Venezuela, una comuna socialista: l’autogoverno del buen vivir

di Geraldina Colotti – il manifesto

11.nov2014.- Venezuela. Parla Anibal Montilla, dirigente del Frente Nacional Comunal Simon Bolivar

«La nostra sfida, adesso, è costruire uno stato comu­nale basato sull’autogoverno», dice il vene­zue­lano Ani­bal Mon­tilla, diri­gente dell’organizzazione Cor­riente revo­lu­cio­na­ria Boli­var e Zamora (Crbz) e del Frente nacio­nal comu­nal Simon Boli­var (Fncsb). Mon­tilla ha accet­tato di rispon­dere alle domande del mani­fe­sto durante l’Incontro mon­diale dei movi­menti popo­lari, che si è svolto a Roma per volontà di papa Fran­ce­sco, e in cui il diri­gente socia­li­sta ha illu­strato i ter­mini del «labo­ra­to­rio bolivariano».

La Cor­riente revo­lu­cio­na­ria è un’organizzazione «che si arti­cola in vari set­tori, da quello con­ta­dino a quello ope­raio, dal set­tore for­ma­tivo a quello dell’informazione, dalle fab­bri­che recu­pe­rate alle pic­cole unità pro­dut­tive». Uno dei suoi punti di forza è quello di accom­pa­gnare il per­corso giu­ri­dico e poli­tico delle comu­nas: circa 300, su com­ples­sive 885 già regi­strate. Un lavoro di tes­si­tura dal basso che «implica l’assunzione piena di respon­sa­bi­lità per donne e uomini pro­ve­nienti da tutti i set­tori popo­lari», che orga­niz­zano la vita in comune gestendo lavoro e risorse a par­tire dalle pro­prie capa­cità e necessità.

Cos’è esat­ta­mente una comuna e come si forma?

Si comin­cia con una riu­nione di tutti i por­ta­voce dei con­si­gli comu­nali, che si chiama riu­nione di ini­zia­tiva. Vale pre­ci­sare che i Con­si­gli comu­nali, rego­lati per legge, sono istanze di par­te­ci­pa­zione, arti­co­la­zione e inte­gra­zione tra le diverse orga­niz­za­zioni comu­ni­ta­rie, gruppi sociali e sin­goli cit­ta­dini e cit­ta­dine, che con­sen­tono al popolo orga­niz­zato di eser­ci­tare diret­ta­mente la gestione delle poli­ti­che pub­bli­che e i pro­getti orien­tati alle neces­sità e alle aspi­ra­zioni delle comu­nità per la costru­zione di una società di equità e giu­sti­zia sociale. Oggi ne esi­stono quasi 32.000.

Dun­que, i por­ta­voce spie­gano per­ché e con quale ragione poli­tica s’intende fare una comuna. Poi ripor­tano la deci­sione in ogni con­si­glio comu­nale. Quindi viene con­vo­cata l’assemblea comu­nale boli­va­riana in cui si elegge una com­mis­sione pro­mo­trice che verrà regi­strata e cer­ti­fi­cata dal mini­stero com­pen­tente: quello delle Comu­nas, ora diretto da Elias Jaua, che eroga risorse attra­verso i suoi diversi isti­tuti. Dopo la regi­stra­zione, la com­mis­sione ha tempo due mesi per fare un’indagine ter­ri­to­riale, redi­gere una carta dei prin­cipi fon­da­tivi della comuna e orga­niz­zare un referendum.

La nostra orga­niz­za­zione accom­pa­gna i cit­ta­dini in tutto que­sto per­corso di auto­go­verno, orga­nizza corsi di for­ma­zione poli­tica per i sin­goli comi­tati nella gestione finan­zia­ria, giu­ri­dica, poli­tica. Finora, l’unità pri­ma­ria dello Stato, in Vene­zuela è il muni­ci­pio, ora si sta appro­vando una legge dell’ordinamento ter­ri­to­riale in cui l’unità pri­ma­ria sarà la comuna. E que­sto può dar fasti­dio a chi, anche nel pro­ceso boli­va­riano, teme di per­dere i pri­vi­legi del suo potere poli­tico: per­ché noi par­liamo di por­ta­voce e di cari­che a rota­zione, non di ruoli poli­tici ina­mo­vi­bili. Siamo però con­sa­pe­voli che non si pos­sono distrug­gere le impal­ca­ture prima di aver costruito fon­da­menta solide.

Ma una cosa è certa: migliaia di poteri con­sa­pe­voli e auto­ge­stiti sono più solidi di un unico potere cen­tra­liz­zato che può essere rove­sciato. Aveva ragione Hugo Cha­vez nel dire: comuna o nada. E noi abbiamo un qua­dro isti­tu­zio­nale che ci con­sente di con­so­li­dare il socia­li­smo a par­tire dall’autogoverno dei ter­ri­tori in cui si situa il vero potere popolare.

Qual è il rap­porto della vostra orga­niz­za­zione con lo stato?

Appog­giamo e soste­niamo il pro­ceso boli­va­riano, abbiamo anche un rap­pre­sen­tante in par­la­mento, eletto nel Par­tito socia­li­sta unito, ma diciamo la nostra in com­pleta auto­no­mia. Quando Jaua era mini­stro dell’Agricoltura abbiamo occu­pato 19 agen­zie gover­na­tive per farci sen­tire. Il nostro lavoro si svolge lungo 5 linee tra­sver­sali: la prima nei con­si­gli comu­nali: con l’organizzazione della Rete dei pro­dut­tori liberi e asso­ciati che ha eli­mi­nato gli inter­me­diari tra i pic­coli pro­dut­tori e i con­su­ma­tori, nelle misio­nes, con le mili­zie popo­lari, per­ché con­di­vi­diamo l’impiego di ogni forma di lotta per difen­dere il socialismo.

La seconda riguarda la for­ma­zione di qua­dri per con­ver­tire ognuno in mol­ti­pli­ca­tore di coscienza. La terza si situa nella comu­ni­ca­zione, abbiamo un gior­nale e una radio comu­ni­ta­ria in cui tutti appren­dono ad ana­liz­zare e a tra­smet­tere una noti­zia, una pagina web. La quarta linea agi­sce nell’economico-produttivo, soprat­tutto nelle zone rurali, nelle imprese di pro­du­zione sociale, ma anche nelle fab­bri­che recu­pe­rate e auto­ge­stite. Lo stato ci mette le risorse ma sta a noi pro­porre pro­getti e lavo­rare per la sovra­nità alimentare.

Come Fronte con­ta­dino, ulti­ma­mente abbiamo rice­vuto un finan­zia­mento di oltre 2 milioni di dol­lari per un pro­getto di alle­va­mento eco-sostenibile. Abbiamo depo­ten­ziato il mono­po­lio della grande distri­bu­zione dando valore alla pic­cola pro­du­zione. Quello che la destra non può sop­por­tare è che il popolo prenda in mano la pro­pria vita, senza dele­ghe in bianco.

Quale fase sta attra­ver­sando il Vene­zuela bolivariano?

L’ultimo con­gresso del Psuv è stato di alto livello, attra­ver­sato da un vivace dibat­tito soprat­tutto sulla costi­tu­zione del nuovo stato comu­nale. Il 23 novem­bre si eleg­gono i rap­pre­sen­tanti dei cir­coli del buen vivir, ci stiamo pre­pa­rando a una dura bat­ta­glia con la destra. L’altro giorno guar­davo un’enorme piscina che prima faceva parte di un grande lati­fondo espro­priato. Ora è a dispo­si­zione di tutti e in un’ala della villa si svol­gono corsi di for­ma­zione gra­tuita, gio­chi per i bam­bini. Se la bor­ghe­sia riprende il potere non saranno rose e fiori: loro rivo­gliono gli anti­chi pri­vi­legi, noi il buen vivir e il bene comune.

Ma la crisi eco­no­mica, l’alta inflazione?

In 15 anni, abbiamo fatto incre­di­bili passi in avanti, a tutti i livelli, ma non siamo nel socia­li­smo pieno, lo stiamo costruendo. E siamo ancora intrisi dei modelli di con­sumo della società alie­nata che ci impone di spen­dere per il super­fluo facen­doci cre­dere che sia essen­ziale. Per la stampa inter­na­zio­nale, in Vene­zuela c’è scar­sità di cibo, ci sono i black out. E certo la rete elet­trica non fun­ziona come dovrebbe: prima di tutto per­ché i con­sumi sono note­vol­mente aumen­tati, adesso anche nelle cam­pa­gne più sper­dute dove prima non ave­vano né da man­giare, né la luce elet­trica, ora c’è il fri­go­ri­fero, il tele­vi­sore e il cel­lu­lare. Ma c’è anche un pro­blema di assenza di ini­zia­tiva e respon­sa­bi­lità dei lavo­ra­tori in certi set­tori che sono molto ben pagati. I pro­blemi eco­no­mici ven­gono soprat­tutto indotti dalla destra per desta­bi­liz­zare. Con­si­dera che noi abbiamo 2.800 km di fron­tiera con la Colom­bia, il valore del peso com­pa­rato col boli­var è mag­giore e i nostri pro­dotti ven­gono ven­duti a bas­sis­simo costo nelle catene di distri­bu­zione del governo, e se ne vanno spesso nel con­trab­bando oltre­fron­tiera: in pic­colo, dovuto alle con­di­zioni dif­fi­cili che vivono i colom­biani, in grande, al traf­fico gestito su grande scala a fini di pro­fitto e destabilizzanti.

Da noi, una bot­ti­glietta di acqua mine­rale costa 10 boli­var, per fare il pieno di ben­zina della mia camio­netta, pago 5 boli­var per tutti i 55 litri. Un affare attraente per le mafie di con­fine: il 40% dei nostri pro­dotti se ne va oltre­fron­tiera. E poi c’è la spe­cu­la­zione. Dal primo novem­bre, è in vigore la legge per il con­trollo del prezzo giu­sto, che tutti devono esporre al pub­blico. La destra prima genera vio­lenza e poi accusa il governo di essere la causa dei pro­blemi. Suc­cede come durante il governo Allende: le grandi imprese tol­gono i pro­dotti dal mer­cato per pro­vo­care lo scon­tento e desta­bi­liz­zare i governi legit­timi con l’appoggio dei grandi media.
Mi ricordo che durante il governo di Her­rera Cam­pins, un social­cri­stiano, dall’82 è scom­parso per tre anni il latte in pol­vere e l’olio, la gente ha impa­rato a frig­gere col burro e si è arran­giata in altri modi, ma non è suc­cesso niente. La destra ha la memo­ria corta quando le con­viene. Durante le pro­te­ste vio­lente dello scorso feb­braio, se aves­simo voluto assu­mere lo scon­tro vio­lento fino in fondo, ci sareb­bero stati molti morti, invece ci siamo limi­tati a difenderci.

Ecuador leader nella riduzione delle disuguaglianze

Ana Marìa Larrea a capo del comitato interistituzionale che articolerà le politiche ministeriali per sradicare la povertà

 Fonte: El Telegrafo

Uno degli obiettivi di Rafael Correa, durante l’attuale mandato, è sradicare la povertà estrema. È per questo che dal 18 gennaio scorso, il governo ha incaricato la Secretaría Nacional de Planificación y Desarrollo (Senplades) di attivare un comitato interistituzionale che persegua l’obiettivo promosso in campagna elettorale.

Il comitato è composto dai ministeri dello Sviluppo Sociale, del Talento Umano, della Produzione e della Politica Economica, oltre al Segretariato di Gestione Politica e dalla Senplades. Ha lo scopo di articolare le azioni per combattere la povertà che è attualmente all’11%, vale a dire colpisce 1.300.000 persone.

«Siamo il primo paese in America Latina con la maggiore riduzione della diseguaglianza e il terzo paese del continente per riduzione della povertà. L’Ecuador mostra al mondo che l’essere umano viene prima del capitale, che partendo della concezione di Buen Vivir è possibile attuare politiche pubbliche che portano alla costruzione di una società migliore», ha spiegato Anna María Larrea, che da questa settimana è a capo della Segreteria Tecnica del Comitato.

L’esecutivo si concentra su tre aree: il cambiamento dei rapporti di forza, l’estirpazione della povertà e la modifica della matrice produttiva. Responsabile dell’ultimo punto è il vicepresidente Jorge Glas, mentre dell’estirpazione della povertà si occuperà la Senplades. È per questo che Larrea è sottosegretario di quest’istituzione.

Il comitato si è riunito per la prima volta il 4 luglio. Appuntamento nel quale si è deciso di creare un segretariato tecnico congiunto incaricato di articolare le azioni affinché le politiche siano rese efficaci ed effettive.

Il segretariato deve presentare una strategia entro 90 giorni. Il piano dovrà stabilire un meccanismo per concretizzare gli obiettivi del Plan del Buen Vivir, che è composto da 93 obiettivi, di cui 53 sono miranti a sradicare la povertà.

Sarà utilizzato un meccanismo di lavoro intersettoriale, vale a dire il coordinamento tra la politica sociale, produttiva, economica e del talento umano. «Stiamo proponendo servizi di qualità sul territorio, consentendo alle persone di costruire le loro capacità e dunque fondamentale la trasformazione dell’istruzione. Attualmente il 12% delle persone iscritte all’istruzione superiore appartiene a famiglie che ricevono il Buono di Sviluppo Umano», ha sottolineato Larrea.

L’esecutivo, allo scopo di raggiungere l’estirpazione totale della povertà estrema, ha prodotto un programma d’appoggio ai governi autonomi decentrati (GAD). Questo schema prevede che, attraverso la Banca dello Stato (BEDE), siano bonificati e dotati di acqua potabile i luoghi più reconditi del paese. In questo lavoro i comuni hanno un ruolo fondamentale, ha inoltre spiegato Larrea.

Parallelamente a questi sforzi, l’Istituto di Alti Studi Nazionali (IAEN) svilupperà un seminario internazionale sull’estirpazione della povertà.

Martín Hopenhayn direttore della divisione di Sviluppo Sociale della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), ha segnalato che durante tre decenni questo continente ha visto concentrazione della ricchezza e dei frutti del progresso, solo a partire da gli ultimi sei, otto anni, è cominciato il cambiamento verso una maggiore uguaglianza. L’esperto ha garantito che con queste modifiche l’indicatore di povertà si è abbassato del 30%.

Secondo la sua opinione, la creazione d’occupazione produttiva, l’espansione della spesa pubblica e dei programmi sociali sono fattori che hanno influenzato questa grande diminuzione.

Patricia Viera, rappresentante del Ministero dello Sviluppo Sociale e lotta alla fame del Brasile, ha informato che sulla base di politiche pubbliche e sociali sono stati trascinati fuori dalla povertà 22 milioni di brasiliani, per questo sostiene la politica promossa in Ecuador.

Inoltre, la Senplades ha tenuto una riunione con più di 70 rappresentanti di organizzazioni sociali ecuadoriane per raccogliere proposte e redigere un documento che sarà presentato nel prossimo vertice Cairo+20 che si terrà in Uruguay, iniziato nel 1994, e che significa una rottura per quanto concerne la politica dello sviluppo, perché s’inizia a lavorare sull’essere umano, ha dichiarato Larrea.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

(FOTO) Napoli: L’entusiasmante percorso dell’Ecuador dalla barbarie neoliberista al Buen Vivir

it.cubadebate.cu

di Fabrizio Verde

«L’Ecuador è un Paese entusiasmante». In questa frase pronunciata dalla professoressa Alessandra Riccio in apertura al suo intervento è possibile rintracciare il filo rosso che lega tutti gli appassionati discorsi dei convenuti all’interessante e partecipato dibattito organizzato a Napoli – presso la sala multimediale di via Verdi – dalla Red de Amigos de la Revolución Ciudadana.

Iniziativa pubblica volta a comunicare l’entusiasmante e titanica impresa compiuta dal piccolo Ecuador liberatosi dal giogo finanziario e imperialista, per incamminarsi risolutamente verso la costruzione del Socialismo del Buen Vivir. Dove la vita viene prima del debito e l’essere umano prima del capitale finanziario. Un esempio di come determinate scelte, in maniera particolare a livello economico risultano non essere ineluttabili, o imposte dalla dottrina, ma bensì frutto di precise strategie politiche.

Piani suicidi che durante il ventennio 80′-90′, periodo conosciuto come larga noche neoliberal, misero in ginocchio l’Ecuador. E che adesso sono in procinto di portare al collasso definitivo le economie del Vecchio Continente. Una fase caratterizzata da instabilità politica, corruzione dilagante e miseria crescente. Sino a quando, l’ascesa al potere di Rafael Correa non segna l’inizio di quel processo politico chiamato Revolución Ciudadana, capace in soli sei anni di capovolgere letteralmente lo scenario nel paese andino. Attualmente l’economia più dinamica dell’intera America Latina e con un tasso di disuguaglianza, misurato dal coefficiente di Gini, tra i più bassi della regione.

Ad aprire gli interventi è Federica Zaccagnini – Coordinatrice della Escuela de formacion continua sobre el Buen Vivir ecuatoriano del Ministerio de Relaciones Exteriores del Ecuador – che ha compiuto un puntuale excursus, corredato da tanti dati analitici, sulla recente storia dell’Ecuador. Dal boom petrolifero degli anni 70′, alla larga noche neoliberal che ha segnato gli anni 80′ e 90′. Tempi duri per il popolo ecuadoriano costretto a pagare le conseguenze di politiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Vi fu recessione, esplosione della povertà e del debito pubblico, dollarizzazione dell’economia. Oltre tre milioni di ecuadoriani furono costretti a emigrare, in gran parte verso l’Europa. Sino poi ad arrivare al cambio de epoca con Correa. Un presidente atipico, economista, con un percorso di studi che lo ha portato negli Stati Uniti e in Europa, dove ha potuto constatare quanto scellerate siano le politiche neoliberiste imposte al suo martoriato Paese.

Così, una volta divenuto presidente dell’Ecuador, Correa, decide di compiere una decisa virata. Basta con il neoliberismo: il nuovo Ecuador si mette immediatamente in marcia verso il Socialismo del XXI secolo. Verso il Buen Vivir o Sumak Kawsay in lingua quechua. Concetti impressi nella nuova costituzione redatta nel 2008, dove emerge chiaramente l’ispirazione alla filosofia ancestrale delle popolazioni indigene, per una vida plena, basata sul noi in luogo dell’io di marca occidentale.

A seguire la ricca introduzione, l’intervento di Bernardo Borges Arnese, Console Generale della Repubblica del Venezuela a Napoli, che rimarca l’importante ruolo svolto dall’Ecuador e sottolinea come nel mondo siano in corso cambiamenti epocali che vedono tra i protagonisti gli stati sudamericani.

Da Indira Pineda – sociologa e attivista cubana – è invece arrivata l’esortazione a non guardare l’esperienza ecuadoriana, di costruzione del Socialismo del XXI secolo, da un punto di vista «europeo». Perché chi ha voglia di comprendere e cogliere insegnamenti da quest’esperienza non deve inforcare le deformanti lenti dell’eurocentrismo. Lo Stato andino è infatti parte integrante dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) progetto d’integrazione politica, sociale ed economica solidale agli antipodi dell’Unione Europea basata sul neoliberismo e la competizione sfrenata. Inoltre, la sociologa cubana ha sottolineato come grazie a esperienze entusiasmanti –  aggettivo che ricorre – originali e interessanti come la Revolución Ciudadana, anche nel suo Paese sia in corso un’attualizzazione del sistema socialista.

Il protagonismo popolare e l’importanza di esperienze quali la Escuela de Verano al centro dei saluti di Chiara Scarcello e Davide Matrone, coordinatori della Red de Amigos de la Revolución Ciudadana. Un popolo che per la prima volta scende in piazza – tentato golpe del 2010 – non per abbattere un presidente com’era sempre accaduto in passato, ma per difendere Correa, il «suo» presidente. Mentre la Escuela de Verano risulta importante per toccare con mano, constatare e studiare, i grandi cambiamenti in atto nel paese andino.

Il saluto del consigliere comunale Arnaldo Maurino, precede gli interventi di chiusura affidati ai professori Alessandra Riccio (Lettere Ispanoamericane e condirettrice della rivista Latinoamerica) e Carlo Amirante (Costituzionalista).

La professoressa Riccio, come riportato all’inizio di quest’articolo, esordisce definendo l’Ecuador un paese «entusiasmante». Poi partendo dalla nuova fase ecuadoriana, descrive toccando vette molto alte, la «nuova» America Latina – dove a essere protagonisti possono essere gli indios come il presidente boliviano Evo Morales – progressista in cammino verso il Socialismo. Evidenziando il ruolo centrale di Cuba, la piccola isola che da mezzo secolo resiste agli attacchi portati su tutti i fronti dall’imperialismo nordamericano.

Il costituzionalista Carlo Amirante, invece, sottolinea la rivoluzione copernicana compiuta con la nuova costituzione approvata nel 2008. Carta fondamentale che mette al proprio centro il popolo, il concetto di Buen Vivir, la vida plena, dove l’uomo non è più al servizio del modo di produzione capitalistico.

Al termine, i convenuti all’iniziativa pubblica, oltre a conoscere meglio un’esperienza sul cui conto il circuito informativo mainstream non proferisce parola se non quando si tratta di mistificare e deformare la realtà a fini propagandistici, hanno potuto constatare, ove mai fosse ancora necessario che un altro mondo è possibile liberandosi dal giogo liberista e capitalista.

Altre foto dell’evento qui

Ecuador: La vida antes que la deuda

La vita viene prima del debito!

La Rete degli amici per la Rivoluzione Cittadina in Ecuador

La Red de Amigos de la Revolución Ciudadana organizza a Napoli (sala multimediale di via Verdi, 35) un dibattito in appoggio al progetto di profondo cambiamento politico e sociale, in atto in Ecuador, conosciuto come Revolución Ciudadana.

Con l’applicazione di nuove politiche pubbliche, l’Ecuador della Revolución Ciudadana ha ottenuto i suoi migliori risultati storici rispetto la riduzione della povertà e della diseguaglianza, occupazione lavorativa, investimenti in infrastrutture, nella salute, nell’educazione e nelle politiche abitative; grazie a una riuscita rinegoziazione del debito estero, che oggi è divenuto un esempio a livello internazionale e che dimostra che con la volontà politica l’economia può essere uno strumento al servizio degli esseri umani e della natura.

Ne discuteremo con:

Carlo Amirante – Costituzionalista

Davide Matrone – Coordinatore Red de Amigos de la Revolución Ciudadana

Indira Pineda – Sociologa e attivista cubana

Federica Zaccagnini – Coordinatrice Escuela de formacion continua sobre el buen vivir ecuatoriano del ministerio de relaciones exteriores del Ecuador

Alessandra Riccio – Condirettrice Latinoamerica

Arnaldo Maurino – Consigliere comunale

Bernardo Borges Arnese – Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli

[nota di Fabrizio Verde]

Cuba: uno sguardo al suo modello di benessere

di Patricia Arés Muzio

In molte occasioni, ho domandato ai miei studenti quali fossero le principali ragioni per dire che a Cuba si vive bene. La maggior parte delle volte le loro risposte erano relative all’accesso alla salute, all’educazione e alla previdenza sociale ed effettivamente questi sono i pilastri del nostro modello socialista, ma per le persone giovani costituiscono delle realtà tanto normali nella quotidianità che sono diventate abituali oppure rimangono congelate in un discorso che, a forza di ripeterlo, diventa irrilevante.

A Cuba gli spazi di socializzazione sono molto importanti

Io mi azzarderei a dire che esiste un modello cubano di benessere che è stato assorbito con tanta acritica familiarità che è rimasto invisibile ai nostri occhi o paradossalmente inserito nelle voci dei molti di coloro che non ci sono più, dopo averlo perso, o di visitatori che vivono altre realtà nei loro paesi di origine. Sulla vita quotidiana a Cuba, in generale si parla delle difficoltà, soprattutto di indole economica, ma poche volte si sente parlare dei nostri vantaggi e dei nostri punti di forza.

Alcune esperienze professionali vissute mi hanno fatto pensare molto al nostro socialismo, visto come cultura e civiltà alternativa. Quando noi psicologi e altri specialisti partecipammo al processo per ottenere il ritorno del bambino Elián González, è emerso con molta forza questo tema. Più recentemente, conversando con alcuni anziani rimpatriati, con bambini che per decisione dei loro genitori dovevano andare a risiedere in altri paesi o con giovani che sono ritornati dalla Spagna dopo aver vissuto l’esperienza di essere finiti sulla strada per non avere lavoro né denaro per pagare l’affitto, mi ritorna in mente, a partire dalle loro esperienze, l’idea del modello cubano di benessere.

Ricordo quando Elián si trovava negli Stati Uniti che il nonno Juanito gli diceva al telefono che stava facendogli un carrettino con le ruote per il suo ritorno e il giorno seguente appariva sullo schermo della televisione che gli avevano regalato un’auto elettrica che sembrava vera, se i nonni o il padre gli dicevano che il suo cagnolino lo rimpiangeva, il giorno seguente appariva Elián con un cucciolo di labrador che gli avevano regalato, se gli dicevano che gli avevano comprato un libretto di Elpidio Valdés, appariva Elián vestito da Batman. Tuttavia, l’affetto della sua famiglia, l’amore di quanti lo stavano aspettando, la solidarietà dei suoi compagni di scuola, delle sue maestre, hanno potuto di più di tutte le cose materiali del mondo.

Conversando recentemente con un anziano che ha preso la decisione di non tornare negli Stati Uniti dopo aver vissuto 19 anni in quel paese, mi diceva: È reale dottoressa, lì si vive molto comodamente, ma quello non è tutto nella vita, “là non sei nessuno”, non esisti per nessuno. Mi raccontava che passava lunghe ore da solo in casa, aspettando che i figli e nipoti ritornassero dal lavoro e dalla scuola, che rimaneva rinchiuso perché non poteva uscire, perché secondo loro era vecchio e non lo lasciavano guidare, e che di giorno il quartiere in cui viveva sembrava un plastico, non si vedeva nessuna persona, né nessuno aveva tempo di dedicarti un momento per conversare.

In una visita che fece all’altra figlia che vive a Cuba, decise di non ritornare. Mi racconta che sta facendo esercizi nel parco, che gioca a domino nei pomeriggi, che passa a trovarlo l’altro nipote con due amichetti, che ha recuperato alcuni amici della “vecchia guardia” e che con i soldini che gli inviano da là e con l’aiuto della sua famiglia qui, ne ha d’avanzo per coprire le sue spese. Usando le sue parole testuali mi diceva: “Alcuni conoscenti mi dicevano che andavo a finire all’inferno, ma in realtà dottoressa, mi sento nel paradiso”. Evidentemente, il modo di vita che ora conduce non sarà il paradiso, ma gli fa sentire maggior benessere.

Un giorno mi hanno portato un bambino figlio di due diplomatici che era venuto in ferie e non voleva ritornare con i genitori alla missione dove stavano lavorando, era “nervoso”, in piena lotta, diceva di lasciarlo con la nonna, che lui non voleva andare via di nuovo, che non gli piaceva stare là. Quando domandai ai genitori che cosa accadeva al bambino, mi raccontarono che là doveva vivere rinchiuso per ragioni di sicurezza, non aveva neppure amici con cui trascorrere il tempo dopo la scuola, e non c’erano i cugini, che adorava.

Da quando è arrivato qui è come se gli avessero dato il via libera – mi dicevano i genitori – se ne va al parco dell’angolo con gli amici del quartiere, esce a passeggiare con i cugini, gioca a baseball e al calcio in piena strada, passa il giorno circondato dai nonni, dagli zii e dai vicini. Nell’intervista con il bambino mi raccontava che i cugini gli dicevano che egli era sciocco perché voleva restare a Cuba avendo l’opportunità di stare in un altro paese e il bambino mi diceva: “Io rimpiango molto quando sono qui la pizza ai peperoni, ma non vale un milione di pizze poter restare a vivere a Cuba”.

Un giovane ritornato dalla Spagna, mi ha raccontato che era rimasto senza lavoro e ovviamente non aveva denaro per pagare l’affitto, che la padrona gli ha dato tre mesi di tempo e non avendo i soldi lo ha messo in strada, ma la cosa più triste del caso è che nessuno, neppure i suoi amici, gli hanno teso una mano, dato che gli dicevano che data la crisi ognuno “avrebbe dovuto sistemarsi come poteva” e ha dovuto ritornare perché l’opzione che aveva era o dormire nel metro o tornare nella casa dei suoi genitori a Cuba. Alla fine, mi diceva, quelli che sono pronti ad accoglierti sono i tuoi.

Sono rimasta a pensare a queste testimonianze che potrebbero servire benissimo per tanti giovani che non trovano alcun benessere di vivere a Cuba e che immaginano solo una vita “di progresso” all’estero o che hanno sopravvalutato la vita di fuori come una vita di successo e di opportunità, ma io mi domando: che cosa abbiamo qui che manca in altri posti? Che cosa hanno scoperto il bambino, l’anziano e il giovane che è venuto dalla Spagna, a partire dalle sue esperienze là che noi non vediamo qui? Realmente il modello di vita che propongono le società capitaliste contemporanee costituisce attualmente un modello di benessere, nonostante sia spacciato dai mezzi di comunicazione come “il sogno del progresso promesso?”. Parliamo oggi di buona vita o del buon vivere, di vita piena? Necessariamente lo sviluppo economico e tecnologico è l’unica cosa che garantisce il benessere personale e sociale?

Faccio un sforzo di sintesi a partire da queste esperienze professionali in cui considero radichino alcune delle basi del nostro modello cubano di benessere.

[traduzione dal castigliano a cura dell’ANAIC]

Venezuela, 3 milioni di case in 6 anni

9 dicembre 2012

di Barbara Meo Evoli


Intervista al ministro per la Trasformazione rivoluzionaria di Caracas, Francisco “Farruco” Sesto. L’obiettivo della “Missione Casa”: costruire migliaia di abitazioni per le classi disagiate e ristrutturare i quartieri popolari.

Con il 50 per cento della popolazione che vive in case precarie costruite dagli stessi abitanti, il Venezuela ha molta strada da percorrere per permettere una vita dignitosa a tutti i suoi cittadini. Con questo chiaro obiettivo il governo socialista di Hugo Chávez ha creato nel 2011 un piano nazionale di edilizia popolare con lo slogan: “Missione Abitazione: il diritto di vivere davvero”. L’opposizione ha criticato, da un lato, la costruzione di appartamenti in zone di difficile accesso e lontane dalle fonti di lavoro e, dall’altro, l’assenza di piani urbanistici diretti a realizzare infrastrutture, reti elettriche, piazze e vie di accesso sicure per i quartieri poveri delle città. L’assessore all’urbanistica del Comune di Caracas di opposizione Marco Negrón ha inoltre puntato il dito sul sussidio statale alla benzina che, ammontando a 15 mila milioni di dollari all’anno, impedirebbe di investire in altri settori, tra cui quello dei trasporti pubblici.

Come immagina che sarà Caracas fra 20 anni se il governo bolivariano prosegue con la missione che ha intrapreso di costruire migliaia di case e rinnovare le periferie della città?

M: Per capire Caracas oggi bisogna conoscere la sua storia. La capitale venezuelana, nata cinque secoli fa, prima della scoperta del petrolio viveva dell’agricoltura ed aveva circa 25 mila abitanti. Con l’apparizione dell’oro nero nel XX secolo Caracas fa un salto incredibile passando da una popolazione di 85 mila abitanti a circa 5 milioni, ma cresce in un modo sbagliato copiando il modello degli “slums” statunitensi. La gente ha così costruito casette che occupano estese superfici nella vallata e poi, quando già non vi era più spazio nella parte pianeggiante, ha continuato a edificare ‘ranchitos’ ammassandosi sulle pendici delle montagne fino a 1.700 metri. Caracas è cresciuta molto rapidamente senza un piano regolatore, cosa che ha determinato molti problemi di viabilità. Con il boom del petrolio negli anni ‘50 sono arrivate nella capitale migliaia di persone dalle campagne e da altri paesi latinoamericani, caraibici ed europei, principalmente dall’Italia, Spagna e Portogallo.

Le masse popolari povere non solo hanno costruito le proprie case senza pensare agli spazi pubblici, ma si sono concentrate in zone a rischio. I governi populisti, che si sono alternati prima dell’attuale presidente Hugo Chávez, non hanno ostacolato l’edilizia popolare spontanea poiché dando le concessioni di costruire si assicuravano di essere votati dalle classi umili. I governi socialdemocratici e democristiani precedenti al 1998 usavano la strategia di comprare le coscienze del popolo.

Diversamente dal passato, oggi il Venezuela ha un governo popolare (non populista) che, tra i molteplici programmi sociali diretti a far sviluppare il paese in una forma equilibrata, ha creato anche la “Missione abitazione”. Nell’ambito di questo piano nazionale è stato realizzato un censimento delle famiglie povere che avevano bisogno di una casa o di un suo ampliamento, così sono state registrate 3 milioni 700 mila famiglie in tutto il paese, di cui 670 mila a Caracas. Visto che con buone politiche si può favorire lo spostamento di una parte delle famiglie che hanno fatto richiesta di una casa nelle campagne, il governo bolivariano ha promesso di costruire 500 mila abitazioni a Caracas in 7 anni a partire dall’inizio del 2011.

L’esecutivo ha deciso di sfruttare questo piano di costruzione di migliaia di case per trasformare tutte le città del paese, compresa Caracas che, trovandosi a mille metri d’altezza, è caratterizzata da gravi problemi strutturali. In Venezuela ci sono 6 milioni e 800 mila case, di queste 3 milioni 800 mila sono ‘ranchos’, ovvero strutture principalmente di mattoni con tetto in lamiera che sono state costruite dalla popolazione, e i rimanenti 3 milioni sono alloggi costruiti dallo Stato o da imprese private. La sfida del governo è di costruire nei prossimi 6 anni non solo i 3 milioni di case di cui la popolazione ha bisogno, ma anche di edificare scuole, ospedali, centri culturali, centri sportivi e per farlo c’è bisogno di industrializzare l’edilizia.

L’urbanismo rispecchia la composizione sociale e Caracas è una città con fortissime disuguaglianze. L’obiettivo del piano è cambiare il volto della capitale, come si è iniziato a fare nel 2011 edificando 12 mila abitazioni, facendo in modo che scompaiano le grandi differenze sociali e che le diverse fasce della popolazione si integrino fra loro. Cosicché agli sfollati, che l’anno scorso hanno perso le proprie case precarie a causa delle forti piogge, sono stati consegnati alloggi in pieno centro, in luoghi dove non avrebbero mai sognato di poter vivere.

La “Missione Abitazione” ha come obiettivo di spostare gli abitanti dei quartieri popolari in altre zone della città o di costruire servizi in queste zone per migliorare la qualità di vita della gente?

M: Bisogna considerare che i quartieri popolari sono nati grazie allo sforzo della gente che li ha costruiti, anche se sono privi di una progettazione urbanistica riflettono le relazioni umane della gente che li abita. Visto che non vogliamo distruggere questa coesione sociale, abbiamo deciso di spostare unicamente le persone che vivono in zone considerate a rischio in caso di sisma o di slavina. Non vogliamo far scomparire i quartieri popolari ma solo trasformarli rendendoli sicuri per gli abitanti.

In molti paesi del mondo, come per esempio in Europa dopo la seconda guerra mondiale, sono stati portati avanti piani pubblici di edilizia popolare. Il Venezuela ha assunto come modello un’esperienza di un paese? 

Tutti i piani urbanistici che sono stati attuati non hanno messo in discussione la strutturazione in classi sociali delle città, in Venezuela non vogliamo applicare questo concetto: il nostro obiettivo è riuscire a far fondere le classi sociali e la nostra sfida è democratizzare gli spazi urbani e far integrare gli abitanti.

Il popolo è diventato il protagonista del cambiamento delle città poiché i tecnici non impongono i progetti urbanistici ma li concordano con gli abitanti. Con l’obiettivo di migliorare la vita delle classi umili attraverso l’utilizzazione della tecnologia abbiamo costruito il ‘Metrocable’ (trad. Metrocavo), ovvero una funivia che collega una stazione della metropolitana di Caracas con un quartiere povero di difficile accesso che si trova sulle pendici di una collina. Realizzando il ‘Metrocable’ abbiamo voluto evitare che gli abitanti dovessero salire l’equivalente di 20 piani a piedi ogni giorno per arrivare nella propria casa, dovendo trasportare anche in spalla oggetti pesanti.

A Cuba nell’ambito del piano di edilizia popolare sono stati realizzati degli studi psicologici e sociologici delle famiglie poi trasferite in altre zone della città, in Venezuela sono state condotte delle analisi simili?

M: Dopo la tragedia delle slavine di Vargas nel 2000 e le inondazioni dello scorso anno in cui migliaia di persone hanno perso la propria casa, il governo ha dato un tetto agli sfollati offrendo loro delle stanze nelle istituzioni pubbliche, negli uffici, negli stadi e nei musei. L’esecutivo  non ha voluto lasciare persone per la strada e così per esempio nel ministero della Presidenza nel cosiddetto Palazzo Bianco il primo e secondo piano è occupato ancora oggi dagli sfollati.

Tutte le famiglie sfollate che si trovano in un determinato centro di accoglienza provengono dalla stessa zona e, quando gli edifici nuovi sono terminati, sono trasferite tutte insieme dal centro di accoglienza ai nuovi appartamenti. Quindi la “Missione Abitazione” prende in considerazione la coesione sociale e le relazioni umane che si sono sviluppate in una zona e cerca, nei limiti del possibile, di preservare i valori comunitari.

Sulle pendici delle colline vicino all’autostrada che unisce Caracas al porto de La Guaira, il governo sta costruendo una nuova città progettata nel rispetto dello spirito comunitario. “Città Caribia”, che oggi ospita 1.500 famiglie e in futuro 20 mila, non sarà un quartiere periferico dormitorio perché disporrà di tutti i servizi. Sebbene Caracas si trova in una zona sismica che presenta difficoltà topografiche per la costruzione, non si può non tenere conto della volontà della popolazione che ha deciso di vivere in questo luogo per le sue caratteristiche positive: il clima, la vicinanza al mare e al principale porto, la posizione centrale nel paese.

L’opposizione ha criticato duramente la politica governativa che mira a spostare la popolazione dalle grandi città verso le campagne e le zone a bassa densità del paese, qual è la sua opinione a riguardo?

M: Bisogna tenere in considerazione che vi sono zone del Venezuela che si stanno sviluppando economicamente e socialmente grazie allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi come è il caso dell’asse centro-settentrionale del Llano e del sud dello stato Anzoategui. Immagino che a poco a poco che queste regioni si svilupperanno e si creeranno opportunità di lavoro, vi saranno giovani che decideranno di trasferirsi lì volontariamente. Non esiste nessuna politica governativa messa in atto per obbligare la popolazione a lasciare Caracas.

Uno dei problemi principali del Venezuela è la delinquenza, da un anno il governo ha deciso di impegnarsi implementando vari piani diretti a debellare questa piaga. Nell’ambito della lotta alla criminalità, cosa si dovrebbe fare a livello urbanistico?

 M: La delinquenza è un problema strutturale, non solo del Venezuela, ma di molti paesi del mondo ed è una manifestazione del fatto che la società di tutto il pianeta non sta vivendo un buon momento storico. Negli ultimi decenni nel mondo, anche se la tecnologia ha registrato uno sviluppo incredibile, si sono acutizzate le crisi sociali perché il sistema in cui viviamo è strutturalmente ingiusto.

Il Venezuela è solo uno dei tanti paesi del mondo colpito dalle ingiustizie che producono violenza. Bisogna sapere che il Venezuela ha vissuto delle entrate e regalie del petrolio fino agli anni ’80. In quegli anni il paese era gravato da un enorme debito pubblico e il numero di persone che vivevano in stato di miseria era molto elevato. Quando Chávez vince le elezioni nel 1998 la povertà colpiva il 70% della popolazione, la metà dei bambini non frequentava la scuola elementare, non aveva una buona alimentazione e non riceveva cure mediche. Questi bambini nati negli anni ’80 e ’90 oggi hanno 20 e 30 anni e sono gli attuali delinquenti (‘malandros’). I bambini nati a partire dal 2000 hanno frequentato la scuola primaria, secondaria e stanno frequentando l’Università, hanno ricevuto cure mediche e hanno potuto partecipare a eventi culturali ed artistici: grazie a tutti i benefici di cui hanno goduto la probabilità che diventino dei delinquenti è infinitamente minore rispetto al passato.

Un altro grave problema che genera violenza è la droga. Il micro-traffico di stupefacenti e il narcotraffico in generale hanno sviluppato un’economia molto redditizia della quale vivono la maggior parte dei giovani delinquenti organizzati in bande nei quartieri poveri. La diffusione della criminalità è una disgrazia per il Venezuela, poiché in qualsiasi vita umana vi è una potenzialità e, a causa di questa spirale di violenza, stanno morendo tantissimi giovani e stiamo perdendo tante potenzialità.

Per combattere contro l’insicurezza il governo ha adottato diverse misure: ha eliminato la corrotta Polizia metropolitana, ha creato la nuova Polizia nazionale bolivariana, ha posto in essere il piano di disarmo e di lotta contro il delitto organizzato.

Nei nuclei urbani della ‘Missione abitazione’ costruiamo, oltre alle residenze, anche locali socio-produttivi dando così la possibilità agli abitanti di produrre ricchezza nello spazio in cui vivono. Non abbiamo costruito delle città dormitorio, al contrario abbiamo previsto che attraverso i locali commerciali e artigianali gli abitanti delle nuove residenze possano creare una base economica per la propria famiglia e così anche riuscire a conservare gli edifici donati o venduti dallo stato. Così insieme ai 12 mila nuovi appartamenti edificati a Caracas sono stati costruiti 500 locali socio-produttivi che offrono possibilità di lavoro senza produrre inquinamento chimico o acustico, come per esempio officine di fabbricazione di pezzi di orologeria, stabilimenti tessili, zuccherifici, panetterie e negozi.

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