Venezuela: massacro in Barinas contro militanti rivoluzionari

di CRBZ

Comunicato della Corrente, 28Lug2019.- La corrente rivoluzionaria Bolivar e Zamora e le brigate di difesa popolare Hugo Chávez intendono denunciare davanti al paese e al mondo l’assassinio di sei compagni del nostro movimento, da parte di un gruppo armato non ancora identificato, presumibilmente mercenari pagati da settori della destra proprietaria terriera della zona.

I compagni uccisi sono: Eudes Yorkley Rojas, CI 17357016; Manuel J. Cordero Benítez CI 27628648; Alexi Ontiveros Mora, CI 26928273; Eudes Rojas Peña, CI 2051746; Kevin Navas Rodríguez, CI 23007086; Milaidy Navas González.

Il fatto si è verificato sabato 27 luglio alle 10,30, nel settore Km 12 della strada di attraversamento della Riserva di Ticoporo nel comune di Sucre, stato di Barinas, dove i compagni appartenenti alle BDP stavano riparando una motocicletta.

Il modus operandi consente di dedurre che il codardo attacco è stato effettuato da una squadra con addestramento militare, presumibilmente composta da elementi del paramilitarismo colombiano, ex- poliziotti venezuelani e criminalità comune.

Va ricordato che, in questi giorni, le cosiddette forze di autodifesa venezuelane hanno attaccato unità militari delle FANB, sistematicamente minacciando le forze di sicurezza e i militanti chavisti. Questo, come parte dei piani di intervento imperiale sulla nostra patria. Il fatto che l’operazione sia stata diretta da una donna con un accento colombiano ci dà sostegno per affermare quanto sopra.

Come Corrente e come BDPHCH, chiediamo indagini con la massima velocità possibile, che portino al chiarimento dei fatti e alla punizione dei responsabili materiali e intellettuali. Facciamo affidamento sulle capacità dei nostri organi di indagine giudiziaria ma continueremo la lotta, denunciando e mobilitandoci, per chiedere che questi omicidi non rimangano impuniti.

Diciamo agli assassini che non ci faremo intimidire, che come persone siamo umanamente vulnerabili ma spiritualmente siamo fortemente confortati da ciò che il nostro popolo è sempre stato, un popolo coraggioso e invincibile. In ogni situazione, ci troveranno in piedi e determinati. Che non si aspettino clemenza, se agiscono in modo vile e ipocrita. Il braccio della giustizia bolivariana è lungo e fa sempre giustizia.

Mandiamo la nostra solidarietà ai parenti dei compagni caduti in questi momenti difficili. In mezzo al dolore profondo, si sentano orgogliosi del fatto che i loro cari sono caduti come patrioti, come rivoluzionari. Non erano banditi. Saranno eternamente martiri di questo popolo, militanti di una nobile causa, in cui credevano e per la quali hanno offerto la propria vita.

Onore e gloria ai nostri fratelli e alla nostra sorella caduti. Saranno sempre presenti nei nostri cuori e pensieri, in ogni battaglia e ogni giorno di lotta. Sapremo essere degni del loro sacrificio e con loro andremo verso la vittoria definitiva.

Coordinamento Rivoluzionario Nazionale Bolívar e Zamora
 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Mafie agrarie contro il popolo contadino: chi vincerà?

Immagine correlataIntervista a Heber Montilla

7Lug2019.- Nell’aprile 2018, il Presidente Maduro si è pronunciato a favore della lotta dei contadini, in risposta allo sfratto e alle detenzioni nella proprietà “La Magdalena” nello stato di Merida.

“Credo alle parole di un contadino e non a quelle di un burocrate”, ha detto il Presidente.

La settimana scorsa, poco più di un anno dopo il discorso del presidente Maduro, l’ufficio stampa della Corrente Rivoluzionaria Bolivar e Zamora ha parlato con Heber Montilla, leader contadino e coordinatore della Corrente a Sur Del Lago.

Come è cambiata la situazione della lotta per la terra a Sur del Lago, a partire da questa dichiarazione?

La situazione è cambiata molto. C’era preoccupazione, dal momento che Maduro è arrivato al governo, perché si pronunciasse a favore della lotta dei contadini, come ha fatto il presidente Chávez, attraverso “Aló presidente”, da dove ha lanciato la lotta contro il latifondo. Prima che Maduro si pronunciasse a favore dei contadini, c’erano settori della Guardia Nazionale Bolivariana, del SEBIN, del CICPC, dei settori delle forze pubbliche dello Stato, che si prestavano a reprimere i contadini. Insieme a Maduro sono intervenuti anche il Procuratore Generale della Repubblica, la Corte Suprema di Giustizia e il ministro della Difesa. Le forze di sicurezza dello Stato non si prestavano più a queste situazioni di repressione.

I proprietari terrieri, incapaci di contare sulle forze di sicurezza, hanno iniziato ad assumere gruppi armati di sicari. Sono iniziate le minacce e le violenze contro le famiglie contadine.

Ora, stanno usando i tribunali, per intimidire i capi dei contadini. Vengono minacciati di prigione, di subire dei processi. Le corti agrarie della zona vanno sul posto, insieme con l’ufficio del pubblico ministero e la difesa, a intimidire. Andatevene o vi mettiamo in prigione, dicono loro. Questo, in aggiunta alle minacce di violenza, che hanno vissuto l’anno scorso.

Quest’azione combinata di violenza e funzionari corrotti sono le modalità di funzionamento delle mafie agrarie. Chi compone queste mafie?

Non è un allevatore isolato, che assume qualcuno. È una rete, che opera nelle diverse proprietà, che sono in fase di recupero. È composta da tribunali, giudici, pubblici ministeri, alcuni funzionari dell’INTI nazionale e regionale. Gli allevatori sono quelli che assumono, pagano e gestiscono queste mafie. Sono gestite con pagamenti in dollari. Queste mafie hanno pure cercato di comprare i leader contadini.

Gli hanno offerto fino a 10 mila dollari, camion, auto, fattorie, perché questi leader abbandonassero la lotta o la svuotassero di significato. Ci sono alcuni settori contadini che si sono prestati a queste mafie.

Quando i sedicenti leader contadini si pronunciano a favore dei soliti noti nei mass-media e nei social network, si stanno adoperando a favore di queste mafie. Nella guerra contro il latifondo ci sono due attori: il contadino e i proprietari terrieri.

Loro, come proprietari terrieri, sono organizzati, si coordinano, fanno piani. Usano gli stessi metodi nelle diverse fattorie. Ad esempio, il giudice Carmen Rosales non agisce in una singola proprietà ma si adopera in diverse fattorie, dove i contadini stanno recuperando la terra. Lei sentenzia sempre a favore di questi soliti noti. È un ingranaggio di queste mafie. Non appena sono attivati gli interventi da parte dell’Istituto Nazionale Agrario, lei interviene con misure di protezione alla produzione (inesistente) di quei soliti noti, senza nemmeno andare a ispezionare le proprietà. Senza frapporre difficoltà nell’ufficio del tribunale, sottoscrive le protezioni per il bestiame del padrone di casa. Ma quando i contadini vanno a chiedere la protezione dei loro raccolti, perché ciò che vale per il tacchino, dovrebbe valere anche alla femmina del tacchino, no, non si può fare, non esiste.

Sostengono che non abbiamo documentazione di proprietà sulla terra. Ma la legge sulla terra dice che ciò che è decisivo è la produzione, perché la proprietà delle terre non è dei soliti noti, è dello Stato.

Nel caso di Montecarlo, queste mafie hanno fatto pervenire a costei una dichiarazione di fattoria produttiva, attraverso l’INTI e attraverso la corte agraria, ignorando la situazione delle 84 famiglie, che vivono e piantano in quella fattoria. Questo solito noto ha due protezioni, la corte agraria e l’INTI, mentre la fattoria che costui possiede è totalmente improduttiva. Ciò che è produttivo, sono le terre che i contadini lavorano, il 75% della terra. Questo solito noto ha tentato di comprare i leader contadini ma non ci è riuscito, per cui si è attivato presso la corte agraria e l’INTI. Non c’è motivo di accettare una dichiarazione di fattoria produttiva. V’è qui una contraddizione. Le mafie agrarie usano parte delle istituzioni statali per andare contro il contadino e impedirne l’accesso alla terra.

Nel caso della proprietà di Montecarlo si afferma che la comunità contadina è entrata di fatto e non di diritto sulle terre. Come sta la situazione?

Perché, appunto, in questa lotta si verifica sempre la stessa situazione. Quando la comunità contadina vede una fattoria inattiva, inoltriamo un reclamo all’INTI e aspettiamo un po’ che l’ispezione abbia luogo: mesi, un anno, due anni, per dare la possibilità ai soliti noti di cambiare la situazione di improduttività. A Montecarlo, hanno portato le macchine, dopo che l’INTI li ha avvertiti. E hanno mobilitato bestiame da altre fattorie, per essere in grado di passare l’ispezione ma non per mettere a produzione le terre.

Il bestiame che portavano aveva ferri segnati diversamente. I ferri per segnare il bestiame sono registrati in base a quale fattoria e proprietario appartengono. Se, all’atto dell’ispezione, questi ferri sono esaminati, viene dimostrato che sono venuti da un’altra fattoria, come dice la legge. Invece, cosa succede lì? Quelle stesse mafie agrarie, dopo che sono state fatte le denunce, chiamano i proprietari terrieri, per avvertirli che stanno andando a ispezionarli. E danno loro un preavviso di tempo ma questo non è rispettato, perché fa parte del gioco che fanno queste mafie.

La comunità contadina ha persino denunciato che le macchine funzionavano di notte e non permettevano alle persone di dormire. Al momento della denuncia, avevano solo 37 capi di bestiame.

Più tardi hanno portato il bestiame ma senza la capacità di alimentarlo, le mangiatoie non sono preparate, tagliano anche l’erba in modo che non possano mangiare. Dunque, il bestiame muore e loro incolpano i contadini. Il solito noto Tizio e Caio denuncia presso il tribunale agrario e il giudice apre i fascicoli contro i contadini.

Data questa situazione, le famiglie contadine hanno preso la decisione di entrare per salvare la terra e metterla in produzione. Perché, se quelle terre fossero produttive, dov’è la produzione?

Queste mafie stanno giocando al fallimento della rivoluzione, non producono e poi sono loro a dire che il governo non può garantire la produzione agro-alimentare nel paese. A livello nazionale, il 25% della terra arabile del paese è di proprietà del settore contadino e il restante 75% dei proprietari terrieri. Se hanno la grande maggioranza della terra, dov’è la produzione? Ciò che raggiunge i mercati di Caracas, ad esempio, è la produzione contadina. Sono i contadini che, contro ogni previsione, hanno mantenuto la produzione. I padroni di casa scommettono sul fallimento del governo. Questi proprietari terrieri, in molti casi, non vivono nemmeno nelle fattorie, vivono in grandi città o fuori dal paese. È il contadino e la contadina che lavorano la terra.

Questa settimana, una commissione di contadini del CRBZ e del Fronte Campesino dei Tupamaros è venuta a Caracas, proveniente da Sur del Lago. Chi si è incontrato a Caracas e cosa è stato discusso in quelle riunioni?

Abbiamo avuto udienza all’INTI, all’ufficio del difensore civico e alla vicepresidenza. Perché su Sur del Lago ci sono informazioni sbagliate, queste che chiamiamo mafie generano false informazioni attraverso funzionari locali, per minacciare lo sfratto dei contadini. Conoscendo questa situazione, siamo venuti a Caracas, per parlare con le autorità nazionali.

Per cominciare, siamo stati all’INTI con Alexis Fernández, direttore della Segreteria dell’Ufficio Presidenziale. Abbiamo parlato dello stato dei decreti agrari che mancano, tanto che, in alcuni casi, gli atti di consegna di quei documenti sono stati persino fatti (come accaduto 3 mesi fa) solo attraverso delle foto. La Magdalena, El Trébol, Vista Hermosa, El Carmen, Gavilanes, Montecarlo, lo Zapotal.

Solo El Carmen ha il decreto agrario, a El Trébol è arrivato l’annuncio dell’inizio del riscatto. Nella Magdalena, che è il luogo in cui si sono verificati gli arresti criticati da Maduro, il decreto non è stato ancora consegnato. A Gavilanes, ci sono già stati due atti politici di consegna ma i documenti non sono arrivati.

In ognuna di queste fattorie, ci sono consigli contadini, che si danno da fare e producono. Siamo venuti per parlare di questo problema, perché anche quando lo stato prende la decisione di consegnare la terra ai contadini, queste mafie agricole non permettono che ciò avvenga sulla terra.

Alla vicepresidenza, abbiamo parlato con Maite García del presunto ordine di sfratto nella proprietà di Montecarlo. L’agente del presunto proprietario di questa proprietà, Marlin Sosa, ci ha detto di aver partecipato ai tavoli tecnici che la vicepresidenza dirige e che è stata presa la decisione di sfrattare Montecarlo. Il compagno Maite ha chiarito che in nessun momento è stato proposto uno sfratto a Montecarlo. Dai tavoli di lavoro tecnici è stato previsto un sopralluogo alla proprietà, che non è mai stato fatto, poiché hanno visitato solo la fattoria del solito noto e non la terra messa a produzione dalla comunità contadina. L’ispezione ordinata dalla vicepresidenza di Caracas ha raccomandato di contare quante piante i contadini hanno piantato, qualcosa che non è mai stato fatto.

Presso l’ufficio del difensore civico, abbiamo parlato della situazione della persecuzione giudiziaria, che viene fatta contro i compagni e le compagne. Sono stati presentati espostti, per minacciare i leader di prigione. Il procuratore Jesús Ojeda e il giudice Carmen Rosales sono quelli che compiono queste manovre di intimidazione.

Come continua la lotta per la terra nei diversi campi?

Dovunque, accade la stessa cosa. Le mafie agrarie operano allo stesso modo nelle diverse fattorie.

Minacciano, intimidiscono, processano, impediscono la semina, ci sono silenzi amministrativi, i registri dei riscatti sono in ritardo. Cercano di stancare il contadino.

Da parte nostra, l’idea è di continuare a produrre. Questa è una necessità. Produrre è una necessità, per sopravvivere. Il contadino semina e produce o la sua famiglia non ha da mangiare. Non possiamo attendere un anno o due, per vedere cosa succede coi riscatti. Con tutti questi rischi e minacce, continueremo a produrre. Loro sono parte di quelli che fanno la guerra economica al paese. Noi, per primi, non lasceremo che questa Rivoluzione fallisca. Cercheremo le alternative. E l’alternativa è cercare le terre per produrre e mantenere le nostre famiglie. Questo devono capirlo, i vari funzionari. Il contadino non ha scelta: o produce o muore di fame. O produce e si colloca dal lato della destra. Lo Stato, come governo rivoluzionario, dovrebbe appoggiare i contadini in questa lotta.

Ufficio Stampa Corrente Rivoluzionaria Bolívar y Zamora

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

CRBZ: Dove andiamo? Che fare?

Risultati immagini per corriente revolucionaria bolivar y zamoradi Géronimo Paz – crbz.org

Queste sono le domande che ci poniamo di più in questi tempi di crisi, di incertezza, di angoscia sul nostro stesso destino e sul paese. Per quelli di noi interessati all’impegno di rendere l’umanità più giusta e che facciamo parte del torrente storico bolivariano, il quadro attuale del paese dovrebbe chiamarci a un serio sforzo di dibattito e di riflessione, per cercare risposte in una prospettiva trasformatrice, volta a trovare un orizzonte reale e possibile di superamento della crisi.

Per questo, è necessario armarsi di una grande perspicacia, in fase di diagnosi della situazione. Non di un atteggiamento inquisitorio e nemmeno di posizioni evasive e negazioniste della realtà. Solo la verità ci renderà liberi, potremmo dire, parafrasando la Bibbia. Si può essere critici e leali allo stesso tempo. Di più, eticamente, per essere leali, bisogna prima essere critici. Allo stesso modo, si può essere patriottici e irriverenti; non c’è contraddizione antagonistica in questo, come dicono gli esperti del marxismo.

È indubbio che siamo arrivati ​​fin qui, fino alla più profonda e devastante crisi delle condizioni di vita delle masse popolari, che abbiamo conosciuto in tutta la nostra storia repubblicana, come risultato di molteplici fattori. L’aggressione straniera è una, il piano sistematico e continuo di sabotaggio, sedizione, permanenti cospirazioni che, senza dubbio, ha influenzato e influenza notevolmente i progetti e le politiche del governo e dello Stato venezuelano. Sappiamo tutti che, dal momento stesso in cui questo processo si è dichiarato nazionalista, popolare e democratico, secondo una logica che non corrisponde a quella liberale, è stato avviato l’attacco dal potere economico e politico statunitense. Non solo non è cessato ma si è trasformato in una vera e propria guerra non convenzionale, che cerca di indebolire le capacità economiche, politiche, difensive, psicologiche e simboliche del Paese e dello Stato e di subordinarlo agli interessi del potere finanziario ed energetico americano.

È anche vero che l’esaurimento del modello monopolistico estrattivo del petrolio aggiunge un fattore chiave, che ha un’influenza importante sulla componente economica della crisi. Un’economia soggetta ai cambiamenti dei cicli economici, che dominano la domanda nel mercato, ancor più in un momento in cui il capitalismo si muove in modo molto instabile, a causa delle sue stesse contraddizioni, è inevitabile che sarà influenzato in base agli aumenti o diminuzioni dei prezzi della sua principale fonte di sostegno. Il modello della rendita, non solo ha configurato un modello economico ma anche un modello statale, un modo di fare politica, il clientelismo, un’élite economica senza una visione dello sviluppo produttivo nazionale e anche una cultura sociale, segnata dal paternalismo. L’incapacità di concentrare le energie in grado di cambiare tutto ciò radicalmente, è stato forse il più grande fallimento della rivoluzione bolivariana. Eppure, non si può proprio dire che non sia stato proposto come obiettivo strategico, che non ci sia stato nei discorsi, nei programmi, nel Piano della Madrepatria. Quindi, cosa è successo? È una domanda chiave. Perché non facciamo progressi significativi nel superamento del modello economico basato sulla rendita e, con esso, di tutta la sua zavorra, la sua feccia politica, sociale e culturale?

Ciò porta, inevitabilmente, alla necessità di un profondo e completo bilancio di questi venti anni di rivoluzione. La costruzione di una soluzione trasformatrice della crisi non sarà possibile, senza questo esercizio. La crisi della rivoluzione bolivariana, i suoi limiti, i suoi successi e fallimenti, le sue contraddizioni interne, devono essere collocati nel quadro del dibattito come fattori o variabili chiave del complesso e difficile momento, che il paese sta vivendo. Riconoscere che la rivoluzione sta vivendo una crisi organica, una crisi dei suoi impulsi trasformativi, non è il problema ma quali ne sono le cause, cosa ha causato questa crisi rivoluzionaria, non in base al vecchio concetto marxista ma dalla prospettiva di un progetto nazionale, che ha perso la capacità di proporsi come alternativa per le masse popolari a livello nazionale. Non perché non lo sia teoricamente o programmaticamente o, ancor più, strategicamente ma perché non appare così nella realtà, perché, per gli errori o l’efficacia della campagna di guerra psicologica e comunicativa, il nemico ha vinto la battaglia della percezione.

Ignorare, nella valutazione della situazione, la grave crisi simbolica e dei significanti della proposta socialista, nel senso comune nazionale, equivarrebbe a non avere i piedi per terra. Stiamo attraversando una profonda crisi egemonica, come espressione di una crisi etica, una crisi di leadership, una crisi di credibilità, una crisi di verità, una crisi della politica come attività basata sul bene comune. La crisi egemonica, dei significanti, della rivoluzione bolivariana, è la sfida più complessa che abbiamo davanti a noi, per sostenere l’orizzonte di trasformazione, democratizzazione e sovranismo di questo progetto. La battaglia contro l’interventismo statunitense, contro il criminale blocco commerciale e finanziario, contro la minaccia della guerra, devono renderci uniti, senza esitazione ma è anche necessario avanzare nella direzione annunciata, per superare la crisi interna del progetto chavista. Dov’è rimasto il dialogo per il cambiamento e la rettifica? Cosa è successo in seguito al rimpasto di governo? Dove vanno e quali sono i risultati di migliaia e migliaia di milioni annunciati per l’attività produttiva e per la rinascita delle comuni?

Il paese è in un limbo, in un’area di non-sostenibilità come paese, sia dalla prospettiva capitalista che dall’orizzonte socialista. Nel frattempo, il dramma sociale delle masse popolari diventa insostenibile. È urgente costruire una soluzione trasformativa della crisi, un’uscita realistica ma ciò non significa rinunciare ai nostri obiettivi storici, bensì collocare questi obiettivi in ​​un orizzonte reale, possibili in base al realismo rivoluzionario e che siano il risultato di un ampio dibattito con l’intero paese. Cosa è possibile e cosa no?

Quali compiti e obiettivi dovremmo approfondire e quali dovremmo posticipare o ridefinire? Ad esempio, come affrontiamo i grandi problemi del paese, la corruzione, tra i più gravi? Cosa fare, allora? Come avanzare verso una soluzione trasformativa della crisi? Come facciamo a ritornare alla Rivoluzione bolivariana con le sue aure di cambiamento, di speranza? Come riottenere la maggioranza nazionale? La prima cosa, dal nostro modesto punto di vista, è restituire alla politica i suoi contenuti altruistici, etici, umanistici. Per questo, dobbiamo muoverci verso un’etica politica radicale, come fondamento dell’azione pubblica, una concezione e una prassi del fare politica, che riscatti la fiducia della gente in coloro che governano, in coloro che la praticano. Ciò richiederà una nuova dirigenza, una dirigenza etica e trasformatrice, leaders e generazioni di leaders, che siano strumenti del collettivo, focalizzati sulla generazione e la dinamica del dirigere, che sono processi radicati di cambiamenti reali in tutti gli ordini della vita sociale, la cui ragione deve essere l’emancipazione del popolo, la democratizzazione radicale della società.

Dopo di che, dotarci di un programma o di una proposta che si rivolga alla maggioranza nazionale e non solo al Chavismo. La questione economica dovrebbe essere il punto di partenza di un’ampia proposta, non possiamo incasellare il modello economico in un quadro chiuso, ortodosso e dogmatico. Un modello economico-produttivo, umanista e misto sembra essere realisticamente rivoluzionario. Un’economia, in cui lo Stato, il settore privato e la proprietà sociale si armonizzino per generare la ricchezza di cui abbiamo bisogno come società. Per questo, il quadro giuridico deve essere in grado di garantire e dare sicurezza a ciascun settore. Nel settore privato, dovremmo sostenere le piccole e medie imprese come forza trainante dell’economia. Nel settore sociale, la Comune ha un grande potenziale, come mezzo per avanzare nella democratizzazione dell’economia. Tuttavia, non possiamo scartare le varie forme esistenti di produzione collettiva come le cooperative, le associazioni di produttori, le reti di produttori liberi e associati.

La democratizzazione radicale del potere politico deve essere un asse strategico da approfondire, nel quadro di un’offensiva per superare la crisi. Riprendere e radicalizzare la democrazia rivoluzionaria non significa imporre forme piatte di partecipazione e assunzione del potere. La democrazia rivoluzionaria deve avere come premessa la più ampia partecipazione, l’emancipazione della società nei modi più diversi, che permettano l’emergere di nuove relazioni di potere nel suo seno. Le Comuni? Sì, tutte quelle che sono possibili, tutte quelle che sono volontariamente assunte, che sono il risultato della volontà delle persone sul loro territorio ma cosa succede con quei settori sociali che non si riconoscono nella comune? Ecco perché la democrazia rivoluzionaria deve essere plurale, diversificata, creativa nel proporre, discutere e concordare i meccanismi di partecipazione ed esercizio di detta democrazia.

Per superare questa profonda crisi, non c’è scorciatoia, non ci sono risposte o soluzioni immediate. Dobbiamo iniziare costruendo un grande consenso nazionale e democratico, il cui scopo principale è quello di preservare la pace, recuperare la stabilità economica, garantire la sovranità e l’indipendenza. Per questo, le forze trasformatrici devono armarsi di una visione strategica, che ci permetta di attraversare un periodo molto impegnativo e complesso che, senza una visione chiara e realistica, non possiamo affrontare con successo. Si richiede molto realismo rivoluzionario, molta ampiezza di vedute e senso della realtà.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

EEUU intensifica acciones para nuevo escenario desestabilizador

CRBZpor crbz.org

Días atrás, el 26 de junio, el ministro Jorge Rodríguez informó al país sobre la desarticulación de un nuevo plan de golpe de Estado y magnicidio. Con la información y pruebas presentadas por Rodríguez se confirmó, una vez más, que los planes de EEUU y la derecha venezolana para derrocar por la vía violenta el gobierno constitucional de Venezuela continúan en marcha, no se detienen. A casi dos meses de haberse derrotado el intento golpista del 30 de abril, esta nueva intentona desarticulada por los cuerpos de inteligencia y seguridad del Estado obligan a reiterar el llamado a no bajar las alertas, a no bajar la guardia.

Lo dijimos en su momento y ahora lo ratificamos: a pesar del agotamiento y desinfle de Juan Guaidó y de las derrotas políticas como la del 30-A, no debemos subestimar la capacidad de la derecha local de reagrupar sus fuerzas e inyectarle a su base, desde lo simbólico, nuevo entusiasmo y esperanza, planteando ahora expectativas menos inmediatistas, más de lucha a largo plazo. La dirigencia política opositora no es sino un grupo de fichas que dirige y organiza la élite conservadora que controla el poder en EEUU, allí se deciden los pasos a seguir. Eso no lo podemos perder de vista.

En ese sentido, vemos que Estados Unidos replanteó su estrategia. Abandonó por ahora la búsqueda de una resolución rápida y pasaron a esperar que la crisis económica y las tensiones internas continúen mellando la resistencia del país. Concentran su esfuerzo en seguir atacando la FANB en procura de su fractura, abandonan la retórica intervencionista porque alimenta los argumentos y la estrategia del gobierno, y potencian y buscan generar el caos, la desestabilización política. De allí la avanzada paramilitar en la frontera colombiana con Táchira, los intentos de levantamientos militares, las conspiraciones.

En lo político buscarán retomar la calle el 5 de julio. Procurarán ese día movilizar el máximo posible de su base social. Hay que estar alertas, puesto que esas movilizaciones podrían ir acompañadas de otras acciones.

Igualmente, como parte de la seguidilla de eventos que va prefigurando un escenario de reimpulso e intensificación del conflicto y la agresión al país, está el caso del capitán de Corbeta Acosta Arévalo y la agresión con perdigones en Táriba al joven Rufo Chacón. El caso Acosta Arévalo encaja en lo que se conoce como operaciones activas de inteligencia: uso de infiltración para generar un evento de alto impacto que potencialmente pueda desencadenar una situación determinada. Igualmente puede decirse eso del caso de Rufo Chacón. Que ambos hechos ocurran a tan pocos días de la visita de la alta comisionada de Naciones Unidas para los DDHH, Michel Bachelet, genera suspicacia, ya que en sus declaraciones hizo especial referencia a las prácticas irregulares de los cuerpos de seguridad venezolanos.

Esto, en el terreno del análisis y las hipótesis por las características de la guerra de IV generación que vive Venezuela. Sin embargo, sabemos que las prácticas represivas, a pesar de los enormes esfuerzos hechos por la revolución bolivariana, no han sido erradicadas por completo. Por ello, en este tema hay dos elementos claves: 1) el esclarecimiento de la verdad y castigo a los responsables, y 2) la información oportuna al país por parte del gobierno. Solo así se podrían neutralizarse los propósitos desestabilizadores. Además de esto, es necesario profundizar el debate sobre las prácticas irregulares de los cuerpos de seguridad del Estado y la atención a las distintas denuncias que existen al respecto, elaboradas además desde la perspectiva de profundización de la revolución y no de hacerle el juego a EEUU y la derecha local. Es necesario, de eso no hay dudas, fortalecer las  políticas de defensa de los DDHH: ésa es una tarea permanente de una revolución humanista como lo es la revolución bolivariana.

Es clave, además, en esta batalla y en el tipo de guerra que se libra contra Venezuela, el frente comunicacional. La lucha por el sentido, por la percepción y por la opinión es un escenario central hoy en día. De allí que sea determinante un política más sólida del gobierno para mantener al pueblo informado oportunamente sobre estos temas y sobre todos los grandes temas del país; y además, es un esfuerzo al que debemos sumarnos todos los venezolanos y las venezolanas, las organizaciones políticas, colectivos, partidos políticos. En muchas ocasiones no llevamos la ofensiva en este escenario y dejamos espacio a la acción de contrainformación, intoxicación y propaganda del enemigo.

Sigamos, pues, en batalla en todos los frentes, porque la agresión es multiforme y simultánea. Lo económico, lo político, lo comunicacional, lo militar, la preparación para la defensa, la activación de la solidaridad popular para favorecer los sectores más afectados por la crisis y el bloqueo, lo diplomático. En todos los escenarios debemos mantener la acción, trabajar intensamente. El enemigo no detiene sus esfuerzos. Nosotros debemos redoblar los nuestros. Es la vida de la patria la que está en juego. ¡Venceremos!

 

Coordinación Nacional Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora

Gli USA intensificano le azioni per destabilizzare il Venezuela

CRBZdi crbz.org

Qualche giorno fa, il 26 giugno, il ministro Jorge Rodríguez ha riferito al paese in merito alla neutralizzazione di un nuovo piano di colpo di Stato e di assassinio del Presidente. Con le informazioni e le prove presentate da Rodríguez è stato confermato, ancora una volta, che i piani degli Stati Uniti e della destra venezuelana per rovesciare con la forza il governo costituzionale del Venezuela sono ancora in corso, non si fermano. Quasi due mesi dopo la sconfitta del tentativo di colpo di stato del 30 aprile, questo nuovo tentativo, smantellato dalle forze dell’intelligence e di sicurezza dello Stato, costringe a ribadire l’invito a rimanere con gli occhi ben aperti, a non abbassare la guardia.

L’abbiamo detto all’epoca e lo riaffermiamo: nonostante l’esaurimento e la debolezza di Juan Guaidó e le sconfitte politiche come quella del 30 aprile, non dobbiamo sottovalutare la capacità della destra locale di riorganizzare le forze e di infondere alla sua base, simbolicamente, nuovo entusiasmo e speranza, suscitando aspettative meno immediate ma più di lotta a lungo termine. La leadership politica dell’opposizione non è altro che un gruppo di figuranti guidati e organizzati dall’élite conservatrice che controlla il potere negli Stati Uniti, lì si stabiliscono le mosse da seguire. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

In questo senso, notiamo che gli Stati Uniti hanno ripensato la propria strategia. Per ora ha abbandonato la ricerca di una rapida soluzione e ha cominciato a sperare che la crisi economica e le tensioni interne continuino a minare la resistenza del paese. Concentrano i loro sforzi nel continuare ad attaccare la FANB provando a dividerla, abbandonano la retorica interventista perché alimenta le argomentazioni e la strategia del governo, cercano di generare caos e incrementarlo, puntando alla destabilizzazione politica. Da qui l’avanzata paramilitare sul confine colombiano con lo stato Táchira, i tentativi di rivolte militari, le cospirazioni.

A livello politico, proveranno a riprendersi le strade il 5 luglio. Quel giorno, cercheranno di mobilitare il più possibile la loro base sociale. Dobbiamo stare attenti, poiché queste mobilitazioni potrebbero essere accompagnate da altre azioni.

Analogamente, come parte della serie di eventi che prefigura uno scenario di rilancio e di acutizzazione del conflitto e di aggressione al paese, è il caso del capitano di corvetta Acosta Arevalo e dell’aggressione con fucili a pallettoni verificatasi a Táriba ai danni del giovane Rufo Chacón. Il caso Acosta Arevalo si inserisce in quelle che sono note come operazioni di intelligence attiva: l’uso dell’infiltrazione per generare un evento ad alto impatto che potrebbe potenzialmente innescare una data situazione. Lo stesso vale per il caso di Rufo Chacón. Il fatto che entrambi gli eventi si siano verificati pochi giorni dopo la visita dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michel Bachelet, genera sospetti, poiché la Commissaria nelle sue dichiarazioni ha fatto particolare riferimento alle pratiche irregolari delle forze di sicurezza venezuelane.

Questo, nel campo dell’analisi e ipotesi dalle caratteristiche della guerra di IV generazione che il Venezuela vive. Tuttavia, sappiamo che le pratiche repressive, nonostante gli enormi sforzi compiuti dalla rivoluzione bolivariana, non sono state completamente eliminate. Pertanto, ci sono due elementi chiave in questo tema: 1) il chiarimento della verità e la punizione dei responsabili, e 2) l’informazione tempestiva al paese da parte del governo. Questo è l’unico modo per neutralizzare intenti destabilizzanti. Oltre a ciò, è necessario approfondire il dibattito sulle pratiche irregolari delle forze di sicurezza dello Stato e l’attenzione alle diverse denunce che esistono a questo proposito, elaborate anche nell’ottica di approfondire la rivoluzione e non di stare al gioco alla destra statunitense e locale. Non c’è dubbio che è necessario rafforzare le politiche di difesa dei diritti umani: questo è un compito permanente di una rivoluzione umanista come la rivoluzione bolivariana.

Ma anche il fronte comunicativo è fondamentale in questa battaglia e nel tipo di guerra che si sta conducendo contro il Venezuela. La lotta per il senso comune, per la percezione e per l’opinione pubblica è oggi uno scenario centrale. È anche uno sforzo a cui tutti i venezuelani, le organizzazioni politiche, i collettivi e i partiti politici devono aderire. In molte occasioni non assumiamo l’offensiva in questo scenario e lasciamo spazio all’azione di controinformazione, intossicazione e propaganda del nemico.

Continuiamo, quindi, in una lotta su tutti i fronti, perché l’aggressione è multiforme e simultanea. L’economico, il politico, il comunicativo, il militare, la preparazione alla difesa, l’attivazione della solidarietà popolare per favorire i settori più colpiti dalla crisi e il blocco, il diplomatico. In tutti gli scenari dobbiamo essere attivi, lavorare intensamente. Il nemico non ferma i suoi sforzi. Dobbiamo raddoppiare i nostri. È la vita del paese che è in gioco. Vinceremo!

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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