I nuovi trattati di libero commercio che gli USA stimolano

TTIP

di Juan Manuel Karg* – omal.info

Questo mese di novembre l’America latina compie dieci anni dal “No all’ALCA”, con il quale i paesi della regione respinsero l’introduzione di un gigantesco accordo guidato dagli USA. A quel tempo i nostri paesi decretarono un principio anticiclico in uno dei momenti di maggior apogeo del liberoscambismo su scala globale. Oggi, dieci anni dopo, quali sono i nuovi trattati che gli USA stanno stimolando? Perché sono contro i BRICS, ovvero contro quei paesi emergenti che hanno attivato l’economia a livello mondiale negli ultimi anni? Qual è la disputa, in termini internazionali tra gli Usa e la Cina, scatenata da questa circostanza?

  • Il Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Già firmato, abbraccia dodici paesi che compongono il 40% del PIL mondiale: USA, Messico, Perù, Cile, Giappone, Vietnam, Singapore, Brunei, Malaysia, Australia e Nuova Zelanda. Come ogni accordo di libero commercio che si caratterizzi, esso si fondamenta sulle asimmetrie esistenti tra i membri che lo compongono, il che favorisce enormemente agli USA, il principale interessato nel vederlo materializzarsi – e che sarà approvato dal Congresso nei prossimi mesi -.

Il TPP nasce, inoltre, con un’altra finalità malcelata: cercare di consolidare un contrappeso all’interno della Cina e del suo processo di crescita nel blocco asiatico. In altre parole, proprio all’interno della zona d’influenza della nuova potenza economica mondiale. Il Giappone, socio privilegiato degli USA nell’area, è il “Cavallo di Troia” che porterà avanti questa strategia pensata da Washington di fronte al veloce spiegamento da parte del gigante asiatico. Le parole di Obama sul TPP, lo stesso giorno in cui questo è stato firmato, sono state eloquenti: “Non possiamo consentire che paesi come la Cina detti le regole dell’economia mondiale”.

  • Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP). Ancora in fase di negoziazione, il TTIP è il tentativo di avanzata verso un’area di libero commercio tra gli USA e l’Unione Europea (UE). I negoziati avvengono in un momento in cui la periferia del Vecchio Continente soffre una serie di agitazioni dovute alla disoccupazione e all’ineguaglianza come prodotto di un lustro di decrescita economica iniziato con la caduta della Lehman Brothers negli USA. Con l’ineludibile condizione del segreto dei negoziati – qualcosa che condividono i suoi pari TPP e TISA – il TTIP possiede una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri trattati: prevede la creazione di un tribunale di arbitraggio che operi separatamente dal sistema giuridico di ogni paese con l’obiettivo di “proteggere gli investimenti stranieri”. Come si può osservare, esso costituisce un’impalcatura che favorisce le transnazionali, le quali saranno le principali a beneficiare di questa vera foga contro gli Stati nazionali.

Una recente mobilitazione di massa che si è tenuta a Berlino contro il potere dell’UE oltre Bruxelles, ha dimostrato che i lavoratori europei sono in allerta di fronte all’avanzata dei negoziati del TTIP. Nella foto del corteo di 250 mila persone, pubblicata sui quotidiani, si coglie una certa analogia con quanto accaduto in America latina agli inizi di questo secolo quando importanti mobilitazioni in Argentina, Brasile e Venezuela contribuirono  a che Kirchner, Lula e Chávez dichiarassero con fermezza, no all’ALCA.

  • Il Trade in Services Agreement (TISA). Negoziato nella maggiore segretezza. Wikileaks recentemente ha diffuso alcuni dei punti principali di quest’accordo sui servizi su scala mondiale. Si descrive che il TISA consentirà alle corporazioni finanziarie di esportare i dati personali dei consumatori di tutto il mondo, entrando in contraddizione con le attuali leggi in vigore sulla protezione dei dati, ad esempio, come quelle esistenti nell’Unione Europea. Un altro dei punti roventi del TISA risiede nella pretesa da parte delle compagnie finanziarie internazionali di poter essere esentate dal rispetto delle normative di un paese nel quale desiderano stabilirsi, se le loro attività sono consentite in quello di origine. Ad esempio ciò abiliterebbe in altri continenti l’avvio di tutta una serie di prerogative da parte di aziende americane, alle quali Washington abbia dato loro il visto buono.

Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Stati Uniti, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Svizzera, Taiwan, Turchia e la Commissione Europea sono gli attori che proseguono i negoziati di questo “accordo” nel settore dei servizi. L’Uruguay ha deciso di allontanarsi dopo la presa di posizione da parte del partito del governo Frente Amplio, il quale ha ratificato il rifiuto dichiarato dalla maggioranza dei paesi che conformano il MERCOSUR, dove affermano di non partecipare a questi accordi che impongono condizioni leonine. Tuttavia la continuità nei negoziati da parte del Paraguay – anche lui membro fondatore del blocco – costituisce un dato di fatto sul quale prestare particolare attenzione a soli quattro anni dal colpo parlamentare contro Fernando Lugo (avvenimento che, in definitiva, ha reso possibile anche questa scelta).

È necessario chiudere quest’articolo con alcune conclusioni sulla congiuntura economica internazionale di questi ultimi anni. In primo luogo, lo sfondo sul quale si svolgono tutti questi negoziati ruota intorno al tentativo da parte degli USA di colpire la Cina in un momento in cui l’economia orientale continua a essere il motore che muove il mondo: il 7% della crescita prevista da Beijing per i prossimi anni – anche se minore al 14% registrato alcuni anni fa – è più indicativo che quel magro 2% di cui s’inorgogliscono gli USA. D’altra parte si vuole colpire anche la Russia, l’India, il Brasile e il Sudafrica; paesi emergenti, che sono riusciti insieme ai paesi con governi neoliberali della regione, a far sentire la loro crescente voce nelle istituzioni internazionali, diminuendo l’influenza degli USA e dell’UE. La decisione di Washington sembra ormai presa: lanciare un’offensiva contro l’idea di “nuovo mondo multipolare”, attraverso una massiccia liberalizzazione commerciale che possa sollevare la loro tendenza di debolezza e confrontarsi con – le ormai inequivocabili – economie emergenti.

Infine gli USA cercano di “aprire” per, in verità, chiudere, nel tentativo d’individuare la forma per rivitalizzarsi in un momento messo a soqquadro dalle sue aspirazioni, sia dal punto di vista geopolitico che da quello geoeconomico. Ci riuscirà?

* politologo UBA e analista internazionale, Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Argentina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

TTP e TTIP: la nuova architettura neoliberale

di Vincenzo Paglione

Una delle risposte dei governi latinoamericani alla necessità di superare la divisione in Stati nazionali è stata quella dell’integrazione economica, la quale ha avuto le sue radici nel XIX secolo e diventata realmente perseguibile solo nel XX.

Le nuove proposte come UNASUR e ALBA con l’obiettivo di avviare un nuovo percorso dell’unità continentale nelle sue diverse varianti sub-regionali, provano ad essere contrastate dall’ennesimo Trattato di Libero Commercio (TPP e TTIP) proposto dagli Stati Uniti, mediante l’avviamento di accordi bilaterali e multilaterali con l’Asia e con molti paesi della regione.

Già negli anni ’90 del secolo scorso diversi paesi del subcontinente, avevano firmato degli accordi quadro con gli Stati Uniti i quali fecero approvare, sotto la guida dell’allora presidente Bill Clinton, l’ambizioso progetto di creare una vasta Area di Libero Commercio che si estendesse dall’Alaska alla Terra del Fuoco e da tutti conosciuta con la sua sigla ALCA. Questo progetto avrebbe assicurato agli Stati Uniti il controllo economico dell’intero continente.

Il Venezuela, insieme con altri paesi latinoamericani, non fu d’accordo con la proposta degli americani, facendo naufragare definitivamente il progetto dell’ALCA nel 2005.

Le nuove forme di aggregazione come l’ALBA e la CELAC, fortemente volute dall’allora presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frías, hanno coinvolto i paesi dei governi che si richiamano apertamente al Socialismo del XXI secolo e alcune isole dei Caraibi (Venezuela, Cuba, Honduras, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Repubblica Dominicana, San Vicente y Granadinas, Antigua e Barbados).

Anche l’UNASUR, che è l’insieme del MERCOSUR e della CAN (Comunità Andina), voluto dal Brasile e appoggiato dal Venezuela, come contrapposizione alla logica operativa di ampliamento del NAFTA che si sarebbe dovuto concretizzare in ALCA, ha dovuto affrontare la vecchia tensione dialettica tra bolivarismo e monroismo, ovvero tra visione solidale latinoamericana e tentativo di egemonia nordamericano. L’UNASUR è il primo e vero tentativo geostrategico di articolazione del potere continentale e della sua integrazione economica e politica.

I messaggi rassicuranti proferiti da Washington con l’insediamento di Barack Obama nel 2009, sembravano aprire uno spiraglio di riavvicinamento della nuova amministrazione all’America latina. Tuttavia gli accordi multilaterali come quello Transpacifico di Associazione Economica (TTP) che nello spazio americano vedono gli USA, il Canada, il Messico, il Perù e il Cile tra i principali firmatari, stanno mettendo in seria difficoltà il dialogo politico e la cooperazione, così come la ridefinizione del Sud-Sud del mondo, secondo l’ottica bolivariana; soprattutto perché ancora deficitario di un programma politico ed economico condiviso, il che è volto a minacciare la loro esistenza nel lungo termine.

Inoltre con i trattati TTP e TTIP si amplificherà il potere delle multinazionali al punto da vedere limitata la sovranità degli Stati, il che consentirà a queste di intraprendere azioni legali ai governi nel caso in cui l’applicazione di un intervento legislativo determini una diminuzione dei loro profitti.

Per di più questi accordi, legittimati da norme opache prive di legittimità democratica e architettate per danneggiare i popoli e le persone, segnerebbero nella sfera commerciale l’abolizione delle barriere tariffarie e normative dei paesi coinvolti.

Se ci dovessimo soffermare su quanto sta accadendo nel subcontinente in questo momento, non passerebbe per inosservato il ritorno di un certo nazionalismo di matrice populista che vede nella mobilitazione delle masse, sollecitata dai governi di alcuni paesi che si appellano ai valori nazionali, al fine di predisporle a forme di resistenza contro l’invadenza di fattori esterni traumatizzanti e non. Un chiaro esempio sono le tensioni bilaterali nella frontiera tra la Colombia e il Venezuela e tra quest’ultimo paese e la Guiana. Ma si possono aggiungere anche il contenzioso tra Perù, Bolivia e Cile o il mutuo sospetto che intercorre tra il Cile e l’Argentina. Sono questi fin qui elencati, fattori che impediscono la costruzione di un’architettura di sicurezza d’insieme che minaccia il processo d’integrazione regionale.

Con frequenza ci si riferisce all’America latina come una regione dove i principali fattori culturali si collocano all’insegna della coerenza, nel senso di visione di destino condiviso, che per via di principio consentirebbe l’integrazione.

Ma l’America latina non è mai stata una regione omogenea, malgrado abbia avuto periodi di convergenza intorno ad alcuni temi come quelli concernenti il miglioramento delle politiche sociali o, per l’appunto, sulle proposte d’integrazione.

La frammentazione che si è generata nei paesi dell’America latina e i Caraibi ha prodotto degli effetti negativi nella regione. Ma forse il fattore che più ha alterato l’agenda regionale è stato la morte del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.

La sua scomparsa prematura solleva una serie d’inquietudini sul futuro del chavismo e del socialismo del XXI secolo che, unita alle difficoltà economiche del paese e ai problemi interni che attraversa, tende a contrastare con forza il potenziale anti-egemonico nella regione.

L’entrata del TTP sullo scacchiere internazionale consentirà agli USA (e all’UE come alleato subalterno) di consolidare un’estesa area d’influenza politica che includerebbe tutti i paesi aderenti con il fine di assediare gli attori emergenti (Russia e Cina) che minacciano la sua supremazia.

Quest’accordo multilaterale rafforzerà la posizione egemone degli USA, il che in termini pratici si traduce per i suoi partner nell’accettazione piena delle regole e delle norme imposte dal trattato, lasciando poche possibilità a una sua impugnazione.

In America latina i paesi che hanno aderito (Messico, Cile e Perù e, forse, si aggiungerà la Colombia) rivestiranno il ruolo di cavie per ristabilire nella regione un’area aperta d’ispirazione neoliberale per contrastare l’egemonia dei governi rivoluzionari e progressisti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Bolivia e Argentina.

Ma questo processo di egemonizzazione dello spazio internazionale, senza dubbio genererà dei conflitti tra i paesi firmatari, poiché il basso peso specifico delle parti è stato sempre fonte di asimmetrie e squilibri che hanno dato luogo a rapporti subalterni.

Ricordando che queste fin qui tracciate sono delle semplici annotazioni da cui far partire una ricerca più approfondita sulla dimensione delle dinamiche che sono diventate immensamente superiori a quelle fino ad ora conosciute (macroaree o aree continentali con attori non più obbedienti alle regole dei singoli stati-nazione), una strategia che non facilita certo l’arresto dei meccanismi di potere tra centro e periferia e di cui bisogna sempre più tenerne conto, si rende impellente che l’opinione pubblica sia al corrente delle conseguenze che implicherebbe una loro approvazione.

[articolo di Vincenzo Paglione per ALBAinformazione]

Brics e Sco: un’altra comunità internazionale è possibile

brics_sco_leadersda Marx21.it

Pochi giorni dopo la pubblicazione del documento sulla nuova strategia militare da parte del Dipartimento di Stato statunitense, nel quale il mondo viene diviso in un fronte del bene – quello guidato da Washington a “sostegno delle istituzioni e delle procedure stabilite per la prevenzione dei conflitti, il rispetto della sovranità e la promozione dei diritti umani” – contrapposto a quello del male – quello trainato da Cina e Russia con alle spalle “canaglie” come Iran e Corea del Nord –  ecco che ad Ufa (Russia), proprio questo fronte, abitualmente espulso da una “comunità internazionale” variabilmente rinchiusa tra i confini della Nato e alleati di turno, ha posto nuove basi, politiche, economiche e finanziarie, sulle quali fondare una possibile liberazione da una soffocante, benché scricchiolante, cappa unipolare.

Nella città russa –  si sono ritrovati i capi di Stato dei Paesi facenti parti del gruppo Brics e della Shanghai Cooperation Organisation, entità, nuclei di una possibile e futura cooperante comunità internazionale di segno multipolare, che vedono in cabina di regia proprio Mosca e Pechino, e che esprimono con chiarezza l’esigenza sempre più diffusa di chiudere la parentesi di un sistema economico (con persistente ricatto militare) che ha limitato lo sviluppo di una parte del Mondo e incapace di riformare le istituzioni finanziarie (su tutte il Fondo monetario internazionale) in linea con l’emergere di nuovi equilibri internazionali.

I Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) rappresentano oggi quasi il 20% del commercio globale, il 13% di quelli dei servizi e il 45% della produzione agricola mondiale, mentre il Pil dei cinque è passato dai 10 trilioni di dollari del 2001 ai 32.000 miliardi del 2014.

La scelta di Ufa, capitale del Bashkortostan, come capitale momentanea di quella che possiamo definire “l’Altra comunità internazionale” potrebbe anche essere carica di significati simbolici: si trova a ridosso degli Urali, ai confini della Russia europea a sottolineare la necessità di dialogo tra Occidente e Oriente (e in questo il ruolo centrale di Mosca) e nel 1941 aveva ospitato il governo  della repubblica sovietica di Ucraina in fuga a seguito dell’aggressione della Germania nazista.  Non agiscono proprio ora in Ucraina, in seguito al golpe del 2014, movimenti dichiaratamente legati al passato collaborazionismo nazista? Non è forse in atto – fortunatamente ridimensionato dalla resistenza politico e militare della popolazione russa dell’est ucraino – un’aggressione militare dai risvolti genocidi?

Uno dei punti della dichiarazione sottoscritta al termine del vertice Brics è proprio dedicata al 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, in omaggio “a tutti coloro che hanno combattuto contro il fascismo e il militarismo e a favore della libertà dei popoli” e in opposizione “ai tentativi di rivedere i risultati della seconda guerra mondiale”. Non è troppo difficile leggere tra le righe una larga condivisione delle preoccupazioni di Mosca e di Pechino che vedono distendersi, la prima, un progetto di aggressione ai propri confini che non disdegna l’utilizzo di manovalanza nazistoide, la seconda, il ritorno del militarismo nipponico, seppur imbrigliato (per ora) nel trattato di sicurezza con gli Stati Uniti.

Non c’è solo questo: la dichiarazione di Ufa contiene una sorta di “principi fondamentali” di quella che possiamo definire la “Carta costituzionale” di una futura comunità internazionale multilaterale e cooperante. Ci sono la critica all’adozione di “doppi standard” nel riferimento ai principi e alle norme del diritto internazionale (chiaro riferimento all’unilateralismo Usa e occidentale); la condanna degli “interventi militari unilaterali e delle sanzioni economiche in violazione del diritto internazionale” e l’invito ad interpretare la sicurezza come “bene indivisibile” di contro ad una sorta di appropriazione privata da parte della potenza egemone; il rispetto “dell’integrità, della sovranità e dell’unità” della Siria (mentre a Washington si pensa alla sua riduzione a confederazione su basi etniche in sostanza fuori dal controllo di Damasco), l’invito ad una soluzione diplomatica ed inclusiva della crisi insieme alla condanna netta di “ogni forma di supporto e finanziamento ai gruppi di terroristi” che da anni insanguinano il Paese; la centralità dell’economia pubblica e dell’azione dello Stato nel sostegno dello sviluppo (esiste un “diritto allo sviluppo economico”) nei Paesi del sud del mondo e il sostegno allo sviluppo dei diritti umani con un approccio complessivo – e non “politicizzato” – che pone sullo stesso piano quelli civili, sociali, economici e culturali. Un riconoscimento implicito, per esempio, alla portata storica della lotta contro la povertà condotta dalla Cina popolare che, proprio mentre riconosce il diritto alla vita, ed alla sicurezza sociale, a milioni di persone, viene accusata di violazione dei diritti umani (a proposito di “politicizzazione” degli stessi!).

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(VIDEO) Il Convegno internazionale sui BRICS del M5S a Roma

di Danilo Della Valle 

«Forse un giorno, con queste condizioni, si aggiungerà anche un’altra “I” a quello che è il nome BRICS», si è concluso con questa frase di speranza per l’Italia l’intervento del Segretario della Commissione Affari Esteri del M5S Carlo Sibilia, durante il convegno internazionale organizzato dal Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati dal titolo “il Nuovo Mondo con i BRICS” tenutosi il 10 luglio del 2015.  

L’incontro, tenutosi a pochi giorni dall’inizio del VII vertice dei BRICS e dell’incontro dell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione (SCO), ha visto la partecipazione di autorevoli rappresentanti di Brasile, Russia, Cina e Sud Africa ed è stato articolato in due sessioni: nella prima, si è discusso più specificatamente di BRICS, dagli accordi di Fortaleza ad oggi; nella seconda, si è parlato della crisi della Zona Euro e delle Relazioni con i BRICS. Pungente è stata l’introduzione di Alessandro Di Battista che ha puntato il dito contro la cattiva informazione Occidentale che nasconde alla popolazione ciò che accade realmente nel mondo, che mente su ciò che accade in Ucraina e nel resto dei territori aggrediti dall’imperialismo.

Il deputato del M5S ha infine ammesso che occorre studiare molto più approfonditamente i fenomeni geopolitici in evoluzione se si vuole il bene del Paese che da troppo tempo è diventato schiavo degli Usa e della Nato e che rischia di esserlo ancora di più con l’approvazione del TTIP.

Con la nascita della Banca dei BRICS, però, si apriranno nuovi ed importanti scenari per molti Paesi, di questo si è detto sicuro il consigliere politico dell’ambasciata brasiliana, Leandro Estevao che ha spiegato alla platea il ruolo che ha avuto il Brasile nella costituzione del blocco BRICS.

Secondo il consigliere, inoltre, la Banca avrà un ruolo importante nella lotta alla povertà e nel finanziamento di progetti atti allo sviluppo sostenibile. Estevao ha tenuto a precisare che la Banca è aperta a tutti i Paesi interessati, è di questi giorni infatti la notizia secondo cui il governo Venezuelano chiederà all’ALBA-TCP di chiedere l’adesione alla banca dei BRICS. Anche gli interventi degli altri ospiti dei Paesi BRICS sono stati davvero molto interessanti ed incentrati sugli apporti che i propri Paesi porteranno in ambito economico e politico al BRICS.

Il vice Presidente della Commissione Affari esteri del Senato della Federazione Russa, Andrey Klimov, ha tenuto a precisare che non sono i BRICS ad esser isolati ma al contrario lo sono USA ed UE. Ha chiesto alla platea se qualcuno ha mai visto “una minoranza isolare una maggioranza”, riferendosi al fatto che il blocco BRICS più quello degli Stati alleati rappresenta la maggioranza della popolazione mondiale, il PIL più alto, la maggior percentuale di riserve naturali, ecc…

Klimov ha precisato come la Banca dei BRICS non sarà un istituto di beneficenza, ma in ogni caso avrà una logica diversa da quella della Banca Mondiale ed FMI perché avrà l’obiettivo di “combattere realmente la povertà e di assicurare una crescita inclusiva e sostenibile”.

Nella seconda parte del congresso invece è stata la volta di un Vasapollo scatenato che ha puntato il dito contro la “sua sinistra” che ha tradito i valori per cui si dovrebbe battere. Il professore de “La Sapienza” ha spiegato di come dopo la II° Guerra Mondiale si sia dollarizzato il mondo con gli accordi di Bretton Woods e di come dopo la caduta del Muro di Berlino i conflitti regionali siano aumentati a dismisura.

Ha raccolto una standing ovation della sala intera quando ha dichiarato che oggi si subisce un imperialismo non tanto con le aggressioni militari ma attraverso le guerre economiche, come accade per il Venezuela Bolivariano, e di come l’unico modo per uscire da questo imperialismo sia quello di cacciare il FMI dal proprio Paese, come hanno fatto Correa e Morales e di lavorare per una nuova prospettiva, come quella dell’ALBA e per certi versi dei BRICS (ovvero la costruzione di un Alba Mediterranea).

Dello stesso avviso anche il professore di economia della Universitat de Barcelona, Ramon Franquesa e il giornalista greco Vatikiotis che non ha risparmiato critiche nei confronti del governo Tsipras reo di aver tradito il no degli elettori e di essersi riseduto al tavolo delle trattative con progetti fallimentari, ed ha stilato la ricetta per la Grecia: uscita dall’euro, costituzione dell’ALBA Euromediterranea con nuova valuta e proposta di alleanza con BRICS, aumenti salariali, investimenti nel Welfare e riduzione dell’orario di lavoro per diminuire la disoccupazione.

La chiusura del convegno è stata affidata a Manlio di Stefano del Movimento 5 Stelle che ha dichiarato di come sia indispensabile per il M5S continuare a studiare ed organizzare eventi come quello sui BRICS e quello precedente sull’ALBA-TCP per capire meglio la politica estera e capire quale strategia sia migliore per il futuro dell’umanità.

Di certo il M5S può rappresentare un buona opportunità per l’Italia, nella prospettiva della cooperazione con l’aerea dei paesi dell’ALBA-TCP, ed ovviamente dei BRICS.

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Maduro proporrà l’ingresso dell’ALBA nella Banca dei BRICS

presidente-nicolas-maduro_mirafloresda Telesur

Il Presidente venezuelano assicura che questa unione servirà per consolidare i nuovi mondi finanziari in America Latina e nei Caraibi

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, proporrà all’Alleanza Bolivariana per i popoli di Nuesta America (ALBA) di incorporarsi nella Banca del blocco BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Durante un’intervista esclusiva concessa a Telesur, il capo dello stato ha spiegato che la proposta mira a favorire il consolidamento di una nuova architettura finanziaria che andrà a beneficio dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi.

Inoltre, ha rilevato che la regione dovrebbe prendere esempio da questa banca di sviluppo, per consolidare i propri meccanismi economici, come il Banco del Sur e il Fondo de Reserva del Sur.

«Vedendo questa esperienza dei BRICS dobbiamo essere motivati. Il mondo si muove – ha detto Maduro – è un mondo multipolare, con vari centri, dove ogni centro è un motore che genera risultati, e noi abbiamo prodotto alcuni risultati nel continente».

Il capo dello stato ha poi aggiunto che prenderà l’iniziativa, in modo che insieme al governo dell’Unasur, si cominci a lavorare per l’attivazione definitiva del Banco del Sur, il cui accordo di fondazione è stato firmato sei anni fa.

Il Presidente ha infine spiegato che il funzionamento di questo organismo regionale è stato ritardato, dall’esistenza di vizi burocratici e dalla «mancanza di volontà politica dei governi».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

M5S: il nuovo mondo con i BRICS

da Commissione Affari Esteri del M5S

Pochi mesi dopo essere stato eletto presidente del Brasile, Luís Inácio Lula da Silva rivolse al suo ministro degli Esteri, Celso Amorim, la seguente domanda: “…Se l’economia è globalizzata perché per comprare dall’India dobbiamo fare prima la conversione della nostra moneta (Real) in dollari statunitense, per poi cambiare l’equivalente in moneta indiana (Rupia)? Non sarebbe più vantaggioso effettuare direttamente il cambio tra Real e Rupia?”
La risposta venne sei anni dopo, nel 2009, dopo aver maturato nel 2008, la dolorosa esperienza della crisi del sistema finanziario mondiale, impostato sulla centralità del dollaro e le arroganti imposizione neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale e il Banco Mondiale (1).

Infatti, il 16 giugno del 2009 si riunivano a Ekaterinburg (Russia) i presidenti di Brasile, Russia, Cina e India, rispettivamente,  Luiz Inácio Lula da SilvaDimitry MedvedevHu Jintao e Manmohan Singh. L’anno seguente (15/16/aprile del 2010) Jacob Zuma, rappresentando il Sud Africa partecipava nella riunione di Brasilia, in cui nascevano i BRICS (Brasile – Russia – India – Cina – Sudafrica) con l’obbiettivo di “…sviluppare gli strumenti per la creazione di un nuovo ordine mondiale che superasse il centralismo della dollarizzazione, promovendo la democrazia e l’eguaglianza nelle relazioni internazionali…”.

Finalmente, il 15 luglio del 2014, il mondo si rendeva conto del significato geopolitico dei BRICS quando i cinque paesi realizzavano il sesto Summit nella città brasiliana di Fortaleza discutendo: a) la promozione della crescita sostentabile, b) le perspettive per l’integrazione, c) lo sviluppo del commercio e del flusso di investimenti Sud-Sud.  Argomenti che furono messi in risalto dal presidente della delegazione cinese, Ma Zehua, che, in quell’occasione pronunciò un importante monito: “…Non dobbiamo permettere che barriere e ostacoli di vario tipo intralcino i nostri programmi privandoci della nostra visione per il futuro…”.

Per questo, nella riunione di Fortaleza fu deciso che i BRICS si impegnavano a creare due istituti finanziari: La Nuova Banca per lo Sviluppo (2) con un capitale di 50 miliardi di dollari e un Fondo di Emergenza (3) con un capitale di 100 miliardi di dollari da usare per superare i possibili effetti negativi provocati dalle crisi finanziarie.  In proposito la presidente del Brasile, Dilma Roussef, sottolineava: “…La nuova Banca è una alternativa per quanto riguarda le necessità di finanziamento in favore dei paesi in via di sviluppo che compenserà l’insufficienza del credito delle principali istituzioni finanziarie internazionali. In questo modo stiamo avanzando in direzione di una nuova architettura mondiale…”.

Il motivo principale che spinse i BRICS a decidere, nel 2014, per la rapida creazione di questa Nuova Banca per lo Sviluppo fu la necessità di avere a disposizione una struttura protettiva, contrapposta alle politiche economiche e finanziarie dei paesi europei e degli Stati Uniti e quindi capace di promuovere operazioni finanziarie in favore dei paesi emergenti e in via di sviluppo. Per questo Vladimir Putin, presidente della Russia faceva notare che: “…Questa istituzione finanziaria sarà un mezzo estremamente poderoso per prevenire possibili difficoltà economiche. Nello stesso tempo contribuirà a definire i fondamenti per attivare i grandi cambiamenti economici a livello mondiale…”.

Per capire meglio la logica dei BRICS e, quindi la dinamica della Nuova Banca per lo Sviluppo è necessario ricordare che, nel 2013, il volume degli investimenti mondiali ha toccato i 1,5 trilioni di dollari (nel 2010 si arrivò a 2 trilioni), di cui 617 miliardi di dollari destinati a progetti in favore dei paesi in via di sviluppo. Di questi il 50% furono finanziati da Cina, India, Brasile e Russia. In secondo luogo, i BRICS, oggi, rappresentano 40% della popolazione mondiale e circa il 25% del PIL mondiale, le sue economie sono caratterizzate da una grande capacità produttiva nei settori primario, estrattivo e energetico, oltre ad essere grandi esportatori di prodotti manifatturati e di servizi.

Un contesto che ha permesso definire i BRICS “il nuovo soggetto politico del secolo XXI” non solo per il suo potenziale e la crescita economica, ma, soprattutto, per l’adozione di una agenda politica che nell’ambito internazionale si contrappone nettamente a quella del blocco storico del G6 (Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Francia, Germania e Giappone).

L’inaugurazione del NBS

Il primo luglio il Parlamento cinese ha approvato la creazione del Nuovo Banco per lo Sviluppo, che sarà inaugurata oggi a Mosca. Molto probabilmente nella prima settimana di agosto dovrebbe entrare in funzionamento anche il Fondo di Riserva dei BRICS, reso operativo con un capitale di 100 miliardi di dollari.

Commentando i risultati ottenuti, l’Itamaraty brasiliano (Ministero degli Esteri) diramava una nota in cui si specificava che: “…La Nuova Banca per lo Sviluppo sarà lo strumento adatto a promuovere la stabilità finanziaria internazionale, dal momento che il suo obbiettivo sarà quello di fornire risorse finanziarie a quei paesi membri dei BRICS che soffrono pressioni nella rispettiva bilancia dei pagamenti.  Sarà quindi un meccanismo che rinforzerà la fiducia degli agenti economici e finanziari mondiali e ridurrà il rischio di contagio in occasione di eventuali momenti di crisi che potranno toccare i settori economici dei BRICS…”.

Di un possibile nuovo mondo non più “dollarizzato” discuterà il Vice-prsidente della Commissione Affari esteri della Duma russa, Andrey Klimov con rappresentanti governativi di Cina, Sud Africa e Brasile in un convegno venerdì 10 luglio alla Camera dei Deputati.

Per adesioni e info 

I BRICS salveranno la Grecia dal default?

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La Troika non è realmente intenzionata ad aiutare la Grecia a uscire dalla difficile situazione economica in cui si trova, quindi Atene secondo quanto scrive Global Research, potrebbe optare per l’unione con i BRICS

Nel mese di maggio, il viceministro delle Finanze russo Sergei Storchak, ha proposto alla Grecia di diventare il sesto membro dei BRICS. Il primo ministro ellenico Alexis Tsipras ha mostrato interesse, perché in questo modo il suo paese potrebbe avere accesso alla Banca di Sviluppo dei BRICS, ricorda l’esperto Stephen Landman, del portale canadese Global Research.

«L’obiettivo della Banca di Sviluppo è quello di porre fine all’egemonia occidentale nei mercati finanziari e diventare una delle principali entità di credito del mondo. Russia e forse Cina potrebbero offrire aiuto finanziario alla Grecia», scrive l’autore, il quale poi assicura che sono in corso trattative per la partecipazione del paese al blocco, che sarà discussa in occasione del prossimo vertice BRICS, in programma il 9 di luglio nella città russa di Ufa.

Rimane ancora irrisolto il problema del debito greco, mentre crescono le tensioni tra Atene e i suoi creditori. Il viceministro ellenico della Difesa Costas Isychos ritiene che la Grecia si traformerà in una «colonia economica» se nel referendum del 5 luglio i suoi cittadini voteranno a favore delle misure di austerità della Troika.

A sua volta, la Troika non è intenzionata ad aiutare realmente il paese debitore, ma vuole peggiorare la situazione, considera Ledman. «I creditori non sono interessati alla ristrutturazione del debito e alla ripresa dell’economia greca. Vogliono devastare il paese e privarlo di tutti i suoi beni e delle imprese».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’alleanza cino-russa nel presente e nel futuro

accordo-cina-russia-gasdi Manuel Yepe – marx21.it

Poco dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, i popoli hanno iniziato ad avvertire – nonostante l’implacabile campagna di discredito che Washington dispiegava allora contro Mosca, convinta di avere l’esclusiva del segreto della bomba atomica – che l’Unione Sovietica era il concorrente capace di frenare le ambizioni di dominio globale degli Stati Uniti.

Di quel mondo bipolare contrassegnato da due sistemi differenziati da ideologie contrapposte – uno che rispondeva agli interessi di chi possedeva la maggior parte delle ricchezze materiali frutto dello sfruttamento della grande maggioranza degli abitanti del pianeta; l’altro espressione delle aspirazioni di giustizia di queste masse sfruttate impegnate nella lotta per rendersi indipendenti dal giogo coloniale ed emanciparsi dallo sfruttamento imperialista – derivano le principali contraddizioni del mondo contemporaneo.

L’Unione Sovietica, l’unica grande potenza dove prevaleva la seconda ideologia, scontava però un enorme ritardo economico, militare e tecnologico rispetto agli altri paesi e aveva dovuto certamente pagare il prezzo maggiore per sconfiggere la Germania fascista.
Noi sostenitori del socialismo e della pace in tutto il mondo sognavamo allora che l’avvicinamento della Russia e della Cina avrebbe rappresentato la risposta appropriata per avanzare sulla via tracciata dalla sconfitta del nazismo verso un futuro di collaborazione tra le nazioni.

La tenacia con cui la Cina aveva affrontato l’esercito giapponese dal 1931 con l’invasione della Manciuria fino al 1945, fece si che l’Unione Sovietica non dovesse lottare su due fronti contro il fascismo. L’invasione giapponese provocò la morte di 35 milioni di cinesi e causò alla Cina distruzioni con danni economici calcolati in 600 mila milioni di dollari.

La celebrazione a Mosca lo scorso 9 maggio del 70° anniversario della Vittoria dell’Esercito Sovietico sulla Germania nazista e la comparsa di nuove alleanze internazionali che si sono manifestate, o perlomeno prospettate, in occasione della grandiosa commemorazione promettono cambi epocali nella struttura politica del mondo in questo XXI secolo.

Di fatto, è stata il segno della fine di un’era dominata da un’unica superpotenza mondiale, gli Stati Uniti, la cui incapacità all’assolvimento della responsabilità assunta al termine della Guerra Fredda, è stata ampiamente dimostrata e ha condotto alla prospettiva di una configurazione globale multipolare come necessità imperativa.

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La Russia propone alla Grecia di entrare nella Banca Brics

bad_boys_tsipras_putin__marian_kamenskyda lantidiplomatico.it

Tsipras è stato piacevolmente sorpreso dalla proposta arrivata oggi dal vice ministro russo Sergei Storchak

Come se le discussioni a Bruxelles tra l’Eurogruppo e Atene non fossero già abbastanza incerte, Bloomberg riporta che un funzionario greco ha dichiarato come il pivot to Russia di Atene sembra continuare con possibili accelerate per questa inaspettata proposta arrivata da Mosca al governo di Tsipras.

Il vice-ministro delle finanze russo Sergei Storchak ha parlato direttamente con il primo ministro greco Alexis Tsipras oggi e ha proposto formalmente alla Grecia di divenire il sesto paese membro della Banca dei Brics insieme a Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Lo ha confermato un funzionario greco con un’e mail ai giornalisti. Tsipras, prosegue Bloomberg si è detto molto interessato a discutere della questione a San Pietroburgo all’Economic Forum del 18-20 giugno con gli altri leader dei Brics. Tsipras, conclude il funzionario, è stato piacevolmente sorpreso dalla proposta.

Patelis alla Grecia: «Avvicinarsi di più a Russia e Brics»

5545e26ac46188580e8b45bcda Russia Today

La situazione economica della Grecia nell’Unione Europea si è molto aggravata, per questo motivo il paese ellenico deve differenziare le sue relazioni estere prestando maggiore attenzione allo sviluppo dei rapporti con i paesi del blocco Brics, e con la Russia in particolare, secondo quanto spiegato dal professor Patelis

«Dobbiamo trovare un sostegno alternativo a livello internazionale. L’avvicinamento alla Russia deve essere multidimensionale: economico, politico e tecnico-militare», ha dichiarato il professor Dimitris Patelis, dell’Università Tecnica di Creta, come riportato da Russia Today.

Secondo il professore, la Grecia non resterà nell’Unione Europea, che di fatto è «il principale nemico» del paese, perché la sua permanenza è «assurda e illogica».

«Devono differenziare il loro approccio e prendere misure più decise di avvicinamento alla Russia e agli altri paesi Brics».

Patelis ritiene che l’adesione della Grecia alla Comunità Economica Europea, e quindi, all’Unione Europea «abbia causato un danno strategico al nostro popolo».
«Come risultato di questa unione, abbiamo avuto la distorsione di tutti gli elementi d’economia, che ha reso impossibile uno sviluppo indipendente del Paese», ha sottolineato l’esperto, aggiungendo che, pertanto, le autorità dovrebbero «cercare strade alternative».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Pedro Páez Pérez: «Vogliono chiudere la porta alla speranza»

di Geraldina Colotti – il manifesto 

3apr2015.- Ecuador. Intervista all’economista Pedro Paez, ideatore di una nuova architettura finanziaria

“Le forze che si ali­men­tano del mer­cato della guerra e del debito– cape­stro per i popoli, vogliono chiu­dere la porta al cam­bia­mento in Ame­rica latina”. Così dice al mani­fe­sto l’economista ecua­do­riano Pedro Páez Pérez. Un’analisi di peso, la sua, non solo per il ruolo cen­trale che ha rico­perto durante i governi di Rafael Cor­rea, ma anche per essere stato, in pre­ce­denza, a lungo con­su­lente della Banca mon­diale. Di impo­sta­zione mar­xi­sta, Paez è uno dei prin­ci­pali arte­fici della nuova archi­tet­tura finan­zia­ria che ha pro­dotto le linee eco­no­mi­che del Banco del Sur e dell’Alba, l’alleanza boli­va­riana per i popoli delle Ame­ri­che, fon­data da Cuba e Vene­zuela. Vice­mi­ni­stro e poi mini­stro dell’Economia a par­tire dal 2005, ha dato impulso alla riforma della Legge sugli idro­car­buri, che ha con­sen­tito allo stato di aumen­tare la pro­pria par­te­ci­pa­zione alla ren­dita petro­li­fera otte­nuta dalle grandi mul­ti­na­zio­nali. Ora dirige la Supe­rin­ten­den­cia di Con­trol de Poder de Mercado.

Qual è il suo nuovo com­pito?
Come parte del pro­cesso costi­tuente che con­ti­nua nel nostro paese con la revo­lu­cion ciu­da­dana, stiamo cer­cando di creare una cul­tura della respon­sa­bi­lità nei cit­ta­dini per aumen­tare il loro potere di con­trollo sui mec­ca­ni­smi del mer­cato e sulla con­cen­tra­zione mono­po­li­stica. Uscendo da una logica sta­ta­li­sta o pater­na­li­sta, vogliamo evi­tare che il con­su­ma­tore premi le imprese che si sono arric­chite vio­lando i diritti del lavoro o quelli della natura. La nostra è una pic­cola eco­no­mia, ma in base allo stu­dio su 400 set­tori che con­cor­rono al Pro­dotto interno lordo, risul­tano peri­co­losi livelli di con­cen­tra­zione mono­po­li­stica in tutti i campi.

E non è respon­sa­bi­lità dello stato, che si richiama al socia­li­smo, con­te­nere la natura vorace del capi­ta­li­smo?
Sì, in parte è così, abbiamo delle nor­ma­tive interne, ma il potere dei mono­poli è sem­pre stato tale da disat­ti­varle. Una legge simile a quella che abbiamo ora era stata votata da un pre­ce­dente par­la­mento in un governo di destra, ma il pre­si­dente ha dovuto abo­lirla per­ché quella eco­no­mia sarebbe sal­tata. Oggi più che mai occorre costruire un con­trap­peso, libe­rarsi dall’alienazione, spie­gare che i mer­cati sono costru­zioni sto­ri­che degli uomini, non entità natu­rali o sovran­na­tu­rali. Ma, al di là delle grandi que­stioni di pro­spet­tiva, occorre ripri­sti­nare regole del gioco minime anche nel mer­cato. A volte, invece, ten­diamo a pen­sare che tutto possa risol­versi sul ter­reno stret­ta­mento poli­tico, dei par­titi, delle ele­zioni. Al con­tra­rio, occorre sti­mo­lare la par­te­ci­pa­zione della società civile: intesa non alla maniera delle Ong e della Banca mon­diale, ma nel senso di un forte con­trap­peso poli­tico. Tutti abbiamo inte­resse a capire come evol­vono gli inte­ressi delle mul­ti­na­zio­nali in que­sta crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo in cui assi­stiamo non solo alla trans­na­zio­na­liz­za­zione della finanza, ma anche alla finan­zia­riz­za­zione delle mul­ti­na­zio­nali. Dove vanno i soldi che la Banca cen­trale euro­pea sta dando alle ban­che e che non ci sono mai per i pro­getti sociali? Come si è visto a par­tire dalla crisi finan­zia­ria del 2008, le ban­che euro­pee si sono ser­vite del denaro per spe­cu­lare sugli ali­menti o per bru­ciarli come agro­com­bu­sti­bili. Il capi­tale finan­zia­rio sta distrug­gendo le basi stesse della pro­prietà pri­vata, non quelle del socia­li­smo. La que­stione è evi­dente osser­vando i nuovi tipi di debito che sono i deri­vati finan­ziari, com­ple­ta­mente svin­co­lati dalla dina­mica e dalla pro­ie­zione dell’economia reale. Il capi­tale finan­zia­rio mono­po­li­stico per­se­gue una spe­cu­la­zione inso­ste­ni­bile e la schia­vitù eterna di intere popo­la­zioni. Pur­troppo, però, è da trent’anni che la sini­stra ha abban­do­nato que­sti temi di stu­dio. Invece non sono argo­menti da lasciare ai tec­no­crati come me.

Secondo alcuni ana­li­sti, l’America latina pro­gres­si­sta non ha più il vento in poppa.
Nel con­te­sto di crisi mon­diale, l’America latina è un grosso sasso nella scarpa per le élite che hanno basato la loro forza nel mer­cato della guerra e nella schia­vitù del debito per i popoli e che sono inte­res­sate a chiu­dere la porta alla spe­ranza aperta nel con­ti­nente, a ripor­tare indie­tro l’orologio della sto­ria. Biso­gna pren­dere atto che è in mar­cia un pro­cesso di desta­bi­liz­za­zione, varia­mente modu­lato a seconda dei vari paesi, ma con moda­lità simili: dal Vene­zuela al Bra­sile, dall’Argentina all’Ecuador. Le forze della rea­zione appro­fit­tano di tutte le oppor­tu­nità, coniu­gando vec­chie tat­ti­che come quelle usate ai tempi di Allende, con i nuovi moduli delle rivo­lu­zioni colo­rate e del manuale di Gene Sharp. Nascon­dono i pro­dotti, pilo­tano aggres­sioni finan­zia­rie ed eco­no­mi­che, pro­vo­cano care­stie arti­fi­ciali e ter­re­moti nel mer­cato, ma si ser­vono anche delle reti sociali e di nobili ban­diere uti­liz­zando i gio­vani. Poi entra in campo la comu­nità inter­na­zio­nale, le san­zioni, le accuse di cor­ru­zione o per nar­co­traf­fico: come se il 97% dell’oppio mon­diale non fosse pro­dotto nell’Afghanistan occu­pato da Usa e Gran Bre­ta­gna. Come se la Nato non avesse pro­dotto quei mostri che ora dice di voler com­bat­tere. In molti casi, ven­gono usate riven­di­ca­zioni legit­time e pro­blemi reali. Sap­piamo bene che non pos­siamo risol­vere stor­ture sto­ri­che e com­plesse dall’oggi al domani. Non abbiamo nean­che avuto una bor­ghe­sia nazio­nale capace di per­se­guire lo svi­luppo di un mer­cato interno secondo i suoi cri­teri. Dipen­diamo dalle espor­ta­zioni e dal dol­laro. Siamo stati in balìa di una bor­ghe­sia com­pra­dora e paras­si­ta­ria. Abbiamo dovuto far fronte al disa­stro di 40 anni di neo­li­be­ri­smo, alla ban­ca­rotta mate­riale e morale delle isti­tu­zioni, all’impoverimento spi­ri­tuale dei sog­getti sto­rici por­ta­tori di cam­bia­mento. Quella della desta­bi­liz­za­zione è una gigan­te­sca fonte di gua­da­gno sulla base dei deri­vati finan­ziari, nel segno del colos­sale e cre­scente pro­cesso di mono­po­liz­za­zione. Il nuovo capi­tale finan­zia­rio non ha alcun inte­resse a favo­rire la cre­scita e a inve­stire nella pro­du­zione ma a per­pe­trare e gon­fiare la sua ren­dita vir­tuale e il ricatto sui nostri governi. Per que­sto, chie­diamo a tutti i sin­ceri demo­cra­tici che guar­dano al nostro con­ti­nente di non negare la realtà: un ritorno indie­tro signi­fi­che­rebbe l’azzeramento di tutte le con­qui­ste sociali, che non si pos­sono otte­nere senza un governo delle risorse e senza tenere il timone poli­tico orien­tato in dire­zione della giu­sti­zia sociale e della sovra­nità nazionale.

Il modello dell’Alba suscita inte­resse anche in Europa. A che punto è il pro­getto di una nuova archi­tet­tura finan­zia­ria e di una moneta alter­na­tiva al dol­laro?
Potremmo andare più in fretta se non fos­simo obbli­gati a parare i colpi di cui par­lavo prima. Con l’Alba, il Banco del Sur e il Sistema uni­ta­rio di com­pen­sa­zione regio­nale, il Sucre, che è una moneta vir­tuale alter­na­tiva al dol­laro, abbiamo messo in campo tran­sa­zioni dirette e dimo­strato che è pos­si­bile evi­tare il mono­po­lio del dol­laro e le rela­tive com­mis­sioni. Abbiamo un sistema comune per quel che riguarda i ser­vizi, la difesa, la ricerca di sovra­nità ali­men­tare. Abbiamo comin­ciato a costruire una nuova cor­re­la­zione di forze che ha fatto scuola nei Brics. Dopo la crisi in Ucraina, anche loro hanno preso esem­pio dal Banco del Sur per costruire un sistema di pre­stiti alter­na­tivo alla logica ricat­ta­to­ria del Fondo mone­ta­rio internazionale

Siria e il caso Hebdo: ipocrisia della élite occidentale

di Mikhail Egorov Gamandiy – Ria Novosti

L’attacco terroristico a Parigi contro la sede del settimanale di satira, Charlie Hebdo, ha dimostrato diverse cose. In primo luogo, che il terrorismo colpisce tutti, senza eccezioni. E può colpire in qualsiasi momento e ovunque.

 Il terrorismo non solo in Siria o in Iraq. L’Occidente politico che da troppo tempo simpatizzava con i terroristi wahabiti che uccidono, stuprano e massacrano nei principali centri di civiltà di Siria e Iraq, ma anche attivamente sostenuti (e continuano a farlo ancora), ora purtroppo per loro, sono condannati fare le spese.

 Infatti, nel momento in cui il Medio Oriente, la nazione siriana degna, attraverso il suo leader, il suo popolo e il suo esercito sta combattendo contro i criminali estremisti, senza alcun ritegno, i capi di stato occidentali, tra cui l’ Europa, apertamente sostiengono gli stessi barbari che sono pronti a colpire in qualsiasi momento, qualsiasi nazione, tra cui i paesi occidentali, dai quali spesso provengono questi criminali.

Perché non hanno supportato dall’inizio della crisi siriana il legittimo governo di Damasco e non hanno contribuito a porre fine al terrorismo? Perché non hanno fatto come la Russia, la Cina e l’Iran, che hanno cercato di risolvere la crisi attraverso mezzi diplomatici e non con le minacce di un attacco armato contro il governo legittimo siriano, supportato dalla stragrande maggioranza dei cittadini della Siria?

Perché lasciare delinquenti e criminali di ogni tipo (compreso molti dei propri cittadini) di viaggiare liberamente in Siria per commettere crimini reali contro l’umanità, sia contro i soldati dell’esercito arabo siriano, così come  contro la popolazione civile della nella Siria baathista, multi-etnico e multi-religioso, per non parlare delle uccisioni di giornalisti, locali e stranieri?

Incredibile ma vero: pseudo-esperti del mondo occidentale, e dopo tutte le barbare uccisioni, continuano la loro folle propaganda. Ai vari dibattiti televisivi, tra cui Euronews, nel discutere la politica da adottare contro i “giovani” partiti per “jihad” in Siria e Iraq, hanno spudoratamente affermato che invece di parlare di misure punitive contro questi giovani terroristi, si devono, invece, trovare il “giusto approccio” e fare “reintegrazione” nella società europee da cui provengono … No comment.

 Se lo si fa, si spera che l’esercito siriano arabo e i suoi alleati riescano massicciamente a sradicare parassiti in questione, in modo che non solo questi ultimi non possono perpetrare le loro atrocità nei territori delle grandi civiltà arabe, ma anche nei paesi di cittadinanza.

Potrebbe anche essere buona per porre fine dell’ ipocrisia dell’Occidente che parla di “democrazia e diritti umani a favore” della Siria. Piccolo promemoria per alcuni, la democrazia è la voce del popolo. La voce della maggioranza. E dal momento che il popolo siriano sostiene in maniera schiacciante il presidente Bashar al-Assad, potrebbe essere il momento di imparare a rispettare la scelta del popolo siriano, la sua sovranità e indipendenza. Tutto questo è quasi inimmaginabile per Obama, Cameron, Merkel, Holland e compagnia, compresi i loro “amici” in Arabia Saudita e Qatar, i grandi esempi di “democrazia”.

Per tornare a Charlie Hebdo, il terrorismo resta terrorismo. E niente, assolutamente niente, può giustificare. Charlie Hebdo era provocazione pura, direbbe qualche estremista, che per tradizione ha spesso insultato le credenze religiose del popolo, siano essi cristiani o musulmani. E ogni volta è andato di male in peggio, soprattutto quando si avvicinava il fallimento, non ha trovato niente di meglio di farsi pubblicità apertamente con mezzi sporchi. Sì, questa è la parola giusta. E devo ammettere che tra le manifestazioni a sostegno degli occidentali revisione  o al comportamento iper-aggressivo in alcuni paesi musulmani contro il suddetto giornale, non condivido né l’uno né l’altro.

Di gran lunga, il mio esempio preferito è quello dei nostri alleati brasiliani del BRICS che ha organizzato qualche tempo questa una manifestazione di opposizione alle “caricature” di Charlie Hebdo, dove hanno massicciamente partecipato cattolici a fianco dei musulmani del Brasile pur esprimendo la loro forte opposizione all’estremismo e al terrorismo in qualsiasi forma.

Infine, le nostre sincere condoglianze a tutte le vittime del terrorismo, Siria, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Camerun, Francia e in tutto il mondo. E i nostri sinceri auguri per le élite occidentali, in questo nuovo anno aprano gli occhi sulle conseguenze delle loro politiche del caos  in Medio Oriente e nei loro paesi.

É certo che il sangue dei soldati siriani e dei civili è molto poco  per queste “élite” ipocrite, ma quando lo stesso male colpisce i propri cittadini, potrebbe essere il momento di smettere di giocare ai pompieri piromani,  i quali senza dubbio sono.

[Trad dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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