Norman Finkelstein: «Charlie Hebdo non è satira, è sadismo»

di Norman Finkelstein

Nella Germania nazista, c’era un settimanale antisemita “Der Stürmer”. Diretto da Julius Streicher, era conosciuto come uno dei sostenitori più accesi della persecuzione degli ebrei nel corso degli anni ‘30. Tutti ricordano le caricature morbose di Der Stürmer sugli ebrei, popolo che in quegli anni doveva affrontare diffuse discriminazioni e persecuzioni.

Le vignette evidenziavano tutti gli stereotipi comuni sugli ebrei: naso storto, l’avidità, l’avarizia.

«Immaginiamo che in mezzo a tutta questa morte e distruzione, due giovani ebrei avessero fatto irruzione nella sede del giornale Der Stürmer e avessero ucciso tutto il personale che li aveva umiliati, degradati, avviliti, insultati», si chiede Norman Finkelstein, professore di scienze politiche e autore di numerosi libri, tra cui “L’Industria dell’Olocausto”. Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza ebraica e Metodi e demenza [dedicato all’aggressione israeliana contro Gaza].

«Come potrei reagire a questo?», si chiede Finkelstein, che è figlio di sopravvissuti all’Olocausto.

Finkelstein si è soffermato in un’analogia tra un ipotetico attacco contro il giornale tedesco e l’attacco fatale del 7 gennaio scorso, presso la sede di Parigi della rivista satirica Charlie Hebdo, che ha ucciso 12 persone, tra cui il suo direttore e alcuni dei suoi maggiori vignettisti. Il settimanale è noto per il suo contenuto polemico, tra cui le degradanti caricature del profeta Maometto, nel 2006 e nel 2012.

L’attacco ha innescato una massiccia protesta globale, con milioni di persone in Francia e in tutto il mondo che sono scesi in piazza a sostegno della libertà di stampa dietro il grido di battaglia: «Je suis Charlie».

Le vignette del profeta Maometto che Charlie Hebdo ha realizzato «non è satira» e non hanno sollevato un “dibattito”, secondo Finkelstein.

«La Satira genuina si esercita contro di noi, per portare la nostra comunità a pensare due volte le proprie azioni e parole, o contro le persone che hanno potere e privilegio», ha aggiunto.

«Ma quando le persone sono infelici e sconsolate, senza speranza, impotenti, allo stesso modo se voi prendeste in giro una persona senza fissa dimora, non si tratta di satira», ha affermato Finkelstein.

«Questo non è altro che sadismo. C’è una grande differenza tra satira e sadismo. Charlie Hebdo è il sadismo. Questa non è satira».

La «comunità disperata e disprezzata» di oggi, sono i musulmani, ha precisato, citando il gran numero di paesi musulmani in preda a morte e distruzione, come la Siria, l’Iraq, Gaza, il Pakistan, l’Afghanistan e lo Yemen.

«Allora due giovani disperati esprimono la loro disperazione contro questa pornografia politica che non è diversa da quella di Der Stürmer, che in mezzo a tutta questa morte e tutto questa distruzione, dichiarò che era nobilitato a degradare, avvilire, umiliare e insultare i membri di questa comunità. Mi dispiace, può essere molto politicamente scorretto dire questo, ma non ho alcuna simpatia per questi [la redazione di Charlie Hebdo]. Dovevano essere uccisi? Ovviamente no. Ma, naturalmente, Streicher non avrebbe dovuto essere impiccato. Io non ho sentito dire questa cosa da molte persone», ha sottolineato Finkelstein.

Streicher era uno di quelli che sono stati accusati e giudicati al processo di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale. Egli è stato impiccato per le sue caricature.

Finkelstein ha fatto riferimento anche al fatto che alcune persone sosterranno il loro diritto di prendere in giro tutti, anche le persone disperate e bisognose, e probabilmente hanno questo diritto, «Ma hai anche il diritto di dire: “Io non voglio pubblicarlo sul mio giornale…”. Quando si pubblica, ci si assume la responsabilità».

Finkelstein ha confrontato le vignette controverse di Charlie Hebdo alla dottrina dei “propositi incendiari”, una categoria di propositi passibili di condanna nella giurisprudenza statunitense.

Questa dottrina si riferisce ad alcune dichiarazioni che probabilmente porteranno la persona contro cui sono diretti a commettere un atto di violenza. Si tratta di una categoria di proposito che non sono protetti dal Primo Emendamento.

«Tu non hai il diritto di emettere propositi incendiari, perché sono l’equivalente di uno schiaffo sul viso e chi li pubblica cerca guai», secondo Finkelstein.

«Beh, le vignette di Charlie Hebdo non sono l’equivalente dei propositi incendiari? La chiamano satira. Questa non è satira. Questi sono solo epiteti, non c’è niente di divertente a riguardo. Se lo trovate divertente, quindi rappresentate gli ebrei con grandi labbra e il naso storto».

Finkelstein ha sottolineato le contraddizioni nella percezione occidentale della libertà di stampa facendo l’esempio della rivista pornografica Hustler, il cui editore, Larry Flynt, fu colpito e restò paralizzato nel 1978 da un serial killer che predicava la supremazia della razza bianca, dopo aver pubblicato foto di sesso interrazziale.

«Non mi ricordo che tutti abbiano lanciato lo slogan “Siamo Larry Flynt” o “Noi siamo Hustler”. Merita di essere attaccato? Ovviamente no. Ma nessuno ha improvvisamente trasformato questo evento in un qualsiasi principio politico».

Per Finkelstein, l’adesione occidentale alle vignette di Charlie Hebdo deriva dal fatto che i disegni mettono in ridicolo i musulmani.

«Il fatto che i francesi descrivano i musulmani come barbari è ipocrita alla luce delle uccisioni di migliaia di persone durante l’occupazione coloniale francese dell’Algeria, e la reazione dell’opinione pubblica francese sulla guerra in Algeria dal 1954 al 1962».

La prima manifestazione di massa a Parigi contro la guerra, «ha avuto luogo nel 1960, due anni prima della fine della guerra», ha ricordato. «Tutti hanno sostenuto la guerra francese di annientamento in Algeria».

Lo scrittore di origine ebraica ha citato il filosofo francese Jean Paul Sartre, il cui appartamento è stato attaccato due volte, nel 1961 e nel 1962, così come gli uffici della sua rivista, “Les Temps Modernes”, dopo aver dichiarato la sua assoluta contrarietà alla guerra.

Finkelstein, che è stato descritto come un “americano radicale”, ha ribadito che le affermazioni occidentali al codice di abbigliamento islamico mostrano notevole contraddizione rispetto all’atteggiamento dell’Occidente verso gli indigeni ai quali hanno occupato le terre durante il periodo coloniale.

«Quando gli europei arrivarono in America del Nord, quello che dicevano circa gli indiani è che erano davvero barbari, perché camminavano nudi. Le donne europee indossavano tre strati di vestiti. E ora camminiamo nudi e proclamiamo che i musulmani sono indietro perché indossano così tanti vestiti».

«Potete immaginare qualcosa di più barbaro di questo? Escludere le donne che indossano il velo?» Si è chiesto, riferendosi al divieto di indossare il velo negli impieghi di pubblico servizio francese emanato nel 2004.

Il lavoro di Finkelstein, che accusa i sionisti di sfruttare la memoria dell’Olocausto per fini politici e denuncia Israele per la sua oppressione dei palestinesi, lo hanno reso una figura controversa, anche all’interno della comunità ebraica.

La sua nomina a professore presso la De Paul University nel 2007, è stata annullata dopo un querelle molto pubblicizzata con il suo collega accademico Alan Dershowitz, un forte sostenitore di Israele. Dershowitz avrebbe fatto pressione sull’amministrazione De Paul, una università cattolica di Chicago, per evitare la sua nomina. Finkelstein, che attualmente insegna all’Università di Sakarya in Turchia, ha dichiarato che questa decisione si è basata su «ragioni chiaramente politiche».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’appello all’unità dei leaders a Parigi: un fronte contro i lavoratori

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di James Petras

Quello che c’è dietro questa mobilitazione è una campagna per limitare l’immigrazione, è una campagna per coprire il razzismo che è in aumento in Europa

L’analisi di James Petras in CX36, Lunedì 12 Gennaio 2015. Radio Centenario da Montevideo (Uruguay), http://www.radio36.com.uy. Su http://www.ivoox.com/analisis-semanal-james-petras-cx36-audios-mp3_rf_3942241_1.html.

Efraín Chury Iribarne: Possiamo cominciare con la marcia di domenica a Parigi, Francia, con la partecipazione di vari mandatari.

JP: Beh, ci sono molte sfumature da considerare in relazione agli incidenti della scorsa settimana. In primo luogo, dobbiamo capire che la rivista ‘Charlie Hebdo’ non era per nulla progressista, in nessun senso; tanto meno, aveva un orientamento di libera espressione. Era una rivista che, costantemente, in modo molto volgare, insultava i religiosi musulmani, a cominciare dal loro dio, Allah; facendo caricature, che non erano semplici caricature, ma esprimavano un razzismo profondo e diffuso.
Quindi è falso questo slogan ‘Je suis Charlie’ (io sono Charlie) e nessuno che difenda la democrazia può mostrare solidarietà con la rivista. Una cosa è criticare i terroristi che hanno commesso i crimini, ma si deve capire che la rivista era un detonatore per tutti i terroristi islamofobi, anti-immigrati, etc. È una rivista che cerca di far esplodere azioni repressive contro gli islamici.

Non so di nessuna rivista che potrebbe pubblicare queste calunnie contro gli ebrei o i cristiani e non soffrire azioni penali.

È un fatto che gli estremisti di destra ora hanno una forza molto maggiore di quella che avevano prima.

Dobbiamo anche riconoscere che coloro che hanno protestato contro l’atto terroristico sono molto selettivi. Ad esempio, quando il governo messicano è stato coinvolto nell’omicidio dei 43 studenti, uccisi dai governanti locali, militari e federali, non c’è stata nessuna protesta di massa di vasta portata. Ed erano 43 studenti, non 11 o 12.

Quando i droni hanno attaccato e ucciso intere famiglie in Afghanistan e in altri paesi e uccidono centinaia di persone innocenti per ordine del governo di Washington, non c’è stata nessuna mobilitazione né dichiarazione o protesta dei politici e leaders occidentali che ora chiedono l’unità contro il terrorismo. È terrorismo di stato, che coinvolge i leaders occidentali che hanno ucciso diverse migliaia di musulmani, senza che ciò appaia nei media. Semplicemente, stanno scegliendo questo tipo di protesta altamente selettiva per lanciare una nuova politica, perché ciò che sta dietro questa mobilitazione è una campagna per limitare l’immigrazione, è una campagna per coprire il razzismo, che è in aumento in Europa.

Inoltre, si deve riconoscere che, in questo momento, vi sono grandi sforzi in atto per imporre nuove misure di austerità e restrizioni sui lavoratori. Questa nuova politica, in Italia, Francia, Inghilterra, aveva bisogno di una distrazione, perché in nessun modo i governanti riuscivano ad avere il consenso, necessario a far accettare questa politica di destra. Allora, quest’appello all’unità dei leaders europei è volto a creare un fronte contro i lavoratori; usare il massacro come un modo per imporre l’unità contro i lavoratori, contro le richieste di porre fine alla crisi, di imporre una politica che condanni la miseria e la disoccupazione di milioni e milioni in tutta Europa.

Dobbiamo dunque riconoscere il significato e le implicazioni politiche. Non ho alcun dubbio che d’ora in poi rafforzeranno lo Stato di polizia, giustificheranno le guerre che stanno lanciando in Siria e in Iraq, presumibilmente contro i terroristi.

D’altra parte, alcuni dei terroristi che hanno commesso questi crimini in Francia sono venuti dalle organizzazioni del Medio Oriente, che sono supportate dai leaders occidentali. Ad esempio, uno degli assassini era stato in Siria e lì aveva collegamenti con le organizzazioni che si battono contro (il governo del presidente) Bashar Al Assad. Insomma, da un lato la Francia incoraggia i terroristi in Siria e d’altra parte, quando gli stessi terroristi tornano in Francia per commettere crimini, sono attaccati.

Questa duplice politica di sostenere i terroristi all’estero e poi protestare e denunciare i terroristi quando tornano in Francia, sono due facce della stessa medaglia. E nessuno parla del fatto che la Francia era coinvolta, e per questo, oltretutto, non ha bloccato l’uscita di Francesi verso questi paesi, i quali sono passati dalla Francia alla Turchia e ad altri paesi della NATO per commettere crimini in Siria. Quando commettono crimini in Siria contro il governo di Bashar Al Assad, non c’è nessuna protesta, nessuna lamentela, niente di niente. Semplicemente, lo fanno passare come parte di quello che chiamano l’”opposizione democratica”. Come possono essere “opposizione democratica” in Siria e “terroristi” in Francia?

Tutto questo spettacolo che abbiamo visto in Francia, la grande mobilitazione, è molto pericoloso, perché per la prima volta i governanti in Europa sono stati in grado di mobilitare, si dice, tre milioni di persone. Pertanto, l’ideologia della destra, sia sul fronte economico (l’austerità) che su quello della politica anti-islamica, anti-immigrati, avrà una base più solida ora. Questa mobilitazione e le nuove politiche rappresentano un rafforzamento della destra, che era gravemente deteriorata in Europa; ed è un modo di usare come pretesto la situazione in Francia per rafforzare la guerra all’estero e le spese militari; rafforzare lo stato di polizia ed eliminare i diritti civili; e imporre altre misure contrarie agli interessi democratici e popolari.

EChI: In effetti, la presenza del presidente dell’Ucrania, Petro Poroshenko, e del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, riaffermano ciò che menzionavi.

JP: Sì. È surreale. Netanyahu, che ha ucciso più di duemila civili palestinesi lo scorso anno, è stato in prima linea con Hollande, Merkel, etc. Il più grande assassino del Medio Oriente, il macellaio dei Palestinesi, ha distrutto più di cinquantamila case a Gaza, ha partecipato alla marcia dell’unità … è un’unità di assassini, contro gli assassini. È la marcia dei terroristi più importanti dell’ultimo periodo, contro gli attuali assassini al dettaglio.

Perché ci sono terroristi all’ingrosso, che uccidono in massa, come Netanyahu; e terroristi o assassini che uccidono su piccola scala. Entrambi sono terribili, ma dobbiamo mettere le cose nella giusta proporzione. Invece di essere in prima linea alla marcia contro il terrorismo, Netanyahu dovrebbe essere in prigione, sotto processo per crimini di lesa umanità contro la Palestina, per la distruzione di case, ospedali e scuole, per l’imprigionamento di bambini sotto i 15 anni, etc.

Eppure, in questa mescolanza che abbiamo ora ci sono molte persone benintenzionate, che tuttavia mal comprendono a cosa serva la marcia, e, d’altro canto, gli assassini politici che stanno conducendo e orchestrando queste azioni per il loro tornaconto.

Ora, c’è una cosa in più da osservare. Com’è possibile che questi terroristi presumibilmente sorvegliati dalla polizia siano stati in grado di acquistare fucili automatici, mitragliatori e altro? E si presume, stando a quanto comunicato dalla polizia, che abbiano lasciato un documento d’identificazione nella macchina che hanno usato per fuggire.

Ho il sospetto che qualcun altro sia coinvolto nell’azione di terroristi; penso che forse la Polizia era ben consapevole di quello che sarebbe stata l’azione. E non sembra una provocazione; perché ogni assassino la prima cosa che fa è nascondere i documenti per sottrarre la propria identità e non lasciarli sul seggiolino dell’auto su cui fugge. Non è credibile.

Inoltre, mi chiedo come dei tipi, che sono presumibilmente vigilati dalla Polizia, ottengano armi pesanti e in grado di imporre molti danni alla società. Credo che dietro tutto questo ci sia un intrigo, una provocazione.

Dobbiamo chiederci chi trae beneficio da tutto questo: la risposta è i governanti, la polizia, i militari. E chi danneggia: i musulmani, gli immigrati, i lavoratori e tutti coloro che soffrono l’attuale politica.

Dobbiamo aprire un’inchiesta o richiedere un’indagine, ma non al governo, perché sappiamo che ogni volta queste indagini sono usate per giustificare ciò che il governo sta facendo. Dovrebbe indagare una commissione indipendente, per chiarire in che modo hanno lasciato il documento d’identità, dove hanno preso le armi; perché la polizia e le autorità hanno permesso a questo gruppo di operare, a questo piccolo nucleo, e non hanno impedito l’azione.

EChI: Bene, Petras, c’è qualche altro argomento di cui ci vuoi raccontare?

JP: Sì. L’unico argomento che voglio discutere riguarda le indicazioni che sono in corso in America Latina, di riconsiderare il progetto che dipende dalle esportazioni agro-minerali. I prezzi sono scesi, i mercati asiatici sono in calo, non basta più semplicemente esportare i prodotti agricoli e le materie prime. Dunque, si sta valutando come agire, cosa fare a livello di svolta politica.
I segnali in Brasile sono negativi. Essi indicano l’importazione di nuovi capitali speculativi, ci sono segni che si cercherà di ridurre i benefici sociali, di invertirli; anche in Ecuador, vi sono grandi accordi con la Cina, ma non sono accordi per facilitare la diversificazione delle industrie, sono ipoteche sul petrolio futuro. La stessa cosa con il Venezuela, non c’è nulla che ci dica che si stanno sviluppando industrie alimentari, in modo da diventare più autosufficienti.

Ma in ogni caso, il modello degli ultimi dieci anni non funziona più, c’è la possibilità di dare una svolta verso qualcosa di più progressista o verso qualcosa di più reazionario, secondo il modello neoliberista; assumere misure più socializzanti o tornare al passato, alle politiche neoliberiste delle politiche degli anni ‘90. Questa è la posta in gioco.

Nel frattempo, a Washington siamo nella stessa situazione, perché ora l’economia si è ripresa, mentre i salari rimangono indietro e tendono verso il basso; i profitti sono cresciuti enormemente e i tagli sociali sono stati approfonditi. Dunque, la ripresa del Nord è un modo per aumentare le disuguaglianze. La crisi nel sud, in America Latina, con le materie prime, è un’opportunità per i grandi capitali di venire a comprare a buon mercato grandi appezzamenti di terra, miniere, petrolio.
Siamo al crocevia della politica, quello che è stato il progressismo degli ultimi dieci anni, in cui si potevano combinare le esportazioni primarie con alcuni programmi sociali, è finito e ora dobbiamo stare in guardia, preparandoci per una nuova offensiva contro qualsiasi ritorno al neoliberismo.

Estratto da La Haine

Testo completo su: http://www.lahaine.org/el-llamado-a-la-unidad

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

L’attentato contro Charlie Hebdo e l’occultamento politico e mediatico

papersdi Saïd Bouamama

11 janvier 2015

L’attentato contro il settimanale satirico Charlie Hebdo marcherà la nostra storia contemporanea. Resta da sapere in che senso e con quali conseguenze. Nel contesto attuale di « guerra contro il terrorismo» (guerra esterna), di razzismo e d’islamofobia di Stato, gli autori di questo atto hanno, coscientemente o meno [1], accelerato un processo di stigmatizzazione e d’isolamento della componente musulmana, reale o supposta, dalle classi popolari.

«Il ventre da cui è sorta la bestia immonda è ancora fecondo» Bertolt Brecht

Le conseguenze politiche dell’attentato sono già disastrose per le classi popolari e il processo si va a consolidare, se non viene proposta nessuna alternativa politica alla famosa «Unione Nazionale».

In effetti, il modo in cui i media francesi e la stragrande maggioranza della classe politica reagiscono è criminale. Si tratta di reazioni che sono pericolose per il futuro e portano con sé molti “danni collaterali” e dei futuri 7 e 9 gennaio sempre più letali. Comprendere e analizzare per agire è l’unica posizione che possa oggi permettere di evitare le strumentalizzazioni degli sfoghi di emozioni, come anche di una rabbia e di una rivolta legittima.

 

L’occultamento totale delle cause

Non prendere in considerazione la causalità profonda e immediata, isolare gli effetti dal contesto che li fa emergere e non includere un evento così violento nella genealogia dei fattori che lo hanno reso possibile, condanna, nella migliore delle ipotesi, alla paralisi, nel peggiore dei casi, a una logica da guerra civile. Oggi, nessuno nei media affronta le cause reali o potenziali. Come mai è possibile che un attacco del genere accada oggi a Parigi? Come sottolinea Sophie Wahnich, c’è “un uso fascista delle emozioni politiche della folla”, il cui unico possibile antidoto è “il riannodamento delle emozioni con la ragione” [2]. Quello che stiamo vivendo oggi è questa riduzione dei discorsi mediatici e politici dominanti alla sola emozione, oscurando completamente l’analisi reale e concreta. Qualsiasi tentativo di analisi reale della situazione così com’è, o qualsiasi analisi tendente a proporre un’altra spiegazione rispetto a quella fornita dai media e dalla classe politica diventa un’apologia dell’attentato.

media mensogne

Sguardo sul ventre fecondo della bestia immonda

Cerchiamo dunque di risalire alle cause e, in primo luogo, a quelle ormai coperte dalla lunga durata e dalla dimensione internazionale. La Francia è una delle potenze più belligeranti del pianeta. Dall’Iraq alla Siria, passando dalla Libia e dall’Afghanistan per il petrolio, dal Mali alla Repubblica Centrafricana, attraverso il Congo per i minerali strategici, i soldati francesi contribuiscono a seminare la morte e il disastro ai quattro angoli del mondo. La fine degli equilibri mondiali usciti dalla seconda guerra mondiale con il crollo dell’URSS, insieme a una globalizzazione capitalistica incentrata sulla riduzione dei costi, volta a massimizzare i profitti e a combattere la nuova concorrenza dei paesi emergenti, rendono il controllo delle materie prime la principale causa delle ingerenze, degli interventi e delle guerre contemporanee. Ecco come il sociologo Thierry Brugvin riassume il ruolo delle guerre nel mondo contemporaneo:

“La conclusione della guerra fredda ha precipitato la fine di un regolamento dei conflitti a livello globale. Tra il 1990 e il 2001 il numero di conflitti interstatali è esploso: 57 grandi conflitti su 45 distinti territori. […] Ufficialmente, la discesa in guerra contro un’altra nazione è sempre legittimata da motivi virtuosi: difesa della libertà, della democrazia, della giustizia … In realtà, le guerre permettono di controllare un paese economicamente, ma anche di garantire che gli appaltatori privati di una nazione possano impadronirsi delle materie prime (petrolio, uranio, minerali, etc.) o le risorse umane di un paese. “[3]

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, il discorso di legittimazione delle guerre è costruito principalmente sulla “minaccia islamica”, che contribuisce allo sviluppo di una diffusa islamofobia in seno alle principali potenze occidentali, che gli stessi rapporti ufficiali sono costretti ad ammettere. [4] Allo stesso tempo, queste guerre producono un solido “odio verso l’Occidente” nei popoli vittime di queste aggressioni militari. [5] Le guerre intraprese dall’Occidente sono una delle principali matrici della bestia immonda.

bush for oil

Nel progetto di controllare la ricchezza gas-petrolifera, il Vicino e Medio Oriente sono un problema geo-strategico centrale. Le strategie delle potenze occidentali in generale e francese in particolare, vengono distribuite su due aree: il rafforzamento di Israele come base e perno del controllo della regione e il supporto alle petro-monarchie reazionarie del Golfo.

Il supporto costante allo Stato di Israele è dunque una costante della politica francese, senza che conosca alternanza, da Sarkozy a Hollande. Lo stato sionista può uccidere impunemente su larga scala. Qualunque sia la dimensione e i mezzi delle stragi, il responsabile locale degli interessi occidentali non è mai veramente e definitivamente disturbato. François Hollande ha detto così, durante la sua visita ufficiale in Israele, nel 2013: “Sarò sempre un amico di Israele.” [6]

E, ancora una volta, il discorso mediatico e politico di legittimazione di un tale sostegno è costruito sulla base di una rappresentazione di Hamas palestinese, ma anche (attraverso ricorrenti imprecisioni verbali) della resistenza palestinese nel suo complesso, della popolazione palestinese nel suo complesso e dei suoi alleati politici internazionali, come portatori di un pericolo “islamista”. La logica “dei due pesi, due misure” s’impone ancora una volta a partire da un approccio islamofobo sostenuto dai più alti livelli dello Stato e sostenuto dalla stragrande maggioranza dei media e degli attori politici. Questo è il secondo profilo del ventre della bestia immonda.

Questi fattori internazionali si sommano a dei fattori interni alla società francese. Abbiamo già sottolineato, in precedenza, l’islamofobia di Stato, promossa dalla legge sul velo nel 2004 e alimentata in seguito regolarmente (discorso sulle rivolte dei quartieri popolari nel 2005, legge sul niqab, “dibattito” sull’identità nazionale, circolare Chatel ed esclusione delle madri con velo dalle gite scolastiche, molestie alle ragazze delle scuole superiori in gonne lunghe, divieto delle dimostrazioni di sostegno al popolo palestinese, etc.).

Dobbiamo adesso sottolineare che questo clima islamofobico non è stato affrontato da alcuna risposta da parte delle forze politiche che fanno riferimento alle classi popolari. Più seriamente, un ampio consenso è emerso in diverse occasioni, con il pretesto di difendere la “laicità” o di non associarsi con “coloro che sostengono Hamas.” Dall’estrema destra a una parte importante dell’estrema sinistra, sono stati avanzati gli stessi argomenti, sono state costruite le stesse divisioni, sono stati prodotti gli stessi effetti.

Il risultato non è altro che un più profondo radicamento delle islamalgame, approfondendo una divisione all’interno delle classi popolari, l’indebolimento ancora maggiore dei già fragili argini anti-razzisti e delle violenze simboliche praticate contro i musulmani e le musulmane. Questo risultato può essere descritto, come proposto da Raphaël Liogier, come la diffusione, in una parte importante della società, del “mito dell’islamizzazione”, tendente a sfociare in un’”ossessione collettiva.” [7]

La tendenza alla produzione di un’”ossessione collettiva” è stata ancora maggiormente approfondita dalla copertura mediatica recente dei casi Zemmour e Houellebecq. Dopo avergli offerto numerose tribune, Eric Zemmour viene mandato via dalla I-TV per aver proposto la “deportazione dei musulmani francesi.” Nel contesto di ossessione collettiva di cui abbiamo parlato, ciò gli permette di posare come vittima. Per quanto riguarda lo scrittore, lui è difeso da numerosi giornalisti, con il pretesto di non confondere la finzione con la realtà. In entrambi i casi, tuttavia, vi è un approfondimento di “ossessione collettiva” da un lato, e la sensazione di essere costantemente insultati, dall’altro. Questo è il terzo profilo del ventre della bestia immonda.

Questo fattore interno di un’islamofobia banalizzata ha degli effetti ingigantiti nel contesto odierno di indebolimento economico, sociale e politico delle classi popolari. L’impoverimento e la precarizzazione sono diventati insostenibili nei quartieri poveri. Ciò si traduce in rapporti sociali segnati da crescente violenza contro se stessi e contro i vicini. A questo, si unisce il declassamento di una gran parte della classe media, così come la paura di declassamento per coloro per i quali tutto va ancora bene ma che non sono “di buona famiglia.” Questi, sentendosi in pericolo, hanno un obiettivo consensuale, già tutto designato politicamente e mediaticamente come legittimo: il musulmano o la musulmana.

L’indebolimento colpisce ancora più fortemente la componente migratoria delle classi popolari, che si trova ad affrontare la discriminazione razzista sistemica (argomento totalmente silenziato nei discrosi delle organizzazioni politiche che fanno riferimento alle classi popolari), la quale produce percorsi di emarginazione (nella formazione, nell’occupazione, nella ricerca di alloggio, in relazione ai controlli di polizia, etc.). [8]

tatuages

L’approfondimento della spaccatura tra le due componenti delle classi popolari, nella logica di “dividere coloro che dovrebbero essere uniti (le diverse componenti delle classi popolari) e di unire coloro che dovrebbero essere divisi (classi sociali con interessi diversi)” costituisce il quarto profilo del ventre della bestia immonda.


Da cosa genera un tale ventre?

Tale matrice è ovviamente favorevole alla nascita di traiettorie nichiliste conseguenti al massacro di Charlie Hebdo. Estremamente minoritorie, queste traiettorie sono la produzione del nostro sistema sociale e delle discriminazioni di massa che lo caratterizzano.

Ma ciò che è stato rivelato dalle reazioni all’attacco è altrettanto significativo e, quantitativamente, molto più comune dell’opzione nichilista (ancora per quanto?). Senza essere esaustivi, richiamiamo alcuni elementi emersi in questi ultimi giorni. Per quanto riguarda i discorsi, abbiamo visto Marine Le Pen richiedere un dibattito nazionale contro il “fondamentalismo islamico”, il blocco identitario dichiarare la necessità di “rimettere in discussione l’immigrazione di massa e l’islamizzazione” per combattere il “jihadismo”, il giornalista Yvan Rioufol del Figaro invitare Rokhaya Diallo a dissociarsi dall’RTL, Jeannette Bougrab accusare “chi ha trattato Charlie Hebdo di islamofobi” di essere colpevoli dell’attacco, senza parlare delle eventuali dichiarazioni che parlano di “guerra dichiarata”. A questo proposito, si aggiungono ulteriori sviluppi alle azioni degli ultimi giorni: una Femen che si filma mentre si brucia e calpesta il Corano, dei colpi vengono sparati contro la moschea di Albi, dei tags razzisti sono dipinti sulle moschee di Bayonne e Poitiers, delle granate sono lanciate contro un’altra a Le Mans, dei colpi di pistola vengono sparati contro una moschea a Port la Nouvelle, un’altra moschea è stata incendiata ad Aix les Bains, una testa di cinghiale e dei visceri vengono appesi di fronte a una moschea a Corte in Corsica, un ristorante di kebab è l’oggetto di un’esplosione a Villefranche sur Saône, un automobilista è il bersaglio di spari nel Vaucluse, uno studente di liceo maghrebino di 17 anni è molestato durante un minuto di silenzio a Bourgoin-Jallieu sull’Isère, etc. Queste frasi ed azioni mostrano l’entità dei danni già causati negli ultimi decenni di banalizzazione dell’islamofobia. Fanno anch’essi parte della bestia immonda.

La bestia immonda si confronta egualmente con l’evidente assenza di indignazione per le innumerevoli vittime delle guerre imperialiste degli ultimi decenni. Reagendo circa l’11 settembre, la filosofa Judith Butler s’interroga sull’indignazione asimmetrica. Sottolinea che la giusta indignazione per le vittime dell’11 settembre è accompagnata da indifferenza per le vittime delle guerre intraprese dagli Stati Uniti: “come è possibile che non ci danno i nomi dei caduti di questa guerra, compresi quelli che gli Stati Uniti hanno ucciso, che non avremo mai una foto, un nome, una storia, né qualsiasi frammento di testimonianza della loro vita, qualcosa da vedere, da toccare, da conoscere? “. [9]

Quest’indignazione asimmetrica è alla base del processo di produzione di una vera e propria spaccatura all’interno delle classi popolari. Ed è questa spaccatura che è foriera di tutti i pericoli, specialmente in un periodo di costruzione dell’”unità nazionale”, come oggi.

L’unione nazionale che essi sognano di costruire è “tutti e tutte insieme contro coloro che non sono dei nostri, contro coloro che non mostrano le loro credenziali”.

Una formidabile strumentalizzazione politica

Ma lo scandalo che stiamo vivendo oggi non si ferma qua. È con cinismo consumato che le strumentalizzazioni della situazione e del panico che essa suscita, ci invadono tutto il giorno.

* Rinforzo securitario e attentati alle libertà democratiche

Alcuni, come Dupont Aignan, chiedono “una maggiore flessibilità per le forze dell’ordine”, mentre una nuova “legge anti-terrorismo” è già stata approvata lo scorso autunno. E, facendo eco, Thierry Mariani si riferisce al Patriot Act statunitense (la cui conseguenza sono stati gravi attentati alle libertà personali con il pretesto della lotta contro il terrorismo): “Gli Stati Uniti hanno saputo reagire dopo l’11 settembre. Si è denunciato il Patriot Act, ma, da quel momento, non hanno avuto attacchi, tranne Boston.”[10]

Sfruttare la paura e l’emozione per rafforzare delle leggi e delle misure liberticide, questa è la prima manipolazione che è ora messa alla prova, per misurare la gamma di possibilità in materia di regressione democratica. Sin da subito e ormai, alcune richieste legittime ed urgenti sono rese inaccettabili dall’esagerazione securitaria che cerca di approfittare della situazione: per esempio, sarà molto più difficile condurre la lotta contro il profiling etnico, e le umiliazioni quotidiane che produce continueranno a essere esercitate nell’indifferenza generale.

* L’unità nazionale

La costruzione attiva e determinata dell’unità nazionale è la seconda maggiore manipolazione in corso. Essa consente di disattivare tutte le richieste che ostacolano il processo di deregolamentazione diffusa. La stringa può ben esser grande, essa risulta efficace in un clima di paura diffusa, che tutti i media producono quotidianamente. In alcune città, l’unità nazionale è già estesa al Fronte Nazionale, che ha partecipato alle manifestazioni in sostegno di Charlie Hebdo. Dati e Fillon si lamentano già dell’”esclusione” di Marine Le Pen dall’unità nazionale. È questa “unità nazionale” che fa più danni anche politicamente, perché distrugge i pochi riferimenti positivi che esistevano in precedenza, in termini di possibili alleanze e identità politiche.

* L’ingiunzione a giustificarsi

Un’altra manipolazione è l’ingiunzione permanente a musulmani reali o presunti di giustificarsi per gli atti che non hanno commesso, e/o di prendere le distanze degli autori dell’attentato.
Questa messa in accusa permanente è umiliante. Non è venuto in mente a nessuno di richiedere a tutti i cristiani, reali o presunti, una condanna, quando il norvegese Anders Behring Breivik ha ucciso 77 persone nel luglio 2011, richiamandosi all’islamofobia e al nazionalismo bianco.
Dietro a questa ingiunzione, c’è la logica che vuole l’Islam incompatibile con la Repubblica. Da questa logica, discende l’idea di mettere i musulmani, reali o percepiti, sotto sorveglianza non solo della polizia, ma anche dei media, degli insegnanti, dei vicini, etc.

* Essere Charlie? Chi può essere Charlie? Chi vuole essere Charlie?

Lo slogan “siamo tutti Charlie” è infine l’ultima strumentalizzazione in atto questi giorni. Se l’attacco contro Charlie Hebdo è condannabile, non bisogna, però, dimenticare il ruolo svolto da questo settimanale nella costituzione del clima islamofobico di oggi.

Non bisogna nemmeno dimenticare le odi a Bush che hanno accolto le sue pagine, mentre questi promuoveva la famosa “guerra contro il terrorismo” in Afghanistan e in Iraq. Queste prese di posizione scritte o disegnate non sono dei dettagli o dei semplici divertimenti senza conseguenze: esse sono all’origine di numerosi attacchi contro donne velate e di molti atti contro i luoghi di culto musulmani. Soprattutto, questo giornale ha contribuito fortemente a dividere le classi popolari, quando avevano bisogno più che mai di unità e di solidarietà. Non siamo PIÙ Charlie ieri rispetto ad oggi.

I tempi che si annunciano saranno difficili ed esigenti. Per interrompere l’escalation, dobbiamo porre fine alla violenza dominante: dobbiamo lottare per fermare le guerre imperialiste in corso e abrogare le leggi razziste. Per interrompere l’escalation, dobbiamo sviluppare tutti i quadri e gli eventi di solidarietà atti a prevenire l’ondata di commenti o atti razzisti, compresi gli atti islamofobi. Per interrompere l’ escalation, dobbiamo costruire tutti i possibili spazi di solidarietà economica e sociale nei nostri quartieri popolari, in piena autonomia verso tutti coloro che promuovono l’unità nazionale come prospettiva.

Più che mai, abbiamo bisogno di organizzarci, di serrare i ranghi, di rifiutare la logica del “dividere coloro che dovrebbero essere uniti e di unire coloro che dovrebbero essere divisi.” Più che mai, abbiamo bisogno di individuare il nemico per costruirci insieme: il nemico è tutto ciò che ci divide.

Note:

[1] D’un lato è troppo presto per dirlo e, d’altro lato, il risultato è lo stesso.

[2] Sophie Wahnich, La révolution française, un événement de la raison sensible 1787-1799, Hachette, Paris, 2012, p. 19.

[3] Thierry Brugvin, Le pouvoir illégal des élites, Max Milo, Paris, 2014.

[4] Djacoba Liva Tehindrazanarivelo, Le racisme à l’égard des migrants en Europe, éditions du Conseil de l’Europe, Strasbourg, 2009, p. 171.

[5] Jean Ziegler, La haine de l’Occident, Albin Michel, Paris, 2008.

[6] Le Monde, “Hollande « ami d’Israël » reste ferme face à l’Iran”, 17-11-2013.

[7] Raphaël Liogier, Le mythe de l’islamisation, essai sur une obsession collective, Le Seuil, Paris, 2012.

[8] Si veda su questo aspetto il mio ultimo articolo sul mio blog, “Les dégâts invisibilisés des discriminations inégalité sociales et des discriminations racistes et sexistes”, https://bouamamas.wordpress.com/

[9] Judith Butler, citato in, Mathias Delori, “Ces morts que nous n’allons pas pleurer”, http://blogs.mediapart.fr/blog/math…, consulté le 9 janvier 2015 à 18 h.

[10] Le Parisien dell’8-01-2015

Fonte: Investig’Action

Said Bouamama è l’autore di numerose opere, tra cui: Figures de la libération africaine. De Kenyatta à Sankara, 2014; Femmes des quartiers populaires, en résistance contre les discriminations, des femmes de Blanc-Mesnil, Le Temps des Cerises, 2013; Dictionnaire des dominations de sexe, de race, de classe, Édition Syllepse, 2012; Les discriminations racistes: une arme de division massive, L’Harmattan, 2010; Les classes et quartiers populaires. Paupérisation, ethnicisation et discrimination, Éditions du Cygne, 2009; L’affaire du foulard islamique: production d’un racisme respectable, Le Geai bleu, 2004; Dix ans de marche des beurs, chronique d’un mouvement avorté, Desclée de Brouwer, 1994.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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