Assad: «In Siria e Iraq terrorismo turco, saudita, e di alcuni paesi UE»

da lantidiplomatico

Il presidente Bashar al-Assad, in un’intervista a “Sputnik” e “Ria Novosti,  ha dichiarato che le vittorie conseguite dall’esercito siriano avranno un impatto sui paesi che ostacolano una soluzione in Siria, in particolare, su Arabia Saudita, Turchia, Francia e Gran Bretagna, che scommettono sul suo fallimento, per imporre le loro condizioni nei negoziati.

Il presidente Assad ha dichiarato che il sostegno militare della Russia e degli Amici della Siria nei successi militari siriani contribuiranno ad accelerare una soluzione politica e non viceversa, notando che Damasco non ha cambiato le sue posizioni prima o dopo il supporto della Russia.

In risposta ad una domanda sul fatto che le vittorie conseguite da parte dell’esercito rafforzino la posizione del governo nei colloqui di Ginevra e mettano in pericolo il processo politico, il presidente ha risposto che «ci sono alcune parti che accusavano sia la Siria che la Russia che cercano di presentare il sostegno della Russia alla Siria nella lotta contro il terrorismo come il supporto per il presidente o il governo siriano, e che, quindi, ciò ostacoli il processo politico».

Inoltre, ha spiegato che il governo è stato flessibile fin dall’inizio, la politica in Siria per cinque anni ha risposto a tutte le iniziative volte a non far passare nessuna occasione senza cercare di risolvere la crisi».

Il presidente siriano ha affermato che il terrorismo che insanguina Siria e Iraq è sostenuto da Turchia, Arabia Saudita e diversi paesi europei, tra cui Francia e Regno Unito.

«Il terrorismo è il vero problema. Dobbiamo combatterlo a livello internazionale, perché il terrorismo non riguarda solo la Siria. esiste il terrorismo in Iraq ed è supportato direttamente dalla Turchia, dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita, nonché da parte dei paesi occidentali, in particolare da Francia e Regno Unito», ha aggiunto Assad.

«Mentre gli altri paesi osservano solo. Non fanno nulla di serio per quanto riguarda questo problema», ha lamentato il presidente.

Il presidente siriano ha spiegato che la migrazione è stata causata non solo dalla mancanza di sicurezza, ma anche dalle sanzioni occidentali.

«Le cause delle migrazioni non sono solo il terrorismo e la mancanza di sicurezza, ma anche il blocco, le sanzioni occidentali imposte alla Siria. Molti erano in zone sicure dove non c’è il terrorismo. Le persone ora sono in grado di ottenere il necessario. Pertanto, in qualità di Stato dobbiamo agire, dalle prime esigenze elementari, per migliorare la situazione economica e il settore dei servizi in Siria. È quello che facciamo nel quadro della ricostruzione», ha detto.

Nell’intervista, ha spiegato che il governo siriano prende provvedimenti per garantire che i cittadini non abbiano motivo di emigrare.

«Abbiamo iniziato i lavori di ricostruzione prima che finisse la crisi, per quanto possibile, per mitigare le conseguenze del danno economico e allo stesso tempo ridurre il flusso di migranti all’estero», ha aggiunto.

Il presidente ha ricordato che il danno economico e alle infrastrutture supera i 200 miliardi di dollari, indicando che le questioni economiche possono essere affrontate solo quando la situazione si stabilizzerà, ma la ricostruzione delle infrastrutture richiede molto tempo.

Sul processo di ricostruzione, il presidente ha annunciati che Damasco sarà supportata da Russia, Cina e Iran.

A questo proposito, ha sottolineato che «la ricostruzione è vantaggiosa per le aziende che parteciperanno e si baserà su tre Paesi che hanno sostenuto la Siria durante la crisi; Russia, Cina e Iran».

Ha inoltre dichiarato che molti paesi che erano contro la Siria, riferendosi ai paesi occidentali, con  le loro aziende cercheranno di partecipare al processo, ma «i siriani di rivolgeranno ai paesi amici».

«Per quanto riguarda le infrastrutture, saranno necessaria, probabilmente più di decine, centinaia di persone in diversi campi e specializzazioni. Pertanto, si ritiene che le compagnie russe avranno un ampio spazio per contribuire alla ricostruzione della Siria», ha affermato Assad.

La transizione in Siria dovrebbe essere fatta da parte del governo di unità nazionale

«In primo luogo, prendiamo il “periodo di transizione”: questo concetto non esiste. In Siria si considera che la transizione politica passi da una Costituzione all’altra che definisce la struttura politica necessaria per avviare la fase successiva. Cioè, il periodo di transizione deve iscriversi nella attuale Costituzione e adottare una nuova, votata dal popolo siriano», ha spiegato.

Egli ha sottolineato che «il corpo di transizione o cosa determina il formato della transizione è un governo formato da varie forze politiche siriane: l’opposizione, indipendenti, appartenenti al governo attuale e gli altri».

L’obiettivo principale di questo governo, ha sostenuto, è «sviluppare una costituzione, poi sottoporla ai voti dei siriani e successivamente assicurare il trasferimento alla nuova Costituzione».

«Né la Costituzione siriana né di alcun altro paese del mondo corpo descrive qualcosa chiamato transizione. Mancherebbe di logica ed è incostituzionale. Quali sono i poteri di questo corpo? Come regolerà la vita quotidiana dei cittadini? Chi valuterà? Oggi ci sono il Consiglio del Popolo (Parlamento) e la Costituzione che determinano le azioni del governo e dello Stato. Pertanto, la soluzione è quella di creare un governo di unità nazionale che preparerà la nuova costituzione», ha sintetizzato.

Sui colloqui di Ginevra III, il presidente ha sottolineato che «al momento non si può dire che i colloqui di Ginevra diano risultati, ma si parte dalle basi, cioè lo sviluppo dei principi fondamentali che definiscono i colloqui, perché privo di alcuni principi diventa caotico e non porta a nulla perché permette a ciascuna delle parti di apparire terza e consentire interferenze da parte di altri paesi».

La delegazione di Damasco, ha ricordato, ha lavorato principalmente a Ginevra con l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, e «non con il partito di opposizione con il quale dovremo negoziare».

«Continueremo le consultazioni e il dialogo sul documento nel prossimo turno. Al momento posso dire che ciò che è stato raggiunto nel precedente turno, può permettere il successo dei negoziati, e se continuiamo su questo trend i prossimi turni saranno produttivi», ha aggiunto.

Una Siria federale non avrà il consenso del popolo siriano in caso di votazione

E sul tema della federalizzazione della Siria, il capo di stato siriano ha detto: «Dal punto di vista geografico, la Siria è un paese troppo piccolo per essere una federazione. Probabilmente è più piccolo della maggior parte delle repubbliche russe. Dal punto di vista della sociologia, la federalizzazione è necessaria quando c’è la presenza di comunità che compongono la società e che, probabilmente, non possono coesistere pacificamente, che non esistevano nella storia della Siria, ed è un principio fondamentale. Non credo che la Siria è pronta per la federalizzazione, non ci sono fattori naturali per renderla possibile».

Assad ha aggiunto che come Stato «saremo d’accordo con tutto quello approverà il popolo».

«La questione della federalizzazione è legato alla Costituzione che deve avere il consenso del popolo, ma resta inteso che se si intendono cambiamenti sono necessari nell’entità federale dei curdi. La maggior parte dei curdi voglio vivere nel quadro di una Siria unita, con hanno  le autorità centrali a livello politico e non federale», ha precisato.

Non si dovrebbe «confondere i curdi che aspirano alla federalizzazione con tutti i curdi», aggiungendo che «è probabile che ci sono persone che non sono minoranza curda e globalmente anche aspirare ad esso; tuttavia questa idea non è stata proposta dalla società siriana e non credo che se ci sarà un voto, sarò approvata dal sostegno del popolo siriano», ha sostenuto Assad.

Per quanto riguarda il discorso della stesura di una nuova costituzione nel mese di agosto, il presidente Assad ha affermato: «probabilmente il progetto di Costituzione sarà pronto in poche settimane. Gli esperti sono presenti, ci sono proposte elaborate che possono soddisfare, più tempo viene speso in discussioni».

«Noi, come Stato oggi possiamo metterci d’accordo con la stesura del testo della Costituzione e lo presentiamo ai siriani. Ma quando si parla di forze politiche, di quale le altre forze politiche stiamo parlando? Non lo sappiamo. Lo abbiamo chiesto a De Mistura e non lo sa neanche lui. Non lo sanno neanche gli statunitensi e a volte neanche l’Occidente», ha spiegato ancora Assad.

Alcuni paesi e «in particolare l’Arabia Saudita», ha precisato, «vogliono ridurre l’altra parte in un’unica piattaforma oppositrice formata a Riyadh dai terroristi»

Analogamente Assad ha accennato alla necessità di una opposizione presente come una singola forza. «Quando ci sarà, si può parlare con loro della Costituzione. Per quanto riguarda il mese di agosto, si tratta di un periodo di tempo ragionevole e sufficiente», ha concluso.

 

L’Arabia Saudita autorizza la vendita di bambine siriane orfane

da hispan.tv

Un documento trapelato dal Ministero degli Interni saudita rivela che questo paese ha autorizzato la vendita di bambine siriane che hanno perso le loro famiglie durante la crisi in Siria, ad uomini di nazionalità saudita.

Si tratta di una documento pubblicato ieri sulla pagina del notiziario “ul Ahrar Hijaz’, dove si legge che il regime di Riad autorizza la sua ambasciata in Libano a supportare il “matrimonio” di ragazze rifugiate siriane con sauditi senza che queste unioni siano state registrate ufficialmente.

La notizia arriva mentre i media hanno rivelato che queste, in realtà, sono una vendita di ragazze siriane. Tali unioni forzate si nascondono sotto il nome di “matrimonio” della durata di meno di un mese e pagato circa 500 dollari.

Il quotidiano saudita Al-Marsd, nel frattempo, pochi mesi fa, ha riferito che il regime di Al Saud aveva autorizzato un processo simile per le bambine siriane nei campi profughi situati in Giordania.

Secondo la stessa fonte, il fatto controverso ha sollevato serie preoccupazioni all’interno l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Questo viene alla luce, mentre il governo di Damasco sostiene che dall’inizio della crisi, metà del 2011, ci sono alcuni paesi occidentali coinvolti e i loro alleati regionali, tra cui l’Arabia Saudita, Turchia e Qatar.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il Premio Pulitzer Seymour Hersh: Assad uscirà vittorioso da questa crisi

da al manar

Il noto giornalista americano e Premio Pulitzer, Seymour Hersh, ha recentemente partecipato a un forum ad Amman, dove ha rilevato che il presidente Bashar al Assad continuerà governare dal momento che il popolo siriano lo vuole e nessuno può fermarlo.

«L’Iran attacca l’Isis, la Siria attacca l’Isis, gli Stati Uniti ed i suoi alleati anche loro bombardano l’Isis. Ognuno dice che non c’è un coordinamento, ma nessun pilota un aereo, si mette in volo se non sa che lo spazio aereo è sicuro», ha affermato. «C’è una grande opportunità per raggiungere la pace e la stabilità nella regione, ma questo preoccupa qualcuno», ha dichiarato Hersh, riferendosi ai tradizionali alleati degli Stati Uniti, come Israele e l’Arabia Saudita.

Dopo aver affermato che il presidente siriano Bashar Assad uscirà vittorioso in questa crisi, Hersh ha consigliato all’opposizione a «negoziare per formare un governo moderato in Siria». Egli ha aggiunto che «molti ufficiali dell’esercito siriano libero stanno negoziando da soli con il governo, l’Esl non esiste più nella pratica. E Bashar non andrà via».

Pochi mesi fa Hersh ha rivelato, citando fonti dell’intelligence USA, che le sostanze utilizzate nella attacco del 21 agosto 2013, nel Ghouta orientale, erano state fornite dalla Turchia al fine di condurre una provocazione volta a coinvolgere il governo siriano. In seguito fu lanciata una campagna per un intervento degli Stati Uniti in Siria.

Inoltre, ha anche svelato nel 2013 l’attacco con gas sarin avvenuto nel sud della Turchia, in cui gli imputati sono stati terroristi che si sono recati in Siria inviati dal governo turco, che ha fornito tutti i tipi di assistenza al terrorismo. I membri di questo gruppo terroristico sono stati rilasciati dalla giustizia turca, poco dopo essere stati arrestati.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Chi finanzia lo Stato islamico?

da ria novosti

Lo Stato islamico è considerato la più ricca organizzazione terroristica nel mondo. Ma da dove viene il denaro ottenuto da questo gruppo jihadista?

 Dopo l’assedio di Mosul, la seconda città dell’Iraq, lo Stato islamico è diventato la più ricca organizzazione terroristica nel mondo, superando Al Qaeda. Lì, gli insorti hanno sequestrato ingenti quantità di denaro e lingotti d’oro da alcune banche. In totale, hanno preso 500 milioni di dinari (429 milioni dollari).

 Funzionari iracheni stimano che i fondi di finanziamento del gruppo raggiungono i 2 miliardi di euro. Tuttavia, non si sa ancora esattamente da dove arriva questa somma esorbitante.

 Arabia Saudita

Secondo il canale tedesco Deutsche Welle, il governo iracheno, dominato dagli sciiti accusa l’Arabia Saudita di sostenere i jihadisti dello Stato islamico.

 L’Arabia Saudita «è responsabile per il sostegno finanziario e morale che ricevono i gruppi ribelli», ha detto due mesi fa il primo ministro Nuri al-Maliki. Come previsto, gli Stati Uniti, il più importante alleato dell’Arabia Saudita, hanno respinto le accuse da parte del capo del governo iracheno.

 Secondo Günter Meyer, direttore del Centro di Ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz, è ovvio che finanzia questi estremisti.

 «La principale fonte di finanziamento per lo Stato islamico finora viene dai paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, ma anche il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti», ha spiegato Meyer, aggiungendo che la motivazione iniziale era quella di sostenere la lotta contro il governo del presidente siriano Bashar al Assad.

 Petrolio

Gli esperti stimano, inoltre, che lo Stato islamico guadagna circa un milione di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio dai pozzi sotto il suo controllo.

 L’analista Robin Mills afferma che se il gruppo jihadista è in grado di controllare i territori in cui le milizie stanno progredendo, i ricavi potrebbe ammontare a 3 milioni al giorno e raggiungere i 100 milioni al mese.

 Estorsione

Secondo Charles Lister, del Centro di Doha (Qatar), c’è il sospetto che l’organizzazione raccolga le estorsioni nelle aree che controlla.

«La concussione colpisce le piccole e grandi imprese e se le voci sono vere, compresi i rappresentanti dei governi locali», ha ribadito Lister a Deutsche Welle.

 I soldi per la jihad

Con i soldi che ha rubato a Mosul, lo Stato islamico può finanziare la jihad senza intoppi. Così afferma il blogger britannico Eliot Higgins, meglio conosciuto come Mosè Brown. 

«Con 429 milioni dollari, lo Stato islamico potrebbe reclutare 60.000 combattenti e pagare 600 dollari al mese per un anno intero» ha scritto Higgins nel suo account Twitter.

 Inoltre, con questo potere economico, il gruppo può acquisire facilmente le armi di alta qualità sul mercato internazionale, ha aggiunto Meyer.

 [Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Turchia: No alla lotta contro Daesh!

da al manar.com

Alla vigilia dell’adozione da parte del Consiglio di sicurezza della risoluzione Onu 2170 sulla lotta internazionale contro al-Daesh e Fronte Al  Nosra, il Washington Post ha pubblicato un’intervista con un certo Abu Youssef, un ufficiale della organizzazione terroristica Daesh nella regione di Iskenderun (Hatay) in Turchia.

Abou Youssef ha assicurato che i terroristi feriti Daesh sono curati in ospedali turchi e Ankara fornisce loro di tutti i servizi necessari.

Questo leader Daesh ha confermato ancora una volta l’entità del sostegno illimitato turco alle milizie terroristiche che combattono in Siria e in Iraq.

Politici curdi hanno già rivelato, con documenti e immagini a sostegno, che le autorità turche  supportano a tutti i livelli le organizzazioni armate in Siria. Mentre decine di indagini sono state pubblicate sulla stampa americana e turca su questo argomento.

E quando le condanna internazionali sugli abusi del Daesh piovevano da tutto il mondo, centinaia di persone, durante la celebrazione della preghiera di Eid al-Fitr, nella regione di Amrli, a Istanbul, hanno chiamato la jihad e la fedeltà al “Califfo” Abu Bakr Baghdadi.

Il fatto che 5000 turchi combattono nelle file dei Daesh non suscita timori nel governo turco. Uno studio recente ha dimostrato che 3 milioni di turchi supportano la richiesta di fornire una base per Daesh in Turchia!

Anche se le fonti di armi all’Isis-Daesh e al-Nosra sono al confine con la Giordania, i quantitativi di armi sono originari della Turchia, hanno confermato i rapporti occidentali.

Tornando al colloquio con Abu Youssef, un membro del popolo Partito Repubblicano, Mahmoud Tanal, ha presentato un’interrogazione contro il governo in parlamento, sulla veridicità dell’inchiesta pubblicata dal Washington Post con Abu Youssef.

Sono stati chiesti chiarimenti sulle circostanze che hanno permesso l’ingresso di questi leader Daesh nei territori turchi, e quindi, se il Ministero dell’Interno fosse a conoscenza di questa intervista e della cura dei feriti negli ospedali turchi. E quale sia, inoltre, la responsabilità del governo nel rapimento dei dipendenti del consolato turco a Mosul, all’ombra di informazioni su una presunta alleanza tra il governo e lo stato islamico.

Il governo turco conferma ogni giorno la portata del suo sostegno illimitato a Daesh e al-Nosra. Infatti, Ankara ha fatto una fuga in avanti attraverso l’uso di organizzazioni estremiste,  aprendo loro confini per indebolire il governo siriano e le autorità politiche turche in Iraq. Tutto questo si è verificato dopo il fallimento della politica turca in Siria, in Egitto e Arabia Saudita.

Ankara non sarà sconvolta nel vedere l’Iraq diviso in stati, in cui verrà stabilito lo stato del califfato con Mosul sua capitale. Lo stato di Daesh guidato da Baghdadi, si troverà costretto a trattare con la Turchia. Così, la Turchia avrà una zona dove imporrà il suo dominio e trarrà beneficio per il petrolio nella lotta contro l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo.

Allo stesso modo, l’indipendenza del Kurdistan e le differenze tra Erbil e Baghdad saranno una buona opportunità per la Turchia per il transito del petrolio e del gas. Quello che sta accadendo,  è senza alcun rispetto per la sovranità e la Costituzione irachena.

Secondo il giornalista Sami Cohen del quotidiano turco Milliyet, la risoluzione delle Nazioni Unite sullo stato islamico in gran parte mette in imbarazzo la Turchia.

«La nuova alleanza internazionale contro Daesh, raccogliendo Stati Uniti, Francia, Iran e curdi, è molto simbolica. Ma la Turchia non ha aderito a questa alleanza, nonostante il pericolo Daesh. Con il pretesto di non esporre ad altri pericoli i propri diplomatici detenuti dal Daesh, la Turchia non farà parte di questa alleanza e non consentirà agli aerei americani di decollare dal proprio territorio per colpire lo stato islamico». Cosa che metterà in imbarazzo la Turchia nei confronti di Washington e di altri paesi, ha spiegato Cohen.

Ricordando che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva dichiarato, di nuovo,  la sua opposizione a un attacco aereo contro Daesh quando il presidente Barack Obama ha parlato nei primi giorni dopo l’offensiva contro il Daesh in Iraq.

La rielezione degli stessi leader politici in Turchia consacrerà il sostegno irresponsabile turco al terrorismo? In tal caso, la Turchia farà parte del problema invece di aiutare a porre fine al conflitto.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Stato Islamico: un disastro “Made in Usa”

da al manar

L’ironia della sorte è che gli Stati Uniti si trovano a bombardare le proprie armi, ponendo in maniera palese che Washington ha contribuito in modo indiretto all’ascesa dello Stato Islamico, che è diventato uno dei migliori gruppi terroristici armati e finanziati in tutto il mondo.

L’offensiva dello stato islamico in Iraq nel mese di giugno, che è stata una sorpresa per i governi di Iraq e Stati Uniti, sarebbe stata improbabile, se  i terroristi non avessero costruito una solida base in Siria orientale. Sono riusciti a sequestrare armi inviate lì dagli Stati Uniti d’America, Turchia ad altri gruppi terroristici regionali in Siria e che gli alleati dello SI hanno catturato in combattimento contro i gruppi rivali o quando, altri gruppi, si sono uniti all’organizzazione guidata da Abu Bakr al Baghdadi.

«Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di milioni di dollari per sostenere, finanziare e addestrare i gruppi armati di opposizione in Siria», ha raccontato l’attivista politico, Raid Yarrar a RT. «Sicuramente, interventi e programmi stranieri nella regione hanno aperto la porta alla crescita di gruppi estremisti».

Lo SI ha, inoltre, ricevuto finanziamenti da sponsor privati ​​nei paesi del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Kuwait e Qatar. Questi donatori hanno portato  enormi risorse ai gruppi terroristici al fine di raggiungere tre obiettivi: opporsi all’Iran, rovesciare il suo alleato, il presidente siriano Bashar al Assad e favorire le divisioni tra sunniti e sciiti nella regione.

Negli ultimi mesi, l’ex primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki ha pubblicamente accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare lo stato islamico.

Il Kuwait si è anche rivelato come un donatore chiave dei gruppi terroristici. «Negli ultimi due anni e mezzo, il Kuwait è emerso come un centro chiave nel finanziamento dalle organizzazioni di beneficenza o individuali che sostengono i gruppi terroristici in Siria”, ha rivelato il think tank americano Brookings Institution, in un rapporto pubblicato nel mese di dicembre.

«Ci sono prove che i donatori del Kuwait hanno sostenuto gruppi ribelli, che hanno commesso atrocità e che sono direttamente collegati ad al-Qaeda o ad altri gruppi associati che collaborano con l’organizzazione sul terreno».

Si noti che tutti questi soldi e il traffico di armi è stato condotto con l’attiva gratificazione degli Stati Uniti, che cercano di rovesciare il governo siriano per installare un regime fantoccio nel paese.

Una volta equipaggiato con armi e fondi, lo stato islamico ha invaso il Sud dell’ Iraq al fine di creare un “califfato” nei territori di entrambi i paesi e successivamente in molti altri.

Questo doppio atteggiamento degli Usa è stato rimproverato, tra gli altri, dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, dichiarando che la lotta contro il terrorismo non dovrebbe essere attuata solo in Iraq, ma anche in Siria.

«La Russia sostiene gli sforzi del governo iracheno nella lotta contro lo Stato islamico e  i gruppi takfiri, chiamando l’Occidente a combatterli non solo in Iraq, ma anche in altri paesi come la Siria», ha dichiarato Lavrov in una conferenza stampa lunedì scorso.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Le armi chimiche sono state usate dai “ribelli”

Crisi siriana, agosto 2013 – I Russi sono in possesso di prove che dimostrano come gli attacchi chimici siano opera dei miliziani dell’insurrezione e non delle forze regolari, come hanno tentato di far credere i responsabili dell’opposizione armata siriana e i loro alleati occidentali e arabi. Sono prove costituite da foto e documenti che mostrano i proiettili sparati a partire dalle regioni controllate dagli insorti e sono state presentate  dai rappresentanti russi alle Nazioni Unite nella notte tra il 21 e il 22 agosto scorso

Al-Manar, 24 agosto 2013 
Siria: sono stati i “ribelli” vicini ad Al Qaida a lanciare due missili chimici contro l’esercito, colpendo una cinquantina di soldati

Le armi chimiche sono state usate dai “ribelli”
Le autorità siriane hanno annunciato, sabato 24 agosto, di aver scoperto delle armi chimiche fabbricate in Turchia e in Arabia Saudita nelle mani dei ribelli a Jobar, un quartiere di Damasco sotto assedio da parte dell’esercito regolare

Secondo l’agenzia di informazione Sana, le truppe del governo hanno scoperto queste armi in un tunnel utilizzato dai miliziani che combattono contro il governo siriano a Jobar, nella Ghuta Orientale. Nello stesso tempo Damasco ha dato conto del fatto che 50 militari dell’esercito regolare sono stati colpiti nel corso di attacchi con armi chimiche nella stessa regione. Martedì scorso Damasco aveva smentito le accuse, proferite dai responsabili dell’opposizione armata siriana, di avere lanciato degli attacchi con armi chimiche contro i quartieri delle due Ghuta, orientale e occidentale, di Damasco, nella notte tra il 20 e il 21 agosto, che avrebbero provocato, secondo le fonti dell’insurrezione, centinaia di morti. Mentre queste ultime parlano di 1300 o 1660 morti, l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo, organismo dell’insurrezione siriana con sede a Londra e accreditato presso le agenzie internazionali sui temi della crisi siriana, ha parlato invece di 100 o 170 morti.

Le prove dei Russi

Dal canto loro, i Russi sono in possesso di prove che dimostrano come gli attacchi chimici perpetrati contro le due Ghuta di Damasco siano opera dei miliziani dell’insurrezione e non delle forze regolari, come hanno tentato di far credere i responsabili dell’opposizione armata siriana e i loro alleati occidentali e arabi.

Queste prove, che sono costituite da foto e documenti che mostrano i proiettili sparati a partire dalle regioni controllate dagli insorti, sono state presentate  dai rappresentanti russi alle Nazioni Unite nella notte tra il 21 e il 22 agosto scorso, mentre l’Arabia Saudita faceva ogni sforzo perché si indicesse una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza.
A loro volta, i membri del Consiglio di sicurezza erano completamente stupefatti e ci si è accontentati di una riunione ordinaria, conclusasi con raccomandazioni di routine miranti a svolgere delle investigazioni preliminari.
Ciò che non ha però abbassato il tono della campagna diplomatica e mediatica condotta dagli occidentali e dalle monarchie arabe.

Foto satellitari a sostegno
Il corrispondente del giornale libanese As-Safir in Francia, Mohammad Balloute, ha scritto in un articolo datato 23 agosto, citando fonti arabe, che le delegazioni USA e occidentali hanno ricevuto dei documenti russi convincenti circa il coinvolgimento dei ribelli in questi attacchi.
Essi comprendono tra l’altro le foto satellitari di due missili lanciati a partire dalla Ghuta orientale, più precisamente dalla località di Duma, caposaldo della milizia Liwa Al-Islam (Brigata dell’Islam), forte di 25 mila elementi, al comando di Zahrane Allouche.
L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bachar al Jaafari, in arrivo da Damasco, ha presentato anch’egli dei documenti che confermano la versione russa.
Secondo i Russi, questi proiettili sono dei missili chimici di fabbricazione locale. Il primo sarebbe caduto a Jobar, in prossimità della città vecchia, e il secondo in una regione situata tra Zmelka e Arbine.

I missili falliscono l’obiettivo
In proposito, il sito Syria Truth ha pubblicato una analisi diversa circa i veri obiettivi dell’attacco. Citando fonti francesi e inglesi concordanti, non meglio precisati, il sito afferma che, in un primo tempo, obiettivo dell’attacco chimico sarebbero stati i soldati dell’esercito regolare che stazionavano nella piazza degli Abbasidi,  a est d Damasco, e nelle periferie.
In preparazione della battaglia per la liberazione della Ghuta orientale, e prima di intervenire coi soldati e i carri armati, l’esercito siriano aveva avviato il bombardamento delle regioni limitrofe alle zone in cui stazionavano i propri uomini, questi fatti sono riportati anche da Assafir.

13 milizie di insorti che si erano raggruppati sotto il nome di “Fronte di conquista della capitale” vi stazionavano. Stranamente questi gruppuscoli e i loro sniper,  disseminati negli edifici della zona, si sono rapidamente ritirati.
E’ a questo punto che è scattato l’attacco chimico, vale a dire verso l’1,30 (ora locale) e non alle 3, come sostenuto dalla Commissione generale della rivoluzione siriana.

Secondo Syria Truth, i missili hanno fallito il bersaglio e invece di colpire la piazza degli Abbasidi, sono caduti sulle regioni situate tra Zmelka, Arbine e Jobar.

I 50 soldati feriti
Sembra che invece a Maadamiyya, nella Ghuta Occidentale, seconda zona dove vi è stato l’attacco chimico, il piano sia riuscito.
Secondo Syria Truth, una cinquantina di soldati regolari sono rimasti contaminati dal gas chimico il 21 agosto scorso. In forza alla quarta divisione della Guardia Repubblicana, essi si preparavano all’assalto della località e sono stati investiti in pieno dall’attacco chimico.
Feriti, sono stati trasportati a bordo di 39 ambulanze, assicura il sito, citando testimoni oculari del limitrofo quartiere Soumariyya. Il sito lascia intendere che il loro numero possa essere superiore a 50, dal momento che ogni ambulanza può trasportare 2 persone. Il sito assicura che le autorità siriane evitano di rivelare il caso per non abbassare il morale delle truppe.

[trad. a cura di Ossin]

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