Prodi: «L’Italia non sa approfittare della Nuova Via della Seta»

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In un’audizione alla Commissione Esteri, come riporta il Messaggero, Romano Prodi ha analizzato la situazione dello scacchiere mediterraneo. «L’azione bellica in Libia non è solo inappropriata e dannosa, ma del tutto impossibile e irrealistica», ha detto l’ex premier ai senatori. Secondo Prodi inoltre «le guerre non si vincono con i droni e gli aeroplani, ma nel caso con tanti scarponi».

L’ex premier ha sottolineato che «il Mediterraneo è stato abbandonato da Usa e Russia» e che l’Europa stenta a trovare sue linee di azione politica se non quelle di tipo assistenziale. A suo dire, l’unico modo per risolvere il dramma libico è quello di portare tutte le tribù intorno ad un tavolo.

Prodi si è detto colpito dalla decisione della Gran Bretagna (seguita da Italia, Francia e Germania) di entrare a far parte della Banca asiatica per gli investimenti, fortemente voluta dalla Cina e ha ribadito che l’Italia potrebbe svolgere una ruolo strategico molto importante non solo sul fronte dell’immigrazione ma anche su quello economico.

«Sta nascendo una nuova via della seta nel senso che la Cina è interessata ad aumentare i propri flussi commerciali che passano per il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez ma l’Italia non sembra saperne approfittare. Mentre segnali più interessanti sono venuti dalla Grecia che se ha venduto mezzo porto del Pireo ai cinesi sembra comunque decisa ad attrarre su di sè parte di questo flusso».

Una nuova ALBA per spezzare le euro-catene del debito e dell’austerità

da lantidiplomatico.it

Per spezzare le catene dell’euro, debito e austerità, l’Europa del sud è di fronte ad un bivio storico.

 
Nel racconto distorto dei media mainstream, la “crisi” in Europa è ormai finita, i paesi hanno iniziato la “ripresa” e le “riforme”, anche in Grecia, hanno funzionato. Per Renzi e tutti i media a lui asserviti, l’economia italiana ha cambiato marcia: uno 0,1% di crescita trimestrale in un contesto di caduta del Pil dello 0,4% su base annua e crollo del 10% dal 2010 ne sarebbero la dimostrazione.

La partecipazione alla zona euro ha prodotto per i paesi dell’Europa meridionale – ma questo difficilmente lo leggete sui giornali – una stagnazione-recessione permanente e una trappola debito-deflazione peggiore di quella registrata negli anni ’30. Con un giovane su due che non lavora e con la necessità di reprimere i salari all’infinito per compensare i gap di competitività all’interno della trappola euro, l’Europa del sud è di fronte ad un bivio storico. 

 
Il primo round perso con la Troika da parte di Alexis Tsipras e l’accordo ponte firmato con la pistola puntata ad una tempia dalla Bce e un mitra di Washington sull’altra, dimostra in modo inequivocabile come per Berlino, Bruxelles e Francoforte non esista alcuna alternativa all’Europa dell’austerità, all’Europa del taglio permanente del Welfare State e all’Europa che tiene conto dei soli interessi delle multinazionali e delle oligarchie finanziarie, mai quelli democratici dei popoli. Il Jobs Act del bravo scolaretto Renzi ne è solo l’ultima conferma. 
 
Uscire da questa trappola da soli è difficile, lo dimostra il caso di Syriza. Solo un’alleanza fra i Paesi mediterranei può oggi rompere le logiche del mercantilismo ordo-liberista tedesco, che sta spezzando via, in un colpo solo, Costituzioni, dignità e diritti di interi popoli. Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sarebbero insieme la terza economia del mondo e non avrebbero molto di cui temere a livello di ritorsioni da Berlino, Bruxelles e Francoforte. 
 
E’ giunto il momento che, insieme, si inizi a pensare ad un modello alternativo di emancipazione. Tenendo bene a mente le dovute differenze con la realtà prettamente legata ai territori dell’America Latina di quest’esperienza e, chiaramente, i diversi livelli di sviluppo delle economie, un modello da cui attingere è certamente l’esperienza di ALBA – Alianza bolivariana para la Nuestra América. Un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica promossa dal Venezuela e da Cuba il 14 dicembre 2004 a cui aderiscono oggi anche Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Dominica – in alternativa al modello dominante delle aree di libero scambio figlie del processo di globalizzazione e dei principi neo-liberisti, alla base della crisi senza fine dell’occidente. “In risposta alla brutale dissoluzione sofferta in più di un decennio di egemonia neoliberale – si legge nello Statuto – si impone il rafforzamento dello Stato sulla base della partecipazione del cittadino negli affari pubblici. Ci si deve interrogare sull’apologia del libero commercio e del libero mercato, come se solo questi bastassero per garantire automaticamente migliori livelli di crescita e di benessere collettivo. Senza un chiaro intervento dello Stato diretto a ridurre le disuguaglianze tra i paesi, il libero commercio tra paesi diseguali non può condurre che al rafforzamento dei più forti a discapito dei più deboli. Rafforzare l’integrazione latinoamericana richiede un’agenda economica definita per gli Stati sovrani, al di fuori dell’influenza nefasta degli organismi internazionali”.
 
Un’alleanza fra Stati sovrani che, attraverso meccanismi di condivisione, compensazione e solidarietà, sappia spezzare le catene del debito, dell’euro e dell’austerità, nell’Europa del Sud ancora non esiste.

La storia del debito dell’Ecuador è, tuttavia, emblematico per comprenderne l’urgenza. Divenuto presidente nel 2006 dopo che l’anno prima il paese aveva pagato, per interessi sul debito, il 50% del budget dello stato – oltre 3 mila miliardi di dollari a fronte di 400 milioni per la sanità e 800 milioni per l’istruzione – Rafael Correa decise di non continuare ad uccidere la sua popolazione e considerò persone non grate i rappresentanti della Banca Mondiale e del FMI. Funzionari del FMI come Bob Traa, che più tardi, ricorsi della storia, sarà inviato in Grecia. Il neo presidente dell’Ecuador fece poi un audit sul debito che ne certificò l’immoralità e le irregolarità manifeste da parte degli istituti finanziari americani ed europei. Per questo, Correa decise di non ripagarne che il 30% con l’approvazione del 90% dei creditori. “Abbiamo degli obblighi nazionali urgenti. E noi poniamo gli obblighi nazionali prima degli obblighi internazionali. Al momento giusto se potremo li rispetteremo, ma la nostra priorità è molto chiara: prima la vita e dopo il debito. La burocrazia internazionale corrotta e incompetente dovrà rispettare il nostro paese”, affermava. Con Correa, l’Ecuador poté tornare ad essere uno stato sovrano, non più dipendente dal Washington Consensus. Potè farlo anche e soprattutto per l’appoggio, la solidarietà e la condivisione degli obiettivi da parte del Venezuela, Bolivia, Cuba e Nicaragua, i paesi dell’Alba, che avevano deciso di dire no allo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali americane e alle “rigorose condizionalità” del Fondo Monetario Internazionale. 

 
Quella solidarietà e condivisione di intenti che, purtroppo, nell’Europa del sud ancora non c’è. Ma esistono movimenti e partiti non delegittimati da anni di potere e di compromessi con le lobby corporativo-finanziarie che possono, anzi devono, iniziare a pensare ad una nuova Comunità solidale in grado di spezzare le catene dei Diktat della Troika. Solo allora potrà sorgere l’Alba di una nuova Europa in grado di ridare libertà, civiltà, sovranità e democrazia alle singole popolazioni.

Di tutto questo si discuterà venerdì alle ore 10.30 alla Camera dei deputati. Per partecipare compila questo format

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