Gli USA perdono il controllo, anche della moribonda OSA

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Venezuela. «Guarimberos» incappucciati sparano dal terrazzo: ancora morti nelle strade di Caracas. Il presidente conferma la rottura delle relazioni con Panama

Il vigi­lante armato apre il can­cello con cau­tela. Il con­do­mi­nio della Calle B asso­mi­glia a un campo di bat­ta­glia: bot­ti­glie rotte, oggetti sparsi dap­per­tutto. «Abita qui?», chiede. «Sì», rispon­diamo, cos’è suc­cesso?» «Una guerra – dice – poco fa c’è stata una guerra». Lo sap­piamo, cosa è suc­cesso, ma qui c’è gente peri­co­losa, meglio non dare nell’occhio. I pochi abi­tanti di sini­stra in que­sti edi­fici del quar­tiere Los Rui­ces ci hanno chia­mato al tele­fono, descri­ven­doci due omi­cidi in diretta. Tutto è pre­ci­pi­tato quando il camion dell’immondizia è entrato nelle strade del cir­con­da­rio per rimuo­vere i detriti delle bar­ri­cate, scor­tato dai moto­ci­cli­sti della Guar­dia nacio­nal boli­va­riana (Gnb) e da moto­taxi, inte­res­sati a libe­rare le strade per lavo­rare. Dalle fine­stre hanno comin­ciato a lan­ciar­gli di tutto.

Alcuni gua­rim­be­ros incap­puc­ciati hanno cer­cato di farsi dare la chiave della ter­razza con­do­mi­niale che affac­cia sulla strada. La por­ti­naia si è oppo­sta. E quelli le hanno spac­cato la porta, aggre­dendo lei e i bam­bini. La donna ha riem­pito qual­che borsa e si è pre­ci­pi­tata fuori, denun­ciando tutto alla poli­zia e alla vicina tv Canal 8. «Sem­brano bestie», urla un’anziana. Poi, gli spari dalla ter­razza dell’ultimo piano, un posto a cui non si può acce­dere se non chie­dendo la chiave al con­do­mi­nio. Sotto i colpi di un cec­chino, cadono un Gnb (25 anni) e un ragazzo in moto (24 anni). Un altro pony express è ferito gra­ve­mente. La moto­ci­cletta della Guar­dia nazio­nale viene data alle fiamme e riparte la «gua­rimba». Sulla strada ven­gono lasciati chiodi a quat­tro punte, i mique­li­nes. Anche in altre parti del paese sono entrati in campo i cec­chini, facendo temere un innal­za­mento del livello di scon­tro dei gua­rim­be­ros, il cui rag­gio di azione è comun­que ridotto.

Poco dopo arriva la rab­bia dei lavo­ra­tori in moto, orga­niz­zati nei col­let­tivi dei quar­tieri popo­lari. Più tardi in serata, ver­ranno mostrate foto e video ama­to­riali girati dai cit­ta­dini e verrà arre­stato un gio­vane, il sospetto cec­chino. Alcuni media hanno dif­fuso la noti­zia che gli spari siano par­titi dai col­let­tivi «moto­ri­za­dos». Ramon Guil­lermo Ave­ledo, il segre­ta­rio ese­cu­tivo della Mesa de la Uni­dad demo­cra­tica (Mud), ha accu­sato il pre­si­dente del Vene­zuela, Nico­las Maduro, di spar­gere «i semi della guerra civile», e di voler «stron­care le pro­te­ste con il ter­rore». Una rispo­sta all’invito rivolto da Maduro alle comu­nità di quar­tiere affin­ché ripren­dano il con­trollo del territorio.

Ieri, il pre­si­dente ha rice­vuto la noti­zia dei due morti durante la con­se­gna di case popo­lari (già equi­pag­giate come gio­iel­lini), davanti ai lavo­ra­tori della Gran mision vivienda Vene­zuela, nel quar­tiere La Can­de­la­ria. «Cosa vuole que­sta genta con que­sta vio­lenza? – ha escla­mato – qui, insieme alla classe ope­raia, alla classe media stiamo costruendo un ter­ri­to­rio di con­vi­venza e di pace». Quindi, ha con­fer­mato che il Vene­zuela rompe le rela­zioni con Panama e ne espelle i diplo­ma­tici entro 48 ore. Lo aveva annun­ciato nella serata di mer­co­ledì, durante la ceri­mo­nia di ricordo di Hugo Chá­vez, scom­parso il 5 marzo di un anno fa.

Al Cuar­tel de la Mon­taña, dopo i colpi di can­none, spa­rati all’ora in cui il Coman­dante è morto (16,25), dopo gli inter­venti delle diplo­ma­zie inter­na­zio­nali, Maduro ha tenuto il suo discorso e ha moti­vato la deci­sione. Sospesi anche tutti gli accordi eco­no­mici e com­mer­ciali con il paese gover­nato dal neo­li­be­ri­sta Ricardo Mar­ti­nelli, in carica fino alle pros­sime pre­si­den­ziali del 4 mag­gio. La rot­tura con Panama com­porta anche la sospen­sione della revi­sione del debito «fin­ché Panama non abbia un governo serio che intenda le rela­zioni inter­na­zio­nali in base al mutuo rispetto», ha detto il mini­stro degli Esteri, Elias Jaua. I due paesi sta­vano nego­ziando il paga­mento del debito di 1.200 milioni di dol­lari dovuto dagli impren­di­tori vene­zue­lani alla Zona Libre de Colon.

Una rispo­sta alle inge­renze del pre­si­dente pana­mense, che ha sol­le­ci­tato l’intervento dell’Organismo degli stati ame­ri­cani (Osa) in Vene­zuela. Un mes­sag­gio anche agli Stati uniti, la cui amba­scia­trice all’Osa, Car­men Lomel­lín, ha detto che sarebbe inac­cet­ta­bile se l’organismo lasciasse cadere la situa­zione in Vene­zuela, e ha chie­sto una rispo­sta «ferma», appog­giando la pro­po­sta di Panama di con­vo­care a discu­terne i mini­stri degli Esteri. Ieri, il segre­ta­rio gene­rale dell’Osa, José Miguel Insulza, ha indetto una riu­nione del Con­si­glio per­ma­nente. Una ses­sione a porte chiuse, sol­le­ci­tata dal Panama per otte­nere una riu­nione dei mini­stri degli Esteri sulla situa­zione vene­zue­lana. Il con­senso, però, non si è tro­vato, e la pro­po­sta non è pas­sata. L’Osa si limi­terà a pro­porre «un moni­to­rag­gio» e un invito al dia­logo (che già il governo boli­va­riano ha avviato auto­no­ma­mente). Prima della riu­nione, Insulza ha dichia­rato che non «esi­ste rot­tura della demo­cra­zia», ma che sarebbe «utile» l’invio di una mis­sione: «La situa­zione è molto più seria di due set­ti­mane fa, ma la mis­sione ha senso inviarla solo se le due parti l’accettano», ha detto. L’opposizione vene­zue­lana, che ha sol­le­ci­tato l’intervento dell’Osa, ha chie­sto di essere ascol­tata. Nel frat­tempo, manda in rete video apo­ca­lit­tici e appelli inter­na­zio­nali per la cam­pa­gna «S.o.s. Vene­zuela». Uno di que­sti mostra i pro­no­stici di un fat­tuc­chiere che pre­vede la «fine della dit­ta­tura» entro 5 giorni e invita a mol­ti­pli­care le gua­rim­bas.

«Rispon­derò con deci­sione a qua­lun­que tipo di inge­renza nei nostri affari interni. Che la destra non sot­to­va­luti il nostro popolo e la nostra rivo­lu­zione – ha detto Maduro – lasciate l’Osa dove sta, a Washing­ton, è così a posto, lì. Fuori l’Osa da qui, per ora e per sem­pre. Fuori quest’organismo mori­bondo e que­sto pre­si­dente in sca­denza. Se man­dano una com­mis­sione in Vene­zuela, dovranno farla entrare clan­de­sti­na­mente».
Mar­ti­nelli ha scritto in un tweet di essere «sor­preso». Le rela­zioni fra Vene­zuela e Panama, negli anni cha­vi­sti, hanno già cono­sciuto altre rot­ture. La prima, nel 2004, dopo l’indulto a Luis Posada Car­ri­les, ex agente della Cia anti­ca­stri­sta, natu­ra­liz­zato vene­zue­lano, che tor­tu­rava gli oppo­si­tori in Vene­zuela sotto il nome di Com­mis­sa­rio Basi­lio o Bambi.

Imme­diata la pro­te­sta degli impren­di­tori vene­zue­lani dopo la deci­sione di Maduro. Insorge anche la Mud. E l’ex pre­si­dente colom­biano Alvaro Uribe, can­di­dato di estrema destra al senato del suo paese, ha subito espresso soli­da­rietà a Mar­ti­nelli. Il pre­si­dene dell’Ecuador, Rafael Cor­rea, annun­cia invece che i mini­stri degli Esteri dell’Unione delle nazioni suda­me­ri­cane (Una­sur) si riu­ni­ranno la pros­sima set­ti­mana in Cile per esa­mi­nare la situa­zione in Vene­zuela. Come aveva chie­sto Maduro.

Un libro che non perde d’attualità: Talpe a Caracas

di David Lifodi,  danielebarbieri.wordpress.com

Il sottotitolo di Talpe a Caracas, il libro di Geraldina Colotti dedicato alla rivoluzione bolivariana, è semplice e al tempo stesso molto azzeccato: Cose viste in Venezuela. La giornalista del manifesto ha indagato di persona su tutti gli aspetti della realtà chavista, ha toccato con mano, ha parlato con le donne e gli uomini che credono nel sogno bolivariano, ha svolto cioè quel lavoro d’inchiesta che ogni giornalista dovrebbe condurre e invece, almeno nel caso del Venezuela, solo in pochi hanno fatto. Troppe le bugie e i titoli ad effetto sparati in prima pagina al solo scopo di delegittimare Hugo Chávez e la sua revolución, molto spesso anche ad opera della stampa che si proclama democratica.

Talpe a Caracas è uscito nell’agosto del 2012, ma il colpevole ritardo con cui scrivo questa recensione non significa che il volume abbia perso d’attualità: sotto la presidenza di Nicolás Maduro, almeno finora, proseguono tutti i progetti del proceso, l’appellativo con cui i venezuelani chiamano la rivoluzione bolivariana. Il primo merito del libro di Geraldina Colotti, innegabile anche agli occhi di un oppositore del movimento bolivariano purché imparziale, è quello di ripercorrere a tappe la storia del Venezuela, inframezzandola con i racconti dei prigionieri politici oggi deputati all’Assemblea Nazionale oppure operai delle fabbriche autogestite. Coloro che descrivono il Venezuela come il buco nero della democrazia e Hugo Chávez come un caudillo non ricordano, oppure fingono la loro smemoratezza, in merito al Patto di Punto Fijo del 1958 che ha sancito, fino all’avvento del presidente bolivariano, l’alternanza della grande coalizione adeco-copeiana: “Acción Democrática (Ad) e Comité de Organización Política Electoral Independiente (Copei) firmarono il famoso Patto di Punto Fijo con cui misero la camicia di forza alle aspirazioni dei settori popolari: qualunque progetto politico che ipotizzasse il superamento radicale dell’ordine esistente sarebbe stato considerato illegale e perseguito”. Geraldina Colotti ha viaggiato per il paese facendo emergere gli aspetti positivi e le contraddizioni del chavismo, ma soprattutto sottolineando il gioco sporco dei padroni. Parlando delle fabbriche autogestite, l’autrice dà la parola ad un delegato sindacale della fabbrica di birra Polar: nel settore privato, scrive Geraldina, il conflitto di classe è ancora molto duro. La Polar, racconta il delegato sindacale, “gestisce ancora dieci prodotti base del paniere, può creare inflazione truffando lo stato. Ritirano i prodotti dal mercato, li nascondono per creare allarme e dicono che Chávez non dà da mangiare al suo popolo.

Nel 2002, durante lo sciopero selvaggio dell’opposizione, non hanno voluto consegnare gli alimenti, però li distribuivano ai lavoratori della Polar che appoggiavano i padroni: per fargli capire l’aria”. È molto interessante anche il capitolo dedicato alla polizia. In tutta l’America Latina i militari sono automaticamente collegati alla repressione, si pensi alla violenza che contraddistingue le operazioni della polizia e dell’esercito in paesi che eppure sono politicamente distanti anni luce tra loro, la Colombia e il Brasile, o all’estrema violenza con cui agiscono gli agenti degli stati centroamericani. Al contrario, in relazione alle politiche di sicurezza, il governo ha inaugurato la Misión Seguridad, un piano che comprende la formazione della polizia, ma interessa anche la riforma del sistema penale, in base al quale sono allo studio misure alternative alla detenzione. Si tratta di misure coraggiose in un paese tra i più violenti del continente latinoamericano. Non solo si gioca su slogan positivi volti alla rieducazione dei detenuti, da malandros (malandrini) a bienandros, ma si lavora anche sulla trasformazione dei poliziotti in difensori dei diritti umani “nella prospettiva di uno stato socialista”. La polizia, secondo il progetto bolivariano, “deve ricevere una formazione continua per andare nelle strade e svolgere attività sociale di prevenzione”. Prima dell’arrivo del chavismo al palazzo presidenziale di Miraflores, la polizia venezuelana era rinomata per commettere ogni tipo di abuso nella più totale impunità: spesso gli agenti giungevano all’improvviso nei quartieri popolari e rastrellavano i giovani di leva per il reclutamento forzato. Allo stesso tempo, ad un progetto che, all’interno del carcere, mira al recupero del detenuto e al suo reintegro nella società , corrisponde anche un lavoro specifico sull’operato degli agenti penitenziari. Sulla questione carcere-sicurezza emerge lo sguardo particolare, e al tempo stesso delicato, dell’autrice, che ha scontato una condanna a 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse. Scrive infatti Geraldina: “Negli anni in cui il modo migliore per dare sostegno alle altre cause nel mondo era quello di cambiare le cose in casa propria, non c’era tempo per viaggiare, se non con la valigia leggera della clandestina. Dopo, mi sarebbe piaciuto <<andare a vedere>>, ma essendo ancora detenuta, potevo solo osservare a distanza, schivando le innumerevoli trappole della disinformazione”. E allora Geraldina ha scavato nel profondo di una società venezuelana probabilmente davvero polarizzata tra i chavisti e coloro che nutrono per il proceso un odio viscerale, ma raccontando, quasi l’unica tra i giornalisti italiani e occidentali, la rivoluzione bolivariana dall’interno, permettendo al tempo stesso a noi cultori dell’America Latina, di scoprire cose interessanti. Ad esempio, se è vero che le alte gerarchie ecclesiastiche hanno appoggiato il golpe del 2002 e che la Chiesa è in gran parte allineata con l’opposizione, esistono anche religiosi vicini al proceso, compresa una suora originaria di Reggio Emilia, Chiara, proveniente da un percorso nell’estrema sinistra italiana antecedente alla vocazione, ed un piccolo nucleo di suore italiane. Alcun sacerdoti di frontiera sono stati minacciati dal vescovo di riferimento per il loro legame con il chavismo, altri sono stati spediti in parrocchie di quartieri della classe medio alta a seguito dell’effimero golpe del 2002, che sembrava poter incoronare alla presidenza del paese l’imprenditore della Confindustria venezuelana Pedro Carmona Estanga. Anche in ambito religioso Geraldina Colotti smentisce un’altra grande balla utilizzata per gettare la croce addosso a Chávez: il presidente bolivariano, quello che tutta la stampa ha accusato per anni di voler imporre una Costituzione su misura, era contrario all’aborto e all’eutanasia e non ha mai negato i finanziamenti alle scuole private, eppure la Chiesa d’apparato ha continuato a descriverlo come il diavolo.

È vero, come scrive l’autrice, che in Venezuela si sta giocando la partita più importante delle attuali vicende bolivariane e in molti, quantomeno in Italia, non sembrano averlo capito. Del resto da noi il proceso bolivariano è praticamente sconosciuto e i pochi che ne hanno qualche infarinatura insistono a dire che, nel migliore dei casi, il Venezuela è nelle mani di un governo illiberale. Talpe a Caracas è un libro che ha un innegabile e dichiarato approccio militante, ma Geraldina Colotti ha indagato nel profondo del paese, per questo è un libro intellettualmente onesto che vale la pena di leggere.

Geraldina Colotti: Talpe a Caracas – Jaca Book, 2012, Milano

Snowden, un nuovo grattacapo per gli USA

di Geraldina Colotti

Il Manifesto, 27giu2013.- Un limbo giuridico senza evidente via d’uscita. Così appariva ieri la situazione di Edward Snowden, il trentenne nordamericano, ex consulente della Cia, che ha rivelato il gigantesco piano di intercettazioni illegali messo in campo dagli Usa su scala internazionale.

Quella che è ormai per tutti «la talpa del Datagate» è ancora nell’aeroporto moscovita di Sheremetievo, dov’è approdato da Hong Kong il fine settimana scorso: non può comprare il biglietto per altra destinazione perché non ha passaporto e il suo visto di transito sta per scadere. I suoi documenti sono diventati incandescenti il 14 giugno, dopo la condanna emessa dai giudici della Virginia per spionaggio e furto di beni dello stato. Da allora Snowden è un pericoloso ricercato, al centro di un caso diplomatico di portata internazionale. Ha intercettato e diffuso i dati del piano ultrasegreto Prism quando lavorava come esperto informatico in una sede dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa), alle Hawaii. Il 20 maggio se n’è andato a Hong Kong, poi ha dovuto lasciare la Cina, a seguito delle pressioni statunitensi.

Dal 2009, gli Usa entravano anche nei server riservati degli altri stati utilizzando indirizzi internet e provider del singolo paese. Nello stesso modo, Londra ha spiato i partecipanti al G20 del 2009.

Snowden pare abbia accettato il lavoro con il contractor della Nsa Booz Allen proprio per raccogliere «gli oltre 200 documenti delicati» che stanno facendo vedere i sorci verdi all’amministrazione Obama.

Archivi segreti che, prudentemente, Snowden ha deciso di spedire a diverse persone e che verrebbero divulgati nel caso in cui gli accadesse qualcosa. Così almeno ha sostenuto Glenn Greenwald, il giornalista del Guardian che ha pubblicato le informazioni della «talpa». I documenti sono però cifrati e protetti da un complesso sistema di sicurezza, ha precisato Greenwald, aggiungendo che, in questi giorni, anche lui preferisce portarsi sempre appresso computer e dati.

Secondo la stampa moscovita, il direttore dell’Fbi, Robert Mueller, ha preso contatto con Alexandr Bortnikov, il suo omologo del Servizio federale di sicurezza russo (l’Fsb, una volta Kgb). Il presidente russo, Vladimir Putin, pur avendo rispedito al mittente la richiesta di estradizione Usa, lo aveva annunciato: il caso Snowden «è un problema di cui devono occuparsi il signor Mueller e il signor Bortnikov».

Snowden ha chiesto asilo politico all’Ecuador. Così aveva fatto anche Assange, che ha avuto risposta positiva, ma che da un anno resta confinato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra perché la Gran Bretagna lo vuole estradare in Svezia per fargli scontare una pena. Lo staff di Wikileaks sta fortemente sostenendo Snowden, ma ieri l’ex giudice spagnolo Baltasar Garzón, che difende Assange, ha annunciato che non accetta di patrocinare anche l’ex consulente Cia, senza però spiegarne le ragioni.

Secondo Assange, Quito ha concesso a Snowden un documento da rifugiato, ma la notizia non ha trovato conferma. E ieri il ministro degli Esteri ecuadoriano, Ricardo Patiño, ha dichiarato che i tempi per un’eventuale concessione dell’asilo politico a Snowden sarebbero comunque lunghi: forse non due mesi come per il fondatore di Wikileaks, ma quasi.

La buona volontà, però, rimane.

Lo ha confermato in twitter il presidente ecuadoriano Rafael Correa, ribattendo alle accuse di Washington per la legge sulla comunicazione che ha promulgato di recente, considerata dagli Usa lesiva della libertà di stampa.

Anche il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, si è detto disponibile a esaminare un’eventuale richiesta di asilo di Snowden e per questo ha subito i soliti attacchi dalla destra di Henrique Capriles: «Se Maduro vuole ricucire con gli Stati uniti, non può accogliere Snowden», ha detto Capriles, dando per inteso che gli unici rapporti possibili con gli Usa siano quelli basati sulla più completa asimmetria. Correa vuole diventare il nuovo Chávez,«il principale demagogo antistatunitense dell’emisfero», ha scritto il Washington Post. Il giornale ha inoltre ricordato che le condizioni di favore che gli Stati uniti concedono all’Ecuador a livello di dogana come compensazione per la lotta antidroga scadono a luglio…

«Gli Usa cercano di concentrare l’attenzione su Snowden e sui paesi “cattivi” che lo “appoggiano” per far dimenticare le cose terribili nei confronti del popolo nordamericano e del mondo intero che egli ha denunciato. Il loro ordine mondiale non è solo ingiusto, è immorale», ha risposto attraverso un twitter Correa.

Intanto, in sede di trattativa, Patiño potrebbe far pesare agli Usa il nutrito elenco di corrotti e banchieri ecuadoriani, condannati nel paese andino che hanno trovato riparo negli Stati uniti: dall’ex presidente Jamil Mahuad, ai banchieri Roberto e William Isaías, all’ex direttore dell’intelligence militare Mario Pazmiño.

Ben scavato vecchia talpa!

Ricostruita la verità sulla transizione venezuelana per il socialismo del XXI secolo nel reportage di Geraldina Colotti

di Carlo Amirante* [Napoli, febbraio 2013]

Il volume di Geraldina Colotti, Talpe a Caracas, cose viste in Venezuela, Jacabook, Agosto 2012, ha innanzitutto il merito di rompere la congiura del silenzio sull’esperienza, che dura ormai da tredici anni, della Quinta Repubblica venezuelana, contrapponendosi alla disinformazione e non di rado alle menzogne che circondano un progetto politico, culturale e sociale basato sulle solide fondamenta della Costituzione Bolivariana del 1999.

Il volume di 181 pagine, corredato da una bibliografia preziosa per la individuazione di contributi italiani e da una non meno utile cronologia della storia politica del Venezuela, ha l’andamento agile e scorrevole del reportage di viaggio, ma, nato della duplice esperienza di giornalista e militante dell’autrice, è in realtà molto di più. Innanzitutto grazie alla scelta oculata delle donne e degli uomini intervistati, che va dai militanti di base ai rappresentanti delle istituzioni ed ai ministri senza trascurare esponenti dell’opposizione; questa scelta favorisce perciò una riflessione che va ben al di là dell’adesione simpatetica o della ripulsa aprioristica di una esperienza politica ed istituzionale tra le più interessanti ed originali del nuovo secolo.

Lo dimostra, secondo la articolata ricostruzione della Colotti, l’origine e la composizione tutt’altro che dogmatica di una esperienza che ha coinvolto ampi strati della società. Dai soldati ai contadini, dai lavoratori dell’industria petrolifera agli artisti, senza trascurare non pochi strati della classe media; ma il merito maggiore della Rivoluzione bolivariana è senz’altro quello di avere trasformato in protagonisti del nuovo corso i gruppi sociali più emarginati ed impoveriti dalle successive ondate di privatizzazione e di sfruttamento neocoloniale: le donne dei barrios, i sottoproletari, i giovani in cerca di un ruolo attivo nella società e di una formazione intellettuale e professionale corrispondente alle loro aspirazioni.

Un’altra caratteristica del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e più in generale del movimento bolivariano, è stata quella di percorrere una via che non costringesse gli strati popolari a rinunziare né alle loro culture ancestrali – ciò che vale per i popoli nativi – né alla loro religione, in un clima politico ed ideologico in cui Bolívar e Gramsci si incontrano con la Teologia della Liberazione. La via bolivariana al socialismo, che se esalta l’orgoglio di nobili eredità politiche e culturali, esclude ogni tentazione nazionale di stampo sciovinistico, come sottolinea l’autrice, ha spinto chi apparteneva all’Opus dei «a schierasi dalla parte del popolo e a non tacere di fronte alle ingiustizie» e ha coinvolto, come Monsignor Romero, nell’impegno politico fino al punto da pagare «con la vita la scelta di stare con gli ultimi» (p.94).

Storicamente, il «sogno socialista» di Chávez, si fonda quindi su un movimento di base e su un elettorato che è andato crescendo di anno in anno [mai nella storia del Venezuela , presidenti erano stati eletti con tanti consensi, tra i setti e gli otto milioni, in termini di voti assoluti, NdR] dimostrando di condividerne le politiche economiche e sociali; ma gode anche della solidarietà e della condivisione di obiettivi e pratiche politiche nell’ALBA (Alleanza Bolivariana dei Popoli per la Nostra America) che riunisce popoli e paesi latinoamericani pienamente consapevoli dell’esigenza irrinunciabile e improrogabile di una svolta radicale sul piano istituzionale ed economico (un fenomeno a cui l’autrice dedica in IX capitolo). Su un piano politico e culturale più generale, non sono però meno significative le scelte degli Stati che aderiscono alla UNASUR, al MERCOSUR e alla CELAC, che si rifiutano di essere ancora considerati il cortile di casa degli USA, costretti a seguire quelle scelte strategiche che nel secolo scorso hanno impedito loro ogni politica autonoma e indipendente.

Tra i meriti di questa inchiesta vi è la ricostruzione precisa e puntigliosa delle tappe del processo bolivariano di trasformazione del Venezuela senza dimenticare di porre in luce tutti i tentativi di destabilizzare il governo venezuelano messi in opera proprio dai servizi segreti, dai principali media nordamericani, o da quelli venezuelani da essi sostenuti nonché dalle potenti lobbies di Miami che riescono ad imporre anche ai media internazionali una visione distorta dell’esperienza bolivariana. La verità è, come ricorda la Colotti per bocca del ministro Giordani, «gli USA non possono permettersi di vederci crescere con un modello alternativo. Oggi abbiamo finito di riportare in Patria tutto il nostro oro. Questo forma la nostra base sociale, i fondamenti della nostra società e ci permette di pensare ad un secondo gradino, allo sviluppo delle infrastrutture, alla modernizzazione del paese, alla sovranità e alla indipendenza, sia a livello nazionale che continentale» (p. 159).

L’originalità di questo processo, lasciando nuovamente la parola all’autrice, per bocca di Bernardo Borges, Console venezuelano a Napoli, consiste inoltre nel rifiuto di una piena assimilazione al «modello cubano, […] non è il percorso cinese», non è la rivoluzione sovietica «ma assomiglia piuttosto al Cile prima del colpo di stato del 1973» (p. 14-15), a differenza però, di quest’ultima, la Rivoluzione Bolivariana gode del grande prestigio del presidente Chávez che, come ribadisce Borges, «ha permesso di ottenere l’appoggio dell’esercito durante l’insurrezione del ‘92 e ora abbiamo una unità civico-militare che dà una grande forza al processo di trasformazione». Se, certo, la straordinaria leadership ‘militare’ del presidente Chávez, che lo pone al riparo dall’incubo del golpe militare, da sempre spada di Damocle che pende sul capo delle rivoluzioni latinoamericane, non va certo sottovalutata la sua formazione intellettuale di dottore in scienze politiche allievo di Jorge Giordani, attuale ministro delle Finanze. Come ricorda la Colotti, assieme al prof. Hector Navarro, Giordani coordinò il programma di governo che gli consentì di vincere le elezioni nel ’93. Ed è questo profilo di intellettuale che scambia “lettere dal carcere” con gli esponenti del movimento contadino e che considera Gramsci un riferimento ineludibile per la via venezuelana al socialismo a spiegare il suo impegno per quella costituzione bolivariana che può essere, a ragione, considerata un ponte tra la migliore tradizione costituzionale europea e le nuove constituciones ciudadanas latinoamericane. Questa costituzione, parafrasando il titolo del capitolo X, può essere considerata una pietra miliare della “fabbrica di futuro” che ha ridato dignità al lavoro sia dal punto di vista del salario minimo che ha subìto negli anni significativi incrementi, mentre sul versante della prevenzione e della sicurezza dei luoghi di lavoro e degli stessi prodotti soprattutto nel settore alimentare, una Legge Organica di Prevenzione, Condizioni e Ambiente di Lavoro (LOPCYMAT) ha ulteriormente garantito la condizione operaia. Si tratta infatti, di una legge che prevede anche la partecipazione e il controllo sociale e «definisce il profilo giuridico del ‘delegato di prevenzione’ qualcosa di più di un sindacalista abituale», una figura «nata per contrastare i fenomeni di corruzione, cooptazione e intimidazione che hanno pervertito le rappresentanze tradizionali» sbarrando «il passo a quei funzionari dello Stato che perpetuano la logica borghese a scapito del controllo operaio» (p. 111-112).

Lo strumento fondamentale di riappropriazione della propria autonomia economica è stato senza dubbio la nazionalizzazione della PDVSA, che ha consentito di passare da una fase storica in cui il petrolio veniva regalato a dieci dollari al barile, agli attuali 100 dollari circa (p. 119); ciò ha consentito al nuovo governo di finanziare tutte quelle misiones di carattere sociale – Barrio Adentro, Vivienda, Robinson, Milagro, Ribas, Mercal, per citare solo alcune tra le più importanti – che hanno pressoché eliminato le “piaghe aperte” dell’America latina, dall’analfabetismo, alla fame, dall’assenza di assistenza sanitaria, alla sua gratuità, ed infine l’accesso garantito a tutti all’istruzione superiore e all’università. Ciò che rende particolarmente interessante il Processo bolivariano, come ha mostrato Giordani nel volume La Transición venezolana al Socialismo è, dunque, quel mix tra mercato e significativi elementi di socialismo che non solo rappresenta un punto di forza della sfida di Chávez ma costituisce l’elemento comune delle politiche economiche e sociali dei paesi membri dell’ALBA.

Tra i pregi maggiori di questa stimolante indagine sul processo bolivariano vi è senza dubbio la sincerità e l’onestà con cui Geraldina Colotti, accanto alle esperienze positive come i quartieri autogestiti, le fabbriche recuperate, i consigli operai, il nuovo protagonismo delle donne e dei contadini, i “poliziotti con l’orecchino” che seguono le lezioni di docenti e intellettuali che qualche anno prima avrebbero fermato e tormentato con piglio inquisitorio alla ricerca di… spinelli e marijuna (pp.71-76) non tace su problemi tutt’ora spinosi ed irrisolti come il grave ritardo nella modernizzazione di settori rilevanti della pubblica amministrazione tutt’ora legati alle pratiche clientelari del vecchio establishment dure a morire, la situazione imbarazzante delle carceri ancora in mano alla criminalità organizzata con la quale il nuovo regime politico è costretto a venire a compromessi perché costituisce “uno stato nello stato” (p.77 e ss.), l’antica e tutt’ora grave emergenza della insicurezza urbana alimentata e… celebrata dall’opposizione politica. Né la Colotti mette a tacere le voci dell’opposizione politica e sociale di quegli strati di borghesia proprietaria, professionista e latifondista che dichiara apertamente di contestare le politiche economiche e sociali del governo bolivariano perché in contrasto con i propri interessi, dal momento che il loro prevalente contenuto assistenziale renderebbe meno liberi gli stessi destinatari di queste politiche (sic!).

Un libro stimolante e di facile e piacevole lettura che innanzitutto ricostruisce in modo appassionato ma ad un tempo spregiudicato ed efficace, 13 anni di processo rivoluzionario bolivariano nelle sue diverse e complesse componenti senza trascurare l’importante impatto politico sul sub-continente latinoamericano che, se si esclude l’esperienza cubana, sembrava in passato relegato ad uno status di dipendenza politica ed economica dal mondo occidentale. La tutela di un ambiente che, malgrado tutto, ha conservato in misura rilevante la sua integrità e la ricchezza di una straordinaria biodiversità, la proposta di una difficile ma non impossibile alleanza fra le logiche di mercato e quelle della solidarietà, della cooperazione e del dono, e direi, forse, soprattutto, la pratica virtuosa di uno scambio fra valori di mercato e valori etico-sociali con l’obiettivo di soddisfare bisogni primari, sembrano esperienze ed esempi su cui un Europa comunitaria, vittima ed un tempo carnefice dei suoi mercati e dei suoi egoismi, avrebbe non poco da apprendere.

* già docente di Diritto Costituzionale nell’Università di Napoli “Federico II”

Talpe a Caracas ma anche a Nisida

Le mie fotodi Nicola Nardella

 

La prima volta che entrai nel Carcere Minorile di Nisida mi soffermai su un murales dipinto da Hugo Pratt che rappresentava un gabbiano. La potenza di quell’immagine avrebbe sconfitto la linea del tempo e sarebbe divenuta memoria radicata. Quel carcere, Nisida, è un dolore in fondo all’Anima. Ormai, qualche anno sulle spalle, mi consente di dire che ho visto molte generazioni di bambini. Ho visto numerose ondate di amministratori, forse invecchio, eppure, nell’assenza di politiche a tutela dell’infanzia e di contrasto alla disgregazione sociale, nulla è mutato rispetto al fatto che tutte quelle generazioni di bambini mi apparivano e mi appaiono ineluttabilmente votate alla marginalità e finanche al carcere.

Il carcere, cupo mostro che è lì ad attenderti sul limite estremo del degradare. E’ possibile una lettura in cifre di questo mostro. Anno 2012: 7317 atti di autolesionismo, 1308 tentativi di suicidio, 36 suicidi di cittadini italiani, 20 suicidi di cittadini stranieri. Dentro me, inevitabilmente, ha sempre preso corpo una riflessione sulla ineluttabilità della galera. Il mio essere utopista ha spinto i pensieri a ricercare soluzioni che superassero quello che concepivo come un orribile e vetusto retaggio degno di un museo degli orrori. In altri momenti lo sconforto m’ha portato a ritenere inevitabili talune brutali manifestazioni istituzionali della storia umana.

Mi sono sempre rifiutato di prender parola in un dibattito caratterizzato dalla dicotomia libertà-sicurezza, poiché sottostare a questi due paradigmi in contrapposizione vuol dire prendere parte ad un gioco a carte truccate: invece libertà e sicurezza possono implicarsi reciprocamente in un’unica ispirazione.

M’è capitato tra le mani il libro di Geraldina Colotti intitolato Talpe a Caracas, in cui un intero capitolo è dedicato alla situazione carceraria venezuelana. E’ su tale capitolo che mi soffermerò. I due contesti sociali, quello venezuelano e quello italiano, non possono essere sovrapposti eppure sono rimasto colpito nel leggere di Iris Varela, a capo del Ministerio de Asuntos Penitenciarios, la quale ha affermato: “il carcere non serve a niente, non redime nè rieduca, fosse per me non costruirei altre prigioni”. Mi sono sentito meno solo nelle mie congetture e forse meno pazzo. No, il libro di Geraldina Colotti non è una celebrazione acritica del contesto venezuelano. Con molta nettezza viene descritta una realtà in cui interi penitenziari sono in mano ai narcotrafficanti eppure lo spirito che aleggia tra le pagine non è quello di una sconfitta.

Probabilmente lo spirito della sconfitta è stato bandito dall’attitudine che le Istituzioni venezuelane hanno assunto. Ed allora in questo quadro diviene possibile un “Plan Cambote” in cui le ristrutturazioni delle prigioni fatiscenti vengono affidate ai detenuti, o il “Plan llego la Chamba”, una filiera per dare lavoro ai detenuti ed agli ex detenuti. Mi sembra in questo caso interessante l’approccio decostruttivo di un sistema punitivo basato sul diritto penale del nemico e d’altro canto tendente invece ad avere come finalità ultima la risocializzazione dell’essere umano recluso. Le cifre che citavo prima rappresentano l’esemplificazione numerica della crisi della nostra civiltà eppure i tentativi effettuati dall’altro capo del mondo lasciano ben sperare rispetto alla fioritura di un nuovo umanesimo giuridico.

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