Ecosocialismo in Venezuela: dal ventre della Madre Terra

Venezuela's President and presidential candidate Hugo Chavez speaks in the rain during his closing campaign rally in Caracasda Correo del Orinoco

La recente creazione del Ministero per l’Ecosocialismo e le Acque ribadisce la volontà della nostra Repubblica Bolivariana del Venezuela di mettere in pratica l’Ecosocialismo come un principio irrinunciabile, in accordo con il nostro modello politico di inclusione sociale

Ogni anno, il 22 di aprile si celebra la Giornata della Terra, un’iniziativa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il Governo Rivoluzionario del Venezuela, attraverso il 5° Obiettivo del Plan de la Patria – parte essenziale dell’eredità del Comandante Eterno Hugo Rafael Chávez Frías – concentra il suo interesse nel contribuire alla conservazione della vita sul pianeta e alla salvezza della specie umana. A tal fine è necessario costruire e promuovere il modello economico produttivo eco-socialista, basato sul rapporto armonico tra l’uomo e la natura, che garantisce l’uso e la gestione razionale, ottimale e sostenibile delle risorse naturali, nel rispetto dei processi e dei cicli natura.

La salvaguardia delle nostre risorse idriche, la protezione dei bacini idrici, il rispetto per Madre Natura, l’equilibrio dei suoi ecosistemi, sono tutti obblighi fondamentali per la creazione di una nuova cittadinanza socialista – una nuova etica socio-produttiva – che affonda le sue radici negli insegnamenti dei nostri popoli ancestrali. Solo così possiamo superare il modello predatorio capitalista che ha posto l’umanità di fronte a limiti insostenibili.

La nostra visione ecosocialista trascende gli ambiti nazionali, perciò l’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblos (ALBA-TCP) e la Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe (CELAC) dovrebbero garantire la tutela degli interessi regionali di fronte alle nuove forme di dominio e dipendenza che possono emergere dall’imposizione egemonica dei paesi sviluppati nella gestione delle risorse naturali.

Vediamo la questione ambientale come parte integrante della sovranità: la gestione ambientale del nostro territorio, e delle aree ecologiche di interesse comune che condividiamo con i paesi vicini, dev’essere esercitata in accordo al diritto internazionale. E così tanti altri aspetti di un tema tanto delicato da cui dipende la sopravvivenza dei nostri popoli, legata alla cura del fragile equilibrio dei nostri ecosistemi e la biodiversità che li caratterizza.

La recente creazione del Ministero del Potere Popolare per l’Ecosocialismo e le Acque ribadisce la volontà della nostra Repubblica Bolivariana del Venezuela di mettere in pratica l’Ecosocialismo come un principio irrinunciabile, in accordo con il nostro modello politico di inclusione sociale, che ha rivendicato il diritto della classe operaia e contadina, ad assumere il suo ruolo partecipativo fondamentale.

Tra gli elementi che la nostra patria ha integrato per la necessaria creazione di una cultura rivoluzionaria, troviamo il salvataggio dei valori ancestrali dei nostri popoli; il rapporto di venerazione per la Madre Terra; il culto rispettoso dei cicli naturali; l’adorazione delle acque; il rispetto per tutte le specie viventi con cui condividiamo l’esistenza; l’amore per le piante: guaritrici dei nostri disturbi.

L’Ecosocialismo in Venezuela è l’eredità di Hugo Chávez, uomo di origine contadina, il cui messaggio ci ha sempre portato la voce profonda della Madre Terra.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Debito ecologico: l’Ecuador mette i paesi ricchi di fronte alle proprie responsabilità

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di Fabrizio Verde

21nov2013.- Con ancora negli occhi le tremende immagini di morte e distruzione provenienti dalle Filippine, hanno raggiunto Varsavia per la 19° Conferenza degli Stati Membri della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e del Protocollo di Kyoto, le delegazioni di 195 paesi, riunitesi al fine di delineare una strategia comune di salvaguardia dell’ambiente e per giungere a una significativa riduzione dell’emissione dei gas serra entro l’anno 2020.

Un incontro non decisivo, ma propedeutico, al Summit dei Capi di Stato in programma a Lima nel settembre del 2014 e alla successiva Conferenza di Parigi (2015) dove presumibilmente verrà stretto un accordo giuridicamente vincolante sull’emissione dei gas serra. Tra le delegazioni presenti si è distinta quella ecuadoriana – guidata dal Ministro dell’Ambiente Lorena Tapia – per la nettezza delle posizioni espresse e la «sfida» lanciata alle nazioni industrializzate attraverso la proposta delle Emissioni nette Evitate (ENE).

L’Ecuador mette i paesi ricchi di fronte alle proprie responsabilità. La proposta dello stato andino prevede che vi siano compensazioni economiche e benefici oltre al trasferimento di tecnologie – per scongiurare l’aumento delle emissioni in atmosfera dei gas serra – a quei paesi in via di sviluppo che s’impegnano a ridurre le quantità di sostanze inquinanti prodotte. Insomma, l’Ecuador ripropone lo stesso meccanismo ideato per il progetto Yasuni-ITT dove si è ancora una volta evidenziata la grande ipocrisia dei paesi ricchi. Quegli stessi paesi che hanno un immenso debito ecologico da saldare con le popolazioni mondiali, ma nessuna intenzione di far seguire agli impegni e alle belle parole spese in difesa dell’ambiente i conseguenti atti necessari. A partire dallo stanziamento risorse economiche.

«L’impostazione della nostra proposta prevede, per quei paesi in via di sviluppo come il nostro – spiega il Ministro dell’Ambiente Lorena Tapia secondo quanto riportato dal quotidiano ‘El Telegrafo’ – la possibilità di ricevere benefici economici e trasferimenti di tecnologia e capacità per evitare l’emissione di gas serra».

Secondo i rappresentanti dello stato guidato da Rafael Correa le risorse economiche necessarie a concretizzare la proposta dovrebbero essere attinte dal Fondo Verde per il Clima dell’Onu (Green Climate Found) istituito in seguito al Vertice di Copenhagen del 2009, dove i paesi industrializzati si erano i impegnati al suo finanziamento. Il fondo dovrebbe essere finanziato con 6 miliardi di dollari all’anno, ma a tutt’oggi le risorse disponibili sono pari a zero.

«Il cambiamento climatico – spiega il funzionario ecuadoriano Daniel Ortega – comporta una responsabilità storica, il debito ecologico è il risultato di un modello di sviluppo e accumulazione della ricchezza insostenibile, dove l’ambiente è stato percepito come un inghiottitoio».

Posizione peraltro appoggiata dalla delegazione venezuelana guidata da Claudia Salerno – facente parte insieme all’Ecuador e altri paesi in via di sviluppo del G77+China – «famosa» per aver battuto così vigorosamente la mano sul tavolo nel tentativo di farsi ascoltare, durante il vertice del 2009 a Copenhagen, fino a farla sanguinare. «Quando vedete paesi sviluppati così avventuristi – ha dichiarato la funzionaria venezuelana – da affermare di non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di una diminuzione delle emissioni, e di non voler pagare i costi che le loro omissioni in materia ambientale hanno sulle vite degli altri, questo è davvero un comportamento rozzo e molto complicato da maneggiare politicamente».

Sin pobreza ma con naturaleza. Ancora una volta l’Ecuador si conferma come un paese all’avanguardia per quanto riguarda l’ambiente e diritti della natura, che giova sempre ricordarlo lo stato andino ha inserito nella propria costituzione. Caso unico, in un mondo dominato dalla ricerca spasmodica del massimo profitto.

Ad ogni modo, come ha più volte ricordato il presidente Rafael Correa, l’Ecuador continua a lavorare alacremente per sradicare in maniera definitiva la povertà: così i proventi dallo sfruttamento dell’uno per mille del parco Yasuni, nonostante le critiche strumentali di certi settori minoritari dell’ambientalismo estremo, saranno destinati a questo scopo. «Non faremo morire di fame la nostra gente – affermò Correa – per supplire all’irresponsabilità dei contaminatori globali. Andiamo a sfruttare il blocco ITT con la massima responsabilità sociale e ambientale, per superare più rapidamente la povertà».

Inoltre bisogna ricordare che in Ecuador è in atto il cambiamento della matrice produttiva e la nazione si avvia sempre più verso un utilizzo maggiore delle fonti di energia pulita, in luogo dei combustibili di origine fossile. Nell’Ecuador della Revolucion Ciudadana i diritti sociali avanzano rapidamente, così come si fanno passi da gigante nella salvaguardia dell’ambiente, come dimostra in maniera lampante la forte campagna legale e di denuncia intrapresa contro la multinazionale Chevron che in Amazzonia ha prodotto una vera e propria devastazione ambientale.

 

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