L’urgente necessità che si rafforzi l’Alleanza Bolivariana ALBA-TCP

di Vincenzo Paglione

Per la prima volta nella storia del sistema-mondo, iniziato nel XV secolo con la scoperta di nuovi spazi geografici, si assiste alla costruzione di Stati continentali con un potere politico, economico, scientifico-tecnologico, militare e culturale con una territorialità geografica, per l’appunto, di tipo continentale.

È ormai assodato che il processo di globalizzazione capitalistica lo stanno regolando Stati continentali come USA, Cina, Federazione Russa, India e Unione Europea. L’America latina si trova di fronte alla sfida del passaggio dallo Stato-nazione, come prodotto della frammentazione della prima indipendenza che condussero i libertadores Simón Bolívar, José Artigas e San Martín, allo Stato continentale. Ma l’unità politica latinoamericana non sarà possibile se prima non s’inizia con la reintegrazione dell’America del Sud.

Questo processo di unificazione territoriale ha un significato storico, poiché incarna un nuovo ideale. Ma per quale nuovo ideale politico e civile è perseguita l’unificazione dell’America meridionale?

Non è difficile rispondere a questa domanda, o meglio, se si evita l’errore commesso dalla nuova Europa del mercato comune (che ha dato origine a un sistema normativo e a un apparato tecnocratico sovranazionale finalizzati a promuovere il completo dominio dell’economia finanziaria globalizzata sulla società), quest’unità continentale sarà in grado di dare maggiore forza al Messico, all’America Centrale e alle isole caraibiche, poiché sono spazi che conformano la frontiera geoculturale che confina con gli Stati Uniti.

Nondimeno ciò richiede una nuova prospettiva di controllo storica e la ricerca di nuovi itinerari cooperativi che evitino lo spossessamento di ogni indipendenza politica e culturale che la standardizzazione del modello unipolare americano vuole spianare. Un simile mondo unipolare e standardizzato esige solo dei vassalli.

Prendendo il via da questa prospettiva il Venezuela, il Brasile e l’Argentina se sono risoluti a evitare che gli altri paesi dell’America del Sud sottoscrivano ulteriori trattati di libero commercio con gli Stati Uniti (come è già avvenuto con la firma del TPP da parte del Cile e del Perù), spostandosi su piani sempre più lontani e più difficilmente contrastabili a livello politico e finanziario. Sono, quindi, obbligati e responsabilizzati a incentivarli verso la scelta unitaria ed elargire l’aiuto necessario come aveva già preconizzato il Comandante Hugo Chávez. Altrimenti senza la creazione di uno Stato continentale, gli Stati frammentati che conformano il continente latinoamericano eserciteranno il ruolo di protagonisti e non quello di attori della storia.

Che cosa fare allora? A livello continentale occorre combattere le esigenze sovranazionali che appoggiano le politiche neoliberistiche e di smantellamento di ogni forma di protezione sociale. Occorre infine iniziare con il realizzare una profonda riforma che si snodi attraverso una sudamericanizzazzione dei contenuti culturali della propria popolazione. “O inventiamo o sbagliamo”, sono le parole che proferì il maestro del Libertador Simón Bolívar.

Difatti con queste parole Simón Rodríguez prospettò la necessità di stabilire che solo con l’indipendenza culturale può esistere l’indipendenza politica per cominciare a costruire una società affrancata dalla barbarie liberista. In caso contrario diverrà molto difficile dotare di capacità strategica e operativa lo Stato continentale latinoamericano sognato dal Comandante Chávez.

[Scritto per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

La Carta de Jamaica 1815-2015

di Vincenzo Paglione

Questo 6 settembre si sono celebrati in Venezuela i 200 anni della Lettera in risposta ad un gentiluomo di Jamaica da parte di un americano meridionale, più conosciuta da tutti i venezuelani e i latinoamericani come Carta de Jamaica. Questa lunga lettera, che in realtà è un vero e proprio saggio politico, la scrisse un giovane Simón Bolívar spinto dalla necessità di controbattere la propaganda avversaria alla rivoluzione antispagnola che egli voleva innescare. Bolívar non era un profeta, ma un uomo che aveva compreso il momento storico mondiale e del movimento dei popoli nel passaggio da un’epoca a un’altra. Circa duecento anni più tardi un altro uomo, Hugo Chávez, comprese il momento storico che stava vivendo il popolo venezuelano e latinoamericano.

Di seguito si propone la traduzione di un breve commento alla Carta de Jamaica che il Comandante scrisse nell’introduzione del libro, Hugo Chávez presenta Simón Bolívar. La revolución Bolivariana, Madrid, Akal, 2011, pp. 9-10.

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Il più importante di tutti [gli scritti] di Simón Bolívar è la cosiddetta Carta de Jamaica. Se il Libertador è nato nel 1805 [giuramento sul Monte Sacro], possiamo affermare che il progetto bolivariano d’integrazione è cominciato in Giamaica nel 1815. Fu in quel luogo dove la visione geopolitica unitaria di Bolívar emerse e il suo progetto – continentale, antimperialista, repubblicano, ugualitario e libertario, per il quale lotto negli anni a venire – acquisì tutta la sua forza. La lungimiranza della sua analisi è impressionante, soprattutto se pensiamo che egli aveva trentadue anni. Bolívar esegue una diagnosi di quasi tutti i paesi dell’America, dal Messico fino a Buenos Aires. «Diamo un’occhiata e osserveremo una lotta simultanea nell’immensa estensione di questo emisfero», scrive. «Tutto il Nuovo Mondo non è commosso e armato per la sua difesa?» In seguito volge lo sguardo al passato; confronta la situazione dell’America con quella degli altri popoli e osserva la passività in cui si trova sommerso il continente prigioniero da molto tempo dal dominio spagnolo. Ciò lo esaspera oltremodo: «È uno scandalo e una violazione dei diritti umani pretendere che un popolo tanto beneficiato dalla natura, tanto esteso, ricco e popolato, perduri nella passività».

Inoltre in questo testo Bolívar si dichiara antimonarchico:

Non approvo l’istituzione di monarchie americane. Queste sono le mie ragioni. L’interesse di una repubblica ben concepita si circoscrive nella sfera della sua conservazione, prosperità e gloria. Poiché la libertà rifugge dall’impero, appunto perché è l’opposto, nessuno stimolo spinge i repubblicani a estendere i confini della loro nazione, a scapito dei propri mezzi […]

E arriva persino a dichiarare:

Perché uno Stato troppo esteso di per se stesso per i territori dipendenti alla fine decade e trasforma la sua libertà in tirannia; indebolisce i principi che devono conservarla e ricorre infine al dispotismo. Il segno distintivo delle piccole repubbliche è la stabilità nel tempo; quello delle grandi è vario, ma sempre incline all’impero.

Possiamo osservare che Bolívar era un antimperialista, il primo nella storia delle Americhe.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

(VIDEO) Il Venezuela mostra la sua potenza militare

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Il 5 luglio il Venezuela ha celebrato l’anniversario della firma della Dichiarazione di Indipendenza.

Il Presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, ha assistito a una sessione solenne dell’Assemblea Nazionale e presieduto una parata militare

In Venezuela il 5 luglio si sono tenute diverse manifestazioni per commemorare il 204° anniversario della firma della Dichirazione d’Indipendenza, guidate dal Presidente Nicolás Maduro. Le attività hanno avuto inizio nell’Assemblea Nazionale con una sessione solenne, alla quale hanno preso parte ministri, l’alto comando militare, i rappresentanti delle forze politiche e delegazioni diplomatiche.

In seguito, il Presidente della Repubblica Bolivariana ha presieduto una grande parata militare, tenutasi presso il Paseo Los Próceres nella città di Caracas (Venezuela). «Siamo la patria chavista, qui c’è il Venezuela, in questo 2015 e per sempre», ha annunciato il Presidente secondo quanto riportato da RNV.

Nicolás Maduro ha riconosciuto che, nonostante i 204 anni di indipendenza del Venezuela, vi è ancora un duro cammino da percorrere: «Il presente è di lotta, il futuro appartiene al popolo venezuelano, viva la Forza Armata Nazionale!»

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«204 anni dopo – ha dichiarato inoltre Maduro attraverso il proprio account Twitter – qui abbiamo un popolo che si è alzato in piedi, più deciso che mai a essere libero e sovrano, percorrendo il cammino rivoluzionario di Bolívar e Chávez».

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Il 5 luglio del 1811, mediante il documento conosciuto come Atto della Dichiarazione di Indipendenza, il Congresso del Venezuela dichiarò in maniera solenne la sua separazione dalla Spagna. I rappresentanti delle sette province appartenenti alla vecchia Capitanía General de Venezuela (Caracas, Barquisimeto, Cumaná, Barcelona, Mérida, Margarita e Trujillo), riuniti nella Capilla Santa Rosa de Lima, a Caracas, resero effettiva la separazione dalla Corona spagnola e diedero vita a una nuova nazione sudamericana. Attraverso la Dichiarazione di Indipendenza, il Venezuela stabilì il principio di uguaglianza dei cittadini, l’abolizione della censura e la libertà d’espressione.

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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Bolívar nell’Arauca

di Rosa M. Elizalde e Luis Báez*

Camminando a lungo per la macchia il battaglione pattugliava con la luce del giorno. Le notti diventavano lunghe in quelle lande dimenticate da Dio. Ciò che riusciva ad affrancare al sottotenente Chávez dalla routine castrense era la sua “immensa voglia di conoscenza”, il virus che gli avrebbe diagnosticato, nell’Accademia Militare, il maestro Jacinto Pérez Arcay. “Semplicemente leggevo senza metodo tutto quello che mi capitava tra le mani”- egli riconoscerà più tardi.

Tuttavia in quei giorni c’era solo un libro che assorbiva tutta la passione di Hugo Chávez. Discorreva sul romanzo del dottor José León Tapia, Maisanta, l’ultimo uomo a cavallo, pubblicato nel mese di agosto del 1974, e lui rimase affascinato dalla sua scoperta. Quell’approssimazione storica, scritta con passione dal medico barinés, riscattò il bisnonno dalla calunnia oligarchica e dimostrò che, invece di essere un assassino, la sua famiglia discendeva da una casta di eroi.

Non appena finì di leggere il libro, fu conquistato dalla smania di sapere e tormentò Elena di domande, allo stesso José León Tapia, ai vecchietti di Sabaneta e di Barinas. In quel periodo imparò a memoria il corrido di cavalleria più lungo che abbia scritto il poeta Andrés Eloy Blanco, dedicato a Maisanta. Versi che circolarono di caserma in caserma, stimolando le cospirazioni preliminari all’insurrezione militare del 4 febbraio 1992.

Scapolare cucito, / con dipinta una vergine”, recitava con voce minerale, ricordando con nostalgia il medaglione che scoprì in possesso della famiglia di Ana Domínguez, unica figlia femmina di Maisanta. La prima conversazione con José Esteban Ruiz Guevara durò parecchie ore. Vecchio comunista barinés, che gli parlò di Pedro Pérez Pérez, il padre del suo bisnonno, un abitante del Guarico che divenne capo delle guerriglie della zona, verso la metà del XIX secolo.

Scrutò archivi e biblioteche militari e percorse la regione dell’Apure, di paese in paese, portando con sé uno zaino da storico per ricostruire gli itinerari del bisnonno Pedro, grazie alle testimonianze rilasciate dai suoi discendenti. Studiò le tecniche della guerriglia antigomecista [i] e, in particolare, lo scenario della battaglia di Periquera. Voleva vedere con i propri occhi il terreno dove si svolse quel famoso combattimento nel 1921, nel quale partecipò Maisanta e dove, secondo quanto c’è scritto nel corrido di Andrés Eloy:

Quando lo scontro è al suo apice

e la battaglia è alla pari

e alcuni avanzano per vedere se ti ammazzo,

e altri invece vediamo se riesci ad ammazzarmi,

all’improvviso c’è un momento

in cui le anime si raggrinzano;

latte di angoscia stilla

i petti della savana;

dai torbidi orizzonti

spunta l’eterno trapasso sellato.

Arrivano quaranta cavallerizzi

con le morti sguainate.

Con un mormorio di joropo [ii]

giungono le truppe d’assalto

disteso sul paraulato [iii]

un cavallerizzo le comanda

e quando giunge il nemico

sulle staffe si alza;

di capigliatura bionda,

tra il baio e il sauro,

e un urlo simile al machete

con filo, punta e tarama [iv]

è Pedro Pérez Delgado

che tuona: – Maisanta!…”

“Era come arrivare al punto di congiungimento di molte cose” – affermerà Chávez alcuni anni dopo a un giornalista -, e fece giuramento di aiutare a “eliminare la ragnatela che ricopre la storia, la quale è sepolta, ma palpita nei ricordi della gente”.

Un giorno, con il libro nello zaino, Chávez attraversò la frontiera colombiana passando per il ponte che varca l’Arauca e il capitano colombiano che gli esaminò lo zaino, trovò ragioni sufficienti per accusarlo di spionaggio: aveva con sé una macchina fotografica, un registratore, due granate a mano, fogli segreti, fotografie della regione, una cartina militare con grafici e due pistole di ordinanza. Il milite colombiano non aveva creduto alla versione dei documenti in regola: “I documenti d’identità, come corrisponde a una spia, possono essere falsi” –disse.

La discussione si protrasse per svariate ore nel suo ufficio, dove l’unico oggetto d’arredamento era un quadro di Bolívar a cavallo.

“Mi ero quasi arreso – raccontò Chávez a García Márquez in un articolo che pubblicò nel 1998 -, perché più cercavo di spiegargli come stavano le cose, meno mi capiva”. Fino a quando non gli venne in mente la frase liberatrice: “Senta, capitano, le sorprese che serba la vita: appena un secolo fa eravamo uno stesso esercito e quello lì, che ci sta osservando dal quadro era il capo di noi due. Come può pensare che sono una spia?”

Il capitano, commosso, iniziò a parlare della gran Colombia e quella notte entrambi si ritrovarono intorno a un tavolo a bere birra dei due paesi in una cantina dell’Arauca, e ricordando Bolívar:

Colombiani, non vi parlerò di libertà, perché se porterò a termine le mie promesse, sarete più che liberi, sarete rispettati. Inoltre, in un regime dittatoriale chi può parlare di libertà? Commiseriamoci reciprocamente dell’uomo che obbedisce e dell’uomo che comanda da solo!

Il mattino successivo il capitano ridiede indietro a Chávez i suoi attrezzi di storico e si accomiatò con un abbraccio sulla metà del ponte internazionale. Il giovane venezuelano attraversò la frontiera, tornandogli in mente una frase del Libertador che anche l’ufficiale colombiano conosceva a memoria: “Io continuo per la strada gloriosa delle armi solo per conseguire l’onore che offrono: per liberare la mia patria e per meritare le benedizioni dei popoli”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Antigomecista, oppositore del “Benemérito” dittatore e militare venezuelano Juan Vicente Gómez (1859-1935).

[ii] Joropo, ballo tipico dei llaneros venezuelani.

[iii] Paraulato, cavallo bianco con sfumature di grigio.

[iv] Tarama, impugnatura del machete provvista di custodia.

* Il presente capitolo è stato tratto dal libro di Rosa M. Elizalde e Luis Báez, Chávez Nuestro, La Habana, Casa Editora Abril, s.d.

Maduro: «Con la classe operaia e il socialismo vinceremo la guerra»

Contacto-con-Maduro-número-19di Fabrizio Verde

Il dirigente bolivariano deciso a porre fine alla guerra economica e alle destabilizzazioni interne ed esterne che minacciano la pace nel paese di Bolívar e Chávez

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, ha ribadito ancora una volta la ferma volontà di sconfiggere entro quest’anno la guerra economica con cui la destra, coadiuvata da Washington, cerca di destabilizzare il paese.

In diretta dal Campo di Carabobo, luogo simbolico dove fu sancita l’indipendenza del Venezuela nel 1821, dove è stato realizzato il programma ‘En contacto con Maduro, il Presidente ha affermato di fare affidamento sull’unità e l’organizzazione della classe operaia per sconfiggere i piani di destabilizzazione e completare la transizione al socialismo.

«Oggi – ha dichiarato Maduro secondo quanto riportato dall’agenzia AVN – la nostra grande battaglia di Carabobo è quella economica. Vincendola apriremo le porte ai decenni a venire. La nostra grande battaglia e la nostra grande vittoria, nel 2015, sarà quella contro la borghesia parassitaria, perché il nostro popolo ha diritto alla stabilità economica, alla tranquillità. Non permetteremo che continuino a speculare sulla pelle delle persone».

Un ruolo chiave in questa lotta spetterà alla classe operaia venezuelana: «Ho massima fiducia nei lavoratori e nelle lavoratrici. Sapranno portare avanti la Patria. Con la classe operaia, proseguendo nella costruzione del socialismo, vinceremo la guerra economica che la destra ha scatenato contro il popolo».

Riguardo alla costruzione del socialismo, Maduro ha poi spiegato: «È l’unica strada che abbiamo. Il socialismo produttivo ed efficiente è superiore a qualsiasi forma di capitalismo, in ogni ambito, da quello umano all’etico, dalla sfera politica a quella economica».

Una visione condivisa dalla stessa classe operaia venezuelana che ha recentemente presentato al capo dello stato un documento dove sono indicate misure da intraprendere per difendere la nazione dalle ingerenze interne ed esterne, oltre a ulteriori misure volte a fortificare l’economia venezuelana.

Il Venezuela, continuando sul percorso tracciato da Bolívar e Chávez, vuole tornare a essere una potenza, ma di «pace, integrazione, solidarietà, giustizia e socialismo».

Maduro ha infine invitato il popolo venezuelano a continuare la battaglia affinché il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ritiri il decreto dove il Venezuela viene indicato come una «minaccia inusuale» per la sicurezza nazionale del suo paese. Una campagna che ha portato in Venezuela un’incredibile ondata di solidarietà proveniente da ogni angolo del globo terrestre. Per Barack Obama si è trattato di una mossa volta evidentemente a destabilizzare il Venezuela, tramutatasi però in un boomerang capace di mostrare quanto gli Stati Uniti siano isolati nel continente americano. 

Leggendo Hugo Chávez nel secondo anniversario della sua scomparsa

di David Becerra – lamarea.com
o5 marzo 2o15

Oggi 5 marzo si compiono due anni dalla semina di Hugo Chávez. Dico semina e non morte, perché Chávez non è morto, o almeno non del tutto. Perché non muore chi ha seminato un lascito che dovrà fiorire durante questa primavera consacrata chiamata Rivoluzione.

I mezzi di comunicazione spesso dimenticano che la libertà d’informazione non costituisce un privilegio dei giornalisti e dei loro padroni, ma è anche un diritto che appartiene a tutta la società: i cittadini hanno diritto a essere informati e non intossicati con false informazioni, mezze verità che in realtà si trasformano in intere bugie, tergiversazioni o manipolazione dei fatti. Quando si riferiscono a Hugo Chávez e in genere a tutto il Venezuela, gli interessi del grande capitale – che finanziano e sostengono quei mezzi d’informazione – si collocano al di sopra della verità.


Esiste una sola forma per affrontare le bugie dei grandi mezzi: la lettura e lo studio. Ricorrendo ai libri che affrontano i loro temi con rigore. Per questa ragione, in un giorno come questo, forse non esiste modo migliore di capire il Venezuela, di comprendere chi è stato Hugo Chávez, se non mediante la lettura di due libri che si avvicinano con esaustività e volontà scientifica, davvero informativa, verso Chávez e su ciò che si è convenuto denominare “chavismo”.


L’autore del primo di questi libri è Alfredo Serrano e s’intitola El pensamento
económico de Hugo Chávez (Ed. El Viejo Topo, 2014). Nei confronti di chi pretende di racchiudere il pensiero di Chávez in categorie stagne e classiche etichette, Alfredo Serrano si sofferma nel suo sincretismo e il modo in cui si va configurando nelle sue diverse fasi: «Chávez sviluppa una propria matrice di pensiero economico, difficile di incasellare in paradigmi predefiniti. Ciò ci costringe a studiarlo come creatore di un pensiero economico proprio, con un sincretismo così ampio, diverso e complesso che costituisce un paradigma particolare (…) Il pensiero economico di Chávez è dialettica allo stato puro, intelligenza circostanziale, dove si confrontano il piano empirico e teorico, politico, sociale, storico e culturale. I tentativi di classificare Chávez in un catalogo predeterminato sono infruttuosi». Lo stesso Hugo Chávez lo riconobbe in una occasione: «credo che sono la somma di molte cose che ho raccolto strada facendo».


Ma cosa ha raccolto Hugo Chávez durante il suo percorso per costruire il suo pensiero? Il saggio di Alfredo Serrano Mancilla si sofferma in modo rigoroso. In una prima fase, sostiene l’autore, Chávez ha un approccio “cepalino” dell’economia politica, in altre parole, assimila i postulati della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi), molto in auge nel subcontinente durante gli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

L’approccio “cepalino” si fondava su tre pilastri: il nazionalismo, la sovranità e l’antimperialismo. Senza mettere in discussione il modello capitalista, lo Stato assumeva il ruolo di motore di un processo d’industrializzazione e sviluppo con il fine di diminuire il rapporto di dipendenza nei confronti delle potenze del Nord. I riferimenti politici – e, per esteso, economici – di Hugo Chávez in questo primo periodo erano tre: Velasco Alvarado, presidente del Perù sin dal trionfo della Rivoluzione delle Forze armate nel 1968. È considerato il primo generale progressista e nazionalista portò a termine una politica umanista, mettendo in moto una riforma agraria e nazionalizzando la banca, l’industria peschiera e i settori strategici; Juan José Torres, presidente della Bolivia, meticcio e di famiglia povera, il quale portò anche a termine una politica economica fondata nella sovranità e nel recupero delle ricchezze nazionali; e Omar Torrijos, presidente del Panama, figlio di maestri rurali e di famiglia umile, il quale lottò contro quello che aveva denominato “colonialismo dissimulato”, mediante una politica di sviluppo nazionalista che impugnava le imposizioni provenienti dal Nord. In nessun caso si mise in questione, mediante queste politiche, il capitalismo, e forse proprio per questo il loro successo è stato relativo, se non addirittura volte al fallimento. Bisognava, quindi, riformulare questa tesi.

Di conseguenza Chávez incorpora nel suo pensiero quello che è stato denominato «l’albero delle tre radici»: Simón Bolívar, Simón Rodríguez ed Ezequiel Zamora. «Questo triangolo di riferimenti stava dando un contenuto nazionale, di patria e sovranità, a un progetto politico ed economico che iniziava a tracciarsi», afferma Alfredo Serrano Mancilla; e, come ricorda più avanti, Chávez sintetizzava queste tre radici nella seguente forma: «l’idea geopolitica di Bolívar, l’idea filosofica di Simón Rodríguez e l’idea sociale di Ezequiel Zamora». Chávez scopre così l’America, le radici rivoluzionarie dell’America latina, prima di Marx.


Man mano che la storia avanza nel 1989 irrompe il «Caracazo» e fallisce il golpe di Chávez nel 1992 contro le politiche neoliberali che stavano portando il paese verso la rovina. Chávez consoliderà il suo pensiero politico ed economico, collocandosi sempre di più verso posizioni anti neoliberali, anche se non ancora anticapitaliste. Nel carcere di Yare, privo di libertà dal 1992 al 1994, Chávez non spreca il tempo e si nutre di letture che diverranno fondamentali per la costruzione del suo paradigma economico. Legge il marxista e gramsciano Jorge Giordani, l’ex ministro dell’Economia del governo di Allende, Carlos Matus, e il socialista argentino Óscar Varsavsky. Da queste letture estrae l’idea della pianificazione economica per portare a termine un valido piano economico, in contrapposizione con le teorie egemoniche dello sviluppo. Altrettanto proficue diverranno le letture del marxista ungherese Istvan Meszáros, dal quale adotta la nozione di «transizione verso il socialismo» e quella del leader africano Julius K. Nyerere, prendendo in prestito il termine «Sud» che, oltre ad essere un punto cardinale, si può interpretare anche in chiave geopolitica.


Questo era Hugo Chávez prima di diventare l’Hugo Chávez che avrebbe assunto la Presidenza del Governo del Venezuela nel 1999, iniziando un processo costituente per restituire al paese le redini del proprio destino, fino a ora sequestrato dalle politiche di aggiustamento neoliberale che impoveriscono il popolo e svendono la patria alle grandi corporazioni multinazionali. Chávez inizia la prima tappa del suo governo con un pensiero economico che si potrebbe classificare socialista. In quel momento Chávez avvia l’Agenda Alternativa Bolivariana il cui approccio era di carattere più umanistico che anticapitalista, anche se già presentava un taglio anti neoliberale: non mette in discussione il capitalismo, bensì la sua gestione neoliberale. I primi passi verso il socialismo del XXI secolo si sarebbero visti il 30 gennaio 2005, quando Chávez proclama nel Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre (Brasile), che l’unica alternativa al neoliberismo non può che essere il socialismo del XXI secolo, il quale come segnala Serrano Mansilla, «non [consiste] in un socialismo del passato, ma un socialismo che bisognava inventare, costruire». Affinché Chávez raggiungesse questa posizione, il Venezuela ha dovuto attraversare due golpe: un golpe di Stato nell’aprile 2002 e un golpe economico nel 2003. La frusta della controrivoluzione è stata la causa scatenante della Rivoluzione socialista e bolivariana come quella che, ancora oggi, continua a vivere in Venezuela.


Ma cos’è questa Rivoluzione Bolivariana? In un altro libro, così interessante e necessario come quello scritto da Alfredo Serrano Mancilla, si descrivono in forma dettagliata i risultati e, nello stesso tempo, le sfide della Rivoluzione.

S’intitola I sette peccati di Hugo Chávez (Ed. Yulca, 2014) ed è stato scritto dal famoso giornalista belga Michel Collon. Nel libro l’autore, dalla sua posizione di testimone che ha osservato da vicino il processo, passa in rassegna le più interessanti conquiste della Rivoluzione Bolivariana. La prima di queste, e forse la più rilevante, è stata quella di rompere il circolo vizioso della povertà al quale era condannata una parte della popolazione venezuelana. La prima battaglia, per rompere il circolo, è stata quella contro l’analfabetismo: «L’analfabetismo opera un terribile circolo vizioso: povero, pertanto ignorante, senza lavoro, pertanto povero». Come poterne uscire? E aggiunge Collon: «la fame rafforza il circolo vizioso della povertà. I bambini mal alimentati accedono al mondo della scuola più tardi, presentano una memoria e un’attenzione più debole e, di conseguenza, imparano di meno. E abbandonano la scuola non appena possono, specialmente se devono andare a lavorare per sfamare la famiglia». Ci sono delle politiche che diventano prioritarie e Chávez attiva immediatamente le cosiddette «Misiones» per combattere l’analfabetismo, la povertà e l’esclusione sociale. Con la «Misión Robinson» e il programma cubano «Yo sí puedo», nel 2005 il Venezuela si proclama paese libero dall’analfabetismo. Altre «Misiones» consentono la democratizzazione all’accesso universitario («Misión Sucre»), il diritto all’assistenza medica («Misión Barrio Adentro») o la possibilità di accedere all’acquisto di cibi a prezzi giusti («Misión Mercal»).

Quando Chávez giunge al governo – ma non al potere che è nelle mani della borghesia nazionale e internazionale – si vede obbligato, dalla realtà, ad avviare politiche urgenti che tirino fuori dalla povertà e dall’esclusione migliaia di compatrioti in breve tempo. Ma allo stesso tempo si lavora con una prospettiva più lontana, dando avvio a una politica a lungo termine capace di trasformare, in forma radicale, il funzionamento del sistema e delle sue istituzioni. Approfondisce la democrazia mediante l’aumento della partecipazione dei cittadini, il che consente di prendere le decisioni sul destino nazionale in modo sovrano e non obbedendo ai mandati degli organismi multilaterali stranieri; crea la figura del referendum revocatorio per sottomettere al mandatario a nuove elezioni, anche quando non abbia compiuto il suo periodo di legislatura; rende partecipi i cittadini mediante i Circoli Bolivariani e i Consigli Municipali che integrano sia i sostenitori chavistas che i loro oppositori, e che hanno la funzione di «soprintendere l’applicazione delle decisioni delle autorità locali e di controllare l’uso dei budget»; promuove la partecipazione dei lavoratori nella presa delle decisioni nelle aziende, dove si sviluppano le attività lavorative e si sostiene la fondazione di cooperative e ditte miste che lavorano per lo sviluppo endogeno di ogni territorio o regione.


Con quanto si è detto, com’è possibile che si consideri a Chávez un dittatore e, da parte di alcuni settori, non si vuole riconoscere che il Venezuela è un’autentica democrazia? Perché Chávez non si è sottomesso al potere dei mass media né ha chinato la testa nei confronti degli Stati Uniti. Chávez ha messo in discussione il potere egemonico globale e i potenti non glielo perdonano. Per questa ragione non smettono di colpire il Venezuela: colpi di Stato, colpi di mercato, colpi mediatici.


Non perdonano che Chávez abbia restituito la speranza di una vita degna e migliore in America latina, un continente assuefatto alla povertà, che aveva naturalizzato la diseguaglianza, come se si trattasse di un male endemico.

Chávez disse al Continente – e al mondo intero – che la povertà non cadeva dal cielo, ma che era il risultato di politiche economiche concrete che mettevano gli interessi dei mercati al di sopra di quello delle persone. Nonostante le storie che costruiscono i mezzi, Chávez ha materializzato un sogno da molti condiviso: che un altro mondo è possibile, che possiamo vivere fuori dal neoliberismo.

Il fatto è che quando i poveri governano, i ricchi manifestano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Napoli rende omaggio a Bolívar attraverso l’opera di García Márquez

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Con l’opera “Il generale nel suo labirinto” di Gabriel García Márquez, il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha reso omaggio a Simón Bolívar, El Libertador, nel 184° anniversario della sua scomparsa.

L’evento ha avuto luogo nella sala “Simón Bolívar” della Biblioteca Nazionale di Napoli, alla presenza, in qualità di ospite del giornalista Francesco Romanetti, uno dei responsabili della sezione culturale de “Il Mattino”, il principale quotidiano cittadino.

Durante l’incontro, sono stati ripercorsi gli ultimi momenti della vita del Padre della Patria attraverso un’analisi letteraria e storica dei principali eventi che si sono verificati durante le lotte per l’indipendenza.

Romanetti e Marnoglia Hernandez, Console in seconda e responsabile del ciclo letterario, hanno evidenziato le diverse fasi della vita di Bolivar: la relazione con Manuela Sáenz, il tradimento di Santander, l’amicizia con José de Sucre, e il sogno una Patria Grande.

Durante l’incontro è stata illustrata l’importanza del progetto intrapreso da Bolivar, e come grazie a questo primo tentativo di unità latinoamericana, l’idea di libertà e identità nazionale, sia stata una costante nei processi rivoluzionari che si sono succeduti nel corso della storia, che oggi prende corpo nell’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America (ALBA).

I presenti hanno potuto conoscere, grazie alla penna di García Márquez, il contesto in cui sono stati condotti i primi tentativi di integrazione e le difficoltà affrontate: interventi, cospirazioni, tradimenti e solitudine.

E’ stato infine ricordato come l’ideologia di Bolivar, ripresa successivamente da José Martí con la sua idea latinoamericana, contrapposta al panamericanismo e ai principi della Dottrina Monroe, sia oggi presente nel processo bolivariano, grazie al Comandante Supremo, Hugo Chávez.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Napoli, 17dic2014: America latina in Fabula

Bolívar e Chávez: due epoche, due giganti, un progetto

di Luís René Velázquez 

Il 28 luglio di quest’anno, in uno degli atti commemorativi del 60° Anniversario della nascita dello scomparso Presidente Hugo Chávez, il Presidente Nicolás Maduro ha dichiarato:

«A volte mi domando, perché Dio ce lo ha tolto così precocemente? Ce lo ha tolto quando il mondo più ne aveva bisogno. Però la storia ha di- mostrato che i profeti quasi sempre muoiono giovani. Vengono, accendono la luce che illumina il cammino dei popoli, perché questi continuino nella propria direzione.»

Non c’è dubbio che il presidente Maduro si riferiva alle precoci scomparse del Libertador Simón Bolívar, avvenuta quando aveva appena 47 anni e del Presidente Chávez, che ci lascia fisicamente prima di compiere i 59. Le vite di entrambi i precursori si sono spente in seguito alle sofferenze dovute a penose malattie. I due personaggi avevano realizzato impareggiabili missioni storiche e credevano di andarsene senza aver consolidato e concluso il grande progetto rappresentato dalla creazione della grande patria latino-americana e caraibica, con nazioni pienamente indipendenti, sovrane e unificate tutte dai supremi valori della fratellanza, della pace, della cooperazione, della solidarietà, del rispetto, dell’autodeterminazione e del rifiuto di tutte le forme di dominio imperiale colonialista. Certamente i due giganti non hanno visto completata la grande opera che hanno sognato, però entrambi hanno lasciato aperto il cammino affinché le nuove generazioni la continuassero.

Nel caso di Bolívar, quando ormai la guerra di indipendenza conosceva la sua fase cruciale, cioè nel 1819, fallite ormai la I e la II Repubblica e mentre si stavano gettando le basi dell’unità gran-colombiana, nel suo celebre discorso di Angostura del 15 febbraio di quell’anno, dichiarò:

«In mezzo a questo mare di angosce non sono stato altro che un misero strumento, preda  dell’uragano rivoluzionario che mi trascinava come un’inerte filo di paglia.»

Il 13 gennaio 2011, 192 anni dopo, il Presidente Chávez nel suo ultimo discorso di fronte alla sovrana Assemblea Nazionale, tra tante premonizioni che ci faceva in questo intervento, ha segnalato:

«Noi siamo obbligati a consolidare in questa terra latino-americana e caraibica un mondo di pace, e a dare esempio a questo mondo di guerre, di miserie, di violenze e di invasioni, di come si costruisce un nuovo mondo con la democrazia…»

Le citazioni dai due personaggi mostrano che entrambi erano coscienti delle avversità che gli si sono presentate nelle distinte epoche in cui toccò loro di vivere. Entrambi accettarono nel proprio tempo la sfida di guidare la lotta di classe suscitata dalla Storia e che si rifletteva nel vortice di conflitti tra le forze politiche e sociali, quelle che cercavano di aprire alle trasformazioni richieste dai popoli e quelle che opponevano feroce resistenza, difendendo modelli politici e strutture  socio-economiche già superate nelle rispettive epoche storiche.

Ebbene, Bolívar e Chávez innalzarono le bandiere della rivoluzione, convinti che il mondo stava cambiando e che i modelli di società nei quali toccò loro di nascere e vivere dovessero essere sostituiti da altri che rispondessero alle aspirazioni di libertà, giustizia ed eguaglianza delle grandi maggioranze sociali storicamente sfruttate, escluse dai benefici del progresso e dimenticate dai regimi politici, i quali servivano con esclusività ristretti settori oligarchici e interessi di potenze straniere. Interessi rappresentati dalle forme del dominio politico, della distruzione culturale, del saccheggio e dell’espropriazione delle ricchezze dei nostri popoli, lasciando dietro di sé solo una disastrosa scia di ritardo economico e sociale.

Per stabilire una qualche relazione di continuità con l’opera che hanno promosso i nostri due personaggi, è pertinente segnalare il contesto storico nel quale è nato e ha vissuto fin dalla gioventù ognuno di loro. In quest’ottica, cominceremo con l’identificare la differenza tra le classi sociali alle quali hanno appartenuto.

Nel caso di Bolívar, ricordiamo che nacque il 24 luglio 1783 nel seno di una delle famiglie più ricche e integrate della società coloniale di Caracas. Vale a dire che godeva di tutti i privilegi della nobiltà creola. Era figlio di proprietari terrieri, padrone di schiavi, era stato formato nelle milizie del Re Fernando VII, ebbe l’opportunità di viaggiare e conoscere l’Europa, fu ospite e conobbe il lusso nel quale viveva il monarca. Perdette i suoi genitori in età molto precoce, però ricevette un’educazione moderna, trasmessa da personalità di riconosciuto spessore intellettuale come Andrés Bello, Simón Rodríguez, il padre Andújar, Miguel José Sanz. Condivise lunghe conversazioni con il barone Alexander von Humboldt e il marchese di Ustariz, tra gli altri. Apparentemente, non aveva ragioni di lottare per distruggere un sistema che favoriva tutti gli interessi della classe sociale alla quale apparteneva.

Eppure bisogna ricordare che 7 anni prima che nascesse il bambino Simón, venne portata a termine l’indipendenza degli Stati Uniti e 6 anni dopo, nel 1789, si ebbe la rivoluzione francese. Entrambi gli eventi furono ispirati alla letteratura e alla filosofia dell’Illuminismo, che si venivano diffondendo dalle prime decadi del secolo XVIII e che rappresentavano la rottura con il modello di Stato monarchico assolutista, colonialista e feudale, che si manteneva ancora in Europa, quando ormai il capitalismo nella sua fase mercantile aveva più di 200 anni. Cioè, il modello di governo assolutista feudale si presentava caduco, perché non favoriva il rapido avanzamento e lo sviluppo delle forze produttive promosse dal modo di produzione capitalista. Queste due rivoluzioni lo distrussero, tanto nelle colonie inglesi del Nord-america, che ruppero le relazioni di dominio coloniale col proclamare l’indipendenza dal trono di Giorgio III, che in Francia, quando la rivolta rivoluzionaria prese il Palazzo della Bastiglia e liquidò con la ghigliottina il monarca Luigi XVI. Entrambi gli eventi fondarono il nuovo Stato repubblicano, che veniva a rispondere agli interessi della borghesia, classe sociale che sostituiva come classe dominante le vecchie nobiltà e aristocrazie feudali, le quali finanziavano i loro lussi e le loro guerre con il frutto del lavoro delle masse contadine asservite feudalmente, ma che anche imponevano imposte abusive sulle crescenti attività produttive delle borghesie trattate come sudditi.

D’altro canto, già dalla seconda metà del secolo XVIII, il sistema coloniale feudale e schiavista affermato dalla Spagna e dalle altre potenze europee in America inizia a a mostrare segni del suo esaurimento, che si riflettevano nei numerosi sommovimenti e rivolte sociali contro il disumano trattamento che, da parte dei latifondisti e delle autorità coloniali, ricevevano le comunità schiave e contadine, ad esempio: la Ribellione di Andresote, tra il 1730 e il 1733; la Ribellione di San Felipe; la Ribellione di El Tocuyo del 11 maggio 1744 e la Ribellione dei Comuneros di Mérida nel maggio del 1781. Però è la colonia francese di Haiti la prima a dichiarare la sua indipendenza nel 1791. Quattro anni dopo, nel 1795, si produce la rivolta di José Leonardo Chirino nella Provincia di Coro, proprietà della Capitanía General de Venezuela, seguita dalla cospirazione che preparavano Picornell, Gual e España nel 1797.

Questi elementi indicavano che in distinti settori della società coloniale si annidava lo spirito indipendentista e che si era ormai perduta la paura verso la tirannia coloniale. Questa storia recente fu conosciuta e valutata con senso critico dal giovane Simón: da subito cominciò a evidenziarsi in lui lo spirito di lotta contro il sistema oppressore impiantato dalla Spagna attraverso i suoi propri antenati familiari. Di conseguenza, prima delle invasioni di Miranda nelle terre del Venezuela nel 1806 e dell’invasione di Napoleone in Spagna, con la conseguente  abdicazione di Fernando VII nel 1808, a soli 22 anni, dopo aver perso molto precocemente anche la sua sposa, il 15 agosto 1805,  il giovane Simón realizzò il suo celebre Giuramento di Monte Sacro (Italia), di fronte al suo più influente maestro, Simón Rodríguez, nel quale affermò:

«Giuro di fronte a Voi, giuro per il Dio dei miei padri, giuro su di loro, giuro sul mio onore e giuro sulla mia patria, che non darò riposo al mio braccio, né darò pace alla mia anima, fino a che non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo!»

Differente era l’origine sociale di Chávez, figlio di una famiglia contadina, il cui più grande privilegio fu che i suoi genitori erano stati maestri rurali e le loro maggiori virtù l’umiltà e l’amore per il lavoro. Però, allo stesso modo di Bolívar, la nascita del piccolo Hugo Rafael, ebbe luogo quando il mondo stava attraversando grandi trasformazioni e conflitti, che allo stesso modo ebbero il loro impatto sulla nostra America.

Ovviamente, era un’altra epoca. Lungo il percorso del sistema repubblicano capitalista e borghese, che aveva sostituito le monarchie feudali le quali si erano appropriate del continente americano, la storia aveva disseminato il cammino di altri “eretici”, che ormai non erano i classici dell’illuminismo, bensì i creatori del materialismo storico e del socialismo: Marx, Engels, Bakunin, Proudon, Blanqui, tra gli altri. Il nuovo pensiero politico rivoluzionario svelava con carattere scientifico che la miseria economica che avevano sofferto le società fino a quel momento era conseguenza delle terribili condizioni di sfruttamento cui storicamente erano state sottoposte le classi lavoratrici; prima dal sistema schiavista e feudale e nell’attualità dal perverso modo di accumulazione della ricchezza impiantato dal capitalismo. Di fronte a questa obbrobriosa realtà, Marx affermava: «… la filosofia si è dedicata solo a studiare l’origine del mondo. Ora, è necessario trasformarlo». Conseguentemente, nel 1848 fu lanciato al mondo Il Manifesto Comunista come strumento teorico, politico, ideologico e pratico per orientare la coscientizzazione, l’organizzazione e l’unità delle lotte operaie, in modo che assumessero il loro compito storico di affrontare le borghesie capitaliste sfruttatrici, fino a prendere il potere, fondare lo Stato socialista e trasferire i mezzi di produzione alla classe lavoratrice.

Le nuove idee della seconda metà del secolo XIX agitavano e sconvolgevano le società industrializzate. Sorgevano i sindacati, i partiti operai, socialisti, comunisti, anarchici e cominciarono a diventare popoli le parole d’ordine: «Proletari del mondo unitevi» e «Un fantasma s’aggira per il mondo: il comunismo». Queste idee rappresentarono la rinascita della speranza dell’emancipazione, della libertà, della giustizia sociale e dell’eguaglianza che erano state eluse da tutte le rivoluzioni anteriori: sulla loro base si provò in Francia nel 1871 la Comune di Parigi, esperienza che fallì, però che costituì già una grande lezione per i settori rivoluzionari socialisti.

Il secolo XX cominciò con un’ambiziosa corsa agli armamenti tra le potenze capitaliste europee che avevano bisogno di fonti di materie prime e mercati extra-nazionali per approfondire il loro sviluppo. Questa corsa condusse alla Prima Guerra Mondiale tra il 1914 e il 1918, però, mentre si sviluppava detto conflitto, all’interno della Russia Zarista avanzava la rivoluzione bolscevica guidata da Lenin, che il 18 ottobre 1917 prese il potere nel paese di maggiore estensione territoriale del mondo, per fondare lì il primo Stato Socialista della storia ispirato alla proposta «…tutto il potere ai soviet». I soviet erano i comitati dei lavoratori e dei contadini organizzati per esercitare il potere popolare. Questo evento era molto lontano dalla nascita del bambino Hugo Rafael avvenuta il 28 luglio 1954, però è fondamentale segnalare che la sua nascita ebbe luogo 9 anni dopo il termine della II Guerra Mondiale, conflitto che mise una contro le altre le stesse potenze militari europee della prima grande guerra, per gli stessi perversi interessi extra-territoriali del capitalismo, che aspirava ad avanzare su scala planetaria nella sua fase superiore: l’imperialismo. Il grande conflitto obbligò all’intervento lo Stato Socialista russo, che, offrì decine di milioni di vite per difendere il proprio territorio e sconfiggere definitivamente la versione più estremista e razzista del capitalismo, rappresentata dal nazifascismo, che arrivò quasi a dominare il mondo intero. Però, alla fine della guerra, la Russia risultò favorita nell’espandere il modello socialista a quasi tutti i paesi con lei confinanti. Inoltre, mentre si sviluppava la grande guerra, il governo rivoluzionario russo appoggiava con determinazione il movimento rivoluzionario guidato sapientemente da Mao Tse-tung, per cui, nel 1949, vale a dire, 5 anni prima della nascita dell’“arañero di Sabaneta”, la nazione con la maggiore popolazione del pianeta dichiarava al mondo la fondazione del secondo Stato Socialista della storia: La Repubblica Popolare Cinese.

Come conseguenza della fine della grande guerra (*) e dell’avanzamento del Socialismo, si creò l’ONU e si configurò Un Nuovo Ordine Politico ed Economico Mondiale rappresentato da due grandi blocchi di potere militare, economico e politico: il blocco capitalista, guidato dagli Stati Uniti con il loro braccio armato, la NATO e il blocco socialista, diretto dall’Unione Sovietica, con la loro alleanza difensiva, denominato Patto di Varsavia. Tra le super-potenze che guidavano questi due blocchi si generò un confronto continuo, riflesso in un linguaggio di accuse e minacce mutue sul piano diplomatico, in guerre istigate e appoggiate da entrambi i contendenti in altri paesi, nell’attività di spionaggio, contro-spionaggio e nel finanziamento e appoggio politico a movimenti politici da un capo all’altro del mondo. 

Per rafforzare la propria influenza ed evitare la penetrazione del socialismo in America in seguito alla grande guerra, nel 1946 gli Stati Uniti crearono a Panama la famigerata Scuola delle Americhe, la cui missione era di addestrare in materia di contro-insurrezione i militari delle nazioni latino-americane e caraibiche alleate, per affrontare e fermare l’avanzata dei movimenti rivoluzionari socialisti nella regione. Con lo stesso scopo, la CIA sviluppava una politica di cospirazioni, atti di sabotaggio, colpi di Stato e assassinii di presidenti non allineati ai propri interessi in tutta la nostra America. Nonostante l’interventismo degli USA, negli stessi anni emersero nella regione governi nazionalisti e progressisti, come quelli di J.D. Perón in Argentina (1947-1955) e, in Guatemala, di J. Arbens (1951-1954), entrambi abbattuti con aperto intervento del governo degli Stati Uniti. Nel 1959, cinque anni dopo la nascita del piccolo Hugo Rafael, entra trionfatrice a La Habana la rivoluzione socialista di Cuba guidata da Fidel e dal Che. Inoltre, devono essere ricordate le vittorie socialiste degli eroici popoli di Corea (1950-1953) e del Vietnam (1955-1975) nelle guerre che scatenò contro di loro l’impero degli USA ed i loro alleati europei. 

In mezzo a questa valanga di eventi politici internazionali che promossero in quel frangete l’avanzata del socialismo, sottraendo spazi al capitalismo, cominciò la vita del piccolo Hugo Rafael. Può affermarsi senza ombra di dubbio che, come le rivoluzioni borghesi degli USA e della Francia ispirarono settori politici e sociali delle colonie europee dell’America nell’affrontare il modello coloniale feudale e schiavista affermatosi dalla fine del secolo XV, il che portò nel secolo XIX alla fondazione di repubbliche oligarchiche dipendenti dal neo-colonialismo europeo e sebbene gli USA emergessero come potenza egemone nella regione agli inizi del secolo XX, imponendo alle nostre deboli nazioni terrificanti dittature militari durante quasi tutto il secolo, le rivoluzioni socialiste della Russia, della Cina, di Cuba, della Corea, del Vietnam costituirono i nuovi referenti per la continuazione della lotta emancipatrice dei popoli latino-americani.

Va ricordato che il primo sogno di Chávez fu quello di essere lanciatore di baseball di grandi leghe, però poi finì per entrare all’Accademia Militare dell’Esercito venezuelano nel 1971 a soli 17 anni. Lui stesso confessò che, quando entrò nella Casa dei Sogni Azzurri non aveva ancora inclinazione per la politica, però lì si impregnò fino al midollo degli ideali e dello spirito di grandezza di Bolívar, avendo come principale maestro e referente morale il suo Generale Jacinto Pérez Arcay. Dall’Accademia uscì laureato da Sottotenente nel 1975. A partire di lì, il giovane Chávez ricorse tutto il paese e riconobbe le qualità del popolo e gli orrori in cui vivevano le larghe masse in tutti gli angoli del paese.

Giovane, studioso critico della storia, leader inquieto e con l’alta sensibilità sociale che lo caratterizzava dalla sua infanzia, non doveva risultare strano che si allineasse con le cause e le lotte dei popoli oppressi della sua patria, che dichiarasse la sua simpatia per le rivoluzioni socialiste del mondo e per i governi progressisti dell’America. D’altro canto, denunciò sempre energicamente la frode del Patto di New York (qui chiamata Patto di Punto Fijo), firmato dai vecchi partiti AD-Copei-URD, con il beneplacito di Federcameras, la cupola dell’estinta Confederazione di Lavoratori del Venezuela (CTV) e della Chiesa Cattolica, per tradire le speranze di redenzione che il popolo aveva coltivato, in seguito all’abbattimento dell’ultima dittatura militare venezuelana nel secolo XX, il 23 gennaio 1958. Guardò con impotenza la feroce lotta che i sanguinari regimi militari imposti dalla CIA e dal Piano Cóndor – conosciuto come alleanza delle dittature del cono Sud – scatenava contro i movimenti liberatori che sorgevano nella nostra regione, che si ispiravano alla Rivoluzione cubana. Come corollario del tempo in cui trascorse la gioventù di Chávez, bisogna aggiungere le morti o assassini dei presidenti Salvador Allende del Cile nel 1973; di Jõao Goulart del Brasile nel 1976; di Jaime Roldós dell’Ecuador nel 1981; di Omar Torrijos di Panama nel 1981 e di Maurice Bishop di Grenada nel 1983, tutte morti inferte a coloro che non si sono piegati agli interessi degli Stati Uniti.

Quando ormai era un giovane Capitano, Chávez era convinto che stava servendo uno Stato dominato da élites politiche ed economiche, prostrate agli interessi del capitale transnazionale. Questo gli confermava che… l’indipendenza, secondo il Liberator… unico bene conquistato alle spese di tutti gli altri con la guerra contro la Spagna, era stata tradita in tutte le sue dimensioni. Ciò gli rafforzava lo spirito e la determinazione a impegnarsi integralmente per il riscatto della dignità e la sovranità del nostro popolo, che tanto sangue, tanti morti aveva offerto in numerose lotte, per conquistare una patria libera e per superare le pauperrime condizioni di vita alle quali era stato sottomesso durante 500 anni.

In conclusione, l’impegno e la dedizione totale di Chávez alla causa libertaria del Venezuela e di tutta la nostra America, allo stesso modo che in Bolívar, aveva i suoi motivi nella necessità reale di trasformare le ingiuste strutture politiche, economiche e sociali che in altre parti del mondo ormai erano state superate. Eppure, egli fu sempre cosciente della potente resistenza che avrebbe attivato la borghesia parassitaria, anti-nazionalista insieme al capitale transnazionale, come nemici storici di tutti i cambiamenti che avrebbero beneficiato le maggioranze sociali in qualsiasi luogo del mondo, dal momento che essi si considerano i legittimi padroni della ricchezza che produce il lavoro e di quella che si trova sul territorio di qualsiasi nazione.

È pertinente allora rimarcare che questa complessa realtà svelata alla coscienza di Hugo Chávez come tragica e immeritata dai nostri popoli, è equiparabile alle situazioni che si convertirono per Bolívar in un mare di angosce e con la stessa intensità trasformarono anche lui in  una semplice strumento dell’uragano rivoluzionario. Vale a dire, questa mescolanza di ammirazione per la grandezza di Bolívar, di passione per la reinterpretazione della storia e dello sviluppo degli eventi internazionali del suo tempo, con l’ira che gli provocava l’indolenza anti-nazionalista di quelli che avevano governato il paese per tanto tempo e al suo infinito amore per il popolo diseredato, sarà la forza che lo influenzerà e lo ispirerà, allo stesso modo in cui influirono su Bolívar, fin dalla sua precoce gioventù, le rivoluzioni borghesi degli USA, della Francia, l’indipendenza di Haiti e gli orrori del sistema feudale e schiavista, imposto dai suoi nonni spagnoli durante tre secoli nelle colonie d’America.

Indignato, inoltre, dalla svendita che i governi del Patto di Punto Fijo fecero della sovranità e delle ricchezze nazionali ai capitali stranieri, il Capitano Chávez motivò e convocò un gruppo di giovani compagni ufficiali con la loro abituale uniforme di campagna, per riprendere l’impegno giurato da Bolívar sul Monte Sacro nel 1805. Quest’atto simbolico fu realizzato il 17 dicembre 1982, quando si commemorava il 199° Anniversario della nascita del Libertador. In quel momento aveva 28 anni e all’ombra del Samán de Güere, nella città di Maracay, Stato Aragua, sigillò il suo fedele impegno con la Storia e a favore della continuità dell’opera incompiuta di Bolívar nella nostra America.

«Giuro sul Dio dei miei genitori, giuro sulla mia Patria, giuro sul mio onore, che non darò tranquillità alla mia anima, né riposo al mio braccio, finché non vedrò rotte le catene che opprimono il mio popolo per volontà dei potenti. Elezione Popolare, terre e uomini liberi. Orrore per l’oligarchia».

Giuramento del Samán de Güere, Maracay, 17-12-1982

Come si può osservare, la differenza dell’origine di classe non è di ostacolo a che il giovane Capitano dell’Esercito Chávez non si allinei con la stessa missione storica del Libertador Simón Bolívar, che non fu altra che quella di: «consolidare in questa terra latino-americana e caraibica un mondo di pace, e dare esempio a questo mondo di guerre e di miserie, di violenze e di invasioni, di come si costruisce un nuovo mondo in democrazia.»

L’attività politica del giovane Simón cominciò decisamente a partire dai fatti del 19 aprile 1810, quando, essendo la Spagna occupata da Napoleone Bonaparte, i suoi possedimenti coloniali d’America rimasero senza la guida dell’autorità imperiale. Questo fatto permise che si attivasse il processo costituente della Repubblica del Venezuela. Bolívar si impegnò attivamente nella Società Patriottica, che affrontò i difensori della monarchia destituita di Fernando VII. Incitò energicamente i membri del Congresso, affinché dichiarassero l’indipendenza assoluta dalla Spagna nel 1811 e si arruolò come ufficiale nell’Esercito della nascente Repubblica, che si dissolse nel 1812.

Indignato dall’infelice sorte della Prima Repubblica, si rifugiò nella vicina Nuova Granada, dove meditò e riconobbe nel Manifesto di Cartagena le cause di tanto deprecabile perdita. E da lì stesso, agli inizi del 1813, organizzò la Campagna Admirable che condusse con successo, fino ad arrivare a Caracas nel mese di agosto e a restaurare la Repubblica, che nuovamente fu liquidata dalle forze realiste nel 1814. Nuovamente in esilio, adesso a Kingston, Giamaica, fece una magistrale analisi della piega che prendeva il processo emancipatore in America e della mancanza di comprensione delle potenze europee di fronte a ciò che avveniva in questa regione del mondo. Riguardo la quale, considerò che la sua discendenza ormai non fosse india originaria, né bianca europea, bensì una nuova razza: l’americana, appunto, e che questa meritasse il diritto e la libertà di costruire il suo proprio destino.

Né le sconfitte, né le critiche contraddizioni di classe e le differenze politiche, che emergevano nel movimento patriottico venezuelano, servirono a fiaccare la sua profonda convinzione per continuare a lottare fino a raggiungere l’obiettivo di Monte Sacro. Nel 1819 diede vita al Sovrano Congresso di Angostura come base di legittimazione della III Repubblica e da lì realizzò l’unità con i fratelli patrioti neo-granadini, per unificare gli sforzi militari e politici e sconfiggere definitivamente le forze reali. In quest’occasione, nacque la Gran Colombia: nella cornice di questo grandioso progetto integrazionista, liberò la Nuova Granada nel 1819, il Venezuela nel 1821, la provincia di Quito nel 1822. Con queste tre regioni liberate dal dominio spagnolo formalizzò la costituzione della Colombia, della quale fu designato Presidente Costituzionale. Nel 1824 liberò il Perù e nel 1825 fondò la Repubblica di Bolivia.

Bolívar non dedicò la sua vita solo a liberare i nostri popoli dalla dominazione politica spagnola e a fondare delle repubbliche borghesi, la sua visione andava molto più in là. Nel 1816 decretò a Carupano la Libertà degli schiavi che si univano alla causa patriottica. Questa giusta misura, la propose nuovamente nel suo celebre Discorso di Angostura: in questo documento, inoltre, segnalò, per orientare il parlamento nella redazione della costituzione della nuova Repubblica che: 

«il sistema di Governo migliore è quello che produce la somma maggiore di felicità possibile, la somma maggiore di sicurezza sociale e la maggior somma di stabilità politica». Angostura, 15 febbraio 1819

Non a caso il più genuino, fedele e conseguente discepolo del suo sistema di idee, il Comandante Chávez, affermava che Bolívar, anche non conoscendo i postulati teorici del socialismo scientifico perché Marx, il suo fondatore, aveva appena un anno quando Bolívar stava lottando per l’indipendenza dell’America, fece tanto per costruire uno Stato che si orientasse verso un proposito così umanista. Per tale ragione, suggeriva che si dovesse interpretare e valorizzare Bolívar come uno dei precursori del socialismo, se solo gli intrighi delle oligarchie e l’interventismo diplomatico degli Stati Uniti nelle nascenti repubbliche non avessero sabotato la grandiosa opera liberatrice anti-schiavista, umanista, integrazionista e anti-imperialista del genio d’America. Tanto acuta fu la sua visione profetica  che già nel 1829 in una lettera a un colonnello amico, dichiarava:

«Gli Stati Uniti paiono destinati dalla Provvidenza ad infliggere all’America numerose  miserie in nome della libertà.» 
(Lettera al Colonnello Patricio Campbell, Guayaquil, 5 agosto 1829)

Disincantato a causa della meschinità dei suoi nemici, della disintegrazione dell’unità della sua amata Colombia, totalmente isolato dal potere politico-militare, che era arrivato a esercitare e afflitto da una penosa malattia, nel suo ultimo proclama dettato solo alcuni giorni prima della sua morte, Bolívar esclama, 

«Colombiani! I miei ultimi voti sono per la felicità della patria. Se la mia morte contribuirà a fare che cessino i partiti e si consolidi l’Unione, io scenderò tranquillo nel sepolcro.»                                                                       
Santa Marta, Colombia, 10 dicembre 1830

Nel caso di Chávez, la sua intensa attività politica cominciò in seguito al suo giuramento al Samán di Güere, quando creò in clandestinità, con un gruppo di ufficiali dell’Esercito, il Movimento Bolivariano 200 (MBR-200). Con quest’ultimo come piattaforma politico-militare, cominciò a elaborare il suo piano per la presa del potere. L’esaurimento del modello capitalista imposto dall’impero yanqui con il Patto di Punto Fijo, già afflitto da forti criticità, arrivò al suo punto finale con lo scoppio sociale del 27 febbraio 1989, che ebbe luogo in conseguenza dell’applicazione del pacchetto di misure neo-liberiste indicato dall’FMI e dalla Banca Mondiale all’inizio del secondo mandato di CAP (Carlos Andrés Pérez) e che si conosce come El caracazo. Il popolo, indignato dalle abusive misure economiche, si precipitò spontaneamente in strada a reclamare con la forza i beni e gli alimenti basici necessari alla propria esistenza, che il modello neo-liberista negava. Questa rivolta fu selvaggiamente repressa dalle forze di polizia dello Stato borghese, con un saldo di più di 5 mila morti, uomini e donne diseredati, ma questo accelerò e fu la ragione dell’insurrezione del MBR-200, guidato il 4 febbraio 1992 da Hugo Chávez, che allora aveva già ottenuto il grado di Tenente Colonnello o Comandante. Fu la prima apparizione pubblica del personaggio che avrebbe cambiato la direzione della Storia, non solo del Venezuela, ma anche della grande regione latino-americana e caraibica. 

La ribellione fallì e i protagonisti furono arrestati, però il volto del leader del movimento, con il suo breve intervento attraverso i mezzi di comunicazione, nel quale pronunciò quell’assertivo «… per adesso», accesero la fiamma della speranza dei settori oppressi e tante volte traditi nella storia patria. Tanto profonda era la crisi in seno alle Forze Armate del puntofijismo, che il 27 novembre dello stesso anno si realizzò anche il sollevamento di un importante numero di ufficiali della Forza Aerea Venezuelana, che egualmente fu controllato dai settori militari e politici favorevoli al governo di CAP. Il quale, però, subì un’indagine della Procura della Repubblica e del Congresso Nazionale per reati di corruzione, che terminò con la sua destituzione dalla presidenza: la Corte Suprema di Giustizia lo condannò agli arresti domiciliari. Il periodo di legislatura dovette essere portato a termine dal Dr. Ramón J. Velásquez.

Nella seguente legislatura (1994-1998) fu eletto presidente, ormai svincolato dal Patto di Punto Fijo,  per la seconda volta, Rafael Caldera. Questi decretò l’indulto e la libertà di tutti quelli che rimanevano in carcere per gli eventi insurrezionali del 1992.

Chávez decise di viaggiare in giro per il paese, in vista della decisione di correre per la presa del potere nella cornice delle regole del sistema puntofijista, sulla base delle quali creò il Partito V Repubblica. La sua principale offerta elettorale era di promuovere un processo costituente che fondasse daccapo le basi della Repubblica. Questo progetto, identificato come Rivoluzione Bolivariana, ottenne il suo primo sostegno popolare con la vittoria alle elezioni del 6 dicembre 1998. Nell’atto dell’investitura come Presidente agli inizi del 1999, senza alcuna titubanza, sollecitò la Corte Suprema di Giustizia ad attivare i meccanismi per la convocazione di un referendum: realizzato questo, conformemente a quanto stabilito dalla legge, l’Assemblea Nazionale Costituente ottenne uno schiacciante trionfo elettorale.

Quello che ebbe luogo in seguito fu una sequenza di trionfi sostenuti dall’appoggio popolare. Però, allo stesso modo che nella carriera politica di Bolívar, le forze reazionarie interne ed esterne non si risparmiarono nel tentare di fermare le trasformazioni promosse da Chávez e finirono per unirsi nel Coordinamento Democratico, organismo che attivò tutti i meccanismi di cospirazione e destabilizzazione con l’aperto sostegno del governo degli USA, in vista dell’abbattimento del potere legittimo che il popolo gli aveva attribuito in elezioni limpide e riconosciute nazionalmente e internazionalmente, legittimandolo nuovamente nella carica di presidente, dopo l’approvazione della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela. 

            Testimonianze delle continue e disperate azioni dei nemici della rivoluzione bolivariana, volte a cacciare Chávez, furono:

1.- Il golpe fascista del’11 aprile 2002, organizzato da FEDECAMERAS, la Confederazione dei Lavoratori del Venezuela (CTV),  i mezzi di comunicazione privati, la cupola della Chiesa Cattolica e l’ex presidente Bush, golpe sventato da una mobilitazione popolare mai vista in Venezuela il 13 dello stesso mese;

2.- Lo sciopero petrolifero convocato dall’opposizione, tra il dicembre e il marzo 2002-2003. Neutralizzato dalla partecipazione del popolo;

3.- L’occupazione di piazza Altamira a est della Gran Caracas, per far credere al mondo che la maggioranza del popolo venezuelano fosse contro Chávez;

4.- La mobilitazione di paramilitari colombiani a Caracas per assassinare il presidente;

5.- L’operazione guarimba (barricate) contro il Referendum del 15 aprile 2004;

6.- Il ritiro dell’opposizione delle elezioni parlamentarie del 4 dicembre2005 con il proposito di delegittimare il Governo e forzare una crisi politica;

7.- La campagna di mobilitazioni nazionali e internazionali contro il termine della concessione al canale privato di Radio Caracas Televisione (RCTV);

8.- Le accuse false dell’ex presidente della Colombia Álvaro Uribe, in combutta con gli Stati Uniti, che il governo venezuelano favorisse il narco-traffico, con il proposito di dichiarare il Venezuela come uno Stato fuori-legge e di giustificare un intervento militare straniero.

Nessuna di queste azioni ha fermato la Rivoluzione bolivariana di Chávez. Inoltre, la sua coraggiosa opposizione alla creazione dell’Area del Libero Commercio dell’America (ALCA), proposta dal presidente Bush al Vertice di Mar del Plata, Argentina, nel novembre del 2005, è stata  appoggiata dalla grande maggioranza dei presidenti della regione, che la considerarono nociva per l’economia dei nostri popoli, così seppellendo il fatale meccanismo di saccheggio regionale preteso dall’impero. 

Senza dubbio alcuno, il Comandante Chávez ha dedicato tutte le sue forze a trasformare il Venezuela in base a un autentico progetto emancipatore, che in seguito ha identificato come il Socialismo del Secolo XXI, caratterizzato come: nazionalista, sovrano, anti-capitalista, anti-imperialista, nostro-americano, internazionalista, femminista, includente, solidario, produttivo, umanista ed ecologista. Chávez ha proposto che la costruzione del socialismo fosse un impegno di totale responsabilità con le future generazioni del Venezuela, dell’America e del mondo intero. Per lui, il socialismo era l’unica alternativa per salvare il mondo dalla sicura distruzione cui lo conduce la voracità capitalista. Questa proposta assume oggi molta più rilevanza, se si considera che dal 1989 il blocco socialista guidato dalla Russia, conosciuto come socialismo reale, era caduto per allinearsi al modello capitalista neoliberista e, conseguentemente, una valanga di politologi, sociologi, filosofi, analisti internazionali e perfino storici, che Chávez chiamava cerebrali analisti, arrivarono ad affermare che la sua sparizione equivaleva alla fine della storia, volendo dire con ciò che dopo del capitalismo la società non aveva più nulla da inventare.

La proposta di riproporre il socialismo come alternativa al capitalismo, non solo ha suscitato speranze di redenzione nel Venezuela di Bolívar, ma ha anche trasceso le frontiere patrie. Il Socialismo del Secolo XXI è stato assunto fermamente nelle repubbliche sorelle di Bolivia ed Ecuador, ha ispirato il ritorno della Rivoluzione sandinista in Nicaragua, il trionfo dell’FMLN (Farabundo Martí) nel El Salvador, ha immesso nuovo fiato nella Rivoluzione cubana e ha motivato l’avvento di governi progressisti in Brasile, Argentina, Uruguay e con minore fortuna in Honduras e Paraguay.

Dato l’impatto della Rivoluzione bolivariana in Latinoamerica e nei Caraibi, Chávez ha messo in campo sforzi energici per creare importanti istanze di integrazione regionale, come l’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA) nell’anno 2004, il Petrocaribe nel 2005, l’Unione delle Nazioni del Sud (UNASUR) nel 2008, la Comunità di Stati Latino-americani e dei Caraibi (CELAC) nel 2011 e ha fatto entrare il Venezuela nel Mercato Comune del Sud (MERCOSUR) nel 2012. Inoltre, ha riposizionato il Venezuela sul piano internazionale, aprendo relazioni di reciproca cooperazione col gruppo BRICS, costituito dalle potenze economiche emergenti Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, per rompere la dipendenza economica e politica che, in maniera  assoluta, durante tutto il secolo XX aveva sofferto da parte degli Stati Uniti.

Tutti questi progressi sono stati raggiunti contro i più spietati e continui attacchi dei nemici interni, il governo degli USA e dei suoi alleati internazionali. Come prova del sostegno che le maggioranze sociali venezuelane gli hanno offerto, Chávez ha vinto limpidamente tutte le elezioni in cui si giocava la Presidenza della Repubblica, incluse quelle del 7 ottobre 2012, nella cui campagna ha impegnato la sua stessa vita, conoscendo la grave malattia di cui soffriva. La sua unica ed essenziale missione è stata assicurare la continuità del progetto che ha convertito in realtà i sogni delle larghe masse popolari, rendendole visibili e includendole nei benefici che genera la rendita petrolifera, la quale durante il secolo scorso era di usufrutto esclusivo di piccole élites.

Il 5 marzo 2013 smette di essere fisicamente tra noi, per cui non ha potuto esercitare il suo terzo periodo di governo di sei anni. Però, diversamente dalla sorte dell’opera iniziata dal suo ammirato Liberatore d’America, la sua non è stata tradita e la Rivoluzione bolivariana-chavista continua ad affrontare e vincere  tutte le minacce e gli attacchi che naturalmente vengono da parte dei nemici storici del socialismo. E come indica il presidente Nicolás Maduro, nella citazione all’inizio di questo articolo, Chávez e Bolívar sono morti troppo giovani, però la loro colossale opera, che in entrambi casi è rimasta inconclusa, ha lasciato in distinte epoche della Storia il cammino aperto e fertile per i popoli che hanno continuato l’opera emancipatrice e integrazionista, imprescindibile per costruire uno stato di sovranità, giustizia ed eguaglianza per le grandi maggioranze storicamente dimenticate.

Guanare, agosto 2014

 

[Trad. per ALBAinformazione di Marco Nieli e Ciro Brescia – s ringrazia la coordinatrice della rivista diplomatica Amerindia, Emilia Saggiomo, per la segnalazione]

Napoli: Il Consolato Venezuelano ospita “L’esistenza dei mostri”

di Marco Miggiano

Dedicare ed intitolare il primo singolo di un lavoro discografico alla figura del Comandante e Presidente venezuelano Hugo Chávez e riuscire a presentare l’intero lavoro presso la sede del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, facendo addirittura commuovere il neo Console Generale Amarilys Gutierrez Graffe, non è certo un operazione semplice e banale.

Ad esserci riusciti, il duo napoletano L’esistenza dei mostri, che ieri mattina ha presentato il loro nuovo Ep dal titolo “Co.Co.Pro. – Condizioni Comatose Prorogate”, disco aperto dal singolo “Chávez”, una piccola perla che ha riscosso immediatamente enorme successo grazie anche ad un divertentissimo e ben fatto video che sta girando sul web già da qualche settimana, per la regia di Renato Zagari. Dietro tutto questo, c’è il lavoro quanto mai prezioso ed efficiente dell’etichetta Subcava Sonora, famosa per essere stata in Italia la prima a lavorare con gruppi che rilasciavano le proprie opere sotto licenze Creative Commons, etichetta rappresentata questa mattina da Sara Manocchio.

Nelle sede del consolato venezuelano a Napoli, che più che una sede istituzionale assomiglia ad una galleria d’arte con quadri ed opere in ogni angolo tra le quali spiccano ovviamente i dipinti raffiguranti Hugo Chávez, l’attuale Presidente dello stato sud americano Nicolás Maduro e quella del rivoluzionario Simón Bolívar, si è dato vita a qualcosa di veramente particolare. Non so se è la prima volta che un progetto musicale viene presentato durante una conferenza stampa all’interno di un consolato, ma oggi le porte e soprattutto i cuori di coloro che lavorano all’interno di questo spazio si sono aperte, trasformandolo quasi in uno di quei non luoghi autogestiti da collettivi di artisti e studenti. Oggi si è voluto concretizzare la nascita reale di alternative concrete a quelle che sono in primis le logiche del diritto d’autore ma anche di coloro che sostengono che dietro ad un disco non ci sia un lavoro politico e culturale. Diciamolo chiaramente, qui i titoli di Bennato ed Enzo Jannacci (Sono solo canzonette e Trattasi di canzonette) fanno a cazzotti con le reali intenzioni del duo L’esistenza dei mostri, dell’etichetta Subcava e di Soundreef, che hanno dimostrato con i fatti come l’alternativa all’attuale monopolio Siae sia possibile, necessaria e nei fatti già realizzata. Qui non si fanno canzonette, qui si fa impone un sistema nuovo.

Ad introdurre la conferenza stampa il Console Aggiunto Marnoglia Hernández Groeneveledt che ha voluto salutare tutti i presenti: “Oggi è un momento molto importante di condivisione culturale che si realizza con tutti voi. La musica ci unisce, la musica è un modo per stare insieme, la musica è amore e noi come popolo venezuelano vogliamo essere un’espressione d’amore per tutti. Questo momento è anche molto importante perché oggi è il primo incontro ufficiale della nostra Console Generale Amarilys Gutierrez Graffe che è arrivata solo qualche giorno fa qui a Napoli”.

A moderare l’incontro, Sarah Manocchio dell’ufficio stampa della Subcava Sonora: “L’alternativa è il filo conduttore che lega tutti noi. Io faccio parte della Subcava Sonora, un’etichetta che diffonde le proprie produzioni solo in creative commons, così come hanno fatto i ragazzi de L’esistenza dei mostri con il loro Ep. Federico, invece, con l’attività di Soundreef è proprio una manifestazione concreta della possibilità di realizzare una differente economia e soprattutto di valorizzare determinati aspetti che spesso vengono schiacciati da un sistema burocratico troppo vecchio ed assolutamente antiquato”.

E’ toccato poi a Mauro Sommella, autore e chitarrista del duo, introdurre e spiegare il loro nuovo lavoro: “Voglio ringraziare prima di tutto il Console e tutto lo staff del Consolato per averci ospitato oggi. Questa è sicuramente una location insolita per la presentazione di un disco, però quanto mai apprezzata da parte nostra. Ho un po’ di difficoltà a parlare dell’Ep perché sono canzoni che ho scritto scavando in profondità dentro me stesso e quindi non avrei altre parole per descriverle se non quelle dei testi. Quello che c’è dentro il disco sono cose che sento molto nel mio intimo ma che poi vengono fuori dal contesto in cui tutti stiamo vivendo cioè un epoca precaria, senza punti di riferimento. Anche la scelta di intitolare il primo singolo dell’Ep “Io sto con Chá­vez” è stato un modo per lanciare una provocazione in un paese in cui certi argomenti sono un tabù. Le alternative esistono, magari sono ancora lontane ma una via d’uscita è sempre possibile. Dietro questa piccola produzione ci sono tante persone. In primis Francesco Mc doppia C, che ha lavorato al singolo Chá­vez; poi ci sono i video clip che sono diventati parte integranti di tutto il progetto e con cui siamo riusciti, grazie ai registi, ad ampliare e meglio definire il nostro messaggio. L’ultima motivazione alla base di questo lavoro è quella del copyleft, a cui ci teniamo molto. Oltre a voler raccontare storie con le nostre canzoni, volevamo fare qualcosa di materiale e quindi fin da subito abbiamo scelto di non accettare la logica del copyright e della Siae, cioè quella proprietà intellettuale che concepisce le opere come qualcosa di chiuso che non è possibile far circolare e condividere liberamente con gli altri. Quindi abbiamo scelto le licenze alternative, le creative commons e abbiamo trovato anche l’appoggio di Soundreef, un progetto davvero molto interessante che sta scardinando con i fatti il sistema Siae”.

Marcello Vitale, invece, ha posto l’accento maggiormente sull’aspetto artistico del progetto: “Nel lavoro sono centrali i testi di Mauro. Fin dal primo momento in cui ci siamo avventurati in questo viaggio ho capito che i suoi testi dovevano essere enfatizzati, dovevano risultare centrali. Doveva essere sostanzialmente un progetto di songwriting. Doveva essere la canzone il messaggio principale dell’EP. Ci siamo impegnati molto in questo disco che, anche se è solo di cinque brani, è estremamente intenso e che è orgogliosamente prodotto da noi. Rispecchia esattamente quello che volevamo, quello che sentite è quello che volevamo. Quasi tutti i suoni che sentirete nell’Ep provengono da un mandolino elettrico, grazie ad un lavoro di ricerca che sto portando avanti da un po’ di tempo e che ha un significato anche simbolico”.

A chiudere gli interventi il rappresentate di Soundreef, Federico Camici: “Come Soundreef siamo contenti di essere qui oggi perché quest’album, già leggendo le parole stampate sul libretto, come i testi delle canzoni e le dediche, si capisce che ha degli ideali in comune con quella che è poi l’ideologia che è alla base con cui è stato costruito il progetto Soundreef, ovvero l’accesso alla cultura e l’alternativa a un modello esistente. Una possibilità concreta quindi di far crescere le cose dal basso, il che non è stato sempre semplice. Nello specifico, Soundreef è una società inglese che si è lanciata nel mondo del diritto d’autore, proponendo un’alternativa alla Siae, utilizzando alcuni punti fermi come la tempestività, la trasparenza e la capacità analitica. Sino ad oggi le società come la Siae, pagano gli autori a 18 mesi di distanza da quando maturano i diritti. Questa cosa per noi non è giusta e così facciamo in modo che gli autori vengano pagati entro 90 giorni da quando fanno un concerto ed entro 7 giorni possono avere visibile sul loro account on line tutto ciò che hanno guadagnato. E’ un meccanismo di ripartizione dei diritti basato sulla trasparenza. Abbiamo creato quindi dei meccanismi di semplificazione del diritto d’autore e di recente abbiamo ricevuto una sentenza in Italia che sostanzialmente legalizza il lavoro di Soundreef anche nel nostro paese. Oggi quindi siamo un’alternativa alla Siae a 360°”.

L’alternativa quindi esiste e se volete ascoltare dal vivo chi ha scelto di scommettere su questa reale alternativa lo potrà fare il prossimo 14 novembre quando L’esistenza dei mostri presenterà il proprio album in un locale del centro storico di Napoli, il George Best.

Bolívar presentato da Chávez

Per i libri suggeriti da Leonardo Landi:

Chávez presenta Bolívar. La Rivoluzione latinoamericana

Un mito dell’America del Sud racconta un’altra figura leggendaria dell’orgoglio latino. A pochi mesi dalla sua scomparsa, quest’ultimo libro di Chávez mette di fronte a una doppia eredità. Simón Bolívar, noto come El Libertador è stato uno dei più importanti leader nella guerra d’indipendenza dalla Spagna. Al suo mito si è apertamente ispirato Chávez con la sua Rivoluzione bolivariana. In queste pagine, allo stesso tempo appassionate e concrete, si coglie l’eredità di un popolo che alza la testa di fronte ai soprusi del gigante statunitense. La forza e la dignità di chi non fa altro che prendersi ciò che gli appartiene. La semplice grandiosità del progetto di redistribuzione dei proventi del petrolio, realizzata da Chávez, trova in questo libro l’ispirazione teorica nel racconto delle gesta del Libertador.

Hugo Chávez (1954-2013) è stato presidente del Venezuela dal 1999 al 2013, con un’interruzione durante il colpo di stato del 2002. La sua politica era improntata agli ideali del socialismo democratico. Da sempre critico nei confronti della globalizzazione neoliberista e dell’operato degli Stati Uniti in America Latina e nel mondo. Le circostanze della sua morte hanno sollevato in tutto il pianeta dei dubbi sul ruolo statunitense nel favorirla.

Prezzo:  €16,00 Pagine:202 Data pubblicazione: 2013 ISBN:978-88-5751-726-1

A cura di: Donatella Caristina

BOLÍVAR VIVE

di Luis Britto García

Domenica 18 Dicembre 2011

BOLÍVAR VIVE

Bolívar vive nelle sue opere. È morto in vita chi non crea. Esistono appena quelli i cui lavori non sopravvivono. Il creatore vive mentre la sua opera sussiste. Siamo la durata dei nostri progetti. È abitudine, il 17 dicembre commemorare una vita passata. Prima di deplorare ciò che è perduto, bisogna celebrare quello che perdura.

BOLÍVAR MUORE

La battaglia per l’eternità è come quella che si libra per la vita: precaria e incessante. Bolívar muore ogni volta che il suo nome viene invocato contro le sue idee.

BOLÍVAR VIVE

Nei venti milioni di chilometri quadrati che aiutò a liberare.

BOLÍVAR MUORE

Ogni volta che gli imperi piantano bandiere nelle distese arraffate in Messico, nei territori occupati di Porto Rico, nella superficie colonizzata delle Malvinas, nei possedimenti ancora coloniali o nelle indipendenze nominali ma ancora sottomesse a statuti neocolonialisti.

BOLÍVAR VIVE

Nella prodigiosa geografia che conserva le più abbondanti risorse di acqua dolce, biodiversità, energia e minerali del pianeta; nelle norme che conferiscono la proprietà di questi ai nostri paesi, come il decreto che il Libertador rilascia a Quito il 24 Febbraio 1829, secondo il quale “le miniere di qualsiasi tipo appartengono alla Repubblica”.

BOLÍVAR MUORE

Ogni volta che una porzione del corpo non rinnovabile dell’America viene negoziata con le transnazionali, consegnata in cambio di cianfrusaglie, depositata per procurarsi il superfluo, per legittimare rapine ambientali dei monopoli, abbandonata all’inquinamento o al saccheggio o privatizzata per le appropriazioni esclusive e private delle imprese o delle etnie.

BOLÍVAR VIVE

Nel senza terra, nel senza lavoro, nel senza tetto, nell’affamato, nell’emarginato, nell’escluso, in chi non ha documenti, nell’esiliato, nello schiavo della molenda, nell’immigrato clandestino (espaldamojada), nel sequestrato, nel desaparecido, nel falso positivo.

BOLÍVAR MUORE

Nei parlamenti che annullano i diritti sociali, nei governi che proteggono le molende contro le tasse e le leggi sul lavoro, nei sindacati venduti ai padroni, nelle associazioni padronali che fingono le relazioni di lavoro terziarizzandole con intermediari fantasma.

BOLÍVAR VIVE

Nell’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che proclama come diritto irrinunciabile della Nazione l’Indipendenza, la sovranità, l’immunità, l’integrazione territoriale e l’autodeterminazione nazionale.

BOLÍVAR MUORE

Ogni volta che un giudice sentenzia che la sovranità del Venezuela non è assoluta e che la Repubblica non ha immunità davanti ai giudici, arbitri e carnefici stranieri.

BOLÍVAR VIVE

Quando i nostri paesi si ritirano dagli organismi che sottomettono la propria sovranità i loro contratti di interesse pubblico alle sentenze di dipendenza della Banca Mondiale o giunte arbitrali al servizio dei consorzi.

BOLÍVAR MUORE

Nel momento in cui un governo versa sul popolo un Debito impagabile per superfluità. Nell’istante in cui un Potere Legislativo sanziona Infami Trattati contro il Doppio Tributo, che difendono le transnazionali dal pagamento di tasse nei nostri paesi ed obbligano il popolo a pagare il carico tributario che i capitali stranieri eludono. Nelle norme tributarie regressive, che castigano coloro i quali guadagnano poco o niente e esentano chi accumula fortune.

BOLÍVAR VIVE

Quando i nostri paesi denunciano i falsi trattati di libero commercio, simili a quelli che il Libertador denuncia il 27 Ottobre 1825 tramite lettera al vicepresidente Santander da Potos: “Il trattato di amicizia e commercio tra Inghilterra e Colombia equivale a un peso che mostra su una faccia l’oro e sull’altra il piombo. Vendute queste due quantità vedremo se sono uguali. La differenza che ne risulterebbe sarebbe l’uguaglianza necessaria che esiste tra un forte ed un debole.”

BOLÍVAR MUORE

Quando le disposizioni di Trattato di Libero Commercio, uniformemente rifiutati, come l’ALCA, si infiltrano nuovamente attraverso accordi bilaterali, Trattati di Promozione e Protezione di Investimenti, vergognose clausole incostituzionali nei contratti di interscambio pubblico e accordi di scambio mercantile con paesi che a loro volta hanno Trattati di Libero Commercio con gli imperi.

BOLÍVAR VIVE

Nel miliziano che prende le armi per imporre la sovranità popolare o difenderla.

BOLÍVAR MUORE

Ogni volta che nella “quarta parte del mondo” che lui ha liberato si aprono basi militari esterne alla regione, si sottoscrivono trattati di assistenza militare all’imperialismo, si creano scuole imperiali di contro-insorgenza o missioni castrensi per tutelare la nostra milizia, si finanziano con fondi dell’imperio smisurati macchinari militari che attentano all’equilibrio strategico della regione, si dà via libera a guerre fratricide con l’intento esclusivo delle transnazionali, partono aggressioni programmate, appoggiate e dirette dagli imperi, si creano forze paramilitari per favorire il terrorismo di Stato, si ammette l’ingerenza di forze di polizia o parapolizia foranea, si inviano latinoamericani come carne da macello in truppe ausiliarie o mercenarie per lottare in guerre imperiali ai confini del mondo.

BOLÍVAR VIVE

Nel sabotato Congresso Anfitrionico di Panama, nel suo piano del 1826 di una “federazione tra Bolivia, Perù, Colombia più stretta degli Stati Uniti, capeggiata da un presidente e un vicepresidente e retta dalla costituzione boliviana, che potrà servire agli stati in particolare e per la federazione in generale, facendo variazioni sul caso. L’intenzione di questo patto è la perfetta unità possibile sotto forma federale”. Il Libertador rivive nei progetti latinoamericani di Eloy Alfaro e Cipriano Castro, Augusto Cesar Sandino, nel Mercosur, nell’Alba, in Unasur, nella Celac, in tutti ed in ognuno degli sforzi dei latinoamericani e dei caraibici per riconoscerci nella grande nazione che siamo e che saremo.

BOLÍVAR MUORE

Nelle cospirazioni secessioniste della Cosiata, nello smembramento della Gran Colombia e del Centroamerica, nei tentativi di frammentare i nostri paesi invocando scuse regionali o etniche, nelle Organizzazioni Non Governative, che operano come lacchè sostenute dalle potenze straniere, nel panamericanismo servile, nelle organizzazioni costituite come Ministeri delle Colonie degli imperi che pretendono guidare i nostri governi, i nostri tribunali e le nostre economie, le nostre coscienze.

BOLÍVAR VIVE

Nei sistemi educativi gratuiti per tutte le classi sociali e centrati nell’apprendimento dell’esperienza e la ricerca sostenuta da Simón Rodríguez; nella partecipazione politica fondata sulla conoscenza e non sulla proprietà, istaurata nella prima Costituzione della Bolivia; nell’articolare il pensiero che la divulga, esamina, critica e dibatte.

BOLÍVAR MUORE

Nei sistemi educativi con tariffe per i privilegiati, tutelati da burocrazie imperiali o clericali; nella conoscenza trattata come merce, nel meccanismo di copyright concepito come carcere per la schiavitù mentale, nei mezzi al servizio dell’interesse foraneo o oligarchico che diffondono solo contenuti fallaci o importati.

BOLÍVAR VIVE

In chi inventa, in chi crea, in chi si interroga, in chi impegna tutta la propria coscienza sull’enigma inesauribile dell’essere americano.

BOLÍVAR MUORE

In chi copia, in chi imita, in chi rimisura, in chi non ha buon senso, in chi plagia, in chi vitupera il suo proprio essere, in chi claudica.

BOLÍVAR VIVE

Viva Bolívar!

[trad. dal castigliano di Martina Tabacchini]

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