Napoli 5mar2017: Chávez VIVE! Noi tutti siamo Chávez!

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«Non c’è trucco possibile: o abbiamo l’appoggio popolare e lo aumentiamo con partecipazione, attenzione per le persone, amore per le persone – non solo a parole, ma dimostrandolo – o non lo abbiamo e il nostro destino sarà la morte politica.»

(Hugo Chávez Frías)

In occasione del Quarto anniversario dalla scomparsa fisica del Comandante Hugo Chávez

Proiezione di un “seme di autodifesa mediatica”

Edizione italiana del video “Golpe Suave” per comprendere la strategia golpista dell’oligarchia venezuelana contro il processo bolivariano.

Realizzato da: Universidad Popular del Buen Vivir – Quito, Ecuador

Sceneggiatura: Eduardo Meneses
Collaborazione: Marie Gaudfernau
Disegno: André Ester

Edizione italiana a cura di Aimone Spinola
Voce narrante: Emiliano Valente

Domenica, 5 marzo 2017
GAlleЯi@rt, Ore 17,30
Galleria Principe di Napoli
Via Enrico Pessina, 1 – NAPOLI

La migliore solidarietà che possiamo esprimere a favore della Rivoluzione bolivariana del Venezuela e a tutti i popoli del mondo è costruire la Rivoluzione e il socialismo, qui, a casa nostra, in Italia, cominciando a prendere, sin da subito, in mano le redini del nostro destino sui nostri territori fino ad arrivare al governo del paese.

¡Chávez para siempre
Maduro Presidente!

A seguire Omaggio al Cantor del Pueblo Alí Primera e il gusto della conviviale frugalità.

Promuovono:
Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli
Associazione “Resistenza”
GAlleЯi@rt
P-CARC

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Cos’è GAlleЯi@rt?
Ai civici interni 28-31 della Galleria Principe di Napoli nel 2013, dei cittadini decidono di riappropriarsi di uno dei tanti luoghi pubblici in disuso. Nasce GAlleЯi@rt.
Attraverso mostre ed eventi a cui partecipano attivamente gli abitanti del quartiere, GAlleЯi@rt ha restituito alla società una struttura che s’impegna tutt’oggi a divenire non solo un posto fisico di aggregazione e creazione attraverso la partecipazione di artisti e cittadini, ma anche strumento di una nuova governabilità, quella delle masse popolari che organizzandosi si prendono la responsabilità di dirigere parti crescenti della vita associata.

Contatti:
E-mail: galleriart2831@gmail.com
FB:
1. GalleRi Art
2. GalleЯiart SpaZio31 – Galleria d’arte contemporanea
Canale YouTube: https://www.youtube.com/channel/UC6rghDYv9SQHlsxt17pz4UA

#Partecipa #Sostieni #Lotta #Ama #Crea

Napoli 8dic2016: in GAlleЯi@rt con Chávez e Fidel

Ricordando l’esempio di Chávez e Fidel 

di GAlleЯi@rt

Faremo il punto sull’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre.

A seguito del convegno previsto l’8 dicembre ci attiveremo con musiche e balli per festeggiare (o consolarci) per i risultati.

Nel corso del convegno, promosso dal Partito dei CARC, punteremo a valorizzare la spinta popolare a ragionare e agire insieme, per costruire concretamente l’alternativa politica per il nostro paese, facendo bilancio dell’esito referendario.
https://www.facebook.com/events/1141550799273763/

Balleremo senza regole come nelle precedenti “Scarde del Principe”
https://www.facebook.com/events/1151360021597646

Daremo sfogo ad ogni forma di ballo che ci venga proposta.

Balleremo Tango, Swing, Salsa e Caraibici, Mazurke e Popolari Europei, Flamenco, Balli Balcanici, e chi più ne ha più ne metta.

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Torna anche quest’anno la #Festa federale campana della #RiscossaPopolare!

Siamo in una fase in cui la mobilitazione contro il governo Renzi e suoi progetti di smantellamento della coesione sociale del nostro paese a partire dall’attacco definitivo sferrato al cuore della Costituzione avanzano: a pochi giorni dalla data del 4 Dicembre si fa sempre più strada la consapevolezza che la Costituzione la si difende applicandone le parti più progressiste, quelle sempre disattese ed eluse (diritto al lavoro, alla dignità, all’istruzione, alla salute, alla casa, a spazi di aggregazione, ecc.). La #FestadellaRiscossaPopolare è un evento nel quale vogliamo valorizzare la spinta popolare a ragionare e agire insieme, per costruire concretamente l’alternativa politica per il nostro paese, facendo bilancio dell’esito referendario.

La Costituzione italiana e i diritti inalienabili che questa sancisce sono oggi lettera morta, non vengono applicati. Il miglior modo per #DifendereLaCostituzione è #ApplicareLaCostituzione. Qui ed ora.

Applicare la Costituzione vuol dire andare oltre il Referndum e aprire una stagione di lotta per fare da soli quello che i padroni e i loro governi non possono nè vogliono fare: costruire un governo che agisca negli interessi delle masse popolari, il #GovernoDiBloccoPopolare.

La Festa della Riscossa Popolare la promuove il #PartitodeiCARC, ma vogliamo che sia una festa costruita e realizzata con il contributo di tutti quei compagni e compagne, di tutte quelle persone che vogliono e lavorano al cambiamento di questo paese e della società, che lottano e già si organizzano per farlo.

È una festa degli operai, dei lavoratori, degli studenti, degli immigrati, delle donne, dei bambini anche, dei disoccupati. È un’opportunità di allargare il fronte delle lotte e delle mobilitazioni, per coordinare quanto oggi esiste di organizzato nel nostro paese, per rafforzare lo schieramento che non si limita a dire
#NO allo stato di cose presente, ma che si impegna a costruire il “per” e si cimenta nell’imparare a farlo.

Per questo sosteniamo e invitiamo alla discussione tutte le realtà organizzate che si mobilitano sul territorio e tutte le forme di autorganizzazione delle masse popolari della nostra città: il comitato in difesa dell’ospedale San Gennaro, reti e associazioni in difesa della sanità pubblica, collettivi studenteschi e comitati di quartiere.

La nostra città, Napoli, esprime con forza questa vitalità e sta a noi rompere l’isolamento tra queste esperienze e promuovere la riscossa che da qui può propagarsi nell’intero paese.

Non è una questione di legalità, né si tratta di delegare a qualcun altro; #legittimità e #protagonismopopolare sono le parole d’ordine per scrivere il nostro futuro!

NON SONO I PADRONI AD ESSERE FORTI, SONO LE MASSE POPOLARI CHE NON FANNO VALERE ANCORA LA PROPRIA FORZA!

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Caracas ChiAma: Napoli risponde!
Verso il VI Incontro Italiano di Solidarietà con la
Rivoluzione Bolivariana
Napoli, Aprile 2017

caracaschiama.noblogs.org

Napoli 12ago2016: “Chávez y Fidel, hasta siempre”

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Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli

in occasione del 90° Compleanno del leader della
Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz

Invita alla presentazione di:
“Chávez y Fidel, hasta siempre”.

Documentario di Roberto Chile e musica del riconosciuto pianista Frank Fernández.
Il materiale audiovisivo, con una durata di 26 minuti, prodotto da Video Plaza e la televisione multi statale TeleSUR, che ha ideato e prodotto il film, tocca la dimensione umana dei due leader latinoamericani, le loro gesta e l’amicizia che li ha uniti, nella lotta per l’indipendenza e la sovranità dell’America Latina.

“Chávez y Fidel, hasta siempre” resguardan los momentos cumbres de una relación de hermandad cómplice para conquistar “imposibles”.

Bajo la dirección de Roberto Chile, codirección de Fabiola López, y la música original de Frank Fernández, el documental , demuestra que no se pueden hacer grandes hazañas, sin grandes amigos. En la unidad del binomio Chávez – Fidel se unieron dos pueblos, dos naciones, y bajo ejemplo de fraternidad Cuba – Venezuela, se unió la América toda.

Con imágenes inéditas y otras que perduran ya por su valía, narran cómo estos dos hombres se presintieron, conspiraron, revolucionaron la historia, se comprometieron con la justicia, con el ideal de equidad y ofrecieron la vida sin pausas ni pretextos, sin envilecimiento, con el abrazo sincero de quien solo puede dar la bienvenida ofreciendo un porvenir.

Martí aseguraba que si le preguntaban cuál es la palabra más bella, diría que es patria y si le preguntaban por otra, equivalente a patria por su valor, diría amistad. A Chávez y Fidel los unieron estas dos palabras; afinidades de ideales, causas, planes, anhelos. Nexos inteligibles que superan los límites físicos, espaciales, corpóreos.

A pesar de que los distanciaron años, les tocó vivir en un mismo siglo convulso, dominado por valores que poco tienen que ver con el humanismo. Bolívar y Martí no tuvieron la dicha de coincidir en el tiempo, pero sus propósitos encarnaron en Chávez y Fidel las ansias libertarias, la fe en el hombre, la valentía, identidad latina y conducción política por el camino del deber con las causas justas.

“La muerte no es verdad cuando se ha cumplido bien la obra de la vida”, escribió Martí un 5 de marzo de 1876. Cientos de años después, como una sentencia que perdura siglos, coincide que otro 5 de marzo la muerte se hace mentira y decimos mediante la imagen testimonial: ¡Chávez y Fidel, hasta siempre!

http://www.cubadebate.cu/noticias/2014/03/11/chavez-y-fidel-hasta-siempre-video/#.V6x_gRIpqD5

R.S.V.P
Tel. 081. 5518159
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convenap.prensa@gmail.com

“Chávez, dónde estás tú ahora”. “No, salí a caminar por aquí”. Ah, bueno, andas por ahí”.

Bueno, yo también ando aquí, y es que tú y yo Chávez, no somos presidentes, sino dos tipos que andamos por ahí.”

Conversación telefónica entre Chávez y Fidel.

Nariño, FARC-EP: «Putin, Assad y los kurdos únicos combatiendo ISIS»

Alexandra NariñoPor Alexandra Nariño, integrante de la Delegación de Paz de las FARC-EP

¿Qué tienen Vladimir Putin, Hugo Chávez, Fidel Castro, Kim Jong-un, Evo Morales y Bashar al-Assad en común? Si tenemos que creerle a la prensa occidental, son todos hombres irracionales, mentirosos y hasta ridículos, la mayoría con rasgos anti-democráticos, dictatoriales. Entre más desalineados sean de las directrices neoliberales dictadas por el FMI y el Banco Mundial, más despreciables. O al menos es el mensaje que les llega diariamente a millones de personas quienes creen estar informadas a través de las grandes agencias de noticias.

Luego de leer varios artículos que denunciaban las malintencionadas y astutas jugadas políticas y militares de Vladimir Putin en el mundo, él logró despertar mi curiosidad cuando lo vi hablando en el setenta aniversario de la ONU. Solo pude ver la última parte; no sé si lo que me llamó la atención fuera alguna frase suya, la mirada o el tono de su voz. Lo cierto es que busqué la intervención completa en internet y descubrí que el discurso de Putin tiene algo de lo que carecen personajes como por ejemplo Obama, Merkel o Rutte: coherencia.

Sin disertaciones pomposas y vacías sobre “freedom and democracy”, expuso de forma sencilla una posición democrática, pluralista y respetuosa de la soberanía de otras naciones. Además,  ofreció a los presentes y al planeta una explicación sensata de la situación en el Norte de África y el Medio Oriente, así como un análisis de la correlación de poderes geoestratégicos en el mundo de hoy.

Con una elocuente diplomacia, el presidente ruso dejó al desnudo algunas verdades que ya todos sabían, pero nadie en el mundo político se había atrevido a pronunciar con tanta vehemencia: que las fuerzas gubernamentales de Assad y las milicias kurdas son las únicas fuerzas que realmente combaten a los terroristas en Siria; que los grupos extremistas se nutren – entre otros – de soldados iraquíes quienes quedaron en la calle después de la invasión en el 2003, de Libios cuyo Estado fue destruido luego del 2011 y también, más recientemente, de la oposición “moderada” en Siria, apoyada por el Occidente, que les entrega armas y entrenamiento, luego del cual muchos se desertan y se unen al Estado Islámico.

Sin nombrar a nadie en específico, calificó de hipócrita e irresponsable el hacer declaraciones sobre la amenaza del terrorismo y al mismo tiempo hacerse el de la vista gorda cuando de su financiación a través de narcotráfico, tráfico ilegal de petróleo y de armas se trate. Así mismo – sin referencias específicas – juzgó como irresponsable el manipular grupos extremistas para lograr sus propios objetivos políticos, y creer que de alguna manera se buscará la forma de deshacerse de ellos más adelante.  

También hubo espacio para la reflexión y la autocrítica: “…recordamos ejemplos de nuestro pasado soviético, cuando la Unión Soviética exportó experimentos sociales, presionando por cambios en otros países por razones ideológicas. Esto muchas veces tuvo consecuencias trágicas y produjo degradación en vez de progreso”.

No quisiera ser acusada de devota de Putin; lo único que puedo afirmar es que, así nos pinten a las FARC-EP como narcotraficantes sin ideales, así mostraran a Hugo Chávez como un charlatán sin seriedad, así quieran despojar de todo humanismo a Bashar al-Assad, ser desalineado en un mundo en el que lo políticamente correcto parece ser promocionar políticas neoliberales, xenofóbicas y excluyentes, es un mérito en sí.

I nuovi trattati di libero commercio che gli USA stimolano

TTIP

di Juan Manuel Karg* – omal.info

Questo mese di novembre l’America latina compie dieci anni dal “No all’ALCA”, con il quale i paesi della regione respinsero l’introduzione di un gigantesco accordo guidato dagli USA. A quel tempo i nostri paesi decretarono un principio anticiclico in uno dei momenti di maggior apogeo del liberoscambismo su scala globale. Oggi, dieci anni dopo, quali sono i nuovi trattati che gli USA stanno stimolando? Perché sono contro i BRICS, ovvero contro quei paesi emergenti che hanno attivato l’economia a livello mondiale negli ultimi anni? Qual è la disputa, in termini internazionali tra gli Usa e la Cina, scatenata da questa circostanza?

  • Il Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Già firmato, abbraccia dodici paesi che compongono il 40% del PIL mondiale: USA, Messico, Perù, Cile, Giappone, Vietnam, Singapore, Brunei, Malaysia, Australia e Nuova Zelanda. Come ogni accordo di libero commercio che si caratterizzi, esso si fondamenta sulle asimmetrie esistenti tra i membri che lo compongono, il che favorisce enormemente agli USA, il principale interessato nel vederlo materializzarsi – e che sarà approvato dal Congresso nei prossimi mesi -.

Il TPP nasce, inoltre, con un’altra finalità malcelata: cercare di consolidare un contrappeso all’interno della Cina e del suo processo di crescita nel blocco asiatico. In altre parole, proprio all’interno della zona d’influenza della nuova potenza economica mondiale. Il Giappone, socio privilegiato degli USA nell’area, è il “Cavallo di Troia” che porterà avanti questa strategia pensata da Washington di fronte al veloce spiegamento da parte del gigante asiatico. Le parole di Obama sul TPP, lo stesso giorno in cui questo è stato firmato, sono state eloquenti: “Non possiamo consentire che paesi come la Cina detti le regole dell’economia mondiale”.

  • Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP). Ancora in fase di negoziazione, il TTIP è il tentativo di avanzata verso un’area di libero commercio tra gli USA e l’Unione Europea (UE). I negoziati avvengono in un momento in cui la periferia del Vecchio Continente soffre una serie di agitazioni dovute alla disoccupazione e all’ineguaglianza come prodotto di un lustro di decrescita economica iniziato con la caduta della Lehman Brothers negli USA. Con l’ineludibile condizione del segreto dei negoziati – qualcosa che condividono i suoi pari TPP e TISA – il TTIP possiede una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri trattati: prevede la creazione di un tribunale di arbitraggio che operi separatamente dal sistema giuridico di ogni paese con l’obiettivo di “proteggere gli investimenti stranieri”. Come si può osservare, esso costituisce un’impalcatura che favorisce le transnazionali, le quali saranno le principali a beneficiare di questa vera foga contro gli Stati nazionali.

Una recente mobilitazione di massa che si è tenuta a Berlino contro il potere dell’UE oltre Bruxelles, ha dimostrato che i lavoratori europei sono in allerta di fronte all’avanzata dei negoziati del TTIP. Nella foto del corteo di 250 mila persone, pubblicata sui quotidiani, si coglie una certa analogia con quanto accaduto in America latina agli inizi di questo secolo quando importanti mobilitazioni in Argentina, Brasile e Venezuela contribuirono  a che Kirchner, Lula e Chávez dichiarassero con fermezza, no all’ALCA.

  • Il Trade in Services Agreement (TISA). Negoziato nella maggiore segretezza. Wikileaks recentemente ha diffuso alcuni dei punti principali di quest’accordo sui servizi su scala mondiale. Si descrive che il TISA consentirà alle corporazioni finanziarie di esportare i dati personali dei consumatori di tutto il mondo, entrando in contraddizione con le attuali leggi in vigore sulla protezione dei dati, ad esempio, come quelle esistenti nell’Unione Europea. Un altro dei punti roventi del TISA risiede nella pretesa da parte delle compagnie finanziarie internazionali di poter essere esentate dal rispetto delle normative di un paese nel quale desiderano stabilirsi, se le loro attività sono consentite in quello di origine. Ad esempio ciò abiliterebbe in altri continenti l’avvio di tutta una serie di prerogative da parte di aziende americane, alle quali Washington abbia dato loro il visto buono.

Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Stati Uniti, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Svizzera, Taiwan, Turchia e la Commissione Europea sono gli attori che proseguono i negoziati di questo “accordo” nel settore dei servizi. L’Uruguay ha deciso di allontanarsi dopo la presa di posizione da parte del partito del governo Frente Amplio, il quale ha ratificato il rifiuto dichiarato dalla maggioranza dei paesi che conformano il MERCOSUR, dove affermano di non partecipare a questi accordi che impongono condizioni leonine. Tuttavia la continuità nei negoziati da parte del Paraguay – anche lui membro fondatore del blocco – costituisce un dato di fatto sul quale prestare particolare attenzione a soli quattro anni dal colpo parlamentare contro Fernando Lugo (avvenimento che, in definitiva, ha reso possibile anche questa scelta).

È necessario chiudere quest’articolo con alcune conclusioni sulla congiuntura economica internazionale di questi ultimi anni. In primo luogo, lo sfondo sul quale si svolgono tutti questi negoziati ruota intorno al tentativo da parte degli USA di colpire la Cina in un momento in cui l’economia orientale continua a essere il motore che muove il mondo: il 7% della crescita prevista da Beijing per i prossimi anni – anche se minore al 14% registrato alcuni anni fa – è più indicativo che quel magro 2% di cui s’inorgogliscono gli USA. D’altra parte si vuole colpire anche la Russia, l’India, il Brasile e il Sudafrica; paesi emergenti, che sono riusciti insieme ai paesi con governi neoliberali della regione, a far sentire la loro crescente voce nelle istituzioni internazionali, diminuendo l’influenza degli USA e dell’UE. La decisione di Washington sembra ormai presa: lanciare un’offensiva contro l’idea di “nuovo mondo multipolare”, attraverso una massiccia liberalizzazione commerciale che possa sollevare la loro tendenza di debolezza e confrontarsi con – le ormai inequivocabili – economie emergenti.

Infine gli USA cercano di “aprire” per, in verità, chiudere, nel tentativo d’individuare la forma per rivitalizzarsi in un momento messo a soqquadro dalle sue aspirazioni, sia dal punto di vista geopolitico che da quello geoeconomico. Ci riuscirà?

* politologo UBA e analista internazionale, Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Argentina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

L’urgente necessità che si rafforzi l’Alleanza Bolivariana ALBA-TCP

di Vincenzo Paglione

Per la prima volta nella storia del sistema-mondo, iniziato nel XV secolo con la scoperta di nuovi spazi geografici, si assiste alla costruzione di Stati continentali con un potere politico, economico, scientifico-tecnologico, militare e culturale con una territorialità geografica, per l’appunto, di tipo continentale.

È ormai assodato che il processo di globalizzazione capitalistica lo stanno regolando Stati continentali come USA, Cina, Federazione Russa, India e Unione Europea. L’America latina si trova di fronte alla sfida del passaggio dallo Stato-nazione, come prodotto della frammentazione della prima indipendenza che condussero i libertadores Simón Bolívar, José Artigas e San Martín, allo Stato continentale. Ma l’unità politica latinoamericana non sarà possibile se prima non s’inizia con la reintegrazione dell’America del Sud.

Questo processo di unificazione territoriale ha un significato storico, poiché incarna un nuovo ideale. Ma per quale nuovo ideale politico e civile è perseguita l’unificazione dell’America meridionale?

Non è difficile rispondere a questa domanda, o meglio, se si evita l’errore commesso dalla nuova Europa del mercato comune (che ha dato origine a un sistema normativo e a un apparato tecnocratico sovranazionale finalizzati a promuovere il completo dominio dell’economia finanziaria globalizzata sulla società), quest’unità continentale sarà in grado di dare maggiore forza al Messico, all’America Centrale e alle isole caraibiche, poiché sono spazi che conformano la frontiera geoculturale che confina con gli Stati Uniti.

Nondimeno ciò richiede una nuova prospettiva di controllo storica e la ricerca di nuovi itinerari cooperativi che evitino lo spossessamento di ogni indipendenza politica e culturale che la standardizzazione del modello unipolare americano vuole spianare. Un simile mondo unipolare e standardizzato esige solo dei vassalli.

Prendendo il via da questa prospettiva il Venezuela, il Brasile e l’Argentina se sono risoluti a evitare che gli altri paesi dell’America del Sud sottoscrivano ulteriori trattati di libero commercio con gli Stati Uniti (come è già avvenuto con la firma del TPP da parte del Cile e del Perù), spostandosi su piani sempre più lontani e più difficilmente contrastabili a livello politico e finanziario. Sono, quindi, obbligati e responsabilizzati a incentivarli verso la scelta unitaria ed elargire l’aiuto necessario come aveva già preconizzato il Comandante Hugo Chávez. Altrimenti senza la creazione di uno Stato continentale, gli Stati frammentati che conformano il continente latinoamericano eserciteranno il ruolo di protagonisti e non quello di attori della storia.

Che cosa fare allora? A livello continentale occorre combattere le esigenze sovranazionali che appoggiano le politiche neoliberistiche e di smantellamento di ogni forma di protezione sociale. Occorre infine iniziare con il realizzare una profonda riforma che si snodi attraverso una sudamericanizzazzione dei contenuti culturali della propria popolazione. “O inventiamo o sbagliamo”, sono le parole che proferì il maestro del Libertador Simón Bolívar.

Difatti con queste parole Simón Rodríguez prospettò la necessità di stabilire che solo con l’indipendenza culturale può esistere l’indipendenza politica per cominciare a costruire una società affrancata dalla barbarie liberista. In caso contrario diverrà molto difficile dotare di capacità strategica e operativa lo Stato continentale latinoamericano sognato dal Comandante Chávez.

[Scritto per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

TTP e TTIP: la nuova architettura neoliberale

di Vincenzo Paglione

Una delle risposte dei governi latinoamericani alla necessità di superare la divisione in Stati nazionali è stata quella dell’integrazione economica, la quale ha avuto le sue radici nel XIX secolo e diventata realmente perseguibile solo nel XX.

Le nuove proposte come UNASUR e ALBA con l’obiettivo di avviare un nuovo percorso dell’unità continentale nelle sue diverse varianti sub-regionali, provano ad essere contrastate dall’ennesimo Trattato di Libero Commercio (TPP e TTIP) proposto dagli Stati Uniti, mediante l’avviamento di accordi bilaterali e multilaterali con l’Asia e con molti paesi della regione.

Già negli anni ’90 del secolo scorso diversi paesi del subcontinente, avevano firmato degli accordi quadro con gli Stati Uniti i quali fecero approvare, sotto la guida dell’allora presidente Bill Clinton, l’ambizioso progetto di creare una vasta Area di Libero Commercio che si estendesse dall’Alaska alla Terra del Fuoco e da tutti conosciuta con la sua sigla ALCA. Questo progetto avrebbe assicurato agli Stati Uniti il controllo economico dell’intero continente.

Il Venezuela, insieme con altri paesi latinoamericani, non fu d’accordo con la proposta degli americani, facendo naufragare definitivamente il progetto dell’ALCA nel 2005.

Le nuove forme di aggregazione come l’ALBA e la CELAC, fortemente volute dall’allora presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frías, hanno coinvolto i paesi dei governi che si richiamano apertamente al Socialismo del XXI secolo e alcune isole dei Caraibi (Venezuela, Cuba, Honduras, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Repubblica Dominicana, San Vicente y Granadinas, Antigua e Barbados).

Anche l’UNASUR, che è l’insieme del MERCOSUR e della CAN (Comunità Andina), voluto dal Brasile e appoggiato dal Venezuela, come contrapposizione alla logica operativa di ampliamento del NAFTA che si sarebbe dovuto concretizzare in ALCA, ha dovuto affrontare la vecchia tensione dialettica tra bolivarismo e monroismo, ovvero tra visione solidale latinoamericana e tentativo di egemonia nordamericano. L’UNASUR è il primo e vero tentativo geostrategico di articolazione del potere continentale e della sua integrazione economica e politica.

I messaggi rassicuranti proferiti da Washington con l’insediamento di Barack Obama nel 2009, sembravano aprire uno spiraglio di riavvicinamento della nuova amministrazione all’America latina. Tuttavia gli accordi multilaterali come quello Transpacifico di Associazione Economica (TTP) che nello spazio americano vedono gli USA, il Canada, il Messico, il Perù e il Cile tra i principali firmatari, stanno mettendo in seria difficoltà il dialogo politico e la cooperazione, così come la ridefinizione del Sud-Sud del mondo, secondo l’ottica bolivariana; soprattutto perché ancora deficitario di un programma politico ed economico condiviso, il che è volto a minacciare la loro esistenza nel lungo termine.

Inoltre con i trattati TTP e TTIP si amplificherà il potere delle multinazionali al punto da vedere limitata la sovranità degli Stati, il che consentirà a queste di intraprendere azioni legali ai governi nel caso in cui l’applicazione di un intervento legislativo determini una diminuzione dei loro profitti.

Per di più questi accordi, legittimati da norme opache prive di legittimità democratica e architettate per danneggiare i popoli e le persone, segnerebbero nella sfera commerciale l’abolizione delle barriere tariffarie e normative dei paesi coinvolti.

Se ci dovessimo soffermare su quanto sta accadendo nel subcontinente in questo momento, non passerebbe per inosservato il ritorno di un certo nazionalismo di matrice populista che vede nella mobilitazione delle masse, sollecitata dai governi di alcuni paesi che si appellano ai valori nazionali, al fine di predisporle a forme di resistenza contro l’invadenza di fattori esterni traumatizzanti e non. Un chiaro esempio sono le tensioni bilaterali nella frontiera tra la Colombia e il Venezuela e tra quest’ultimo paese e la Guiana. Ma si possono aggiungere anche il contenzioso tra Perù, Bolivia e Cile o il mutuo sospetto che intercorre tra il Cile e l’Argentina. Sono questi fin qui elencati, fattori che impediscono la costruzione di un’architettura di sicurezza d’insieme che minaccia il processo d’integrazione regionale.

Con frequenza ci si riferisce all’America latina come una regione dove i principali fattori culturali si collocano all’insegna della coerenza, nel senso di visione di destino condiviso, che per via di principio consentirebbe l’integrazione.

Ma l’America latina non è mai stata una regione omogenea, malgrado abbia avuto periodi di convergenza intorno ad alcuni temi come quelli concernenti il miglioramento delle politiche sociali o, per l’appunto, sulle proposte d’integrazione.

La frammentazione che si è generata nei paesi dell’America latina e i Caraibi ha prodotto degli effetti negativi nella regione. Ma forse il fattore che più ha alterato l’agenda regionale è stato la morte del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.

La sua scomparsa prematura solleva una serie d’inquietudini sul futuro del chavismo e del socialismo del XXI secolo che, unita alle difficoltà economiche del paese e ai problemi interni che attraversa, tende a contrastare con forza il potenziale anti-egemonico nella regione.

L’entrata del TTP sullo scacchiere internazionale consentirà agli USA (e all’UE come alleato subalterno) di consolidare un’estesa area d’influenza politica che includerebbe tutti i paesi aderenti con il fine di assediare gli attori emergenti (Russia e Cina) che minacciano la sua supremazia.

Quest’accordo multilaterale rafforzerà la posizione egemone degli USA, il che in termini pratici si traduce per i suoi partner nell’accettazione piena delle regole e delle norme imposte dal trattato, lasciando poche possibilità a una sua impugnazione.

In America latina i paesi che hanno aderito (Messico, Cile e Perù e, forse, si aggiungerà la Colombia) rivestiranno il ruolo di cavie per ristabilire nella regione un’area aperta d’ispirazione neoliberale per contrastare l’egemonia dei governi rivoluzionari e progressisti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Bolivia e Argentina.

Ma questo processo di egemonizzazione dello spazio internazionale, senza dubbio genererà dei conflitti tra i paesi firmatari, poiché il basso peso specifico delle parti è stato sempre fonte di asimmetrie e squilibri che hanno dato luogo a rapporti subalterni.

Ricordando che queste fin qui tracciate sono delle semplici annotazioni da cui far partire una ricerca più approfondita sulla dimensione delle dinamiche che sono diventate immensamente superiori a quelle fino ad ora conosciute (macroaree o aree continentali con attori non più obbedienti alle regole dei singoli stati-nazione), una strategia che non facilita certo l’arresto dei meccanismi di potere tra centro e periferia e di cui bisogna sempre più tenerne conto, si rende impellente che l’opinione pubblica sia al corrente delle conseguenze che implicherebbe una loro approvazione.

[articolo di Vincenzo Paglione per ALBAinformazione]

Bolívar nell’Arauca

di Rosa M. Elizalde e Luis Báez*

Camminando a lungo per la macchia il battaglione pattugliava con la luce del giorno. Le notti diventavano lunghe in quelle lande dimenticate da Dio. Ciò che riusciva ad affrancare al sottotenente Chávez dalla routine castrense era la sua “immensa voglia di conoscenza”, il virus che gli avrebbe diagnosticato, nell’Accademia Militare, il maestro Jacinto Pérez Arcay. “Semplicemente leggevo senza metodo tutto quello che mi capitava tra le mani”- egli riconoscerà più tardi.

Tuttavia in quei giorni c’era solo un libro che assorbiva tutta la passione di Hugo Chávez. Discorreva sul romanzo del dottor José León Tapia, Maisanta, l’ultimo uomo a cavallo, pubblicato nel mese di agosto del 1974, e lui rimase affascinato dalla sua scoperta. Quell’approssimazione storica, scritta con passione dal medico barinés, riscattò il bisnonno dalla calunnia oligarchica e dimostrò che, invece di essere un assassino, la sua famiglia discendeva da una casta di eroi.

Non appena finì di leggere il libro, fu conquistato dalla smania di sapere e tormentò Elena di domande, allo stesso José León Tapia, ai vecchietti di Sabaneta e di Barinas. In quel periodo imparò a memoria il corrido di cavalleria più lungo che abbia scritto il poeta Andrés Eloy Blanco, dedicato a Maisanta. Versi che circolarono di caserma in caserma, stimolando le cospirazioni preliminari all’insurrezione militare del 4 febbraio 1992.

Scapolare cucito, / con dipinta una vergine”, recitava con voce minerale, ricordando con nostalgia il medaglione che scoprì in possesso della famiglia di Ana Domínguez, unica figlia femmina di Maisanta. La prima conversazione con José Esteban Ruiz Guevara durò parecchie ore. Vecchio comunista barinés, che gli parlò di Pedro Pérez Pérez, il padre del suo bisnonno, un abitante del Guarico che divenne capo delle guerriglie della zona, verso la metà del XIX secolo.

Scrutò archivi e biblioteche militari e percorse la regione dell’Apure, di paese in paese, portando con sé uno zaino da storico per ricostruire gli itinerari del bisnonno Pedro, grazie alle testimonianze rilasciate dai suoi discendenti. Studiò le tecniche della guerriglia antigomecista [i] e, in particolare, lo scenario della battaglia di Periquera. Voleva vedere con i propri occhi il terreno dove si svolse quel famoso combattimento nel 1921, nel quale partecipò Maisanta e dove, secondo quanto c’è scritto nel corrido di Andrés Eloy:

Quando lo scontro è al suo apice

e la battaglia è alla pari

e alcuni avanzano per vedere se ti ammazzo,

e altri invece vediamo se riesci ad ammazzarmi,

all’improvviso c’è un momento

in cui le anime si raggrinzano;

latte di angoscia stilla

i petti della savana;

dai torbidi orizzonti

spunta l’eterno trapasso sellato.

Arrivano quaranta cavallerizzi

con le morti sguainate.

Con un mormorio di joropo [ii]

giungono le truppe d’assalto

disteso sul paraulato [iii]

un cavallerizzo le comanda

e quando giunge il nemico

sulle staffe si alza;

di capigliatura bionda,

tra il baio e il sauro,

e un urlo simile al machete

con filo, punta e tarama [iv]

è Pedro Pérez Delgado

che tuona: – Maisanta!…”

“Era come arrivare al punto di congiungimento di molte cose” – affermerà Chávez alcuni anni dopo a un giornalista -, e fece giuramento di aiutare a “eliminare la ragnatela che ricopre la storia, la quale è sepolta, ma palpita nei ricordi della gente”.

Un giorno, con il libro nello zaino, Chávez attraversò la frontiera colombiana passando per il ponte che varca l’Arauca e il capitano colombiano che gli esaminò lo zaino, trovò ragioni sufficienti per accusarlo di spionaggio: aveva con sé una macchina fotografica, un registratore, due granate a mano, fogli segreti, fotografie della regione, una cartina militare con grafici e due pistole di ordinanza. Il milite colombiano non aveva creduto alla versione dei documenti in regola: “I documenti d’identità, come corrisponde a una spia, possono essere falsi” –disse.

La discussione si protrasse per svariate ore nel suo ufficio, dove l’unico oggetto d’arredamento era un quadro di Bolívar a cavallo.

“Mi ero quasi arreso – raccontò Chávez a García Márquez in un articolo che pubblicò nel 1998 -, perché più cercavo di spiegargli come stavano le cose, meno mi capiva”. Fino a quando non gli venne in mente la frase liberatrice: “Senta, capitano, le sorprese che serba la vita: appena un secolo fa eravamo uno stesso esercito e quello lì, che ci sta osservando dal quadro era il capo di noi due. Come può pensare che sono una spia?”

Il capitano, commosso, iniziò a parlare della gran Colombia e quella notte entrambi si ritrovarono intorno a un tavolo a bere birra dei due paesi in una cantina dell’Arauca, e ricordando Bolívar:

Colombiani, non vi parlerò di libertà, perché se porterò a termine le mie promesse, sarete più che liberi, sarete rispettati. Inoltre, in un regime dittatoriale chi può parlare di libertà? Commiseriamoci reciprocamente dell’uomo che obbedisce e dell’uomo che comanda da solo!

Il mattino successivo il capitano ridiede indietro a Chávez i suoi attrezzi di storico e si accomiatò con un abbraccio sulla metà del ponte internazionale. Il giovane venezuelano attraversò la frontiera, tornandogli in mente una frase del Libertador che anche l’ufficiale colombiano conosceva a memoria: “Io continuo per la strada gloriosa delle armi solo per conseguire l’onore che offrono: per liberare la mia patria e per meritare le benedizioni dei popoli”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Antigomecista, oppositore del “Benemérito” dittatore e militare venezuelano Juan Vicente Gómez (1859-1935).

[ii] Joropo, ballo tipico dei llaneros venezuelani.

[iii] Paraulato, cavallo bianco con sfumature di grigio.

[iv] Tarama, impugnatura del machete provvista di custodia.

* Il presente capitolo è stato tratto dal libro di Rosa M. Elizalde e Luis Báez, Chávez Nuestro, La Habana, Casa Editora Abril, s.d.

(VIDEO) Morales: «Non accetteremo di essere i guardiani del Nord»

da lantidiplomatico.it

In un’intervista esclusiva a RT, Morales attacca i tentativi Usa di dividere l’unità latina e accusa alcuni politici europei di incitare colpi di stato dell’estrema destra

Evo Morales, presidente della Bolivia, ha rilasciato un’intervista esclusiva a RT da Bruxelles dove è in corso il vertice tra l’Ue e la Celac.

Nel corso dell’intervista, Evo Morales ha criticato i tentativi degli Stati Uniti di dividere l’unità dell’America Latina e ha raccomandato i paesi europei di restare politicamente liberi degli Stati Uniti ed economicamente dalle catene del FMI. E poi una frecciatina sull’immigrazione: «Ci sono molti più europei in America Latina che latinoamericani in Europa, eppure non abbiamo mai pensato di espellerli».

Il presidente boliviano ha precisato che negli Stati Uniti è ampiamente usata la tattica di lanciare accuse infondate per cercare di dividere e dominare i governi dell’America Latina, oltre ad utilizzare alcuni politici europei per incitare colpi di stato da parte di politici dell’estrema destra nel continente. E’ notizia di ieri, non a caso, che il presidente del Venezuela Maduro ha chiesto spiegazioni formali alla Colombia dopo che l’ex premier spagnolo Gonzales ha lasciato senza avviso il paese con un aereo di stato colombiano, dopo aver incitato molto probabilmente l’estrema destra del paese ad un nuovo tentativo di colpo di stato. 

Nel proseguo della sua intervista, Morales ha sostenuto che gli Stati Uniti sono impegnati a “fermare la grande rivoluzione latino-americana”, con la costruzione di nuove basi militari. «Noi che viviamo al sud non accetteremo mai di essere i guardaparchi del Nord», ha dichiarato.

«I tentativi degli Stati Uniti sono ora volti a dividere i paesi UNASUR dell’Alleanza del Pacifico. L’Alleanza del Pacifico vuole privatizzare di nuovo i servizi di base e parla di nuovo di libero mercato. Dopo aver fallito nell’imporre questi principi al processo di integrazione dell’America Latina, ora prova a dividerci», prosegue il presidente della Bolivia, sottolineando che la cosa più importante è che «il sogno di Fidel Castro, Hugo Chavez e Nestor Kirchner, la CELAC, si consolida. É una nuova organizzazione degli stati americani senza gli Stati Uniti ed è la testimonianza più importante che la l’America Latina è oggi una regione di pace, ma con la giustizia sociale», ha sottolineato il presidente. 

Per quanto riguarda l’attuale posizione dell’Occidente nei confronti della Russia nella crisi ucraina, il presidente Morales ha affermato che «la nuova politica anti-russa degli Stati Uniti” viene effettuata “con espansione militare» e «l’ingerenza da parte di alcuni paesi europei».

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Gesta emancipatrici per l’integrazione latinoamericana/1

di fidelchavezSalim Lamrani* – CubaInformazione

Uno sguardo alla “Nostra America”, la “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e la “Dichiarazione dell’ALBA” (1/2)

In occasione del Decimo anniversario della fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America avvenuta nel 2004 e a 120 anni dalla caduta in combattimento di José Martí, è necessario analizzare attentamente tre testi fondamentali per l’integrazione latinoamericana.

 

Introduzione

 

I tre documenti, “Nostra America”, la “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e la “Dichiarazione dell’ALBA”, rappresentano, invero, una sfida per realizzare l’integrazione latinoamericana in un contesto geopolitico dominato dall’oscura ombra egemonica degli Stati Uniti e che riflettono un prospettiva storica di quella che è stata l’epopea emancipatrice dei paesi del Nuovo Mondo dal XIX secolo fino al XXI. “Nostra America”, testo redatto nel 1891 da José Martí, Apostolo ed Eroe nazionale di Cuba, creatore del progetto di integrazione, costituisce quella preziosa cristalleria storica e ideologica atta per ottenere l’unità delle nazioni latinoamericane.  “La Seconda Dichiarazione dell’Avana”, proclamazione pubblicata nel 1962 dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana e come risposta sovrana dinanzi alla decisione delle Organizzazioni degli Stati Americani – sottomessi al potere statunitense – di rompere le relazioni diplomatiche con l’Avana, rivendica il progetto martiano e segnala come principale nemico dell’indipendenza e della sovranità del continente: il potere imperialista di Washington. Attraverso l’Alternativa Bolivariana per le Americhe del 2004, si pone in essere il sogno bolivariano e martiano verso l’integrazione continentale, con l’accordo tra Cuba e Venezuela, per una cooperazione strategica che – poi – si estenderà, di fatto, ad altre nazioni della Patria Grande; seppellendo, così, il progetto dell’ALCA portato avanti da quel “Nord farraginoso e brutale”.

“Nostra America”, testo primordiale che occupa uno spazio privilegiato nella storia del pensiero latinoamericano, riflette un sentimento di emancipazione. In siffatta esortazione all’unione necessaria, José Martí, precursore della lotta antimperialista, afferma che la federazione dei popoli latinoamericani – che gira intorno ai valori e agli interessi comuni –  è l’unica strada verso la redenzione contro il “gigante dalle sette leghe”, che aspira a dominare il continente. Questo frammento – che riflette al meglio il pensiero martiano – rappresenta un’esortazione a serrare le file per impedire che gli Stati Uniti si impossessino delle ricchezze dell’America Latina, con lo scopo di ampliare la propria politica espansionista, così devastante per i popoli ispano-americani. In questo appello alla presa di coscienza e ad abbracciare la lotta, il Maestro privilegia la forza delle idee giuste e generose, le cosiddette “armi del giudizio”, giacché come egli ebbe a dire: “Trincee di idee valgono di più che le trincee di pietra”.

 

L’estratto della “Seconda Dichiarazione dell’Avana” è senza dubbio il testo più trascendentale della storia politica del continente, a partire dalla pubblicazione di “Nostra America”. Ispirato direttamente nell’idearlo martiano, di forti tendenze socialiste, siffatto documento esorta a tessere lacci indissolubili tra gli eterogenei membri della famiglia latinoamericana che ha come denominatore comune – beninteso – l’aspirazione ad ottenere la Seconda e (definitiva, NDT) indipendenza, passo verso quella che deve essere – finanche – l’emancipazione dal tallone imperialista statunitense. La marcia unita, di tutti i segmenti sociali, è una necessità storica e vitale per poter innalzare questa seconda battaglia comune contro l’oppressore del Nord, che rappresenta il principale ostacolo all’edificazione della Patria di Bolivar. Sicché, questo scritto costituisce un’appello a non lasciarsi sottomettere e a rafforzare la ribellione di tutte le nazioni contro un potere egemonico che ha come extrema ratio di annichilire le aspirazioni di libertà, eguaglianza e giustizia sociale degli umili e dei “poveri della terra” americana. 

 

La “Dichiarazione Congiunta”, testo politico firmato dai presidenti Hugo Chavez (Repubblica Bolivariana del Venezuela) e da Fidel Castro (Repubblica socialista di Cuba) nel 2004, traccia la base indissolubile dell’attuale Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America. Questa coalizione integratrice nasce come opposizione alle ambizioni di Washington (e nella fattispecie dall’allora presidente USA, George W. Bush) che vorrebbe trasformare l’Emisfero Occidentale in una zona di libero commercio neo-liberale, e che – a sua volta – aprirebbe la strada alla sottomissione e dipendenza delle nazioni latinoamericane alla Casa Bianca. Il capitale trasnazionale domina le economie regionali e le relazioni tra il Nord e il Sud; là dove a imperare è la legge del più forte. Elaborata inizialmente come alternativa, l’ALBA è la risposta di quei due paesi che oggi rappresentano il più alto livello di potere popolare all’interno dello scacchiere politico e ideologico latinoamericano dinnanzi ai tentativi egemonici da parte del Nord. Essi, infatti, prediligono basare le relazioni nella reciprocità, nella solidarietà, nella non ingerenza nelle questioni interne e nel rispetto mutuo. Anche l’essere umano ha un ruolo importante, essendo al centro del progetto di società che si vuole costruire, dando così forza al sogno bolivariano e martiano di emancipazione sociale.

 

In che senso questi tre testi fondamentali, scritti – oltretutto – in tre secoli differenti, rivendicano la salvaguardia dell’indipendenza e dell’identità latinoamericane? perché vengono considerati come la base della Resistenza storica al potere egemonico degli Stati Uniti nel continente?

 

Sono tre gli aspetti fondamentali che rappresentano i testi quivi menzionati, e che rappresentano – finanche – l’argilla fondamentale dei differenti processi di integrazione e Resistenza agli interessi imperialisti degli Stati Uniti del Nord America. Primo, sebbene siano stati scritti in tre distinti periodi storici, tutti e tre segnalano uno stesso nemico comune, vale a dire quel “vicino formidabile” che disprezza e ignora ai popoli del Sud, o come direbbe José Martí, prendendo spunto dal testo della Seconda Dichiarazione dell’Avana –  “al capitale monopolista yankee”, o a quel Nord che non nasconde i “suoi appetiti di dominio sulla regione”, che si evince nella Dichiarazione dell’ALBA. Orbene, l’unione di tutte le forze patriottiche del continente è la premessa per l’edificazione di una politica di Resistenza alla struttura egemonica che vuole seppellire i popoli latini attraverso la sottomissione e la schiavitù. 

Pertanto, è necessario creare la federazione continentale, “La solidarietà più amplia possibile tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi”, dal momento che “è l’ora di serrare le file e di marciare uniti”, in quella che è questa “famiglia di 200 milioni di fratelli”. Insomma, l’obiettivo comune è di edificare la Patria Grande di tutti, dove “il meglio dell’uomo” prevalga nel cammino verso “un destino migliore comune” basato nella “cooperazione, la solidarietà e la volontà comune di avanzare tutti assieme verso i livelli più alti di sviluppo”. 

 

  • Un nemico comune: il potere imperialista ed egemonico yankee

 

Fin dalla fondazione delle Tredici colonie e l’inizio del processo espansionista, gli Stati Uniti si sono contraddistinti come la principale minaccia per quelle giovani nazioni latinoamericane di allora. La dottrina del “Destino Manifesto”, che istituzionalizzava la conquista di tutto il continente era presentata come la missione divina del “popolo imprenditore e rampante”, ebbe conseguenze devastanti per il Messico, che perse più della metà del suo territorio durante la guerra del 1846-48. Martí, visionario e uomo dei suoi tempi, interpretò con immensa lucidità il pericolo rappresentato da “i giganti che portano con se le sette leghe negli stivali” e che dedicò tutta la sua vita ad allertare i suoi compatrioti latinoamericani sulle mire egemoniche del potere imperialista del Nord. Ardente difensore della sovranità e dell’identità latinoamericana, il cubano, dotato di una forza spirituale impressionante, fu capace, inoltre, di moltiplicare i propri sforzi per ottenere l’indipendenza totale della sua terra natale, ostacolata da Washington fin dai principi del XIX secolo, per via della sua posizione geo-strategica e per le sue risorse naturali. In “Nostra America”, testo che ispira le gesta epiche del combattimento è anche uno stimolo alla Resistenza. L’Apostolo ricorda, infatti, che la lotta per l’indipendenza e la sovranità è un combattimento che si riflette in ogni istante della vita, con il fine di evitare di essere colonizzati dal potere che vuole opprimerci. “La piovra” solo attende il momento giusto per scagliarsi “con la sua forza che la contraddistingue” su quelle giovani repubbliche ispano-americane. Martí denunciava, altresì, coloro che aprivano “le porte allo straniero”, alludendo alle élite corrotte e putrefatte che pullulano nel continente e che non ci pensano un istante a firmare un patto con il diavolo del Nord, a consegnare l’economia nazionale e le risorse naturali, anteponendo, così, il proprio egoismo all’interesse della propria Patria. L’indipendenza dell’America Latina è pertanto minacciata dal disprezzo del vicino del Nord che – per via della sua avidità e della sua “tradizione di conquista”, si ostina a non volerla riconoscere.

 

La Seconda Dichiarazione dell’Avana si inserisce nella continuità di “Nostra America” e denuncia “lo stesso nemico” che segnalava lo stesso Martí. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, all’indomani di una lunga lotta contro l’impero spagnolo che durò quasi un secolo e che costò non pochi sacrifici, l’America Latina si trova costretta a intraprendere una battaglia senza quartiere contro il potere statunitense, che non ha rinunziato a dominare il continente. Il luogo eletto per rendere pubblico siffatta proclamazione è nientemeno che la capitale di Cuba e questo rappresenta senza dubbio un gesto simbolico, dato che l’Isola di Cuba rappresenta senz’altro la lotta dei popoli del Sud contro tutti i demoni. In effetti, trent’anni di lotta tra 1868 e il 1898, durante la guerra di indipendenza che fu, inoltre, la più lunga e cruenta di tutto il continente, Cuba ha visto i suoi sogni di emancipazione frustrati per via dell’intervento imperialista degli Stati Uniti, che trasformarono la Patria di Martí in un volgare protettorato e in una repubblica neocoloniale. 

Dopo sessant’anni di dominio statunitense, del 1898 al 1958, il popolo cubano realizzava – finalmente – il suo sogno di una Patria libera e sovrana grazie al trionfo della Rivoluzione capeggiata da Fidel Castro il Primo gennaio 1959. Fin da subito, però, l’isola dovette fronteggiare l’ostilità del vicino imperialista che non accettava la realtà di una Cuba sovrana, nonché la perdita di ciò che costoro definivano come la propria “frutta matura”. La Seconda Dichiarazione dell’Avana afferma solennemente che la lotta contro l’imperialismo yankee è un combattimento di tutta l’umanità e di tutti i popolo, in particolare dei più umili, “dei popoli ancestrali”, “dei contadini senza terra”, degli “operai espropriati”, ma anche delle “masse progressiste”, degli “intellettuali onesti e brillanti”. In altri termini, l’America Latina deve diventare l’esempio della Resistenza contro quel “Nord farraginoso e brutale” che tutt’oggi la disprezza. 

 

La fondazione dell’ALBA è, quindi, una risposta all’ALCA, progetto di dominio economico elaborato da Washington per infiltrarsi nelle economie latinoamericane e dirigerle a favore degli interessi delle transnazionali statunitensi. L’ALCA è la continuazione dell’ALENA, zona di libero scambio che include i territori del Canada, Stati Uniti e Messico, creata nel 1994, e che ha devastato l’industria e l’agricoltura messicana, impossibilitate – quest’ultime – nel competere con i prodotti che giungono dal vicino Nord. Onde evitare un’approfondimento del neoliberalismo promosso dal presidente Bush, e che avrebbe gettato l’intera America Latina in una “dipendenza e subordinazione senza precedenti”, nacque un’alternativa elaborata da Fidel Castro e Hugo Chavez. Entrambi questi grandi statisti, che rivendicavano il progetto politico di Bolivar e Martí e che avevano beninteso gli interessi inconciliabili delle due Americhe e che “chi dice unione economica dice unione politica”, interpretarono l’ALCA come una delle differenti manovre di Washington per impossessarsi delle ricchezze del continente. L’ALCA ha come obiettivo di impedire l’indipendenza economica dei paesi del Sud e di rafforzare la dipendenza dei prodotti e finanziamenti del Nord, come si evince nel caso del debito estero. 

Prima di proporre un modelle differente per la Patria Grande, l’ALBA si presenta – innanzitutto – come un bastione della Resistenza agli appetiti del gigante del Nord, che vorrebbe proseguire il saccheggio del continente e mantenerlo sotto controllo, ragione per cui rifiuta “con fermezza il contenuto e i propositi dell’ALCA”. Per porre fine con la “povertà”, con la “disperazione dei settori maggioritari” delle popolazioni latinoamericane, con la “snazionalizzazione delle economie regionali” e con la “sottomissione assoluta ai dettami stranieri” nacque – infine – l’ALBA.

 

Ciò detto, per poter resistere al “Nord farraginoso e brutale” e al suo potere egemonico, atto ad impossessarsi dell’intero continente, è importante rafforzare l’unione della famiglia americana che è accomunata dalle stesse aspirazioni, verso un destino migliore e che suddetti documenti riflettono. 

 

Continua: “Le gesta emancipatrici verso l’integrazione dell’America Latina” (2/2)

 * Dottore in Studi iberici e latinoamericani dell’Università di Parigi La Sorbona – Parigi IV, Salim Lamrari è professore titolare dell’Università de la Reuniòn e giornalista, specialista delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Il suo ultimo libro si intitola The Economic War Against Cuba. A Historical and Legal Perspective on the U.S. Blockade, New York, Monthly Review Press, 2013, con un prologo di Wayne S. Smith e una prefazione di Paul Estrade. 

[Trad. dal castigliano per CubaInformazione di Alessandro Pagani]

Più vivo che mai il fantasma di Chávez si aggira per l’Europa

di Massimo Angelilli*

Due anni sono passati dalla scomparsa di Hugo Chávez, ma la sua presenza è forse ora più forte di quando fosse in vita.

E lo è non solamente in Venezuela e in America Latina; anche nel vecchio continente se ne sente il riverbero. Come un vento di liberazione, o come un pericoloso spettro, a seconda della prospettiva.

Negli Stati Uniti, avvertita addirittura come una minaccia. Aldilà però delle solite prove muscolari del potente inquilino del Nord America, il Venezuela può rappresentare davvero una seria minaccia. O per meglio dire, l’ALBA, nel suo insieme di paesi che hanno scelto una propria via alternativa al capitalismo neoliberista.

E alla inevitabile degenerazione di stampo militare-repressivo che ha caratterizzato tutto il Latinoamerica nel secolo passato. Durante il quale la uscita dal colonialismo ha prima sparigliato le carte in tavola per poi ricomporre il mazzo sotto forma di dittature militari. Che nei casi più tragici, oltre alla messianica missione di fermare l’avanzata delle sinistre, servivano da cani da guardia del grande capitale. Rivendicazioni sociali politiche e sindacali non potevano certo intralciare la realizzazione di quello sterminato mercato   su scala mondiale che ancora oggi rimane l’obiettivo principale di organismi  economici internazionali, amministrazioni compiacenti e le solite multinazionali.

Abbiamo visto, nel corso del Novecento, come profitti non faccia rima con diritti.

Abbiamo constatato come la economia di mercato devasti sistematicamente l’ambiente uscendone indenne e spesso con il bottino ben saldo nelle proprie mani.

Abbiamo denunciato, a volte fino allo sfinimento, lo sfruttamento l’homo homini lupus incondizionato le condizioni di vera e propria schiavitù in ogni angolo del pianeta ad opera di angeliche aziende che solo perseguivano il progresso il benessere delle persone e della nazione.

Tutto questo ha scosso e continua a scuotere le nostre coscienze, scatena la indignazione e bonifica il pensiero dalla tossicità imperante.

Ma non mette paura al cerbero della umanità fino a quando un granello di sabbia faccia inceppare il meccanismo che produce beni indispensabili all’infinito prolungamento di quel crimine socio-antropologico chiamato profitto.

Sotto il suo gonfalone si sono perpetrati i peggiori delitti che la Storia ricordi, ma che la Memoria spesso non è riuscita a conservare.

Ha scatenato le guerre più cruente e ha permesso ogni tipo di violazione del diritto internazionale senza che la ignavia di una moltitudine di governi sottomessi ne pagassero i danni.

In realtà, le nefaste conseguenze di queste reiterate politiche di aggressione sterminio e sanguinose dominazioni, valga la Palestina per tutte, sono sempre state scontate con il sangue di popolazioni innocenti.

Mai difese se non con la loro eroica resistenza sostenuta, quando possibile, da ammirevoli azioni di solidarietà internazionale.

A mettere paura, dunque, sono gli esperimenti di emancipazione dal giogo politico-economico che ha visto l’amministrazione statunitense come assoluta protagonista. Ora, tanto per ripiombare nella “cronaca”, agita lo spauracchio venezuelano in casa propria per giustificare un eventuale imminente intervento militare. Non sarebbe certo la prima volta, e probabilmente neanche l’ultima.

Il premio nobel per la pace, l’attuale presidente Barack Obama, dopo aver distribuito risorse finanziarie e supporto militare-logistico alle peggiori controrivoluzioni in giro per il mondo, si getta nella retorica più sfrenata per stigmatizzare la deriva dittatoriale in salsa sudamericana. Mette da parte il ruolo di prim’ordine nell’incanalare la protesta di Piazza Majdan a Kiev verso il più bieco dei revanscismi nazisti che si siano registrati da alcuni anni a questa parte.

Ha educato allevato e alimentato gli squadroni della morte in Ucraina così come Reagan e Bush senior con la Contra durante la decade sandinista degli anni Ottanta in Nicaragua.

Ha rimpinguato di armi le formazioni “ribelli” in Siria per poi nascondere il proprio coinvolgimento di fronte alla diretta emanazione di quella sciagurata operazione che va sotto il macabro nome di Isis.

Ha esaltato la sollevazione libica con tanto di esecuzione in diretta del Raìs garantendo ai vassalli europei, Inghilterra e Francia in testa, il saccheggio delle risorse; quelle petrolifere innanzitutto, ovviamente.

Salvo poi meravigliarsi all’idea che il Califfato spinga alle porte del mediterraneo, i cui fondali sono ancora costretti ad accogliere corpi inermi di migranti non scampati a quelle traversate talmente allucinanti da iniziare con la speranza e da finire spesso con la morte.

Corpi stritolati, in una seconda morte che è quella di un rapidissimo oblio, da una indifferenza tutta nostrana che si nasconde dietro la viltà della Unione Europea e i vecchi e nuovi catto-fascio-leghismi d’accatto in versione elettoralistica.

Con una mano reggono il megafono per sbraitare i loro proclami diritto-fobici e razzisti, con l’altra spingono a largo, verso il naufragio, barconi improvvisati ma carichi di umanità. E ad affondare, è anche quel barlume di civiltà sopravvissuta alla barbarie di questi difficili inquinati e controversi tempi.

L’Europa, l’Europa della finanza che conta e che sceglie metodicamente le sue vittime fino a strangolarle in un impeto di compiaciuta perfidia politica, s’irrigidisce di fronte alle ripetute tragedie del mare, o si scioglie in lacrime di falsità davanti a una ennesima Lampedusa.

Con estrema disinvoltura però, arma regimi ed eserciti che si scoprirà poi, a disastro umanitario avvenuto, esserne la causa.

Tutto ciò che sfugge quindi a questa imperitura logica criminale, viene prima additato, messo alla gogna, criminalizzato e infine ufficializzato come target per la salvaguardia della sicurezza nazionale. Che altro non è che il forziere   dove vengono rinchiusi i dettami ideologici secondo i quali un modello di società, con i suoi dogmi economici politici etici, è giusto, e qualsiasi altro, a volte semplicemente alternativo, altre decisamente in contrapposizione, non lo è.

Il Venezuela, oggi, così come Cuba il Nicaragua o il Burkina Faso, tanto per citare qualche esempio “a caso” del secolo scorso, non segue la religione del profitto ad ogni costo. Anzi, rincara la dose e unisce i paesi eretici in nome di una solidarietà mutua e della ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse naturali. Non sarà, infatti non lo è, socialismo compiuto, ma l’ALBA è qualcosa di rivoluzionario. Dal punto di vista culturale ancor prima che politico.

Un completo rovesciamento della scala dei bisogni rispetto alla logica neoliberista. Reo non confesso di innumerevoli delitti in nome del libero mercato.

Quest’ultimo si appresta a sciorinare l’ennesima meraviglia in termini di trattati commerciali; sovranazionali e liberticidi: il TTIP.

Il continente europeo dunque si appresta a ratificare una sorta di latinoamericanizzazione stile “Chicago boys”, in virtù, per così dire, di un accordo con l’altro capo dell’Atlantico, che se approvato, potrebbe cambiare in peggio non solamente i rapporti strettamente economici-finanziari, ma le nostre vite in toto. Un accordo che prevede l’annullamento della legislazione dei singoli paesi a favore degli interessi delle società estere (leggasi multinazionali) che in quegli stessi paesi possano radicare le proprie attività.

Una svendita della democrazia.

Una macroscopica violazione del diritto internazionale che va di pari passo con la quasi completa disinformatja al riguardo.

La pericolosità di questo progetto è inversamente proporzionale a quanto se ne possa sapere. Le informazioni più significative sono avvolte dalla segretezza, da un laconico confidential. Ancora una volta, le decisioni che riguardano gli interessi vitali delle persone, vengono prese sulle loro teste.

La renaissance latinoamericana, fino all’avvento dell’ALBA, nasce dal rifiuto dei trattati commerciali che avrebbero voluto fare del continente americano, dal’Alaska alla Terra del Fuoco, un unico immenso mercato.

Allo stesso modo bisogna fermare il TTIP.

Per questo è necessario che il fantasma di Chávez continui ad aggirarsi per l’Europa. Più vivo che mai.    

* Associazione di Amicizia Italia-Nicaragua

Mere Mere con Pan Caliente: palabras de Chávez

Roma, 09.03.2015. Prensa Embavene

– Esta tarde la capital italiana fue deleitada por el canto y las notas musicales de Leonel Ruiz y su “Mere Mere con Pan Caliente”, quienes encantaron al público romano con un concierto en el Teatro Ambra alla Garbatella.

El evento estuvo organizado por la Embajada de la República Bolivariana de Venezuela en colaboración con el Ministerio del Poder Popular para la Cultura.
En Italia, como parte de los actos conmemorativos del segundo aniversario de la siembra de nuestro Comandante Eterno, Hugo Chávez, la agrupación venezolana ofreció un concierto donde las palabras de Chávez, de sus famosos discursos, de sus sueños y de sus reflexiones fueron transformadas en música con un disco que por un lado dibuja su retrato y, por el otro, representa y demuestra el talento musical venezolano más contemporáneo: en efecto, se trata de una fusión rica de muchos ritmos y géneros, tanto venezolanos como latinoamericanos.

El representante del gobierno venezolano Julián Isaías Rodríguez resaltó: ” Me siento como uno de los más sorprendidos aquí, con este espectáculo. No me imaginaba que podría hacerse un discurso político tan profundo, tan combativo con música”.

“Para mi el más grande poeta latinoamericano es Pablo Neruda y, a éste propósito, quiero señalarles que me he convencido con estos músicos que Neruda tenia razón: la única manera de darle forma a un poema es que el poema tenga el sentido que el poeta quiera darle”, refirió Rodríguez al felicitar a Leonel Ruiz y a la agrupación “Mere Mere con Pan Caliente”.

“Indios, negros, joropo, tambores en una sinfonía de voces y cantos, una profunda sinfonía de Chávez. Chávez está con nosotros y estuvo aquí está noche”.

El grupo está realizando una gira por Europa para presentar su nueva producción discográfica titulada “Palabra de Chávez, Un Subversivo Amoroso”: la gira inició en Turquía el 5 de marzo y llegó a Roma para luego continuar su recorrido con presentaciones en París (el 14 de marzo) y Marsella (el 16 de marzo).

Esta tournée internacional ha sido llevada a cabo gracias a la colaboración conjunta de la Misión Diplomática en Roma, del Ministerio del Poder Popular para la Cultura, del Instituto de Artes Escénicas y Musicales, del Centro de Representación Artística (ARA) y del Centro Nacional del Disco (Cendis).

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Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

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