Roma 21giu2015: la mano sporca della Chevron

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AntiChevron en el mundo!

Estimad@s aliad@s AntiChevron del mundo entero,

Reciban un cordial y fraterno saludo desde ‘La Isla Tortuga’, mejor conocida como Canadá. A través de la presente solicitamos su solidaridad con el Clan Unist’ot’en del pueblo Wet’suwet’en, que habita en la costa occidental de “Canadá”. Actualmente este pueblo originario se encuentra en pie de lucha y resistiendo a la infame Chevron, que busca construir un oleoducto a través de su territorio. Este pueblo soberano en su lucha por defender su tierra ancestral ha creado un campamento por donde potencialmente cruzaría el oleoducto de Chevron, denominado Campo Unist’ot’en, desafiando de esta manera la agenda depredadora y saqueadora de la petrolera norteamericana.

Chevron es la tercera corporación más grande de los Estados Unidos y se ubica en el lugar 16 de las compañías más grandes del mundo. La petrolera Chevron es conocida por sus crímenes cometidos por todo el mundo, violaciones de los Derechos Humanos y Medioambientales, por lo que resulta imperante que en “Canadá” y en todo el mundo nos sumemos a esta lucha en contra del neocolonialismo de EE.UU. y su corporación Chevron.

Desde hace más de 20 años, comunidades indígenas de la Amazonia del Ecuador, aglutinadas en el Frente de Defensa de la Amazonia, vienen luchando contra Chevron en cortes de EE.UU., Ecuador, Argentina y actualmente en Canadá. Chevron fue condenada a pagar US$9.5 billones de dólares para remediar el medio ambiente, compensar a las víctimas y sobrevivientes de su legado de muerte.

Así mismo, la campaña ‘La Mano Sucia de Chevron’ fue iniciada por el Presidente Rafael Correa posterior a su visita a la Amazonía, donde fue testigo de la catástrofe ambiental dejada por la criminal Chevron, que deliberadamente desechó 8.5 billones de galones de aguas residuales, con resultados tóxicos para los habitantes, animales y el medio ambiente en estas zonas.
Sin duda, el legado de Chevron constituye el peor derrame de petróleo en la historia, sin embargo, incluso después de haber sido encontrada culpable por una Corte de Ecuador, Chevron se niega a pagar y asumir su responsabilidad.

Afortunadamente, la Corte Suprema de Canadá dará lugar a una audiencia para decidir si procede el embargo de los activos de Chevron en Canadá, que suman alrededor de US$ 21 billones de dólares.

Inspirados en las luchas de los pueblos por su autodeterminación y en contra de Chevron, a través de este manifiesto demostramos nuestra apoyo y solidaridad con las y los compañeros de Unist’ot’en en su lucha en contra de Chevron.

Hacemos un llamado a quienes han invertido en Chevron a sacar sus inversiones de esta corporación. Igualmente llamamos a todos los comités y grupos de solidaridad en Nigeria, Rumania, Argentina,

Contacto en Belgica: arlac.info@gmail.com / 0032 488 484 194

Ecuador y toda la sociedad civil en todos sus matices, sindicatos, estudiantes, movimientos sociales, gobiernos progresistas, etc. a sumarse al boicot en contra de esta corporación corrupta. Solo golpeando el bolsillo de esta petrolera criminal, lograremos hacer justicia para las comunidades afectadas por su nefasto legado.

Quienes a continuación firmamos, hacemos público nuestro apoyo con el pueblo Unist’ot’en.
Atentamente,

Chevron’s Dirty Hand Campaing Canada

Leonardo Arizaga: «Chevron, una minaccia per la rivoluzione ciudadana»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Quito, 15mag, 2014.- «La mul­ti­na­zio­nale Che­vron ha pro­vo­cato in Ecua­dor una con­ta­mi­na­zione 30 volte peg­giore di quella pro­dotta dalla Bri­tish petro­leum nel Golfo del Mes­sico tra aprile e set­tem­bre 2010». Così dice al mani­fe­sto Leo­nardo Ari­zaga, vice­mi­ni­stro degli Esteri ecua­do­riano. Ari­zaga è in Ita­lia per un giro di con­fe­renze che hanno al cen­tro la ver­tenza ambien­tale tra le popo­la­zioni indi­gene dell’Amazzonia ecua­do­riana e la mul­ti­na­zio­nale Usa. Rica­pi­tola le tappe della vicenda. Dal ’72 al ’92, durante la rea­liz­za­zione di atti­vità estrat­tive petro­li­fere nella pro­vin­cia di Sucum­bios e Orel­lana, Chevron-Texaco versa 68.140.000 metri cubi di rifiuti tossici.

Nel feb­braio del 2011, dopo 9 anni di litigi, i tri­bu­nali ecua­do­riani legi­fe­rano a favore delle popo­la­zioni col­pite dall’inquinamento, che hanno ini­zial­mente sol­le­vato la que­stione in un tri­bu­nale di New York. La mul­ti­na­zio­nale (la seconda più grande degli Stati uniti) deve pagare 19 mila milioni di dol­lari. Una cifra in seguito ridotta a 9.500 milioni di dol­lari da una suc­ces­siva sen­tenza della Corte nazio­nale di giu­sti­zia dell’Ecuador. «Ma adesso — spiega il vice­mi­ni­stro — è in pieno corso un arbi­trag­gio alla Corte per­ma­nente dell’Aja».

La mul­ti­na­zio­nale ha ini­ziato la bat­ta­glia con­tro il governo dell’Ecuador nel 2009, accu­sando la petro­li­fera sta­tale Petroe­cua­dor di essere l’unica respon­sa­bile dei danni. E il 4 marzo, la giu­dice fede­rale Lewis Kaplan ha accolto la tesi degli avvo­cati di Che­vron, secondo i quali il pro­cesso in Ecua­dor sarebbe stato viziato. «Esi­stono però nume­rosi testi­moni — dice ancora Ari­zaga — che hanno visto e subito cose diverse. La mul­ti­na­zio­nale ha usato tec­no­lo­gie estrat­tive obso­lete e a basso costo, incu­rante della vita delle per­sone e dell’ambiente. Dopo oltre vent’anni, nella zona del lago Agrio l’inquinamento è ben visi­bile e i suoi effetti deva­stanti. I periti sta­tu­ni­tensi, in arrivo nel paese, potranno con­sta­tarlo di per­sona. Le mul­ti­na­zio­nali — aggiunge — sono bene accette per­ché siamo un paese in via di svi­luppo, ma a con­di­zione che rispet­tino le leggi dello stato».

Uno stato che ha scom­messo sulla «revo­lu­cion ciu­da­dana», che ha rine­go­ziato il debito inter­na­zio­nale per dedi­care i soldi e le risorse pub­bli­che «a ridurre ulte­rior­mente la povertà, all’istruzione e allo svi­luppo indu­striale. Oggi — aggiunge il vice­mi­ni­stro — le popo­la­zioni chie­dono che deter­mi­nati pro­getti ven­gono attuati nel posto dove vivono, per­ché sanno che almeno il 30% del gua­da­gno sarà inve­stito per il pro­prio benessere».

Non tutto, però, qua­dra, come nella vicenda del Parco Yasuni, una grande area incon­ta­mi­nata che il governo ha deciso di tri­vel­lare. E ora diversi gruppi di atti­vi­sti hanno rac­colto le firme per un refe­ren­dum che fermi le mac­chine. Il vice­mi­ni­stro ricorda i ten­ta­tivi fatti per anni da Cor­rea, che aveva pro­po­sto alla comu­nità inter­na­zio­nale di com­pen­sare al 50% il valore del petro­lio lasciato sotto il parco, ma senza grandi esiti. «E per que­sto si è deciso, pur con tutte le cau­tele, di sfrut­tare l’1 per 1000 dello Yasuni, onsa­pe­voli che comun­que cer­care il petro­lio ha un costo ambientale».

I risul­tati otte­nuti dal governo pro­gres­si­sta di Cor­rea «che dopo 7 anni ha un gra­di­mento in cre­scita», indi­cano però — secondo il vice­mi­ni­stro — che si può assu­mere il rischio per aumen­tare il benes­sere della popo­la­zione: per­ché l’Ecuador ha sì «la più bassa per­cen­tuale di disoc­cu­pati dell’America latina e il più basso livello di infla­zione, ma una per­sona su 4 sof­fre ancora la fame e il livello delle espor­ta­zioni è rima­sto quello di quarant’anni fa: ancora dipen­dente dal petro­lio bruto e dalla ven­dita delle mate­rie prime. E per que­sto si sta costruendo una raf­fi­ne­ria con l’apporto di Cina e Venezuela».

Per cam­biare le cose, occorre «lavo­rare allo svi­luppo di nuove rela­zioni con­ti­nen­tali», cer­cando di schi­vare le trap­pole del neo­li­be­ri­smo e favo­rendo il dina­mi­smo dei paesi pro­gres­si­sti. E qui il vice­mi­ni­stro loda l’iniziativa della Una­sur nella com­mis­sione di pace in Vene­zuela. Impor­tante, però, è anche poten­ziare le rela­zioni con i part­ner tra­di­zio­nali: gli Usa (dove vive un milione di ecua­do­riani) e la Ue, che ne ospita altrettanti.

Ecuador: la Rivoluzione cittadina contro la Chevron

Alla fine, il 13 novembre, la Corte Nacional de Justicia de Ecuador (CNJ) ha chiuso il processo che da venti anni la popolazione dell’Amazzonia ecuadoriana ha mosso contro la multinazionale Texaco, che dal 1992 si è unita alla Chevron. Questa è la quarta sentenza negativa che la Chevron ha raccolto negli ultimi otto anni, durante i quali i suoi  100 avvocati hanno fatto di tutto per evitare di pagare la multa di 19 miliardi di dollari.

di Achille Lollo*

(ROMA) — Nel 1993, la multinazionale Texaco Petroleum Company (oggi Chevron) portò a termine il contratto che aveva firmato nel 1964, con il governo dell’Ecuador per realizzare, in quasi due milioni e mezzo di ettari di selva amazzonica, 357 pozzi per la prospezione petrolifera, costruire 22 stazioni per pompare il petrolio dai pozzi dichiarati produttivi, per edificare nel 1980, un oleodotto di 500 Km (Trans-Ecuadoriano) e ripulire le aree dove fossero rimasti rifiuti tossici, le acque inquinate e le fosse con i fanghi petroliferi degradati. Norme che il governo ecuadoriano stabilì nel 1976 con la legge di “Prevenzione e monitoraggio dell’inquinamento ambientale”.

Di fatto, con l’uscita dall’Equador della multinazionale i tecnici della compagnia statale Petroequador hanno potuto constatare che:

1) le norme di legge per la prevenzione ed il monitoraggio dell’inquinamento non sono mai state prese in considerazione dalla Texaco Petroleum Company;

2) le denunce sul disastro ambientale in Equador che John Kimerling registrò nel suo libro Amazon Crude erano reali;

3) le accuse di genocidio per la sparizione delle comunità indigene, Tetetes e i Sansahuari, avanzate dall’organizzazione Acción Ecológica, erano veritiere, tanto che nel giugno del 1991 militanti di questa organizzazione occuparono gli uffici della Texaco nella capitale, Quito, per dare a conoscere al mondo quello che la Texaco aveva provocato nell’Amazzonia.

Alla fine, nel 1993, con l’inizio a New York dell’azione giuridica intentata dagli avvocati Steven Donzinger e Cristobal Bonifaz, su mandato di 30.000 indigeni delle comunità Cofán, Siona, Secoya, Kichwa e Huaorani, originarie delle province di Sucumbios, Orellana e Pastaza, è stato possibile definire che:

a) invece di riciclare 650.000 barili di residui petroliferi (petrolio non commerciabile) i tecnici della Texaco, li hanno semplicemente nascosti sotto terra aggravando l’inquinamento, dal momento che gli elementi tossici dei residui sono penetrati nelle falde idriche della regione in questione intossicando definitivamente il biosistema amazzonico;

b) Sono finiti nei fiumi e nei corsi amazzonici circa 80 miliardi di scorie petrochimiche insieme ai prodotti chimici utilizzati per il lavaggio delle perforazioni tra i quali il temibile “cromo-esavalente”, un composto chimico altamente cancerogeno;

c) De 1970 al 1992, la Texaco ha sottratto “quotidianamente e gratuitamente” dai fiumi circa 200.000 litri d’acqua per le operazioni di perforazione, per alimentare i sistemi di raffreddamento e per i consumi dei lavoratori. Per questo 60 miliardi di litri d’acqua, completamente inquinati sono stati sversati nei fiumi, nei laghi o direttamente nei terreni intorno ai pozzi delle stazioni senza il dovuto trattamento;

d) l’usa massiccio della dinamite lungo i fiumi ha provocato la morte di oltre 30 milioni di pesci e la loro sparizione da molti fiumi sottraendo, così, il principale alimento per le popolazioni fluviali dell’Amazzonia;

e) l’enorme inquinamento indiscriminato – soprattutto nella regione del Bloco 13 – è stato una conseguenza della tecnologia obsoleta che la Texaco aveva trasferito dagli USA in Equador, nel momento che, a partire dal 1960, in governo degli USA ha emanato una serie di leggi molto rigide che hanno proibito l’uso di un certo tpo di strumenti tecnologici per perforare i pozzi a causa dei danni che gli stessi provocavano per l’ambiente e per le persone;

f) Si è verificato l’uso discriminante di un contratto di lavoro – esclusivo della Texaco – che non remunerava i lavoratori ecuatoriani nella medesima misura degli statunitensi e che reclutava forzatamente lavoratori indigeni per “servizi aggregati” somministrando loro, solo il cibo e l’alloggio come salario;

g) Durante la costruzione dell’oleodotto (500 Km) i tecnici della Texaco hanno provocato la sparizione fisica delle comunità indigene nomadi Tetetes e Sansahuari;

h) Nel 1987 un terremoto ha distrutto 40 Km. dell’oledotto Trans-equadoriano che la Texaco per trasportare il petrolio dall’Est dell’Equador fino alla costa ovest, nella regione di Balao dove il governo ecuatoriano aveva costruito la raffineria Esmeraldes. Analizzando le distruzioni dell’oleodotto i tecinici della CEPE (Corporacion Estatal Petrolera Ecuatoriana) hanno scoperto gli errori della struttura dinamica della stessa opera, come le falle nella costruzione che si sono verificate perché gli ingegnieri della Texaco avevano ricevuto l’ordine di “risparmiare”. Quindi, oltre ad avere utilizzato prodotti di pessima qualità (come il cemento) è stato usato molto materiale difettoso (assi di ferro al posto dell’acciaio) che non avrebbero resistito ai movimenti tellurici. Una contingenza che ha evidenziato come la Texaco aveva ingannato il governo ecuadoriano, anche in funzione dell’alto livello di corruzione.

Infine, nel 1994, è stato fondato, a Quito, il Fronte per la Difesa dell’Amazzonia con l’obiettivo di organizzare, difendere e assistere giuridicamente le popolazioni indigene e i contadini che hanno sofferto per gli abusi della Texaco. Ed è stato grazie a questa organizzazione e alla perseveranza dell’avvocato Pablo Fajardo che il processo avanzato contro la Chevron-Texaco è continuato fino ad arrivare ad una giusta conclusione attraverso la Corte Nacional de Justicia de Equador.

Una lunga lotta

Dopo avere ottenuto nel 1994, che i tribunali degli USA accettassero che la Texaco fosse giudicata negli USA per i crimini commessi in Equador ed avere ottenuto alcune sentenze favorevoli che obbligavano la multinazionale a realizzare lavori per riparare i danni provocati, gli avvocati del Fronte per la Difesa dell’Amazzonia denunciarono il falso procedimento della Texaco che, in verità, non fece nulla in termini di bonifica delle aree interessate. Ma, quando i periti nominati dai tribunali USA presentarono nuove prove che condannarono la multinazionale è avvenuta la fusione della Texaco con la Chevron. La nuova direttrice approfittò di questo per chiedere, nel 2002, al giudice Rakoff della Corte di Appello di New York che l’intero procedimento della Texaco fosse giudicato in Equador dal momento che questa compagnia non esisteva più negli USA.

In risposta il giudice Rakoff – contraddicendo la regola generale relativa alle fusioni delle imprese che considera leggittima le associazioni a scopo di lucro, proprietà, progetti, perdite o pendenze giuridiche di uan imprese che si associa ad un altra – stabilì che il processo contro la Chevron-Texaco si sarebbe dovuto trasferire nei tribuali dell’Equador la cui sentenza sarebbe stata considerata esecutiva anche negli USA e che non avrebbe avuto prescrizione se l’allungamento del processo giuridico avesse avuto necessità di più tempo che negli USA.

A partire da questo momento la Chevron-Texaco che, che successivamente si trasformerà nella multinazionale Chevron farà di tutto per evitare il processo, persino tentando di corrompere periti e giudici. Quando ciò non le riuscì, cominciò a far circolare nell’impresa la tesi assurda che fossero stati gli indigeni ad aver corrotto i giudici della Corte Nacional de Justicia dell’Equador comportandosi come i mafiosi statunitensi!

Risulta chiaro che tale comportamento non ha per nulla aiutato la transnazionale che il 14 febbraio del 2011 è stata condannata a pagare una multa di 9,5 miliardi di dollari per i danni ambientali oltre a chiedere “scusa” alle popolazioni indigene. Rifiutando di chiedere scusa la multa sarebbe raddoppiata.

Tale multa, che rappresenta un record mondiale, è stata definita dai giudici dopo aver avallato ed analizzato i lavori dei periti. 600 miloni di dollari avrebbero dovuto essere utilizzati per bonificare le falde idriche e i flussi di acqua sotterranei. 5,396 miliardi per la bonifica dei terreni inquinati. 200 milioni da investire per il recupero della flora e della fauna. 150 milioni peer ricostruire le condotte di acuq potabile. 1,4 per ripagare i danni considerati irreversibili (malattie di cancro nella popolazione). 100 milioni para per riparare i danni culturali. 800 milioni per sostenere un fondo di salute pubblica per le popolazioni delle regioni colpite e 860 milioni in favore del Fronte di Difesa Amazzonica in qualità di rappresentante delle comunità vittime nei territori interessati.

Contro la Mano Nera

Non riuscendo a trovare ulteriori giustificazioni per sfuggire alla sentenza, la direzione della Chevron ha provato a giocare la carta dell’arbitraggio della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che, come tutti sanno, ha sempre formulato sentenze che hanno favorito le grandi imprese, soprattutto le statunitensi e le britanniche. Di fatto, i giudici di questa corte da un lato hanno riconosciuto l’accordo che la Texaco fece nel 1995 con il governo dell’Equador, in base al quale garantiva di risolvere i problemi dell’inquinamento e, in seguito non tenendo in cosiderazione il fatto che la Chevron e la Texaco si sono fuse definitivamente nel 2001, liberano la transnazionale Chevron da qualsiasi responsabilità affermando che in base all’accordo del 1995 spetta alla Texaco e non alla Chevron la bonifica dei territori inquinati in particolare nella regione del Lago Agrio. Sentenza che ha fatto fare salti di gioia al responsabile dell’ufficio giuridico della Chevron, Hewitt Patê e a tutti gli azionisti della transnazionale.

Fu in questo contesto che il peso politico e morale della Revolución Ciudadana si è fatto sentire a livello internazionale dal momento in cui che lo stesso presidente Rafael Correa ha condannato l’attitudine della Chevron chiedendo al mondo intero una dimostrazione di solidarietà con i popoli indigeni che sono stati vittime della Texaco, oggi Chevron.

Il 12 novembre la Corte Nacional de Justicia dell’Equador al ratificare la sentenza ha mantenuto la multa di  9,511 miliardi di dollari necessari per la ricostruzione dell’ecosistema amazzonico danneggiato dall’inquinamento della Texaco senza confermare i dieci miliardi richiesti per non aver presentato le sue scuse alla popolazione.

Di fronte a questa sentenza il Ministro delle Relazioni Estere dell’Equador e militante attivo della Revolución Ciudadana, Ricardo Patiño, ha dichiarato:«I nostro popoli indigeni hanno avuto il coraggio e la fermezza di resistere durante 26 anni contro una transnazionale che fa profitti tre volte superiori all’intero PIL dell’Equador e di vincere, obbligando la Chevron – che nel 2001 ha comprato la Texaco – a pagare quello che è stato distrutto. Visto che negli USA, in Europa e perfino nei paesi arabi la Texaco non lavorava con una teconologia tanto obsoleta come quella utilizzata in Equador. Lì ha rispettato le regole. In Equador ha simulato di rispettarle, ma in realtà nasondeva i residui e corrompeva i magistrati per non essere denunciata. Non hanno voluto attendere il giudizio di appello della Corte Nacional de Justicia de Equador e hanno fatto ricorso all’arbitraggio della Corte Internazionale dell’Aia che, a sua volta ha commesso errori inammissibili, più evidente perché pretende di stare dalla parte delle grandi imprese. L’errore è chiaro perché l’accordo tra l’Equador e gli USA al quale fanno riferimento non ha effetto retroattivo. Il problema è che il risultato di questo processo adesso apre nuove prospettive per tanti altri processi in corso in Brasile, in Argentina, persino in Canada, contro il dramma dell’inquinamento per gli effeti dello sfruttamento petrolifero o delle grandi imprese minerarie. Per questo abbiamo bisogno della solidarietà dei popoli per continuare questa lotta fino alla fine».

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

(VIDEO) Ricardo Patiño: «Noi cittadini sovrani e disobbedienti»

Roma, 5nov2013.- Intervista a Ricardo Patiño, ministro degli Esteri dell’Ecuador: «La rivoluzione cittadina di Correa sfida la Chevron e gli Usa, e si batte per liberare il cofondatore di Wikileaks dall’ambasciata ecuadoriana a Londra dove ha trovato rifugio»

di Geraldina Colotti – il manifesto

La sala è gremita. Quando il ministro degli Esteri ecuadoriano, Ricardo Patiño, arriva al centro sociale romano «el Chentro» di Tor Bella Monaca, martedì sera, non ci sono più posti a sedere. Al tavolo ha già parlato Gianni Minà e i rappresentanti delle comunità indigene amazzoniche in guerra con la Chevron. Dopo la cena, il concerto con Matices, Sigaro della Banda Bassotti e Assalti Frontali. Ci sono personalità politiche regionali e locali (5 stelle e Pd), docenti e studenti dell’università Roma Tre, che ieri hanno ospitato Patiño. Alle pareti, una mostra sui disastri ambientali delle multinazionali in Amazzonia.

«Un’amica giornalista mi ha chiesto perché scegliere un centro sociale e non una sede diplomatica per parlare della nostra battaglia contro Chevron – inizia a parlare Patiño – la verità è che la revolución ciudadana viene dalla società civile e che preferiamo la diplomazia dal basso per risolvere i nostri problemi». Musiche per le orecchie in sala. Scattano gli applausi. Patiño è simpatico e brillante. Rivolge un saluto a Julian Assange, il cofondatore di Wikileaks che ha pubblicato le rivelazioni del soldato Bradley (Chelsea) Manning sullo scandalo del Cablogate. L’Ecuador gli ha concesso asilo politico e da oltre un anno l’attivista è imbottigliato nell’ambasciata ecuadoriana a Londra.
Il ministro si alza in piedi quando i militanti di Italia-Cuba srotolano uno striscione per la libertà dei 5 cubani prigionieri nelle carceri Usa, e dicono che «senza Cuba non ci sarebbe stato questo nuovo cambiamento in America latina». E a mezzanotte lascia il «Chentro» saltando agilmente una staccionata. L’Ecuador di Rafael Correa (economista cattolico che ha studiato in Belgio e negli Usa), è il più attento – fra i paesi del Latino-america che si richiamano al Socialismo del XXI secolo – alla comunicazione con l’Europa. Sovranità, indipendenza economica e partecipazione popolare sono state le parole chiave della serata, le stesse usate, prima, per rispondere alla nostra intervista, che si è svolta durante il tragitto in macchina dall’ambasciata ecuadoriana all’iniziativa.

Il ministro Alberto Acosta dice che Correa ha un discorso di sinistra e una pratica di destra e che state progressivamente dismettendo i temi forti della revolución ciudadana.
L’84% considera la gestione Correa buona o molto buona: una percentuale altissima, dopo 7 anni di governo, dovuta anche al livello di comunicazione permanente che abbiamo con la cittadinanza. Una volta al mese, come ministri ci riuniamo in un villaggio diverso. Abbiamo cambiato la costituzione: non al chiuso di una caserma militare, per tenere lontano la cittadinanza, come hanno fatto prima di noi, ma discutendo ogni singolo articolo con la popolazione. Crediamo nelle reti sociali e nella comunicazione alternativa. Nella nuova legge sui media, una terza parte delle frequenze va alle organizzazioni comunitarie, un altro terzo ai privati – che non sono stati contenti di non aver più il monopolio di quella che noi chiamiamo non opinione pubblica, ma pubblicata -, e il resto allo stato. Abbiamo fatto molto per il nostro paese, ottenendo livelli di crescita sorprendenti: la disoccupazione è diminuita fino al 4,3%, il potere d’acquisto del salario minimo delle famiglie è aumentato dal 60 al 90%, abbiamo messo fine alla terziarizzazione del lavoro, condotto politiche di inclusione dei diversamente abili, messo l’imposta sul reddito, duplicato il numero di iscritti alla previdenza sociale minacciando col carcere gli imprenditori che non mettevano in regola i dipendenti. La qualità dell’istruzione è notevolmente migliorata.

Una società che non cura i suoi talenti, è destinata a fallire, per noi l’istruzione è una priorità. Qualunque studente ecuadoriano che viva nel paese o fuori e sia iscritto in una delle 100 università migliori del mondo ha diritto al pagamento di tutte spese universitarie, di trasporto, di alloggio, non importa il suo corso di studi. Se invece studia in un’università classificata dal 101 al 500mo posto, queste facilitazioni può averle solo per gli indirizzi considerati prioritari per il nostro paese come energie pulite, scienze sociali… Non facciamo quel che è politicamente corretto, ma quel che dobbiamo fare. I grandi media dicono che siamo populisti, invece siamo un governo popolare. Prima, c’era il populismo del capitale che dava sussidi alle élite, il cui sport preferito era quello di non pagare le tasse. In un incontro con i ministri degli Esteri dell’America latina il mio omologo italiano ci ha chiesto come avessimo fatto a realizzare tutto questo. Ho risposto: ignorando i consigli dell’Fmi e della Banca mondiale, per favore fate altrettanto con la Banca europea. Il suo sorriso scomparve e l’incontro si concluse.

L’Ecuador ha scelto il campo dell’America latina indipendente e sovrana. Quali sono stati i passi principali?
Primo, liberarci delle grandi istituzioni internazionali: Fmi e Banca mondiale, che avevano emissari nel paese e che lo avevano devastato, imponendo le loro politiche monetarie e il resto. Sono stati cacciati, nonostante le minacce di embargo al nostro petrolio, quando abbiamo chiarito che avremmo pagato solo il debito legittimo, non quello illegittimo. Abbiamo rinegoziato i contratti con le compagnie petrolifere, facendo pagare le tasse. Abbiamo chiuso la base militare Usa, l’unica nel paese. Abbiamo rispedito a casa loro due alti diplomatici che pretendevano continuare a decidere la nomina del capo della polizia. In uno dei cablogrammi pubblicati da Wikileaks, grazie ad Assange abbiamo saputo che l’ambasciatrice Usa scriveva a Washington che il presidente Correa aveva nominato un corrotto in quell’incarico per tenerlo in pugno. Ho chiesto spiegazioni, e mi ha risposto che la posizione del suo governo era quella di non commentare Wikileaks. Allora abbiamo espulso anche lei. Snowden ha poi mostrato le proporzioni dell’ingerenza Usa nella vita privata e negli affari economici dei singoli paesi, i silenzi complici di chi non ha protestato perché ha la coda di paglia. Quale pericolo terrorista cercavano le Agenzie Usa nelle telefonate di Angela Merkel o di Papa Francesco? Per vederci fra ministri degli Esteri dovremo lasciare i cellulari in ambasciata e incontrarci in un parco, e sperare che non nascondano microfoni nel becco dei passerotti? La nostra disobbedienza, si chiama sovranità.


Cosa state facendo per risolvere il problema Julian Assange?
Abbiamo avuto due conversazioni con il ministro degli Esteri inglese, William Hague, ma senza esito. Hague sostiene che, in base ad accordi europei, devono estradare in Svezia Julian perché sia sottoposto a processo. Ma è intervenuto un fatto nuovo, l’asilo politico dell’Ecuador, basato sul diritto internazionale, e noi non siamo in Europa. Abbiamo proposto una commissione di esperti bilaterale. Ora ci rispondono che preferiscono un tavolo di lavoro. Lo chiamino come vogliono, ma che si arrivi a una soluzione. Assange subisce un’ingiusta limitazione della sua libertà, rischiando anche problemi di salute.


A che punto è la vertenza con la Chevron?
Ci scontriamo con una multinazionale che ha entrate pari a tre volte il nostro Prodotto interno lordo. E’ stata condannata da un tribunale dell’Ecuador – che ha dato ragione alle popolazioni indigene dell’Amazzonia -, a pagare 19 mila milioni di dollari per i danni compiuti dalla Texaco (comprata dalla Chevron nel 2001) tra il 1964 e il ’90. Anziché aspettare l’appello, si è rivolta alla Corte permanente di arbitraggio, e spesso questi tribunali emettono sentenze a favore delle multinazionali. Chevron vorrebbe farsi pagare la somma che deve dallo stato, mettendoci in ginocchio. Si rifanno a un trattato bilaterale firmato tra Ecuador e Usa, entrato in vigore nel 1997, quando Texaco se n’era già andata: ma intanto queste norme non hanno effetto retroattivo, e poi questa è una causa tra privati – le popolazioni che hanno sporto denuncia e la compagnia petrolifera – lo stato non c’entra. Per questo, ad aprile, 12 paesi latinoamericani colpiti come noi hanno fatto causa comune, creando un osservatorio del sud. Ma abbiamo bisogno della solidarietà internazionale.

E il progetto Yasuni? Perché lo avete abbandonato? Perché avete deciso di cercare il petrolio nel grande parco della foresta Amazzonica?
Per il bene del pianeta, avremmo rinunciato al 50% del ricavo calcolato dalle riserve petrolifere custodite nello Yasuni, ma la comunità internazionale avrebbe dovuto contribuire, e questo non è avvenuto. Allora abbiamo deciso di estrarre petrolio da una millesima parte di quel territorio, discutendone in Parlamento: abbiamo bisogno di quelle risorse per continuare la rivoluzione cittadina senza ricorrere allo sfruttamento del lavoro o al taglio della spesa pubblica come fanno altrove. Lo faremo però riducendo al minimo l’impatto ambientale e rispettando le popolazioni che hanno scelto di vivere isolate. A scavare sarà solo l’impresa pubblica Petroamazona, che ha i più alti standard di protezione ambientale, riconosciuta a livello internazionale.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

Le mani sporche della multinazionale petrolifera statunitense Chevron

di Geraldina Colotti

18Set2013.- ECUADOR: Il presidente Rafael Correa ha dato inizio alla campagna contro la Chevron per danni ambientali. «La mano negra de Chevron», la mano sporca della Chevron. Si chiama così la campagna lanciata da Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, contro la multinazionale statunitense che ha acquisito la precedente Texaco.

Correa ne ha illustrato i termini durante un viaggio in Amazzonia in cui si è soffermato soprattutto nei pressi del pozzo petrolifero Aguarico 4, nella regione di Sucumbios, dove ha operato la compagnia Usa. La multinazionale, che ha spadroneggiato in quella zona tra il 1972 e il 1990 sotto il marchio Texaco, prima di essere acquisita dalla Chevron nel 2001, ha contaminato l’area e per questo è stata condannata a pagare una multa di 19 miliardi di dollari per gravi danni ambientali, nel febbraio 2011. E si rifiuta di pagare, minacciando anzi pesanti ritorsioni.

Tutto si era messo in moto quando un tribunale di Sucumbios aveva riconosciuto legittime le denunce presentate dagli avvocati di 30.000 abitanti della regione, e aveva fissato a 9,5 miliardi di dollari l’ammenda. La sentenza prevedeva anche che la compagnia porgesse «pubbliche scuse alle vittime», pena l’aumento della sanzione. Chevron ha però cercato di scaricare tutte le responsabilità sull’azienda statale ecuadoriana Petroecuador e ha presentato ricorsi su ricorsi.

Ha anche sostenuto che la controparte ha corrotto i giudici per addomesticare la sentenza e si è nuovamente appellata al Ciadi, un organismo di arbitraggio internazionale che i paesi progressisti dell’America latina disconoscono per la sua permeabilità agli interessi delle grandi corporations. Il Ciadi ha già ritenuto illegali le espropriazioni delle grandi compagnie petrolifere messe in atto nel Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e il 5 ottobre tornerà a decidere sull’Ecuador, altro paese dell’America latina che ha deciso di impiegare le risorse petrolifere per il benessere degli strati popolari. La Chevron accusa l’Ecuador di aver disatteso il Trattato bilaterale di protesione degli investimenti (Tbi) con gli Stati uniti. L’Ecuador ribatte che il Tbi è entrato in vigore nel 1997, cinque anni dopo che Texaco aveva abbandonato il paese.

L’applicazione retroattiva del trattato sarebbe «un’autentica aberrazione giuridica», ha affermato il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, e ha messo in guardia la multinazionale Usa «dallo screditare un paese come il nostro» e ad adempiere invece a «quanto prescritto dalle leggi ecuadoriane». D’altro canto – ha detto Correa – è chiaro che solo Texaco ha sfruttato Aguarico 4, «abbandonandolo definitivamente nel 1992». Una zona che non è mai stata bonificata e per questo la campagna contro la Chevron mostra una mano che si immerge nella terra e che diventa nera per il petrolio. Correa lo aveva denunciato già nel 2007 e ieri è tornato sul posto per far vedere al mondo «le menzogne di Chevron».

Per questo, Rafael Correa ha chiesto aiuto agli altri governi socialisti della regione, e alla solidarietà internazionale.

Il Presidente Correa mette in guardia l’Argentina sulla Chevron

di Marco Nieli

In visita a Buenos Aires per la XXV Conferenza Scout Internazionale, il Presidente ecuatoriano Rafael Correa, ricevuto dalla Presidenta Cristina Kirchner a Olivos, ha trovato il modo di mettere in guardia – discretamente, ma in maniera incisiva – il governo argentino contro l’accordo siglato lo scorso 28 agosto tra la multinazionale USA Chevron (ex-Texaco) e la YPF nazionale. Con accenti ripresi dalla campagna “Le mani sporche della Chevron” inaugurata recentemente dal mandatario dell’Ecuador – tra l’altro con l’aiuto di alcuni video-spots mostranti l’entità dei danni ambientali prodotti dalla multinazionale nella selva amazzonica – Correa e i suoi funzionari hanno inteso mettere in guardia l’Argentina dai pericoli di una collaborazione affrettata con la impresa in questione. L’Ecuador, che ha citato in giudizio per disastro ambientale la corporazione U.S.A., ha intrapreso una campagna di boicottaggio a livello globale dei prodotti della stessa. «Se Cristina Kirchner fosse stata Presidente nel periodo in cui la Texaco – poi Chevron – distruggeva la foresta, non lo avrebbe mai permesso» sono state le garbate (e allusive) parole del capo di governo ecuadoregno, amico personale oltre che alleato strategico del governo argentino. La Ministra dell’Ambiente ecuadoregna, Tapia, ha dichiarato che l’accordo con la Chevron costituisce un pericolo ambientale per il paese alleato, di cui pur tuttavia l’Ecuador rispetta le decisioni sovrane.

L’accordo in questione, relativo allo sfruttamento dello giacimento di Vaca Muerta, nella provincia di Neuquen, è stato deciso lo scorso agosto dal Congresso locale con l’avallo del governo nazionale, in seguito alla nazionalizzazione del 51% della quota detenuta dalla spagnola Repsol lo scorso 2012, per gravi inadempienze contrattuali. Grande è stata la delusione di quella parte più critica dell’elettorato di Cristina, che aveva visto in questa misura nazionalizzatrice la speranza di un piano strategico per la ripresa della sovranità energetica del paese, magari sognando un accordo con la PDSVA venezuelana.

Invece, pare che le trivellazioni a marca Chevron con la devastante e pericolosissima tecnica del fracking (idro-frattura) avranno luogo in località Vaca Muerta, nonostante la mobilitazione di una parte consistente della società civile impegnata (movimenti e associazioni ecologiste, Confederazione dei Mapuche, sindacati dei lavoratori, lavoratori della Zanon, Partido Obrero, movimento dei Maestri e degli Educatori, semplici vecinos, etc.). Lo scorso 28 agosto, mentre nel Congresso locale si votava con una schiacciante maggioranza, 25 a 2, l’accordo con la Chevron, tra l’altro caratterizzato da clausole segrete ben poco promettenti, la mobilitazione delle forze sociali contrarie all’accordo subiva una repressione feroce, con 25 feriti da palla di gomma, diversi militanti arrestati e, come segnalato da Raul Godoy, deputato per il Partido Obrero e operaio lui stesso della Zanon – una delle storiche fabbriche recuperate del movimento argentino – almeno un ferito grave da arma da fuoco, un docente di 33 anni, Rodrigo Barreiro.

È da ricordare che proprio a Neuquen nel 2007 un’analoga repressione poliziesca portava alla morte con un colpo alla nuca del docente Carlos Fuentealba. A questo proposito, la giornalista Alba Fernández della cooperativa 8300 web – cui appartiene uno dei giornalisti fermati, Pablo Tejeda – ha dichiarato che «era dai tempi in cui uccisero Carlos Fuentealba che non si vedeva questo livello di violenza».

Difficile negare, almeno a un certo livello, il coinvolgimento delle organizzazioni kirchneriste (il locale Movimiento Popular Neuquino e la coalizione oficialista a livello nazionale Frente para la Victoria) nella decisione di forzare la mano nella firma dell’accordo, scavalcando le regole elementari della democrazia, tra cui il diritto a dissentire e manifestare pubblicamente il proprio dissenso.

Evidentemente il tanto sbandierato slogan “Democrazia o corporazioni”, utilizzato nella contrapposizione al gruppo Clarín, non si applica, nell’ottica governativa, alla collaborazione con la Chevron, le cui criminali condotte in Ecuador dovrebbero suonare come campanello d’allarme. Ben venga il monito del Presidente Correa, che conosce bene il problema e ha tutti i titoli per avvisare l’Argentina di non imbarcarsi in un’avventura simile, da tutti i punti di vista favorevole a ristrette consorterie di potere, ma decisamente contraria agli interessi complessivi della nazione.

Fonti utilizzate:

-http://lavaca.org/notas/neuquen-represion-a-los-que-se-manifiestan-contra-el-fracking-en-vaca-muerta;

-“Le contamos al mundo las malas prácticas ambientales de la empresa“, di F. F. Barrio, in Perfil, 21/09/2013

Ecuador: Chevron contro i diritti umani

NUEVA VIOLACIÓN DE DERECHOS HUMANOS FUNDAMENTALES POR PARTE DE CHEVRONUna Nuova Violazione di Diritti Umani – Caso Texaco

Indirizzi di posta elettronica di 100 persone partecipanti al giudizio per danni ambientali saranno consegnati alla Chevron

Quito, 18lug2013.- Il giudice statunitense Lewis Kaplan ha ordinato alle imprese Microsoft, Yahoo e Google di consegnare a Chevron i dati personali (includenti l’IP e i contenuti) della posta elettronica dei partecipanti al giudizio ambientale nel quale è stata condannata l’impresa petrolifera in Ecuador.

Si tratta di un fatto che implica conseguenze gravi, che viola i diritti più elementari di chi è impegnato da oltre vent’anni a recuperare l’Amazzonia ecuadoregna. Questa misura permetterebbe a quest’impresa di avere accesso alle loro caselle personali, conversazioni private, scambi con le famiglie e gli amici, arrivando a violare l’intimità degli interessati.

La sentenza del giudice interessa un centinaio di persone, tra le quali cci sono avvocati, membri delle comunità colpite, personale dei gruppi tecnici che sostengono il caso, giornalisti e attivisti di diverse parti del mondo, nel tentativo di intimorire e far allontanare tutti coloro che abbiano una qualche prossimità con i più di 30 mila colpiti, indigeni e coloni dell’Amazzonia ecuadoregna.

Lewis Kaplan, giudice della Corte di New York, è criticato per la sua faziosità in favore della Chevron attraverso disposizioni che avviliscono la sua giurisdizione. Molte sue risoluzioni sono state criticate e ribaltate tanto dal Secondo Grado di New York che dalla Suprema Corte di Giustizia degli Stati Uniti.

In questa sentenza promulgata, Lewis Kaplan argomenta che le 100 persone implicate in questa causa non hanno il diritto a mantenere la privacy delle proprie caselle, dal momento che, non essendo cittadini nordamericani, per loro non vale il Primo Emendamento. Secondo Pablo Fajardo, avvocato dei querelanti ecuadoregni, si tratta di un chiaro esempio di razzismo, «che ci porta a pensare che coloro che non sono nordamericani non abbiano diritti».

Fajardo spiega che questa decisione del giudice nordamericano viola vari diritti nell’essere “fuori-uscita” dall’area di sua competenza, dal momento che non è possibile applicare questa misura su persone che non rientrano nella propria giurisdizione; nel farlo, ha violato il diritto alla difesa degli interessati, che non hanno potuto comparire davanti alla sua corte, oltre al diritto umano alla confidenzialità, al segreto professionale e all’intimità delle persone, precisa.

Di fronte a questa situazione, Humberto Piaguaje, coordinatore dell’Unione dei Colpiti/e dalle operazioni dell’impresa petrolifera, ha allertato la popolazione su queste criticità e ha chiesto di fare più attenzione quando si gestiscono caselle in imprese che abbiano la loro sede negli Stati Uniti; nello stesso tempo, ha insistito che i querelanti non hanno niente da nascondere, sebbene li preoccupi il grave precedente giuridico che stabilisce questa violazione dei diritti umani. «Ciò che davvero ci preoccupa è la manipolazione e distorsione che opererà Chevron sull’informazione privilegiata e confidenziale che potrà ottenere», ha detto nel ricordare che non sarebbe la prima volta che manipola e usa in maniera inappropriata dati allo scopo di «realizzare supposti atti indebiti» e conoscere la maniera di lavorare dei querelanti.

Questa nuova violazione di diritti umani commessa dall’impresa petrolifera, considerata come la più “opaca del mondo” secondo diversi studi, si aggiunge a una lunga lista registrata durante 40 anni, che include dalle deportazioni di popolazioni ancestrali alla sparizione di due popoli indigeni, fino ai maltrattamenti e perfino violenze carnali su donne, tutte manifestazioni di prima evidenza di un relaziona mento irresponsabile dell’impresa petroliera, che inoltre ha prodotto trasformazioni nelle strutture sociali e indebolimento delle forme di vita delle culture indigene che sono sprofondate nella povertà e nell’umiliazione.

L’atteggiamento razzista con cui ha operato nell’Amazzonia ecuadoregna, l’ha indotta a utilizzare una tecnologia primitiva, che ha realizzato grandi livelli di inquinamento e che ha generato la migrazione o estinzione di molte specie di animali, la diminuzione della caccia e della pesca; oltre alla perdita di importanti riserve naturali. Tutto ciò è stato dimostrato durante la causa ambientale, che durante 20 anni ha accumulato più di 230 mila fogli, tra i quali più 106 perizie, di cui 60 pagati dalla stessa società petrolifera; più di 80 mila risultati chimici di mostre di suolo ed acqua; 40 testimoni di coloni e verifiche sul campo realizzate dai giudici che hanno conosciuto il caso.

In questo processo si stabilisce che sono state costruite, senza nessun tipo di ricopertura, più di 880 fosse per l’immagazzinamento del crudo e acque tossiche, ai quali sono stati istallati “colli d’oca”, per far sì che sfogassero nel fiume e nelle lagune; in questi sono stati smaltiti più di 16 miliardi di litri di acqua inquinata, ai quali si aggiungono 650 mila barili di crudo riversati direttamente nella foresta.

Come risultato abbiamo un incremento degli indici di malattie mortali come il cancro, che colpisce la popolazione, inclusi bambini che sono vittime di leucemia con un indice tre volte superiore al resto dell’Ecuador; un tasso di aborto spontaneo che cresce esponenzialmente; dermatiti, problemi di stomaco e di digestione.

Durante questo processo è stata evidente e comprovata la violazione del diritto alla giustizia di coloro che hanno fatto ricorso per i quali la Chevron ha utilizzato una molteplicità di strategie che vanno dalle pressioni politiche ed economiche sui governi e i sistemi giuridici; molestie, minacce, persecuzioni a coloro che hanno fatto ricorso e ai loro equipe tecnici di appoggio; falsi testimoni corrotti, pressione sugli alleati, ed infine si sono nascosti con una infamante causa che si spostata negli USA, contro le vittime.

Contatti: Unión de Afectados y Afectadas por las Operaciones de Texaco (UDAPT)

Quito Ecuador

Teléfonos: (593) 2 273533

Correo electrónico: casotexaco@gmail.com

María Eugenia Garcés: 0999225516

Nancy Rodríguez: 0999949337

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione a cura di Marco Nieli]

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