo di legittimare l’insediamento dell’ANC nei prossimi giorni.

La stampa canaglia, la cui unica missione è quella di mentire e manipolare senza scrupoli la coscienza pubblica, non dice niente sulle condizioni in cui i venezuelani sono andati a votare. Peggio ancora nella sua totale decomposizione morale, il quotidiano “El Pais” nave ammiraglia del terrorismo mediatico, dimentica che il 21 febbraio 2005 intitolò “Sì pieno per la costituzione europea” con una partecipazione del 42% degli spagnoli. Risultato raggiunto in un clima di completa tranquillità senza guarimbas(1) né sicari liberi per le strade. Ma dodici anni dopo quello che in Spagna definivano “Sì pieno” oggi si trasforma in una critica alla violenza e all’astensionismo per la “Costituente di Maduro”.

Non dicono niente questi “house organ” del capitale sul fatto che la loro tanto ammirata Michelle Bachelet ottiene la presidenza nel 2013 con elezioni che registrano la partecipazione del 41,9% degli iscritti al registro elettorale e che alle elezioni municipali dell’anno scorso in Cile, la partecipazione fu ancora minore: 34,9%.

In Colombia, Juan M. Santos fu eletto al ballottaggio con il 47% di partecipazione dei votanti e che il “referendum per la pace” all’inizio del 2016, la partecipazione per decidere una questione così cruciale, fu solamente del 38%; o che Bill Clinton fu rieletto nel 1996 con elezioni a cui prese parte solo il 49% dei registrati abilitati al voto e il suo successore G.W. Bush fu eletto con il 50,3%; era in gioco la presidenza degli Stati Uniti d’America.

Per finire, eccellente il livello di partecipazione nonostante le circostanze e il totale fallimento della strategia della destra per sabotare l’ANC. Questo sicuramente intensificherà l’azione della frazione terroristica dell’opposizione, il cui disprezzo per le regole democratiche è insanabile ora che ci saranno le elezioni dei governatori previste per dicembre 2017 e le Presidenziali per il 2018. Ma a questa “elites di banditi” come il laburista britannico Lasky chiamava la classe dirigente fascista europea, i cui discendenti devastano ancora oggi il Venezuela, tutto ciò non interessa. Vogliono porre fine al chavismo, esortati dai loro padroni e finanziatori del nord e per questo sono disposti a fare qualsiasi cosa, a violare ogni norma etica. Toccherà a un ri-legittimato governo di Nicolas Maduro, porre fine senza indugi all’ala terroristica dell’opposizione e ripristinare l’ordine pubblico e la vita di ogni giorno. Senza questo sarà impossibile rilanciare il progetto bolivariano. 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Romina Capone e Alessio Decoro]

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1 Tattica dell’opposizione venezuelana che comprende violente mobilitazioni nelle strade, spari con armi da
fuoco nel tentativo di provocare una reazione repressiva da parte del governo.

Il Venezuela e la logica illogica

L'immagine può contenere: 5 persone, folladi Giuliano Granato

Febbraio 2005. Nello stato spagnolo si vota per la Costituzione Europea. Alle urne il 42% della popolazione. El País, uno dei principali quotidiani del paese, titola: “Un sonoro sì alla Costituzione Europea, con una partecipazione del 42%”.

2013. Elezioni presidenziali in Cile. Va a votare il 41,9% degli aventi diritto. L’anno prima alle elezioni municipali non si era raggiunto il 35%: ci si era fermati al 34,9%.

2014. Elezioni presidenziali in Colombia. Al primo turno si reca ai seggi il 40,6% di chi ne ha diritto. Al ballottaggio va un pochino meglio: 47,9%. Santos viene eletto col 50,7% di questo 47,9%, cioè l’ha votato meno di un colombiano su quattro.

2016. Sempre in Colombia si vota ad un referendum per approvare un accordo di pace tra governo e FARC, la più antica guerriglia continentale. A votare il 37,4% della popolazione. L’accordo è respinto. Viene rinegoziato e poi approvato, senza passare nuovamente tramite il voto popolare.

1996. U.S.A.. Clinton viene rieletto presidente con elezioni che vedono la partecipazione del 49% di coloro che si erano registrati per votare, quindi con una percentuale ancora inferiore degli aventi diritto.

2000. U.S.A.. Non va molto meglio quattro anni dopo, quando Bush diventa presidente grazie ad elezioni cui partecipò il 50,3% dei registrati. En passant va detto che divenne presidente pur prendendo circa 500.000 voti in meno dello sfidante, Al Gore.

In nessuno di questi casi si è parlato di “dittatura” o “golpe”.

Poi accade che il 30 luglio 2017 in Venezuela si vota per eleggere i rappresentanti alla Assemblea Costituente.

L’opposizione boicotta le elezioni e mette in atto violenze tese ad impedire il voto di chi vuole recarsi alle urne. Insomma, si vota in uno scenario caratterizzato – in alcune città e in alcuni quartieri – da un elevato tasso di violenza.

Vota il 41,5% degli aventi diritto, alcuni dopo ore in fila, dopo aver guadato a piedi fiumi o dopo aver viaggiato per ore.

Non appena resa pubblica l’affluenza diversi governi, tra cui quello italiano, si affrettano a “non riconoscere” i risultati, a gridare al “golpe”, all’instaurazione di una “dittatura”, di una “tirannia”.

Non c’è qualcosa che puzza in questa logica illogica?

PS: Per chi volesse verificare i dati sulla partecipazione elettorale che ho riportato sopra (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio), basta andare a leggere su wikipedia. Niente Accademia delle Scienze dell’URSS, niente siti di “pericolosi castro-comunisti”.
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(FOTO) Lunghe file ai seggi in Venezuela per la ANC

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'apertoda Rete di Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

La disciplina rivoluzionaria del Popolo Bolivariano del Venezuela si evince da questi scatti provenienti da diverse parti del paese. Tutte e tutti in coda per esercitare il proprio dovere. La Rivoluzione Bolivariana oggi dispiega la sua energia popolare più genuina.

Dalle prime ore della mattina file chilometriche a Caracas per andare a votare. L’opposizione golpista e fascista ha fatto e sta facendo di tutto, dentro e fuori dal paese, per sabotare questo processo. Il Popolo Rivoluzionario Venezuelano sta facendo di più!

Ore 6:30 della mattina, chilometri di gente per votare che ha dormito in auto fuori al Poliedro di Caracas.
Ma cosa è il Poliedro?

Nelle settimane passate abbiamo visto tutti che nei quartieri della opposizione c’era la caccia al chavista e molti sono stati uccisi.

Siccome oggi la destra boicotta le elezioni, è ovvio che chi si reca ai seggi a votare rischia l’incolumità personale, rischia che da domani lo vanno a prendere a casa per fargliela pagare.

Il consiglio elettorale ha quindi deciso che gli abitanti dei quartieri con violenze nei giorni scorsi, possono votare nei seggi allestiti all’interno del Poliedro, ossia del Palazzo dello Sport di Caracas.

Una misura analoga è stata presa con gli elettori delle altre zone del paese dove si erano creati episodi di attacco ai chavisti o alle istituzioni.

I cittadini di quelle zone possono votare in qualsiasi seggio elettorale del loro municipio.

Ricordiamo che il voto è sia elettronico che manuale, nel senso che dopo aver votato elettronicamente, esce dalla macchina un biglietto con il proprio voto stampato, anche qualora si fosse votato nullo, l’elettore lo controlla, lo piega, e lo mette in una urna.

Questo serve qualora si volesse eseguire un riconteggio manuale.

#VictoriaConstituyente

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Nicaragua: nuovo trionfo per il FSLN

Nicaragua: nuovo trionfo elettorale per Daniel Ortega e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionaleda L’Antidiplomatico 

I motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici

Il presidente uscente della Repubblica del Nicaragua, Daniel Ortega, viene riconfermato alla presidenza per il terzo mandato consecutivo. Il popolo si è espresso in modo chiaro: Ortega alla guida del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) ha ottenuto il 72,1% dei voti, mentre il suo avversario più vicino è stato Maximino Rodriguez del Partito Liberale Costituzionale (PLC) fermo al 14,2% delle preferenze. 

Alla notizia della riconferma di Ortega alla presidenza migliaia di simpatizzanti dell’FSLN si sono riversate per festeggiare nella strade di Managua. I sondaggi che davano Ortega in netto vantaggio non si sono sbagliati. Insieme all’ex comandante guerrigliero, come vicepresidente viene eletta Rosario Murillo. 

VIDEO dei Festeggiamenti

I motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici nelle infrastrutture, per l’elettrificazione del paese, per la salute e l’educazione.

Politiche di sostegno alla cultura e allo sport sono state implementate con forza e convinzione. 

Da non dimenticare lo sviluppo e il rafforzamento della cooperazione con la Cina, come si evince dai lavori per la realizzazione del canale del Nicaragua che sta attraendo numerosi investimenti nel paese. 

Da sottolineare che le elezioni si sono svolte in un clima disteso e senza la segnalazione di alcuna irregolarità nel paese da parte degli osservatori internazionali invitati ad assistere alla tornata elettorale.

Tra i messaggi di congratulazioni per questa nuova vittoria ottenuta dal Comandante Ortega, vi sono quello del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro che parla di «vittoria della Patria Grande in Nicaragua»; così come il leader cubano Raul Castro che afferma come con questa schiacciante vittoria «Nuestra America potrà continuare a contare sul Nicaragua per avanzare verso la giustizia e la prosperità per il nostri popoli». 

Roma: l’incontro con l’Ambasciatore Isaías Rodríguez al CSOA Spartaco

di Davide Angelilli – Rete Caracas ChiAma

Lo scorso 16 di dicembre, come Rete Caracas ChiAma, abbiamo organizzato un importante confronto tra l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Julián Isaías Rodríguez Díaz, e le realtà sociali e politiche che sostengono il processo socialista nel paese caraibico. Ovviamente, l’incontro pubblico era incentrato sulle ultime elezioni che hanno sancito la prima vera sconfitta elettorale del fronte rivoluzionario chavista, dopo il referendum del 2007 perso di misura.

Oltre alla grande partecipazione al dibattito, bisogna evidenziare che l’incontro si è svolto al Centro Sociale Spartaco, nel quartiere Quadraro, periferia Sud della capitale. La borgata ribelle del Quadraro rappresenta il “centro storico della periferia romana”, barricata popolare ai tempi del fascismo, fu chiamato il “nido di vespe” dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale che non riuscivano a domare l’opposizione del quartiere, nonostante vi organizzarono uno dei loro più crudeli e infami rastrellamenti.

Al di là della storia del quartiere, il Centro Sociale Spartaco continua ad essere uno dei punti di riferimenti del movimento popolare romano. Molto di più che quattro mura e una stanza, Spartaco è oggi un’importante risorsa per tutta la periferia meridionale della città, per i lavoratori, le lavoratrici, le persone migranti, per tutti e tutte quelle che nel territorio non s’arrendono all’individualismo e la rassegnazione, costruendo invece spazi di dignità e orgoglio popolare.

In un momento così delicato per il processo, è allora significativo che l’ambasciatore di un paese come la Repubblica Bolivariana del Venezuela: tra i più importanti nell’economia latinoamericana, abbia scelto un contesto come il Centro Sociale Spartaco per confrontarsi con le realtà solidali alla Rivoluzione Bolivariana.

Significa, in primo luogo, che il governo e la diplomazia venezuelana hanno le idee chiare su quali sono i suoi veri alleati politici in questa strana globalizzazione neoliberista: i subalterni, i movimenti popolari, le forze anticapitaliste e antifasciste, nonostante queste non siano attualmente egemoni nel nostro paese.

Inoltre, conferma che i paesi dell’ALBA, e in particolare il Venezuela, stanno rivoluzionando il senso stesso della diplomazia: smarcandosi da una visione stato-centrica e puntando su una diplomazia dal basso, dei popoli, basata e costruita attorno alla solidarietà internazionalista.

Chiarito questo, ed entrando nel merito del dibattito, il discorso dell’Ambasciatore – figlio di operai, luchador instancabile e attore chiave nella Rivoluzione Bolivariana, oltre che avvocato costituzionalista – s’è concentrato su due questioni d’importanza cruciale.

Nella prima parte del suo intervento, il compagno Isaías ha chiarito che la sconfitta elettorale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) ha dato alle forze controrivoluzionarie la maggioranza al parlamento, ma questo non vuol dire che il potere politico è passato nelle mani dell’opposizione. Al contrario, il modello presidenzialista della Repubblica Bolivariana, e in generale la sua costituzione prodotta dal potere costituente messo in moto da Hugo Chávez, continuano a garantire al fronte chavista una forte agibilità politica, anche sul piano istituzionale.

La Costituzione stessa – ha spiegato l’Ambasciatore – non potrà essere facilmente modificata dalle oligarchie, nonostante la maggioranza dei partiti d’opposizione. Infatti, la Costituzione del Venezuela, oltre ad essere un corpo di leggi che protegge il popolo dall’assalto neoliberista, può essere modificata e riscritta solamente a seguito di un processo sociale potente, capace di generare un potere costituente incisivo e popolare, come quello chavista e bolivariano che l’ha prodotta. E, ovviamente, la controrivoluzione non è minimamente in grado di poter generare un processo popolare ampio e determinato politicamente. D’altronde, la sconfitta del PSUV alle ultime elezioni non è altro che il risultato del malcontento generato dalla guerra economica e dai limiti e le contraddizioni interne al processo rivoluzionario.

Nella seconda parte del suo intervento, e specialmente nel dibattito con le realtà presenti, Isaías ha invece stimolato una riflessione collettiva sulla necessità di pensare al processo socialista in Venezuela e in generale alla primavera che sta vivendo il continente latinoamericano come un doppio movimento liberatorio. Una transizione dal capitalismo al socialismo che si articola dialetticamente con una ricerca dell’identità rubata ai popoli del continente dal colonialismo e dall’imperialismo.

La ricerca di un’identità popolare propria è un baluardo del progetto socialista in Venezuela e dei movimenti sociali in America Latina, ma molto spesso non impedisce alle realtà europee di guardare erroneamente ai processi latinoamericani con le lenti dell’eurocentrismo. Como ha spiegato Isaías, non si può interpretare il voto venezuelano come lo si fa in un paese europeo.

La sociologia dei popoli è chiaramente distinta in ogni paese, ma lo è ancora di più se si paragonano i movimenti delle società latinoamericane e di quelle del resto dell’Occidente. Quindi, anche un esercizio politico, che pare non avere molto di rivoluzionario, come il voto elettorale nella cornice di una democrazia borghese, non dev’essere letto e interpretato in un’ottica eurocentrica. La sconfitta elettorale del PSUV non vuol dire un allontanamento reale delle basi sociali che hanno rappresentato il vero motore della trasformazione sociale, ma indica sicuramente un malcontento tutto interno al chavismo.

Chi si è astenuto dal votare i candidati chavisti non ha votato per l’opposizione, e non accetterebbe mai di partecipare a un eventuale (perché ancora non esiste) programma politico dell’opposizione volto a modificare la Costituzione rivoluzionaria.

In chiusura, il dibattito si è spostato più nettamente sulla strategia del potere popolare per affrontare la nuova congiuntura aperta dall’elezioni. Isaías ha chiarito che continuerà ancora a lungo il conflitto tra il potere politico – gestito dalle forze popolari – e la struttura economica nelle mani delle vecchie oligarchie, che ancora gestiscono in buona misura la sfera commerciale della società venezuelana.

Ovviamente, la complessità del tema e il poco tempo a disposizione non hanno permesso di sviscerare in profondità la questione. L’Ambasciatore ha comunque avuto il tempo di spiegare come il Partito sta vivendo un vivace e costruttivo dibattito interno per correggere gli errori commessi.

L’organizzazione di meccanismi democratici alternativi alle logiche alienanti dello Stato capitalista e coloniale, lo sviluppo di ulteriori strategie popolari di comunicazione dal basso e la partecipazione sempre più da protagonisti dei movimenti sociali, sono alcuni tra i punti nevralgici su cui si stanno concentrando le assemblee popolari.

¡Los que aprenden vencerán!  

por nuovopci.it

¡Los que se dejan abatir por las derrotas, están vencidos!
¡Los que aprenden, lucháran mejor y vencerán!

El éxito de la elecciones parlamentarias que se desarrollaron en Venezuela el domingo pasado 6 de diciembre han metido alas a los pies de los reaccionarios venezolanos y a sus padrinos y patrones de la Comunidad Internacional (CI) da los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, en particular a los bisontes del complejo financiero-industrial-militar que de hecho gobierna a EEUU. La gran mayoría (más de dos tercios) de los curules del nuevo Parlamento venezolano (entrará en sus cargos el próximo 5 de enero) está asignada a la mezcla de retazos de los partidos, grupos y bandas, fragmentos y herederos del viejo sistema político que ha gobernado a Venezuela hasta 1998: una mezcla de retazos que los padrinos norteamericanos han logrado reunir con fines electorales en la MUD (Mesa de la Unidad Democrática), cuando han decidido de tentar la vía electoral porque la desestabilización y la subversión le andaban mal.

Ahora la derecha venezolana y sus padrinos y patrones de la Comunidad Internacional se han adjudicado una nueva arma en la guerra que sin ahorro de medios están conduciendo desde 17 años hasta ahora para demoler la Revolución Bolivariana y el proceso puesto en marcha en Venezuela, en América Latina y a nivel internacional desde la victoria de Hugo Chávez y de su unión cívico-militar en las elecciones presidenciales del 6 de diciembre de 1998.

Los cabecillas de la MUD (uno entre todos: Ramos Allup de Acción Democrática) han anunciado ya fuego y llamas gracias a la nueva arma. El Secretario de Estado (ministro del exterior) de USA John Kerry ha hecho eco y el alto representante de la UE (Unión Europea) para la política exterior y la seguridad (Federica Mogherini) felicitó calurosamente los vencedores de las elecciones. No sabemos si también monseñor Pietro Parolin, Secretario de Estado del Vaticano (y nuncio apostólico en Venezuela desde el 2009 hasta el 2013) se ha congratulado a nombre del papa Bergoglio con los vencedores entre los cuales brillan los mayores exponentes de la Iglesia Católica en Venezuela.

Qué sucederá ahora? Imposible decirlo con precisión, porque en definitiva depende de la línea que seguirán los dirigentes de la Revolución Bolivariana y las masas populares que ellos movilizan. 

Los dirigentes de la Revolución Bolivariana han sostenido siempre de ser en grado de proseguir la revolución hacia el socialismo [lo llaman humanista y socialismo del siglo XXI, algunos con alusiones denigrantes al socialismo construido en la URSS bajo la dirección de Stalin (que no distinguen de la corrupción y desintegración promovida desde Kruscev a Breznev)] siguiendo un camino que a un observador externo pareciera tener muchos puntos comunes con experiencias que en otra época (por ejemplo el Chile en los años ‘70) han terminado con la sangre de los revolucionarios.

Después de haberse apoderado del Estado Burgués, sin demolerlo, la Revolución Bolivariana ha nacionalizado la industria petrolera expulsando (en el 2002) a los dirigentes corruptos y saboteadores (que ahora reclaman al nuevo parlamento la reintegración) y han empleado gran parte de la renta petrolera (los provenientes de la venta del petróleo) para elevar las condiciones de vida (alimentación, vivienda, educación, salud, pensiones, salarios, etc.) de la masa de la población, para promover la movilización y la formación política y cultural. Pero los capitalistas y el clero continúan siendo los patrones de gran parte de las empresas del sector comercial (incluso el comercio exterior), industrial y agrícola, de los bancos, también de la prensa, de la televisión, de los medios de comunicación, de la escuela privada y de otros medios de formación y canales de influencia sobre las masas.

El nuevo sistema político ha introducido en varios campos leyes e medidas favorables a las masas populares. Su violación se considera un delito penal ordinario (los violadores o infractores si el poder judicial recoge pruebas se persiguen de forma individual, en función del hecho delictivo y las responsabilidades individuales, independientemente de su clase social: el pequeño que lo hace por ignorancia, embrutecimiento o necesidad en el mismo plano del rico que lo hace por profesión o vocación). Por otra parte promueve la formación cooperativa y otras formas no capitalistas de empresas en la agricultura y en la industria y ha comenzado a crear estructuras comerciales públicas (al por mayor y al por menor) en competencia con aquellas capitalistas.

Muchos individuos, organismos y partidos comunistas de Venezuela y de otros países critican “la vía al socialismo” de la Revolución Bolivariana. Pero hasta ahora no han realizado algo mejor y en los 17 años transcurridos de la victoria electoral de 1998, primero bajo el liderazgo de Hugo Chávez (fallecido el 05 de marzo 2013, un evento al que nos referimos en el CC 9/2013 – 5 de marzo de 2013) y luego con Nicolás Maduro (sobre su elección a Presidente el 13 de abril 2013 y a propósito de su obra se lea el CC 16/2013 – 18 de abril de 2013, el CC 12/2014 – 18 de marzo 2014 y el CC 8/2015 – 5 de marzo de 2015), la Revolución Bolivariana ha resistido con éxito a un golpe de Estado, a las tentativas de subversión y a la guerra importada, en varias otras formas y sobre diversos terrenos y por diversos motivos, por la burguesía y el clero venezolano, por el Estado Colombiano (principalmente a través de organizaciones no oficiales y paramilitares) y por la Comunidad Internacional de los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, y ha avanzado poco a poco pero de forma continua a lo largo de su camino.

Por otra parte ni en el tiempo de Hugo Chávez ni bajo la dirección de Nicolás Maduro los dirigentes de la Revolución Bolivariana han dicho que los comunistas de otros países deben en sus propios países “hacer como en Venezuela”. No han pretendido nunca que la vía de Venezuela fuese la vía universal.

Nosotros combatimos y despreciamos a los personajes y organismos italianos que proponen en Italia hacer “el Alba mediterránea” o sin embargo hacer los simios de Venezuela, pero, por lo que hemos dicho antes, respetamos y admiramos los promotores y los combatientes de la Revolución Bolivariana por su trabajo en favor de las masas en Venezuela, el apoyo de la resistencia anti-imperialista en Cuba, del movimiento progresista y antiimperialista en América Latina y el mundo y tratamos de aprender de ellos, de sus victorias y sus derrotas, para avanzar en la revolución socialista en Italia. 

El objetivo, el comunismo, es el mismo para todos los países porque es dictado por el desarrollo que la humanidad ha hecho, ha recorrido desde sus orígenes lejanos hasta hoy y del resultado que ha alcanzado en su evolución aunque las vías para alcanzarlo son diversas dado que diversos son los puntos de partida. Recordamos todavía los documentos de  triste memoria cuando en los años ‘80 algunos compañeros italianos revisaban país por país para mostrar la forma en que la revolución debía seguir. Los comunistas deben cada uno “traducir en la lengua de su propio país” la común concepción comunista del mundo: hay cuestiones universales y cuestiones particulares como bien lo explica Mao en el escrito Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (Todavía sobre las divergencias entre el compañero Togliatti y nosotros, febrero 1963).

Los comunistas de varios países deben meter en común la experiencia de la lucha de clases y los aprendizajes de valor universal que traen, apoyarse, colaborar, ser solidarios y practicar la autonomía y el respeto reciproco. Entonces nos auguramos y auspiciamos que los promotores y combatientes de la Revolución Bolivariana hagan frente con éxito a los eventos y acontecimientos de estos días y tenemos la certeza que la mejor parte de ellos estará a la altura de su papel. Perder las elecciones es una derrota, pero en la historia del movimiento comunista ha habido derrotas muy graves a las cuales los comunistas han sabido reaccionar conquistando grandes victorias. Pensamos a las repetidas agresiones de las grandes potencias imperialistas en los años inmediatos después a la Revolución de octubre en 1917 y la agresión de Hitler en 1941 con el apoyo de gran parte de la burguesía imperialista de todo el mundo y del Vaticano.

Pensamos en la derrota sufrida en el 1927 por la revolución China y tantas otras. Aunque frente a un golpe de Estado, la respuesta fue diferente en España en 1936 y en Chile en 1973. La revolución socialista avanza no porque la burguesía y las otras clases reaccionarias la dejan avanzar, son amables, se atienen a las leyes y códigos de conducta establecidos de respetar los “derechos humanos” y su propia democracia burguesa. En los años ‘80 del siglo pasado criticamos aquellos miembros y simpatizantes de las Organizaciones Comunistas Combatientes (OCC) y en particular de las Brigadas Rojas que atribuían la derrota a la ferocidad de la burguesía, a la perversión de los revisionistas e la cínica astucia del clero, antes que atribuirla a los limites de los dirigentes de las OCC en la comprensión de las condiciones, de las formas e los resultados de la lucha de clase.

La revolución socialista y la revolución de nueva democracia avanzan porque los comunistas saben hacer frente a la violencia, a las intrigas, a las maniobras y a la ferocidad a la cual las clases reaccionarias recurren sin escrúpulo y limite, porque saben hacer frente al prestigio y la influencia que ellas heredan de la historia y que la usan contra la revolución, porque saben conducir las masas populares para liberarse de la ignorancia, del atraso e del embrutecimiento que heredan de la historia en los cuales son impulsados con nueva riqueza de medios y formas por el régimen de contrarrevolución preventiva que la burguesía imperialista y su clero extienden a todo el mundo.

En Venezuela la derecha endogena y sus padrinos y patrones imperialistas hasta ahora han conducido la guerra con todas las armas que tenian a sus alcance. Nunca ahorraron fraudes, chantajes, violencias, sabotaje economico, contrabando, manipulación financiera, corupción, subversión, terrorismo.

Ahora tienen a su disposición un arma más: el nuevo Parlamento electo en el ámbito de las elecciones previstas en la Constitución Bolivariana y organizadas por el gobierno bolivariano. Como han tomado esta mueva arma? Han enroscado a su ventaja algunos resultados de los progresos cumplidos en el país gracias a la Revolución Bolivariana (como en Italia en el 1948 los reaccionarios aprovecharon el derecho al voto de las mujeres conquistado gracias a la victoria de la Resistencia) y la han distorsionado a su propio interés aprovechándose de los límites de la Revolución Bolivariana en el movilizar, organizar y formar las masas populares.

Los electores registrados en las elecciones del domingo eran un poco más de 19,54 millones, mientras al tiempo de las primeras elecciones de Hugo Chávez en el 1988 eran apenas 11 millones. Incluso respecto a las precedentes elecciones parlamentarias del 2010, los electores inscritos para las elecciones del domingo 6 de diciembre eran por otra parte dos millones más, además las abstenciones disminuyeron y como resultado los votos válidos aumentaron en casi 2,5 millones respeto al 2010, hasta un poco más de 13,74 millones. Gracias a las intrigas, a las maniobras, a la intimidación y eliminación de notables irreductibles y a los chantajes realizados por los reaccionarios, los votos dispersos en listas menores han disminuido y la MUD ha tenido cerca de 2,65 millones de votos más respecto a las precedentes elecciones del 2010: ha pasado de 5.077.043 a 7.726.066 votos. Al mismo tiempo la lista de los partidarios de la Revolución Bolivariana, PSUV e sus aliados, ha tenido de más sólo cerca de 350 mil votos. Ha pasado de 5.268.939 a 5.622.844 (entonces no hubo debacle electoral como lo proclamaron los periodistas maliciosos y comentaristas burgueses, incluso los burgueses de izquierda). La composición del Parlamento ha pasado de 96 del PSUV contra 64 de la MUD del 2010 a 55 del PSUV contra 112 de la MUD en la futura Asamblea Nacional.

De acuerdo a la Constitución, Venezuela tiene un sistema político presidencial y el presidente Maduro, heredero de Chávez, ha declarado que la Revolución Bolivariana ha perdido una batalla, pero no la guerra. Al contrario ha dicho que la derrota será el punto para reforzar las filas de los revolucionarios depurándolas de corruptos, infiltrados, desmoralizados y derrotistas y llevar la revolución a un nivel superior.

Nosotros hemos saludado con ardor desde hace tiempo y hemos hecho conocer entre las masas populares italianas los sucesos de la Revolución Bolivariana, los beneficios económicos, intelectuales y sociales que ella ha portado a las masas populares venezolanas, la ayuda que ha dado en tantos terrenos al movimiento progresista en América Latina y en el mundo, la contribución que ha dado al renacimiento del movimiento comunista en el mundo. Nacionalizando el petróleo y usándolo ya sea para sostener los países progresista de la zona y en particular Cuba y destinando gran parte de la renta petrolera al mejoramiento de las condiciones de vida de las masas populares venezolanas, la Revolución Bolivariana ha dado con gran prisa un gran aprendizaje. Se trata ahora de movilizar y dirigir las masas populares e defender las conquistas y reforzar el poder popular.

Qué deben hacer el presidente Maduro y los dirigentes de la Revolución Bolivariana? No somos nosotros que lo podemos decir. Como arriba hemos dicho, la revolución socialista es un proceso universal, que se refiere a todo el mundo, pero ella avanza en cada país haciendo palanca sobre las condiciones concretas del país y sus relaciones con el contexto internacional. Nosotros podemos y debemos conducir la revolución socialista en nuestro país y estamos seguros que cuando rompamos las cadenas con las cuales hoy los vértices de la República Pontificia lo tienen amarrado a la Comunidad Internacional (CI) de los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, con esto daremos una gran contribución a la nueva oleada de la revolución proletaria que en todo el mundo avanza haciendo frente al desastroso curso que la Comunidad Internacional (CI) impone a la humanidad entera.

No corremos con los italianos expertos en Revolución Bolivariana del género del Prof. Luciano Vasapollo que enseñan que cosa deben hacer los venezolanos y a nosotros dicen que debemos hacer como los venezolanos. La capacidad de hacer frente a la derrota electoral y a lo que ella implica y de transformarla en una contraofensiva victoriosa será la prueba de la concepción del mundo y del análisis de las situaciones internacionales y nacionales que conducen los comunistas venezolanos. La lucha llevará a un superior desarrollo intelectual y moral en primer lugar a los promotores y combatientes de la Revolución en curso. A ellos va nuestra simpatía y a el éxito de la causa común vamos a contribuir  principalmente haciendo la revolución socialista en Italia.

Además de las elecciones en Venezuela, son para nosotros importantes y ricas de enseñanzas las elecciones regionales que se celebraron en Francia el mismo domingo 6 de diciembre. Han enseñado un nuevo paso adelante en la crisis del sistema político francés burgués y de la unión de los grupos imperialistas franco-alemanes: entonces han creado una situación favorable hasta para nosotros, si sabemos aprovecharlos, así como una experiencia rica de enseñanzas sobre la dialéctica entre movilización revolucionaria y movilización reaccionaria, sobre la dialéctica entre la guerra imperialista y guerra popular revolucionaria.

En la Francia metropolitana (no consideramos entonces las ex colonias de ultramar, hoy englobadas en la Republica Francesa) en los últimos meses el gobierno ha reducido las regiones a 13, agrupando las 22 regiones precedentes. En Francia el gobierno central esta imponiendo a los entes locales (regiones, provincia y alcaldias) una transformación análogo a aquella en curso en Italia. Reduce su número (fundiendo o reagrupando), disminuye sus recursos, royendo de derecho y de hecho su autonomía.

En consecuencia los servicios empeoran, la marginación social aumenta y las masas populares son alejadas del teatro de la política burguesa. La guerra de exterminio no declarada arrecia y destruye sus víctimas como en Italia. El gobierno central está dirigido por dos grandes “familias” políticas (actualmente hacen referencia una, que se define de izquierda a François Hollande, el presidente de la República y la otra, que se define de derecha, a Nicolás Sarkozy, el ex presidente) que se alternan haciendo la misma política salvo matices y palabras diferentes: un régimen análogo al régimen de las “Larghe Intese” (Anchos Acuerdos) que benefician al sistema financiero mundial y oprime, exprime, aprieta y devasta nuestro país.

En este contexto los resultados de las elecciones regionales del domingo presentan rasgos significativos.

En ninguna de las 13 regiones ha tenido la mayoría absoluta de una lista. Por consiguiente todas las 13 regiones mañana 13 de diciembre van a la segunda vuelta que sólo se le permitirán a las listas que en la primera vuelta tuvieron al menos 10% de votos validos. Inútil será esperar los resultados de la segunda vuelta para entender cuál ha sido el estado de ánimo de las masas populares que se expresan en las elecciones regionales.

La segunda vuelta decide solo aquel, que a los órdenes del gobierno central, deberá gobernar cada una de las 13 regiones en base a las combinaciones de vértices, a las agregaciones y a las renuncias de las listas de la primera ronda con quienes el sistema de las dos “familias” políticas busca de perpetuar su feroces impresas contra las masas populares francesas, mientras a causa de su impotencia de ver a jefe de la crisis económica y social, las dos “familias” hacen competencia de quien promueve mejor la guerra imperialista en curso y preparan desastres más graves para las masas populares francesas y para los pueblos de los países oprimidos.

Pero al primer turno de las elecciones han estado dos señales, dos signos de ruptura de este curso de las cosas:

– la abstención disminuyó; los votos validos eran 19.47 millones (44.6% de los 43.64 millones de inscritos) en las elecciones precedentes regionales del 2010 y aumentaron a 21.7 millones (47.9% de los 45.30 millones de inscritos) domingo 6 diciembre 2015: hubo 2.32 millones de votos válidos más.

– El aumento de los votos válidos fue exclusivamente a favor de la lista que las dos “familias” excluyen de su sistema político, el Frente Nacional (FN) que por otra parte ha quitado votos a todas las dos “familias” y sus votos han pasado de 2.22 millones en el 2010 a 6.02 millones el domingo pasado: cerca de 3.79 millones de más.

Una mala noticia, ciertamente porque el FN proclama abiertamente la política racista y belicista que las dos “familias” se limitan a practicar: rechazos, cierre de las fronteras, persecución de los musulmanes, campos de concentración son ya en acto. Es aleado a Liga Norte de Matteo Salvini y como causa del marasmo social no puede indicar otra cosa que la inmigración y la sumisión a la UE y el BCE. Pero contra la combinación de los grupos imperialistas franco-alemanes el FN no se da los medios para practicar la política que proclama y los grupos imperialistas americanos hoy no pueden dar nada a las masas populares francesas: entonces el solo resultado real de la afirmación del FN, tanto más se debería tomar en mano cualquier región (está presente en buena posición al segundo turno en todas las 13 regiones, mientras en el 2010 lo era en 12 sobre 22 y en medida estrecha) es la ruptura del sistema político existente.

Qué sucederá entonces? Después de la afirmación del FN, el portavoz del Frente de Izquierda, Jean Luc Mélenchon, partidario de François Hollande al segundo turno de las últimas elecciones presidenciales, ha declarado “que seguiendo la política del menos peor, va de mal en peor” y además “El FN ha tomado los votos que son nuestros: de los obreros y jóvenes que el sistema aplasta. Debemos preguntarnos por qué no los hemos recojidos nosotros y buscar remedio”.

Nosotros no estamos en la posibilidad de garantizar que Jean Luc Mélenchon hará aquello que ha dicho que necesita hacer. Más bien vistos sus recorridos, creemos que es más fácil que en Italia Maurizio Landini (o Giorgio Cremaschi) se convierta presidente del Gobierno de Bloque Popular por el cual nosotros promovemos la constitución y no que Jean Luc Mélenchon se haga promotor del renacimiento del movimiento comunista en Francia. Pero la vía es esta y antes o después alguno la embocará. Por parte nuestra combatiendo nuestra batalla, contribuimos al mejor de nuestras posibilidades en este inicio.

A la batalla nuestra entonces se abren perspectivas más favorables. A ella llamamos a todos los individuos y los organismos avanzados de nuestro país. Hoy en nuestro país la lucha para avanzar en el renacimiento del movimiento comunista y en la revolución socialista es la creación de las condiciones para construir el Gobierno de Bloque Popular.

Chi si lascia abbattere dalle sconfitte è finito! Chi impara vincerà!

da nuovopci.wordpress.com

Comunicato CC 30/2015 – 12 novembre 2015

Venezuela e Francia: importanti e salutari insegnamenti delle elezioni di domenica scorsa

L’esito delle elezioni parlamentari che si sono svolte in Venezuela domenica scorsa 6 dicembre hanno messo le ali ai piedi dei reazionari venezuelani e ai loro padrini e padroni della Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, in particolare ai bisonti del complesso finanziario-industriale-militare che di fatto governa gli USA. La grande maggioranza (più di due terzi) dei seggi del nuovo Parlamento venezuelano (entrerà in carica il prossimo 5 gennaio) è stata assegnata al coacervo di partiti, gruppi e bande, frammenti ed eredi del vecchio sistema politico che ha governato il Venezuela fino al 1998, un coacervo che i padrini americani sono riusciti a unire ai fini elettorali nella MUD (Tavolo di Unità Democratica) quando hanno deciso di tentare la via elettorale perché la destabilizzazione e la sovversione gli andavano male.

Ora la destra venezuelana e i suoi padrini e padroni della CI si sono aggiudicati una nuova arma nella guerra che senza risparmio di mezzi stanno conducendo da 17 anni a questa parte per stroncare la rivoluzione bolivariana e il processo messo in moto in Venezuela, in America Latina e a livello internazionale dalla vittoria di Hugo Chavez e della sua unione civico-militare nelle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998. I caporioni della MUD (uno per tutti: Ramos Allup di Accion Democratica) hanno già annunciato fuoco e fiamme grazie alla nuova arma. Il Segretario di Stato (ministro degli esteri) USA John Kerry ha fatto loro eco e l’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera e la sicurezza (la renziana Federica Mogherini) si è calorosamente congratulata con i vincitori delle elezioni. Non sappiamo se anche monsignor Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano (e nunzio apostolico in Venezuela dal 2009 al 2013), si è congratulato a nome del Papa Bergoglio con i vincitori, tra i quali brillano i maggiori esponenti della Chiesa Cattolica del Venezuela.

Cosa succederà ora? Impossibile dirlo con precisione, perché in definitiva dipende dalla linea che seguiranno i dirigenti della rivoluzione bolivariana e le masse popolari che essi mobilitano.

I dirigenti della rivoluzione bolivariana hanno da sempre sostenuto di essere in grado di proseguire la rivoluzione verso il socialismo (lo chiamano socialismo umanista e socialismo del XXI secolo: alcuni con allusione denigratoria al socialismo costruito in Unione Sovietica sotto la direzione di Stalin che non distinguono dalla sua corruzione e disgregazione promosse da Kruscev e Breznev) seguendo una strada che ad un osservatore esterno parrebbe avere molti punti in comune con esperienze che in un’altra epoca (ad esempio nel Cile negli anni ’70) sono finite nel sangue dei rivoluzionari.

Dopo essersi impadronita della Stato borghese anziché demolirlo, la rivoluzione bolivariana ha nazionalizzato l’industria petrolifera estromettendo (nel 2002) i dirigenti corrotti e sabotatori (che ora reclamano dal nuovo Parlamento la reintegrazione) e ha impiegato gran parte della rendita petrolifera (i proventi netti della vendita del petrolio) per elevare le condizioni di vita (alimentazione, abitazione, istruzione, sanità, pensioni, salari, ecc.) della massa della popolazione, per promuoverne la mobilitazione e la formazione politica e culturale. Ma i capitalisti e il clero continuano a essere padroni di gran parte delle aziende del settore commerciale (compreso il commercio estero), industriale e agricolo, delle banche e inoltre della stampa, delle TV, dei mezzi di comunicazione, delle scuole private e di altri mezzi di formazione e canali di influenza sulle masse. Il nuovo sistema politico ha introdotto in vari campi leggi e misure favorevoli alle masse popolari, ma la loro violazione viene trattata come un reato di diritto comune (i violatori se l’apparato giudiziario raccoglie le prove giuridiche vengono perseguiti individualmente, in base al reato e alle responsabilità individuali, senza distinzione di classe: il piccolo che lo fa per ignoranza, abbrutimento o bisogno, sullo stesso piano del ricco che lo fa per professione e vocazione). Inoltre promuove la formazione di cooperative e di altre forme non capitaliste di imprese nell’agricoltura e nell’industria e ha incominciato a creare strutture commerciali pubbliche (all’ingrosso e al minuto), in concorrenza con quelle capitaliste.

Molti individui, organismi e partiti comunisti venezuelani e di altri paesi criticano la “via al socialismo” della rivoluzione bolivariana. Ma finora non hanno saputo fare di meglio e nei diciassette anni trascorsi dalla vittoria elettorale del 1998, prima sotto la direzione di Hugo Chávez (morto il 5 marzo 2013, evento per cui rimandiamo al Comunicato CC 9/2013 – 5 marzo 2013) e poi di Nicolás Maduro (sulla sua elezione a Presidente il 14 aprile 2013 e a proposito della sua opera rimandiamo al Comunicato CC 16/2013 – 18 aprile 2013, al Comunicato CC 12/2014 – 18 marzo 2014 e al Comunicato CC 8/2015 – 5 marzo 2015) la rivoluzione bolivariana ha resistito con successo a un colpo di Stato, a tentativi di sovversione e alla guerra portata in varie altre forme e su vari terreni dalla borghesia e dal clero venezuelani, dallo Stato della Colombia (soprattutto tramite organizzazioni non ufficiali, i paramilitari) e dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ed è avanzata con gradualità ma continuità lungo la sua strada.

Inoltre né al tempo di Hugo Chávez né sotto la direzione di Nicolás Maduro i dirigenti della rivoluzione bolivariana hanno detto che i comunisti degli altri paesi devono nel proprio paese “fare come il Venezuela”; non hanno mai preteso che la via del Venezuela fosse la via universale. Noi combattiamo e disprezziamo personaggi e organismi italiani che vengono a proporre in Italia di “fare l’Alba mediterranea” o comunque di scimmiottare il Venezuela, ma sulla base sopra indicata rispettiamo e ammiriamo i promotori e combattenti della rivoluzione bolivariana per la loro opera a favore delle masse popolari venezuelane e a sostegno della resistenza antimperialista di Cuba e del movimento progressista e antimperialista in America Latina e nel mondo e cerchiamo di imparare da loro, dalle loro vittorie e dalle loro sconfitte, per far avanzare la rivoluzione socialista in Italia. L’obiettivo del comunismo è lo stesso per tutti i paesi perché è dettato dal percorso che l’umanità ha fatto dalle sue lontane origini a oggi e dal risultato a cui è giunta nella sua evoluzione, ma le vie per raggiungerlo non possono che essere diverse dato che diversi sono i punti di partenza. Ricordiamo ancora i documenti di triste memoria con cui negli anni ’80 alcuni compagni italiani passavano in rassegna decine di paesi e paese per paese indicavano la via che la rivoluzione doveva seguire. I comunisti devono ognuno “tradurre nella lingua del proprio paese” la comune concezione comunista del mondo: vi sono questioni universali e questioni particolari, come ben spiega Mao nello scritto Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (febbraio 1963). I comunisti dei vari paesi devono mettere in comune l’esperienza della lotta di classe e gli insegnamenti di valore universale che ne traggono, sostenersi, collaborare, essere solidali e praticare l’autonomia e il rispetto reciproco.

Quindi noi auguriamo e auspichiamo che i promotori e combattenti della rivoluzione bolivariana facciano fronte con successo agli eventi di questi giorni e siamo certi che la parte migliore di essi sarà all’altezza del suo ruolo.

Perdere le elezioni è una sconfitta, ma nella storia del movimento comunista ci sono state sconfitte ben più gravi a cui i comunisti hanno saputo reagire conquistando grandi vittorie. Pensiamo alle ripetute aggressioni delle grandi potenze imperialiste negli anni subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e all’aggressione hitleriana del 1941 sostenuta da gran parte della borghesia imperialista di tutto il mondo e dal Vaticano. Pensiamo alla sconfitta subita nel 1927 dalla rivoluzione in Cina e a tante altre. Anche di fronte a un colpo di Stato, ben diversa fu la risposta nella Spagna del 1936 e nel Cile del 1973. La rivoluzione socialista avanza non perché la borghesia e le altre classi reazionarie la lasciano avanzare, sono gentili, si attengono a leggi e a codici di condotta stabiliti di comune intesa, rispettano i “diritti umani” e la loro stessa “democrazia borghese”. Negli anni ’80 del secolo scorso abbiamo criticato quei membri e simpatizzanti delle Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC) e in particolare delle Brigate Rosse che attribuivano la sconfitta alla ferocia della borghesia, alla perversione dei revisionisti e alla cinica astuzia del clero, anziché attribuirla ai limiti dei dirigenti della OCC nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe. La rivoluzione socialista e la rivoluzione di nuova democrazia avanzano perché i comunisti sanno far fronte alla violenza, agli intrighi, alle manovre e alla ferocia a cui le classi reazionarie ricorrono senza scrupolo e limite; perché sanno fare fronte al prestigio e all’influenza che esse ereditano dalla storia e che usano contro la rivoluzione; perché sanno condurre le masse popolari a liberarsi dall’ignoranza, dall’arretratezza e dall’abbrutimento che ereditano dalla storia e in cui sono sospinte con nuova dovizia di mezzi e di forme dal regime di controrivoluzione preventiva che la borghesia imperialista e il suo clero estendono a tutto il mondo.

In Venezuela la destra interna e i suoi padrini e padroni imperialisti hanno finora condotto la guerra con tutte le armi che avevano a disposizione. Non hanno risparmiato imbrogli, ricatti, violenze, il sabotaggio economico, il contrabbando, la manipolazione finanziaria, la corruzione, la sovversione, il terrorismo. Ora hanno a disposizione un’arma in più: il nuovo Parlamento eletto nell’ambito di elezioni previste dalla Costituzione bolivariana e organizzate dal governo bolivariano. Come se la sono presa questa nuova arma?

Hanno sfruttato a loro vantaggio alcuni risultati dei progressi compiuti dal paese grazie alla rivoluzione bolivariana (come in Italia nel 1948 i reazionari approfittarono del diritto di voto alle donne finalmente conquistato grazie alla vittoria della Resistenza) e li hanno distorti a loro vantaggio approfittando dei limiti della rivoluzione bolivariana nel mobilitare, organizzare e formare le masse popolari. Gli elettori registrati nelle elezioni di domenica erano un po’ più di 19.54 milioni mentre al tempo della prima elezione di Hugo Chávez, nel 1998, erano appena 11 milioni. Anche rispetto alle precedenti elezioni parlamentari del 2010, gli elettori iscritti per le elezioni di domenica 6 dicembre erano oltre 2 milioni in più, inoltre gli astenuti sono diminuiti e come risultato i voti validi sono aumentati di quasi 2.5 milioni rispetto al 2010, fino a un po’ più di 13.74 milioni. Grazie agli intrighi, alle manovre, alla intimidazione ed eliminazione di notabili irriducibili e ai ricatti compiuti dai reazionari, i voti dispersi in loro liste minori sono diminuiti e la MUD ha avuto circa 2.65 milioni di voti in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010: è passata da 5.077.043 a 7.726.066 voti. Contemporaneamente la lista dei partigiani della rivoluzione bolivariana, PSUV e suoi alleati, ha avuto in più solo circa 350 mila voti: è passata da 5.268.939 a 5.622.844 (quindi non c’è però stato quel “tracollo elettorale” proclamato invece da maligni giornalisti e commentatori borghesi, anche della sinistra borghese). La composizione del Parlamento è passata da 96 PSUV contro 64 MUD del 2010, a 55 PSUV contro 112 MUD del futuro Parlamento.

Ma anche stando alla Costituzione, il Venezuela ha un sistema politico presidenziale e il presidente Maduro, erede di Chávez, ha dichiarato che la rivoluzione bolivariana ha perso una battaglia, ma non la guerra. Anzi ha dichiarato che la sconfitta sarà lo spunto per rafforzare le file dei rivoluzionari epurandole di corrotti, infiltrati, demoralizzati e disfattisti e portare la rivoluzione a un livello superiore.

Noi abbiamo da tempo salutato con calore e abbiamo fatto conoscere tra le masse popolari italiane i successi della rivoluzione bolivariana, i benefici economici, intellettuali e sociali che essa ha portato alle masse popolari venezuelane, l’aiuto che ha dato su tanti terreni al movimento progressista in America Latina e nel mondo, il contributo che ha dato alla rinascita del movimento comunista nel mondo. Nazionalizzando il petrolio e usandolo sia per sostenere i paesi progressisti della zona e in particolare Cuba e destinando gran parte della rendita del petrolio al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari venezuelane, la rivoluzione bolivariana ha dato un grande slancio e un grande insegnamento. Si tratta ora di mobilitare e dirigere le masse popolari a difendere le conquiste e a rafforzare il potere popolare.

Cosa devono fare il presidente Maduro e i dirigenti della rivoluzione bolivariana, non siamo noi che lo possiamo dire. Come sopra detto, la rivoluzione socialista è un processo universale, riguarda tutto il mondo, ma essa avanza in ogni paese facendo leva sulle condizioni concrete del paese e delle sue relazioni con il contesto internazionale. Noi possiamo e dobbiamo condurre la rivoluzione socialista nel nostro paese e siamo sicuri che quando romperemo le catene con cui oggi i vertici della Repubblica Pontificia lo sottomettono alla Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, con questo daremo un grande contributo alla nuova ondata della rivoluzione proletaria che in tutto il mondo avanza facendo fronte al disastroso corso delle cose che la CI impone all’umanità intera. Non gareggiamo quindi con gli italiani esperti in rivoluzione venezuelana del genere del prof. Luciano Vasapollo che ai venezuelani insegnano cosa devono fare e a noi dicono che dobbiamo fare come i venezuelani. La capacità di far fronte alla sconfitta elettorale e a quello che essa implica e di rovesciarla in una controffensiva vittoriosa sarà la prova della concezione del mondo e dell’analisi della situazione internazionale e nazionale che guidano i comunisti venezuelani. La lotta porterà a un superiore sviluppo anche intellettuale e morale in primo luogo i promotori e combattenti della rivoluzione in corso. Ad essi va la nostra simpatia e al successo in Venezuela della comune causa contribuiamo principalmente facendo la rivoluzione socialista in Italia.

>>>continua>>>

Gianni Minà: «La Storia non torna indietro»

di Alessandro Bianchi – L’Antidiplomatico

I suoi film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Maradona e Hugo Chávez sono già storia. Il suo voler essere ostinatamente un uomo libero e amante della verità lo ha costretto ad essere lontano dai riflettori del circo mediatico negli ultimi anni. La sua straordinaria dedizione e amore per il giornalismo, quello vero, quello che in Italia è solo un bieco ricordo, lo hanno recentemente portato di nuovo a Cuba, nella sua Cuba, per assistere da vicino allo storico recente viaggio del Papa più rivoluzionario. Oggi editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Nessuno, in poche parole, più di Gianni Minà può illuminare l’opinione pubblica italiana sulle elezioni in Venezuela e sul futuro di quel processo di integrazione dell’America Latina oggi a rischio per il ritorno del Fondo Monetario Internazionale in paesi che si erano disintossicati.
 
L’AntiDiplomatico lo ha intervistato per voi.
 
Le elezioni del 6 dicembre in Venezuela segnano una brusca frenata per la rivoluzione bolivariana. Quale è stata la sua prima reazione a caldo e quali riflessioni dobbiamo trarne a mente un po’ più fredda? 
 
Bisogna essere molto onesti intellettualmente su questo. Il Venezuela vive nella condizione vissuta già da Cuba 50 anni fa. Una situazione di difficoltà estrema creata ad hoc per far fallire il paese, far fallire la sua idea meravigliosa. Mentre Chávez ha saputo sempre reagire con una saggezza alta, con un istinto politico fuori dalla norma, la rivoluzione bolivariana priva del suo leader è ora all’esame più importante dopo la sconfitta elettorale del 6 dicembre. Con le spalle al muro, Chávez aveva sempre reagito e con Lula era stato il protagonista di quel capolavoro politico che è l’integrazione dell’America Latina. Oggi Maduro e i suoi eredi devono dimostrare di saperlo fare, ma non sarà facile.
 
Devono dimostrare di superare questo momento. Ma per farlo non si può partire da un’analisi seria e obiettiva degli errori commessi. Qual è stato il più grande secondo lei?
 
L’errore più grande è quello di aver accettato lo scontro totale e non aver cercato, come fece Chávez, di negoziare su alcuni fronti. Certo la guerra è stata totale, i mezzi di comunicazione internazionali hanno alzato la posta in gioco mistificando costantemente tutto ed era difficilissimo, ma Maduro non ha saputo reagire con il dovuto calcolo politico al clima internazionale creatosi contro il Venezuela. 

Il clima è stato oggettivamente senza precedenti. Pensiamo ad esempio alla figura di Leopoldo Lopez, in occidente dipinto come prigioniero politico, quando in realtà è un istigatore di violenza e un chiaro eversivo. 
Oggi la moglie è stata dipinta ad hoc come l’immagine di questa opposizione, avamposto del ritorno delle multinazionali occidentali e del Fmi nel paese, quando l’immagine che più ritrae questa famiglia è la famosa fotografia tra George W. Bush e Lopez alla Casa Bianca. Le direttive partivano da lì, sono sempre partite da lì.
  
Lei che l’ha conosciuto di persona e che ha avuto modo di studiare e scrivere come nessuno in Italia sull’America Latina, come avrebbe reagito Chávez?
 
Chávez era un vero democratico, in quel senso di democrazia che noi in occidente non conosciamo più o facciamo finta di non ricordare. Era poi un innovatore incredibile. Chávez subì un colpo di stato nell’aprile del 2012 ed ha reagito con la capacità di chi era in grado di mettere in discussione e di sconfiggere, portando il popolo dalla sua parte, tutte le mistificazioni, bugie e fango creato ad hoc da quelle corporazioni mediatiche che lavorano per gli interessi di chi vuole da sempre far tornare il Venezuela il giardino di casa degli Stati Uniti. E dopo il 6 dicembre Chávez si sarebbe rimboccato le maniche, sarebbe ripartito e avrebbe riportato il popolo dalla parte della rivoluzione bolivariana per la nuova sfida. 
 
E Nicolás Maduro, l’erede scelto da Chávez per proseguire il percorso rivoluzionario, ci riuscirà?
 
Io sono moderatamente ottimista; è vergognosa la congiura internazionale per far cadere un governo democraticamente eletto che fa la politica quella con la P maiuscola, per il popolo e non per tutelare gli interessi delle oligarchie finanziarie degli Stati Uniti, quelle per intenderci che noi in occidente ossequiamo. Io ho fiducia nell’autodeterminazione delle singole popolazioni che lottano contro i colpi di stato morbidi e le guerre economiche. La popolazione del  Venezuela lo capirà presto, ne sono sicuro.
 
Strano come per i commentatori italiani che parlano oggi di trionfo di democrazia in Venezuela, la democrazia è sempre quando vincono i regimi che si chinano alle nostre merci, mentre dittature sono quei governi che perseguono l’emancipazione delle loro popolazioni. Per quegli stessi commentatori il Chavismo è di fatto finito; è d’accordo con questa conclusione?
 

In occidente abbiamo una strana concezione di “democrazia” e “libertà” o di quello di cui il mondo ha bisogno, basti pensare ai disastri che abbiamo creato in Libia e Siria. Il Venezuela non si è ancora fatto fagocitare da questa “democrazia” dove le decisioni spettano agli oligopoli del profitto e non alle popolazioni. 


A differenza di Cuba purtroppo il chavismo non è riuscito a raggiungere una sicurezza nel tempo. Cuba ha resistito perché da subito ha fatto sapere che nell’isola la musica era cambiata per sempre e che il capitalismo più vergognoso non era più ben accetto e non lo sarà mai più per buona pace di chi oggi scrive e dice che Cuba cederà.

In Venezuela al contrario, la rivoluzione bolivariana ha dovuto convivere con quel capitalismo che controlla ancora ampi e importanti settori del paese e quasi tutti i mezzi di comunicazione. Il Venezuela, in poche parole, non è ancora riuscita a far sapere al mondo che la via è quella progressista, di una più equa ridistribuzione delle risorse. Questo sarà il prossimo passo. Sono ottimista che ci riuscirà, nonostante tutto il fango gettato Maduro è ancora il presidente e la popolazione si renderà presto conto che il buio neo-liberista del Fondo Monetario Internazionale non può essere la strada.
 
La vittoria di Macri, i problemi di Dilma in Brasile e l’affermazione della destra (FMI) in Venezuela pongono un serio rischio al processo d’integrazione dell’America Latina, il capolavoro politico di Hugo Chávez e un barlume di speranza per tutta l’umanità.
 

Il seme della rivoluzione bolivariano è stato impiantato e esisterà per sempre. Bisogna sempre ricordare che dalla Rivoluzione cubana, da Chávez non si torna indietro. Bisogna sempre ricordare ai vari commentatori che inondano la stampa italiana sul “ritorno della democrazia in Venezuela” che la storia non ti fa tornare indietro. Chi avrebbe mai potuto pensare che un paese come l’Ecuador avrebbe potuto tenere per anni e anni in protezione nella sua ambasciata a Londra colui che ha smascherato tutti i crimini più recenti dell’occidente? Il mondo è cambiato per sempre e questi signori se ne devono fare una ragione.

Nell’ultima conferenza sul clima le grandi potenze non hanno più potuto mostrare la loro arroganza come nei consessi precedenti. Il mondo è cambiato per sempre, anche grazie alla rivoluzione bolivariana.

Venezuela: l’arte di vincere si impara dalle sconfitte

di Marco Consolo

È una dura sconfitta quella subita dal processo bolivariano in Venezuela nelle elezioni parlamentari di domenica 6 dicembre. Con circa il 18% di differenza, l’opposizione conquista la maggioranza del parlamento che ha rinnovato i suoi 167 deputati. Un parlamento che, grazie alla recente legge elettorale, sarà composto al 40% da donne. Con circa il 25% di astensione, al momento in cui scriviamo i risultati (ancora parziali) assegnano ben 99 seggi all’opposizione e solo 46 alle forze socialiste, nella quarta legislatura dall’avvento dello scomparso Hugo Chávez. Mancano ancora 22 seggi da assegnare e sono quelli che faranno la differenza, dato che con la maggioranza dei 2/3 l’opposizione avrebbe poteri molto più incisivi.

L’opposizione celebra nelle strade di Caracas – Foto Carlos Becerra (Bloomberg)

È l’elezione numero 20 nei 17 anni del processo bolivariano, iniziato proprio un 6 dicembre del 1998, con la prima vittoria di Hugo Chávez, che mise in moto il processo della Rivoluzione bolivariana. Fino a ieri, l’unica sconfitta delle forze socialiste era stata quella sulla riforma costituzionale del 2007, quando l’opposizione alla riforma ottenne una “vittoria pirrica” con il 50,7%.

Ancora una volta, la “dittatura chavista” ha dato esempio di trasparenza ed onestà. Un esempio per molti Paesi del mondo, a partire dagli stessi Stati Uniti.

Nonostante gli strepiti della destra, le elezioni si sono svolte in maniera esemplare, come tutte le precedenti. Ed anche chi scrive ha avuto modo di verificarlo con i propri occhi in 6 occasioni in cui ha partecipato come “accompagnante internazionale” alle scadenze elettorali, invitato dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Non ci sono stati incidenti, a parte l’episodio increscioso di tre ex-presidenti latino-americani della destra oltranzista, che due ore prima della chiusura dei seggi, annunciavano la vittoria dell’opposizione.

“Siamo qui con la nostra morale e con la nostra etica, per riconoscere i risultati avversi, per accettarli e dire che ha vinto la democrazia”, ha detto a caldo il Presidente Nicolás Maduro che ha da subito ammesso la sconfitta. “Abbiamo sempre saputo di nuotare contro-corrente, di dover superare le difficoltà e non ci siamo mai nascosti”.

Di certo, da oggi si apre una inedita e conflittiva coabitazione tra un governo che vuole approfondire il cambiamento e un’opposizione che punta alla restaurazione conservatrice.

C’è da sottolineare che il cambio della maggioranza parlamentare, non implica automaticamente la caduta del governo bolivariano. Infatti, per scalzare il Presidente Maduro (in carica fino al 2019), grazie alla Costituzione voluta da Chávez, l’opposizione può cercare di raccogliere le firme necessarie per indire un referendum revocatorio, a partire dalla metà del mandato presidenziale. Ma deve vincerlo. Il che non è affatto detto, considerando che, nonostante tutto, più del 40% degli elettori ha confermato il suo appoggio al “socialismo bolivariano”.

L’offensiva imperiale

Nelle parole di Maduro, “ha vinto la contro-rivoluzione e la guerra economica”, che ha messo in ginocchio il Paese. “Ha vinto una strategia per minare la fiducia collettiva in un progetto di Paese, ha vinto temporaneamente lo stato di necessità creato da una politica di capitalismo selvaggio, di nascondere i prodotti, di aumentarne i prezzi”. Nel suo discorso dal palazzo presidenziale di Miraflores, Maduro ha ricordato le vicende passate del Brasile di João Goulart, del Guatemala di Jacobo Arbenz e del Cile di Salvador Allende, che più si assomigliano alla realtà del Venezuela di oggi. Maduro ha parlato di una sconfitta “por ahora”, riecheggiando le parole del Comandante Chávez quando, fallita l’insurrezione civico-militare, si preparava al carcere.

In questi 17 anni siamo stati testimoni della brutale contro-offensiva imperialista nei confronti del processo bolivariano che non si è mai fermata, ma che al contrario è aumentata di intensità. L’enorme spiegamento di forze della reazione, interna ed internazionale, impegnata in un’offensiva a tutto campo, non ha risparmiato nessun mezzo per sconfiggere il processo e seminare la sfiducia della popolazione nella capacità del governo di risolvere i problemi: un tentativo di golpe fallito grazie alla mobilitazione popolare, attentati e sabotaggi, violenze di strada e criminalità, omicidi selettivi di dirigenti popolari, infiltrazione dei paramilitari colombiani sia nelle zone di frontiera che nelle città, contrabbando e mercato nero, accaparramento dei beni di prima necessità con la conseguente penuria provocata, assedio mediatico internazionale, caduta del prezzo internazionale del petrolio su cui si basa il bilancio venezuelano, attacchi del sistema finanziario internazionale, pressioni diplomatiche, ingerenza sfacciata.

Dulcis in fundo la dichiarazione del marzo scorso del governo statunitense del “democratico” Obama sul Venezuela come una “inusuale e straordinaria minaccia per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA”. Una vera e propria dichiarazione di guerra che si aggiungeva ai finanziamenti milionari “made in USA”, profusi generosamente all’opposizione.

A questo c’è da aggiungere gli errori nella gestione economica del governo, nella designazione di alcuni dirigenti, l’insicurezza per la scarsa efficacia della lotta alla criminalità organizzata, ed il problema della corruzione anche tra le proprie fila, mai affrontato fino in fondo. Un fattore importante nella perdita di consenso e nel “voto castigo”.

C’è poi un altro fattore, poco considerato. La popolazione era “stanca della guerra” e delle condizioni di vita conseguenti. A chi scrive, le elezioni di ieri ricordano il voto del 1990 contro i sandinisti, dopo anni di attacchi della “contras”, di aggressioni e di embargo statunitense al Nicaragua. Nel voto c’è anche la speranza mal riposta che questo “logorio” abbia fine.

Gli alleati dell’Impero

Il bue dice cornuto all’asino. Ed è così che in questi anni le mummie fasciste, e i sepolcri imbiancati di tutto il continente si sono stracciati le vesti contro la “dittatura chavista” e a “difesa della democrazia ferita”. Sono gli stessi protagonisti o complici dei sanguinosi colpi di Stato degli anni passati. Tra gli altri, i deputati cileni del partito di Pinochet, la UDI, che hanno chiesto a gran voce il rispetto della volontà popolare. In buona compagnia dell’ex-presidente narco-trafficante colombiano Álvaro Uribe (secondo la DEA statunitense), il boliviano Jorge Quiroga, ex-vicepresidente del dittatore Hugo Banzer, protagonista del “Plan Condor”, l’operazione che ha assassinato e torturato i militanti della sinistra di tutto il continente, sotto la direzione della CIA.

La novità è che alle file reazionarie (e in alcuni casi direttamente golpiste), si sono aggiunti settori della “social-democrazia”, in una campagna internazionale degna di miglior causa. La lista è lunga: socialisti cileni, argentini e spagnoli, il brasiliano Cardoso, ampli settori dei socialisti europei tra cui il PD italiano, da sempre alleato di AD, membro dell’Internazionale Socialista. L’ultima in ordine di tempo è stata la vergognosa presa di posizione dell’attuale Segretario dell’ Organizzazione degli Stati Americani (OEA), l’uruguayano Luis Almagro, ex-ministro degli esteri del governo del Frente Amplio. Stizzito dal mancato invito alla OEA come osservatore elettorale, il cosiddetto frente-amplista Almagro, è passato armi e bagagli con la destra venezuelana, ed aveva addirittura chiesto di sospendere le elezioni per “mancanza di garanzie” per l’opposizione.

La posta in gioco in Venezuela

L’interesse per ciò che succede in Venezuela è dimostrato dai circa 12.000 giornalisti presenti per la scadenza elettorale, con ben 420 testate straniere. Un interesse internazionale che non c’è stato per le elezioni in Francia, dove per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, ha vinto l’estrema destra ipotecando il futuro della stessa Europa.

Il futuro del Venezuela ha a che vedere con l’America Latina, ma non solo. In questi anni il popolo venezuelano ha saputo resistere ed avanzare nella costruzione di una patria sovrana, una società più giusta ed egualitaria, basata su una vera democrazia “partecipativa e protagonica”, verso il socialismo del XXI° secolo. Guidato dallo scomparso Hugo Chávez, il Venezuela bolivariano è stato un esempio internazionale, inaugurando proprio il 6 dicembre di 17 anni fa, un’inedita epoca di trasformazioni in America Latina e nei Caraibi.

Qual’è la posta in gioco in Venezuela? Innanzitutto un progetto nazionale che si richiama apertamente al socialismo, una bestemmia per i sacerdoti del “libero mercato” capitalista.

In secondo luogo, un processo di integrazione regionale autonoma dagli Stati Uniti nel loro “cortile di casa”, iniziato con Chávez nel continente più ricco, ma ancora più diseguale del pianeta.


In terzo luogo, i rapporti della regione con il mondo. Oggi il continente ha un peso internazionale proprio grazie al fatto che, per la prima volta, ha dato vita a nuove instanze regionali come UNASUR, la CELAC, l’ALBA. Sin dall’inizio è stato chiaro per entrambi gli schieramenti in campo che, più che di un’elezione parlamentare, si trattava quindi di modificare l’architettura politica dell’intera regione e dei rapporti internazionali, sull’onda dei risultati in Argentina con la vittoria della destra di Macri.

Sarà vero che, come sostiene la destra (ed anche settori della sinistra), nel continente siamo alla fine di un ciclo del “modello progressista”?

La Mesa de Unidad Democratica

Nonostante l’appoggio dell’impero, la Mesa de Unidad Democrática (MUD) non avrà vita facile. E’ una forza eterogenea, composta da più di 18 organizzazioni molto diverse tra loro, il cui collante fino ad ora è stato la battaglia contro Chávez prima e il “chavismo” di Maduro poi.
Oggi la responsabilità di una forte maggioranza parlamentare (e quindi legislativa) la obbliga a proposte concrete per risolvere problemi che affliggono la popolazione, non facili per una forza che fino ad oggi si è limitata alla denuncia sguaiata e ad invocare l’intervento di forze straniere.

Travestito da agnello, nelle prime dichiarazioni il portavoce della MUD ha fatto appello “al dialogo e alla pace”. Ha detto di non voler eliminare le conquiste sociali, ma il programma elettorale rappresenta una marcia indietro sostanziale nei diritti conquistati in questi anni.

Al di là dei travestimenti ad hoc, l’agenda della restaurazione neo-liberale è chiara. Innanzitutto è esplicita la volontà di eliminare il controllo statale nella prestazione dei servizi pubblici, attualmente sussidiati, che dovrebbero essere sostituiti con l’associazione strategica pubblico-privato sotto forma di concessioni. In altre parole la privatizzazione dei servizi pubblici.

Sulla casa (punto chiave del processo bolivariano che ha costruito e consegnato quasi un milione di nuove abitazioni) la MUD propone un piano abitativo incompleto che apre spazio all’indebitamento con le banche per terminare la costruzione delle case.

Sul versante delle pensioni riprende in maniera opportunista una proposta governativa già realizzata di collegarle al salario minimo e di includere i settori che non sono riusciti a versare i contributi minimi sufficienti (autisti, contadini, casalinghe, pescatori).

Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, l’intenzione è quella di eliminare la riduzione dell’orario di lavoro, e ridurre le ferie oggi contemplate per legge. Si parla di rivedere gli investimenti sociali dell’attuale governo “che favoriscono l’inflazione”. C’è da sottolineare che, nonostante la caduta del prezzo del petrolio nei mercati internazionali, il governo bolivariano ha destinato il 60% del PIL alle politiche pubbliche nel settore della salute, dell’educazione, dell’alimentazione, della stabilità dell’occupazione.

Per finire, la MUD propone la promulgazione di una “Legge di amnistia e riconciliazione” per liberare i delinquenti condannati per il loro coinvolgimento in diversi crimini gravi. Un caso per tutti quello di Leopoldo López, dirigente dell’opposizione, condannato a 13 anni per le sue responsabilità nelle recenti violente proteste con fini golpisti che hanno provocato la morte di 43 persone.

Le forze socialiste

Nelle file del Gran Polo Patriotico, l’alleanza politico-elettorale delle forze socialiste, si è appena aperta la riflessione sulla dura sconfitta. Non c’è dubbio che il “chavismo” dovrà riflettere a fondo in maniera auto-critica, e soprattutto correggere gli errori fin qui commessi. Una riflessione che non riguarda solo il Venezuela, e che la sinistra nel mondo dovrà seguire con attenzione ed il massimo rispetto.

Nelle file bolivariane, oltre alla rabbia e alla tristezza, è chiara la volontà di continuare la battaglia per la costruzione di una società del “socialismo del XXI° secolo”.


Concretamente dal 1998 si tratta di una società in cui la stragrande maggioranza della popolazione ha avuto accesso a una dieta riconosciuta dalla stessa FAO come uno sforzo concreto del governo bolivariano nel campo della sicurezza alimentare. Se prima del 1998 gli alfabetizzati erano 5000, oggi la media annuale è di 137 mila persone. Dal 1998 la quantità di docenti è aumentata del 468%. Dagli asili all’università, l’educazione è gratuita ed oggi studiano 10 milioni di Venezuelani. La Unesco ha riconosciuto che il Paese è al terzo posto nella regione in quanto a lettori. Ma anche in questo caso non è bastato a vincere.


Non rimarranno con le braccia incrociate, né staranno a guardare impotenti, le circa 3000 “comunas socialistas”, embrioni di contro-potere territoriale costruiti in questi anni su impulso del Comandante Chávez. Non staranno a guardare le donne, i lavoratori, né gli “invisibili” della “quarta repubblica” che hanno ritrovato la loro dignità grazie al processo di profonda trasformazione in senso socialista. Il braccio di ferro della lotta di classe da oggi vive una nuova fase storica.

Come sosteneva il libertador Simón Bolívar, “l’arte di vincere si impara dalle sconfitte”.

In Venezuela passa la guerra economica

di Guglielmo Sano – radiocittafujiko.it

Oltre 100 i seggi conquistati dal MUD, poco meno della metà, invece, verranno occupati dal PSUV. Un voto “storico” riconsegna il Parlamento del paese alle opposizioni 17 anni dopo l’ascesa del chavismo. 

I risultati rilasciati dal Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) anche se ancora incompleti devono essere comunque considerati “irreversibili”. Nella mattinata di oggi, Tibisay Lucena, presidente del CNE, congratulandosi con il popolo venezuelano per la sua “impressionante dimostrazione di civiltà” (si è recato alle urne il 74% degli aventi diritto), ha annunciato che la Mesa de Unidad Democratica (MUD) ha vinto le elezioni parlamentari. Il Partito Socialista al governo ha conquistato 46 seggi, ha precisato la Lucena, mentre il MUD ha raggiunto quota 99. Restano in ballo 22 seggi, di cui 3 sono riservati alle popolazioni indigene.

È andata anche peggio di quanto prefigurato dai sondaggi pre-elettorali: l’opposizione ha già superato agevolmente gli 84 seggi necessari per conquistare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale (167 seggi in totale), dunque, il MUD avrà a disposizione un ampio potere su  tutte le decisioni per cui la Costituzione prevede una votazione parlamentare. Tuttavia, l’assegnazione degli scranni rimasti decreterà quanto la maggioranza sarà “qualificata”. Infatti, con i 3/5 del Parlamento (101 seggi) si ha la possibilità di rimuovere i singoli ministri, invece, con i 2/3  è possibile, tra le altre cose, convocare un’assemblea costituente.

Su questa debacle del “blocco patriottico” aleggia lo spettro di una crisi economica senza precedenti e, soprattutto, della violenza che da un anno a questa parte si è impadronita del panorama politico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il PIL venezuelano si contrarrà del 10% quest’anno, mentre Bloomberg calcola che l’inflazione arriverà a toccare il 124% (la più alta al mondo). Sembra che la fortuna del modello chavista stia collassando all’unisono con quello delle quotazioni del petrolio che rappresenta il 96% delle esportazioni del paese. D’altronde è noto: “il Venezuela sconta un’eccessiva dipendenza dalle rendite petrolifere – ha fatto presente Federico La Mattina, collaboratore dell’Associazione Marx 21 – che sono state l’asse portante delle politiche sociali e di redistribuzione di cui il governo venezuelano si è fatto portavoce”.

Tuttavia, non pochi pensano che sulla situazione catastrofica in cui versa l’economia di Caracas stia pesando l’attacco lanciato da alcune potenti oligarchie. “Il Venezuela è sempre stato sotto aggressione esterna e interna più o meno latente – ha sottolineato a tal proposito La Mattina –  e non soltanto durante il golpe del 2002”. “A partire dal 2014, il Venezuela è stato vittima di vere e proprie operazioni terroristiche” ha ribadito La Mattina, riferendosi alle cosiddette “guarimbas”, letteralmente “barricate”.

Come Associazione Marx21 “abbiamo avuto modo di parlarne a Ravenna in occasione del Terzo Incontro Nazionale di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana direttamente con il comitatoVittime delle Guarimbas” ha proseguito l’esperto di America Latina, che “ci ha offerto una relazione diametralmente opposta a quella tossica occidentale” per cui Leopoldo Lopez, uno dei principali esponenti dell’opposizione venezuelana, è un leader democratico che affronta una dittatura ultra autoritaria. “Queste cosiddette proteste pacifiche – ha testimoniato La Mattina – sono state supportate da gruppi paramilitari in particolare nelle regioni confinanti con la Colombia hanno portato a più di 40 morti”. 

(VIDEO) Venezuela: questa volta vince la controrivoluzione

di Jacopo Venier –libera.tv

Una nuova sfida per il Venezuela

In un importante ed atteso discorso alla nazione il Presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni parlamentari del 6 dicembre. I dati sino ad ora conosciuti indicano infatti che la coalizione di destra Unità Democratica ha conquistato 99 deputati mentre le forze della Rivoluzione Bolivarianane hanno ottenuti 46. Restano poi ancora 22 seggi da aggiudicare.

Maduro ha detto che non ha vinto “l’opposizione” ma “una contro-rivoluzione” e questa sconfitta “è la vittoria della guerra economica” scatenata contro il Venezuela per produrre il cambio di regime. Gli accapparramenti, l’attacco brutale contro la moneta, il calo indotto del prezzo del petrolio hanno determinato un clima diffuso di sfiducia nel progetto di paese, indipendente e socialista, che Chavez prima e Maduro poi hanno chiamato Rivoluzione Bolivariana. Il Presidente venezuelano ha poi giustamente ricordato come nel passato in America Latina si sono prodotti fenomeni analoghi come in Guatemala o in Cile dove, sotto l’influenza degli USA, le forze economiche interne hanno costruito le condizioni per il collasso di governi progressisti.

Però, proprio riconoscendo la sconfitta, Maduro ha potuto però rivendicare una delle vittorie strategiche della Rivoluzione bolivariana voluta da Chavez. Infatti, grazie alla natura democratica del processo bolivariano che ha affrontato e vinto in passato decine elezioni e referendum, anche questa volta il Venezuela ha potuto scegliere attraverso un processo elettorale pacifico. In questo modo tutte le illazioni sulla natura autoritaria del governo venezuelano vengono quindi smentite dalla stessa vittoria, riconosciuta, delle forze che si oppongono a Maduro ed alla rivoluzione bolivariana.

Il Venzuela si conferma quindi un paese dove è stato possibile in passato e quindi può essere di nuovo possibile in futuro procedere verso una economia di stampo socialista dentro un processo di consenso democratico. Anche per questo Maduro, che resta sino al 2017 legittimo presidente del Venezuela, ha confermato il proprio personale impegno massimo a continuare i progetti sociali del Paese ed ha indicato la necessità impellente di migliorare l’efficacia del Governo e del processo rivoluzionario nel dare risposte alle esigenze della popolazione.

La Costituzione venezuelana voluta da Chavez prevede un bilanciamento tra i poteri dello Stato che oggi dovranno trovare un nuovo equilibrio. Questo sarà possibile se le forze che oggi sono maggioranza in Parlamento non tenteranno una spallata, magari con l’appoggio esterno degli USA, ma accetterano di svolgere il proprio ruolo nella legalità.

Resta il dramma di un paese che ha dovuto subire una aggressione esterna ed interna che ha sfiancato la popolazione. La guerra economica fatta di serrate, penuria indotta, speculazione finanziaria e contrabbando è un nemico molto difficile da vincere per uno Stato che resta in gran parte dipendente dalla rendita petrolifera. Non a caso quindi Maduro ha indicato la priorità di dare corso ad una rivoluzione economica e produttiva che crei le condizioni di una vera indipendenza e metta il Venezuela al sicuro dalla guerra economica in corso.

Ci auguriamo che il Venezuela sia capace di reagire alla situazione che si è determinata e trovare al suo interno le forze perché una battuta d’arresto si trasformi nella occasione per affrontare con ancora più determinazione i problemi strutturali, politici ed economici, che minacciano il futuro di quel paese e non solo. Ciò che è in gioco infatti non è solo il destino del Venezuela ma tutta quella costruzione politica che ha portato negli scorsi 10 anni l’intera America Latina a liberarsi dall’oppressione esterna riconquistando sovranità e dignità.

La contro-rivoluzione al servizio degli interessi del capitalismo finanziario minaccia tutti i popoli in tutto il mondo. Oggi queste forze hanno colto un’altra vittoria ma la lotta continua.

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