I nuovi trattati di libero commercio che gli USA stimolano

TTIP

di Juan Manuel Karg* – omal.info

Questo mese di novembre l’America latina compie dieci anni dal “No all’ALCA”, con il quale i paesi della regione respinsero l’introduzione di un gigantesco accordo guidato dagli USA. A quel tempo i nostri paesi decretarono un principio anticiclico in uno dei momenti di maggior apogeo del liberoscambismo su scala globale. Oggi, dieci anni dopo, quali sono i nuovi trattati che gli USA stanno stimolando? Perché sono contro i BRICS, ovvero contro quei paesi emergenti che hanno attivato l’economia a livello mondiale negli ultimi anni? Qual è la disputa, in termini internazionali tra gli Usa e la Cina, scatenata da questa circostanza?

  • Il Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Già firmato, abbraccia dodici paesi che compongono il 40% del PIL mondiale: USA, Messico, Perù, Cile, Giappone, Vietnam, Singapore, Brunei, Malaysia, Australia e Nuova Zelanda. Come ogni accordo di libero commercio che si caratterizzi, esso si fondamenta sulle asimmetrie esistenti tra i membri che lo compongono, il che favorisce enormemente agli USA, il principale interessato nel vederlo materializzarsi – e che sarà approvato dal Congresso nei prossimi mesi -.

Il TPP nasce, inoltre, con un’altra finalità malcelata: cercare di consolidare un contrappeso all’interno della Cina e del suo processo di crescita nel blocco asiatico. In altre parole, proprio all’interno della zona d’influenza della nuova potenza economica mondiale. Il Giappone, socio privilegiato degli USA nell’area, è il “Cavallo di Troia” che porterà avanti questa strategia pensata da Washington di fronte al veloce spiegamento da parte del gigante asiatico. Le parole di Obama sul TPP, lo stesso giorno in cui questo è stato firmato, sono state eloquenti: “Non possiamo consentire che paesi come la Cina detti le regole dell’economia mondiale”.

  • Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP). Ancora in fase di negoziazione, il TTIP è il tentativo di avanzata verso un’area di libero commercio tra gli USA e l’Unione Europea (UE). I negoziati avvengono in un momento in cui la periferia del Vecchio Continente soffre una serie di agitazioni dovute alla disoccupazione e all’ineguaglianza come prodotto di un lustro di decrescita economica iniziato con la caduta della Lehman Brothers negli USA. Con l’ineludibile condizione del segreto dei negoziati – qualcosa che condividono i suoi pari TPP e TISA – il TTIP possiede una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri trattati: prevede la creazione di un tribunale di arbitraggio che operi separatamente dal sistema giuridico di ogni paese con l’obiettivo di “proteggere gli investimenti stranieri”. Come si può osservare, esso costituisce un’impalcatura che favorisce le transnazionali, le quali saranno le principali a beneficiare di questa vera foga contro gli Stati nazionali.

Una recente mobilitazione di massa che si è tenuta a Berlino contro il potere dell’UE oltre Bruxelles, ha dimostrato che i lavoratori europei sono in allerta di fronte all’avanzata dei negoziati del TTIP. Nella foto del corteo di 250 mila persone, pubblicata sui quotidiani, si coglie una certa analogia con quanto accaduto in America latina agli inizi di questo secolo quando importanti mobilitazioni in Argentina, Brasile e Venezuela contribuirono  a che Kirchner, Lula e Chávez dichiarassero con fermezza, no all’ALCA.

  • Il Trade in Services Agreement (TISA). Negoziato nella maggiore segretezza. Wikileaks recentemente ha diffuso alcuni dei punti principali di quest’accordo sui servizi su scala mondiale. Si descrive che il TISA consentirà alle corporazioni finanziarie di esportare i dati personali dei consumatori di tutto il mondo, entrando in contraddizione con le attuali leggi in vigore sulla protezione dei dati, ad esempio, come quelle esistenti nell’Unione Europea. Un altro dei punti roventi del TISA risiede nella pretesa da parte delle compagnie finanziarie internazionali di poter essere esentate dal rispetto delle normative di un paese nel quale desiderano stabilirsi, se le loro attività sono consentite in quello di origine. Ad esempio ciò abiliterebbe in altri continenti l’avvio di tutta una serie di prerogative da parte di aziende americane, alle quali Washington abbia dato loro il visto buono.

Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Stati Uniti, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Svizzera, Taiwan, Turchia e la Commissione Europea sono gli attori che proseguono i negoziati di questo “accordo” nel settore dei servizi. L’Uruguay ha deciso di allontanarsi dopo la presa di posizione da parte del partito del governo Frente Amplio, il quale ha ratificato il rifiuto dichiarato dalla maggioranza dei paesi che conformano il MERCOSUR, dove affermano di non partecipare a questi accordi che impongono condizioni leonine. Tuttavia la continuità nei negoziati da parte del Paraguay – anche lui membro fondatore del blocco – costituisce un dato di fatto sul quale prestare particolare attenzione a soli quattro anni dal colpo parlamentare contro Fernando Lugo (avvenimento che, in definitiva, ha reso possibile anche questa scelta).

È necessario chiudere quest’articolo con alcune conclusioni sulla congiuntura economica internazionale di questi ultimi anni. In primo luogo, lo sfondo sul quale si svolgono tutti questi negoziati ruota intorno al tentativo da parte degli USA di colpire la Cina in un momento in cui l’economia orientale continua a essere il motore che muove il mondo: il 7% della crescita prevista da Beijing per i prossimi anni – anche se minore al 14% registrato alcuni anni fa – è più indicativo che quel magro 2% di cui s’inorgogliscono gli USA. D’altra parte si vuole colpire anche la Russia, l’India, il Brasile e il Sudafrica; paesi emergenti, che sono riusciti insieme ai paesi con governi neoliberali della regione, a far sentire la loro crescente voce nelle istituzioni internazionali, diminuendo l’influenza degli USA e dell’UE. La decisione di Washington sembra ormai presa: lanciare un’offensiva contro l’idea di “nuovo mondo multipolare”, attraverso una massiccia liberalizzazione commerciale che possa sollevare la loro tendenza di debolezza e confrontarsi con – le ormai inequivocabili – economie emergenti.

Infine gli USA cercano di “aprire” per, in verità, chiudere, nel tentativo d’individuare la forma per rivitalizzarsi in un momento messo a soqquadro dalle sue aspirazioni, sia dal punto di vista geopolitico che da quello geoeconomico. Ci riuscirà?

* politologo UBA e analista internazionale, Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Argentina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

TTP e TTIP: la nuova architettura neoliberale

di Vincenzo Paglione

Una delle risposte dei governi latinoamericani alla necessità di superare la divisione in Stati nazionali è stata quella dell’integrazione economica, la quale ha avuto le sue radici nel XIX secolo e diventata realmente perseguibile solo nel XX.

Le nuove proposte come UNASUR e ALBA con l’obiettivo di avviare un nuovo percorso dell’unità continentale nelle sue diverse varianti sub-regionali, provano ad essere contrastate dall’ennesimo Trattato di Libero Commercio (TPP e TTIP) proposto dagli Stati Uniti, mediante l’avviamento di accordi bilaterali e multilaterali con l’Asia e con molti paesi della regione.

Già negli anni ’90 del secolo scorso diversi paesi del subcontinente, avevano firmato degli accordi quadro con gli Stati Uniti i quali fecero approvare, sotto la guida dell’allora presidente Bill Clinton, l’ambizioso progetto di creare una vasta Area di Libero Commercio che si estendesse dall’Alaska alla Terra del Fuoco e da tutti conosciuta con la sua sigla ALCA. Questo progetto avrebbe assicurato agli Stati Uniti il controllo economico dell’intero continente.

Il Venezuela, insieme con altri paesi latinoamericani, non fu d’accordo con la proposta degli americani, facendo naufragare definitivamente il progetto dell’ALCA nel 2005.

Le nuove forme di aggregazione come l’ALBA e la CELAC, fortemente volute dall’allora presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frías, hanno coinvolto i paesi dei governi che si richiamano apertamente al Socialismo del XXI secolo e alcune isole dei Caraibi (Venezuela, Cuba, Honduras, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Repubblica Dominicana, San Vicente y Granadinas, Antigua e Barbados).

Anche l’UNASUR, che è l’insieme del MERCOSUR e della CAN (Comunità Andina), voluto dal Brasile e appoggiato dal Venezuela, come contrapposizione alla logica operativa di ampliamento del NAFTA che si sarebbe dovuto concretizzare in ALCA, ha dovuto affrontare la vecchia tensione dialettica tra bolivarismo e monroismo, ovvero tra visione solidale latinoamericana e tentativo di egemonia nordamericano. L’UNASUR è il primo e vero tentativo geostrategico di articolazione del potere continentale e della sua integrazione economica e politica.

I messaggi rassicuranti proferiti da Washington con l’insediamento di Barack Obama nel 2009, sembravano aprire uno spiraglio di riavvicinamento della nuova amministrazione all’America latina. Tuttavia gli accordi multilaterali come quello Transpacifico di Associazione Economica (TTP) che nello spazio americano vedono gli USA, il Canada, il Messico, il Perù e il Cile tra i principali firmatari, stanno mettendo in seria difficoltà il dialogo politico e la cooperazione, così come la ridefinizione del Sud-Sud del mondo, secondo l’ottica bolivariana; soprattutto perché ancora deficitario di un programma politico ed economico condiviso, il che è volto a minacciare la loro esistenza nel lungo termine.

Inoltre con i trattati TTP e TTIP si amplificherà il potere delle multinazionali al punto da vedere limitata la sovranità degli Stati, il che consentirà a queste di intraprendere azioni legali ai governi nel caso in cui l’applicazione di un intervento legislativo determini una diminuzione dei loro profitti.

Per di più questi accordi, legittimati da norme opache prive di legittimità democratica e architettate per danneggiare i popoli e le persone, segnerebbero nella sfera commerciale l’abolizione delle barriere tariffarie e normative dei paesi coinvolti.

Se ci dovessimo soffermare su quanto sta accadendo nel subcontinente in questo momento, non passerebbe per inosservato il ritorno di un certo nazionalismo di matrice populista che vede nella mobilitazione delle masse, sollecitata dai governi di alcuni paesi che si appellano ai valori nazionali, al fine di predisporle a forme di resistenza contro l’invadenza di fattori esterni traumatizzanti e non. Un chiaro esempio sono le tensioni bilaterali nella frontiera tra la Colombia e il Venezuela e tra quest’ultimo paese e la Guiana. Ma si possono aggiungere anche il contenzioso tra Perù, Bolivia e Cile o il mutuo sospetto che intercorre tra il Cile e l’Argentina. Sono questi fin qui elencati, fattori che impediscono la costruzione di un’architettura di sicurezza d’insieme che minaccia il processo d’integrazione regionale.

Con frequenza ci si riferisce all’America latina come una regione dove i principali fattori culturali si collocano all’insegna della coerenza, nel senso di visione di destino condiviso, che per via di principio consentirebbe l’integrazione.

Ma l’America latina non è mai stata una regione omogenea, malgrado abbia avuto periodi di convergenza intorno ad alcuni temi come quelli concernenti il miglioramento delle politiche sociali o, per l’appunto, sulle proposte d’integrazione.

La frammentazione che si è generata nei paesi dell’America latina e i Caraibi ha prodotto degli effetti negativi nella regione. Ma forse il fattore che più ha alterato l’agenda regionale è stato la morte del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.

La sua scomparsa prematura solleva una serie d’inquietudini sul futuro del chavismo e del socialismo del XXI secolo che, unita alle difficoltà economiche del paese e ai problemi interni che attraversa, tende a contrastare con forza il potenziale anti-egemonico nella regione.

L’entrata del TTP sullo scacchiere internazionale consentirà agli USA (e all’UE come alleato subalterno) di consolidare un’estesa area d’influenza politica che includerebbe tutti i paesi aderenti con il fine di assediare gli attori emergenti (Russia e Cina) che minacciano la sua supremazia.

Quest’accordo multilaterale rafforzerà la posizione egemone degli USA, il che in termini pratici si traduce per i suoi partner nell’accettazione piena delle regole e delle norme imposte dal trattato, lasciando poche possibilità a una sua impugnazione.

In America latina i paesi che hanno aderito (Messico, Cile e Perù e, forse, si aggiungerà la Colombia) rivestiranno il ruolo di cavie per ristabilire nella regione un’area aperta d’ispirazione neoliberale per contrastare l’egemonia dei governi rivoluzionari e progressisti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Bolivia e Argentina.

Ma questo processo di egemonizzazione dello spazio internazionale, senza dubbio genererà dei conflitti tra i paesi firmatari, poiché il basso peso specifico delle parti è stato sempre fonte di asimmetrie e squilibri che hanno dato luogo a rapporti subalterni.

Ricordando che queste fin qui tracciate sono delle semplici annotazioni da cui far partire una ricerca più approfondita sulla dimensione delle dinamiche che sono diventate immensamente superiori a quelle fino ad ora conosciute (macroaree o aree continentali con attori non più obbedienti alle regole dei singoli stati-nazione), una strategia che non facilita certo l’arresto dei meccanismi di potere tra centro e periferia e di cui bisogna sempre più tenerne conto, si rende impellente che l’opinione pubblica sia al corrente delle conseguenze che implicherebbe una loro approvazione.

[articolo di Vincenzo Paglione per ALBAinformazione]

NATO complice ISIS nella vendita di petrolio rubato a Siria e Iraq

da hispantv

Un media tedesco ha rivelato la complicità della NATO nel contrabbando di petrolio rubato dall’Isis (Daesh, in arabo) alla Siria e all’Iraq.

I paesi membri della NATO, in particolare Turchia, Stati Uniti e il Regno Unito, fanno finta di non vedere su queste attività, facilitando la continuazione di questo saccheggio economico. Lo ha riferito il sito web di informazione tedesco DWN.

Inoltre, si aggiunge che il gruppo terroristico Daesh sta beneficiando del furto e della vendita illegale di petrolio, con un profitto di tre milioni di dollari al giorno, per una vendita giornaliera di 45.000 barili di petrolio.

L’Isis ha il controllo del 60% della produzione del siriano e sette dei campi petroliferi dell’Iraq.

La fonte aggiunge che i più stretti alleati di Londra e Washington, come il governo regionale del Kurdistan iracheno e l’Organizzazione di intelligence nazionale della Turchia (MIT), facilitino il contrabbando di petrolio.

Le autorità del Kurdistan iracheno e il governo turco, negano qualsiasi coinvolgimento nel contrabbando di idrocarburi svolto da questo gruppo, evidenziando le misure adottate per rallentare questo traffico.

Nafiz Ahmed, un giornalista del portale di notizie online Middle East Eye, citando una fonte del governo iracheno, che ha parlato a condizione di anonimato, ha sottolineato l’omertà delle autorità curde sulla vendita del petrolio iracheno sul mercato nero.

«Gli USA sanno molto bene ciò che sta accadendo, ma Erdogan ha buoni rapporti con il presidente Obama; Erdogan fa quello che vuole e gli USA approvano», ha aggiunto il funzionario iracheno.

Come ulteriore prova della complicità della NATO, DWN aggiunge che la compagnia petrolifera anglo turca Genel Energy legata ai parlamentari britannici, ha ricevuto un ordine per la fornitura alle raffinerie della società curda Gruop Nokan, che è sospettata di sostenere la vendita illegale di petrolio dell’Isis alla Turchia.

Tra i clienti del greggio rubato all’Iraq e alla Siria figurano alcuni paesi europei che lo comprano ad un prezzo speciale, come indicato alla fine del 2014 dal direttore del Servizio federale di sicurezza russo (FSB), Alexander Bortnikov.

Oltre al contrabbando di petrolio, Daesh ha altre fonti di finanziamento, quali il traffico di organi e la vendita di reperti archeologici e storici.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Spagna: il Partito comunista solidale con la Siria nella lotta al terrorismo

da sana.sy

Il Partito comunista spagnolo, ha tenuto, sabato scorso, un seminario di in solidarietà con la Siria dal titolo “La solidarietà con il popolo siriano e il governo / contro gli atti di terrorismo” presso la sede degli Amici dell’UNESCO, a Madrid.

Il Professore universitario e ricercatore Paolo Sabbagh ha affermato che ciò che sta accadendo in Siria è diretto contro il popolo siriano e le strutture del governo siriano, spiegando il ruolo dei media nel seminare e diffondere la paura del terrorismo, con la contraffazione e la manipolazione degli event al servizio delle organizzazioni armate.

A sua volta, il ricercatore di Scienze Sociali e Politiche, il professor Angeles Diez, ha spiegato che  l’egemonia statunitense sull’Ue serve ai suoi interessi e progetti, sottolineando che il presidente USA, Barack Obama ha cercato di attaccare la Siria e per indebolire le capacità dell’esercito siriano, il cui unico beneficiario è l’entità sionista.

Nello stesso contesto, il vice segretario del Partito comunista di Francisco Frutos, ha elogiato la fermezza del popolo siriano, la sovranità dello stato siriano, i rapporti di convivenza tra tutte le componenti della società, esprimendo sostegno al popolo siriano, al governo, e l’ esercito nella lotta contro il terrorismo, e la resistenza contro le organizzazioni terroristiche, chiedendo, infine, una soluzione politica e pacifica della crisi in Siria.

Inoltre, l’incaricato d’affari presso l’Ambasciata siriana in Spagna, Milad Atiah, ha evidenziato le flagranti violazioni dei valori, dei principi del diritto internazionale e del Consiglio di sicurezza della comunità delle Nazioni Unite da parte di alcuni paesi occidentali.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) «Gli Stati Uniti erano a conoscenza della nascita dell’Isis»

da hispantv

Mesi prima della nascita del gruppo terroristico Isis (Daesh, in arabo), il governo degli Stati Uniti era stato informato dalla Defense Intelligence Agency, DIA, sull’ascesa del gruppo takfiro e sulla dichiarazione imminente di un “califfato” in Iraq e Siria.

Le vecchie armi immagazzinate negli arsenali militari in Libia sono state spedite dal porto di Bengasi, in Libia, a quelli di Banias (ovest Siria) e Burj Islam (nord-ovest della Siria).

Il sito Judicial Watch ha pubblicato di recente una serie di documenti precedentemente classificati da parte del Dipartimento della Difesa e dal Dipartimento di Stato che rivelano come Washington era a conoscenza della spedizione massiccia di armi dalla città di Bengasi ai terroristi che lottano per rovesciare il legittimo governo del presidente siriano, Bashar al-Assad in Siria.

La relazione sulla crescente minaccia rappresentata da quello che oggi è conosciuto come il gruppo takfiro, Daesh, così come il fatto che stava ricevendo una gran quantità di armi dalla Libia, è stata inviata il 5 agosto 2012 alla Casa Bianca. Lo ha segnalato, oggi, l’agenzia iraniana Fars, citando il Judicial Watch.

«Le armi degli ex arsenali militari in Libia sono state spedite dal porto di Bengasi, in Libia, ai porti di Banias (ovest della Siria) e di Burj Islam (nord-ovest della Siria). Le armi inviate a fine agosto 2012 erano: fucili da cecchino, RPG (anticarro lanciarazzi a spalla) e razzi 125 millimetri e 155 mm», si legge nel documento.

Nel rapporto si avvertiva che il continuo deterioramento delle condizioni di sicurezza avrebbe avuto “conseguenze disastrose sulla situazione irachena” e portato enormi benefici al gruppo terroristico Isis, nato, si legge nell’informativa, da Al-Qaeda in Iraq.

«Questo crea il luogo ideale per Al-Qaeda (in Iraq), per tornare alle sue vecchie roccaforti a Mosul e Ramadi», prosegue il documento, aggiungendo che «l’Isis potrebbe anche dichiarare un califfato attraverso la sua unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, che costituiscono un grave pericolo per l’unità dell’Iraq e la protezione del suo territorio».

Nonostante gli avvertimenti emessi dalla DIA, l’Isis con migliaia di combattenti regionali, europei e americani, ha dichiarato, nel giugno 2014, l’istituzione del suo califfato in alcune zone occupate in Iraq e in Siria, dove ha commesso vari crimini contro l’umanità, tra cui esecuzioni sommarie e rapimenti di massa.

Le memorie dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, e i documenti trapelati dall’ex analista del National Security Agency degli Stati Uniti, NSA, Edward Snowden, confermano che l’Isis è stato creato da un gruppo composto da elementi dei servizi segreti degli Stati Uniti, del Regno Unito e dal lavoro de regime israeliano per soddisfare gli interessi di Washington e dei suoi alleati in Medio Oriente.

L’attacco consolato USA di Bengasi

Nelle rivelazioni del Judicial Watch emerge, tra l’altro, che il Dipartimento della Difesa ha riferito quasi subito che l’attacco al consolato Usa nella città libica di Bengasi è stato pianificato dieci giorni di anticipo e compiuti da terroristi legati ad Al-Qaeda.

Secondo il testo, l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e altri alti funzionari dell’amministrazione del presidente USA, Barack Obama, erano consapevoli che era stato messo a punto un piano “per uccidere quanti più statunitensi è possibile”.

L’attacco, avvenuto nel settembre 2012, ha provocato la morte dell’ ambasciatore USA, Chris Stevens e di altri tre cittadini statunitensi.

Le violenze sono avvenute durante la campagna elettorale negli Stati Uniti. Dopo le elezioni i repubblicani hanno accusato l’amministrazione Obama di aver nascosto la natura terroristica di quello che è successo per non perdere voti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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(VIDEO) Maduro a RT: «C’è grande miopia nella leadership occidentale»

554dfc97c4618885068b4616da Russia Today

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, che si trova a Mosca per le celebrazioni del Giorno della Vittoria, ha visitato la sede di Russia Today e concesso un’intervista esclusiva sui temi chiave della politica internazionale

Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, è uno dei leader mondiali arrivati a Mosca per commemorare il 70° anniversario della Grande Vittoria sul fascismo nella Seconda Guerra Mondiale. Dalla sede di Russia Today il dirigente bolivariano ha concesso un’intervista che ha toccato diverse questioni internazionali.

«RT ha riempito di qualità la televisione internazionale», ha affermato Maduro ringraziando l’emittente per l’invito.

Commemorazione del Giorno della Vittoria

Il capo dello stato venezuelano ha evidenziato che «fu il popolo russo a rompere la spina dorsale della Germania nazista».

«Spetta alla gioventù assumere il compito di costruire un altro mondo. Questo è il messaggio proveniente dalla celebrazione della Vittoria», ha commentato il presidente, sottolineando che la storia è ancora tutta da costruire.

Riguardo le celebrazioni per il 70° anniversario, il presidente venezuelano ha dichiarato che l’arrivo di tanti leader mondiali a Mosca è il segno «della grande ammirazione per la storia russa».

«Sembra che l’Europa stia lavorando contro se stessa. Per la meschinità di alcuni leader, che sono essi stessi i grandi perdenti», con queste parole Maduro ha commentato la mancata partecipazione alle celebrazioni nella capitale russa di alcuni capi di stato occidentali.

Relazioni tra Venezuela e Stati Uniti

Parlando della tensione nelle relazioni tra Venezuela e gli Stati Uniti, il Presidente della Repubblica Bolivariana ha descritto il decreto di Washington contro Caracas come ‘sproporzionato’. Il decreto, che è stato approvato nel mese di marzo, impone sanzioni a vari funzionari venezuelani e qualifica il Venezuela come una minaccia. Maduro, da questo punto di vista, ritiene che sia Obama con il suo ordine esecutivo a voler «minacciare il Venezuela».

Secondo il presidente, in America Latina «abbiamo una posizione unanime contro questo documento». Grazie all’appoggio del continente al Venezuela, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, «si è reso conto» che la Repubblica Bolivariana non è sola. «Il rifiuto al decreto degli Stati Uniti è forte».

«Gli Stati Uniti vogliono arrestare la crescente forza della Russia»

«La Russia si è già affermata nel XXI secolo come una delle grandi potenze», ha affermato il dirigente bolivariano, che ha poi spiegato che Washington cerca di «ostacolare il percorso naturale della Russia». Secondo la sua opinione, la Russia è in forte crescita e gli «Stati Uniti vogliono arrestarla».

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«Gli Stati Uniti necessitano sempre di un nemico – ha denunciato il presidente – così adesso hanno creato un nuovo mostro, il terrorismo internazionale».

La ‘stretta di mano’ tra Cuba e Stati Uniti

In occasione del Vertice delle Americhe tenutosi a Panama i presidenti di Cuba e Stati Uniti hanno tenuto uno storico incontro, che ha rappresentato una simbolica stretta di mano dopo oltre mezzo secolo di restrizioni economiche imposte contro la nazione cubana. Nicolás Maduro ha ricordato che il presidente statunitense ha «riconosciuto» che il bloqueo imposto a Cuba «è stato un fallimento».

«Cuba ha vinto e conquistato una nuova era nelle relazioni con gli Stati Uniti», ha affermato il presidente venezuelano, sottolineando che «Cuba è un esempio di dignità, di lotta e di resistenza da 56 anni».

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«Stiamo lavorando affinché gli Stati Uniti imparino ad avere rapporti rispettosi con Cuba e tutta l’America Latina», ha concluso Maduro.

La situazione economica in Venezuela

In ripetute occasioni il governo venezuelano ha denunciato di dover far fronte a una guerra economica promossa dall’estero e dalla destra venezuelana. A questo proposito, il presidente ha dichiarato «la guerra economica è il residuo fronte di attacco rimasto alla politica imperiale». «Abbiamo ingaggiato una tremenda battaglia verso il contrabbando […]. Stiamo facendo sforzi enormi per soddisfare tutte le necessità dei venezuelani».

Inoltre, il dirigente bolivariano ha spiegato che sono stati fatti passi importanti per superare i problemi economici, evidenziando che l’anno scorso si è concluso con il «5,4% di disoccupazione». Il presidente ha poi ricordato che sono state adottate misure per incrementare gli investimenti nella sfera pubblica e per aumentare i poteri presidenziali (habilitantes) al fine di proteggere la popolazione dalla guerra economica.

L’opposizione e il governo venezuelano

«Credevano che con la scomparsa fisica di Chávez si sarebbero potuti liberare facilmente di me, adesso sanno che non è così», ha dichiarato il presidente venezuelano, commentando la tensione nel paese dovuta alle azioni dell’opposizione.

Il presidente ha rivelato che «quasi tutti i settori dell’opposizione sono coinvolti nei piani golpisti».

Tuttavia, «noi continueremo per la nostra strada. Siamo sempre pronti a dialogare con l’opposizione» ha sottolienato Maduro. «Il nostro è un popolo nobile», ha affermato il presidente, ricordando che «financo gli oppositori si sono riempiti con i valori della rivoluzione bolivariana».

Nicolás Maduro ha confessato con un sorriso che, evidentemente, è un «compito difficile» governare dopo Hugo Chávez, anche se ha sottolineato che «il Comandante ci ha preparato per questo e altro ancora. Ha formato un popolo molto partecipativo, critico ed esigente».

RT in Venezuela

Da novembre 2014, il blocco informativo di RT è trasmesso dal canale televisivo pubblico venezuelano VTV. Lo scorso mese di dicembre RT in spagnolo ha iniziato a trasmettere il suo segnale sul canale 709 della rete venezuelana satellitare DIRECTV, la maggiore piattaforma digitale del mondo, e sul canale 25.05 della ‘Televisión Digital Abierta de Venezuela’.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Il drone, ovvero il ritorno di Enrico VIII

A drone designed and constructed by Concepcion University and the Chilean army is seen during a flight test at Concepcion citydi Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

L’uccisione nel gennaio scorso dell’ostaggio italiano Giovanni Lo Porto in seguito un attacco di un drone statunitense al confine tra Afghanistan e Pakistan ha reso ancora una volta evidente che il rapporto tra Roma e Washington è quello che intercorre tra il centro dell’Impero (un poco ammaccato e in discussione) e una colonia periferica, abituata da qualche lustro all’assoluta obbedienza e subito pronta a sollevare dalle responsabilità l’imperatore: «è colpa dei terroristi che li hanno usati come scudi umani», ha subito precisato il ministro Pinotti.

Non un minimo accenno è stato fatto per mettere in discussione – condannare sarebbe troppo! – la pratica omicida e illegale delle uccisioni mirate tramite invio di droni. Mirate sino ad un certo punto, visto che la morte dell’ostaggio italiano – e con lui di quello statunitense – dimostra che ogni attacco può causare l’uccisione di innocenti. Secondo uno studio della sorosiana Open Society Foundation sono circa 2.000 le persone uccise in Pakistan dai droni Usa e tra queste molte sono civili.

Nel 2013, in occasione della presentazione di un rapporto di Amnesty International sull’argomento, il ricercatore pakistano Mustafa Qadri ha dichiarato che «Grazie alla segretezza che avvolge il programma sui droni, l’amministrazione Usa ha licenza di uccidere senza controllo giudiziario e in violazione degli standard basilari sui diritti umani. È giunto il momento che gli Usa rendano noto il programma e chiamino a rispondere i responsabili delle violazioni dei diritti umani». Le azioni esaminate dal rapporto – 45 nel periodo compreso tra il gennaio 2012 e l’agosto 2013 nel solo Nord Waziristan – hanno lasciato sul terreno numerosi innocenti, per nulla collegati ad azioni o progetti terroristici. Basta un esempio: nel luglio del 2012  – si legge – «18 braccianti, tra cui un ragazzo di 14 anni, sono stati uccisi in un attacco multiplo contro un povero villaggio situato nei pressi della frontiera con l’Afghanistan. Stavano per cenare, al termine di una dura giornata di lavoro».

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Gli Stati Uniti non cambiano

2567da itanica.org

«Chi provoca, nella nostra regione? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questi vertici? Gli Stati Uniti. Perché non ci sarà un documento finale in questo Vertice?  A causa degli  Stati Uniti», ha detto il pomeriggio di questo sabato il Presidente della Repubblica, Daniel Ortega Saavedra, nel suo intervento dinanzi la seduta plenaria del Vertice delle Americhe, a Panama.

Il Comandante ha iniziato il suo discorso ricordando la risposta del Generale panamense Omar Torrijos  alla domanda di un giornalista che gli chiedeva come pensava di entrare nella storia, alla quale rispose  dicendo che quello che gli interessava era entrare nel Canale interoceanico insieme al suo popolo, il quale aveva sacrificato molte vite per ottenerlo. Poi, ha ricordato come alla fine si era imposto il dialogo e si era riusciti ad intavolare negoziazioni tra Torrijos e l’allora Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. 

Sottolineando l’importanza del dialogo, il presidente del Nicaragua ha segnalato che ai Vertici delle Americhe ci sono stati due grandi assenti: Cuba e Porto Rico e che però si è già  ottenuto che Cuba partecipi. Tuttavia, ha citato la canzone di Pablo Milanés: «Cuba e Porto Rico sono le due ali di un passero», dato che «Porto Rico è Latinoamericano e Caraibico».
 Ortega ha commentato il breve incontro che ha avuto luogo alla vigilia tra il leader indipendentista di Porto Rico Rubén Berrios, incluso nella delegazione nicaraguense al Vertice, con il Presidente Obama, e ha accolto favorevolmente le parole del Presidente statunitense circa la sua apertura al dialogo con Porto Rico, dato che si tratta di un popolo i cui diritti sono limitati.

Allo stesso tempo il rappresentante nicaraguense ha approfittato, visto che si era parlato molto di diritti umani nelle riunioni di vertice, per richiedere la liberazione di Oscar Lopez Rivera, che da 34 anni è detenuto negli Stati Uniti a causa della sua lotta per l’indipendenza di Porto Rico.

Il Comandante Daniel Ortega ha detto di come gli Stati Uniti si considerassero esempi di democrazia, di cui desideravano dare lezione imponendo loro dittature; e ha ricordato l’esempio di William Walker, l’intellettuale e giornalista che nel 1856 invase il Nicaragua e decretò la schiavitù. Ha altresì assicurato che l’antimperialismo in Nicaragua non è nato dal conflitto Est-Ovest.

Il comunicato degli Stati Uniti contro il Venezuela, ha detto, ci ricorda il ‘Comunicato Knox’, un ultimatum che gli Stati Uniti diedero al Presidente José Santos Zelaya  nel 1907 obbligandolo all’esilio a Parigi e che provocò una sanguinosa guerra civile. Cinque anni più tardi, «nel 1912 arrivarono le truppe yankee nel paese, e ancora non aveva trionfato la Rivoluzione di Ottobre» in Russia, ha ricordato. «Non è un problema ideologico», ha sottolineato.

Il problema, ha assicurato Ortega, è che «gli yankee non cambiano». Da una parte, ha detto, fanno un cenno a Cuba, dall’altro fanno un attacco al Venezuela.

Tuttavia, quello che i paesi latinoamericani hanno con il Venezuela, sono programmi sociali: magari gli Stati Uniti si mettessero a competere col Venezuela in questo ambito, ha aggiunto.
 
Il Comandante Daniel Ortega ha commentato le intenzioni di cambiamento espresse dal Presidente statunitense constatando che la politica degli Stati Uniti non è quella di un Presidente, bensì quella di un Impero. Ha sottolineato come la ragione per cui gli Stati Uniti si sono sviluppati maggiormente dei popoli al di sotto del Rio Bravo non dipende dal fatto che siano più intelligenti, bensì dal fatto che la potenza del nord deriva dal trasferimento dell’ avanzato Impero Britannico in America del Nord, cosa che ha dato agli Stati Uniti una natura imperialista. 

In questo senso i tempi non sembrano essere cambiati, ha aggiunto; e anche se Obama sembra essere una persona di buona volontà, l’Impero gli pone limiti di azione, e se la macchina degli interessi imperialisti capisce che esce dalla linea, «allora lo assassinano. In questo momento a Obama staranno piovendo addosso insulti negli Stati Uniti perché si riunisce con Cuba», ha commentato.

Il Comandante Ortega ha qualificato l’ordine esecutivo di Obama contro il Venezuela come «un attacco contro la Nostra America», e ha aggiunto che come Latinoamericani hanno il diritto di pensare che il modo di agire degli Stati Uniti, che da una parte intavolano un dialogo con Cuba e allo stesso tempo alzano il livello delle minacce contro il Venezuela, obbedisca ad un piano.

Si è riferito alle ultime spiegazioni fornite dal governo degli Stati Uniti, cioè che dovevano mettere nell’ordine esecutivo che il Venezuela rappresenta una minaccia per loro a puro titolo di  formalità, solo per impedire l’entrata nel loro territorio di alcuni funzionari. “Se si tratta di negare visti, perché c’è bisogno di un decreto?”, si è chiesto. «Se a noi negano visti tutti i giorni!», ha affermato, aggiungendo come sia inaccettabile che per negare visti debbano andar dicendo che gli altri paesi rappresentino una minaccia.
 
Il Presidente ha continuato la sua riflessione dicendo che, invece di partecipare al presente Vertice per parlare di temi quali equità, prosperità ed educazione, ha dovuto partecipare per parlare dell’inammissibile Decreto degli Stati Uniti contro il Venezuela.

Ha aggiunto che non dobbiamo farci illusioni sul fatto che gli Stati Uniti faranno marcia indietro sul Decreto contro il Venezuela in un futuro prossimo, se consideriamo che sono  voluti  loro 50 anni per iniziare a riconoscere il fallimento del blocco a Cuba – e a proposito di questo ultimo, ha pregato Dio affinché Obama ottenga l’approvazione del Congresso al suo annullamento prima della fine del suo mandato presidenziale.

Il Comandante ha poi continuato col tema dei progetti sul gas nella regione, tema che provoca grande preoccupazione al governo del Nicaragua perché tali progetti vanno a collidere con gli obiettivi ambientali, in quanto si tratta di risorse non-rinnovabili e inquinanti. 

Il Presidente ha ricordato che il suo paese è andato aumentando la produzione di energia elettrica a partire da risorse rinnovabili, arrivando a più del 60% di produzione di energia da fonti pulite. Il problema è che, con la caduta del prezzo del petrolio, questo tipo di progetti non sono più redditizi. “Come si può equilibrare questa situazione, se si costruiscono gasdotti che dal Nord America portano alla regione prodotti più convenienti?”. 

Il Comandante ha suggerito che sarebbe necessario sovvenzionare la produzione di energia da fonti rinnovabili affinché, almeno in Centroamerica, la introduzione del gas venga razionalizzata.

Chi provoca, nella nostra regione? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questi vertici? Gli Stati Uniti. Perché non uscirà un documento finale da questo Vertice? A causa degli Stati Uniti, perché c’era consenso su quasi tutto,  fuorché sul tema del Decreto contro il Venezuela, ha detto il Presidente. 

Ortega ha terminato il suo intervento appoggiando il processo di pace in Colombia, il diritto dell’Argentina alle Isole Malvinas ed esprimendo il suo sostegno alla domanda di restituzione a Cuba della base militare di Guantanamo. 
 
Discorso del Presidente Comandante Daniel Ortega al VII Vertice delle Americhe, 11 Aprile 2015.
Grazie, stimata Vicepresidente di Panama, Isabel Saint Malo.

Ieri, quando conversavamo durante la riunione del SICA (Sistema di Integrazione Centro Americana, ndt ) con il Presidente Obama, dicevo prima al Presidente Juan Carlos Varela che ho ricordato una frase del Generale Omar Torrijos detta in una delle tante interviste che gli hanno fatto. 

Chiesero al Genarale Torrijos: “E lei come pensa di entrare nella storia?” Lui rispose: “Io quello che desidero è entrare nel Canale”. E lì è il Canale, nelle mani del Popolo  Panamense. Dopo che è stato versato molto sangue. Dopo che furono assassinati molti studenti, giovani panamensi che lottavano per quel Canale.

Alla fine si è imposto il dialogo. In questo dialogo, furono il Generale Torrijos e il Presidente Jimmy Carter coloro che alla fine trovarono il modo di far arrivare il Canale nelle mani del Popolo Panamense. Il dialogo!

Dicevo al Presidente Obama quanto ci faccia felice che oggi ci sia Cuba in questo Vertice delle Americhe. E gli ricordavo che durante il Vertice tenutosi a Trinidad e Tobago gli manifestai che in quella occasione c’erano due grandi assenti: Cuba e Porto Rico. 

Bene, già c’è Cuba. Manca Porto Rico. Porto Rico è latinoamericano, caraibico! “Sono le due ali di uno stesso passero” disse un poeta, o una poetessa portoricana, “Cuba e Porto Rico”. Due ali di uno stesso passero.

E Porto Rico, me lo ricorda qui il nostro fratello Ruben Berrios Martinez che ci accompagna, Presidente del Partito Indipendentista di Porto Rico; ci ricordava che a partire dall’anno 1898, Porto Rico ha uno status coloniale. E’ per questo che all’interno della CELAC (Comunità degli Stati Latino Americani e dei Caraibi, ndt) abbiamo raccolto questa rivendicazione. E’ per questo che anche alle Nazioni Unite  è stato sollevato il tema di Porto Rico nel Comitato di Decolonizzazione.

E io lo dicevo al Presidente Obama: “Presidente, se le Hawaii avessero mantenuto lo status di Porto Rico, lei non sarebbe il Presidente degli Stati Uniti….” E’ così semplice; perché il Popolo di Porto Rico non ha diritto! Benché dicano che è uno Stato libero e associato negli Stati Uniti, non hanno la libertà di aspirare a diventare presidente degli Stati Uniti, per esempio. Perché è uno Status Coloniale.

E per questo quando ci sono le votazioni… Perché mi diceva il Presidente Obama: “Però quando ci sono le votazioni..” Si, quando ci sono elezioni, è vero che c’è una parte della popolazione che vota favorevolmente a che Porto Rico diventi una volta per tutte  Stato degli Stati Uniti, e un’altra parte della popolazione che rivendica il diritto legittimo di Porto Rico ad essere indipendente, e a far parte di questa famiglia a cui realmente appartiene. 

La verità è che lui mi diceva di essere aperto al dialogo con Porto Rico, e che bello che il Presidente Obama sia aperto al dialogo con Porto Rico! E ieri sera lui era lì, si è incontrato alla cena con Ruben e si sono dati la mano. E Ruben gli ha illustrato  il tema  di Porto Rico, e il Presidente Obama gli ha detto che è disposto a parlare. Bene, è bene che parli con i lottatori per l’indipendenza di Porto Rico.

Perché le Autorità di Porto Rico sono subordinate agli Stati Uniti. Non rappresentano la volontà del Popolo di Porto Rico. Perché in fin dei conti, quello che è il tema dell’autodeterminazione, dell’indipendenza di Porto Rico, lo hanno lasciato in disparte, e si tratta di un Popolo con diritti limitati,  una nazione con diritto limitato.

E venendo a questo Vertice, ci troviamo con denunce, detenuti di qua, detenuti di là, e non ci possiamo dimenticare che c’è 
un prigioniero politico, un patriota portoricano… Oscar Lopez Rivera, che è in prigione da ormai 34 anni. Il suo delitto? Lottare per l’indipendenza di Porto Rico! 34 anni!

E noi vogliamo, da questa tribuna, appellarci una volta ancora agli Stati Uniti, affinché liberino Oscar Lopez Rivera!  Che non è altro che un dovere che hanno verso il Popolo di Porto Rico, che tengono sottomesso, soggiogato. Ed è una battaglia che si continua a portare avanti.

Ascoltavamo con attenzione ieri, durante il SICA, le parole del Presidente Obama, e io direi oggi che egli è stato molto più aperto rispetto a quelli che sono i temi che hanno provocato, e provocano ancora, conflitti nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Nostra America Latina e Caraibica.

Ha parlato della storia; egli stesso ci ha ricordato, e io ricordo le notizie di quei giorni in cui ha celebrato la lotta per i diritti civili guidata da Martin Luther King, e  si è recato nel posto in cui furono assassinati combattenti a favore dei diritti civili. 
Furono assassinati dal razzismo di una società che già allora si vantava di essere la portabandiera della “Democrazia” nel mondo, e nel pianeta; che voleva dare lezioni di democrazia ai popoli, imponendoci dittature e tiranni. 

Per cui, a causa della sua politica espansionista, al Nicaragua toccò un Presidente yankee, che la prima cosa che fece fu di instaurare la schiavitù. Il Nicaragua già indipendente dalla Spagna… anno 1821, indipendente dalla Spagna.

1854-56: le imprese navali nordamericane in lotta per il controllo di una via di transito dalla costa est alla costa ovest degli Sati Uniti attraverso il Nicaragua, portarono allora espansionisti nordamericani del sud degli Stati Uniti, che anteriormente avevano tentato di appropriarsi di Sonora per annettere anch’esso al sud degli Stati Uniti.

Arrivarono in Nicaragua e con la forza delle armi, bene, Presidente degli Stati Uniti: il Signor William Walker. Era un giornalista, un intellettuale, un fascista, un razzista; avvocato, giornalista, intellettuale, bene, primo decreto: la schiavitù in Nicaragua.

Alla fine fu abbattuto; bene, perché tutto il Centroamerica vide che l’espansionismo yankee interessava tutta la regione, e si fece la Unione dei Centroamericani che affrontò con le armi il filibustiere che incendio le città del Nicaragua. 

E come si può dimenticare la storia? Perché l’anti-espansionismo, l’anti-imperialismo in Nicaragua non nascono col conflitto Est-Ovest. Niente ha a che vedere col conflitto Est-Ovest! Se l’Unione Sovietica non esisteva ancora!  Non aveva ancora trionfato la Rivoluzione di Ottobre, e già gli yankees stavano intervenendo in Nicaragua.
 
E poi, come ci preoccupiamo quando arriva questo comunicato contro il Venezuela. A noi  ricorda immediatamente il Comunicato Knox… il Segretario di Stato degli Stati Uniti che in nome del Governo degli Stati Uniti diede un ultimatum al Presidente del Nicaragua  José Santos Zelaya nell’anno 1907. Un ultimatum, e il Presidente Zelaya dovette andarsene in Francia, fuggire, e iniziò da là una guerra di patrioti nicaraguensi contro l’intervento yankee. E arrivarono poi nel 1912 le truppe yankees nel nostro paese… 1912, non aveva ancora trionfato la Rivoluzione di Ottobre.
 
Non è un problema ideologico, compagn@. Almeno, quello del Nicaragua non è un problema ideologico.  Non ha niente a che vedere col pensiero di Marx, Engels, né di Lenin. Il Nicaragua non aggredì gli Stati Uniti, è l’espansionismo yankee quello che arrivò nelle nostre terre quando ancora questi non trionfavano. In seguito gli altri interventi, e Sandino in lotta.
E’ per questo che quando noi sentiamo di questo comunicato che dice che il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti… beh, dietro un comunicato come questo subito accorre la storia. Ritorna la storia. E che diciamo? Gli yankees non cambiano. Questo è ciò che diciamo. 
 
Gli yankees non cambiano! Da un lato, un gesto verso Cuba, dall’altro, un attacco al Venezuela. E’ un gesto verso Cuba, è un gesto verso l’America Latina, indubbiamente. E’ un gesto verso il   mondo che ha lottato affinché si rimuova l’embargo, il blocco. 
 
Il gesto verso il Venezuela è un attacco contro i nostri Popoli, contro l’Unità Latinoamericana e Caraibica. Quello che abbiamo dal Venezuela nella nostra regione, sono programmi di solidarietà. La complementarietà, il commercio giusto. Questo è quello che abbiamo nella regione col Venezuela. In Petrocaribe, nell’ALBA (Allenza Bolivariana per i Popoli di Nostra America, ndt) non c’è nessun progetto di tipo militare col Venezuela. Sono tutti programmi di ordine sociale. 
 
Beh, magari gli Stati Uniti si mettessero a competere col Venezuela in questo campo, così, alla stessa maniera. Sarebbe magnifico se gli Stati Uniti si mettessero a contribuire come lo fa il Popolo Bolivariano, senza condizioni. Grazie a questa iniziativa, al cuore immenso del Comandante Hugo Chavez, che con Fidel furono i creatori di questo progetto.  E ora Nicolas che gli sta dando continuità.
 
E non ripeterò quanto stavo loro dicendo nel pomeriggio, che la politica nordamericana non è la politica di un Presidente. E’ la politica di un Impero. Gli Stati Uniti sono un Impero… chiaro che sono un Impero!
 
E perché sono un Impero? Perché si sono sviluppati più di noi Latinoamericani? Non è per il loro ingegno, non per le loro grandi capacità, non perché siano più intelligenti dei Latinoamericani e dei Caraibici… no! Semplicemente perché si è trattato del trasferimento dell’Impero Britannico nelle terre nordamericane che appartenevano ai popoli originari, i quali furono sterminati.
 
E l’Impero Britannico  era il paese più sviluppato dell’epoca; logicamente, essendosi fatto il padrone di quelle terre e di quei territori, vi trasferì tutta la sua conoscenza, tutta la tecnologia, tutta la scienza; la Rivoluzione industriale, dove avvenne il gran salto se non in Inghilterra? Questo spiega perché gli Stati Uniti abbiano una natura imperialista! Si tratta dell’Impero Britannico trasferitosi nel territorio nordamericano; espandendosi e subito entrando in contraddizione. Logicamente entrarono in contraddizione già dal momento che si installarono.
 
Il braccio dell’Impero Britannico si installa negli Stati Uniti e da subito sorgono le contraddizioni; contraddizioni economiche, contraddizioni commerciali, per le imposte… E arrivano le guerre. Ossia, non è altro che il processo, il processo di sviluppo che stava raggiungendo l’Europa, che si trasferì negli Stati Uniti, in quella che noi oggi chiamiamo tecnologia di punta. Si trasferì là, negli Stati Uniti.
 
Qui, nelle nostre terre, vennero le nazioni che avevano la tecnologia, e che ancora continuano ad essere le nazioni con la tecnologia e con lo sviluppo economico più basso d’Europa, che sono la Spagna e il Portogallo. E venne anche l’Inghilterra, che si appropriò della metà del territorio del Nicaragua, e se la disputò con la Spagna.
 
E in seguito l’Inghilterra si appropriò anche delle Malvinas; e lì sta ancora, nelle Malvinas, l’Inghilterra, l’Impero Britannico! Lo stesso Impero il cui braccio fece un salto fino al territorio nordamericano, la cui scienza, la cui tecnologia, la cui cultura si spostarono nel territorio nordamericano, e che spiega quel fenomeno. 
 
Invece qui, in queste terre, nacque una nuova cultura.  Quella era la vecchia cultura europea trasferitasi al Nord della Nostra America. Qui era la cultura meno sviluppata d’Europa… Spagna, Portogallo, gli imperi meno sviluppati trasferiti nel nostro territorio;  e, sterminando in molti casi la nostra popolazione indigena, e in altri casi mescolandosi, alla fine hanno dato realmente luogo ad una nuova civilizzazione. Siamo una cultura molto giovane, e questo spiega come quelli là, con il loro grande sviluppo, pensarono immediatamente di diventare padroni di tutta la Nostra America.
 
E parrebbe che i tempi non sono cambiati, perché, che bravo il Presidente Obama! Dico io, è una persona di buona volontà; ascoltando il suo discorso, è una persona di buona volontà. Però, in che condizioni governa? Fino a che punto egli può prendere decisioni negli Stati Uniti? Dove stanno i limiti che gli impone il sistema?
 
Là c’è un sistema, c’è un meccanismo che mette i presidenti affinché servano a tale meccanismo economico, finanziario e militare. E se il meccanismo sente che il presidente devia, lo assassinano, lo ammazzano, come fecero con Kennedy. Non si è mai saputo che ha assassinato Kennedy.
 
Io sono sicuro che al Presidente Obama staranno piovendo addosso maledizioni ed insulti là negli Stati Uniti, per essersi riunito qui con Cuba. Gli staranno piovendo addosso maledizioni, e lo chiameranno “comunista”, perché questo gli hanno detto in altre occasioni. Gli grideranno “comunista!”. Gli diranno perfino che è islamista, e tireranno fuori tutto il razzismo che ancora possiedono, le forze più oscure negli Stati Uniti. Ma lui ha avuto il coraggio di fare questo passo con Cuba.
 
Dall’altro lato, però, l’attacco contro il Venezuela, che è un attacco contro la Nostra America, contro la CELAC, contro tutti noi, e abbiamo il diritto di pensare che si tratti di un piano… bene, cercheremo insieme a Cuba di trovare una via distensiva. L’America Latina, è chiaro che ha aperto relazioni con Cuba, nessuno pone blocchi a Cuba; il mondo chiede che cessi il blocco contro Cuba.
 
Cuba non si è arresa, ha resistito; però adesso si va contro il Venezuela! Perché il Venezuela non è un paese democratico; con 20 elezioni, non è un paese democratico! Perché adesso il Venezuela è il diavolo, è il male, perché sta portando un esempio di solidarietà ai popoli di Nostra America! E allora, un colpo di qua e una mano di là. Parrebbe una manovra, e abbiamo il diritto di pensarlo. 
 
Per cui, è importante, il Governo degli Stati Uniti, il quale ha dichiarato che tale Decreto non stigmatizza realmente, o non vuole dire, perché lo dice? Adesso dice che il Decreto non dice quello che il Decreto dice: che il Venezuela rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Questo dice il Decreto.
 
Però adesso abbiamo un’altra interpretazione: il Decreto non vuole dire ciò. Se si tratta semplicemente di negare visti e proibire conti negli Stati Uniti a qualsiasi cittadino di Nostra America e del Caribe, lo fanno già tutti i giorni senza necessità di un decreto. Saremmo pieni di decreti, allora, perché in tutti i nostri paesi negano visti. In tutti questi paesi negano visti.
Quando capita a noi di viaggiare negli Stati Uniti, dobbiamo affrontare procedure speciali per ottenere il visto, e ce lo danno pure limitato, il visto. Là abbiamo innumerevoli autorità, e in altri paesi latinoamericani che sono senza visto, non possono andare negli Stati Uniti.
 
Sta bene, è un loro diritto, così come noi abbiamo il diritto di dire che i senatori nordamericani, che i funzionari nordamericani non devono entrare nel nostro paese… è nostro diritto!
 
E’ un loro diritto, sta bene; noi non stiamo chiedendo loro di darci visti. Quello che è inaccettabile è che, per revocare visti, utilizzino il concetto che il paese ai cui cittadini stanno negando i visti sia una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
Lì sta il pericolo! Lì sta la minaccia per la sicurezza del Venezuela e per la stabilità di tutta la regione. Perché noi siamo qui a lottare, notate bene, con questa agenda “Prosperità con Equità, Educazione”, e all’improvviso ci cade addosso questa bomba.
 
Se è vero che qui dovevamo venire a parlare di questo, di equità, prosperità, educazione e salute. Di questo dovevamo stare qui a parlare; ma la verità è che anche quando si è fatto uno sforzo per affrontare questi temi, l’interesse della comunità internazionale e dei nostri popoli non si è concentrato su questi temi, ma si è concentrato sul fatto che si è aperta una breccia con l’America Latina, dal momento che gli Stati Uniti lanciano un Decreto del genere contro il Venezuela.
 
Ci sono già state dichiarazioni da parte della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, di cui la posizione è chiara. Cioè, è un Decreto inammissibile, inammissibile! Gli Stati Uniti lo ritireranno? Molto difficile. Difficile, molto difficile che lo ritireranno. Ci sono voluti 50 anni affinché riconoscessero che si debbano avere relazioni normali con Cuba, e si debba riflettere sul fatto di togliere l’embargo. Che si dovrà vedere, si dovrà vedere se tolgono l’embargo.
 
Si dovrà vedere, perché? Perché non lo può decidere il Presidente Obama, già lo ha detto qui, lo abbiamo sentito… Non ci facciamo illusioni! Felici si per il passo che si è fatto, però c’è ancora tanto cammino davanti, e c’è tanta resistenza là negli Stati Uniti, lo sappiamo, contro le misure che persino localmente ha preso il Presidente Obama a favore dei poveri.
 
Gli hanno bloccato i programmi a favore della salute negli stessi Stati Uniti. Lo hanno bloccato sul tema dell’immigrazione, chi? Chi domina il Congresso. E allora, quanto tempo passerà perché si concretizzi la sospensione del blocco? Dio voglia che il Presidente Obama riesca a persuadere il Congresso, affinché il blocco si tolga prima che il Presidente Obama lasci la Presidenza degli Stati Uniti. Dio voglia!
 
E nell’immediato cosa speriamo? Speriamo che gli Stati Uniti siano realmente coerenti con quanto ha oggi manifestato il Presidente Obama, anche quando ha detto che il tema della sicurezza non esiste in relazione al Venezuela. Lo ha detto.
 
Adesso deve dimostrarlo con fatti, con gesti, con atti. Come dicono loro: abbiamo bisogno di gesti. Bene, anche noi abbiamo bisogno di gesti da parte loro. Perché solo loro hanno diritto ad esigere gesti da parte nostra? Noi siamo obbligati ad esigere gesti da parte loro; perché ci preoccupano a tutt@. Creano una situazione di insicurezza in tutta la regione, quando invece dovremmo star affrontando quei temi che menzionavo… i temi riguardanti la crescita dell’economia; il tema
del gas che ieri ha affrontato lo stesso Presidente Obama.
 
Perché si sta parlando del gas, ve lo voglio dire, fratell@ Latinoamerican@ e Caraibic@; si sta parlando allegramente del gas e in Nicaragua siamo preoccupati sul tema del gas. Perché? Perché il tema del gas, così come si sta prefigurando, viene a scontrarsi con quella che è stata la cultura a favore dell’ambiente che si è andata favorendo a livello globale: l’energia rinnovabile. Il gas non è rinnovabile.
 
Per quanto gas possa avere il Canada, per quanto gas possano avere gli Stati Uniti, o altre regioni del mondo, si tratta di risorse limitate, finite; non sono rinnovabili. E in più sono inquinanti… chiaro, non inquinano tanto quanto il carbone, però inquinano. E l’ideale, per poter avanzare in quelle che sono le scommesse dell’agenda ambientale e del riscaldamento globale, è includere le risorse rinnovabili nella  produzione di energia; quindi, come possiamo fare per gestire ciò?
 
In Nicaragua abbiamo aumentato il ricorso a risorse rinnovabili. Ricordo che il Presidente Chavez ci diceva: lavorate sulle risorse rinnovabili, su progetti rinnovabili. Ci consigliava. E noi siamo avanzati in questa direzione; più del 60% dell’energia in Nicaragua si genera da fonti rinnovabili.
 
E in questo momento c’è stata una valanga di investitori disposti a finanziare più progetti rinnovabili. Abbiamo dovuto trattenerli. Perché? Perché le tariffe non ripagano il costo della produzione di energia da fonti rinnovabili; in questo momento con la caduta del costo del petrolio si mettono a rischio i progetti basati sulle fonti rinnovabili. Con la caduta del prezzo del petrolio è più conveniente generare energia con petrolio bunker fuel, come lo chiamano; è molto più conveniente che farlo da fonti rinnovabili. E’ più costoso con queste.
 
E allora, si tratta di situazioni complesse perché tutti vogliamo energia a basso prezzo. Si, desideriamo energia economica. Bene, esiste la possibilità di sviluppare dotti e gasdotti dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Messico, verso il Centroamerica, magnifico! Però, come si può equilibrare ciò, e chi investe, o chi sovvenziona l’energia da fonti rinnovabili? Perché in queste condizioni bisognerebbe sovvenzionare l’energia da fonti rinnovabili.  
 
Proprio ora in Nicaragua stiamo sovvenzionando l’energia da fonti rinnovabili. Perché? Perché abbiamo un’offerta di energia da fonti non rinnovabili, e abbiamo un’offerta di energia da fonti rinnovabili che era più conveniente, e cosa reclamano gli impresari, cosa reclamano gli investitori? Vogliamo energia economica, dicono. Lo sapete voi stessi, la prima cosa che chiedono nei vostri paesi è energia a basso prezzo.
 
E che cosa ci dicono? L’energia più cara in Centroamerica è quella in Nicaragua. Però il fatto è che noi ci siamo impegnati con l’energia da fonti rinnovabili, e tale energia è cara. Chiaramente, coi prezzi che aveva il petrolio tempo fa, era più conveniente; però adesso l’energia da fonti rinnovabili è più cara.
 
Questo è un aspetto che noi vogliamo portare nei differenti Forum in cui si trattano questi temi, affinché si possa razionalizzare la introduzione del gas per lo meno in quella che è la regione del Centroamerica, dove siamo molto impegnati in questo senso; ci sono altri paesi come il Costa Rica che hanno energia da fonti rinnovabili quasi al 100%. E si pone pertanto questo dilemma. 
 
Sono temi che dovremmo stare qui ad affrontare, però non ci hanno lasciato più opzione. Perché? Perché in questi Vertici, per quanto riguarda i temi di ordine politico, già ci siamo felicitati con Cuba. Semplicemente, saremmo qui a salutare nuovamente la presenza di Cuba, la decisione degli Stati Uniti, e non ci saremmo infilati nel tema del Venezuela.
 
Chi provoca? Gli Stati Uniti. Chi danneggia questo Vertice? Gli Stati Uniti. Perché non c’è una Dichiarazione del Vertice? Gli Stati Uniti. Perché gli Stati Uniti, logicamente, non vanno a sostenere il 3%. Perché il presidente Varela ha dichiarato che il 97% del Documento ha il consenso in tutti gli aspetti economici e sociali che riguardano i temi che sono in agenda. 
 
Però c’è un 3% che non riscuote il consenso: il tema politico. E qual è il cuore del tema politico? Il Decreto. E quindi, con quel Decreto, non hanno fatto altro che eliminare la possibilità di una Risoluzione che avremmo firmato tutti noi contenti, e qui avremmo marciato tutti molto contenti e fiduciosi, logicamente, volendo avere fiducia nella volontà espressa dal Presidente Obama riguardo la politica nordamericana nei confronti dell’America Latina e del Caribe.
 
Ma, come ho detto all’inizio, il dialogo è la unica cosa che ci rimane in questo ambito. Noi sosteniamo lo sforzo che sta facendo il Presidente Santos là in Colombia a favore della pace. E sosteniamo anche l’Argentina in tutti i suoi sforzi affinché quei territori (le Isole Malvinas, ndt) ritornino ai suoi legittimi proprietari, e affinché il territorio di Guantanamo torna anch’esso al suo legittimo proprietario, che è Cuba.
 
Molte grazie, stimata Vicepresidente Isabel Saint Malo. E i nostri saluti vadano al Presidente e al Popolo di Panama.

(VIDEO) Díaz Canel: «Cuba non lascerà il Venezuela solo»

26678-fotografia-gda Telesur

I colloqui con gli Stati Uniti «hanno subito un rallentamento a causa della posizione assunta dal governo Obama nei confronti del Venezuela», ha dichiarato il portavoce cubano

Il primo vicepresidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha assicurato che il suo paese «non lascerà il Venezuela solo» mentre compie passi avanti verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il governo degli Stati Uniti (USA).

Dopo aver espresso il suo voto alle elezioni di medio termine svolte sull’isola, Díaz Canel ha spiegato che i colloqui in corso con gli Stati Uniti «hanno subito un rallentamento a causa della posizione assunta dal governo Obama nei confronti del Venezuela».

A questo proposito, il portavoce ha aggiunto «non lasceremo il Venezuela solo», per poi ribadire le parole pronunciate dal Presidente Raúl Castro: «la strada da percorrere è ancora molto lunga».

«Sosterremo la causa bolivariana – ha dichiarato il vicepresidente cubano – così come sosterremo qualsiasi altra causa latinoamericana nei negoziati, perché questa non è una mediazione e abbiamo messo in chiaro che vi sono dei principi che non possono essere inseriti in questo negoziato».

Díaz Canel ha precisato che la posizone dell’Isla è stata sempre quella di «mantenere il rispetto bilaterale» e che vi sono dei punti dove è necessario avanzare, evidenziando tematiche come «la rimozione del bloqueo, la restituzione del territorio occupato illegalmente a Guantánamo e l’istituzione di un meccanismo di compensazione per il popolo cubano per i danni causati dal bloqueo».

Inoltre, per quanto riguarda la cancellazione di Cuba dalla lista dei paesi che promuovono il terrorismo, il primo vicepresidente ha espresso tutta la sua soddisfazione, chiarendo però che l’Isla non andava inserita nella lista nera: «Un paese che invia in altre nazioni medici e non soldati, non può essere terrorista».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’America Latina afferma la sua sovranità di fronte agli Stati Uniti

Panama_cumbre_2015Editoriale diVermelho, portale web del Partito Comunista del Brasile (PCdoB)

Traduzione di Marx21.it

La lotta per l’emancipazione dei popoli e delle nazioni delle Americhe ha vissuto negli ultimi giorni un episodio di trascendenza storica. Si è svolto, il 10-11 aprile, nella Città di Panama, il 7° Vertice delle Americhe, che si è trasformato nello scenario di una nuova battaglia per l’affermazione della sovranità e dell’indipendenza nazionale dei paesi della regione.

L’ideale del Liberatore Simon Bolivar della creazione di una “grande Patria Americana” che ha ispirato innumerevoli lotte e battaglie per l’indipendenza nel corso di due secoli, è stato presente nella riunione di Panama, sia nell’incontro dei movimenti sociali, che ha mobilitato centinaia di attivisti e dirigenti, che nel Vertice dei capi di Stato e di governo.

L’incontro di Panama è stato segnato da due avvenimenti inediti. E’ stata la prima volta che i 35 paesi delle Americhe si sono seduti attorno allo stesso tavolo, con un invito formulato a Cuba dal governo del paese ospitante, dopo molti anni durante i quali i governi progressisti avevano chiesto la presenza dell’isola socialista che era esclusa da questo tipo di conferenza inaugurata nel 1994 dagli Stati Uniti. E’ stato anche il momento in cui i presidenti di Cuba e degli Stati Uniti si sono incontrati per la prima volta dopo più di cinque decenni, dando corso a intese per l’allacciamento di relazioni diplomatiche e per la fine dell’odioso blocco imposto dall’imperialismo alla maggiore delle Antille.

In forma peculiare, il Vertice delle Americhe ha confermato la tendenza inesorabile nell’evoluzione della lotta politica nella regione latinoamericana e caraibica, con l’affermazione del diritto delle nazioni che ne fanno parte ad essere padrone del proprio destino. A essere precisi, tale tendenza si era rivelata irreversibile quando, il due e tre dicembre 2011, fu creata la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac), evento che ha inaugurato una nuova fase nella storia della Nostra America.

Allora, Fidel e Raul Castro lo avevano definito il più importante evento istituzionale in due secoli di lotta dei popoli latinoamericani, essendosi resa evidente la scelta patriottica di questi popoli per la pace, lo sviluppo, l’integrazione, la cooperazione, la solidarietà, l’indipendenza, la sovranità, l’identità e il diritto a scegliere proprie strade per elevare la propria vita politica e sociale.

Nel Vertice di Panama, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, non si è più incontrato, a differenza della maggioranza dei suoi predecessori, con dittatori o governanti civili reazionari, fantocci dell’impero, compiacenti con le politiche delle “cannoniere”, del “buon vicinato”, dell’ “Alleanza per il Progresso”, dell’ “allineamento automatico” e dell’Alleanza del Libero Commercio delle Americhe (Alca). Questa volta, il capo di turno della Casa Bianca si è trovato con i leader che dialogano su un piano di parità e fanno sentire la loro voce alta di rappresentanti di popoli dignitosi.

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Venezuela: oltre 8 milioni di firme contro il decreto di Obama

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C’è stata un’ondata di opposizione in Venezuela e nel mondo contro l’ultima aggressione degli Stati Uniti

La petizione lanciata in opposizione alle ultime sanzioni comminate dal presidente Barack Obama e contro l’etichettatura del Venezuela come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha superato le 8 milioni di firme, secondo quanto è stato reso noto nella giornata di domenica.

Il presidente Obama ha emesso un ordine esecutivo il 9 di marzo definendo “un’emergenza nazionale, la minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti derivante dalla situazione in Venezuela”.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro, attraverso il proprio account Twitter, ha ringraziato tutti i sostenitori della campagna volta a richiedere ad Obama di “abrogare il decreto”.

Le firme saranno consegnate nel corso del Vertice delle Americhe che avrà inizio questa settimana a Panama, e vedrà la partecipazione di tutte le nazioni dell’emisfero.

Il montare delle ostilità degli Stati Uniti verso il Venezuela sarà con ogni probabilità uno dei temi più caldi di dibattito durante il Vertice, dove è prevista la partecipazione del presidente Obama.

Inoltre, milioni di persone hanno espresso tramite Twitter la loro opposizione all’aggressione degli Stati Uniti. Secondo quanto reso noto, la scorsa settimana oltre 5 milioni di tweet inviati da 105 paesi hanno richiesto l’abrogazione delle misure.

Il governo venezuelano ha anche incassato un forte sostegno a in campo internazionale.

Molte personalità latinoamericane di alto profilo, come l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica e il Nobel per la Pace Rigoberta Menchu, hanno pubblicamente espresso il proprio sostegno al governo democraticamente eletto del presidente Maduro.

Nel mese di marzo, tutti i 33 membri della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) hanno espresso la loro opposizione alla mossa del governo degli Stati Uniti, così come gli altri organismi regionali, tra cui le Nazioni Unite del Sud America (UNASUR) che ha preso una posizione analoga.

In precedenza, il gruppo G77 + Cina, che comprende 134 paesi, aveva rilasciato una dichiarazione di rigetto dell’ordine esecutivo del presidente Obama contro il Venezuela.

La scorsa settimana, in relazione a queste nette prese di posizione, il Sottosegretario per l’America Latina degli Stati Uniti Roberta Jacobson si è detta ‘delusa’ dal livello di supporto ottenuto dal Venezuela dopo le ultime sanzioni.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

A rischio le relazioni tra USA e Repubblica Ceca

milos-zeman-prezident-zofin-putin-rusko-kgbdi Mauro Gemma/Marx21.it

Dura polemica tra il presidente della Repubblica Miloš Zeman e l’ambasciatore USA a Praga

La decisione del presidente della Repubblica Ceca Miloš Zeman di accettare l’invito del presidente russo Putin a recarsi a Mosca in occasione delle celebrazioni del 70° anniversario della vittoria contro il nazifascismo, è stata l’occasione dell’innesco di una dura polemica con l’amministrazione statunitense che rischia di incrinare seriamente le relazioni tra i due paesi.

Con la solita arroganza che caratterizza l’atteggiamento statunitense nei confronti di chi dà segni di insofferenza nei confronti delle pretese egemoniche dell’imperialismo USA, l’ambasciatore a Praga Andrew Schapiro aveva criticato l’accettazione dell’invito russo da parte di Zeman, come “miope” e “imbarazzante”, dal momento che il presidente ceco sarebbe stato il primo capo di Stato di una nazione dell’Unione Europea a dichiarare di voler essere presente alla parata del 9 maggio a Mosca.
La reazione del presidente ceco non si è fatta attendere. Zeman ha così dichiarando senza mezzi termini, in un’intervista concessa al portale web Parlamentni Listy, che a nessun ambasciatore di altre nazioni sono permesse ingerenze accompagnate da avvertimenti in merito alle sue visite all’estero. “Temo che le porte del Castello di Praga saranno sbarrate all’ambasciatore”. Il Castello di Praga è la sede della residenza presidenziale. Una manifestazione di dignità e orgoglio nazionale che dovrebbe essere d’esempio anche per le nostre massime autorità di governo, che non hanno avuto nemmeno il coraggio di reagire a una sfacciata provocazione del presidente dell’Estonia che è arrivato a definire gli italiani (e i greci) “utili idioti di Putin”

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