Bolsonaro ed il fascismo

Risultati immagini per mst reforma agraria populardi Atilio A. Borón

È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non discende dalle caratteristiche di un leader politico, per quanto nei test di personalità o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro – emerga una schiacciante predominanza di atteggiamenti reazionari, bigotti, sessisti, xenofobi e razzisti. È quello che i sociologi e gli psicologi sociali americani misuravano, dopo la seconda guerra mondiale, con la famosa “scala F”, in cui l’EFFE si riferiva al fascismo. In quel tempo si pensava, e alcuni ancora nutrono questa convinzione, che il fascismo fosse la cristallizzazione sul piano dello Stato e della vita politica di personalità squilibrate, portatrici di gravi psicopatologie, che per motivi circostanziali erano arrivate al potere. L’obiettivo politico di questa operazione era evidente: per il pensiero convenzionale e delle scienze sociali del tempo, la catastrofe del fascismo e del nazismo era da attribuire al ruolo di alcuni individui: la paranoia di Hitler o le manie di grandezza di Mussolini. Il sistema, cioè il capitalismo e le sue contraddizioni, era innocente e non aveva alcuna responsabilità rispetto all’olocausto della seconda guerra mondiale.

Superata questa interpretazione, ci sono coloro che insistono sul fatto che la presenza di movimenti o anche di partiti politici con chiare tendenze fasciste, inevitabilmente contrassegneranno in maniera inconfondibile il governo di Bolsonaro.

Si tratta di un altro errore: non sono questi a definire la natura profonda di una forma di stato come il fascismo. Nel primo Peronismo degli anni quaranta e nel Varguismo brasiliano, diverse organizzazioni e figure fasciste o fascistoidi brulicavano negli ambienti vicini al potere. Ma né il Peronismo né il Varguismo costruirono uno stato fascista. Il Peronismo classico è stato, usando la concettualizzazione gramsciana, un caso di “cesarismo progressivo”, che gli osservatori hanno potuto caratterizzare come fascista solo a causa della presenza di gruppi e persone tributari di quella ideologia. Loro erano davvero fascisti ma il governo di Perón no. Per parlare dei nostri tempi: Donald Trump è un fascista, se si guarda alla sua personalità, ma il governo degli Stati Uniti non lo è.

Dal punto di vista del materialismo storico, il fascismo non lo definiscono né le personalità né i gruppi. È una forma eccezionale dello Stato capitalista, con caratteristiche assolutamente uniche e irripetibili. Questa emerse quando il suo modo ideale di dominio, la democrazia borghese, affrontò una crisi molto grave, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per questo, diciamo che è una “categoria storica” ​​e che non sarà più in grado di riprodursi, perché le condizioni che hanno reso possibile la sua comparsa sono scomparse per sempre.

Quali furono le condizioni speciali che segnarono ciò che potremmo chiamare “l’era del fascismo”, assenti nella fase attuale?

In primo luogo, il fascismo era la formula politica con cui il blocco egemonico dominante di una borghesia nazionale risolse per via reazionaria e dispotica una crisi di egemonia causata dalla mobilitazione insurrezionale senza precedenti delle classi subalterne e dall’ampliamento del dissenso all’interno del blocco dominante, alla fine della prima guerra mondiale. Come se non bastasse, le borghesie in Germania e Italia lottavano per ottenere un posto nella divisione coloniale del mondo e contro i poteri dominanti sulla scena internazionale, in particolare il Regno Unito e la Francia. Il risultato fu la seconda guerra mondiale.

Oggi, nell’era della transnazionalizzazione e finanziarizzazione del capitale e col predominio di mega-società che operano su scala globale, la borghesia nazionale giace ormai nel cimitero delle vecchie classi dominanti. Il suo posto lo occupa adesso una borghesia imperiale e multinazionale, che ha subordinato, fagocitandoli, i suoi omologhi nazionali (compresi quelli dei paesi del capitalismo sviluppato) e agisce sulla scena mondiale attraverso una centralina che si riunisce periodicamente a Davos, per disegnare strategie globali di accumulazione e dominio politico. E, senza borghesia nazionale, non esiste un regime fascista, a causa dell’assenza del suo principale protagonista.

Secondo, i regimi fascisti furono radicalmente statalisti. Non solo non credevano nelle politiche liberali, ma erano apertamente antagonisti nei loro confronti. La loro politica economica era interventista, promuoveva il ruolo delle società pubbliche, proteggeva quelle del settore privato nazionale e stabiliva un rigido protezionismo nel commercio estero. Inoltre, la riorganizzazione dell’apparato statale, necessaria ad affrontare le minacce di insurrezione popolare e di discordia tra i “vertici”, proiettò ad un posto di rilievo nello Stato la Polizia politica, i servizi di intelligence e gli uffici della propaganda.

È impossibile per Bolsonaro tentare qualcosa del genere, data l’attuale struttura e complessità dello stato brasiliano, specialmente quando la sua politica economica sarà affidata a un “Chicago boy”, che ha proclamato ai quattro venti la sua intenzione di liberalizzare la vita economica.

In terzo luogo, i fascismi europei erano regimi di organizzazione e mobilitazione di massa, in particolare degli strati intermedi. Mentre perseguitavano e distruggevano le organizzazioni sindacali del proletariato, inquadravano vasti movimenti delle fasce medie minacciate e, nel caso italiano, portavano questi sforzi tra i lavoratori, dando origine a un sindacalismo verticale e subordinato ai mandati del governo. Vale a dire, la vita sociale era “corporativizzata” e resa obbediente verso i “vertici”. Bolsonaro, al contrario, promuoverà la de-politicizzazione – purtroppo avviata quando il governo di Lula cadde nella trappola tecnocratica e arrivò a credere che il “rumore” della politica spaventasse i mercati – e approfondirà la disintegrazione e atomizzazione della società brasiliana, la privatizzazione della vita pubblica, il ritorno delle donne e degli uomini a casa loro, ai loro templi e al loro lavoro, per adempiere ai loro ruoli tradizionali. Tutto questo è agli antipodi del fascismo.

Quarto, i fascismi furono Stati rabbiosamente nazionalisti. Lottavano per ridefinire a loro favore la “suddivisione del mondo”, il che li mise commercialmente e militarmente contro i poteri dominanti. Il nazionalismo di Bolsonaro, d’altra parte, è retorica inconsistente, pura logorrea senza conseguenze pratiche. Il suo “progetto nazionale” è quello di trasformare il Brasile nel  lacché preferito di Washington in America Latina e nei Caraibi, scalzando la Colombia dal ruolo infamante di “Israele sudamericano”. Lungi dall’essere riaffermazione degli interessi brasiliani, il bolsonarismo definisce il tentativo, speriamo infruttuoso, di sottomettere totalmente e ricolonizzare il Brasile sotto l’egida degli Stati Uniti.

Ma una volta chiarito tutto ciò, significa che il regime di Bolsonaro si asterrà dall’applicare le brutali politiche repressive che hanno caratterizzato i fascismi europei? Assolutamente no! Lo abbiamo detto prima, ai tempi delle genocide dittature “civico-militari”: questi regimi possono essere – eccettuando il caso della Shoa eseguita da Hitler – ancora più atroci dei fascismi europei. I trentamila prigionieri scomparsi in Argentina e la generalizzazione delle forme esecrabili di tortura ed esecuzione di prigionieri illustrano la perversa malvagità che questi regimi possono acquisire. Il fenomenale tasso di detenzione su centomila abitanti che ha caratterizzato la dittatura uruguaiana non ha eguali in tutto il mondo. Gramsci sopravvisse undici anni nelle segrete del fascismo italiano, mentre in Argentina sarebbe stato gettato in mare come tanti altri giorni dopo il suo arresto. Pertanto, la riluttanza a descrivere il governo di Bolsonaro come fascista non intende addolcire l’immagine di un personaggio emerso dalle fogne della politica brasiliana o di un governo che sarà fonte di enormi sofferenze per il popolo brasiliano e per tutta l’America Latina. Sarà un regime simile alle più sanguinose dittature militari conosciute in passato, ma non sarà fascista. Perseguiterà, imprigionerà e ucciderà senza pietà coloro che resisteranno ai suoi abusi. Le libertà saranno compresse e la cultura sottoposta a persecuzioni senza precedenti, allo scopo di sradicare “l’ideologia di genere” e qualsiasi variante del pensiero critico. Qualsiasi persona o organizzazione che gli si opponga, sarà il bersaglio del suo odio e della sua rabbia. I Senza Terra, i Senza Tetto, i movimenti delle donne, la LGTBI, i sindacati dei lavoratori, i movimenti studenteschi, le organizzazioni delle favelas, tutti saranno oggetto della sua frenesia repressiva.

Eppure, Bolsonaro non ha tutte le carte favorevoli in mano e incontrerà molte resistenze, anche se in maniera spontanea e disorganizzata all’inizio.

Le contraddizioni sono molte e gravi: l’imprenditoria – la “borghesia autoctona”, se non nazionale, come diceva il Che – si oppone all’apertura economica, perché teme di essere fatta a pezzi dalla concorrenza cinese; i militari in servizio non vogliono nemmeno saperne di un’incursione nelle terre venezuelane, né di offrire il loro sangue per un’invasione decisa da Donald Trump e basata sugli interessi nazionali degli Stati Uniti; le forze popolari, anche nella loro attuale dispersione, non si lasceranno facilmente soggiogare. Inoltre, cominciano ad apparire gravi accuse di corruzione contro questo falso “outsider” della politica, che è stato per ventotto anni deputato al Congresso brasiliano, in quanto testimone o partecipe di tutti gli intrallazzi che si sono covati in quegli anni. Pertanto, sarebbe bene ricordare ciò che è accaduto a un altro Torquemada brasiliano: Fernando Collor de Melo, che, come Bolsonaro, arrivò negli anni novanta con il fervore di un crociato della restaurazione morale e finì i suoi giorni da presidente con una fuga precipitosa dal Palazzo del Planalto. Presto potremo sapere che futuro aspetta il nuovo governo, però il pronostico non è molto favorevole e l’instabilità e le turbolenze saranno all’ordine del giorno in Brasile. Bisognerà essere pronti, perché la dinamica politica può assumere una velocità fulminante e il campo popolare deve poter reagire tempestivamente.

Perciò, l’obiettivo di queste riflessioni non era perdere tempo per inseguire distinzioni accademiche sulle diverse forme di dominio dispotico possibili nel capitalismo, bensì contribuire a una precisa caratterizzazione del nemico, senza la quale non si potrà mai combattere con successo. Ed è importantissimo sconfiggerlo, prima che faccia troppi danni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli].

La Carta Democrática de la OEA contra el Sandinismo

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La Secretaría General de la OEA está promoviendo la aplicación de la Carta Democrática Interamericana en contra del gobierno de Nicaragua. Este instrumento fue creado como un dique de contención en contra de los recurrentes golpes de Estado que atribularon la historia de los países latinoamericanos. Supuestamente debería ser un mecanismo de defensa para gobiernos que se encuentran bajo la amenaza de una ofensiva desestabilizadora que podría tener como resultado la quiebra del orden institucional.  Su Artículo 17 dice explícitamente que “Cuando el gobierno de un Estado Miembro considere que está en riesgo su proceso político institucional democrático o su legítimo ejercicio del poder, podrá recurrir al Secretario General o al Consejo Permanente a fin de solicitar asistencia para el fortalecimiento y preservación de la institucionalidad democrática”. Es decir, reconoce en el gobierno del país afectado la prerrogativa de solicitar el apoyo de la comunidad interamericana cuando se encuentra bajo asedio. Tal cosa no ha ocurrido en el caso que nos ocupa y la Secretaría General de la OEA actuá por cuenta propia violando explícitamente lo que enuncia este artículo.

El apartado siguiente avanza un poco más en este asunto y estableceque “Cuando en un Estado Miembro se produzcan situaciones que pudieran afectar el desarrollo del proceso político institucional democrático o el legítimo ejercicio del poder, el Secretario General o el Consejo Permanente podrá, con el consentimiento previo del gobierno afectado, disponer visitas y otras gestiones con la finalidad de hacer un análisis de la situación”.  Ya las cosas cambian:  ahora es la OEA (es decir, el Ministerio de Colonias de EEUU) quien está facultada para decidir si el poder se ejerce legítimamente en un país o si su marco institucional está en peligro. Claro que aún se requiere “el consentimiento previo del gobierno afectado”que, reiterarmos, no le fue concedido a la OEA. En el artículo siguiente, el 19, seavasalla aún más la soberanía y autodeterminación nacionales pues establece que “la ruptura del orden democrático o una alteración del orden constitucional que afecte gravemente el orden democrático en un Estado Miembro constituye, mientras persista, un obstáculo insuperable para la participación de su gobierno en las sesiones de la Asamblea General.” Pero es el Artículo 20, que hoy se yergue como una amenaza sobre el gobierno sandinista, quien dice exactamente lo que Washington siempre quiso dejar sentado por escrito, a saber: “En caso de que en un Estado Miembro se produzca una alteración del orden constitucional que afecte gravemente su orden democrático, cualquier Estado Miembro o el Secretario General podrá solicitar la convocatoria inmediata del Consejo Permanente para realizar una apreciación colectiva de la situación y adoptar las decisiones que estime conveniente.”  Esto no es ni más ni menos que la codificación legal de la Doctrina Monroe, el estatuto que legaliza la intervención de Estados Unidos, en su calidad de custodio último de la democracia, en cualquier país del sistema interamericano.

            Lo anterior es la parte resolutiva de la Carta, y ya volveremos a ella. Pero veamos ahora los antecedentes, que son importantes porque allí se establece la doctrina de fondo sobre la democracia que la Carta dice defender. Así, en su artículo 3 estipula que “son elementos esenciales de la democracia representativa, entre otros, el respeto a los derechos humanos y las libertades fundamentales; el acceso al poder y su ejercicio con sujeción al estado de derecho; la celebración de elecciones periódicas, libres, justas y basadas en el sufragio universal y secreto como expresión de la soberanía del pueblo; el régimen plural de partidos y organizaciones políticas; y la separación e independencia de los poderes públicos.” Y en el 4 se afirma que “Son componentes fundamentales del ejercicio de la democracia la transparencia de las actividades gubernamentales, la probidad, la responsabilidad de los gobiernos en la gestión pública, el respeto por los derechos sociales y la libertad de expresión y de prensa.” Por supuesto, sucesivos items hablan de la necesidad de preservar el respeto de los derechos humanos “en su carácter universal, indivisible e interdependiente”  y por supuesto, como lo determina el artículo 9, “la eliminación de toda forma de discriminación, especialmente la discriminación de género, étnica y racial, y de las diversas formas de intolerancia, así como la promoción y protección de los derechos humanos de los pueblos indígenas y los migrantes y el respeto a la diversidad étnica, cultural y religiosa en las Américas.” Y en su artículo 12 queda se declara, taxativamente, que “La pobreza, el analfabetismo y los bajos niveles de desarrollo humano son factores que inciden negativamente en la consolidación de la democracia. Los Estados Miembros de la OEA se comprometen a adoptar y ejecutar todas las acciones necesarias para la creación de empleo productivo, la reducción de la pobreza y la erradicación de la pobreza extrema, teniendo en cuenta las diferentes realidades y condiciones económicas de los países del Hemisferio.

            Toda esta tediosa enumeración es indispensable porque resulta que la iniciativa de intervención de la Secretaría General para restablecer “el orden institucional” en Nicaragua fue hecha nada menos que por los gobiernos de Argentina, Colombia y Perú, mientras Estados Unidos operaba tras las bambalinas para que sus lacayos pasaran al ataque. No hace falta ser un premio Nobel en ciencia política para caer en la cuenta que si hay países que incumplen con los fundamentos doctrinarios de la democracia tal cual se manifiesta en la Carta esos países son los que hoy se erigen en jueces para someter al gobierno sandinista a una posible condena de la OEA. Veamos:

¿Con qué cara el señor Mauricio Macri puede atreverse a impulsar una sanción en contra de Nicaragua cuando ha arrasado el Estado de Derecho en la Argentina, recortado casi hasta el límite absoluto la libertad de prensa, provocando el rápido aumento de la pobreza, pisoteando los derechos sociales y criminalizando la protesta social, desinvertido en educación, denunciado  a los organismos de derechos humanos por el “negocio” (un “curro”, en lenguaje vulgar de la Argentina) que esconde su activismo; persiguiendo con saña a los mapuche, e inventando supuestas guerrillas armadas de ese pueblo originario para justificar una inédita, en democracia, escalada represiva?[1]En breve: el denunciante viola cada una de las condiciones que la Carta fija como esenciales para la vida democrática y por lo tanto está moralmente descalificado para opinar sobre la calidad de la democracia en ningún país del mundo.

Lo mismo vale decir en relación al gobierno de Iván Duque en Colombia, porque si hay un país en donde  la democracia, aún en su grado más elemental ha brillado por su ausencia ese país es Colombia. Un estado que hace más de cincuenta años montó un tinglado pseudodemocrático para ocultar, detrás de su parafernalia protocolar y leguleya, la brutal dominación de una oligarquía violenta y profundamente enemiga de la democracia como pocas en Latinoamérica.  Un Estado penetrado hasta sus raíces por el paramilitarismo y el narcotráfico, al punto tal que junto con el México de Peña Nieto eran considerados por los politólogos como dos de los ejemplos más desgraciados de involución hacia un “narcoestado”. Un país cuyo gobierno asiste impasible a la migración forzada de casi 8 millones de personas desplazadas por paramilitares y narcos y por un conflicto armado que el gobierno jamás quise seriamente resolver violando metódicamente los acuerdos de paz. Un gobierno que ha sometido por completo a los demás poderes del Estado y que consiente un monopolio de facto de la prensa gráfica, radical y televisiva que hace que las colombianas y los colombianos estén blindados mediáticamente, desinformados de lo que ocurre dentro y fuera de Colombia, país en el cual, según la Defensoría del Pueblo, se reportaron 331 líderes asesinados entre enero de 2016 y agosto de 2018 a lo que se añade un número indefinido de otros que fueron ejecutados y que no fueron reportados como asesinatos políticos sino como víctimas de reyertas callejeras.[2]

Sin llegar a esos extremos, no muy diferente es la situación del Perú, cuya deuda social para con los pueblos originarios es enorme y de siglos; un país en donde sólo una ínfima minoría de los adultos mayores accede a una irrisoria pensión; con millones de exiliados producto de la pobreza y la inseguridad y en donde la corrupción gubernamental ha hecho estragos al punto tal que los 5 últimos presidentes están o bien fugados, como Alejandro Toledo en Estados Unidos; o en la cárcel (Ollanta Humala) o indultados pero con casi seguro retorno a la cárcel, caso de Alberto Fujimori; o procesados, como Alan García (que intentó infructuosamente asilarse en la embajada del Uruguay en Lima pocas semanas atrás) o Pedro Pablo Kuczynski. [3]Pese a ello el gobierno del Perú se siente con autoridad moral para iniciar una acción punitoria en contra de Nicaragua por la violación del orden constitucional en que habría incurrido el gobierno sandinista.

En resumen, la decisión de la Secretaría General de la OEA viola los fundamentos de la propia Carta Democrática de esa institución y es elignominioso reflejo de un mandato emanado desde la Casa Blanca que anhela con impaciencia volver a apoderarse de Nicaragua. Eso es lo único que importa en Washington, sobre todo después de conocido el interés de China en construir un nuevo paso bioceánico que no estaría controlado por Estados Unidos ni rodeado de bases militares de ese pais. Esto no implica minimizar la gravedad de la situación que se ha producido en Nicaragua desde Abril del año pasado, pero pecaría de una imperdonable ingenuidad quien creyera que la violenta oposición al gobierno de Daniel Ortega y los graves disturbios ocurridos son obra exclusiva de ciudadanos que sólo desean vivir en democracia y libertad. Habrá una porción, engañada, que seguramente ha decidido combatir al gobierno sandinista apelando a la violencia. Pero quienes erigieron las barricadas y enfrentaron a mano armada a las fuerzas del orden no eran ciudadanas o ciudadanos corrientes ni prolijos estudiantes universitarios. Había algunos, obvio; pero quienes empuñaban armas de grueso calibre y tiraban a matar eran mercenarios y sicarios, no la pacífica y amable gente común de ese país. La metodología del combate demostraba claramente la presencia del mismo “director de orquesta” que había montado las violentas guarimbas en Venezuela en 2014 y 2017. E inclusive, según algunos muy atentos observadores, algunos de los que produjeron graves desmanes en el país sudamericano reaparecieron en Nicaragua. No hay que olvidar que las protestas comenzaroncomo respuesta a una fallida reforma al sistema de pensiones torpemente presentada por el gobierno ante la opinión pública. Del rechazo al nuevo sistema se pasó a la exigencia de la inmediata “salida” del presidente Ortega  -¡otra vez “la salida”, como exigía la oposición venezolana como condición para “negociar” con el Presidente Nicolás Maduro!- a causa de la indignación desatada por la violenta einnecesaria represión del gobierno contra los manifestantes.

Como de costumbre el clima de opinión fue convenientemente manipulado mediáticamente por los centenares de tentáculos del gobierno de EEUU (desde ONGs de diáfana e inocente apariencia hasta partidos de ocasión, pasando por líderes políticos y periodistas comprados o alquilados  por el imperio)  que jamás ha hecho una propuesta a favor de la democracia en nuestros países y que periódicamente se arroga el derecho de ser el encargado de instaurar la democracia en Nuestra América y tumbar gobiernos que, según su opinión, no lo sean. Por eso la Casa Blanca ha lanzado un ataque frontal para acabar con el sandinismo pese a que, antes de esta ofensiva desestabilizadora, era el país más estable de Centroamérica, con un Índice de Desarrollo Humano según el PNUD superior al de Honduras, Guatemala, Guyana y Haití y apenas inferior al de El Salvador. Pero claro, en ninguno de esos países el “orden institucional y político” está en peligro, pese al escandaloso fraude de las elecciones hondureñas y sus secuelas que perduran hasta el día de hoy. [4]  También era Nicaragua el país que más había progresado en materia de combate a la pobreza y la desigualdad y el de menor inseguridad ciudadana de toda Centroamérica. Con una tasa de 7 homicidios por 100.000 habitantes  Nicaragua aparecía en el 2017 superando ampliamente a Costa Rica (12.1 homicidios por 100.000 habitantes),  Guatemala (26,1 por 100.000), Honduras  (42,8 por 100.000), El Salvador (60 por 100.000). A modo de comparación la tasa para la Argentina fue, en ese mismo año 2017, de 6 por cada 100.000 habitantes. Pese a estos datos, el problema es Nicaragua, no los demás.[5]

Para concluir, la mención de estos logros –algunos de los tantos- no pretende ocultar los errores cometidos por el gobierno sandinista en los últimos tiempos. A mi juiciolos principales son un preocupante distanciamiento de sus propias bases sociales; el enclaustramiento del grupo dirigente; una llamativa dificultad para “leer” lo que está ocurriendo en la sociedad y una sorprendente falta de reflejos para evitarno reaccionar con imprudencia y violentamente ante una provocación del imperio. Pero estamos hablando de un país al cual el gobierno de Estados Unidos le ha declarado una guerra. No sólo promoviendo la violencia y el caos social, para luego aplicar la “ayuda humanitaria” y precipitar un sangruiento “cambio de régimen” sino a través de una pieza legal, la NICA Act, mediante la cual se establece que el gobierno de EEUU debe vetar cualquier tipo de ayuda económica o financiera hecha por los bancos o agencias de desarrollo operando en el hemisferio.  Esta ley concitó el masivo repudio de la opinión pública de Nicaragua dondeun 84,8 por ciento consideró que la “NICA Act” perjudicaba a la democracia de Nicaragua.[6]

Todo lo anterior, desde la iniciativa de la OEA y su inmoral Secretario General hasta la promoción de desórdenes y disturbios violentos pasando por la sanción de la NICA Act son eslabones de una luctuosa secuencia de agresiones estadounidenses contra un pequeño país y un pueblo valienteque desde tiempos inmemoriales la burguesía norteamericana intentó apoderarse y someter a su dominio. Y ante esta crítica coyuntura no hay lugar para titubeos o medias tintas: o se está con el gobierno sandinista, con todos sus yerros y limitaciones; o se está al servicio del imperio y abriendo las puertas a la instalación de un tenebroso protectorado yankee en la tierra de Sandino, como antes lo hicieran instalando la dictadura de Anastasio Somoza y asesinando a Augusto César Sandino. Enfrentado a esta disyuntiva el autor de estas líneas no tiene la menor duda. Primero hay que derrotar al imperialismo y desbaratar su estrategia golpista, modelo  “Libia de Gadafi”. Una vez logrado ese objetivo, avanzar por la senda de revolucionar la revolución sandinista,  corregir lo que se hizo mal y profundizar lo mucho que se hizo bien, que no es poco para un país de la convulsionada Centroamérica.

 

[1]https://elpais.com/tag/c/47f26f55c557055ec93f5d32f7b17582

[2]https://colombia2020.elespectador.com/pais/agresiones-contra-lideres-sociales-antes-y-despues-del-acuerdo-de-paz

[3]https://www.latercera.com/mundo/noticia/cinco-expresidentes-peru-la-mira-la-justicia/408929/

[4]https://cnnespanol.cnn.com/2017/03/27/este-es-el-pais-latinoamerica-con-menor-desarrollo-humano/

[5]https://es.insightcrime.org/noticias/analisis/balance-de-insight-crime-sobre-homicidios-en-latinoamerica-en-2017/   InSight Crime es una ONG especializada en el estudio de la criminalidad organizada en América Latina. Esta institución tiene ligazones informales con la American University de los Estados Unidos, localizada en Washington DC. No es precisamente una fuente “amiga” del gobierno sandinista.

[6]https://www.telesurtv.net/news/Mayoria-de-nicaraguenses-rechaza-la-Nica-Act-20180104-0056.html

Bolsonaro y el fascismo

Risultati immagini per Mst Brasilpor Atilio A. Boron

Se ha vuelto un lugar común caracterizar al nuevo gobierno de Jair Bolsonaro como “fascista”. Esto, a mi juicio, constituye un grave error. El fascismo no se deriva de las características de un líder político por más que en los tests de personalidad –o en las actitudes de su vida cotidiana, como en el caso de Bolsonaro- se compruebe un aplastante predominio de actitudes reaccionarias, fanáticas, sexistas, xenofóbicas y racistas. Esto era lo que medían los sociólogos y psicólogos sociales estadounidenses a la salida de la Segunda Guerra Mundial con la famosa “Escala F”, donde la efe se refería al fascismo. Se pensaba en esos momentos, y algunos todavía alimentan esa creencia, que el fascismo era la cristalización en el plano del Estado y la vida política de personalidades desquiciadas, portadoras de graves psicopatologías, que por razones circunstanciales se habían encaramado al poder. La intencionalidad política de esta operación era obvia: para el pensamiento convencional y para las ciencias sociales de la época la catástrofe del fascismo y el nazismo debían ser atribuidas al papel de algunos individuos: la paranoia de Hitler o los delirios de grandeza de Mussolini. El sistema, es decir, el capitalismo y sus contradicciones, era inocente y no tenía responsabilidad alguna ante el holocausto de la Segunda Guerra Mundial.

Descartada esa visión hay quienes insisten que la presencia de movimientos o inclusive partidos políticos de clara inspiración fascista inevitablemente teñirán de modo indeleble al gobierno de Bolsonaro.

Otro error: tampoco son ellas las que definen la naturaleza profunda de una forma estatal como el fascismo. En el primer peronismo de los años cuarenta así como en el varguismo brasileño pululaban en los círculos cercanos al poder varias organizaciones y personajes fascistas o fascistoides. Pero ni el peronismo ni el varguismo construyeron un Estado fascista. El peronismo clásico fue, usando la conceptualización gramsciana, un caso de “Cesarismo progresivo” al cual sólo observadores muy prejuiciados pudieron caracterizar como fascista debido a la presencia en él de grupos y personas tributarios de esa ideología. Esos eran fascistas pero el gobierno de Perón no lo fue.

Viniendo a nuestra época: Donald Trump es un fascista, hablando de su personalidad, pero el gobierno de EEUU no lo es.

Desde la perspectiva del materialismo histórico al fascismo no lo definen personalidades ni grupos. Es una forma excepcional del Estado capitalista, con características absolutamente únicas e irrepetibles.

Irrumpió cuando su modo ideal de dominación, la democracia burguesa, se enfrentó a una gravísima crisis en el período transcurrido entre la Primera y la Segunda Guerra mundiales. Por eso decimos que es una “categoría histórica” y que ya no podrá reproducirse porque las condiciones que hicieron posible su surgimiento han desaparecido para siempre.

¿Cuáles fueron las condiciones tan especiales que demarcaron lo que podríamos llamar “la era del fascismo”, ausentes en el momento actual?

En primer lugar el fascismo fue la fórmula política con la cual un bloque dominante hegemonizado por una burguesía nacional resolvió por la vía reaccionaria y despótica una crisis de hegemonía causada por la inédita movilización insurreccional de las clases subalternas y la profundización del disenso al interior del bloque dominante a la salida de la Primera Guerra Mundial. Para colmo, esas burguesías en Alemania e Italia bregaban por lograr un lugar en el reparto del mundo colonial y las enfrentaba con las potencias dominantes en el terreno internacional, principalmente el Reino Unido y Francia. El resultado: la Segunda Guerra Mundial. Hoy, en la era de la transnacionalización y la financiarización del capital y el predominio de mega-corporaciones que operan a escala planetaria la burguesía nacional yace en el cementerio de las viejas clases dominantes. Su lugar lo ocupa ahora una burguesía imperial y multinacional, que ha subordinado fagocitado a sus congéneres nacionales (incluyendo las de los países del capitalismo desarrollado) y actúa en el tablero mundial con una unidad de mando que periódicamente se reúne en Davos para trazar estrategias globales de acumulación y dominación política. Y sin burguesía nacional no hay régimen fascista por ausencia de su principal protagonista.

Segundo, los regímenes fascistas fueron radicalmente estatistas. No sólo descreían de las políticas liberales sino que eran abiertamente antagónicos a ellas. Su política económica fue intervencionista, expandiendo el rango de las empresas públicas, protegiendo a las del sector privado nacional y estableciendo un férreo proteccionismo en el comercio exterior. Además, la reorganización de los aparatos estatales exigida para enfrentar las amenazas de la insurgencia popular y la discordia entre “los de arriba” proyectó a un lugar de prominencia en el Estado a la policía política, los servicios de inteligencia y las oficinas de propaganda. Imposible que Bolsonaro intente algo de ese tipo dadas la actual estructura y complejidad del Estado brasileño, máxime cuando su política económica reposará en las manos de un Chicago “boy” y ha proclamado a los cuatro vientos su intención de liberalizar la vida económica.

Tercero, los fascismos europeos fueron regímenes de organización y movilización de masas, especialmente de capas medias. A la vez que perseguían y destruían las organizaciones sindicales del proletariado encuadraban vastos movimientos de las amenazadas capas medias y, en el caso italiano, llevando estos esfuerzos al ámbito obrero y dando origen a un sindicalismo vertical y subordinado a los mandatos del gobierno. O sea, la vida social fue “corporativizada” y hecha obediente a las órdenes emanadas “desde arriba”. Bolsonaro, en cambio, acentuará la despolitización -infelizmente iniciada cuando el gobierno de Lula cayó en la trampa tecnocrática y creyó que el “ruido” de la política espantaría a los mercados- y profundizará la disgregación y atomización de la sociedad brasileña, la privatización de la vida pública, la vuelta de mujeres y hombres a sus casas, sus templos y sus trabajos para cumplir sus roles tradicionales. Todo esto se sitúa en las antípodas del fascismo.

Cuarto, los fascismos fueron Estados rabiosamente nacionalistas. Pugnaban por redefinir a su favor el “reparto del mundo” lo que los enfrentó comercial y militarmente con las potencias dominantes. El nacionalismo de Bolsonaro, en cambio, es retórica insustancial, pura verborrea sin consecuencias prácticas. Su “proyecto nacional” es convertir a Brasil en el lacayo favorito de Washington en América Latina y el Caribe, desplazando a Colombia del deshonroso lugar de la “Israel sudamericana”. Lejos de ser reafirmación del interés nacional brasileño el bolsonarismo es el nombre del intento, esperamos que infructuoso, de total sometimiento y recolonización del Brasil bajo la égida de Estados Unidos.

Pero, dicho todo esto: ¿significa que el régimen de Bolsonaro se abstendrá de aplicar las brutales políticas represivas que caracterizaron a los fascismos europeos. ¡De ninguna manera! Lo dijimos antes, en la época de las dictaduras genocidas “cívico-militares”: estos regímenes pueden ser –salvando el caso de la Shoa ejecutada por Hitler- aún más atroces que los fascismos europeos. Los treinta mil detenidos-desaparecidos en la Argentina y la generalización de formas execrables de tortura y ejecución de prisioneros ilustran la perversa malignidad que pueden adquirir esos regímenes; la fenomenal tasa de detención por cien mil habitantes que caracterizó a la dictadura uruguaya no tiene parangón a nivel mundial; Gramsci sobrevivió once años en las mazmorras del fascismo italiano y en la Argentina hubiera sido arrojado al mar como tantos otros días después
de su detención. Por eso, la renuencia a calificar al gobierno de Bolsonaro como fascista no tiene la menor intención de edulcorar la imagen de un personaje surgido de las cloacas de la política brasileña; o de un gobierno que será fuente de enormes sufrimientos para el pueblo brasileño y para toda América Latina. Será un régimen parecido a las más sanguinarias dictaduras militares conocidas en el pasado, pero no será fascista. Perseguirá, encarcelará y asesinará sin merced a quienes resistan sus atropellos. Las libertades serán coartadas y la cultura sometida a una persecución sin precedentes para erradica “la ideología de género” y cualquier variante de pensamiento crítico. Toda persona u organización que se le oponga será blanco de su odio y su furia. Los Sin Tierra, los Sin Techo, los movimientos de mujeres, los LGTBI, los sindicatos obreros, los movimientos estudiantiles, las organizaciones de las favelas, todo será objeto de su frenesí represivo.

Pero Bolsonaro no las tiene todas consigo y tropezará con muchas resistencias, si bien inorgánicas y desorganizadas al principio.

Pero sus contradicciones son muchas y muy graves: el empresariado –o la “burguesía autóctona”, que no nacional, como decía el Che- se opondrá a la apertura económica porque sería despedazado por la competencia china; los militares en actividad no quieren ni oír hablar de una incursión en tierras venezolanas para ofrecer su sangre a una invasión decidida por Donald Trump en función de los intereses nacionales de Estados Unidos; y las fuerzas populares, aún en su dispersión actual no se dejarán avasallar tan fácilmente. Además, comienzan a aparecer graves denuncias de corrupción contra este falso “outsider” de la política que estuvo durante veintiocho años como diputado en el Congreso de Brasil, siendo testigo o partícipe de todas las componendas que se urdieron durante esos años. Por lo tanto, sería bueno que recordara lo ocurrido con otro Torquemada brasileño: Fernando Collor de Melo, que como Bolsonaro llegó en los noventas con el fervor de un cruzado de la restauración moral y terminó sus días como presidente con un fugaz paso por el Palacio del Planalto. Pronto podremos saber qué futuro le espera al nuevo gobierno, pero el pronóstico no es muy favorable y la inestabilidad y las turbulencias estarán a la orden del día en Brasil. Habrá que estar preparados, porque la dinámica política puede adquirir una velocidad relampagueante y el campo popular debe poder reaccionar a tiempo.

Por eso el objetivo de esta reflexión no fue entretenerse en una distinción académica en torno a las diversas formas de dominio despótico en el capitalismo sino contribuir a una precisa caracterización del enemigo, sin lo cual jamás se lo podrá combatir exitosamente. Y es importantísimo derrotarlo antes de que haga demasiado daño.

Noam Chomsky: los 90 años y el estado más criminal del mundo

Nessun testo alternativo automatico disponibile.por Atilio A. Boron

El pasado 7 de Diciembre Noam Chomsky cumplió 90 años. En el fárrago de noticias de esos días el onomástico de uno de los más grandes pensadores de nuestro tiempo ese acontecimiento pasó
desapercibido. La prensa hegemónica estaba ocupada entonando sus himnos fúnebres por la muerte de un criminal serial, el ex presidente George H. W. Bush, la absoluta futilidad de la sesión del G-20 en Buenos Aires o el arresto en Canadá de la heredera del gigantesco emporio telefónico Huawei. Los ideólogos del establishment no hicieron otra cosa que imitar a la prensa autoproclamada libre e independiente –que no es ni lo uno ni lo otro- en el sistemático ninguneo de la figura del lingüista, filósofo y politólogo estadounidense. La cobardía intelectual del mandarinato burgués e imperialista –tanto en Estados Unidos y Europa como en América Latina- es revulsiva. Dado que no podrían durar ni cinco minutos debatiendo con Chomsky -y con tantos otros, ninguneados también como él- lo que hacen es ignorarlo y ocultarlo a la vista del gran público. Montados en sus enormes aparatos de propaganda, que no de información, desde allí peroran y mienten impunemente, o barren bajo la alfombra las opiniones fundadas, irrefutables y valientes de ese enorme francotirador intelectual que es el ex profesor del MIT.

Por eso las “fake news” son sólo un nuevo nombre para designar una vieja costumbre del pseudo-periodismo que procura disimular su condición de órgano de propaganda proclamando su carácter
“profesional” e “imparcial”. Sus voceros son pigmeos intelectuales que hacen de la prepotencia verdad; o de la asimetría entre los que pueden hablar y los que no también verdad. Son los que aupados sobre sus enormes oligopolios mediáticos proclaman sus sofismas e inoculan sus venenos para enturbiar la mente del gran público, para confundirlo, para sumirlo en la ignorancia porque cuanto más confuso e ignorante sea más fácil será someterlo. Alabados como grandes personalidades del mundo de la cultura y la comunicación por las mentiras dominantes les cabe a
ellos y ellas el sayo de la cáustica réplica que Gyorg Lúkacs espetara, desafiante, ante sus inquisidores: “un conejo parado en la cima del Himalaya sigue siendo un conejo”. Conejos que deben impedir que el mundo sepa que Chomsky vive, piensa y escribe; y que sobreviven y medran en su oficio porque suprimen toda disidencia bien fundada. Cuando forzados por las circunstancias montan un simulacro de debate seleccionan cuidadosamente sus rivales. No hay lugar para Chomsky.

Eligen en cambio a sus críticos más rústicos, elementales, impresentables y salen airosos de esa falaz contienda. Por eso el lingüista norteamericanos, pese a ser el “Bartolomé de Las Casas del imperio americano” como acertadamente lo describiera Roberto Fernández Retamar, es un gran desconocido para el público de Estados Unidos. Sus opiniones son dañinas y no deben circular masivamente. Y su nonagésimo cumpleaños no fue celebrado como la supervivencia de un
fabuloso tesoro de conocimientos acumulados, de audaces teorizaciones, de valientes denuncias sino como la insoportable longevidad de un excéntrico al que no se le debe prestar ninguna atención. Para el pensamiento dominante (y ya sabemos de quién es ese pensamiento) sus
opiniones sólo revelan su odio y sus patológicos prejuicios sobre la sociedad norteamericana. No son opiniones propias de gentes “razonables”, esas que comprenden que cuando Estados Unidos mata a millones de personas en todo el mundo –en Siria, en Irak, en Palestina, en Afganistán, en Yemen, en Libia- o cuando provoca desastres humanitarios en Honduras y Haití, o cuando bloquea y agrede a países como Irán, Cuba y Venezuela, sometiéndolos a indecibles sufrimientos, son heroicos y desinteresados sacrificios que la Casa Blanca hace en defensa de la libertad, la democracia y los derechos humanos. Chomsky no comparte ese discurso autocomplaciente. Por eso, a sus noventa años, no hay nada que celebrar, nada que festejar, nada que dar a conocer.

Termino recomendando la lectura de una de sus notas más punzantes de los últimos años (publicada en La Jornada el 3 de Noviembre del 2015) y que lleva por título “EEUU, el Estado terrorista número uno” comienza así: “Oficial: EEUU es el mayor Estado terrorista del mundo y se enorgullece de serlo. Esa debería ser la cabeza de la nota principal del New York Times del 15 de octubre pasado, cuyo título, más cortés, dice así: Estudio de la CIA sobre ayuda encubierta provoca
escepticismo sobre el apoyo a rebeldes sirios.” Con retraso desde la Argentina y toda Latinoamérica le mandamos esta salutación por su nonagésimo cumpleaños deseándole que “cumplas muchos más”, como dice la canción mexicana y que nos siga inspirando con su excepcional inteligencia, sus sólidas denuncias y su fecunda prédica antiimperialista.

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Para enmendar mi olvido comparto con mis lectoras y lectores el texto arriba
mencionado que lleva un título más que apropiado, mismo que inspiró a
varios de nosotros a lanzar una campaña para declarar el 9 de Agosto como
el Día Internacional de los Crímenes Estadounidenses contra la Humanidad.
“EEUU, el Estado terrorista número uno”

Noam Chomsky
La Jornada
03-11-2014
Oficial: EU es el mayor Estado terrorista del mundo y se enorgullece de serlo. Esa
debería ser la cabeza de la nota principal del New York Times del 15 de octubre
pasado, cuyo título, más cortés, dice así: Estudio de la CIA sobre ayuda encubierta
provoca escepticismo sobre el apoyo a rebeldes sirios.
La nota informa sobre una revisión hecha por la CIA a las operaciones encubiertas
recientes para determinar su efectividad. La Casa Blanca concluyó que, por desgracia,
los éxitos son tan escasos que es necesario reconsiderar esa política.
Se incluye una declaración del presidente Barack Obama de que pidió a la CIA llevar a
cabo esa revisión para encontrar casos en los que financiar y proveer de armas a una
insurgencia en algún país haya funcionado bien. Y no pudieron hallar mucho. Por eso
Obama tiene cierta renuencia a continuar con esos esfuerzos.
El primer párrafo cita tres ejemplos importantes de ayuda encubierta: Angola,
Nicaragua y Cuba. En realidad, cada uno fue una importante operación terrorista
lanzada por Estados Unidos.
Angola fue invadida por Sudáfrica, que, según Washington, se defendía de uno de
los más notorios grupos terroristas del mundo: el Congreso Nacional Africano de
Nelson Mandela. Eso fue en 1988.

Para entonces el gobierno de Ronald Reagan estaba prácticamente solo en su apoyo al
régimen del apartheid, incluso violando las sanciones que su propio Congreso había
impuesto al incremento del comercio con su aliado sudafricano.
Washington se unió a Sudáfrica en dar apoyo crucial al ejército terrorista Unita de
Jonas Savimbi en Angola. Continuó haciéndolo incluso después de que Savimbi sufrió
una rotunda derrota en una elección libre y cuidadosamente vigilada, y de que
Sudáfrica le había retirado el respaldo.
Savimbi era un monstruo cuya ambición de poder había llevado abrumadora miseria a
su pueblo, en palabras de Marrack Goulding, embajador británico en Angola.
Las consecuencias fueron horrendas. Una investigación de la ONU en 1989 estimó que
las depredaciones sudafricanas provocaron 1.5 millones de muertes en países vecinos,
sin mencionar lo que ocurría en Sudáfrica misma. Fuerzas cubanas finalmente
vencieron a los agresores sudafricanos y los obligaron a retirarse de Namibia, la cual
habían ocupado ilegalmente. Sólo Estados Unidos siguió apoyando al monstruo
Savimbi.
En Cuba, después de la fallida invasión de Bahía de Cochinos en 1961, el entonces
presidente estadunidense John F. Kennedy lanzó una campaña asesina y destructiva
para llevar los terrores de la Tierra a Cuba, según palabras del historiador Arthur
Schlesinger, aliado cercano del mandatario, en su biografía semioficial de Robert
Kennedy, a quien se asignó la responsabilidad de esa guerra terrorista.
Las atrocidades contra Cuba fueron graves. Los planes consideraban que el terrorismo
culminara en un levantamiento en octubre de 1962, que daría pie a una invasión
estadunidense. Hoy día la academia reconoce que esa fue una de las razones por las
que el entonces primer ministro soviético Nikita Jrushchov emplazó misiles en Cuba,
con lo que se produjo una crisis que se acercó peligrosamente a una guerra nuclear. El
entonces secretario de la Defensa Robert McNamara concedió más tarde que si él
hubiera sido un gobernante cubano, habría esperado una invasión estadunidense.
Los ataques terroristas contra Cuba continuaron durante más de 30 años. Desde luego,
el costo para los cubanos fue severo. Los recuentos de víctimas, de los que apenas si
se oye en Estados Unidos, fueron dados a conocer en detalle por primera vez en un
estudio del experto canadiense Keith Bolender, Voices From the Other Side: an Oral
History of Terrorism Against Cuba (Voces desde el otro lado: historia oral del
terrorismo contra Cuba), en 2010.
El saldo de la prolongada guerra terrorista fue amplificado por un sofocante embargo,
que continúa a la fecha en desafío al mundo. El 28 de octubre pasado, la Asamblea
General de la ONU avaló, por vigésimo tercera vez, la necesidad de poner fin al
bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por Estados Unidos a Cuba. La
votación fue de 188 a dos (Estados Unidos e Israel) y tres abstenciones de
subordinados isleños de Estados Unidos en el Pacífico.
Hoy día existe cierta oposición al embargo en altos estratos estadunidenses, informa
ABC News, porque ya no es útil (citando el libro reciente de Hillary Clinton, Hard
Choices). El experto francés Salim Lamrani pasa revista a los aciagos costos para los
cubanos en su libro de 2013 La guerra económica contra Cuba.

Apenas si hace falta mencionar a Nicaragua. La guerra terrorista de Ronald Reagan fue
condenada por el Tribunal Internacional de La Haya, que ordenó a Estados Unidos
poner fin a su uso ilegal de la fuerza y pagar sustanciales reparaciones de daños.
Washington respondió intensificando la guerra y vetando una resolución del Consejo de
Seguridad que llamaba a todos los estados –con dedicatoria a Estados Unidos– a
observar el derecho internacional.
Otro ejemplo de terrorismo se conmemorará el 16 de noviembre, en el 25 aniversario
del asesinato de seis sacerdotes jesuitas en San Salvador por una unidad terrorista del
ejército salvadoreño, armada y entrenada por Estados Unidos. Bajo las órdenes del
alto mando militar, los soldados irrumpieron en la universidad jesuita para dar muerte
a los sacerdotes y a todo testigo, incluidas su ama de llaves y la hija de ésta.
Este suceso culminó las guerras terroristas de Estados Unidos en Centroamérica en la
década de 1980, aunque sus efectos aún ocupan las primeras planas, en los informes
acerca de los inmigrantes ilegales, que en buena medida huyen de las consecuencias
de aquella carnicería y son deportados de Estados Unidos para sobrevivir, si pueden,
en las ruinas de sus países de origen.
Washington también ha surgido como el campeón mundial en generar terror. El ex
analista de la CIA Paul Pillar advierte sobre el impacto generador de resentimiento de
los ataques de Estados Unidos en Siria, que podrían inducir aún más a las
organizaciones yihadistas Jabhat al-Nusra y Estado Islámico a reparar su ruptura del
año pasado y hacer campaña conjunta contra la intervención estadunidense,
presentándola como una guerra contra el Islam.
Esa es ahora una consecuencia familiar de las operaciones estadunidenses, que han
ayudado a propagar el yihadismo de un rincón de Afganistán a gran parte del planeta.
La manifestación más temible del yihadismo hoy día es el Estado Islámico, o Isil, que
ha establecido su califato asesino en vastas zonas de Irak y Siria.
Creo que Estados Unidos es uno de los creadores claves de esta organización, asevera
el ex analista de la CIA Graham Fuller, prominente comentarista sobre aquella
región. Estados Unidos no planeó la formación del Isil, pero sus intervenciones
destructivas en Medio Oriente y la guerra en Irak fueron las causas básicas del
nacimiento del Isil, añade.
A esto podríamos agregar la mayor campaña terrorista del orbe: el proyecto global de
asesinato de terroristas lanzado por Obama. El impacto generador de resentimiento de
esos ataques con drones y con fuerzas especiales debe de ser bastante conocido para
requerir mayor comentario.
Todo esto constituye un registro que hay que contemplar con cierto horror.
Noam Chomsky es profesor emérito de lingüística y filosofía en el Instituto
Tecnológico de Massachusetts, en Cambridge. Su libro más reciente
es Masters of Mankind: Essays and Lectures, 1969-2013. 

Fuente: http://www.jornada.unam.mx/2014/11/01/index.php?section=opinion&article=022a1m
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Traducción: Jorge Anaya

“Chalecos amarillos”: la peculiaridad de lo francés

Risultati immagini per chalecos amarillospor Atilio A. Boron

Alemania y Japón tienen el dudoso honor de ser dos países en los que jamás triunfó una revolución. No por casualidad fueron también los que, precisamente a causa de ello, dieron nacimiento a regímenes tan oprobiosos como el nazismo y el militarismo fascista japonés. Por contraposición la historia francesa está signada por recurrentes revoluciones y levantamientos populares. Aparte de la Gran Revolución de 1789 hubo estallidos revolucionarios en 1830, otro mucho más vigoroso en 1848 y la gloriosa Comuna de París de 1871, el primer gobierno de la clase obrera en la historia universal. Luego de su sangriento aplastamiento pareció que la rebeldía del pueblo francés se había apagado para siempre. Pero no fue así. Reapareció en la heroica resistencia a la ocupación alemana durante la Segunda Guerra Mundial y luego, con una fuerza arrolladora, en el Mayo francés de 1968.

¿Es esto lo único que hace de Francia un país tan peculiar? No. Más importante que este incesante fermento insurreccional que históricamente distingue a las capas populares francesas es que sus luchas resuenan como ninguna otra en la escena mundial. Ya lo había advertido Karl Marx en 1848 cuando, observando la revolución en Francia, dijera que “el canto del gallo galo despertará una vez más a Europa”. Y la despertó, aunque esos sueños fueron aplastados a sangre y fuego. Miremos la historia: la Revolución Francesa retumbó en Europa y América, con fuerza atronadora; la Comuna se convirtió en una fuente de inspiración para el movimiento obrero mundial, sus enseñanzas reverberando inclusive en algunos rincones apartados de Asia. El Mayo francés se reproduciría, con las lógicas características nacionales, por todo el mundo. En otras palabras: Francia tiene esa única capacidad de convertir lo suyo en un acontecimiento histórico-universal, como gustaba decir a Hegel. Y esa es, precisamente, la inimitable peculiaridad de lo francés.

Risultati immagini per chalecos amarillosLa rebelión de los “chalecos amarillos” que comenzó hace pocas semanas cuando dos camioneros y la dueña de un pequeño comercio -desconocidas entre sí y habitando en distintos lugares del interior de Francia- lanzaron a través de las redes sociales una convocatoria a protestar en las rotondas de entrada de sus pequeñas ciudades por el aumento del precio del combustible. A los pocos días una de ellas tenía casi un millón de seguidores en su cuenta de Facebook. Luego vino la convocatoria del 17 de Noviembre en París y, a partir de allí, la protesta adquiriría una dimensión fenomenal que puso al gobierno de Macron entre la espada y la pared. Lo que no habían podido hacer en tres meses los sindicatos del ferrocarril lo lograron los “chalecos amarillos” en pocas semanas. Y la cosa sigue, y el “contagio” del virus rebelde que llega desde Francia ya se vislumbra más allá de sus fronteras. Se ha insinuado en Bélgica, Holanda y ahora en Polonia, con ocasión de la Cumbre del Clima en Katowice. En Egipto el régimen de Al Sisi prohibió la venta de chalecos amarillos en todo el país como una medida precautoria para evitar que el ejemplo francés cunda en su país.

La revuelta, de final abierto, no es sólo por el precio del combustible. Es una protesta difusa pero generalizada y de composición social muy heterogénea contra la Francia de los ricos y que en cuya abigarrada agenda de reivindicaciones se perciben los contornos de un programa no sólo pos sino claramente anti-neoliberal. Pero hay también otros contenidos que remiten a una cosmovisión más tradicional de una Francia blanca, cristiana y nacionalista. Ese heteróclito conjunto de reivindicaciones, inorgánicamente expresadas, alberga demandas múltiples y contradictorias aspiraciones producto de una súbita e inesperada eclosión de activismo espontaneísta, carente de dirección política. Esto es un grave problema porque toda esa enorme energía social liberada en las calles de Francia podría tanto dar lugar a conquistas revolucionarias como naufragar en un remate reaccionario. Sin embargo, más allá de la incertidumbre sobre el curso futuro de la movilización popular y la inevitable complejidad ideológica presente en todos los grandes movimientos espontáneos de masas no caben dudas de que su sola existencia ha socavado la continuidad de la hegemonía neoliberal en Francia y la estabilidad del gobierno de Emmanuel Macron.

Y en un mundo de superpoblado de esperpentos como los Trumps y los Bolsonaros, los Macris y los Macrones todo esto es una buena noticia porque el “canto del gallo galo” bien podría despertar la rebeldía dormida –o premeditadamente anestesiada- de los pueblos dentro y fuera de Europa y convertirse en la chispa que incendie la reseca llanura en que las políticas neoliberales han convertido a nuestras sociedades, víctimas de un silencioso pero mortífero holocausto social de inéditas proporciones.

No es la primera vez que los franceses desempeñan esa función de vanguardia en la escena universal y su ardorosa lucha podría convertirse, sobre todo en los suburbios del imperio, en el disparador de una oleada de levantamientos populares –como ocurriera principalmente con la Revolución Francesa y el Mayo de 1968- en contra de un sistema, el capitalismo, y una política, el neoliberalismo, cuyos nefastos resultados son harto conocidos. No sabemos si tal cosa habrá de ocurrir, si el temido “contagio” finalmente se producirá, pero los indicios del generalizado repudio a gobiernos que sólo enriquecen a los ricos y expolian a los pobres son inocultables en todo el mundo. No habrá que esperar mucho tiempo pues pronto la historia dictará su inapelable veredicto.

Más allá de sus efectos globales la brisa que viene de Francia es oportuna y estimulante en momentos en que tantos intelectuales y publicistas de Latinoamérica, Europa y Estados Unidos se regodean hablando del “fin del ciclo progresista” en Nuestra América, que supuestamente sería seguido por el comienzo de otro de signo “neoliberal” o conservador que sólo lo pronostican quienes quieren convencer a los pueblos que no hay alternativas de recambio y que es esto, el capitalismo, o el caos, ocultando con malicia que el capitalismo es el caos en su máxima expresión. Por eso los acontecimientos en Francia ofrecen un baño de sobriedad a tanta mentira que pretende pasar por riguroso análisis económico o sociopolítico y nos demuestran que muchas veces la historia puede tomar un giro inesperado, y que lo que aparecía como un orden económico y político inmutable e inexpugnable se puede venir abajo en menos de lo que canta un gallo… francés.

(FOTO) L’incontro con Borón a Napoli

di Romina Capone

Napoli. L’arresto di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del colosso telefonico cinese Huawei, lo scorso 1° dicembre all’aeroporto di Vancouver in Canada, rimarca i decennali ed ostili rapporti tra USA e Cina.

«Il grande trono americano non esiste più; assistiamo a un lento movimento di decadenza.
Lo conferma proprio lo spot del presidente Trump che recita: “Let’s make America great again”» così Atilio Borón, politologo e sociologo argentino, in una lectio magistralis sulle Nuove relazioni internazionali: America Latina nella difesa della sua democrazia e sovranità, ospite presso il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli. Borón analizza dettagliatamente la situazione mondiale a livello politico, economico, sociale e culturale partendo dall’America Latina, passando per Europa, Stati Uniti, fino all’Asia. «Nel corso del XXI secolo, conosciuto appunto come il Secolo Americano, l’irruzione della Cina come una super potenza ha sin da subito intimorito gli Stati Uniti dato l’avanzamento economico della crescita globale esponenziale – spiega Borón – basti pensare al semplice consumo di cemento nel solo triennio 2011-13: il 46% in più rispetto al consumo di un intero secolo negli Usa.

Dunque uno tsunami cinese che spaventa gli americani non solo nell’edilizia ma anche nel campo dell’Hi- tech. La Cina infatti ruba il primato toptrend dell’Hi-tech detenuto dagli Stati Uniti triplicando in pochi anni la produzione di tecnologia all’avanguardia».

Continua Borón la sua analisi sulla questione internazionale che affligge Cuba e i paesi dell’America Latina. Prende in esame ogni singolo caso attuale e spiega che da anni il capitalismo attende che Cuba crolli. Questo non è avvenuto né con la morte di Fidel Castro né con la successione al fratello Raúl Castro.

Parla del Venezuela e del suo “maledetto e benedetto” petrolio, delle risorse minerarie, dei preziosi
materiali. Borón sostiene che la manovra americana nei confronti del Venezuela mira ai prossimi 50 anni quando i giacimenti di petrolio andranno probabilmente a scarseggiare. Gli Stati Uniti non attaccheranno mai direttamente il Venezuela; non attaccheranno mai quei Paesi che possono difendersi, bensì quelli che non possono. Il politologo argentino afferma che con Trump al potere è difficile fare pronostici. Non dichiarerà guerra alla Corea del Nord: l’arsenale missilistico di Kim Jong-un è da qualche giorno stato ampliato ulteriormente. La guerra cede il posto all’offensiva diplomatica, favorendo così il contrabbando di carburante, di generi alimentari di prima necessità e medicinali, cercando di portare l’opinione pubblica contro il presidente Nicolás Maduro. La scuola di Chavez nel popolo venezuelano è ancora viva; forte è il suo insegnamento. Il Venezuela ha una forza armata molto preparata e motivata; questo spiega il motivo per cui le truppe americane non attaccano direttamente in territorio venezuelano ma preferiscono creare piccoli insediamenti all’interno dei paesi ad essa confinanti. L’America Latina è la regione del pianeta più desiderata. Si pensi ai Caraibi, al controllo di Cuba nel 1700 per la produzione di zucchero. Si pensi al microclima, alle biodiversità e a tutto ciò che più offrire quell’angolo di paradiso terrestre. La grandezza di quelle terre, di quella gente, sta nel sopportare e subire offensive diplomatiche, guerre economiche, commerciali e mediatiche.

C’è da considerare – termina Borón – che la popolazione mondiale è inconsapevolmente attratta e tende a crede alle fake news. Studi dimostrano come alcune notizie, generate consapevolmente per scatenare determinate reazioni nell’uomo, riescono a toccare le connessioni primordiali, istintive e primitive, tali da provocare una reazione di difesa, di chiusura e reazionaria. Se a questa manipolazione psicologica si somma anche il potere economico dei media, si può dedurre l’importanza e il ruolo che ha la comunicazione nel mondo.
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Napoli 3dic2018: Atilio Borón, democrazia, sovranità e l’esempio latinoamericano

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana
del Venezuela a Napoli

Invita:

Incontro con Atilio Borón, prestigioso politologo e sociologo argentino

“Nuove Relazioni Internazionali: America Latina nella difesa della sua democrazia e sovranità”

Sede del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli. Via Agostino Depretis 102, 4to piano

Lunedì 03 dicembre 2018, Ore. 11.30

“No ha concluido el ciclo progresista en América Latina”

Sezione Stampa e Pubbliche Relazioni
Sección Prensa y Relaciones Públicas 
Indira Pineda Daudinot
convenap.prensa@gmail.com

Salerno 3dic2018: Atilio Borón – América Latina en la era Trump

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Nasce un mostro

Bolsdi Atilio Borón

07ott2018.- In una maleodorante taverna dei bassifondi della Monaco del primo post-guerra un ufficiale smobilitato dell’esercito imperiale austriaco – fallito come pittore e ritrattista – cercava di guadagnarsi la vita, scommettendo con gli ubriachi del locale che non sarebbero stati capaci di colpirlo con i loro sputi da una distanza di tre metri. Se li schivava, vinceva; in caso contrario, doveva pagare. Tra l’uno e l’altro tentativo, dava voce a tremendi insulti antisemiti, malediceva bolscevichi e spartachisti e si impegnava a eliminare dalla faccia della terra zingari, omosessuali ed ebrei. Il tutto in mezzo alle grida dei clienti incontrollati riuniti lì, imbottiti di alcol e che ripetevano con scherno i suoi slogan, mentre gli lanciavano i resti della birra dai boccali e gli tiravano monete tra insulti e risate a crepapelle. Anni dopo, Adolf Hitler, perché di lui stiamo parlando, si convertirà, con queste stesse arringhe, nel leader “del popolo più colto dell’Europa”, secondo quanto  più di una volta dichiarato da Friedrich Engels. Colui che in quei momenti – gli anni 1920, ’21, ’23 – era oggetto del crudele sarcasmo tra i fedeli frequentatori della taverna resusciterà come una specie di semidio per le grandi masse del suo paese e l’incarnazione stessa dello spirito nazionale tedesco.

Fatte le debite distanze, qualcosa di simile sta accadendo con Jair Bolsonaro, che conduce comodamente i sondaggi del primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile. Le sue esternazioni reazionarie, sessiste, omofobe, fasciste e la sua difesa della tenebrosa dittatura militare brasiliana del 1964 e della tortura hanno causato una diffusa repulsione nella società. Nel migliore dei casi, veniva considerato solo come un buffone, uno zimbello nostalgico del tempo del regime, che si è abbattuto sul Brasile tra il 1964 e il 1985. Di conseguenza, per due anni il suo consenso elettorale non ha mai superato il 15 o 18 per cento.

I sondaggi delle ultime due settimane, tuttavia, mostrano una crescita spettacolare della sua candidatura. Il più recente gli attribuisce un 39% nell’intenzione di voto. Sappiamo che oggi i sondaggi dell’opinione pubblica hanno enormi margini di errore; possono anche essere operazioni mediatiche della borghesia brasiliana, pronta a installare a Brasilia chiunque impedisca il “ritorno del populismo petista” al potere. Ma sappiamo anche, come affermato da un recente articolo di Marcelo Zero che, in Brasile, la CIA e i suoi alleati locali hanno scatenato una travolgente valanga di “notizie false” e diffamatorie riguardo i candidati dell’alleanza PT, che hanno trovato terreno fertile nelle favelas e nei quartieri popolari delle grandi città di quel paese (“Tem dedo da CIA nas eleições do Brasil”, su www.brasil247.com).

Questi settori sono stati portati fuori dalla povertà estrema e resi protagonisti dalla gestione di Lula e Dilma. Ma non sono stati politicamente istruiti e la loro organizzazione territoriale o di classe non è stata favorita. Sono rimasti come masse disponibili, come avrebbero detto i sociologi degli anni ’60.

Coloro che li stanno organizzando e sensibilizzando sono le chiese evangeliche, che hanno come alleato Bolsonaro, il quale promuove un duro discorso conservatore, ipercritico verso il “disordine” causato dalla sinistra in Brasile, con le sue politiche di inclusione sociale e di genere, di rispetto della diversità e dei LGBT e di “mano morbida” contro la criminalità – la sua ossessione per i diritti umani “solo per i criminali.”

Uno dei loro metodi per conquistare le favelas alla causa della destra radicale sta nell’inviare presunti sondaggisti a chiedere se vorrebbero che il loro figlio José cambiasse nome e si chiamasse María, per esacerbare l’omofobia. La risposta è unanimemente negativa e indignata. La predicazione dell’ex-capitano si sintonizza naturalmente con quel conservatorismo popolare abilmente stimolato dalla reazione. In questo clima ideologico, le sue assurdità oltraggiose e violente, come quelle di Hitler, sedimentano come un ragionevole buon senso popolare e potrebbero catapultare un mostro come Bolsonaro al Palazzo del Planalto.

Bisogna ricordare, come dato ulteriore, che Bolsonaro ha promesso a Donald Trump di autorizzare l’installazione di una base militare americana ad Alcántara, sul promontorio strategico del Nordest brasiliano, che è il punto più vicino tra le Americhe e l’Africa, qualcosa che i governi PT hanno rifiutato. Se dovesse avere successo, sarebbe l’inizio di un incubo orribile, non solo per il Brasile ma per tutta l’America Latina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Chávez, un nuevo aniversario de su nacimiento

Risultati immagini per marcha chavistapor Atilio Boron

Un día como hoy, 28 de julio, pero de 1954 nacía en Sabaneta, Estado Barinas, Hugo Rafael Chávez Frías. Retomo algunas palabras pronunciadas hace un par de años pero que el paso del tiempo no hizo sino reafirmarlas. Chávez fue un líder enorme de la Patria Grande; un digno discípulo de Bolívar y por su capacidad didáctica aventajado alumno del gran educador del Libertador, Simón Rodríguez. Con Chávez la historia venezolana y de gran parte de Nuestra América abre un nuevo capítulo. La larga marcha iniciada casi exactamente un año antes del nacimiento de Chávez con el asalto al Moncada, el 26 de Julio de 1953, y que luego tuviera como sus hitos fundamentales la guerrilla de Sierra Maestra y el triunfo de la Revolución Cubana, esa marcha, decíamos, recibió un impulso decisivo cuando Chávez asumió la presidencia de Venezuela y se convirtió en el Gran Mariscal de Campo que, con su visión de águila, Fidel había descubierto cuando la izquierda latinoamericana no daba un cinco por el de Sabaneta. Y el Comandante, como estratega continental, acertó en su elección porque Chávez cumplió con creces esa función en la crucial batalla librada contra el ALCA en Mar del Plata, en Noviembre del 2005. Batalla que marcaría un hito en nuestra larga e inconclusa marcha por la Segunda y Definitiva Independencia de Nuestra América.

Tenemos una inmensa deuda con Chávez: haber reinstalado el tema de la actualidad del socialismo cuando el neoliberalismo campeaba sin contrapesos en Nuestra América; haber potenciado extraordinariamente el sentimiento antiimperialista dormido por siglos y que Cuba había despertado con su heroica revolución; haber rescatado la centralidad de la unidad de nuestros pueblos y plasmado en instituciones concretas el ideario nuestroamericano como el ALBA, la Unasur, la Celac, Petrocaribe, Telesur, el Banco del Sur, etc. Fue por eso que se convirtió en el enemigo público número uno del imperio, cosa que marca definitivamente la gravitación universal del bolivariano por contraposición a la absoluta indiferencia que Washington le concede a la inocua ultraizquierda vociferante de América Latina, esa que hizo de su visceral crítica y repudio a Chávez el leitmotiv de su existencia. Este pagó con su vida su audacia revolucionaria, su lucha cotidiana, alejada de la vacía retórica de sus desastrados críticos.

Por eso a Chávez lo mataron con un cáncer de laboratorio, como lo ha comprobado, definitivamente, el libro de Astolfo Sangronis Godoy, “La Muerte de Hugo Chávez. La vida por su pueblo” . Washington, un contumaz asesino serial, también intentó hacerlo mismo con René Preval (Haití); Lula y Dilma Roussef (Brasil), Fernando Lugo (Paraguay). El caso de Cristina Fernández, de Argentina, no es exactamente igual pero el tumor que le afectó la tiroides despertó la suspicacia de muchos. En todo caso, que el cáncer se hubiera transformado en una “enfermedad contagiosa” que afecta sobre todo a los líderes antiimperialistas de la región alimenta todo tipo de sospechas sobre la inescrupulosidad de los recursos a los que apela el imperio para eliminar a quienes no están dispuestos a convertirse en ejecutores de sus designios en la región.

Por eso Chávez, como Bolívar, vivirá eternamente en el corazón de nuestros pueblos. Fue un líder extraordinario pero, por sobre todas las cosas, una buena persona, un hombre honrado, transparente y profundamente humano: inteligente como pocos, amigo fidelísimo, dotado de un fino sentido del humor; lector insaciable y apasionado al punto tal que sólo Fidel se le compara en este punto; dueño de una memoria fabulosa capaz de recitar poesías y cantar sin parar hasta el amanecer; hombre de pueblo, profundamente de pueblo y capaz como muy pocos de comunicarse con su gente y entender sus vivencias, sus emociones y sus necesidades. Por eso Chávez fue Chávez, y por eso Chávez es pueblo, en Venezuela y en toda América latina y el Caribe. En Nuestra América decir Chávez es decir pueblo. Su nombre ha entrado definitivamente por la puerta grande de la historia. Por eso recordamos hoy su natalicio y nos basta saludarlo con un ¡Hasta siempre, querido Comandante Eterno!

La fonte della violenza in Argentina

Argentinadi Atilio Borón

11gen2018.- In tempi di crisi come quelli che vive l’Argentina, si definiscono le posizioni degli attori politici e dei loro rappresentanti intellettuali. Se in tempo di pace sociale, questi possono nascondere con l’aiuto dei media le contraddizioni sociali, ricorrendo alle argomentazioni contorte e alle categorie teoriche astruse del postmodernismo, quando l’ordine sociale comincia a scricchiolare, gli intellettuali del sistema gettano in mare ogni pretesa di imparzialità e obiettività e si schierano senza vergogna a difendere uno dei governi più conservatori e oligarchici che l’Argentina ha avuto in tutta la sua storia. Se si soleva fare riferimento all’esperienza del decennio infame o dei governi oligarchici a partire dal 1880, per illustrare quella che era una dittatura di classe, non tanto per la loro forma e il contenuto delle loro politiche – con il macrismo si produce una reincarnazione di quei modelli anteriori al processo di democratizzazione fondamentale che, nonostante le sue contraddizioni, ha portato alla nascita del peronismo in Argentina.

Quanto su detto è da riferirsi a un articolo pubblicato nei giorni passati da Luis A. Romero ne La Nación, in cui ci mette in guardia contro i pericoli che la recrudescenza della violenza rappresenta per la democrazia in Argentina (1). Il rigore che questo autore mostra nei suoi scritti accademici svanisce completamente in questo vero panegirico del macrismo. Come si può dire, ad esempio, che ‘in piazza, gruppi di manifestanti hanno aggredito le forze di sicurezza e hanno tentato di invadere i locali in cui i deputati avevano deliberato’?  Costui non aveva forse notato che pochi giorni prima, giovedì 14, una manifestazione del tutto pacifica era stata molestata e brutalmente aggredita dalla Gendarmeria,  la cui sproporzionata dimostrazione di forza aveva scatenato la reazione violenta di una minuscola frazione – infiltrata da parte di alcuni agenti provocatori, come è stato scoperto il giorno seguente- delle centinaia di migliaia di persone che erano venute per esprimere il loro rifiuto alla procedura profondamente anti-repubblicana utilizzata dal governo per ottenere ‘con prepotenza’ una legge fondamentale. Il manicheismo o la cecità di cui si vanta il nostro autore è inorridito dalla violenza quando un condannato del sistema getta un sasso, ma approva quando il governo militarizza completamente l’area del Congresso, reprime i manifestanti inermi e fa pressione su governatori, senatori e deputati per ottenere un voto favorevole al proprio progetto. Questa non è violenza (simbolica, politica, istituzionale), l’altra sì.

Nonostante Romero e gli intellettuali e pubblicisti amici della Casa Rosada non riescano a mandarlo giù, chi ha promosso questa sfortunata spirale di violenze è stato il governo di Mauricio Macri. A tutta vergogna del gruppo ufficialista, è stato lui a chiedere al Presidente della Camera dei Deputati di impedire la presenza di organizzazioni sociali di invalidi e ritirati e di ex combattenti della Malvinas nelle gallerie, affinché il popolo potesse essere testimone diretto del dibattito. Quando fu discussa la famosa Risoluzione 125, nel 2008, c’era il pubblico nelle gallerie ma, naturalmente, in quel momento, secondo gli Apostoli del Macrismo, l’Argentina viveva sotto l’influenza di una dittatura soffocante.

Ora che siamo presumibilmente in una democrazia, il pubblico non si è potuto presentare alla Camera, è rimasto fuori, e per giunta è stato picchiato e gasato. Ecco perché, in senso stretto, questo governo deve essere caratterizzato come una ‘democratura’, ​​un ibrido che contiene alcuni elementi di natura democratica (l’accesso alla Casa Rosada è stato effettuato attraverso il processo elettorale) ma con crescenti inclinazioni dei suoi principali rappresentanti ad adottare le metodologie autoritarie di controllo politico caratteristico delle dittature. Ad esempio, i progressi nel soffocare la stampa e, purtroppo, operazioni come quella che si è svolta la notte di lunedì 8 gennaio, quando una riedizione dei sinistri ‘grupos de tarea’ della dittatura ha preso d’assalto gli uffici degli avvocati che difendono i diritti umani, ha distrutto attrezzature e file, ha rubato computer portatili e documentazione, e ha lasciato un messaggio chiaro: chi si oppone ai disegni del governo dovrà essere disposto a subire questo tipo di rappresaglie e altre ancora più severe. Fin dai tempi della dittatura non c’era stato un evento di queste caratteristiche, frequenti in quel momento ma banditi dal 1983. Senza dubbio, siamo in presenza di un’oscura involuzione, che è stata accuratamente nascosta agli occhi del pubblico dai media egemonici (2).

Ecco perché la distinzione tra le molteplici forme di violenza è un requisito fondamentale per effettuare un’analisi seria della questione. Si dirà che questo è un riflesso anacronistico degli anni settanta, ma una tale insinuazione non farebbe che misurare la grandezza dell’ignoranza di chi pensa in quel modo. Nella tradizione socialista, comunista e anarchica sono oltre cento cinquanta anni che si opera questa distinzione tra la violenza di stato ‘legalizzata e istituzionalizzata’, che mette a tacere, sottomette, imprigiona o liquida i suoi nemici sempre ‘appellandosi alla legge’, e la violenza reattiva e difensiva del popolo, che a volte si ribella e non si rassegna a essere mandato al macello.

Dobbiamo anche ricordare che la violenza ‘legale’ dello stato è praticata quasi sempre con l’accompagnamento di forme paralegali di violenza privata, tollerata e in molti casi segretamente promossa e protetta dallo stato. Tale fu il caso in Argentina della Lega Patriottica, che portò avanti pogrom e massacri operai nei primi decenni del ventesimo secolo; o in Germania alla fine della Prima Guerra Mondiale l’attività dei Freikorps, che picchiavano gli attivisti socialisti e comunisti e poi hanno ucciso Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, con la complicità del governo socialdemocratico di Friedrich Ebert; e negli Stati Uniti, questa vibrante democrazia così ammirata dai portavoce del macrismo, fu il Ku Klux Klan (ora informalmente riabilitato da Donald Trump) responsabile di ‘mettere a posto’ i neri che combattevano contro l’eredità della schiavitù e di rimandare di cento anni la loro incorporazione nella vita politica del paese. Questa violenza ufficiale e para-ufficiale, abbiamo detto, non può e non deve essere equiparata alla risposta difensiva delle vittime, invariabilmente i poveri, gli sfruttati, i soggiogati.

Stando così le cose, come ignorare la responsabilità dell’inizio della violenza di un governo, che ha cercato nientemeno di nominare mediante un Decreto di Necessità e di Urgenza due membri della Corte Suprema. Non è forse violenza attentare contro lo stato di diritto come fa Casa Rosada, che tra l’altro ha partorito un deplorevole rovesciamento legale, che rende tutti gli abitanti di questo paese in ‘libertà condizionata’, per cui chiunque può essere mandato in prigione senza un processo preliminare e senza alcuna condanna? Nonostante la riprovazione universale di questa pratica aberrante e così poco ‘repubblicana’ e il reclamo presso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, il governo nazionale non si arrende e continua con la sua politica. Ci sono i casi di Milagro Sala, due anni di carcere senza condanna, e molti dei detenuti di Ezeiza e Marcos Paz in una situazione simile. Un governo, inoltre, che per bocca del ministro della sicurezza ha dato alle forze di sicurezza interna una sorta di ‘licenza per uccidere’, come al famoso agente 007.

Il risultato: Santiago Maldonado, ucciso in seguito a un’operazione della gendarmeria e ancora oggi liquidato dal giudice come ‘sparizione forzata’; e il fucilamento alle spalle di Rafael Nahuel a Bariloche in una presunto combattimento contro la guerriglia mapuche. L’ex-Ministro della Corte Suprema della Nazione e giudice corrente della Corte Interamericana dei Diritti Umani, Eugenio Raúl Zaffaroni, ha elencato 32 violazioni dello stato di diritto in una lettera all’attuale Segretario per i Diritti Umani, l’Avvocato Claudio Avruj, ancora in attesa di risposta. Queste trasgressioni sono la fonte da cui scaturisce la violenza. Tuttavia, nessuna di loro è stata presa in considerazione da Romero nel suo articolo. Il fervore ideologico ufficialista ha assoggettato il rigore dello storico (3).

Allarmato dalla grande mobilitazione popolare contro una legge profondamente impopolare (circa il 75 per cento in tutti i sondaggi conosciuti si è pronunciato contro la riforma previdenziale) e dai cacerolazos pacifici e massicci che hanno avuto luogo per diverse serate in diversi quartieri della città Buenos Aires, olimpicamente ignorati nel suo articolo, Romero riesuma la vecchia diffidenza delle elite oligarchiche di fronte al protagonismo plebeo e ci ricorda che la Costituzione Nazionale ‘ha stabilito che tassativamente il popolo non delibera né governa se non attraverso i suoi rappresentanti.’

In effetti, il disastroso (anti-democratico) articolo 22 della Costituzione  Nazionale dice, testualmente, che ‘il popolo non delibera se non attraverso i propri rappresentanti e le autorità stabilite dalla presente Costituzione. Qualsiasi forza armata o riunione di persone che rivendichi i diritti del popolo e faccia petizioni per conto di quest’ultimo, commette un crimine di sedizione‘. Cioè, vietato deliberare, lasciamo che la classe dominante e i suoi rappresentanti politici e ideologici se ne facciano carico; ed è anche proibito presentare una petizione alle autorità, perché tale audacia costituisce reato di sedizione.

In altre parole, la parte dogmatica della Costituzione, redatta nel 1853 e lasciata fuori del processo di riforma del 1994, condanna il popolo a diventare una variante speciale dei meteci dell’Antica Grecia, cioè a essere degli stranieri privi dei diritti di cittadinanza. Nell’Argentina di oggi anche i cittadini sono meteci, perché i diritti elementari di incontro, delibera e petizione alle autorità sono loro proibiti e considerati atti di natura sediziosa. Ma ci sono le classi sociali e c’è governo e governo. Nel recente passato, la ferocia repressiva esercitata a metà dicembre è stata assente.

In primo luogo, la protesta sociale non è stata criminalizzata in quegli anni, anche perché coloro che si riunivano e combattevano per ottenere una legislazione favorevole ai loro interessi erano ‘gente per bene’: gli imprenditori della soia e i loro improbabili alleati di una sinistra smarrita, che ha cercato di dare un certo tono plebeo alle loro richieste oligarchiche, bloccando per quattro mesi le strade e minacciando di non liquidare il prodotto delle esportazioni se la Risoluzione 125 fosse stata approvata; o le grandi marce convocate dall’Ingegnere John C. Blumberg, per chiedere una riforma del Codice Penale, che istituisse la mano dura ‘per impedire il ripetersi di crimini come quello perpetrato contro suo figlio Alex’.

In nessuno di questi due casi paradigmatici, chi oggi si strappa i capelli per l’insolenza di dipendenti, lavoratori e pensionati nel pretendere di bloccare una legislazione reazionaria ha pronunciato una parola di condanna di fronte a quelle manifestazioni e alle corrispondenti richieste, che apertamente andavano contro i suddetti precetti costituzionali. Ma erano ‘persone per bene’ e il Kirchnerismo non ha criminalizzato la protesta sociale. Oggi quelli che scendono in piazza sono persone comuni, lavoratori e il governo criminalizza le proteste sociali. È un peccato che la riforma della Costituzione nel 1994 non abbia abolito quest’articolo che contraddice la lettera e lo spirito della democrazia: il governo del popolo, dal popolo e per il popolo, secondo la nota formula di Abraham Lincoln, finora insospettato di simpatie kirchneriste o di sinistra.

È che, ‘fedele agli ideali del liberalismo e della tradizione repubblicana americana’, la destra volgare ha sempre concepito il popolo come una minacciosa ‘grande bestia’ che deve essere tenuta a bada, senza pietà o rimorso. Quest’immagine riappare periodicamente nella destra argentina, dal disprezzo per il nero e il gaucho in diversi momenti del diciannovesimo secolo. ‘Non cercare di economizzare il sangue dei gauchos’ consiglia Domingo F. Sarmiento a Bartolomé Mitre, fondatore del quotidiano La Nación. Disprezzo e odio che avrebbe portato poi, agli inizi del XX secolo, al conglomerato ‘criollo migratorio’, che José Luis Romero ha esaminato nei suoi studi sulla storia dell’Argentina. Anche la caratterizzazione infame del peronismo come un’’alluvione zoologica’, fatta dal deputato radicale Ernesto Sammartino, sfocia nell’edulcorata formulazione di Romero figlio, quando osserva che la folla che pretende di sostituire i propri rappresentanti si ‘esprime con violenza’ o che nelle giornate oggetto della sua analisi ‘il popolo parla attraverso un piccolo gruppo di violenti, organizzati per provocare le forze di sicurezza.’ In altre parole, il popolo non delibera né dialoga, ma vocifera, si esprime con grida e appelli alla violenza, verbale o fisica (4).

Le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente non contano per lo storico, sono invisibili; né quelli che si sono espressi nei cacerolazos notturni, durante vari giorni mentre si discuteva la nuova legge. L’associazione del popolo o del popolare con la violenza si esprime anche nell’improvvido intervento giornalistico di Romero, quando dice che ‘nel peronismo non c’è molta teoria, ma un patrimonio di esperienza pratica, coltivata da guardie del corpo, teppisti e simili’. Accecato dagli eventi, il ​​rigoroso storico ha bruciato la sua intera biblioteca e ha partorito quella frase auto-squalificantesi, rivelando una profonda incomprensione della storia argentina. E come bonus track, ci offre un breve paragrafo sulla RAM, invenzione dei servizi e della stampa canaglia per stigmatizzare i mapuche e giustificare la militarizzazione della politica e la brutalità con cui le popolazioni indigene vengono trattate dal governo. Totalmente ridicolo appare tutto questo cartone animato sulla RAM, l’Ancestrale Resistenza Mapuche, un gruppo presentato come terrorista e versione locale dello jihadismo islamico, in mezzo alla quale organizzazione di guerriglia, in un gesto quasi suicida, il presidente Macri è andato a fare le vacanze.  È come se Donald Trump fosse andato in vacanza a Al Raqa, la ‘capitale del califfato’. Per favore, un minimo di serietà!

Romero non sembra neanche aver considerato positivamente uno dei principali insegnamenti di Niccolò Machiavelli nei Discorsi, quando ha detto che:  ‘… coloro che condannano i tumulti tra nobili e plebe, attaccano quella che è stata la principale causa della libertà di Roma, e si fissano più sul frastuono e le grida che sono nati da quei tumulti che sugli effetti positivi che hanno prodotto. In ogni Repubblica ci sono due spiriti contrapposti, quello dei grandi e quello del popolo, e tutte le leggi che si fanno in favore della libertà nascono dalla loro disunione’. (5)

Ovviamente, il repubblicanesimo dei macristi non ha nulla a che fare con la tradizione repubblicana di Machiavelli, ma è legato alla codifica profondamente anti-democratica del repubblicanesimo architettata dai Padri Fondatori degli Stati Uniti, come è stato osservato da molti analisti americani, tra i quali Noam Chomsky, la cui tesi abbiamo esaminato nella nota a pie’ della pagina precedente.

Il riferimento alla screditata ‘democrazia rappresentativa’ occupa un posto centrale nell’argomentazione di Romero e, in generale, di tutti gli intellettuali affiliati, in un modo o nell’altro, al macrismo. Vale la pena chiedere: rappresentanti di cosa, o di chi? Ci sono pochi scienziati politici che oggi osano difendere il carattere rappresentativo delle democrazie capitaliste. Per cominciare, la composizione di classe dei rappresentanti ha poco o nulla a che fare con quella dei loro supposti rappresentati. Prendiamo il caso degli Stati Uniti, l’autoproclamata ‘democrazia esemplare’ del pianeta. Lì, non meno del 50% dei senatori e dei rappresentanti (268 su un totale di 535 in entrambe le camere) possiede una fortuna di un milione di dollari o più. Rappresentante? Sì, dell’1,5% della popolazione statunitense, che possiede anche un milione di dollari, ma non del resto. In Argentina ci sono circa 30% di poveri e il 12% della popolazione vive in baraccopoli. (6)

Ma ‘tra i 257 deputati non c’è nemmeno un povero, né uno che viene dalle baraccopoli o dall’economia popolare’. Un semplice confronto tra le retribuzioni dei deputati che hanno votato questa legge e quello che ci guadagnano le vittime di questo provvedimento legislativo serve a illustrare l’aspetto immorale e scandaloso di questa legislazione. Chi ha percepito nel 2017 un salario di 137.610 pesos mensili di stipendio (più 20.000 spese di rappresentanza) non hanno scrupolo di prendersela con i beni di pensionati che per lo più guadagnano un importo minimo di 7.246 pesos, che con la nuova legge avrebbero un incremento di 413, raggiungendo un reddito mensile di 7.659 pesos, un ventesimo di quello che intasca un ‘rappresentante del popolo‘ e meno della metà del consumo del paniere di base dei pensionati, stimato in 17.500 pesos, secondo le dichiarazioni di Eugenio Semino, difensore civico della terza età. (7)

In un paese dove, da tempo immemorabile, i ricchi sfuggono o evitano di pagare le tasse; in cui le grandi fortune e le grandi compagnie trovano mille modi per imbrogliare il fisco, per esportare capitali e trovare rifugio nei paradisi fiscali; in cui il governo sopprimeva le ritenzioni nell’agricoltura, riduceva quella delle esportazioni di soia ed eliminava quelle del settore minerario e del petrolio; potendo estrarre le risorse necessarie per ridurre il deficit fiscale tra i più ricchi, quelli che concentrano ricchezza, i ‘rappresentanti del popolo’ si sono rivoltati contro i settori più deboli e indifesi e hanno  scaricato su di loro tutto il peso della manovra fiscale. Difficile trovare una maggiore immoralità nella storia contemporanea dell’Argentina.

Se per composizione sociale dei parlamentari, così diversa da quella dei loro presunti rappresentati, l’idea di ‘rappresentanza’ è smentita dai fatti, le politiche concrete che ha sostenuto il Congresso nemmeno consentono di farsi troppe illusioni circa la sua vocazione a rappresentare gli interessi del demos. La legislazione approvata in questi due anni a partire da progetti presentati dalla Casa Rosada ha avuto una tendenza permanente: redistribuire in senso regressivo ricavi e proventi, favorendo i settori privilegiati e tagliando a quelli della stragrande maggioranza della popolazione. È grazie a considerazioni simili che negli Stati Uniti ci sono sempre più persone che parlano dell’involuzione politica da una democrazia a una plutocrazia. E in Argentina, un paese di estremi, questo degrado è ancora più marcato. Se mancava qualcosa per dimostrarlo, ecco la designazione, fatta dalla rivista  Forbes di Marcos Peña, capo dello staff di governo, come ‘amministratore delegato dell’anno’.

L’unico dettaglio dissonante è che l’Argentina non è una compagnia ma una nazione. Ma il fatto che una rivista come Forbes gli attribuisca quella dubbia ‘distinzione’ comunica chiaramente alla comunità economica internazionale e ai gruppi dominanti in Argentina che questo è un mercato e non una nazione, e che i suoi leader politici sono solo amministratori delegati e niente di più. Ecco perché la difesa di Romero della ‘democrazia rappresentativa’ è il canto del cigno di una forma socio-politica che molto tempo fa è passata a una miglior vita. Se qualcosa ha fatto il macrismo è di rendere trasparente con una chiarezza ineguagliabile la natura di classe del suo progetto di rifondazione regressiva del capitalismo. Una sorta di ‘menemismo rinnovato’, ma in condizioni più difficili, sia per il contesto internazionale, caratterizzato dall’innegabile declino dell’egemonia americana e dalle turbolenze che questo provoca, oltre che dalla pronta reazione popolare contro la manovra finanziaria, i rialzi dei prezzi e l’impennata  inflazionaria, che divorano il potere d’acquisto di gran parte della popolazione. La reazione di lotta ci ha messo quasi sette anni ad acquistare un carattere di massa sotto l’amministrazione di Menem: il picchettaggio di Cutral Có e di Plaza Huincul sono del 1996 e del 1997, e sebbene ci siano state alcune proteste da parte dei sindacati colpiti da privatizzazione e deregolamentazione, queste furono deboli, isolate e mancarono di risonanza nazionale. (8)

Ora, però, i tempi si sono ridotti in modo significativo in questo terzo tentativo di rifondazione neo-liberista del capitalismo argentino, dopo la dittatura (Martinez de Hoz) e il menemismo (Alsogaray e Cavallo), e in meno di un anno, già si è scatenata una mobilitazione popolare che ha raggiunto un picco impressionante nei giorni del 14 e 18 dicembre 2017. La stampa egemonica e gli scribi del macrismo hanno cercato di nascondere questi due grandi fatti di massa, trasformandoli in una notizia di cronaca poliziesca. La cosa importante, l’unica cosa di cui parla la stampa canaglia e i portavoce ufficiali e non ufficiali del governo è la colluttazione tra un piccolo settore di manifestanti (infiltrato da agenti provocatori, come già detto), mentre tace sulle due grandi manifestazioni popolari e dei cacerolazos notturni.

Un paio di considerazioni finali: uno, come è possibile ignorare un dato così evidente, cioè che un numero significativo di membri del gabinetto presidenziale di Mauricio Macri provengono dal settore finanziario o dalle più grandi compagnie transnazionali? (9)

Non si può sfuggire allo sguardo storico che questa frazione della classe capitalista ha esercitato un’influenza nefasta nel nostro paese, specialmente dagli anni della dittatura civico-militare del 1976 in poi. E che se queste persone oggi governano l’Argentina lo fanno, fedeli alla propria storia e consapevoli dei loro interessi, a favore dei ricchi e a scapito di tutto il resto, la popolazione ‘superflua’ nel migliore dei casi o la massa di indesiderabili, per i quali la migliore politica è quella che applica il macrismo: una ‘pulizia sociale’ disumana, equivalente alla sordida ‘pulizia etnica’, che ha avuto luogo nei Balcani negli anni Novanta.

Nell’Argentina di Macri, indigenti, giovani senza educazione né lavoro, poveri di varie generazioni e generazioni anziane, sono sempre più sottoposti a una variante di ciò che il noto avvocato Eugenio R. Zaffaroni ha definito ‘genocidio da stillicidio’. A suo tempo, Martínez de Hoz disse che questo paese aveva più di dieci milioni di abitanti di troppo. Aggiornata, la cifra sarebbe doppia oggi. Questo non dice niente a Romero? Può ignorare che chi ha organizzato le grandi manifestazioni represse e disperse dalle ‘forze dell’ordine’ (di che ordine si parla?) è stato guidato in piazza dalla convinzione che il governo prevede il suo lento sterminio, silenzioso ma implacabile?

In quale altro modo possiamo chiamare una politica che riduce progressivamente i benefici pensionistici, mentre rimuove dal PAMI gran parte dei farmaci gratuiti che erano stati precedentemente concessi ai pensionati e agli invalidi? Con meno soldi per il cibo e le spese essenziali e meno soldi per comprare medicine, invalidi e pensionati sono condannati a morte. E per di più, si prevede di aumentare l’età minima per poter accedere ai benefici della pensione.

Seconda e ultima considerazione: tenendo conto delle ragioni sopra esposte, dov’è l’origine della violenza, chi è colui che la esercita in una varietà di modi? Chi applica politiche favorevoli a un vero ‘olocausto sociale’ di enormi proporzioni o quello che rifiuta di morire e affronta le forze di sicurezza con pietre e bastoni? Romero è un esponente fedele del clima di gran parte della galassia culturale del macrismo: gli intellettuali  affiliati al progetto e il vasto esercito di pubblicisti e media che bombardano inesorabilmente la società con la loro ‘disinformazione pianificata’.  Entrambi coltivano con insolita malizia e perversità le arti della ‘post-verità’ e della ‘plus-menzogna’.

Per questo la battaglia culturale, una delle cui componenti è la lotta per la democratizzazione dell’informazione e dei media, è cruciale per il futuro delle democrazie. In Argentina, la sfida violenta alla democrazia nasce dalle viscere del governo e potrà essere neutralizzata se questo abbandona le politiche che conducono a un ‘olocausto sociale’ a favore dei ricchi e privilegiati e, al posto di questo, si preoccuperà, come dice il Preambolo della Costituzione Nazionale, di ‘promuovere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà per noi, per i nostri posteri e per tutti gli uomini del mondo che vogliono abitare il suolo argentino’.

Nulla di ciò sta facendo il governo e questa, non altra, è la sorgente da cui sgorga la violenza. Nelle sue mani sta il voltare pagina e sarà sua responsabilità di fronte alla storia averla promossa e incentivata con le sue politiche e il suo stile dispotico e prepotente di gestione di governo.

 (1) “La democracia enfrenta un nuevo desafío de la violencia política”, disponibile in  http://www.lanacion.com.ar/2097259-la-democracia-enfrenta-un-nuevo-desafio-de-la-violencia-politica

(2) Vedere https://www.pagina12.com.ar/88153-un-robo-con-el-tufillo-de-los-servicios-ClarínLa Nación hanno informato i propri lettori su di un fatto tanto grave come questo.

(3) La lettera citata si trova disponibile in: https://www.pagina12.com.ar/sites/pagina12/files/inlinefiles/cartazaffaroniavruj.pdf

(4) Su questo tema della ‘gran bestia’ vedere l’intervista che l’autore di questo scritto aveva fatto a Noam Chomsky nel Tras el Búho de Minerva. Mercados contra Democracia en el Capitalismo de Fin de Siglo (Buenos Aires: Fondo de Cultura Económica, 2000). In questa intervista, Chomsky sottolinea l’impronta profondamente anti-democratica della tradizione republicana statunitense. Parlando di uno dei padri fondatori, Alexander Hamilton, il linguista nordamericano afferma che è stato lui ‘che ha impostato il tema in tutta la su crudezza: il popolo è ‘la gran bestia’, che deve essere domata. Per questo consigliava di insegnare ai coloni independenti e refrattari  delle colonie americane ribelli –anche ricorrendo alla forza in caso di necessità– che gli ideali contenuti nei panflets rivoluzionari non dovevano essere presi alla lettera. Insomma: la gente comune non doveva essere rappresentata da altri della propria classe ma dall’aristocrazia, dai commercianti, dagli avvocati e da altri di comprovata responsabilità e patriottismo nella gestione degli affari dello stato’.

(5) Cf. Discorsi sulla Prima Decade di Tito Livio, Libro I, capitolo IV

(6) Cf. Martín Granovsky, intervista a Juan Grabois: “El vicio de Macri es la violencia”, en Página/12, 2 Enero 2018. Disponibile in:
https://www.pagina12.com.ar/86373-el-vicio-de-macri-es-la violencia.  Naturalmente, non tutti i deputati e senatori provengono dalle classi privilegiati di questo paese. Rimane, tuttavia, un buon gruppo che proviene dagli strati e alcuni dall’universo popolare. Eppure, quelli che prevalgono sono gli altri.

(7)  Intervista di Luis Novaresio a Eugenio Semino en Radio La Red: https://www.lared.am/novaresio-910/eugenio-semino-la-canasta-basica-jubilados-esta-encima-los-17-mil-pesos-es-inexplicable-querer-decir-que-se-puede-vivir-7-mil-20171213-n1523181.html

(8) C’è stato un antecedente a Cutral Có e Plaza Huincul: la rivolta popolare conosciuta come il ‘Santiagazo’ nel dicembre 1993, che ha di fatto divorato col fuoco la sede dei tre rami del governo provinciale e le case dei leader politici di Santiago del Estero. Nonostante la natura radicale della protesta, questa non è riuscita a diventare un evento politico nazionale e a scatenare reazioni simili nel resto del paese, come hanno fatto le azioni che si sono svolte a Cutral Có e Plaza Huincul.

(9) Cf. Paula Canello y Ana Castellani, “Todo el poder para los CEOs”, en http://www.nuestrasvoces.com.ar/entendiendo-las-noticias/poder-los-ceos/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La “oposición democrática” en Venezuela: peor que el fascismo

por Atilio Borón

25 Abril, 2017.- La secuencia de los acontecimientos que tienen lugar en la República Bolivariana de Venezuela demuestran que la estrategia de la mal llamada “oposición democrática” es una conspiración sediciosa para destruir el orden democrático, arrasar las libertades públicas y aniquilar físicamente a las principales figuras del chavismo, comenzando por el mismísimo presidente Nicolás Maduro, su familia y su entorno inmediato. Los opositores están recorriendo metódicamente los pasos indicados por el manual desestabilizador de “no violencia estratégica” (¡sic!) del consultor de la CIA Eugene Sharp. No puede haber el menor equívoco en la interpretación de las criminales intenciones de esa oposición y de lo que, si llegaran a triunfar, serían capaces de hacer. Si sus jefes lograsen involucrar militarmente a Estados Unidos en la crisis venezolana propiciando la intervención del Comando Sur –con la tradicional colaboración militar de los infames peones de Washington en la región, siempre dispuestos a respaldar las aventuras de sus amos del Norte- arrojarían una chispa que incendiaría la reseca pradera latinoamericana. Las consecuencias serían catastróficas no sólo para nuestros pueblos sino también para Estados Unidos que seguramente cosecharía, como en Girón, una nueva derrota en nuestras tierras.

Esa es la apuesta de esta oposición, canallescamente exaltada por la prensa hegemónica mundial -como antes lo hiciera con “los combatientes por la libertad” en Nicaragua y, después, en Libia e Irak- y que miente descaradamente al presentar lo que realmente está ocurriendo en Venezuela. La tentación de la derecha venezolana de internacionalizar el conflicto y atraer al músculo militar del imperio cobró nuevos bríos al conocerse las recientes declaraciones del jefe del Comando Sur, Almirante Kurt Tidd, ante la Comisión de Fuerzas Armadas del Senado de Estados Unidos, y sobre todo cuando se hizo pública la designación de Liliana Ayalde como Vice Jefa Civil del Comando Sur. Esta se desempeñó como embajadora de Estados Unidos en Paraguay en vísperas del “golpe parlamentario” contra el gobierno de Fernando Lugo, ocasión en que se movió tras bambalinas para garantizar el éxito de los golpistas. Luego de unas breves vacaciones retornó a la región para ocupar el mismo cargo pero esta vez en Brasilia, donde alentó y auspició el “derrocamiento institucional” de Dilma Rousseff. Consumada su obra regresó a Estados Unidos en busca de nuevas misiones desestabilizadoras y la encontró en el Comando Sur. En otras palabras, la número dos esa organización es mucho más peligrosa que su jefe: hija de un médico colombiano radicado en Estados Unidos, Ayalde es una temible experta en demoliciones políticas, y fue designada (¡seguramente por obra del azar!) para el cargo que hoy ocupa en Febrero del corriente año, en coincidencia con la intensificación de las protestas violentas en contra del gobierno bolivariano. Según puede leerse en el sitio web del Comando Sur su misión es “monitorear el desarrollo y refinamiento de la estrategia regional del Comando Sur y sus planes de cooperación en materia de seguridad”. Lo que la oposición “democrática” venezolana desea es precipitar una violenta “transición” al pos-chavismo, re-editando en la patria de Bolívar y de Chávez la tragedia ocurrida en Libia o Irak. Ese es su plan, el modelo que se desprende de las desaforadas e irresponsables y belicosas arengas de sus líderes y lo que el Comando Sur y su tenebrosa vice jefa tienen en carpeta. Pocas designaciones podrían haber sido más oportunas que ésta para alentar a los sectores violentistas de Venezuela. Y pocas actitudes serían más suicidas del gobierno venezolano que pretender apaciguar a los violentos con concesiones de distinto tipo. Desgraciadamente ha llegado “la hora de los hornos” y sólo podrá verse la luz, como decía José Martí, si el estado aplica todo el rigor de la ley y apela a la eficacia de su fuerza para someter sin miramientos al vandalismo de la derecha y aplastar el huevo de la serpiente antes de que sea demasiado tarde.

¿Fascistas? Si, por sus métodos, similares a los empleados por las bandas armadas de Mussolini y Hitler para aterrorizar a italianos y alemanes sembrando destrucción y muerte por la nueva oleada terrorista; fascistas por su contenido político, pues su propuesta es intrínsecamente reaccionaria al pretender borrar de un plumazo, como infructuosamente se intentara en el golpe de estado del 11 de Abril del 2002, todas las conquistas populares alcanzadas desde 1999 en adelante. Fascistas también por la absoluta inmoralidad e inescrupulosidad de sus líderes, que alimentan el fuego de la violencia, incitan a sus bandas de lúmpenes y paramilitares a atentar contra la vida y la propiedad de los venezolanos y las agencias e instituciones –hospitales, escuelas, edificios públicos, etcétera- del estado y que no se arredran ante la posibilidad de sumir a Venezuela en una cruenta guerra civil o, en el improbable caso de prevalecer, convertir a ese país en un abominable protectorado norteamericano.

Dicho todo lo anterior los opositores venezolanos son peores que los fascistas en la medida en que estos conservaban, por lo menos, un cierto sentido nacional. Sus congéneres italianos y alemanes ni remotamente se arrastraron en el fango de la política internacional para ofrendar sus países a una potencia extranjera como lo hace, hundida para siempre en eterna ignominia, la derecha venezolana que alternativamente gime o aúlla para que su patria, la patria de Simón Rodríguez y Francisco de Miranda, de Simón Bolívar y Hugo Chávez, se convierta en una abyecta colonia norteamericana. Tratarlos de fascistas sería hacerles un favor. Son mucho peores y más despreciables que aquellos.

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