Nicaragua: la storia sulla pelle

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Il Nicaragua è un paese fatto di vulcani e lagune, di spettacolari paesaggi che ti mordono dentro fino a farti sentire debole come un essere umano. È un paese fatto di territori che non conoscono l’aggressività industriale che ha distrutto buona parte degli ecosistemi latinoamericani, è una culla di resistenza e di scintille capaci di illuminare due oceani di speranza.

Nonostante gli svariati tentativi di destabilizzare il paese, i più recenti portati avanti l’anno scorso grazie ad una manipolazione mediatica e strumentale su quelle nuove generazioni cresciute sui castelli gonfiabili dei McDonald e a suon di hamburger e salse che li hanno resi una massa di palle vaganti e deformate, il Fronte Sandista ha retto. Perché per un nica essere sandinista è come respirare, è come rivendicare la propria appartenenza alla propria terra che, oltre alle lacrime sparse sui volti della gente e alle tracce oscure che tutte le guerre sporche lasciano come orme per la ricostruzione storica, ha lasciato anche una concezione della società che va oltre la semplice gloria guerrigliera.

Il Nicaragua è la pelle di ogni persona che appartiene a questa terra, è il vestito nuovo di ogni persona che, come me, in questa terra ci è capitata per caso facendosi travolgere in una danza fra il cielo, la nebbia ed il mistero. È l’anima di chi resiste, il morso feroce di un orso minacciato e l’allegria di un guardabarranco che vola dietro alla parola libertà.

Qua, il Fronte Sandista, si è confrontato con una Guerra eterna e con la maledizione di avere un impero, pochi chilometri più a nord, che vuole prendere tutto, come in una roulette russa dove, un tiro su sei, può essere quello decisivo.

Ma si va avanti, si va avanti, si va avanti. Si prosegue un cammino mantenendo un processo di sviluppo uniforme nel territorio con politiche sociali vere, con la redistribuzione del reddito e dei vantaggi che, negli anni dei governi neoliberali, erano privilegio di pochi.

Ci sono cose che ti sorprendono, che non ti immagineresti mai di trovare in un paese del centro America, dove pure il clima caldo umido non aiuta per niente: le strade sono più che decenti pur non esistendo un pedaggio; in ogni bagno di ogni bar, di ogni ristorante, di ogni distributore di benzina, c’è sapone, c’è carta igienica. Una cosa banale, direte, ma veramente insolita, a queste latitudini.

La pulizia dei locali è ottima, addirittura più efficiente di quella di certi sobborghi di Miami o delle metropoli del Sud degli Stati Uniti che hanno sindaci e politici troppo distratti per promuovere affari e fuffa, senza un programma di educazione di base.

È vero, questo è un paese che è stato devastato da anni di guerra, poi da anni di sanzioni, poi ancora da un embargo; e, non da meno, è stato saccheggiato dai vari governanti di turno che cercavano di ripartirsi le fette di torta di uno straccetto di terra poco più grande di Svizzera ed Austria e con neanche sei milioni di abitanti. Ma dice no all’aggressione imperialista che si presenta con mille volti diversi, con canzoni sempre nuove e spettri creati per infondere paura.

Il Nicaragua è una fetta di America, a poche ore di volo da Washington, dove potrebbe passare il canale più importante della storia dei prossimi secoli, di gran lunga più agevole dell’istmo di Panama. E, proprio da Washington, si affinano e si cercano nuove tecniche sofisticate di guerra politica ed economica, oltre le rivoluzioni arancioni, oltre i bombardamenti che, in questo momento, farebbero comunque scattare l’allarme in molti altri paesi latinoamericani.

Ma qua siamo in Nicaragua, un paese dove la storia ha reso protagonista il popolo, dove il popolo sa benissimo cosa fare. Che abbia in pugno le armi, che abbia i libri, che abbia la coscienza di classe o la coscienza antimperialista, è il Popolo che fa la storia.

La fa la gente che ha vissuto, la gente che non dimentica, la gente che ha lottato per avere diritti fondamentali come quello all’abitazione, all’istruzione, all’assistenza sanitaria; la storia la fa la gente che riconosce dall’odore ciò che sa di rivolta popolare e ciò che sa di manipolazione politica fatta da fuori.

Ed ha ben chiaro il disegno orchestrato per attaccare l’improbabile coscienza internazionalista degli studenti che, l’anno scorso, sono scesi a devastare le città; ma si sa bene che quei ragazzi sono solo le vittime di un piano che, nelle alte sfere del Pentagono, è stato costruito in modo più che dettagliato. Unico errore: non aver calcolato che questo paese non è fatto solo da studenti, ma dai figli e dai nipoti di Sandino che, ironia della sorte, hanno ancora scorte di sangue da versare.

Non importa se, come in ogni dove, si incontra l’esaltato di turno o un giullare di corte che sventola una bandiera rossa e nera per convenienza, per scimmiottare la fede sandinista vivendo nel proprio personale esattamente in modo opposto a quei principi rievocati in ogni discorso di circostanza, per convenienza. Non importa se qualche cialtrone si mescola fra la gente sana e rotola nella sua stessa cialtroneria. Sono i numeri reali quelli che condizionano gli eventi, e i numeri reali propendono per l’onestà intellettuale e morale. Tutto il resto è nada, dimenticabile come il gusto di una caramella scartata con distrazione.

Qua, in Nicaragua, per quanto ci siano persone estremamente formate e persone deboli, si conosce la parola dignità. Parola spesso accompagnata dallo slogan: “Yankees go home”.

Venezuela: fra doppia cittadinanza e fake news

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I tanti doppi cittadini diventano pretesto per ingerenze occidentali, mentre la stampa estera accusa il governo anche per fatti inesistenti o normali negli altri paesi.

In Venezuela si continua a vivere, a discutere di politica. Con una popolazione che, per il 30%, è fatta da gente che ha doppia nazionalità e doppio passaporto, pur non conoscendo né la lingua, né le tradizioni del paese di origine. La nazionalità si acquisisce per sangue, basta avere un bisnonno italiano, portoghese, spagnolo o tedesco e, automaticamente, come per miracolo e in barba alle discussioni becere sul negare il diritto di cittadinanza per nascita che si sostengono oggi in Italia (diritto sicuramente più legittimo di quello di avere bisnonni italiani), si conquista il diritto di andare a piangere all’estero. E quello di chiedere a paesi dei quali neanche si conosce l’esatta collocazione geografica di intervenire contro il cattivo Maduro, per il semplice fatto di possedere un passaporto con la scritta “Unione europea”.

Sono passaporti che i leader dell’opposizione utilizzano per scorrazzare da Miami a Berlino e a Parigi, per piagnucolare e chiedere, in un inglese biascicato male, di fare qualcosa per riportare la “democrazia” a diecimila chilometri di distanza. Un mondo alla rovescia: mentre in Italia si nega il diritto di essere italiani a giovani nati e cresciuti nel ‘bel paese’, qua si rilasciano passaporti a chi ha avuto la fortuna di avere un discendente italiano. Reiterando la cosa per infinite generazioni, ossia: se negli anni ‘50 il nipote di un nonno emigrato nel 1910 chiedeva la cittadinanza italiana, gli veniva concessa; ed oggi il nipote di colui che, negli anni ‘50, l’aveva ottenuta, ha esattamente lo stesso diritto del nonno di ottenerla. E di chiedere all’Italia di barcamenarsi per fare una netta e chiara ingerenza nella politica interna di un paese di oriundi infuriati, perché spodestati dalle loro posizioni sociali di rilievo.

Insomma, qui di cose che non funzionano ce ne sono tante, proprio tante. Ma si procede per avere un’identità certa del paese, per non dover abbassare sempre la testa davanti al primo mondo che ha solo l’interesse per cose come coltan, petrolio, oro, diamanti e mille altre risorse. E proprio da quell’occidente che si professa paladino delle battaglie dem arrivano le sanzioni, e poi gli aiuti umanitari. Come se in casa vostra venisse prima un ladro a rubarvi tutto, poi a rivendervelo a prezzi esagerati e, poi ancora, a puntarvi la pistola in fronte per farvi riprendere quello che vi ha rubato, chiedendovi però di attaccarsi ai vostri contatori per farvi pagare le bollette. Neanche nei fumetti di Popeye sarebbero credibili simili vicende.

E poi arrivano i fautori della democrazia da esportazione. Coloro che, ai loro banchetti elettorali, utilizzano gli attori di queste vicende per i loro fini. Ultime sono le cianfrusaglie informative sull’attacco, da parte del governo Bolivariano, ai poveri “indigeni”. Bene, prima di tutto c’è da fare una bella premessa, prima di affrontare tematiche di questo tipo, soprattutto se vengono strumentalizzate da signorotti dell’azione politica che non farebbero sostare un rom, un sinti o una indigena manco a quindici metri dal loro garage.

Qui, in Venezuela, gli indigeni sono più rari dei diamanti. I pochi che restano parlano le loro lingue (del ceppo Caribe o Arawak), e non sanno neanche chi sia il presidente di questo paese. Non hanno un senso di appartenenza nazionale ma transnazionale. Storicamente non si sono mai identificati con una nazione, ma con un territorio che occupa più nazioni. E la loro vita è sempre stata spesa nel commerciare da una frontiera all’altra, e nel rivendere prima, e contrabbandare poi, le risorse naturali. Chiaro che, davanti a reati come il furto e il contrabbando, qualche reazione governativa ci debba essere. È come se da noi, in Italia, i liguri andassero in Piemonte a rubare il tartufo di Alba e lo rivendessero ai ricconi di Forte dei Marmi a metà prezzo e senza pagare le tasse. Pensate davvero che nessuno direbbe niente? Insomma, prima di intromettersi nelle questioni, o restare sorpresi dagli eventi, dall’una e dall’altra parte, senza conoscere questi piccoli dettagli (che però sono fondamentali nella tenuta democratica delle istituzioni), sarebbe meglio glissare e parlare d’altro. Perché le bandierine sono utili, verissimo, ma vanno controllate quando i venti sono casuali.

(VIDEO) La solidarietà con il Venezuela bolivariano parte dal Chikù di Scampia

di Romina Capone

Il 13 aprile del 2002 il comandante Chávez fu vittima di un colpo di stato da parte delle forze fasciste venezuelane. L’attacco fallì. Hugo Chávez fu liberato dal popolo bolivariano. Diciassette anni dopo a Scampia, periferia Nord di Napoli, la resistenza continua. L’anniversario organizzato dall’Associazione “Resistenza” e il Partito dei Carc-Napoli Nord come spunto di riflessione in un luogo simbolo dell’unione tra i popoli: il Chikù di Scampia.

 

«Quanto sta accadendo in Venezuela rappresenta appieno la situazione mondiale. In tutto il mondo si respira un’aria di fermento dagli esiti più disparati. In Italia è in corso una fase di resistenza spontanea da parte delle masse popolari con il rifiuto di un governo delle larghe intese, pur non essendoci un forte movimento comunista» afferma Marco Coppola militante del P-Carc e continua «In francia i Gilet Gialli sono l’espressione di tensione per contrastare la realtà. In Belgio e in Spagna i focolai sono accesi. L’Italia, un paese dove il governo è pieno di contraddizioni interne sin dagli albori della sua costituzione, vede il ruolo fondamentale delle masse popolari. La nostra solidarietà con il Venezuela significa rompere i rapporti con quei paesi imperialisti. La nostra solidarietà è il grande contributo alla causa della rivoluzione bolivariana».

La popolazione italiana compie piccole rivoluzioni ogni giorno e Scampia ne è un esempio.

Il Chikù, ristorante italo-balcanico, laboratorio e cucina oltre che del corpo anche della mente, non è stato scelto a caso come location per la realizzazione di questo incontro volto inoltre a contribuire alle spese processuali a carico di Rosalba Romano, la giornalista della redazione di Vigilanza Democratica sotto processo a Milano.

Chikù nasce dalla fusione di due progetti:

– La Kumpania è un’impresa sociale nata nel 2013 per valorizzare la passione per la cucina di un gruppo di donne che hanno fatto del loro talento, una professione con l’obiettivo di offrire un servizio “genuino e responsabile” attraverso un percorso di emancipazione.

-L’associazione “Chi rom e… chi no” è nata nel 2002 a partire dalla creazione di relazioni significative tra le comunità rom e italiana del quartiere Scampia e della città, attraverso interventi culturali e pedagogici, lavorando nella periferia intesa come luogo di sperimentazione e condivisione di buone pratiche.

Il massimo esempio di integrazione di unione e solidarietà tra i popoli – spiega la fondatrice Barbara Pierro – . Un faro di speranza per gli abitanti di Scampia, una periferia che conta sessanta mila abitanti. Una periferia che si rimette in gioco per ritornare al centro della società, per il cambiamento.

img_2573Molte sono state le dirette e gli interventi telefonici da Caracas durante la serata. Presente anche il Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli; Anika Persiani rappresentante Esteri dei circoli bolivariani dello Stato Carabobo ci ha raccontato cosa è realmente accaduto a Caracas durante il lungo blackout dei giorni scorsi: «Attraverso la mancanza dell’energia elettrica vogliono sabotare il presidente Maduro e generare il panico tra la popolazione sperando che scoppino guerre civili. Ovviamente chi ha sofferto per la mancanza di corrente è stata la popolazione più povera; loro, i veri sostenitori del presidente Nicolás Maduro. Nelle zone ricche del Paese la corrente non è mai mancata; essi sono provvisti di potenti generatori ad uso privato di energia elettrica» continua Anika Persiani «ma i venezuelani sono forti e coraggiosi. Non hanno ceduto a questo sabotaggio, a questa trappola psicologica. Abbiamo vissuto con estrema tranquillità questi momenti: abbiamo comprato candele per illuminare le nostre case. Abbiamo acceso falò in giardino; abbiamo cucinato all’aperto tutti insieme. Nei quartieri abbiamo grigliato la carne e consumato insieme tutto il cibo restante, a causa dai congelatori ormai fuori uso. I cittadini venezuelani resistono e lottano contro l’egemonia degli Stati Uniti d’America i quali stanno facendo il possibile per piegarci al loro volere. Per sottometterci. Riflettiamo: l’aeroporto internazionale di Caracas Simón Bolívar è il primo dell’America meridionale. Possiede La Guaira, uno dei due porti principali di tutto il Mar dei Caraibi, secondo è quello di Cuba. Il vicino Canale di Panama collega gli oceani. Perché gli Stati Uniti inviano gli aiuti umanitari destinati al Venezuela in terra colombiana invece che utilizzare container su nave la quale con 12 ore di navigazione arriva diretto a Caracas via mare? Due parole: casus belli. Gli Stati Uniti vogliono annullare il voto di sei milioni di venezuelani, stanno provando ad instaurate un governo parallelo riconosciuto oltreoceano. Ci stanno minacciando di ucciderci con una guerra civile, ci stanno imponendo una persona autoproclamatasi presidente del Venezuela. Paghiamo un numero di sanzioni politiche e finanziarie. Non possiamo comprarci le medicine. Ci hanno confiscato un grande numero di risorse. Siamo preparati ad un’eventuale invasione da parte delle forze militari statunitensi che vorranno violare la sovranità nel nostro paese. Il popolo venezuelano non vuole che una forza straniera invada le nostre città distruggendo le nostre case, le nostre università, i nostri ospedali, le nostre vite».
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Más actualizaciones desde Caracas

L'immagine può contenere: 2 persone, testopor Anika Persiani 

Así que volvemos a la normalidad. Todavía hay advertencias y precauciones para las vastas áreas del país que pueden sufrir más apagones, pero la gente sigue viviendo. Se celebran fiestas, se celebran bodas, nacen niños. En resumen, el miedo no se instala en esta sociedad, sin importar cuáles sean las causas de los “apagones”. Te subes a los medios de transporte y te mueves de un lado a otro del país sin ser dominado por la incertidumbre, viajas en el autobús, viajas en el metro, bromeas sobre la oscuridad y recapturas los valores que existían también en Europa hace muchos años; cuando era más común mantener las velas en la casa en caso de un apagón. No es que no sepamos lo que significa permanecer sin luz en Italia. Todos hemos estado allí, algunos más, algunos menos. Y molestar, o molestarse cuando todavía tenemos islas que se iluminan gracias a los generadores, es una forma hipócrita de olvidar quiénes somos y cuál ha sido nuestra historia reciente.

Nosotros, que tenemos compatriotas que aún blasfeman por la falta de servicio de agua, desde el Zen de Palermo hasta la provincia de Nápoles, en el centro de Nápoles.

Hoy Caracas responde con calles llenas de gente; Las provincias, incluso las más aisladas, vuelven a la vida y vuelven a su vida cotidiana. La gente ha pasado días y días con sillas colocadas frente a la puerta charlando sobre política, el Imperio de los Estados Unidos, la invasión. Como hicimos en la antigüedad, nosotros los italianos, con vigilias después de la cena, en verano, con comentarios después de las noticias y el miedo al terrorismo. O esperando que Berlinguer comience la Revolución.

Quien hizo estallar los transformadores de la central hidroeléctrica Guri, aquí en Venezuela, es ciertamente un terrorista. Eran sujetos que trabajaban directamente desde el extranjero, eran los mismos operadores de Corpoelec (compañía nacional de electricidad) que, por unos pocos dólares, optaron por follar a sus conciudadanos. Sin embargo, han ocurrido cosas extrañas.

Alguien lo sabía, alguien estaba listo para tuitear en los minutos inmediatamente posteriores al apagón.

Y otra persona, desde Italia, advirtió a los que querían viajar conmigo, a Caracas, que pasarían cosas malas, muy mal, unos días antes del primer “apagón”.

Como han sido conscientes de ello, seguirá siendo un misterio por un corto tiempo.

Aquí, para ahogar a tantos ingenuos, en los rincones, comenzamos a hablar de la falta de mantenimiento de la planta y su debilidad. Quiero decir, tal vez la planta no era perfecta debido a la imposibilidad de comprar (para sanciones económicas, por supuesto) de piezas de repuesto, no es nueva. Sin embargo, algunos problemas se han encontrado en los últimos tiempos. Pero si todo fuera atribuible solo a la falta de mantenimiento, no es que al mismo tiempo los transformadores y los motores pudieran haberse perdido para dar energía a 24 estados. ¡Ni siquiera los santeros, con su magia, podrían haber hecho una explosión como esa!

Y, desde el gobierno de Nicolás Maduro, no ha habido retornos, a pesar de las persistentes amenazas de invasión o intervención a través de ayuda humanitaria algo cuestionable (incluso la Cruz Roja no ha reconocido la legalidad del método de intervención de Colombia con camiones) . Porque los pobres, los verdaderos, los que reciben subsidios, los que no tienen cuentas, ni los familiares en el extranjero que están en condiciones de salvarlos a mediados de mes, estaban con el Presidente. Recorrieron las calles en total oscuridad, te hicieron sentir seguro incluso en medio de una montaña, donde solo llegaba la luz de la luna. Los ciudadanos que votan y apoyan a su presidente, sin miedo, salieron con antorchas por la noche. Las puertas de las casas se abrieron para ofrecer café sin azúcar (otro producto precioso) o unas rebanadas de pan. Los barrios de Caracas se encendieron gracias a las antorchas hechas con telas viejas y gasolina, y en algunos lugares había más luz que cuando todo funcionaba perfectamente.

Aquí, desde Venezuela, un trapo de historia normal, que habla de personas normales, que quieren respirar aire normal.

Si normal.

[Trad. dal italiano por Alexis Fagundez]

Venezuela: 7 giorni di black-out, umana solidarietà e Resistenza

di Anika Persiani 

Non c’è mai stato troppo silenzio durante il blackout, in Venezuela. Ma neanche il caos che qualcuno auspicava nonostante i giorni senza luce avessero potuto essere un’apocalisse vera e propria con omicidi, crimini, ribellioni, prese dei palazzi di governo e guerriglia. Niente, invece. Non è successo niente. I commercianti che avevano prodotti deperibili nei loro congelatori hanno iniziato a regalarli a chi aveva bisogno; chi aveva bisogno li ha presi ed ha cercato di ricompensare cucinando con fornelli casuali, o con la legna raccolta per aiutare chi, in casa, ha solo i fornelli elettrici.

Collaborazione totale, quindi. E ordine; e disciplina. Azioni quasi sorprendenti in un pese dove, come minimo, ti aspetti assassini, eventi criminosi, balli dei narcotrafficanti, contrabbandieri e sequestratori in preda ad un delirio di onnipotenza per la circostanza in questione. Si sono arrangiati tutti, ma proprio tutti, e nei modi più svariati: staffette per tornare a casa per chi abitava lontano e non poteva camminare venti chilometri, passaggi o stanze offerti per pochi bolivares o per niente, torce condivise, candele consumate a turno, chiacchierate di compagnia per anziani e persone sole e spaventate negli androni dei palazzi con gli ascensori bloccati, soccorritori improvvisati, condivisione delle poche linee di batteria rimaste nei display dei cellulari, presidi di volontari davanti alle istituzioni per aiutare a non perdere il controllo. E ministri, funzionari dello stato in mezzo di strada, ad aiutare i cittadini che ancora credono in un processo (lungo e doloroso) di cambiamento di un sistema. Stiamo parlando dei poveri, ovviamente, perché sono i poveri che vogliono compiere la loro missione. Non sono i potenti che, nei centri residenziali, hanno i loro generatori di corrente o i loro SUV per spadroneggiare sulle arterie principali della città nonostante il buio.

Certo, sembrava di vivere una situazione surreale tipo “the day after”. In più, con l’ansia addosso, con il pregiudizio europeo che si presenta a prescindere. Una strana realtà dove però ti rendevi presto conto che l’autorganizzazione funzionava. E bene. Non si poteva pagare con le carte di credito, quindi si cercavano i contanti (quasi introvabili, da queste parti) o si compravano generi di prima necessità dai negozi amici con la formula del “segna, và”.

Chi aveva disponibili scorte di acqua, pozzi o riserve, metteva a disposizione il tutto per tutti.
Ecco, oggi tutto è tornato alla normalità,  come se il blackout più lungo della storia non ci sia mai stato. Come se fosse solo un ricordo da archiviare per andare avanti in modo ancora più consapevole, con la profonda convinzione che ci sia un attacco vero, da fuori.

Sfido qualsiasi altro  popolo a mantenere la compostezza e l’ordine davanti ad un evento di questo tipo, che lo si voglia leggere come un errore del sistema di controllo interno o come un sistema mandato in tilt volutamente da una guerra sporca. Nessuno può imporre alla gente di cambiare opinione o di credere alle versioni che si stanno distribuendo come propaganda online. Non si può forzare l’opinione pubblica a valutare questa situazione come un vero e proprio attacco bellico, come una guerra moderna. Ma sì, si può dire che i fatti sono i fatti, quelli che contano. Ed i fatti sono che, in Venezuela, nonostante i disagi per le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea, nonostante le mille cose che qua non funzionano, i poveri, gli operai, i contadini, i lavoratori, i pensionati e le altre categorie del tessuto sociale molto poco avvezzo alla bella vita, pur con tutti gli accidenti dedicati ai vertici per la circostanza, non hanno mai smesso di pensare: “Yankee go Home”.

Perché la maggior parte delle persone, in questo paese, ha migliorato la propria qualità di vita, ha avuto accesso all’istruzione, ad un sistema sanitario gratuito (seppur con tutte le difficoltà dovute alle sanzioni e pure alla cattiva organizzazione), grazie ad un processo forte, fatto anche da mille errori. Non ci sono più milioni di invisibili confinati nelle baraccopoli fatte con tetti di etetnit e paglia, con lamiere e cartoni, esseri umani chiamati “chusma” da altri esseri molto meno umani. Oggi ci sono grandi edifici, seppur bruttini parecchio (esteticamente ed architettonicamente) ma con tutti i comfort e gli accessori di circostanza. Villaggi veri e propri, quartieri residenziali anche per i poveri, non costruiti da Francisco Bellavista Caltagirone tanto caro a Pierferdinando Casini che si è pure prodigato a volare qua in nome dei bei tempi in cui i Caltagirone costruivano anche le bettole, a Caracas. Tetti sulla testa di milioni di venezuelani che prima, sulla testa, avevano solo pidocchi e grattacapi per pensare al futuro. Verissimo, qua non siamo alle Hawaii e non si balla l’hola-hola, ma siamo in un paese pieno di contraddizioni: ricchissimo e con una redistribuzione della ricchezza equivoca. E oggi, quelli che erano i disperati di un tempo, analfabeti alla mercé di qualche proprietario terriero in cambio di un piatto di riso e fagioli e di una stalla per dormire, hanno i loro diritti ed il diritto di voto. L’istruzione è un bene nazionale e tutti possono entrare nelle accademie per prepararsi all’università. Cosa che prima, nonostante in Venezuela i governi pseudo socialdemoci avessero già reso gratuiti gli studi universitari, non era possibile proprio per il costo della preparazione per l’accesso agli atenei. 

Insomma, Caracas, considerata una delle metropoli più pericolose al mondo, ha risposto da sola. Come hanno risposto tutte le altre città del Venezuela, i piccoli centri urbani delle campagne e delle montagne, dove milioni di persone sono rimaste isolate per giorni. Senza sapere niente dei propri cari, senza comunicazioni, senza tv, senza il tutto dell’oggi.

Hanno prevalso costanza e determinazione umana sull’isteria collettiva dell’umanità web e social.
Certo è che se questo blackout è stato parte davvero di una strategia per destabilizzare il paese, vuoi per il costume sociale soft dei caraibici, vuoi anche un po’ per la coscienza di vivere una forma nuova di colonialismo che manco si può definire neocoloniale ma semplicemente mostruosa (ancor più stronza e subdola dei sistemi precedenti), questa strategia, è fallita. In pieno.

REDS marzo 2019

Ancora aggiornamenti da Caracas

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertodi Anika Persiani 

Quindi stiamo tornando alla quasi normalità. Ci sono ancora allerte e precauzioni per le vaste aree del paese soggette ad ulteriori black out, ma la gente continua a vivere. Si fanno feste, si celebrano matrimoni, nascono bambini. Insomma, la paura non riesce ad installarsi in questa società, siano quali siano le cause degli “apagones” (black outs). Si sale sui mezzi di trasporto e ci si sposta da un lato all’altro del paese senza farsi dominare dall’incertezza, si ride sugli autobús, si ride in metropolitana, si scherza sul buio e si riconquistano quei valori che esistevano anche in Europa, tanti anni fa; quando era più comune tenere di scorta delle candele in casa, in caso di mancanza di corrente. Non è che non si sappia cosa voglia dire, in Italia, restare senza luce. Ci siamo passati tutti, chi più, chi meno. E sconvolgersi, o fare gli sconvolti quando abbiamo ancora isole che si illuminano grazie ai generatori, è una forma ipocrita di dimenticare chi siamo e quale sia stata la nostra storia recente. 

Noi, che abbiamo concittadini che ancora bestemmiano per la mancanza di servizio idrico, dallo Zen di Palermo alla provincia di Napoli, a Napoli centro.

Oggi Caracas risponde con le strade piene di gente; le province, anche quelle più isolate, si animano di nuovo e tornano alla loro quotidianità. Le persone hanno passato giorni e giorni con le sedie piantate davanti alla porta a chiacchierare di politica, di Impero Statunitense, di invasione. Come facevamo in tempi remoti anche noi italiani, con le veglie dopo cena, d’estate, con i commenti dopo il TG e la paura del terrorismo. O aspettando che Berlinguer desse il via alla Rivoluzione.

Chi ha fatto saltare i trasformatori della centrale idroelettrica del Guri, qua in Venezuela, sicuramente è un terrorista. Siano stati soggetti che hanno lavorato direttamente dall’estero, siano stati gli stessi operatori di Corpoelec (compagnia elettrica nazionale) che, per pochi dollari, hanno optato per fottere i propri concittadini. Ne sono successe di cose strane, comunque.

Qualcuno sapeva, qualcuno era pronto a tweettare nei minuti immediatamente successivi al black out. 

E qualcun altro, dall’Italia, avvertiva coloro che volevano viaggiare con me, alla volta di Caracas, che sarebbero successe cose brutte, molto brutte, già qualche giorno prima del primo “apagón”.

Come ne siano stati a conoscenza, resterà un mistero ancora per poco.

Qua, per imbambolare tanti ingenui, in corner, si è iniziato a parlare di mancanza di manutenzione dell’impianto e della sua debolezza. Voglio dire, che magari l’impianto non fosse perfetto a causa dell’impossibilità di acquisto (per le sanzioni economiche, ovviamente) dei pezzi di ricambio, non è una novità. Qualche problema, negli ultimi tempi, si è comunque riscontrato. Ma se il tutto fosse imputabile solo alla mancanza di manutenzione, non è che contemporaneamente si sarebbero potuti perdere i trasformatori e i motori per dare energia a 24 stati. Neanche i Santeros, con le loro magie, sarebbero riusciti a fare un botto del genere!

E, da parte del governo di Nicolás Maduro, non ci sono state rese, nonostante le insistenti minacce di invasione o di intervento attraverso aiuti umanitari alquanto discutibili (persino la Croce Rossa non ha riconosciuto la legalità del metodo di intervento dalla Colombia con i camion). Perché i poveri, quelli veri, quelli che ricevono sussidi, quelli che non hanno né conti, né parenti all’estero in condizione di salvargli i giorni di metà mese, stavano con il Presidente. Pattugliavano le strade nel buio più totale, ti facevano sentire sicura anche in mezzo ad una montagna, dove arrivava solo la luce della luna. I cittadini che votano e sostengono il loro Presidente, senza paura, uscivano di notte con le torce. Le porte delle case si aprivano per offrire caffè senza zucchero (altro bene prezioso) o qualche fetta di pane. I barrios di Caracas si illuminavano grazie alle torce fatte con panni vecchi e benzina, ed in certi punti c’era più illuminazione di quando tutto funziona perfettamente.

Ecco, dal Venezuela uno straccio di racconto normale, che racconta di gente normale, che vuole respirare aria normale.

Sì, normale.

Aggiornamenti da Caracas (+VIDEO)

L'immagine può contenere: testoda Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

Partiti dalla Lombardia con destinazione Venezuela per una missione di solidarietà, portando alle organizzazioni popolari locali farmaci raccolti col passaparola in Italia, nei giorni della distribuzione si sono trovati a subire un nuovo blackout contro il paese del Presidente Maduro. Questa la lettera inviataci che volentieri pubblichiamo.

di Monica Perugini 

Ieri in Venezuela è stato perpetrato un ennesimo attacco alla rete elettrica. Un blackout che ha colpito Caracas e buona parte del paese e che secondo il vice presidente Jorge Rodríguez è il più letale di quelli fin qui avvenuti. I nostri compagni a Valencia ci invitano a far conoscere la realtà di una situazione che rappresenta uno dei più vili e vergognosi attacchi che gli Usa stanno conducendo contro il legittimo governo del presidente Maduro, nel tentativo di isolarlo dalla Comunità internazionale e di porre allo stremo la popolazione. 

Paradossalmente, le dinamiche imperialistiche non attecchiscono in terra bolivariana come ci raccontano con foto e filmati i nostri compagni in questi giorni a Valencia.

La Comunità dello stato di Carabobo, così come il resto del paese, sta reagendo unita contro il nuovo blackout, il sabotaggio orchestrato dai gringos e dai sabotatori presenti nel paese. 

Le Comunità e i collettivi si riuniscono la sera per fare fronte comune, anche fisicamente oltre che politicamente. 

I negozianti regalano agli abitanti dei quartieri le merci che senza energia elettrica si rovinerebbero, le donne scendono in piazza col Governatore Lacava per condannare la brutale aggressione di un deputato dell’ opposizione che ha aggredito una agente della polizia Bolivariana. 

Se questa è la politica degli Stati Uniti, portata avanti dal burattino Guaidó, se queste sono le premesse per un governo di aggressori…. resisteremo per sempre al fianco del presidente Maduro e della Rivoluzione Bolivariana! 

Terra, acqua, petrolio, risorse minerarie sono dei Venezuelani e del Venezuela socialista resteranno.

Simili convincimenti sono la caratteristica politica preponderante di un popolo che grazie alle politiche di Chávez e Maduro si è emancipato, che conta e vuole contare. Gli yankee non devono passare e la solidarietà internazionalista deve fare la sua parte e raccontare come stanno le cose per davvero. 

Reagire alla pantomima messa insieme dai mezzi di comunicazione di massa, ormai globalmente asserviti ai potentati economici mondiali. Fare controinformazione anche militante, come si faceva un tempo. Il Venezuela è l’emblema di una società giusta, socialista dove i poveri non sono più schiavi e ciò è ancora e sempre possibile e noi lo stiamo facendo.
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L’ABC sulle minacce di invasione al Venezuela che i media non spiegano

di Anika Persiani

Il Governo degli Stati Uniti ha vissuto, nel mese scorso, lo Shutdown più lungo della storia, lasciando 800 mila dipendenti statali senza stipendio. Oltre ai senza tetto, ai “roulottari” e a coloro che vivono nelle fognature.

Il governo degli Stati Uniti, da diversi anni, vuole risolvere il problema della povertà in Venezuela, paese dove – dice Trump – la gente vive con pochi dollari al mese per colpa di un tizio – Nicolas Maduro – che vuole sterminare il suo popolo.

In Colombia c’è un altro tizio, venezuelano, di nome Juan Guaidó. Juan Guaidó è uscito da pochi giorni dal suo paese, del quale sostiene di essere Presidente dopo essersi autoproclamato tale, a bordo di un elicottero delle Forze Armate Colombiane per andarsi a fare un giretto oltre confine. È da precisare che Colombia e Venezuela hanno rotto pure i rapporti diplomatici, ufficialmente.

L’appendice della storia che dura da diversi anni, si è iniziata a scrivere il 23 gennaio scorso quando, proprio in mezzo di strada, il passeggero della Forza Aerea Colombiana ha preso in mano la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela ed ha giurato come Presidente, montando addirittura su un palco allestito con tanto di altrettanti signori in attesa del conferimento di un potere. Roba che manco in Pocahontas.

A Caracas, però, non si è smosso niente e le legittime istituzioni continuano ad essere istituzioni legittime.

L’autoproclamato ha passato queste settimane chiedendo all’esercito di obbedire a lui come nuovo comandante in capo, ricevendo in cambio, tecnicamente, una pernacchia strategica; ha continuato a giocare un gioco non propriamente suo, chiedendo nuovamente aiuto a quei militari delle Forze Armate Venezuelane, cercando di incontrarli e convincerli a tradire quell’altro Presidente, quello eletto il 20 maggio scorso che siede nel Palazzo di Miraflores, offrendo loro di tutto. E, davanti ad un ennesimo NO, è poi arrivato a dipingerli come corrotti e criminali nelle sue dichiarazioni davanti alla Comunità Internazionale. No, non è finita qua: in una sorta di corner, last minute, quando si è reso conto che il suo gioco era squilibrato e che chi gli aveva disegnato lo schemino si era sbagliato di brutto, ha proposto, sempre ai militari, addirittura un’amnistia. Amnistia per cosa, non si è capito. E siccome anche ‘sti soldati, patrioti, non hanno capito per cosa avrebbero dovuto esser assolti e, soprattutto, da chi, gli hanno fatto un’ulteriore pernacchia, dichiarandosi fedeli alla patria ed al governo di Caracas. Il ragazzotto perso, ma proprio perso, è quindi arrivato a chiedere alla macchina bellica statunitense di attaccare quello stesso esercito con il quale aveva tentato di trattare per farsi riconoscere come legittimo Presidente, al posto di quell’altro che, come abbiamo detto, siede nel Palazzo di Miraflores. Come nella migliore scenografia di un film hollywodiano.

Pare sia una sorta di moda autoproclamarsi, per i venezuelani. Da quel che si è saputo, anche un gruppo di pellegrini, nel bel mezzo di una cena in un ristorante chic di Miami, si è autoproclamato Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela; un senatore degli Stati Uniti si è autoproclamato Capo delle Forze Armate Venezuelane, arrivando pure a minacciare le stesse Forze Armate delle quali voleva diventare leader; un segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) si è autoproclamato Ambasciatore del Venezuela e lo stesso Segretario Generale del suddetto organismo si è autoproclamato Presidente di tutti gli stati membri, dicendo che il governo di Caracas era stato espulso dall’Assemblea dell’OEA. Ora: essendo la stessa Organizzazione degli Stati Americani composta da 35 stati, per escludere la Repubblica Bolivariana del Venezuela dalla confederazione, si sarebbero dovuti avere 24 voti favorevoli alla sua espulsione. Ce ne sono stati solo 18 e l’Ambasciatore che rappresenta Caracas, Samuel Moncada, continua a sedere sulla stessa sedia, a parlare ed illustrare (anche molto bene) il tentativo di colpo di Stato, non riuscito. Il resto, cicce. Ma in tutto questo caos non dobbiamo perdere di vista il punto, ossia: il Governo degli Stati Uniti è “amico” della Colombia e la aiuta in base agli accordi fatti dai Presidenti che si sono succeduti e, per questo, gli aiuti umanitari li manda via terra invece che via mare, nonostante Caracas vanti uno dei porti commerciali, quello della Guaira, abituato a mercantili di consistenti dimensioni, ed un aeroporto internazionale, scalo fondamentale per il traffico aereo dell’America Latina.

La Colombia è uno dei paesi con il più alto tasso di mortalità infantile, di analfabetismo e di delinquenza e, guarda caso, è l’icona degli interessi di famiglie ‘ndranghestiste e dei cartelli della droga ed ha ben 8 basi militari statunitensi. Ed una posizione geografica, come il Venezuela, che è un regalo lasciato dalla deriva dei continenti; osserva due mari, due fronti continentali a nord e a sud, e perfino il traffico commerciale di Panamá, pochi chilometri a nord. E controllerà quello futuro, che si svilupperà nel Canale che si sta costruendo in Nicaragua grazie agli investimenti cinesi, e che cambierà, non poco, le regole del commercio internazionale.

Il Governo degli Stati Uniti critica un paese che, da sempre, nei peggiori Bar di Caracas e nei peggiori barrios (sobborghi tipo favelas), oltre a bere il Rum Pampero, vede persone che si prodigano a raccattare gli scarti di cibo dai cassonetti delle zone “Inn” metropolitane o a spararsi il fine settimana, secondo il cliché importato del Far West che non era propriamente parte del bagaglio culturale degli indigeni locali, più avvezzi ad accordarsi per contrabbandare oro e minerali in una sorta di prostituzione verso gli Stati Coloniali.

Come, del resto, succede in tutte le megalopoli latinoamericane e nordamericane che, già dagli anni venti, sono esplose demograficamente e non hanno importato propriamente architetti, medici o Professori di antropologia.

Con tutti questi problemi continentali, quello più importante pare essere Maduro. Un presidente che, a sua volta, ha a che fare con soggetti di svariata natura che girano con bombe carta che costano qualcosa come venti dei loro stipendi, che passano giorni e giorni per strada a manifestare lamentando il fatto che i figli non hanno di che campare. Ecco, con tutto il rispetto per la storia sindacale europea, c’è da chiedersi: ma questi qua, in piazza per mesi e con i figli che muoiono di fame in casa, come portano un piatto di riso ai loro cari se stanno, belli e determinati, nelle piazze ad incendiare edifici ed autoveicoli? Sono veramente dei genitori così “snaturati”? I loro datori di lavoro gli fanno qualche speciale contratto che non prevede il licenziamento per assenza continua dal posto di lavoro? Il Governo li sussidia in qualche modo per farsi massacrare, oppure qualcuno li paga di più di quello che guadagnerebbero presentandosi, ogni mattina, dietro ad una scrivania, ad un banco di vendita o in una fabbrica? Oppure hanno risorse economiche date da quella speculazione che, per anni, hanno fatto sulla moneta locale, che gli permette di non aver bisogno di darsi da fare per procurarsi quel cibo che dicono manchi nel paese?

Ma, agli occhi del mondo, questi signori sono i poveri che gridano contro un signore baffuto di nome Nicolás Maduro; peccato che i poveri siano quelli che scendono con le bandierine e le magliette rosse e che, da questi governi che si sono succeduti, composti non proprio da luminari dell’economia, qualche vantaggio come le case popolari, l’assistenza sanitaria gratuita (seppur con una grossa crisi per l’assenza di farmaci e ricambi per i macchinari ospedalieri che sono soggetti a sanzioni internazionali), gli studi superiori accessibili a tutti e qualche altro vantaggio, lo abbiano avuto. Per carità, non è che il governo del Partito Socialista Unito del Venezuela sia l’icona dello sviluppo economico, diciamo pure che di errori, mi pare evidente, ne commetta abbastanza e ne abbia commessi, in questi anni, anche di molto gravi. A partire dalla mancata produzione di generi di prima necessità e allo sviluppo di un’economia basata sempre e solo sui barili di petrolio da esportare. Ma perché, se nel paese già ci sono gravi disagi, li si devono accentuare sanzionando persone tanto povere per farle morire, in nome del diritto internazionale? Perché questa tecnica assurda, che prevede la sofferenza di milioni di persone, che si chiama politica delle sanzioni economiche?

Comunque, per tornare a quel tizio di nome Juan Guaidó, c’è da dire che il Governo USA lo ha prontamente riconosciuto. E questo perché ha studiato proprio alla George Washington Accademy, si è formato sotto le ali protettrici di uno di quegli stessi signori che stanno a capo del Fondo Monetario Internazionale, una di quelle istituzioni che le sanzioni le formulano, le applicano e le portano avanti come sistema bellico: un economista venezuelano, sconosciuto ai più, di nome Luis Enrique Berrizbeitia.

Il Fondo Monetario Internazionale che, negli ultimi anni, non ha mai espresso nessun disappunto mentre centinaia di migliaia di venezuelani con doppio conto corrente (dei quali uno venezuelano ed un altro a Miami, Panama, Madrid, Madeira, Toronto, Bogotà e mille altri posti ignoti della terra), speculavano sulla loro stessa moneta (il Bolivar), applicando la vecchia pratica dei cambisti a nero, favorendo la svalutazione monetaria e arricchendosi sempre di più. Con tasso di cambio stabilito sulle pagine web di Monitordolar.ve o di Dolar Today, maneggiate (apparentemente) da misteriosi signori. Praticamente, volendo cambiare cento dollari in bolivares, si pagava una commissione più o meno del 10 per cento (quando si trattava solo di trasferimento bancario), per arrivare al 40 per cento, nel caso si volessero acquistare dei soldi in contanti. Un accumulo di divisa estera che diventava una riserva di valore immensa ogni qual volta si ri-svalutava la moneta venezuelana. Una riserva che consente, ad oggi, di comprare appartamenti, risorse energetiche, materie prime e pure pezzi di paese, a chi la detiene.

Ecco. Questi misteriosi signori sono quelli che manifestano nelle piazze, da almeno 6 o 7 anni, accusando il governo di non fare l’interesse del popolo perché non li lascia trafficare con le loro compravendite di prodotti che poi ributtano sul mercato a prezzi più che decuplicati rispetto al costo di produzione. Chiaro: il Venezuela è ancora uno stato capitalista, soggetto all’economia di mercato. E se si hanno i soldi per comprare enormi quantitativi di prodotti, in una economia di mercato, nessuno lo può proibire.

C’è da ribadire mille volte che il Venezuela non è paese socialista con i burocrati socialisti che controllano un’economia pianificata, è uno stato capitalista che sta cercando di fare le riforme per diventare socialista.

I poveri venezuelani, quelli invisibili che, nel frattempo, in questi anni, si sono iscritti ad un’anagrafe, hanno avuto un’identità, vogliono una prospettiva che non è rimasta solo quella di coltivare papaya o di fare gli sciuscià nei centri cittadini.

I poveri venezuelani sono arrivati a dire la loro, attraverso un semplice meccanismo democratico che si chiama elezione. Ed hanno eletto, fra i 6 candidati dei 16 partiti che si sono presentati il 20 maggio scorso alle elezioni anticipate (volute dall’opposizione), Nicolás Maduro.

In un paese dove, in venti anni, ci sono state venticinque chiamate alle urne e dove, fino ad oggi, pare che nessuno avesse mai lamentato niente, i risultati sono stati:

Maduro 67,84%
Henri Falcon (oppositore dell’Avanzata Progressista) 20,93%
Javier Bertucci (come indipendente) 10,82%
Reinaldo Quijada (dell’UPP89) 0,39%

Gli altri due (Luis Ratti e Visconti Osorio) hanno ottenuto numeri da prefisso telefonico. Ecco: dato che la matematica non è un’opinione, in queste percentuali, dovremmo collocare la quantità dei voti dei seguaci del Signor Juan Guaidó, che sostiene di avere la maggioranza assoluta nel paese. Sicuramente ce l’ha: all’estero, dove i venezuelani, o i venezuelani oriundi, vogliono la testa di Maduro. E si fanno sentire, forte, anche per la loro possibilità economica di sviaggiare in lungo ed in largo per il globo terrestre (possibilità che i poveri non hanno) per dialogare con i governi e con gli stati che in Venezuela metterebbero ben volentieri le mani sulle riserve petrolifere e minerarie. Governi che pressano per il riconoscimento del ragazzo della George Washington Accademy e dei corsi fatti, da Belgrado a Langley, per fomentare rivoluzioni colorate e prendere il potere.

Ma la cosa da non dimenticare, soprattutto in Italia (paese che vanta il maggior numero di migranti nel paese caraibico), è che coloro che vanno ascoltati e tutelati sono gli italiani residenti oltreoceano e non i venezuelani residenti nel nostro bel paese. Attenzione: gli italiani, non gli oriundi con doppia cittadinanza che, come spiegato qualche paragrafo prima, hanno doppio conto corrente e hanno tutto l’interesse a speculare sul cambio monetario. E il nostro paese, per primo, non dovrebbe permettere le ingerenze degli altri governi in un processo di trasformazione economica che solo in Venezuela, i cittadini ed i residenti, hanno diritto di scegliere o revocare. Giusto o sbagliato che sia.

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L'immagine può contenere: 2 persone, barba e testo

Firenze 21feb2019: Venezuela una storia Latino(Americana)

Non è indispensabile essere fan di Maduro per rifiutare le ingerenze in Venezuela

di Anika Persiani

Ogni sera mi ritrovo a dover discutere, nel bene o nel male, di Venezuela. In genere ironizzo, perché l’80% delle persone che mi rivolge appunti e critiche, non sa la differenza fra Venezuela e Guyana, non sa quale sia il processo economico in corso, né tanto meno come sia il continente latinoamericano. Più volte mi si chiede: “Ma che lingua si parla in Venezuela? E in Perù?”.

Insomma, a parte le lingue indigene, la cui giornata della memoria (ormai solo della memoria, ahimé) sarà il prossimo 21 di febbraio, vorrei chiarire un punto: tutta l’America Latina, dal Messico in giù, parla spagnolo da un bel pacco di secoli. Con la varianza dialettale, chiaro, ma si parla spagnolo. L’unico paese che, per un’ironica scommessa coloniale, parla portoghese, è il Brasile.

Fatta questa premessa, sottolineo la potenza commerciale ed economica che potrebbe avere questo dettaglio (come Hugo Chávez aveva intuito), cosa che, in Europa, con l’inglese masticato appena dai nostri aspiranti statisti “dem”, manco ci possiamo sognare.

Spiegare un problema semplice che viene presentato come complesso, pare una passeggiata. Ma proprio perché ci sono da smontare tante tesi al limite dell’incredibile, troppe menzogne mediatiche e, purtroppo, create a proposito, il lavoro si complica. 

Tutto questo senza tenere conto che il livello medio di comprensione delle persone che, del Venezuela, non sanno quasi niente; e senza tenere conto che le notizie sono sparpagliate, senza un filo conduttore. Buttate qua e là, in base a una o ad un’altra determinata necessità dello scribacchino di turno che, proprio sull’ignoranza indotta, ci conta eccome.

Tanta confusione non aiuta; il fatto che ognuno dica la sua senza vedere oltre il proprio naso, crea una risultante, ossia una cosa che a livello matematico è quel polinomio che si annulla se e solo se le due equazioni hanno una soluzione in comune. E questa risultante deriva dalle equazioni più strane, quelle che massacrano solo i cervelli.

Prima di tutto: perché si è arrivati a questa crisi in un paese che ha la seconda riserva di petrolio al mondo, sfruttata solo per una minima percentuale, e che si articola in 54 mila chilometri quadrati nel Delta dell’Orinoco?
 
Veniamo alle spiegazioni più semplici, dato che sono figlia di uno che, nella Legion Francaise, dopo aver fatto il filibustiere nei paracadutisti, è arrivato ad un’età in cui non poteva più lanciarsi in modo acrobatico e proprio di idrocarburi si occupava.

I gradi Api (American Petroleum Institute) sono l’unità di misura che indica il peso del greggio rispetto al peso specifico dell’acqua che, convenzionalmente è uguale a uno. Cioè: un litro di acqua, equivale ad un chilo. Tutti gli altri liquidi, avendo pesi specifici diversi, si definiscono più leggeri, o più pesanti. Un litro di olio di oliva pesa circa 0,90 kg, ossia circa un dieci per cento in meno di un litro di acqua. 

Un grado API si calcola dividendo 141,5 per la gravità specifica della miscela alla temperatura di 15,5° centigradi e non ai soliti 25°C che si utilizzano come temperatura convenzionale (STP – temperatura e pressione standard) e sottraendo 131,5. In sintesi, si definisce una miscela “pesante” quando i gradi API sono inferiori a 25, ossia quando hanno una gravità specifica maggiore di 0,90; oppure “leggera”, quando i gradi API sono maggiori di 40 (con gravità specifica inferiore a 0,83).

Ecco: nel mondo degli idrocarburi, quando il petrolio ha meno gradi API, significa che è più difficile da estrarre e raffinare perché più “pesante” (a volte anche sabbioso), se ne ha meno, è più gestibile. L’unico problema del greggio venezuelano, essendo petrolio pesante, con una densità che varia tra i 4 ed i 15 gradi Api, è la modalità di estrazione perché, per la sua consistenza, scorre lentamente e non fluisce con la velocità del greggio più leggero che invece, molto facilmente, si può anche lavorare. Perché, ragazzi, non è che facendo un buco (una perforazione, tecnicamente), arriva il miracolo ed esce un getto di petrolio che annaffia l’umanità. La cosa è un po’ più complicata. 

Fare il quadro della situazione, quindi, diventa più facile. Soprattutto mettendo, fra i primi argomenti da toccare, il fatto che il petrolio venezuelano sia, in parte sabbioso, in parte non pulito e, di conseguenza, “pesante”. E, come abbiamo spiegato poco sopra, una materia prima con queste caratteristiche, ha bisogno di lavorazioni complesse, di strumentazioni complesse per la sua estrazione e raffinazione, e di investimenti consistenti. 

I governi che si sono succeduti nel paese caraibico, nell’era dello sviluppo economico a suon di barili, spesso e volentieri, hanno delegato tutto questo processo di produzione a compagnie private che, per i motivi suddetti, non hanno sfruttato al massimo la riserva. Riserva che potrà quindi garantire un’autonomia energetica che nessun altro sito estrattivo di potrà sognare. Ovvio, con gli investimenti appropriati che, guarda caso, Iran e Russia, sono in grado di fare nell’area dell’Orinoco o del Golfo di Maracaibo. 

Non solo petrolio. Perché nel paese caraibico, c’è un’abbondante riserva di Litio (minerale essenziale, oggi, per lo sviluppo tecnologico per la produzione di componenti elettronici), una di caolinite (essenziale in vari altri settori strategici perché dalla caolinite di ottiene la porcellana) e, soprattutto, di oro. Quell’oro che viene contrabbandato come fosse tabacco e che, non sono io a dirlo, garantisce la riserva economica dei paesi. Una delle riserve di oro lavorato e trasformato in lingotti, di proprietà venezuelana, era stato depositato (come aveva fatto la Libia e come hanno fatto molti altri paesi “ricchi” di questa materia prima) nella Bank of England, a Londra.

E, il Venezuela, a livello mondiale, risultava essere al sedicesimo posto nella graduatoria mondiale, per la quantità di depositi. Una bella garanzia, in caso di crisi economica! Garanzia che la Deutsche Bank non ha tardato a sfruttare, offrendo al governo venezuelano contanti in cambio di circa 35 tonnellate della riserva aurea e marchettando con la Bank of England (che, nel frattempo, già aveva confiscato al Venezuela il resto della riserva per le sanzioni imposte dagli Stati Uniti) un’operazione per ridepositare, in quel di Londra, anche i Lingotti dati in pegno, in modo da far confiscare anche quelli.

E poi ci raccontano le favole dei paesi europei buoni che vogliono aiutare il processo democratico nei paesi dell’America Latina. Ci raccontano che Maduro è un cattivo dittatore (così come fecero per Gheddafi e per gli altri governi affossati dall’onda delle primavere arabe) e che in Venezuela c’è la fame. Voglio dire: se io ho dell’oro come riserva in casa mia, entra qualcuno e me lo ruba, magari mentre sono pure disoccupato e, proprio colui che me lo ha rubato, viene ad offrirmi prestiti o a volermi far ristrutturare casa a modo suo, se premettete, lo manderei volentieri anche in culo. Ma, stando all’opinione pubblica di grandi esperti, io sarei cogliona e Nicolás Maduro è cattivo.

Cattivo, cattivo, cattivo. Ora, e ve lo dice una che mai e poi mai voterebbe per il Partito Socialista Unito del Venezuela e che si sarebbe – forse, per senso di ribellione – orientata sul candidato Reinaldo José Quijada del partito Unità Politica Popular89 anche alle elezioni dello scorso 20 maggio 2018, vinte dall’attuale Presidente. 

Elezioni legittime. Vinte con 6.248.864 voti a favore, con un 47% di distacco dal secondo candidato alla Presidenza Henri Falcón, dell’opposizione. Elezioni svoltesi alla presenza di 970 osservatori internazionali, 14 commissioni di otto diversi paesi, due missioni tecniche elettorali, un europarlamentare, una delegazione tecnico elettorale inviata dalla Federazione Russa e più di 50 giornalisti provenienti da tutto il mondo, dei quali 18 accreditati presso il Consiglio Nazionale Elettorale.

Il sistema elettorale, il metodo di voto, insomma, era peraltro lo stesso (fatto con macchinari con impronte digitali) che aveva visto, nel dicembre 2015, la vittoria dello schieramento di opposizione a Maduro che è entrato in Parlamento con la maggioranza. Nelle elezioni del maggio dell’anno scorso, che hanno riconfermato la Presidenza al leader del PSUV, concorrevano 16 partiti politici e sei candidati: Nicolás Maduro, Henri Falcón, Javier Bertucci, Reinaldo Quijada, Francisco Visconti Osorio e Luis Ratti. Mica pochi, voglio dire…

Ora: il punto è che quell’opposizione che distrugge le città con atti vandalici, che incendia gli autobus, i magazzini con le scorte alimentari, quell’opposizione che lancia ordigni artigianali contro le forze dell’ordine, insomma, quell’opposizione che qua, in Europa, si massacra nelle manifestazioni o che – nel peggiore dei casi – è composta da fantomatici esseri chiamati “Black Block”, ha scelto di non andare al voto. Certa, come certa lo ero io essendo una sostenitrice di Quijada che – già in partenza – sapevo avrebbe preso consensi da qualche suo parente e amici o da qualche visionario, era la vittoria di Maduro. In un paese dove, fino a una ventina di anni fa, i poveri vivevano nelle baracche e non sapevano neanche leggere un giornale, in un paese dove quasi la metà della gente sta sistemata in case popolari e dove (quando non vengono bruciate, rubate o rivendute dai criminali che manifestano per strada) gli si garantisce pure una cesta minima alimentare, per chi avrebbero dovuto votare? Per uno come Guaidó che, quelli come loro, li metterebbe volentieri nei forni dei pozzi di petrolio?

Nessuna descrizione della foto disponibile.Ribadisco. Sono una delle prime contestatrici di Nicolás Maduro. Non mi piacciono tante delle sue riforme, non mi piace la linea politica che porta avanti per combattere l’iperinflazione, non mi piace neanche come “omino” (diciamo che Hugo era molto più figo, come molto più figo lo è Rafael Correa). Ma non posso accettare che personaggi come Freddy Guevara, Juan Gerardo Guaidó Márquez e compagnia bella, con il livello di coscienza pari alla costante per il calcolo dei gradi API, possano determinare il futuro di una paese che sento anche mio. Perché il Venezuela è di tutti noi, non delle Banche o del Signore in questione che, data la sua formazione alle calcagna dell’economista venezuelano Luis Enrique Berrizbeitia del Fondo Monetario Internazionale, in quel di Washington, ai tavolini della CIA con il programma politico della Accademia della Capitale che serve a destabilizzare l’America Latina, si ritiene già Presidente perché riconosciuto – guarda caso – da Donald Trump. 

Ma per favore, le favole raccontatele ai mentecatti. Io preferisco leggere i fumetti a libera interpretazione. Ed il dialogo, che tanto mi piace, vorrei portarlo avanti con chi è capace di farlo. Sono snob. Eccome.

Ora vi racconto cosa succede in Venezuela

Immagine correlatadi Anika Persiani

Ora vi racconto qualcosa. Con cognizione di causa dato che vanto una residenza in quel di San Antonio del Los Altos (Municipalidad Los Salias, Estado Miranda) e dato che, ogni due o tre mesi, piazzo il culo all’aeroporto Maiquetia di Santiago de Leon de Caracas. E, per di più, puntualizzo alcune cose per non dar luogo ad inneschi di polemiche strumentali e gratuite, dato che sarò io il vettore che il 4 di ottobre consegnerà i medicinali donati dalla Fondazione Turati all’associazione ASOBIEN che si occupano, appunto, di malati terminali di Parkinson, di Sclerosi Multipla e di Alzheimer. Ci sono associazioni che portano avanti gemellaggi donando palloni, magliette, quaderni, computer; e ci sono associazioni che donano farmaci, data la difficoltà che si ha nell’affrontare delle sanzioni economiche imposte da “paesi bravi” ai “paesi canaglia”.

Soprattutto sullo “stato Canaglia” caraibico, se ne sentono dire di tutti i colori. Che manca il cibo, che manca il sapone, che la gente cerca da mangiare nella spazzatura. Prima di tutto: stiamo parlando di Venezuela, un paese dove, da sempre, i ricchi stavano nelle mega proprietà e nei posti chic ed i poveri vivevano per strada, mangiando dalla spazzatura dei ricchi. Adesso, i poveri, hanno delle case popolari e vogliono vivere normalmente, pur non togliendo niente ai ricchi. È che, negli ultimi anni, anche le fasce più indifese della popolazione, quelli che prima erano “gli invisibili” ai quali nessuno faceva caso, né se mangiavano dalla spazzatura, né se dormivano alla stazione di Bellas Artes, hanno avuto i loro diritti, hanno studiato nelle università dello Stato, si sono laureati e sono diventati poveri più che visibili. E con una certa dignità. E, allora, cosa sta succedendo realmente? Perché tante contraddizioni nel dover raccontare una situazione anche troppo semplice? Perché farla apparire complicata quando non lo è, affatto?

Il punto è che, in Venezuela, quasi tutto finisce in mano dei “bachaqueros” (che possiamo definire speculatori, rivenditori, approfittatori e che io non esito a definire delinquenti), che si mettono in coda a qualsiasi ora (e questo è il loro lavoro) e che, pur di guadagnare facile, comprano tutti i prodotti non appena vengono messi in commercio (a prezzo politico, ossia ai prezzi minimi imposti dallo stato); insomma, li comprano e poi li rivendono a prezzi esorbitanti. Sono squadre e gruppi organizzati: fanno traffico di documenti di identità, pagando chiunque gli presti il “carnet” (oggi carnet della patria) per poter compiere i loro crimini. E questi sono cittadini “comuni”, non sono membri né del governo, né del partito. Sono imprenditori o persone che hanno grosse scorte di denaro che gli proviene dall’estero, in maniera illegale. Hanno sempre un parente o qualcuno collegato che, attraverso un conto corrente di un altro paese, riceve denaro in euro o dollari, ed un conto in Venezuela (milionario) con il quale si permettono di sborsare cifre importanti nel paese caraibico e che sono irrisorie rispetto ai conti che hanno all’estero. A volte queste stesse persone sono quelle che effettuano anche il cambio a nero, uccidendo l’economia di un paese.

In Venezuela c’è corruzione. È vero. Ma in qualsiasi paese in crisi economica esiste la corruzione, peraltro di basso livello e di scarsa incisività sul bilancio di uno Stato. E poi, noi, dall’Italia, vogliamo veramente prendere lezione di corruzione da Santiago de Leon de Caracas? Noi che paghiamo tangenti multimilionarie per far lavorare ENI in Africa o che sacrifichiamo anche la vita di ragazzini (il caso Giulio Regeni docet) per i nostri traffici internazionali per nascondere i nostri affari sporchi per ottenere concessioni per estrarre materie prime, dopo Mani Pulite e dopo aver avuto uno Stato che di corruzione e complotti ci ha tirato avanti 60 milioni di persone per più di settant’anni, vogliamo criticare? E negli altri paesi? In Giappone non c’è corruzione? In Perù, dove è stato pure concesso l’indulto a tale Alberto Fujimori Fujimori? Un presidente che, non solo ha rubato ed ucciso con il suo amico Montesinos, ma ha creato un conflitto fra ribelli e Stato che ha portato un paese intero a restare con il fiato sospeso per anni. In Europa non abbiamo avuto mai scandali di corruzione? Ma per favore! Se pure Audi, Volkswagen (in Germania), Chrisler e Ford negli Stati Uniti, sono riuscite a truffare addirittura sulle emissioni di CO2, cosa vogliamo criticare?

Non siamo proprio noi europei i leaders dell’apertura delle società Off Shore in paesi che manco in Google Map si vedono bene, e che le rendiamo una sorta di ago della bilancia per fare i nostri nuovi colpi di stato in mercati esteri deboli? Suvvia, noi che diamo lezioni di correttezza! E decidiamo chi siano i dittatori quando qua non siamo neanche liberi di respirare, se non attaccati ad un respiratore collettivo che ci fa inalare a tutti gli stessi principi senza che si possa pensare in modo diverso!

In Venezuela mancano i ricambi. Chiaro, se la maggior parte dei paesi ti impone un “blocco” nel commercio e ti spara delle sanzioni, invece che dei proiettili (e più o meno il tipo di guerra produce gli stessi danni), è chiaro che non ci siano i pezzi per essere sostituiti. Se nessuno te li vende, non è che da paese senza una storia industriale come quella europea, ti puoi mettere a produrre componenti di meccanica in stile General Motors. Pure noi, adesso, importiamo tutto. Le aziende le abbiamo svendute e chiuse! Chi riesce a far entrare ricambi nel paese, sempre tramite conti correnti all’estero e speculazione monetaria, chiaramente, vende i suddetti articoli a prezzi esorbitanti. E si arricchisce ancora di più, alla faccia del governo.

In Venezuela mancano alcuni medicinali. Bene, giustissimo. Ma se le aziende che li producono (le multinazionali, giusto per esser chiari), non li esportano per il blocco economico, non è che un paese, da un giorno all’altro, può mettersi a produrre farmaci se mancano le materie prime. Dalla Cina e dalla Russia comunque arriva quasi tutto. E a prezzi ridicoli. Una confezione di Atamel (antipiretico ed antidolorifico) costerebbe meno di un caffè preso dagli ambulanti, se non ci fossero delinquenti che ne comprano a chili investendo il loro capitale disponibile, e lo rivendessero ad un prezzo maggiorato di dieci volte. Molti farmaci vengono dati gratuitamente o in cambio della stessa cifra che noi pagheremo per i sacchetti biologici per frutta e verdura. Ci sono gruppi organizzati che riescono (anche sul web) a farti trovare quello di cui hai bisogno senza tanti problemi. Ciò che manca, nello specifico, sono: Metformina (per il diabete), Eutirox (per la tiroide), farmaci per la cura di malattie degenerative come Parkinson, Alzheimer, Schizofrenia, sindrome bipolare e, poi, alcune penicilline. E la storia di doversi iscriversi al Partito (se hai bisogno di qualcosa) è una leggenda metropolitana. Io sono straniera e quando sto a San Antonio de Los Altos, straniera rimango. Ho avuto bisogno di amoxicillina dopo essermi fatta una ferita grazie a degli stronzi che, durante una manifestazione, hanno distrutto, incendiato e dilaniato un ponte pedonale di ferro (ne hanno distrutti diversi, poi) che serve ad attraversare la Panamericana senza farsi tirare sotto da un auto. Non si trovava in farmacia e sono andata in un ambulatorio comunale. Mi hanno prestato tutte le cure del caso, messa in lista per l’amoxicillina e (dopo due ore) mi hanno telefonato per dirmi che avrei potuto ritirare (gratuitamente, ohibò) le 8 compresse necessarie già dal pomeriggio. Io, italiana nello Stato Miranda, quasi al limite del sospetto di essere una sovversiva organizzatrice di controrivoluzione, con tanto di passaporto italiano (che certo non passerebbe inosservato davanti ai funzionari del governo), sono stata curata e rispettata. Avrei potuto essere una “finanziatrice” dell’opposizione, una provocatrice in quel di San Antonio pronta a sparare merda sul governo, come fanno l’80% dei cittadini italo venezuelani che viaggiano oltreoceano a sparare cazzate che sono più dannose dei proiettili. E con me c’erano altri venti “infortunati”, tutti trattati nello stesso modo.

In Venezuela c’è l’iperinflazione. È chiaro: se gli stessi abbienti venezuelani speculano con la moneta, cosa ci dovrebbe essere? Mare piatto, scogli lisci e sole a catinelle? Se inneschi una miccia, difficilmente si ferma. E per quanto il governo cerchi di ridurre il contante, per ridurre l’inflazione, finché gli speculatori (in nome della pagina internet “Dolar Today” che fa il buono ed il cattivo tempo dell’economia venezuelana) continueranno a guadagnare sul cambio, non potrà certo esserci una stabilità dei prezzi. O, per meglio dire: se io comprassi, qua a Lima, tutti i giorni, tutta la farina in arrivo ai mercati generali e la rivendessi ad un prezzo più alto, nessuno potrebbe farmi niente, né incriminarmi. Io ho i soldi e compro. Esattamente come funziona in Borsa quando, con la compravendita di titoli azionari, si affossano le società per azioni. Solo che invece di fare un insider trading ad una società, lo si fa a basso livello. Se sai che una partita di medicinali è in arrivo (come accade in Venezuela) o assalti i camion che li trasportano (e succede, vengono anche dati alle fiamme perdendo i prodotti), o li compri e li butti sul mercato al prezzo che vuoi tu. Ho visto centinaia di camion assaltati e incendiati, o assaltati per rubare la merce e rivenderla. E questo, lo fa il governo?

In Venezuela c’è violenza. C’è sempre stata, come in ogni metropoli latinoamericana. Come a Lima, a Buenos Aires, a Rio de Janeiro. Non è che puoi sperare di avere una metropoli fatta da devoti e santi. Se la gente, dai campi, va nelle grandi città a cercare fortuna e non la trova, non è che si iscrive alla bocciofila di Poggio a Caiano. Tenta il tutto e per tutto per mangiare creando violenza, così, come un sistema di merda ci impone. Se ti servono i soldi e non lavori, rubi. E te lo dice una che, qualche mese fa, insieme a Luis Matute, è scampata ad un tentativo di sequestro, proprio sulla Panamericana mentre era su un taxi. Un taxi che, per trasportarci per 30 km, costa (più o meno) un euro. Perché in Venezuela (e questo non lo dice nessuno), fare il pieno ad un auto di grossa cilindrata, ti costa qualche millesimo di euro. Insomma, in quale paese si paga così poco per il trasporto? Quale paese ti regala benzina, gas ed energia elettrica? Vero, gli stipendi medi non arrivano a 40 euro (ad oggi). Ma le bollette che si pagano per un mese di fornitura di gas, luce e telefono, non arrivano a 3 euro mensili. E allora di cosa stiamo parlando? Se in Italia si guadagnano.500 euro al mese e se ne spendono 80 ogni volta che si riempie il serbatoio dell’auto, dove sta tutta questa differenza? Se la mia utenza di gas mi costa (e non parlo dei mesi invernali) 100 euro al mese ed in Venezuela 60 centesimi, dove sta tutta questa disperazione? Quale paese al mondo paga 15 centesimi per riempire il serbatoio di una Jeep turbo diesel?

Chiudiamo la pagina web di “Dolar Today” che influenza l’economia di altri paesi e, in quindici giorni, si blocca l’iperinflazione. Vogliamo scommettere?

In Venezuela si fanno le code. Certo, se vuoi un certo tipo di prodotto e questo prodotto è scarso, fai la coda. Esattamente come qua si fa per l’iphone X. Perché tutti vogliono harina pan, anche se non c’è, e si tuffano a comprarla in grossi quantitativi per avere le scorte. Si noleggiano più documenti di identità in Venezuela che sulle navi di profughi. Gente che arriva alla cassa con 8 o 10 carnet diversi, per fare scorte alimentari a prezzi politici. Perché quello che non si dice è che le code si formano dove si vende a prezzo popolare. Ossia, per un pacchetto di farina, un barattolo di Mavesa (la margarina Venezuelana a cui nessun venezuelano rinuncia, manco per il cazzo), fagioli ed alimenti vari, si paga qualcosa come 50 centesimi di euro. Ho conosciuto gente che viene pagata 3 dollari per fare le code, molto più di quello che sarebbe pagato per un lavoro a tariffa oraria. I bachaqueros fanno questo: dalla mattina, alla sera. Fanno le code, come lavoro, e rende bene, soprattutto nel momento di rivendere ai colombiani che, addirittura, nelle zone di confine, comprano i soldi venezuelani (i biglietti, per intendersi) perché la carta filigranata vale di più del valore della moneta e viene riciclata e rivenduta allo stesso stato colombiano per battere nuova moneta a costi irrisori. Questa è la triste verità.

In Venezuela, per i motivi sopra specificati, è stato stabilito un ordine di acquisto nei supermercati con i prezzi popolari. Ma in altri mercati si compra tutto, regolarmente, a prezzi non politici. Chi ha soldi, non ha carenza di niente. Chi ha un conto corrente in euro o in dollari all’estero, gode soltanto della spirale prezzi-salari, perché si arricchisce ogni qual volta il Bolivar si svaluta. Tanto che i locali sono pieni di gente, i ristoranti lussuosi sono sempre “full” e si deve prenotare, i locali “in” hanno sempre ogni tipo di prodotto. Ho mangiato, qualche tempo fa, al ristorante italiano “Guido”, vicino al Boulevard di Sabana Grande. In tre abbiamo speso meno di 5 euro, sfogandoci con ogni tipo di piatto. E mi chiedo: perché a Guido non manca il pane, non manca lo zucchero, non manca la harina pan, non manca niente, manco la coca cola? Guido forse guida il suo ristorante con un potente, misterioso macchinario che stampa i prodotti in 3D?

In Venezuela la gente manifesta contro il governo. Allora, su questo vorrei porre un ulteriore riflessione. Mettiamo che in Italia si debba manifestare a Roma contro il governo, ok? Molte persone, per arrivare a Roma, dovrebbero comprare il biglietto per il treno o per il pullman, al limite usare bla bla car, mangiare a Roma e passare una giornata fra un caffè e l’altro o a cercare bottigliette di acqua. Una spesa media, stando bassi, di 50 euro. Ecco, in molti non possono permetterselo perché magari, a casa, hanno due o tre figli e con 50 euro ci mangiano per una settimana. Mi chiedo: come è possibile che in Venezuela dove, appunto, stando alle dichiarazioni della gente, si perde peso e non si mangia, la gente possa passare mesi nelle piazze, senza lavorare, manifestando tutto il giorno se, a casa, ha i figli che muoiono di fame? Quale genitore incosciente si farebbe licenziare dal lavoro per le continue assenze dovute all’orgoglio da manifestante, se non ha i soldi per mangiare? Quale studente andrebbe a farsi massacrare con le Nike e con ordigni artigianali (e non solo) in mano che costano più di 8 mesi di stipendio medio? Insomma, o il Venezuela è il paese con il più alto tasso di schizofrenici e di malati di sindrome bipolare, oppure qualcuno, a questi tizi, li paga. E li paga più di quello che guadagnerebbero a spiattellare il loro culo su una sedia d’ufficio tutto il giorno. Perché la matematica non è un opinione, ma una scienza abbastanza attendibile. Se io dovessi dar da mangiare ai miei figli, mandarli a scuola, vestirli e curarli (o comprargli un telefonino al mese perché, puntualmente, glielo rubano – e questo sì, ahimé, è un triste primato in quel di Caracas), non potrei permettermi di scorribandare da una piazza all’altra distruggendo vetrine, macchine della polizia, bloccando le arterie principali della circolazione veicolare della città, mandando in tilt il traffico per giorni interi. Qua, tizi come questi, verrebbero considerati teppisti (nella migliore delle ipotesi) o black block, secondo il protocollo della polizia che li menerebbe e che già qualcuno lo ha pure fatto fuori con proiettili veri. La polizia venezuelana, nella maggior parte dei casi, non reagisce e porta anche troppa pazienza, beccandosi il lancio di bombe carta, di molotov e di altri ordigni che i manifestanti manco sanno usare bene.

In Venezuela, se vai al bancomat, molto spesso non ci sono contanti caricati. E altrettanto spesso, più di qualche migliaio di bolivares non li puoi ritirare. Mi adeguo a fare tutte le critiche e a tirare tutte le bestemmie che ritengo appropriate, per questa scelta: anche io mi trovo spesso in difficoltà, dovendo usare una carta prepagata che, puntualmente, mi viene prestata per poter sopravvivere ad un prezzo decente (l’alternativa è cambiare gli euro al cambio ufficiale e sarebbe impossibile, per un turista, anche prendere un solo caffè al giorno in un bar, proprio per l’enorme differenza del cambio ufficiale a quello nero stabilito dalla medesima e ossessionante pagina di Dolar Today). Ma capisco che emettere più moneta significherebbe creare più inflazione, quindi butto giù il boccone amaro e vado a comprare sigarette e dolcetti, a fare la spesa, a comprare un antidolorifico, con la carta. Se prendo un taxi gli faccio un bonifico all’istante dalla mia stessa ricaricabile al suo conto corrente (e parliamo di cifre inferiori all’euro, perdio), e se mi assaltano, in tasca, mi trovano giusto 30 o 40 bolivares che valgono qualcosa come 0,005 centesimi di euro e con i quali posso solo farci benzina.

Tanti Venezuelani sono emigrati, negli ultimi tempi, gridando “Allarme, Allarme, alla dittatura”. E gli stessi che hanno fatto questo, oggi, chiedono al loro presidente Maduro di mettere a disposizione i voli di Stato per poter rientrare nel loro paese perché, dopo l’esperienza non proprio benevola nel resto dell’America Latina, ammettono che – in fondo- a casa loro, tanto male non stavano. Mi chiedo io: quale DITTATORE CATTIVO E CRUDELE manderebbe i voli di Stato a riprendere i cittadini emigranti? Quale perseguitato politico chiederebbe al suo aguzzino di riportarlo in patria? Meditate gente, meditate, prima di parlare…

https://www.google.com/search…

La dittatura è dittatura. E Nicolás Maduro, per quanto inesperto, per quanto alle prese con qualcosa che è più grande di lui, per quanto pressapochista, per quanto impreparato su certi dettagli, può essere tutto, anche un esaurito. Ma mai un dittatore.

Queste sono solo alcune verità ma la verità più grande è che, purtroppo, il paese in questione è sorto su una delle più grandi riserve petrolifere e minerarie del mondo e per questo va affossato. Da fuori, non da un governo o da un altro. Da fuori. Per continuare una politica coloniale, in altre forme. 

E qua mi fermo, perché rischierei di apparire logorroica e di annoiare troppo. Anche se, questa discussione, potrebbe andare avanti per qualche mese.

 

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