¿Quién es el culpable?

Nessun testo alternativo automatico disponibile.por Alí Ramón Rojas Olaya – CiudadCCS

Si usted fuese ciudadano sirio y estuviese en estos momentos en Alepo, ¿a quién culparía de la devastación en que se encuentra la antigua Mesopotamia y Persia, a Bashar al-Ásad o a Estados Unidos?

Si usted fuese ciudadano libio y estuviese en el año 2011 en Trípoli, ¿A quién culparía de las ruinas, al presidente Muamar el Gadafi o a Estados Unidos?

Si usted fuese ciudadano iraquí y viviese en Bagdad en 2006, ¿A quién culparía de los destrozos en que se encuentra el emporio cultural que legó a la humanidad Las mil y una noches, a Saddam Hussein o a Estados Unidos?

Si usted fuese palestino y viviese en el año 2004 en Gaza, ¿A quién culparía de las miles de muertes, al presidente Yasir Arafat o al Estado Sionista de Israel apoyado por Estados Unidos?

Si usted fuese haitiano y estuviese en 1994 en Puerto Príncipe, ¿A quién culparía de la crisis social, al presidente electo Jean Bertrand Aristide o a Estados Unidos?

Si usted fuese granadino y viviese en 1983 en Saint George, ¿A quién culparía del desabastecimiento, al presidente Maurice Bishop o a Estados Unidos?

Si usted fuese chileno y viviera en Santiago en 1973, ¿A quién culparía de hacer tantas colas para comprar comida, al presidente Salvador Allende o a Estados Unidos?

Si usted fuese vietnamita y estuviese en 1968 en Saigón, ¿A quién culparía de las campesinas, campesinos, niñas y niños abrasados por napalm, al presidente Ho Chi Minh o a Estados Unidos?

Si usted fuese guatemalteco y estuviese en la capital de esa nación centroamericana en 1954, ¿A quién culparía de la crisis económica, al presidente Jacobo Árbenz o a Estados Unidos?

Si usted es venezolano y vive en Caracas, Valencia, Maracay, San Fernando, Puerto Ayacucho u otro lugar, ¿Cree que el culpable de que hagamos cola para comprar comida, medicina o productos de aseo es el presidente Nicolás Maduro?

Si respondió correctamente lo felicito. De no ser así debe cambiar la forma en que obtiene información. Hágale caso a Simón Rodríguez cuando nos invita a abrir la historia. Así forjamos la conciencia y podremos saber siempre quién es el culpable.

Etten Carvallo: artista che lotta anche in digitale

di Verónica Abreu Roa – ciudadccs.info

L’opera dell’illustratrice della Patria di Bolívar, Etten Carvallo, forma di combattimento che si innalza rappresentando affermativamente il contesto venezuelano.

L’arte, che è sempre stata un veicolo per informare, esprimere se stessi, o semplicemente per essere uno specchio di realtà e fantasie, si è evoluta e, allo stesso tempo, si è adattata all’era tecnologica, utilizzando nuovi strumenti per generare presenza su scala digitale.

È il caso dell’illustrazione, un ramo dell’arte grafica che, essendo legato alla narrativa e portando un messaggio implicito o conoscenza di qualcosa, è stato il complemento perfetto per le opere giornalistiche, sia in stampa che in digitale.

«Il passaggio dal lavoro manuale al lavoro digitale in quest’area è stato, in linea di principio, dovuto ai tempi del periodico quotidiano, a cui, in seguito, è stato aggiunto l’uso dei social network», ha detto Etten (Carvallo), che da otto anni illustra le edizioni di Ciudad CCS.

Questo fatto influenza la velocità con cui le informazioni devono essere consegnate al lettore, sempre più desideroso di contenuti di accesso facile e veloce, per cui l’illustrazione si adatta bene aderendo come un guanto.

«Un po’ pesa il passaggio al digitale, perché hai anche quella parte romantica del tessuto, del contatto con la carta, della vernice, dell’acqua, dell’inchiostro; è molto gratificante, ma giocoforza si deve affrontare ciò che i tempi richiedono provando a non perdere quella parte bella», ha affermato la creatrice di illustrazioni piene di critiche sociali, accuse o elogi, di giustizia e ideologia politica, e che riconosce i benefici del formato digitale soprattutto per l’immediatezza con cui il lavoro raggiunge il lettore, che a sua volta è raddoppiato o triplicato dalla facilità di accesso che, tra altri aspetti positivi, conferisce il digitale all’informazione.

Hugo Chávez ha fatto tutto per amore. Esprime il sogno di Chávez per la costruzione della “Patria Buena”

Quel collegamento tra l’arte grafica e la narrativa che l’illustrazione possiede, può essere raggiunto solo da un artista della materia, qualcuno che possa utilizzare un’immagine per affermare qualcosa che può aver bisogno di molte parole.

Annosa è la discussione e il dibattuto, ha lungo si è filosofato se l’artista nasce o lo diventa, e nella vita di Etten, l’eterna diatriba in questo caso è stata chiarita, affermando attraverso l’esempio che artista ci è nata.

Il caso di Etten è peculiare. Ha manifestato il suo gusto per le arti fin dalla nascita, attraverso le voglie, che in casi normali si manifestano con un appetito vorace per un cibo specifico, ma che nel suo caso ha generato un’insaziabile fame di cultura nei genitori.

Teatro, cinema e danza sono diventati le nuove attività preferite dei genitori della ragazza, che nei suoi primi anni ha continuato a visitare costantemente questi ambiti.

Così Etten iniziò a nutrire l’osservazione e ad innamorarsi delle immagini, nelle quali approfondì ogni dettaglio e per il quale in seguito iniziò a sentire il bisogno di catturare ciò che la circondava. Apparentemente era il destino che la chiamava:

«Ho sempre avuto molti contatti con l’immagine e ne sono rimasta affascinata. Ha cominciato ad emergere in me quel bisogno di disegnare, di esprimermi attraverso il disegno», ha ricordato.

La giustizia, la politica ed il sociale sono una costante della sua opera

La notte è il momento perfetto per lavorare, per il silenzio, la tranquillità e perché arrivata a quel momento hai avuto l’opportunità di indagare su ciò che è accaduto durante il giorno su scala globale e questo ti consente di identificare il tema da sviluppare nel tuo prossimo lavoro.

Il lavoro dell’illustratrice Carvallo è impregnato di una femminilità che si avverte nel modo caldo in cui usa il colore senza intaccare la crudezza che vuole riflettere in molte delle sue opere.

La serenità, la calma e la dolcezza che emana con la sua sola presenza bilanciano la rudezza e la chiarezza con cui esegue ciascuno dei suoi pezzi, analisi energiche che inviano un messaggio diretto e senza esitazione. Armi non convenzionali con cui intraprende la lotta contro la guerra non convenzionale, “che ha cercato di soggiogarci, demoralizzarci come popolo e farci perdere la nostra identità”, attraverso la diffusione dell’affermativo venezuelano e la semina dei valori.

Vita e arte

La necessità di raccontare storie e generare sentimenti la alimenta con la sua formazione primaria in una scuola orientata proprio a sfruttare le capacità artistiche e creative di ogni bambino, un luogo in cui, sviluppando e illustrando il giornale scolastico, ha iniziato la sua connessione con la comunicazione. Successivamente, l’artista, caraqueña di nascita, si è formata presso l’istituto Cristóbal Rojas, dove ha studiato disegno grafico, menzione Arte Grafiche, che ha messo in pratica fin dalla sua laurea nel 1995.

Dipingere ciò che siamo per forgiare l’identità

L’illustrazione di Bolívar, come molte altre opere dell’artista, è uno dei modi per evidenziare tutto ciò che ci identifica e ci inorgoglisce per ciò che tali opere rappresentano.

Qui la massima espressione di ciò che siamo è presentata in un volto che è inciso nelle viscere di chiunque sia nato in questo paese.

Con l’immagine di Bolívar si riflette la grandezza di un popolo che non si fa intimidire dagli oppressori e, a sua volta, riflette la certezza che il popolo venezuelano ha il coraggio di affrontare qualsiasi attacco che minaccia la sua integrità e il suo diritto a vivere in pace sotto le proprie leggi e dinamiche.

I colori patriottici e lo splendore che l’artista dà all’immagine, gli conferiscono un’aria di festa che rievoca quell’anno bicentenario che nel 2011 ha ricordato e celebrato le azioni compiute dal Libertador del popolo venezuelano e con cui ha voluto costruire un paese libero e sovrano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Rodríguez Parrilla: ingeniero principal de una obra colectiva

por Sergio Rodríguez Gelfenstein

El pasado 20 de julio fuimos testigos de un evento histórico que muchas personas de mi generación jamás pensamos sería posible observar en vida: el restablecimiento pleno de las relaciones entre Cuba y Estados Unidos signado por la ceremonia de apertura de la Embajada de Cuba en Washington. Al frente de la delegación cubana en dicho acto, estuvo Bruno Rodríguez Parrilla, ministro de relaciones exteriores del país antillano. La presencia de Bruno (permítanme la licencia) trajo a mi, añejos recuerdos de mi primer encuentro, en 1991, con el entonces joven dirigente de la Unión de Jóvenes Comunistas de Cuba (UJC). 

Vale decir que una de las excepcionales particularidades de Cuba es la imbricación de un sólido liderazgo histórico encarnado por Fidel y Raúl Castro con múltiples mecanismos de dirección colectiva que funcionan en el gobierno, el partido y el Estado. En fecha tan temprana como septiembre de 1986, previo a la Cumbre del Movimiento de Países No Alineados en Harare, Zimbabue, cuando Fidel Castro acababa de cumplir 60 años, se comenzó a preparar el relevo de la generación histórica que participó en el Asalto del Cuartel Moncada en 1953, la lucha en la Sierra Maestra entre 1956 y 1958 y que ha dirigido los destinos de Cuba desde el 1° de enero de 1959. Opuesto a lo que suele pensarse, ese no ha sido un proceso espontáneo ni dejado a los vaivenes de la situación política coyuntural.

Por el contrario, la continuidad en la conducción política del país, siempre ha estado presente en el devenir de la vida de Cuba en los últimos 55 años. De ahí la preocupación constante de los dirigentes por crear mecanismos permanentes de formación de cuadros en todos los niveles de la administración y el partido. Hoy, la aplastante mayoría de ministros, diputados, dirigentes del partido y los gobiernos locales y generales de las fuerzas armadas de Cuba nacieron en años posteriores a la revolución de 1959. Sin embargo, siempre ha estado en el tapete, la posibilidad de que el ascendiente moral y el liderazgo indiscutido de Fidel y de Raúl no pudieran ser sustituidos en el tiempo.

Con esa inquietud, en 1991 me propuse indagar acerca del pensamiento y la visión de los jóvenes cubanos sobre el tema. Entre diciembre de ese año y enero de 1992 realicé en La Habana una serie de entrevistas a mujeres y hombres cubanos que bordeaban los 30 años. Trece de estas entrevistas dieron origen en 1993 al libro ¿y cuándo Fidel no esté?, con portada del artista plástico Aníbal Ortizpozo y publicado por el Vice rectorado Administrativo de la UCV que conducía el profesor Elías Eljuri en coedición con la revista Ko´eyú Latinoamericana que dirigía el entrañable amigo Joel Cazal. En la presentación del libro se expone que el mismo cubre “un espectro de la juventud cubana suficientemente representativo a pesar que el imperativo del regreso nos obligó a postergar otras conversaciones que también tentaban nuestro interés”. 

Precisamente, la obra cierra con una entrevista a Bruno Rodríguez quien en ese momento, a sus 33 años, era miembro del Buro Nacional de la Unión de Jóvenes Comunistas, y director de su órgano oficial, el periódico Juventud Rebelde. El hoy canciller es abogado, nació en México, durante el exilio de sus padres. En el IV Congreso del Partido Comunista de Cuba realizado en octubre de ese año 1991, fue elegido miembro de su Comité Central. Bruno, me recibió puntualmente el 17 de enero de 1992 a las 4 de la tarde en su oficina del “complejo poligráfico” cercano a la Plaza de la Revolución.

Después de una larga conversación sobre el tema en cuestión, mi indagatoria cerró con la siguiente pregunta: “¿Consideras que tu generación está capacitada para asumir responsabilidades superiores? Y entre otras cosas algo que en Cuba es una realidad: ¿podrán suplir el ascendiente moral, la capacidad y la experiencia de la generación que derrocó a Batista, en particular el presidente Fidel Castro? ¿ crees que les den esa posibilidad de sustituirlos?

Al ver a Bruno Rodríguez, el pasado 20 de julio en Washington como ingeniero principal de una obra colectiva como todas las que se hacen en Cuba, recordé aquella “fría” tarde habanera de 1991, cuando con plena seguridad, el hoy canciller me respondió con unas palabras que quisiera traer a colación como remembranza del largo tránsito del pueblo cubano por su independencia y su resistencia contra la barbarie imperial.

Dijo Bruno “En lo personal me siento cumpliendo funciones y asumiendo tareas muy responsables. Me es difícil decir si estoy preparado para desarrollar nuevas responsabilidades en el entendido de responsabilidades superiores. Francamente no me siento desbordado, pero si ante una responsabilidad que considero muy grande, está relacionada con un trabajo en la Juventud y con la dirección de un periódico en las condiciones actuales del país. Es difícil imaginarme una tarea que me sea más complicada. Me siento privilegiado de tener una responsabilidad, la cual todos los días se me presenta difícil, me exige soluciones y me deja poco tiempo.

En lo personal, estoy preparado para hacer varias cosas distintas. He tenido una vida muy dispersa. Fui bastante tiempo dirigente estudiantil, soy abogado, trabajé en los medios académicos, fui profesor universitario, trabajé en los sectores artísticos y literarios ya en la Juventud, estuve en las Fuerzas Armadas un tiempo, estuve en el trabajo internacional de la Juventud y en el servicio exterior y ahora soy director de un periódico, es decir, he hecho cosas bastante diferentes”.

Agregaba más adelante “Hay gente con una visión extraña de la juventud, a veces peyorativa, son los que hablan mucho de la madurez, como si fuera cronológica, y uno no conociera gente muy madura y muy joven y gente muy inmadura y poco joven, como los conozco yo también.

En fin, en esto hay que avanzar, pero, creo que ésta, es una generación que dispone de un espacio amplísimo, dispone de todo el espacio que se ha ganado, lo cual es decir mucho, y también es decir que los espacios de que no se dis­­pone hoy, son espacios a ganarse.

La Revolución es mucho más que Fidel. Sin lugar a dudas que su peso y su participación son extraordinarios, sobre todo en la conducción de este momento súper crítico, no sólo de la Revolución, sino de la historia nacional, pero estoy convencido que no se trata de salir a buscar otro Fidel, entre otras cosas porque no se puede. Tuvimos un Martí, y no tenemos otro, tenemos ahora a Fidel, y soy un convencido, no vamos a tener otro, porque eso es irrepetible, pero hay una generación, (política más que biológicamente hablando) de la que han surgido una cantidad importante de compañeros cuya madurez es capaz de suplir el vacío que deje la dirección histórica de la revolución. Si eso saliera mal, querrá decir que nos equivocamos rotundamente y lo que hicimos tuvo poco valor, pero es necesario decir que una de las extraordinarias virtudes de Fidel, es precisamente ser portador de ese concepto, el haber inculcado eso, el abrir esos canales de participación, y estoy seguro que sin Fidel, todo el mundo, quien esté y quien no esté en la dirección, sentirá una responsabilidad mayor que la que siente hoy.

El relevo de la Revolución está asegurado por la Revolución misma. Es parte de la obra de la Revolución. Ella existe hoy y seguirá existiendo, porque como hasta hoy, en cada momento ha habido una generación que ha asumido su responsabilidad con la patria, y lo que es más importante, ha gestado y ha hecho crecer el relevo necesario”.

L’educazione cattolica: arma di guerra contro il popolo

adadi Ronald Muñoz – CiudadCCS, 18 luglio 2013

Alla fine del XIX secolo l’umanità si trovava agli albori del dominio capitalista. La miseria e la povertà generate da questo nuovo modello imperante già si facevano palpabili nella dinamica sociale dei popoli. I grandi pensatori del socialismo sorsero analizzando le contraddizioni interne al miserabile sistema.

Sotto la direzione dei nascenti partiti rivoluzionari, i popoli erano la maggioranza e adesso lo sapevano. Il movimento operaio metteva sotto scacco il capitalismo e la sua depredatrice logica di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Da parte sua la Chiesa aveva perso gran parte della sua influenza mondiale grazie al sorgere del capitalismo come nuovo sistema socio-economico dominante. Nell’ambito del sistema feudale la chiesa era tutto: non influiva soltanto nel piccolo della quotidianità della vita delle persone ma controllava anche la geopolitica mondiale con la sua dottrina del “diritto divino” secondo il quale i re erano re perché “Dio” così lo voleva. Si diceva che lottare contro la nobiltà e la monarchia significava lottare contro Dio e quindi le monarchie per essere legittimate dovevano essere avallate dal papa; in questo modo il Sommo Pontefice cattolico era una specie di imperatore dei re che agiva come arbitro delle dispute inter-nobiliari e internazionali.

Imposto il capitalismo come sistema dominante, la Chiesa vedeva crollare il suo mondo davanti ai suoi occhi, ma essendo un’organizzazione che vanta tanta esperienza accumulata nel controllo dei popoli, c’era da aspettarsi che si sarebbe potuta accordare per risorgere. Soprattutto quando il capitalismo e il feudalesimo hanno un elemento comune: entrambi si sostengono sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Con l’apparizione dei sindacati – allora diretti dai socialisti dell’epoca – che iniziarono una lotta senza quartiere contro la classe dominante, il capitalismo cominciò a tremare… ed è stato qui che il Vaticano ha incontrato l’opportunità che cercava per riposizionarsi dentro le nuove alte sfere del potere.

Nel 1891 nell’ambito delle lotte popolari delle società già industrializzate, Papa Leone XIII lanciò la sua enciclica Rerum Novarum. Con questa, approfittando dell’ascendenza religiosa ancora esistente su gran parte del popolo, “Sua Santità” spiegava che non poteva esistere la lotta di classe così come teorizzata da Marx, ma che tutto doveva essere una questione di mutua accettazione tra la classe sfruttatrice e le grandi maggioranze sfruttate.

In un’altra sua enciclica Quod Apostolici muneris, Leone XIII lo spiega più chiaramente affermando che “è opportuno favorire le organizzazioni di operai e proletari che collocate sotto la tutela della religione si abituano ad accontentarsi della propria sorte. A sopportare debitamente il lavoro e a condurre una vita dolce e tranquilla”. In questo modo Leone XIII aveva creato una nuova corrente ideologico-politica: il cristianesimo sociale, dando vita ad una forma alternativa di organizzazione operaia con sindacati cristiano-sociali.

Approfittando della fede cattolica delle masse sfruttate, la Chiesa in questo modo salvava il capitalismo da quella che sarebbe stata una morte imminente. Da lì in avanti la Chiesa che già nel feudalesimo controllava in maniera quasi assoluta tutto ciò che era relativo all’educazione, stabiliva nuove alleanze con le nuove classi dominanti continuando a controllare i nuovi sistemi educativi moderni.

L’educazione cattolica nelle dittature del secolo XX

Nelle dittature fasciste nel XX secolo la Chiesa cattolica continuava ad essere responsabile nella missione di garantire l’agibilità a tali regimi nel tempo, seminando in maniera non dichiarata valori politico-ideologici nella popolazione insieme a valori religiosi che sono sempre serviti alle minoranze dominanti. Dopotutto, se qualcosa ha insegnato sempre il cristianesimo creato dalla Chiesa, è la rassegnazione davanti all’ingiustizia. Per il suo lavoro educativo la Chiesa è stata sempre ricompensata da tali regimi con il riconoscimento in denaro e proprietà e questa a sua volta ricambiava questi regimi avallandoli politicamente e lodandoli pubblicamente, come avvenne con l’assassino Pinochet in Cile o Francisco Franco in Spagna, che la Chiesa battezzò come “Caudillo per grazia di Dio”.

La Chiesa cattolica e l’educazione in Venezuela

La grande influenza della Chiesa nell’educazione venezuelana è una realtà di vecchia data. Solo per ricordare che la Chiesa gestiva in grande misura l’educazione durante la dittatura clerico-fascista di Marco Pérez Jiménez e che Romolo Gallegos fu defenestrato, tra le altre ragioni, per la sua riforma dell’educazione che toglieva il controllo alla Chiesa sul sistema educativo nel nostro paese.

Oggi la realtà è evidente davanti ai nostri occhi: è sufficiente che la reazione convochi una manifestazione contro il governo affinché i primi ad appoggiarla, spinti dalle loro autorità educative, siano gli studenti delle università private cattoliche e collegi privati cattolici. Un chiaro esempio di ciò è il collegio di Nostra Signora di Guadalupe, a Sabana Grande, dove ci sono casi di bambini fino alla terza classe che non sanno quasi leggere, o non sanno chi era Bolivar; a causa di ciò un rappresentante ha protestato con la scuola e gli è stato risposto che per queste cose c’è “la famiglia”.

Inoltre bisogna ricordare che l’educazione in Venezuela è laica e che non esiste nessuna materia conosciuta come “religione” nei documenti ufficiali del MPPE. Quindi è un reato utilizzare le ore regolari di lezione, ed anche giorni interi per il loro addottrinamento religioso. Cosa fa il MPPE? Le riunioni dei genitori e dei rappresentanti le utilizzano le monache per parlare male del governo. I libri consegnati gratuitamente dal governo non li usano ma ne mandano a comprare altri che hanno un approccio diverso. E come se non bastasse, il 14 aprile di quest’anno le monache hanno aperto le porte del Collegio ai gruppi violenti della destra per minacciare i testimoni del PSUV, che in maggioranza erano donne, fra le quali una anche incinta. A questa gente il nostro governo ingenuamente riconosce risorse per educare i nostri figli, bambini e adolescenti.

Non è possibile che vista la situazione si debba continuare a dipendere dal ricatto della gerarchia ecclesiastica per sostenere l’educazione. Questo modello di articolazione educativa risponde ad un momento storico diverso, nel quale le nostre comunità non avevano la capacità organizzativa necessaria.

Oggi esistono istanze organizzative comunitarie come le comuni e i consigli comunali che in breve o medio termine potranno gestire l’amministrazione dei centri educativi nelle loro rispettive comunità, prescindendo in questo modo dall’addottrinamento massivo cattolico che nel fondo è caratterizzato da una profonda carica ideologica reazionaria.

Continuare a lasciare l’educazione di migliaia e migliaia di giovani in mano alla sempre reazionaria Chiesa è un errore che con l’andar del tempo può costare la caduta di questo processo e di tutto ciò che a livello mondiale dipende da esso.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

 

Ipocrisia allo stato puro

di Sergio Rodríguez Gelfenstein – CiudadCCS

Dicono di lottare contro il terrorismo e che lo stermineranno in qualsiasi parte del mondo, ma proteggono sul loro territorio Posada Carriles che è un criminale confesso per aver collocato una bomba su un aereo civile cubano. Allo stesso modo, nascondono gli assassini del cancelliere cileno Orlando Letelier, assassinato nella stessa Washington.

Dicono di combattere il terrorismo internazionale ma hanno creato, hanno armato, hanno finanziato ed addestrato il movimento Talebano – affinché combattesse il governo afgano negli anni ’80 del secolo passato – e lo Stato Islamico pensando che questo fosse utile ai loro obiettivi per abbattere il governo siriano negli anni recenti, inoltre hanno coperto, hanno protetto e furono alleati con Osama Bin Laden prima del 2001.

Hanno eletto un presidente nero, ma la polizia continua ad assassinare adolescenti e giovani afroamericani con totale impunità e protetta dalla “giustizia”.

Si dicono combattenti e depositari della democrazia nel mondo, ma hanno sostenuto le peggiori dittature del pianeta. Hanno fomentato colpi di Stato in Brasile, Bolivia, Uruguay, Cile ed Argentina, che hanno causato innumerevoli omicidi, di migliaia di desaparecidos e torturati e decine di migliaia di esiliati. Hanno protetto le criminali dittature di Pérez Jiménez, Batista, Trujillo y Somoza. Di costoro affermarono “sono figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana”. Nella loro “difesa della democrazia” sostengono le monarchie medioevali del Medio Oriente como quella della Arabia Saudita dove non esiste alcun parlamento, né partiti politici, né sindacati, né elezioni e dove le donne sono segregare e discriminate.

Dicono di lottare contro il narcotraffico, ma la DEA comportandosi proprio come un cartello, regola, controlla e manipola il marcato della droga, senza agire contro il suo stesso sistema finanziario dove arrivano i miliardi di dollari che tale “lucrativo commercio” inietta nella sua economia; chi ha mai visto un narcotrafficante statunitense in prigione?

Si mostrano inflessibili contro il nuovo governo greco di Alexis Tsipras quando non si piega ai precetti che significano la perpetuazione della fame e dell’esclusione per il popolo greco, ma trattano con i “guanti di seta” la corrotta banca internazionale, apportando miliardi di dollari per l’arricchimento dei suoi dirigenti, mentre continuano a stingere il cappio al collo dei popoli.

Si autoproclamano i primi protettori dell’ambiente e della natura, ma si negano a ratificare il protocollo di Kioto sui mutamenti del clima.

Dicono di essere preoccupati per la situazione delle giustizia nel mondo ma non accettano la giurisdizione della Corte Penale Internazionale incaricata di giudicare i delitti come il genocidio, i crimini di lesa umanità, i crimini di guerra e le aggressioni. Lo fanno per agire impunemente nelle loro pratiche interventiste e guerrafondaie, spesso ai margini del diritto internazionale. Non rispettano nemmeno le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia dell’Haya quando i suoi verdetti non li favoriscono.

Dicono di promuovere i diritti umani nella regione, ma non sottoscrivono la Convenzione Americana sui Diritti Umani, pur ospitando la sede della Commissione Interamericana dei Diritti Umani non ne formano parte, nonostante il fatto che entrambe furono create a loro immagine e somiglianza sotto la protezione dell’ancora insepolto cadavere dell’OSA.

Spendono miliardi di dollari in sicurezza e nonostante ciò non sono capaci di proteggere nemmeno il loro stesso popolo, mandano i loro figli ad immolarsi in guerre assurde senza che sappiano il perché. A tal fine, si inventano armi nucleari in Iraq, uranio arricchito per fabbricare missili in Iran e carri armati russi in Ucraina. Mai nessuno ha visto nulla di tutto ciò.

Si aggiudicano il Premio Nobel per la Pace, pensando che ciò servirà loro per legittimare il genocidio e la morte di innocenti.

Dicono che normalizzeranno le relazioni con Cuba, ma mantengono l’inumano blocco economico e la “ley de ajuste cubano” che favorisce le migrazioni clandestine.

Si vantano di avere grandi amici, alleati e soci, ma spiano i leaders dei loro paesi, mentre ammettono di averli spinti e obbligati a rafforzare le sanzioni contro la Russia e che in alcune occasioni torcono il loro braccio quando non fanno quello che vogliono.

Hanno un gigantesco deficit di bilancio, ma continuano a finanziare guerre di rapina in tutto il pianeta. Rispetto a ciò, democratici e repubblicani non sono in contraddizione. I dibattiti nel Congresso hanno come obiettivo solo definire chi dovrà pagare i costi della guerra; se devono pagarli i poveri o i ricchi. Alla fine, sono sempre i poveri a dover pagare proporzionalmente di più.
 
Dicono di essere molto preoccupati per il Venezuela, mentre difendono e appoggiano azioni terroriste, colpi di Stato, sabotaggi petroliferi e manovre destabilizzanti violente che nessun sistema democratico ammette, in primo luogo il loro stesso. Definiscono gli esecutori di queste politiche “opposizione che dissente dal governo”.
 
A tale proposito lo storico statunitense Morris Berman considera che nonostante nel suo paese si affermi che “… dissentire è patriottico, che è fondamentale per una società democratica”, in realtà ciò “… è pura ipocrisia”.
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