Salerno 3dic2018: Atilio Borón – América Latina en la era Trump

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Chávez, un nuevo aniversario de su nacimiento

Risultati immagini per marcha chavistapor Atilio Boron

Un día como hoy, 28 de julio, pero de 1954 nacía en Sabaneta, Estado Barinas, Hugo Rafael Chávez Frías. Retomo algunas palabras pronunciadas hace un par de años pero que el paso del tiempo no hizo sino reafirmarlas. Chávez fue un líder enorme de la Patria Grande; un digno discípulo de Bolívar y por su capacidad didáctica aventajado alumno del gran educador del Libertador, Simón Rodríguez. Con Chávez la historia venezolana y de gran parte de Nuestra América abre un nuevo capítulo. La larga marcha iniciada casi exactamente un año antes del nacimiento de Chávez con el asalto al Moncada, el 26 de Julio de 1953, y que luego tuviera como sus hitos fundamentales la guerrilla de Sierra Maestra y el triunfo de la Revolución Cubana, esa marcha, decíamos, recibió un impulso decisivo cuando Chávez asumió la presidencia de Venezuela y se convirtió en el Gran Mariscal de Campo que, con su visión de águila, Fidel había descubierto cuando la izquierda latinoamericana no daba un cinco por el de Sabaneta. Y el Comandante, como estratega continental, acertó en su elección porque Chávez cumplió con creces esa función en la crucial batalla librada contra el ALCA en Mar del Plata, en Noviembre del 2005. Batalla que marcaría un hito en nuestra larga e inconclusa marcha por la Segunda y Definitiva Independencia de Nuestra América.

Tenemos una inmensa deuda con Chávez: haber reinstalado el tema de la actualidad del socialismo cuando el neoliberalismo campeaba sin contrapesos en Nuestra América; haber potenciado extraordinariamente el sentimiento antiimperialista dormido por siglos y que Cuba había despertado con su heroica revolución; haber rescatado la centralidad de la unidad de nuestros pueblos y plasmado en instituciones concretas el ideario nuestroamericano como el ALBA, la Unasur, la Celac, Petrocaribe, Telesur, el Banco del Sur, etc. Fue por eso que se convirtió en el enemigo público número uno del imperio, cosa que marca definitivamente la gravitación universal del bolivariano por contraposición a la absoluta indiferencia que Washington le concede a la inocua ultraizquierda vociferante de América Latina, esa que hizo de su visceral crítica y repudio a Chávez el leitmotiv de su existencia. Este pagó con su vida su audacia revolucionaria, su lucha cotidiana, alejada de la vacía retórica de sus desastrados críticos.

Por eso a Chávez lo mataron con un cáncer de laboratorio, como lo ha comprobado, definitivamente, el libro de Astolfo Sangronis Godoy, “La Muerte de Hugo Chávez. La vida por su pueblo” . Washington, un contumaz asesino serial, también intentó hacerlo mismo con René Preval (Haití); Lula y Dilma Roussef (Brasil), Fernando Lugo (Paraguay). El caso de Cristina Fernández, de Argentina, no es exactamente igual pero el tumor que le afectó la tiroides despertó la suspicacia de muchos. En todo caso, que el cáncer se hubiera transformado en una “enfermedad contagiosa” que afecta sobre todo a los líderes antiimperialistas de la región alimenta todo tipo de sospechas sobre la inescrupulosidad de los recursos a los que apela el imperio para eliminar a quienes no están dispuestos a convertirse en ejecutores de sus designios en la región.

Por eso Chávez, como Bolívar, vivirá eternamente en el corazón de nuestros pueblos. Fue un líder extraordinario pero, por sobre todas las cosas, una buena persona, un hombre honrado, transparente y profundamente humano: inteligente como pocos, amigo fidelísimo, dotado de un fino sentido del humor; lector insaciable y apasionado al punto tal que sólo Fidel se le compara en este punto; dueño de una memoria fabulosa capaz de recitar poesías y cantar sin parar hasta el amanecer; hombre de pueblo, profundamente de pueblo y capaz como muy pocos de comunicarse con su gente y entender sus vivencias, sus emociones y sus necesidades. Por eso Chávez fue Chávez, y por eso Chávez es pueblo, en Venezuela y en toda América latina y el Caribe. En Nuestra América decir Chávez es decir pueblo. Su nombre ha entrado definitivamente por la puerta grande de la historia. Por eso recordamos hoy su natalicio y nos basta saludarlo con un ¡Hasta siempre, querido Comandante Eterno!

La fonte della violenza in Argentina

Argentinadi Atilio Borón

11gen2018.- In tempi di crisi come quelli che vive l’Argentina, si definiscono le posizioni degli attori politici e dei loro rappresentanti intellettuali. Se in tempo di pace sociale, questi possono nascondere con l’aiuto dei media le contraddizioni sociali, ricorrendo alle argomentazioni contorte e alle categorie teoriche astruse del postmodernismo, quando l’ordine sociale comincia a scricchiolare, gli intellettuali del sistema gettano in mare ogni pretesa di imparzialità e obiettività e si schierano senza vergogna a difendere uno dei governi più conservatori e oligarchici che l’Argentina ha avuto in tutta la sua storia. Se si soleva fare riferimento all’esperienza del decennio infame o dei governi oligarchici a partire dal 1880, per illustrare quella che era una dittatura di classe, non tanto per la loro forma e il contenuto delle loro politiche – con il macrismo si produce una reincarnazione di quei modelli anteriori al processo di democratizzazione fondamentale che, nonostante le sue contraddizioni, ha portato alla nascita del peronismo in Argentina.

Quanto su detto è da riferirsi a un articolo pubblicato nei giorni passati da Luis A. Romero ne La Nación, in cui ci mette in guardia contro i pericoli che la recrudescenza della violenza rappresenta per la democrazia in Argentina (1). Il rigore che questo autore mostra nei suoi scritti accademici svanisce completamente in questo vero panegirico del macrismo. Come si può dire, ad esempio, che ‘in piazza, gruppi di manifestanti hanno aggredito le forze di sicurezza e hanno tentato di invadere i locali in cui i deputati avevano deliberato’?  Costui non aveva forse notato che pochi giorni prima, giovedì 14, una manifestazione del tutto pacifica era stata molestata e brutalmente aggredita dalla Gendarmeria,  la cui sproporzionata dimostrazione di forza aveva scatenato la reazione violenta di una minuscola frazione – infiltrata da parte di alcuni agenti provocatori, come è stato scoperto il giorno seguente- delle centinaia di migliaia di persone che erano venute per esprimere il loro rifiuto alla procedura profondamente anti-repubblicana utilizzata dal governo per ottenere ‘con prepotenza’ una legge fondamentale. Il manicheismo o la cecità di cui si vanta il nostro autore è inorridito dalla violenza quando un condannato del sistema getta un sasso, ma approva quando il governo militarizza completamente l’area del Congresso, reprime i manifestanti inermi e fa pressione su governatori, senatori e deputati per ottenere un voto favorevole al proprio progetto. Questa non è violenza (simbolica, politica, istituzionale), l’altra sì.

Nonostante Romero e gli intellettuali e pubblicisti amici della Casa Rosada non riescano a mandarlo giù, chi ha promosso questa sfortunata spirale di violenze è stato il governo di Mauricio Macri. A tutta vergogna del gruppo ufficialista, è stato lui a chiedere al Presidente della Camera dei Deputati di impedire la presenza di organizzazioni sociali di invalidi e ritirati e di ex combattenti della Malvinas nelle gallerie, affinché il popolo potesse essere testimone diretto del dibattito. Quando fu discussa la famosa Risoluzione 125, nel 2008, c’era il pubblico nelle gallerie ma, naturalmente, in quel momento, secondo gli Apostoli del Macrismo, l’Argentina viveva sotto l’influenza di una dittatura soffocante.

Ora che siamo presumibilmente in una democrazia, il pubblico non si è potuto presentare alla Camera, è rimasto fuori, e per giunta è stato picchiato e gasato. Ecco perché, in senso stretto, questo governo deve essere caratterizzato come una ‘democratura’, ​​un ibrido che contiene alcuni elementi di natura democratica (l’accesso alla Casa Rosada è stato effettuato attraverso il processo elettorale) ma con crescenti inclinazioni dei suoi principali rappresentanti ad adottare le metodologie autoritarie di controllo politico caratteristico delle dittature. Ad esempio, i progressi nel soffocare la stampa e, purtroppo, operazioni come quella che si è svolta la notte di lunedì 8 gennaio, quando una riedizione dei sinistri ‘grupos de tarea’ della dittatura ha preso d’assalto gli uffici degli avvocati che difendono i diritti umani, ha distrutto attrezzature e file, ha rubato computer portatili e documentazione, e ha lasciato un messaggio chiaro: chi si oppone ai disegni del governo dovrà essere disposto a subire questo tipo di rappresaglie e altre ancora più severe. Fin dai tempi della dittatura non c’era stato un evento di queste caratteristiche, frequenti in quel momento ma banditi dal 1983. Senza dubbio, siamo in presenza di un’oscura involuzione, che è stata accuratamente nascosta agli occhi del pubblico dai media egemonici (2).

Ecco perché la distinzione tra le molteplici forme di violenza è un requisito fondamentale per effettuare un’analisi seria della questione. Si dirà che questo è un riflesso anacronistico degli anni settanta, ma una tale insinuazione non farebbe che misurare la grandezza dell’ignoranza di chi pensa in quel modo. Nella tradizione socialista, comunista e anarchica sono oltre cento cinquanta anni che si opera questa distinzione tra la violenza di stato ‘legalizzata e istituzionalizzata’, che mette a tacere, sottomette, imprigiona o liquida i suoi nemici sempre ‘appellandosi alla legge’, e la violenza reattiva e difensiva del popolo, che a volte si ribella e non si rassegna a essere mandato al macello.

Dobbiamo anche ricordare che la violenza ‘legale’ dello stato è praticata quasi sempre con l’accompagnamento di forme paralegali di violenza privata, tollerata e in molti casi segretamente promossa e protetta dallo stato. Tale fu il caso in Argentina della Lega Patriottica, che portò avanti pogrom e massacri operai nei primi decenni del ventesimo secolo; o in Germania alla fine della Prima Guerra Mondiale l’attività dei Freikorps, che picchiavano gli attivisti socialisti e comunisti e poi hanno ucciso Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, con la complicità del governo socialdemocratico di Friedrich Ebert; e negli Stati Uniti, questa vibrante democrazia così ammirata dai portavoce del macrismo, fu il Ku Klux Klan (ora informalmente riabilitato da Donald Trump) responsabile di ‘mettere a posto’ i neri che combattevano contro l’eredità della schiavitù e di rimandare di cento anni la loro incorporazione nella vita politica del paese. Questa violenza ufficiale e para-ufficiale, abbiamo detto, non può e non deve essere equiparata alla risposta difensiva delle vittime, invariabilmente i poveri, gli sfruttati, i soggiogati.

Stando così le cose, come ignorare la responsabilità dell’inizio della violenza di un governo, che ha cercato nientemeno di nominare mediante un Decreto di Necessità e di Urgenza due membri della Corte Suprema. Non è forse violenza attentare contro lo stato di diritto come fa Casa Rosada, che tra l’altro ha partorito un deplorevole rovesciamento legale, che rende tutti gli abitanti di questo paese in ‘libertà condizionata’, per cui chiunque può essere mandato in prigione senza un processo preliminare e senza alcuna condanna? Nonostante la riprovazione universale di questa pratica aberrante e così poco ‘repubblicana’ e il reclamo presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, il governo nazionale non si arrende e continua con la sua politica. Ci sono i casi di Milagro Sala, due anni di carcere senza condanna, e molti dei detenuti di Ezeiza e Marcos Paz in una situazione simile. Un governo, inoltre, che per bocca del ministro della sicurezza ha dato alle forze di sicurezza interna una sorta di ‘licenza per uccidere’, come al famoso agente 007.

Il risultato: Santiago Maldonado, ucciso in seguito a un’operazione della gendarmeria e ancora oggi liquidato dal giudice come ‘sparizione forzata’; e il fucilamento alle spalle di Rafael Nahuel a Bariloche in una presunto combattimento contro la guerriglia mapuche. L’ex-Ministro della Corte Suprema della Nazione e giudice corrente della Corte Interamericana dei Diritti Umani, Eugenio Raúl Zaffaroni, ha elencato 32 violazioni dello stato di diritto in una lettera all’attuale Segretario per i Diritti Umani, l’Avvocato Claudio Avruj, ancora in attesa di risposta. Queste trasgressioni sono la fonte da cui scaturisce la violenza. Tuttavia, nessuna di loro è stata presa in considerazione da Romero nel suo articolo. Il fervore ideologico ufficialista ha assoggettato il rigore dello storico (3).

Allarmato dalla grande mobilitazione popolare contro una legge profondamente impopolare (circa il 75 per cento in tutti i sondaggi conosciuti si è pronunciato contro la riforma previdenziale) e dai cacerolazos pacifici e massicci che hanno avuto luogo per diverse serate in diversi quartieri della città Buenos Aires, olimpicamente ignorati nel suo articolo, Romero riesuma la vecchia diffidenza delle elite oligarchiche di fronte al protagonismo plebeo e ci ricorda che la Costituzione Nazionale ‘ha stabilito che tassativamente il popolo non delibera né governa se non attraverso i suoi rappresentanti.’

In effetti, il disastroso (anti-democratico) articolo 22 della Costituzione  Nazionale dice, testualmente, che ‘il popolo non delibera se non attraverso i propri rappresentanti e le autorità stabilite dalla presente Costituzione. Qualsiasi forza armata o riunione di persone che rivendichi i diritti del popolo e faccia petizioni per conto di quest’ultimo, commette un crimine di sedizione‘. Cioè, vietato deliberare, lasciamo che la classe dominante e i suoi rappresentanti politici e ideologici se ne facciano carico; ed è anche proibito presentare una petizione alle autorità, perché tale audacia costituisce reato di sedizione.

In altre parole, la parte dogmatica della Costituzione, redatta nel 1853 e lasciata fuori del processo di riforma del 1994, condanna il popolo a diventare una variante speciale dei meteci dell’Antica Grecia, cioè a essere degli stranieri privi dei diritti di cittadinanza. Nell’Argentina di oggi anche i cittadini sono meteci, perché i diritti elementari di incontro, delibera e petizione alle autorità sono loro proibiti e considerati atti di natura sediziosa. Ma ci sono le classi sociali e c’è governo e governo. Nel recente passato, la ferocia repressiva esercitata a metà dicembre è stata assente.

In primo luogo, la protesta sociale non è stata criminalizzata in quegli anni, anche perché coloro che si riunivano e combattevano per ottenere una legislazione favorevole ai loro interessi erano ‘gente per bene’: gli imprenditori della soia e i loro improbabili alleati di una sinistra smarrita, che ha cercato di dare un certo tono plebeo alle loro richieste oligarchiche, bloccando per quattro mesi le strade e minacciando di non liquidare il prodotto delle esportazioni se la Risoluzione 125 fosse stata approvata; o le grandi marce convocate dall’Ingegnere John C. Blumberg, per chiedere una riforma del Codice Penale, che istituisse la mano dura ‘per impedire il ripetersi di crimini come quello perpetrato contro suo figlio Alex’.

In nessuno di questi due casi paradigmatici, chi oggi si strappa i capelli per l’insolenza di dipendenti, lavoratori e pensionati nel pretendere di bloccare una legislazione reazionaria ha pronunciato una parola di condanna di fronte a quelle manifestazioni e alle corrispondenti richieste, che apertamente andavano contro i suddetti precetti costituzionali. Ma erano ‘persone per bene’ e il Kirchnerismo non ha criminalizzato la protesta sociale. Oggi quelli che scendono in piazza sono persone comuni, lavoratori e il governo criminalizza le proteste sociali. È un peccato che la riforma della Costituzione nel 1994 non abbia abolito quest’articolo che contraddice la lettera e lo spirito della democrazia: il governo del popolo, dal popolo e per il popolo, secondo la nota formula di Abraham Lincoln, finora insospettato di simpatie kirchneriste o di sinistra.

È che, ‘fedele agli ideali del liberalismo e della tradizione repubblicana americana’, la destra volgare ha sempre concepito il popolo come una minacciosa ‘grande bestia’ che deve essere tenuta a bada, senza pietà o rimorso. Quest’immagine riappare periodicamente nella destra argentina, dal disprezzo per il nero e il gaucho in diversi momenti del diciannovesimo secolo. ‘Non cercare di economizzare il sangue dei gauchos’ consiglia Domingo F. Sarmiento a Bartolomé Mitre, fondatore del quotidiano La Nación. Disprezzo e odio che avrebbe portato poi, agli inizi del XX secolo, al conglomerato ‘criollo migratorio’, che José Luis Romero ha esaminato nei suoi studi sulla storia dell’Argentina. Anche la caratterizzazione infame del peronismo come un’’alluvione zoologica’, fatta dal deputato radicale Ernesto Sammartino, sfocia nell’edulcorata formulazione di Romero figlio, quando osserva che la folla che pretende di sostituire i propri rappresentanti si ‘esprime con violenza’ o che nelle giornate oggetto della sua analisi ‘il popolo parla attraverso un piccolo gruppo di violenti, organizzati per provocare le forze di sicurezza.’ In altre parole, il popolo non delibera né dialoga, ma vocifera, si esprime con grida e appelli alla violenza, verbale o fisica (4).

Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente non contano per lo storico, sono invisibili; né quelli che si sono espressi nei cacerolazos notturni, durante vari giorni mentre si discuteva la nuova legge. L’associazione del popolo o del popolare con la violenza si esprime anche nell’improvvido intervento giornalistico di Romero, quando dice che ‘nel peronismo non c’è molta teoria, ma un patrimonio di esperienza pratica, coltivata da guardie del corpo, teppisti e simili’. Accecato dagli eventi, il ​​rigoroso storico ha bruciato la sua intera biblioteca e ha partorito quella frase auto-squalificantesi, rivelando una profonda incomprensione della storia argentina. E come bonus track, ci offre un breve paragrafo sulla RAM, invenzione dei servizi e della stampa canaglia per stigmatizzare i mapuche e giustificare la militarizzazione della politica e la brutalità con cui le popolazioni indigene vengono trattate dal governo. Totalmente ridicolo appare tutto questo cartone animato sulla RAM, l’Ancestrale Resistenza Mapuche, un gruppo presentato come terrorista e versione locale dello jihadismo islamico, in mezzo alla quale organizzazione di guerriglia, in un gesto quasi suicida, il presidente Macri è andato a fare le vacanze.  È come se Donald Trump fosse andato in vacanza a Al Raqa, la ‘capitale del califfato’. Per favore, un minimo di serietà!

Romero non sembra neanche aver considerato positivamente uno dei principali insegnamenti di Niccolò Machiavelli nei Discorsi, quando ha detto che:  ‘… coloro che condannano i tumulti tra nobili e plebe, attaccano quella che è stata la principale causa della libertà di Roma, e si fissano più sul frastuono e le grida che sono nati da quei tumulti che sugli effetti positivi che hanno prodotto. In ogni Repubblica ci sono due spiriti contrapposti, quello dei grandi e quello del popolo, e tutte le leggi che si fanno in favore della libertà nascono dalla loro disunione’. (5)

Ovviamente, il repubblicanesimo dei macristi non ha nulla a che fare con la tradizione repubblicana di Machiavelli, ma è legato alla codifica profondamente anti-democratica del repubblicanesimo architettata dai Padri Fondatori degli Stati Uniti, come è stato osservato da molti analisti americani, tra i quali Noam Chomsky, la cui tesi abbiamo esaminato nella nota a pie’ della pagina precedente.

Il riferimento alla screditata ‘democrazia rappresentativa’ occupa un posto centrale nell’argomentazione di Romero e, in generale, di tutti gli intellettuali affiliati, in un modo o nell’altro, al macrismo. Vale la pena chiedere: rappresentanti di cosa, o di chi? Ci sono pochi scienziati politici che oggi osano difendere il carattere rappresentativo delle democrazie capitaliste. Per cominciare, la composizione di classe dei rappresentanti ha poco o nulla a che fare con quella dei loro supposti rappresentati. Prendiamo il caso degli Stati Uniti, l’autoproclamata ‘democrazia esemplare’ del pianeta. Lì, non meno del 50% dei senatori e dei rappresentanti (268 su un totale di 535 in entrambe le camere) possiede una fortuna di un milione di dollari o più. Rappresentante? Sì, dell’1,5% della popolazione statunitense, che possiede anche un milione di dollari, ma non del resto. In Argentina ci sono circa 30% di poveri e il 12% della popolazione vive in baraccopoli. (6)

Ma ‘tra i 257 deputati non c’è nemmeno un povero, né uno che viene dalle baraccopoli o dall’economia popolare’. Un semplice confronto tra le retribuzioni dei deputati che hanno votato questa legge e quello che ci guadagnano le vittime di questo provvedimento legislativo serve a illustrare l’aspetto immorale e scandaloso di questa legislazione. Chi ha percepito nel 2017 un salario di 137.610 pesos mensili di stipendio (più 20.000 spese di rappresentanza) non hanno scrupolo di prendersela con i beni di pensionati che per lo più guadagnano un importo minimo di 7.246 pesos, che con la nuova legge avrebbero un incremento di 413, raggiungendo un reddito mensile di 7.659 pesos, un ventesimo di quello che intasca un ‘rappresentante del popolo‘ e meno della metà del consumo del paniere di base dei pensionati, stimato in 17.500 pesos, secondo le dichiarazioni di Eugenio Semino, difensore civico della terza età. (7)

In un paese dove, da tempo immemorabile, i ricchi sfuggono o evitano di pagare le tasse; in cui le grandi fortune e le grandi compagnie trovano mille modi per imbrogliare il fisco, per esportare capitali e trovare rifugio nei paradisi fiscali; in cui il governo sopprimeva le ritenzioni nell’agricoltura, riduceva quella delle esportazioni di soia ed eliminava quelle del settore minerario e del petrolio; potendo estrarre le risorse necessarie per ridurre il deficit fiscale tra i più ricchi, quelli che concentrano ricchezza, i ‘rappresentanti del popolo’ si sono rivoltati contro i settori più deboli e indifesi e hanno  scaricato su di loro tutto il peso della manovra fiscale. Difficile trovare una maggiore immoralità nella storia contemporanea dell’Argentina.

Se per composizione sociale dei parlamentari, così diversa da quella dei loro presunti rappresentati, l’idea di ‘rappresentanza’ è smentita dai fatti, le politiche concrete che ha sostenuto il Congresso nemmeno consentono di farsi troppe illusioni circa la sua vocazione a rappresentare gli interessi del demos. La legislazione approvata in questi due anni a partire da progetti presentati dalla Casa Rosada ha avuto una tendenza permanente: redistribuire in senso regressivo ricavi e proventi, favorendo i settori privilegiati e tagliando a quelli della stragrande maggioranza della popolazione. È grazie a considerazioni simili che negli Stati Uniti ci sono sempre più persone che parlano dell’involuzione politica da una democrazia a una plutocrazia. E in Argentina, un paese di estremi, questo degrado è ancora più marcato. Se mancava qualcosa per dimostrarlo, ecco la designazione, fatta dalla rivista  Forbes di Marcos Peña, capo dello staff di governo, come ‘amministratore delegato dell’anno’.

L’unico dettaglio dissonante è che l’Argentina non è una compagnia ma una nazione. Ma il fatto che una rivista come Forbes gli attribuisca quella dubbia ‘distinzione’ comunica chiaramente alla comunità economica internazionale e ai gruppi dominanti in Argentina che questo è un mercato e non una nazione, e che i suoi leader politici sono solo amministratori delegati e niente di più. Ecco perché la difesa di Romero della ‘democrazia rappresentativa’ è il canto del cigno di una forma socio-politica che molto tempo fa è passata a una miglior vita. Se qualcosa ha fatto il macrismo è di rendere trasparente con una chiarezza ineguagliabile la natura di classe del suo progetto di rifondazione regressiva del capitalismo. Una sorta di ‘menemismo rinnovato’, ma in condizioni più difficili, sia per il contesto internazionale, caratterizzato dall’innegabile declino dell’egemonia americana e dalle turbolenze che questo provoca, oltre che dalla pronta reazione popolare contro la manovra finanziaria, i rialzi dei prezzi e l’impennata  inflazionaria, che divorano il potere d’acquisto di gran parte della popolazione. La reazione di lotta ci ha messo quasi sette anni ad acquistare un carattere di massa sotto l’amministrazione di Menem: il picchettaggio di Cutral Có e di Plaza Huincul sono del 1996 e del 1997, e sebbene ci siano state alcune proteste da parte dei sindacati colpiti da privatizzazione e deregolamentazione, queste furono deboli, isolate e mancarono di risonanza nazionale. (8)

Ora, però, i tempi si sono ridotti in modo significativo in questo terzo tentativo di rifondazione neo-liberista del capitalismo argentino, dopo la dittatura (Martinez de Hoz) e il menemismo (Alsogaray e Cavallo), e in meno di un anno, già si è scatenata una mobilitazione popolare che ha raggiunto un picco impressionante nei giorni del 14 e 18 dicembre 2017. La stampa egemonica e gli scribi del macrismo hanno cercato di nascondere questi due grandi fatti di massa, trasformandoli in una notizia di cronaca poliziesca. La cosa importante, l’unica cosa di cui parla la stampa canaglia e i portavoce ufficiali e non ufficiali del governo è la colluttazione tra un piccolo settore di manifestanti (infiltrato da agenti provocatori, come già detto), mentre tace sulle due grandi manifestazioni popolari e dei cacerolazos notturni.

Un paio di considerazioni finali: uno, come è possibile ignorare un dato così evidente, cioè che un numero significativo di membri del gabinetto presidenziale di Mauricio Macri provengono dal settore finanziario o dalle più grandi compagnie transnazionali? (9)

Non si può sfuggire allo sguardo storico che questa frazione della classe capitalista ha esercitato un’influenza nefasta nel nostro paese, specialmente dagli anni della dittatura civico-militare del 1976 in poi. E che se queste persone oggi governano l’Argentina lo fanno, fedeli alla propria storia e consapevoli dei loro interessi, a favore dei ricchi e a scapito di tutto il resto, la popolazione ‘superflua’ nel migliore dei casi o la massa di indesiderabili, per i quali la migliore politica è quella che applica il macrismo: una ‘pulizia sociale’ disumana, equivalente alla sordida ‘pulizia etnica’, che ha avuto luogo nei Balcani negli anni Novanta.

Nell’Argentina di Macri, indigenti, giovani senza educazione né lavoro, poveri di varie generazioni e generazioni anziane, sono sempre più sottoposti a una variante di ciò che il noto avvocato Eugenio R. Zaffaroni ha definito ‘genocidio da stillicidio’. A suo tempo, Martínez de Hoz disse che questo paese aveva più di dieci milioni di abitanti di troppo. Aggiornata, la cifra sarebbe doppia oggi. Questo non dice niente a Romero? Può ignorare che chi ha organizzato le grandi manifestazioni represse e disperse dalle ‘forze dell’ordine’ (di che ordine si parla?) è stato guidato in piazza dalla convinzione che il governo prevede il suo lento sterminio, silenzioso ma implacabile?

In quale altro modo possiamo chiamare una politica che riduce progressivamente i benefici pensionistici, mentre rimuove dal PAMI gran parte dei farmaci gratuiti che erano stati precedentemente concessi ai pensionati e agli invalidi? Con meno soldi per il cibo e le spese essenziali e meno soldi per comprare medicine, invalidi e pensionati sono condannati a morte. E per di più, si prevede di aumentare l’età minima per poter accedere ai benefici della pensione.

Seconda e ultima considerazione: tenendo conto delle ragioni sopra esposte, dov’è l’origine della violenza, chi è colui che la esercita in una varietà di modi? Chi applica politiche favorevoli a un vero ‘olocausto sociale’ di enormi proporzioni o quello che rifiuta di morire e affronta le forze di sicurezza con pietre e bastoni? Romero è un esponente fedele del clima di gran parte della galassia culturale del macrismo: gli intellettuali  affiliati al progetto e il vasto esercito di pubblicisti e media che bombardano inesorabilmente la società con la loro ‘disinformazione pianificata’.  Entrambi coltivano con insolita malizia e perversità le arti della ‘post-verità’ e della ‘plus-menzogna’.

Per questo la battaglia culturale, una delle cui componenti è la lotta per la democratizzazione dell’informazione e dei media, è cruciale per il futuro delle democrazie. In Argentina, la sfida violenta alla democrazia nasce dalle viscere del governo e potrà essere neutralizzata se questo abbandona le politiche che conducono a un ‘olocausto sociale’ a favore dei ricchi e privilegiati e, al posto di questo, si preoccuperà, come dice il Preambolo della Costituzione Nazionale, di ‘promuovere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà per noi, per i nostri posteri e per tutti gli uomini del mondo che vogliono abitare il suolo argentino’.

Nulla di ciò sta facendo il governo e questa, non altra, è la sorgente da cui sgorga la violenza. Nelle sue mani sta il voltare pagina e sarà sua responsabilità di fronte alla storia averla promossa e incentivata con le sue politiche e il suo stile dispotico e prepotente di gestione di governo.

 (1) “La democracia enfrenta un nuevo desafío de la violencia política”, disponibile in  http://www.lanacion.com.ar/2097259-la-democracia-enfrenta-un-nuevo-desafio-de-la-violencia-politica

(2) Vedere https://www.pagina12.com.ar/88153-un-robo-con-el-tufillo-de-los-servicios-ClarínLa Nación hanno informato i propri lettori su di un fatto tanto grave come questo.

(3) La lettera citata si trova disponibile in: https://www.pagina12.com.ar/sites/pagina12/files/inlinefiles/cartazaffaroniavruj.pdf

(4) Su questo tema della ‘gran bestia’ vedere l’intervista che l’autore di questo scritto aveva fatto a Noam Chomsky nel Tras el Búho de Minerva. Mercados contra Democracia en el Capitalismo de Fin de Siglo (Buenos Aires: Fondo de Cultura Económica, 2000). In questa intervista, Chomsky sottolinea l’impronta profondamente anti-democratica della tradizione republicana statunitense. Parlando di uno dei padri fondatori, Alexander Hamilton, il linguista nordamericano afferma che è stato lui ‘che ha impostato il tema in tutta la su crudezza: il popolo è ‘la gran bestia’, che deve essere domata. Per questo consigliava di insegnare ai coloni independenti e refrattari  delle colonie americane ribelli –anche ricorrendo alla forza in caso di necessità– che gli ideali contenuti nei panflets rivoluzionari non dovevano essere presi alla lettera. Insomma: la gente comune non doveva essere rappresentata da altri della propria classe ma dall’aristocrazia, dai commercianti, dagli avvocati e da altri di comprovata responsabilità e patriottismo nella gestione degli affari dello stato’.

(5) Cf. Discorsi sulla Prima Decade di Tito Livio, Libro I, capitolo IV

(6) Cf. Martín Granovsky, intervista a Juan Grabois: “El vicio de Macri es la violencia”, en Página/12, 2 Enero 2018. Disponibile in:
https://www.pagina12.com.ar/86373-el-vicio-de-macri-es-la violencia.  Naturalmente, non tutti i deputati e senatori provengono dalle classi privilegiati di questo paese. Rimane, tuttavia, un buon gruppo che proviene dagli strati e alcuni dall’universo popolare. Eppure, quelli che prevalgono sono gli altri.

(7)  Intervista di Luis Novaresio a Eugenio Semino en Radio La Red: https://www.lared.am/novaresio-910/eugenio-semino-la-canasta-basica-jubilados-esta-encima-los-17-mil-pesos-es-inexplicable-querer-decir-que-se-puede-vivir-7-mil-20171213-n1523181.html

(8) C’è stato un antecedente a Cutral Có e Plaza Huincul: la rivolta popolare conosciuta come il ‘Santiagazo’ nel dicembre 1993, che ha di fatto divorato col fuoco la sede dei tre rami del governo provinciale e le case dei leader politici di Santiago del Estero. Nonostante la natura radicale della protesta, questa non è riuscita a diventare un evento politico nazionale e a scatenare reazioni simili nel resto del paese, come hanno fatto le azioni che si sono svolte a Cutral Có e Plaza Huincul.

(9) Cf. Paula Canello y Ana Castellani, “Todo el poder para los CEOs”, en http://www.nuestrasvoces.com.ar/entendiendo-las-noticias/poder-los-ceos/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La “oposición democrática” en Venezuela: peor que el fascismo

por Atilio Borón

25 Abril, 2017.- La secuencia de los acontecimientos que tienen lugar en la República Bolivariana de Venezuela demuestran que la estrategia de la mal llamada “oposición democrática” es una conspiración sediciosa para destruir el orden democrático, arrasar las libertades públicas y aniquilar físicamente a las principales figuras del chavismo, comenzando por el mismísimo presidente Nicolás Maduro, su familia y su entorno inmediato. Los opositores están recorriendo metódicamente los pasos indicados por el manual desestabilizador de “no violencia estratégica” (¡sic!) del consultor de la CIA Eugene Sharp. No puede haber el menor equívoco en la interpretación de las criminales intenciones de esa oposición y de lo que, si llegaran a triunfar, serían capaces de hacer. Si sus jefes lograsen involucrar militarmente a Estados Unidos en la crisis venezolana propiciando la intervención del Comando Sur –con la tradicional colaboración militar de los infames peones de Washington en la región, siempre dispuestos a respaldar las aventuras de sus amos del Norte- arrojarían una chispa que incendiaría la reseca pradera latinoamericana. Las consecuencias serían catastróficas no sólo para nuestros pueblos sino también para Estados Unidos que seguramente cosecharía, como en Girón, una nueva derrota en nuestras tierras.

Esa es la apuesta de esta oposición, canallescamente exaltada por la prensa hegemónica mundial -como antes lo hiciera con “los combatientes por la libertad” en Nicaragua y, después, en Libia e Irak- y que miente descaradamente al presentar lo que realmente está ocurriendo en Venezuela. La tentación de la derecha venezolana de internacionalizar el conflicto y atraer al músculo militar del imperio cobró nuevos bríos al conocerse las recientes declaraciones del jefe del Comando Sur, Almirante Kurt Tidd, ante la Comisión de Fuerzas Armadas del Senado de Estados Unidos, y sobre todo cuando se hizo pública la designación de Liliana Ayalde como Vice Jefa Civil del Comando Sur. Esta se desempeñó como embajadora de Estados Unidos en Paraguay en vísperas del “golpe parlamentario” contra el gobierno de Fernando Lugo, ocasión en que se movió tras bambalinas para garantizar el éxito de los golpistas. Luego de unas breves vacaciones retornó a la región para ocupar el mismo cargo pero esta vez en Brasilia, donde alentó y auspició el “derrocamiento institucional” de Dilma Rousseff. Consumada su obra regresó a Estados Unidos en busca de nuevas misiones desestabilizadoras y la encontró en el Comando Sur. En otras palabras, la número dos esa organización es mucho más peligrosa que su jefe: hija de un médico colombiano radicado en Estados Unidos, Ayalde es una temible experta en demoliciones políticas, y fue designada (¡seguramente por obra del azar!) para el cargo que hoy ocupa en Febrero del corriente año, en coincidencia con la intensificación de las protestas violentas en contra del gobierno bolivariano. Según puede leerse en el sitio web del Comando Sur su misión es “monitorear el desarrollo y refinamiento de la estrategia regional del Comando Sur y sus planes de cooperación en materia de seguridad”. Lo que la oposición “democrática” venezolana desea es precipitar una violenta “transición” al pos-chavismo, re-editando en la patria de Bolívar y de Chávez la tragedia ocurrida en Libia o Irak. Ese es su plan, el modelo que se desprende de las desaforadas e irresponsables y belicosas arengas de sus líderes y lo que el Comando Sur y su tenebrosa vice jefa tienen en carpeta. Pocas designaciones podrían haber sido más oportunas que ésta para alentar a los sectores violentistas de Venezuela. Y pocas actitudes serían más suicidas del gobierno venezolano que pretender apaciguar a los violentos con concesiones de distinto tipo. Desgraciadamente ha llegado “la hora de los hornos” y sólo podrá verse la luz, como decía José Martí, si el estado aplica todo el rigor de la ley y apela a la eficacia de su fuerza para someter sin miramientos al vandalismo de la derecha y aplastar el huevo de la serpiente antes de que sea demasiado tarde.

¿Fascistas? Si, por sus métodos, similares a los empleados por las bandas armadas de Mussolini y Hitler para aterrorizar a italianos y alemanes sembrando destrucción y muerte por la nueva oleada terrorista; fascistas por su contenido político, pues su propuesta es intrínsecamente reaccionaria al pretender borrar de un plumazo, como infructuosamente se intentara en el golpe de estado del 11 de Abril del 2002, todas las conquistas populares alcanzadas desde 1999 en adelante. Fascistas también por la absoluta inmoralidad e inescrupulosidad de sus líderes, que alimentan el fuego de la violencia, incitan a sus bandas de lúmpenes y paramilitares a atentar contra la vida y la propiedad de los venezolanos y las agencias e instituciones –hospitales, escuelas, edificios públicos, etcétera- del estado y que no se arredran ante la posibilidad de sumir a Venezuela en una cruenta guerra civil o, en el improbable caso de prevalecer, convertir a ese país en un abominable protectorado norteamericano.

Dicho todo lo anterior los opositores venezolanos son peores que los fascistas en la medida en que estos conservaban, por lo menos, un cierto sentido nacional. Sus congéneres italianos y alemanes ni remotamente se arrastraron en el fango de la política internacional para ofrendar sus países a una potencia extranjera como lo hace, hundida para siempre en eterna ignominia, la derecha venezolana que alternativamente gime o aúlla para que su patria, la patria de Simón Rodríguez y Francisco de Miranda, de Simón Bolívar y Hugo Chávez, se convierta en una abyecta colonia norteamericana. Tratarlos de fascistas sería hacerles un favor. Son mucho peores y más despreciables que aquellos.

Da Sarajevo ad Ankara

di Atilio A. Boron

Il crescente protagonismo della Russia è motivo di enorme preoccupazione per le mal chiamate “democrazie” occidentali, in realtà un congiunto di sordide ed immorali plutocrazie disposte a sacrificare i propri popoli sull’altare del mercato. Preoccupazione perché dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la Russia è stata data per morta da molti distaccati analisti ed esperti degli Stati Uniti e dell’Europa. Immersi nella loro ignoranza ed accecati dal pregiudizio hanno dimenticato che la Russia è stata sin dagli inizi del secolo XVIII con Pietro il Grande e soprattutto durante il regno di Caterina la Grande, intorno alla metà di questo stesso secolo, una delle principali potenze europee il cui intervento era solito far inclinare la bilancia da una parte o dall’altra, nei permanenti conflitti tra i suoi vicini occidentali, specialmente il Regno Unito, la Francia e l’Impero austro-ungarico.

Dimenticarsi della storia inevitabilmente finisce per produrre grossi errori di analisi come quelli che affliggono gli strateghi occidentali. La rivoluzione russa e la sconfitta dello zarismo provocarono un eclisse transitorio del protagonismo russo che molti pensarono fosse definitivo. Certamente la vittoria alleata nella seconda guerra mondiale ed il ruolo cruciale ricoperto dall’Unione Sovietica dopo la sua formidabile ripresa economica nel dopo-guerra, fecero in modo che Mosca tornasse ad occupare il suo tradizionale ruolo arbitrale nel consesso internazionale.

Durante quasi mezzo secolo il sistema internazionale è stato segnato dal marchio del bipolarismo con l’Occidente e il (di nuovo) mal chiamato “mondo libero” da un lato, e la Unione Sovietica e i suoi alleati dall’altro. Con la fulminante implosione della Urss avvenne che molti credettero che adesso sì la Russia sarebbe sparita per sempre e che quello che sarebbe venuto era un nuovo secolo americano segnato per l’incontestabile unipolarismo degli Stati Uniti guidato dal suo tradizionale avversario sovietico e con la Cina ancora lontana dall’essere ciò che sarebbe diventata pochi anni più tardi. La risposta della storia è stata demolitrice.

Così come assicura Eduardo Febbro nella sua nota del domenica passata in Pagina/12: “Non c’è terreno sopra il quale il re Putin non abbia vinto i suoi avversari: ha schiacciato la rivolta in Cecenia, ha vinto in Siria ha annesso la Crimea, ha impedito militarmente che gli indipendentisti ucraini passassero sotto l’influenza europea, ha imposto il suo ordine in Georgia ed in Ossezia, e, soprattutto, è riuscito a destabilizzare dall’interno le stesse democrazie europee con una azzeccata politica di finanziamento dei partiti e movimenti di diverso ordine ideologico. Diciassette anni dopo essere arrivato in testa al potere questo timido ex tenente colonnello dei servizi segreti, il KGB, è la figura maggiore del XXI secolo.

L’alleanza della Russia con la Cina, ed il succesivo aggiungersi dell’Iran e dell’India più l’astuto avvicinamento con la Turchia, rappresenta il peggiore scenario possibile per la declinante egemonia globale degli Stati Uniti secondo Zbigniew Brzinski, il principale stratega di Washington. L’assassinio di Andrej Karlov ad Ankara ha due propositi inoccultabili: il primo è mettere in difficoltà la Turchia sede della impressionante base aerea nordamericana di Incirlik – che conta con la permanenza di circa 5000 uomini della Forza Aerea degli Stati Uniti – affinché non sia attratta verso Mosca privando la Nato di una localizzazione chiave per chiudere dal Mediterraneo orientale l’accerchiamento della Russia che comincia nel nord con i paesi baltici. Il secondo è far sapere alla Russia che l’Occidente non resterà con le braccia incrociate mentre Putin si rafforza e acquista prestigio ponendo fine al caos che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno prodotto in Siria e che non hanno potuto o non hanno voluto risolvere.

L’assassinio di Karlov può ben essere stato una provocazione come l’assassinio dell’arciduca Francesco d’Austria a Sarajevo nel 1914 potrebbe precipitare una guerra se la parte colpita, la Russia, reagisse in maniera impulsiva. Ma se qualcosa ha dimostrato un personaggio tanto controverso come Putin, è che può essere accusato di qualsiasi cosa meno di essere un irruente. Piuttosto si tratta di un attore molto cerebrale e riflessivo, un uomo che gioca con impressionante freddezza nel caldo scacchiere della politica mondiale.

Il crimine perpetrato ad Ankara è stato un chiaro messaggio mafioso diretto a Mosca, per questo lo jihadista che ha compiuto l’assassinio è stato ultimato, chiudendogli la bocca per sempre. i servizi occidentali sono esperti nel reclutare ipotetici “radicali” per perpetrare crimini che sostengono la continuità dell’impero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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