Ripudio del debito: l’Ecuador è riuscito a imporsi sulla debitocrazia

Correa_1di Carlos Játiva – Le Monde Diplomatique

L’Ecuador è stato il paese sudamericano che destinava la maggior parte del suo bilancio al pagamento del debito sovrano. Nel 2005, Quito utilizzò il 40% del bilancio pubblico per pagare gli interessi sul debito mentre gli investimenti in sanità e istruzione furono ridotti al 15%. Vennero soddisfatti in primo luogo i creditori stranieri, a scapito dei bisogni fondamentali della popolazione. Un indebitamento illeggittimo, dipendenza economica e finanziaria, aumento delle disuguaglianze, costituivano le principali caratteristiche di quell’Ecuador

Al momento del suo insediamento, nel gennaio 2007, Rafael Correa lanciò una «Revolución Ciudadana» mirante all’intergrazione, la solidarietà e l’equità. Per raggiungere tali obiettivi, fu necessario prendere il potere al fine di trasformalo in potere popolare, per trasformare le strutture esistenti, dal momento che il vero sviluppo è possibile solo attraverso la modifica dei rapporti in seno alla società.

Correa optò per la strada alternativa, decidendo di dedicare i fondi statali alla spesa sociale e produttiva, riducendo in maniera significativa la percentuale di bilancio statale destinata al pagamento del debito estero. La realizzazione di questa politica è stata possibile, in gran parte, grazie ai risultati dell’audit sul debito estero e al rifiuto del debito considerato illeggittimo. Per raggiungere questo obiettivo, l’Ecuador dovette percorrere un cammino irto di ostacoli.

Nel periodo 1982-2006, il debito estero non fece altro che lievitare. Le leggere ‘correzioni’ derivanti da diverse cancellazioni e rinegoziazioni non riuscirono ad arginare la sua vertiginosa ascesa, da 241 miliardi di dollari a 17000 miliardi di dollari nel 2006.

Questa piaga fu trasformata in uno strumento di dominio e saccheggio dei paesi debitori, concepito dai paesi creditori e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Inoltre, Quito trasferì miliardi di dollari agli organismi multilaterali come Banca Mondiale, Banca Interamericana di Sviluppo, Banca di Sviluppo dell’America Latina, Fondo Monetario Internazionale. Ma il suo debito aumentò.

Il Presidente Correa si impegnò a porre fine a questo circolo vizioso del rimborso del debito. A tal proposito creò la ‘Comisión para la Auditoría Integral del Crédito Público’ (CAIC). Sulla base dei risultati della verifica, l’Ecuador rinegoziò il pagamento del debito estero. Decidendo di non provvedere al pagamento di quei debiti contratti in maniera fraudolenta, da cui il popolo non ebbe alcun beneficio, e intraprendere azioni legali contro i responsabili dell’indebitamento.

La posizione di Correa fu chiara: il debito estero sarà rimborsato nella misura in cui non pregiudichi lo sviluppo nazionale. Posizione che non esclude la possibilità di una moratoria, se la situazione economica esige.

Si arrivò così alle sesta rinegoziazione, nel novembre del 2008. Rafael Correa propose una ristrutturazione del debito, non per mancanza di denaro, ma perché vi erano prove di illegittimità del debito. Il Presidente Correa, inoltre, segnalò che la rinegoziazione avrebbe dovuto tenere conto non solo delle esigenze dei creditori, ma anche di quelle del Governo, in particolare tenendo conto della capacità contributiva del paese, dopo aver soddisfatto le necessità sociali del popolo.

Questo atteggiamento sovrano del Governo risponde a precise disposizioni contenute nella nuova Costituzione ecuadoriana approvata nel 2008 con suffragio universale.

Con la Revolución Ciudadana, l’Ecuador è riuscito per la prima volta a trovarsi in una situazione che gli permette di distribuire adeguatamente reddito e ricchezza, promuovere la produzione nazionale, l’integrazione regionale, il rispetto dei diritti dei lavoratori e la stabilità economica.

Grazie alla crescita economica e a una gestione responsabile delle finanze, il debito pubblico in rapporto al PIL è sceso al livello più basso nella storia. L’Ecuador è riuscito a imporsi sulla debitocrazia. E adesso non è più in vendita.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Fidel nell’85: «Il debito estero è un meccanismo di estorsione»

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Nel 1985 il Comandante della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, affermava che se i governi non avessero agito in maniera congiunta, attaccando il problema alla radice, il debito estero che le nazioni latinoamericane avevano contratto con gli istituti finanziari nordamericani, si sarebbe convertito in un’ipoteca eterna, insostenibile e impagabile.

«Noi diciamo: è impagabile. Non può essere pagato per ragioni matematiche, economiche. Noi diciamo anche: è impossibile politicamente. I governi non sono nelle condizioni, in nessun paese dell’America Latina, di applicare queste misure (dall’alto costo sociale) del Fondo Monetario Internazionale», queste le parole pronunciate da Fidel Castro in occasione dell’incontro sul debito estero dell’America Latina e dei Caraibi, che ebbe luogo il 5 agosto del 1985 a L’Avana.

Il Comandante cubano definì il debito estero un cancro «che si moltiplica, invade l’organismo e lo uccide; che richiede un’operazione chirurgica».

«L’imperialismo ha creato questa malattia, l’imperialismo ha creato questo cancro che dev’essere estirpato chirurgicamente, totalmente. Non vedo altra soluzione», spiegò nel suo discorso.

Per Castro la soluzione a questo male non risiede solo nell’abolizione o nella cancellazione del debito, ma necessita dell’unione dei popoli in via di sviluppo, per poter far fronte all’imperialismo e ai suoi intenti di dominio e sfruttamento.

«Noi proponiamo due cose correlate: l’abolizione del debito e la creazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale».

«È importante essere consapevoli – ha poi spiegato Fidel – che questa non è una lotta solo dell’America Latina, ma di tutto il Terzo Mondo. Abbiamo gli stessi problemi, ma l’America Latina può guidare questa lotta. Perché ha sviluppo sociale, più sviluppo politico; una migliore struttura sociale, milioni di intellettuali, professionisti, decine di milioni di operai, contadini, un alto livello di preparazione politica».

Trent’anni dopo questo discorso, l’America Latina e i Caraibi hanno unito i loro sforzi per promuovere l’unione tra i popoli, e possono fare affidamento su meccanismi d’integrazione e cooperazione, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nuestra America (ALBA), l’alleanza energetica Petrocaribe, che permettono di accrescere lo sviluppo sociale, politico, economico e culturale della regione.

Cooperazione che contrasta con la situazione in cui versa il continente europeo, dove le nazioni che compogono la Zona Euro, hanno imposto alla Grecia una serie di riforme del lavoro e delle pensioni, così come privatizzazioni per oltre 50 miliardi di euro, come condizione per un nuovo salvataggio della sua economia.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Argentina: «Crisi in Grecia come la nostra»

Argentina-Cristina-Kirchner_LPRIMA20150327_0141_24da Telesur

Il capo di gabinetto dell’Argentina commenta la situazione nel paese ellenico dopo il rifiuto opposto dal governo alle imposizioni della Troika

Il capo di gabinetto dei ministri argentino, Aníbal Fernández, ha criticato le imposizioni avanzate dalla Troika alla Grecia e definito la crisi dello stato ellenico molto simile a quella vissuta dal suo paese.

«La crisi in Grecia è molto simile a quella del nostro paese (anno 2001). Per prima cosa voglio esprimere piena solidarietà al popolo greco e al suo governo che sta agendo di conseguenza, evitando di complicare la situazione», ha dichiarato Fernández ai mezzi di comunicazione.

In riferimento alla decisione del primo ministro greco, Alexis Tsipras, che ha deciso di chiudere le banche per arginare la fuga di capitali, il funzionario governativo ha osservato che «la situazione si era complicata, lo hanno obbligato a una decisione quasi di non ritorno».

A tal proposito, ha criticato la posizione assunta dai creditori della Grecia, i quali hanno richiesto ulteriori tagli alle pensioni e riduzione della spesa pubblica. Misure che, secondo Fernández, complicherebbero la situazione economica della Grecia.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

La Grecia minaccia uscita dall’Euro-gruppo per piegare la Troika

varoufakisdi Achille Lollo* da Roma (Italia)

CRISI- Sono dieci mesi che il primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, tentano di negoziare con l’FMI, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea nuove forme per il pagamento del debito e un aiuto straordinario del valore di 7,2 miliardi di euro.

Settimane fa, nel concedere una rapida intervista collettiva sulle scale del suo ministero, Nikos Voutsis, il ministro degli Interni della Grecia, è stato il primo a dichiarare che il paese va in direzione della bancarotta.

A giugno, la Grecia dovrà pagare all’FMI quattro quote del suo debito, per un totale di 1,6 miliardi di euro. Un valore che non sarà pagato, perché non abbiamo questi soldi. La Grecia solo avrà come pagare se si concretizzerà un accordo tra l’FMI, la Banca Centrale Europea (BCE) e la Grecia. In pratica, ancora esiste un certo ottimismo e crediamo che sia possibile concludere un accordo che permetta al nostro paese di respirare e allo stesso tempo onorare gli impegni del debito.”

Voutsis ha poi concluso il suo intervento ricordando che “… il nostro governo è determinato ad affrontare la strategia dei nostri creditori, che è la strategia dell’impiccagione. La Grecia non può più sopportare la politica di estrema austerità e di disoccupazione di massa. Per questo, non desisteremo da questa battaglia…”.

Le parole di Nikos Voutsis hanno anticipato in poche ore la dichiarazione ufficiale del governo greco che il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, ha presentato allo stupefatto speaker della BBC, Andrew Marr. Nelle sue parole, Varoufakis ha ricordato che il governo greco, in questi dieci mesi, ha fatto di tutto per negoziare e definire un accordo con le istituzioni finanziarie internazionali che, in risposta, hanno mantenuto sempre la posizione iniziale. “… Per questo, voglio ricordare” – ha sottolineato il ministro greco — “… che negli ultimi quattro mesi la Grecia, oltre a gestire da sola, senza nessun aiuto, il pagamento dei salari e delle riforme, ha dovuto dirottare il 14% del suo PIL per rispettare gli impegni con i creditori internazionali. Se questo non cambierà, il governo della Grecia non avrà più condizioni di onorare gli impegni del debito…”. Ha poi terminato con una drammatico allarme: “… Il nostro governo ha già fatto la sua parte, tuttavia, se questa situazione persistesse, saremo obbligati a uscire dall’Euro-gruppo, il che, a mio vedere, sarà una soluzione catastrofica non solo per la Grecia, ma anche per l’Unione Europea, visto che questo fatto rappresenterà l’inizio della fine del processo della moneta unica europea”.

 

 

I mercati

Di fronte a un possibile default della Grecia, i mercati non hanno reagito come il primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, credevano che sarebbe successo. Ci sono state, è vero, delle variazioni nelle borse valori che, d’altra parte, non hanno incendiato le redazioni e i gabinetti delle cancellerie europee.

Secondo i porta-voci delle “eccellenze” del mercato, questa apparente calma non è casuale, dal momento che la decisione del governo greco era, in realtà, attesa dopo l’ultimo incontro realizzato nella capitale dell’Estonia, Riga, tra il primo ministro greco, la prima ministra della Germania, Angela Merkel, e il presidente della Francia, François Hollande. A Riga, il giovane primo ministro greco ha ricevuto un brutale ultimatum dalla Merkel, che, parlando a nome dell’Unione Europea, ha dichiarato che non credeva più alle promesse del governo greco.

Merkel ha sentenziato che: “… L’aiuto promesso dalla Banca Centrale Europea, per il valore di 7,2 miliardi di euro, sarà concesso solamente dopo la realizzazione delle riforme definite anteriormente con la Commissione Europea …”.

Bisogna sottolineare che in questa riunione non era presente il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker, che, secondo i porta-voce delle “eccellenze” del mercato, sarebbe stato “troppo condiscendente con Tsipras sulle proposte di revisione del debito greco”. Anche così, c’è chi assicura che l’esclusione di Jean-Claude Junker è stato uno stratagemma diplomatico della Merkel, visto che “qualcuno” dovrà riprendere il dialogo dopo che il governo greco ha dichiarato che uscirà dall’Euro-gruppo.

Il futuro dell’U.E.

Nei giorni seguenti l’annuncio del governo greco, i media main-stream, al posto di analizzare le conseguenze monetarie e finanziarie che il futuro default della Grecia potrebbe provocare nei paesi europei, hanno scelto di speculare sul futuro politico dell’Unione Europea (UE), visto che, in Spagna, il partito Podemos ha vinto il comune di Barcellona e tutto porta a credere pure quello di Madrid; il governo britannico pretende di fissare nel 2016 il referendum “BRITEX” per definire se il Regno Unito deve o no rimanere nell’Unione Europea; mentre in Polonia, il partito populista – abbastanza ostile ai tecnocrati di Bruxelles, ha vinto le elezioni presidenziali.

Non c’è dubbio che, se il primo ministro greco firmerà, il giorno 3 giugno, il decreto-legge che sanziona l’uscita della Grecia dall’Euro-gruppo e la ripresa dell’antica moneta greca, la dracma, l’ immagine politica dell’Unione Europea dovrà soffrire alcune conseguenze. Ma saranno solo smagliature, visto che il debito della Grecia, in totale, è di solo 320 miliardi di euro. Un valore che potrà essere coperto dai principali paesi dell’UE con estrema facilità, anche perché la maggior parte di questo debito già è sotto il controllo dell’FMI e della BCE. Questo significa che nessuna banca privata europea o mondiale andrà a soffrire con la bancarotta della Grecia.

Per esempio, il governo italiano che, nel 2012, ha comprato titoli sovrani della Grecia per un valore di 40 miliardi di euro, ufficialmente, andrà a perdere questi soldi. Tuttavia, questa perdita sarà recuperata in un prossimo futuro con l’entrata in vigore del “Prestito Salva-Stati” della BCE, nel caso che le negoziazioni dovessero piegare definitivamente il governo di Alex Tsipras. Prestito questo, che il presidente della BCE, Mario Draghi, già ha nei cassieri della BCE e che sarà “offerto” al governo greco solamente quando lo stesso si sottometterà, accettando di implementare tutte le “riforme” che la Troika (FMI, BCE e UE) ha definito nel 2011. Cioè: la privatizzazione dei “gioielli” dello Stato greco, il taglio del sistema pensionistico, la riduzione della burocrazia pubblica (si parla di disoccupazione definitiva per quasi 5.000 persone) e l’apertura dell’economia agli investitori, in particolare alle transnazionali petrolifere, interessate a sfruttare, in regime di esclusività, l’off-shore del Mar Egeo.

Pertanto, dal mese di aprile, tutto il mondo già sapeva che il governo greco non sarebbe stato più in condizioni di pagare all’FMI la quota di 750 milioni di euro che scade a giugno. In più, c’era la piena certezza che la Banca Centrale della Grecia, nel mese di maggio, non avrebbe avuto più risorse per pagare i salari degli impiegati statali e delle riforme, nel caso che, il giorno 5 giugno, restituisse all’FMI una quota di 300 milioni di euro, assumendo l’impegno di depositare il resto dopo poco.

Alex Tsipras

Molto probabilmente, la drammatica situazione della Grecia sarà valutata anche nella prossima riunione del G7, quando gli U.S.A. e la Germania potranno proporre agli Stati del G7 una “colletta” per coprire i debiti della Grecia, che, in realtà, interessano appena l’FMI, il quale, da parte sua, non può apparire come il “perditore politico dello scontro con il governo di sinistra della Grecia” e, allo stesso tempo, essere considerato “il benefattore dei Greci”.

In realtà, l’andamento e la qualificazione delle negoziazioni con la Troika dipendono dal chiarimento che deve essere fatto in seno al partito Syriza, soprattutto da parte del gruppo dirigente legato al primo ministro Alexis Tsipras. Infatti, il problema è prima di tutto politico, visto che una consistente minoranza (30%) del partito Syriza non accetta le imposizioni della Troika e il 59% della popolazione pure rifiuta il trattamento che i creditori internazionali pretendono di imporre al popolo greco.

Alex Tsipras ha promesso ai Greci che non avrebbe mai accettato le regole del Memorandum del 2011 ed è stato con questa promessa che Syriza ha vinto le elezioni. D’altro canto, non possiamo dimenticare che la caduta della produttività a quasi il 28% ha fatto esplodere la disoccupazione, che è arrivata al record europeo del 29% – con il 50% di questa massa rappresentata da lavoratori giovani tra i 18 e i 38 anni. Di modo che, in conseguenza di ciò, il 12% della popolazione già vive in regime di povertà assoluta e il 32% sprofonda nella miseria, non riuscendo più a pagare gli affitti, le bollette della luce e della fornitura dell’acqua e del gas.

Di fronte a questo drammatico scenario socio-economico, nel caso che Alex Tsipras accetti le “riforme” del Memorandum del 2011, difficilmente il partito Syriza continuerà unificato. In questo caso, l’ampliamento della coalizione con la partecipazione delle vecchie volpi uscite dal PASOK (il partito social-democratico che ha firmato il Memorandum del 2011) potrà evitare nuove elezioni, tuttavia, non potrà evitare lo scioglimento politico del partito Syriza e del proprio Tsipras.

Un altro elemento che preoccupa abbastanza il gruppo dirigente di Syriza è la reazione dei comunisti del KKE e delle confederazioni sindicali, nel caso che il governo privatizzi il porto del Pireo e tutte le altre imprese pubblicche, provocando un’ondata di licenziamenti.

Un contesto che potrà essere sfruttato anche dalla destra fascista (Alba Dorata), il cui apparente anti-europeismo è l’anti-sala della soluzione golpista, con la quale le “eccellenze del mercato” potranno ristrutturare lo Stato secondo i loro interessi e seppellire definitivamente i comunisti e la sinistra greca. Un film che già abbiamo visto nel 1968!

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del Correio da Cidadania.

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO) Conferenza del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa a Milano

a cura di Davide Matrone (Quitolatino)

Il Presidente dell'Ecuador Rafael Correa all'Università degli Studi di Milano_ 15 nov. 2012

Il Presidente dell’Ecuador Rafael Correa all’Università degli Studi di Milano 15 nov. 2012

Dal pubblico prima dell’intervento :”Viva l’Ecuador”, applauso

Signor Marcelo Fontanesi, rettore dell’Università degli studi di Milano Bicoccia, non so se si pronuncia cosi….(risate dal pubblico) Bicocca. C’è la traduzione simultanea vero?

Devo chiedere scusa ai traduttori perché io sono il torturatore dei traduttori perché parlo troppo rapido per questo spero che mi possano seguire e se parlo rapidamente mi fate un segno non molto volgare se è possibile (risate dal pubblico).

Bene, signori funzionari di questa università, rappresentanti accademici, delegati dell’Ecuador e soprattutto a voi cari studenti, vedo tra l’altro molti connazionali presenti (applausi dal pubblico).

Prima di tutto vi rivolgo le mie scuse per i 35 minuti di ritardo che abbiamo avuto. Siamo venuti direttamente dall’aeroporto. E’ sempre faticoso programmare tutto in poco tempo e basta che ci sia il vento contrario per avere ritardi cosi lunghi. Spero che questo non contribuisca all’immagine dell’impuntualità del latinoamericano (risate dal pubblico). La rivoluzione che si vive in Ecuador è anche la rivoluzione della puntualità. Se voi andate lì e c’è una cerimonia alle 10 della mattina a quell’ora comincerà. Quindi anche in questo senso stiamo rompendo con queste brutte abitudini e ora stiamo rompendo con lo stereotipo che ha lo straniero sulla puntualità latinoamericana.

In secondo luogo vorrei dirvi che per me è un piacere essere qui. Come diceva il Rettore nella sua presentazione, io vengo dall’Università come professore più come Presidente. Tutte le volte che ritorno all’Università realmente si rinnova l’alma, si riempe il cuore d’energia. La politica è molto dura e c’è una grande contraddizione rispetto a questo mondo. Mentre nell’Università firmare qualcosa non fatto personalmente da voi è la cosa peggiore che possa succedere, in politica invece questo aspetto è qualcosa di quotidiano.

Mentre per l’Università il peccato capitale è non dire la verità, in politica a volte il peccato capitale è dire la verità. Per questo motivio siamo dei politici molto atipici perché diciamo sempre la verità. Speriamo di dire anche la verità di quello che ha vissuto l’Ecuador e di molte cose che si sono superate e che probabilmente ora sta vivendo l’Europa.

Non vogliamo ovviamente entrare nelle vicende interene della politica nazionale Italiana, della Spagna o quella dell’UE però crediamo che l’esperieza sulla crisi, sul debito, di come l’abbiamo affrontato e di quello che ha vissuto il sud america può essere per i tempi attuali importante per l’Europa.

Prima di cominciare con la mie esposizione, vorrei farvi un caldo invito affinché veniate a visitare l’Ecuador. Un paese meraviglioso come l’Italia. Probabilmente l’Ecuador ha molto da offrire in quanto a bellezze naturali, invece l’Italia ha molto da offrire in quanto a storia, a cultura. Il suo patrimonio è di tutta l’umanità e come non menzionare Firenze, Venezia, la stessa Milano con il suo Duomo, le città di Brescia e di Bergamo che molte volte non appaiono nemmeno nelle guide turistiche. La città di Concesio in provincia di Bergamo dove è nato Paolo VI e la stessa Bergamo con il suo bellissimo centro storico e se non mi sbaglio è la stessa città che ha dato i natali a Papa Giovanni XXIII se la memoria non mi manca.

Dal pubblico :”si, si”

E’ che l’alzaimer non mi ha colpito totalmente. (risate dal pubblico).

L’Ecuador ha delle meraviglie da offrire. Per esempio è un paese multiculturale e plurinazionale. Abbiamo 14 nazionalità indigene. Abbiamo 4 regioni naturali totalmente differenti : la Costa, l’Amazzonia, la Sierra e le Isole Galapagos uniche nel mondo. Questo ci permette e vi permette in 7 giorni di visitare tutta l’America Latina, le montagne, le spiagge e l’amazzonia nella Metà del mondo. Noi abbiamo molta attenzione a curare questa natura perché l’Ecuador inoltre è un paese mega diverso, ma è il paese più compatto di tutti i paesi mega diversi della Terra in appena 256.000 km quadrati.

Yasuni in Ecuador

Yasuni in Ecuador

In Ecuador potete trovare molte cose per esempio: siamo primi al mondo come numero di vertebrati, il terzo paese per la presenza di anfibi, il quarto al mondo per la presenza di uccelli ed il quinto per la varietà di farfalle. Non voglio stancarvi e annoiarvi con questa lunga lista e tutto questo nel secondo paese più piccolo dell’America del Sud però nello stesso tempo questo è un vantaggio perché è tutto a portata di mano.

Come già detto, abbiamo molta attenzione nel curare la nostra biodiversità, per questo che il 22% del nostro territorio è rappresentato da parchi e riserve naturali. Inoltre abbiamo città molto belle come Quito e Cuenca che sono patrimonio culturale dell’umanità dichiarate dall’UNESCO. Quindi per tutti voi c’è questa opportunità di godere di queste bontà, della nostra gastronomia e dell’amabilità della nostra gente.

Il debito

Ora andiamo a parlare un pò della storia del debito ecuadoriano e magari vi serva per trarre delle conclusioni in merito alla crisi che sta vivendo l’Italia e tutta l’Europa, ovviamente con le dovute differenze del caso.

Già nel 1927, cari giovani, Alexander Sax sviluppò il concetto di debito ingiusto o debito odioso e la caratterizzava in base a tre condizioni

1_il Governo riceve e approva un prestito senza riconoscimento dei cittadini, questo è quello che è accaduto in America Latina. Il grave problema del debito negli anni ’80 fu il frutto dell’indebitamento aggressivo degli anni ’70 realizzato dalle dittature miitari.

2_ Il prestito si realizza per attività non utili per il popolo come nel caso dell’aquisto di armamenti.

3_ Colui che presta conosce tale situazione però non gli importa, cioè che ci sono responsabilità nel ricevere il prestito come di restituirlo.

La stessa Spagna che fa parte fu creditrice nel 1898, all’idomani della guerra Hispano – Americana, quando gli USA proposero che Cuba non pagasse il debito alla Spagna perché considerato un debito ingiusto. Nel 1948 dopo la II guerra mondiale, e questo è importante, la Germania fu il paese che decise di non pagare gran parte del suo debito in base alla nuova Riforma monetaria post – guerra.

Nel marzo 2003, dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli USA appoggiata in quel caso dall’Europa, il Segretario del Tesoro degli USA convocò i suoi omologhi del G8, (i paesi più potenti del mondo) per dichiarare il debito dell’Iraq come un debito ingiusto con la proposta di condonare l’80% del suo debito.

Dunque in questo senso una corrente importante del pensiero economico latinoamericano mondiale ha sviluppato il concetto di debito illegittimo il quale è servito di appoggio per sviluppare una politica economica, come nel caso dell’Ecuador, che vogliamo condividere con voi.

Il Generale Eloy Alfaro Delgado

Il Generale Eloy Alfaro Delgado

L’Ecuador, come molti paesi del Sud America, è nato indebitato. Il Generale Eloy Alfaro Delgado lider della Rivoluzione Liberale che si realizzò alla fine del 1800 in Ecuador qualificò come debito gordiano il debito inglese, il debito dell’Indipendenza. L’Inghilterra finanziò l’indipendenza dei paesi latinoamericani, che erano colonie spagnole, perché si trovava in guerra contro la Spagna. Questo debito si è finito di pagare solo all’inizio degli anni ’70. Però nel 1896 il Generale Alfaro impose una sospensione unilaterale del debito fino a quando non si fosse ottenuta una riparazione equitativa e oneroso con i titolari di bonus. La storia del debito estero, che si è convertito in bedito eterno, continuò ne tempo ed insisto questo debito dell’indipendenzia si è estinto solo negli anni ’70 e l’Ecuador ha conseguito la sua indipendenza nel 1830.

cotinua…..

L’intervento del Presidente della Repubblica dell’Ecuador all’Università degli studi di Milano Bicocca. Traduzione in Italiano 1 PARTE…

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