(VIDEO) Mujica e l’avanzata della destra in America Latina

da lantidiplomatico

L’ex presidente uruguaiano, in un’intervista concessa a RT, ha parlato del processo di pace in Colombia, dei fenomeni globali come l’immigrazione e il terrorismo e, soprattutto, della recente avanzata della destra in America Latina.

L’ex presidente dell’Uruguay, José Mujica, ha rilasciato un’intervista esclusiva a RT durante la sua visita a Cuba. Durante la conversazione, Mujica ha parlato del nuovo governo di Mauricio Macri in Argentina e dell’ascesa della destra in America Latina, oltre ad altri temi di attualità della regione.
«La sinistra non riesce mai a trionfare completamente, perché neanche la destra riesce a farlo da nessuna parte», ha affermato il presidente uruguayano.
 
«La storia umana è un pendolo permanente tra il cambiamento, il passaggio verso l’uguaglianza, per la giustizia, ciò che intendiamo rappresentare come sinistra e l’altra faccia conservatrice, resistente  al cambiamento, entrambe però hanno la stessa patologia», ha spiegato.
 
Secondo lui, «la patologia dei conservatori reazionari è quella di cadere nel fascismo», mentre quella della sinistra è “l’infantilismo” e di “confondere i desideri con la realtà.”
 
«È presente in tutta la storia umana”, ha sottolineato l’ex presidente, che ha portato l’esempio le Indie, Epaminonda in Grecia, i Gracchi a Roma e Gesù. «Vedo questo pendolo quasi eterno», ha aggiunto.
 
Mujica ha anche condiviso le sue opinioni sul processo di pace in Colombia, i negoziati tra le delegazioni del governo ed i guerriglieri delle FARC che hanno avuto luogo a L’Avana.
 
L’ex presidente ha anche colto al volo l’opportunità per discutere di altre questioni rilevanti in tutto il mondo, come l’immigrazione, la crisi economica e il terrorismo, ed ha sottolineato la necessità di affrontare i problemi che riguardano l’ambiente in diverse parti del pianeta.

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Misión Milagro ha restituito la vista a 4 milioni di pazienti

010615_Antigua_y_Barbuda_Jornadas_Mision_Milagro_WEB03da Prensa AVN/MPPRE

In Venezuela, in America Latina e nei Caraibi, quasi 4 milioni di pazienti hanno recuperato la vista attraverso la Misión Milagro, un programma creato nel 2005 dai leader della rivoluzione cubana e bolivariana, Fidel Castro e Hugo Chávez, con l’obiettivo di curare quei cittadini sprovvisti delle risorse necessarie per affrontare un intervento oftalmologico.

Durante il suo programma settimanale ‘Con Cilia en Familia’, la prima combattente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Cilia Flores, ha parlato del supporto fornito dalla Misión Milagro, che costituisce un programma sociale consono alla costruzione di un mondo possibile, basato sulla solidarietà e l’assistenza completa ai popoli.

Flores ha spiegato che in ogni paese dove arriva la Misión Milagro vi è un processo di formazione di professionisti con attrezzature all’avanguardia per garantire interventi di qualità per tutti i beneficiari.

Inoltre ha evidenziato la volontà del governo bolivariano di estendere questo programma sociale alla comunità del Bronx negli Stati Uniti: «La nostra Misión Milagro cura quest’anno i pazienti dei Caraibi Orientali. Potremmo prestare assistenza anche ai nostri cari fratelli del Bronx».

Il Presidente Nicolás Maduro, attraverso il proprio account Twitter ha dichiarato che la Misión Milagro, è una meravigliosa creazione dell’Alleanza Bolivariana per i popoli della Nuestra América (ALBA). «La rivoluzione delle missioni socialista è che donano la vista a chi non la possiede e soprattutto amore per la vita a tutti. Viva la Rivoluzione!».

L’8 luglio del 2004, un gruppo di venezuelani fece un primo viaggio a Cuba per essere operati da specialisti in oftalmologia dell’isola. Da quel momento iniziò a prendere forma la Misión Milagro. Quasi un anno dopo, il 25 di agosto del 2005, Chávez e Castro firmarono il ‘Compromiso de Sandino’, che prevede l’assistenza solidale ai popoli d’America per promuovere lo sviluppo della regione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Venezuela: oltre 8 milioni di firme contro il decreto di Obama

obama-deroga-el-decreto-ya-700x352da Telesur

C’è stata un’ondata di opposizione in Venezuela e nel mondo contro l’ultima aggressione degli Stati Uniti

La petizione lanciata in opposizione alle ultime sanzioni comminate dal presidente Barack Obama e contro l’etichettatura del Venezuela come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha superato le 8 milioni di firme, secondo quanto è stato reso noto nella giornata di domenica.

Il presidente Obama ha emesso un ordine esecutivo il 9 di marzo definendo “un’emergenza nazionale, la minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti derivante dalla situazione in Venezuela”.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro, attraverso il proprio account Twitter, ha ringraziato tutti i sostenitori della campagna volta a richiedere ad Obama di “abrogare il decreto”.

Le firme saranno consegnate nel corso del Vertice delle Americhe che avrà inizio questa settimana a Panama, e vedrà la partecipazione di tutte le nazioni dell’emisfero.

Il montare delle ostilità degli Stati Uniti verso il Venezuela sarà con ogni probabilità uno dei temi più caldi di dibattito durante il Vertice, dove è prevista la partecipazione del presidente Obama.

Inoltre, milioni di persone hanno espresso tramite Twitter la loro opposizione all’aggressione degli Stati Uniti. Secondo quanto reso noto, la scorsa settimana oltre 5 milioni di tweet inviati da 105 paesi hanno richiesto l’abrogazione delle misure.

Il governo venezuelano ha anche incassato un forte sostegno a in campo internazionale.

Molte personalità latinoamericane di alto profilo, come l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica e il Nobel per la Pace Rigoberta Menchu, hanno pubblicamente espresso il proprio sostegno al governo democraticamente eletto del presidente Maduro.

Nel mese di marzo, tutti i 33 membri della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) hanno espresso la loro opposizione alla mossa del governo degli Stati Uniti, così come gli altri organismi regionali, tra cui le Nazioni Unite del Sud America (UNASUR) che ha preso una posizione analoga.

In precedenza, il gruppo G77 + Cina, che comprende 134 paesi, aveva rilasciato una dichiarazione di rigetto dell’ordine esecutivo del presidente Obama contro il Venezuela.

La scorsa settimana, in relazione a queste nette prese di posizione, il Sottosegretario per l’America Latina degli Stati Uniti Roberta Jacobson si è detta ‘delusa’ dal livello di supporto ottenuto dal Venezuela dopo le ultime sanzioni.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Sader: “Nunca Estados Unidos estuvo tan aislado en América Latina”

El filósofo y sociólogo brasileño Emir Sader habla sobre los movimientos sociales, los gobiernos progresistas y las nuevas alianzas en América Latina.

por Diagonal Global

¿Qué indicios hay de que los gobiernos neoliberales de América Latina estén agotados?

Las tres grandes economías latinoamericanas, México, Argentina y Brasil, tuvieron crisis arrasadoras en los años 90 y principios de los 2000. Ya previamente comenzaba la elección de gobiernos antiliberales, pero antes se percibió un agotamiento claro. El ejemplo de México es evidente. Siempre digo que este país se casó con EE UU pensando que se casaba con una viuda rica y se casó con una viuda en quiebra. Lo que llegó fue capital para explotar mano de obra barata en la frontera, mujeres y niños, no grandes inversiones para modernizar el país. El modelo tuvo un apogeo fuerte, rápido, amplio, y después una caída muy acentuada.

Y en la actualidad, ¿se percibe una derechización de los gobiernos?

No. Creo que México, por ejemplo, aunque siguió siendo promovido como la alternativa latinoamericana, basta con ver cómo está. Perú es un país que siguió con un nivel de desarrollo económico elevado, pero con explotación extranjera de riquezas naturales y sin mejorar la situación social. Por otro lado, a pesar de la recesión internacional, los gobier­nos progresistas de Amé­ri­ca Latina consiguieron mantener un desarrollo alto y, principalmente, disminuir la desigualdad, la pobreza, la miseria, la exclusión social. Eso se mantiene, las políticas sociales son lo más importante de esos gobiernos. Y aunque se sintió el efecto de la recesión en el centro del capitalismo (Europa, Ja­pón, EE UU), no se entró en crisis porque hay mucho comercio entre estos países y mucho intercambio con China.

¿Ese equilibrio entre EEUU y China que define el siglo XXI en términos económicos es duradero?

Cabe una sospecha muy fuerte de que el siglo XXI será el de China. Ahora, no significa que vaya a haber una decadencia irreversible de la hegemonía norteamericana porque sigue siendo la única superpotencia en el mercado mundial en lo político, en lo militar, en lo tecnológico, aunque debilitada.

Probablemente esto se sustituirá un día por un mundo multipolar. Por eso es importante lo que hicieron los BRICS –Brasil, Rusia, India, China y Sudáfrica– el año pasado durante su reunión en Brasil: crear un Banco de Desarrollo en lugar del Banco Mun­dial, un Fondo de Reservas en lugar del Fondo Monetario Internacio­nal… Ya hay síntomas de que se está construyendo un mundo multipolar, pero la hegemonía estadounidense sigue siendo determinante. Lo más importante no es lo político, lo económico o lo militar, es lo ideológico. Los valores globalizados son el modo de vida norteamericano, el estilo del centro comercial, el todo es mercancía… Ese estilo de consumo está en China, está en la periferia de nuestras grandes ciudades… Eso es hegemonía, cuando los que compiten contigo son tus víctimas e imponen tus valores.

¿Cómo afecta todo esto a América Latina?

En América Latina, EE UU nunca estuvo tan aislado. Se construyó la Comunidad de Estados Latinoa­me­ri­ca­nos y Caribeños (Celac), por primera vez una institución de integración que no tiene la huella de EE UU, y China convocó una reunión con los 33 Estados de la Celac para negociar acuerdos comerciales e inversiones. Ahora China tiene una política que les conviene: intercambios comerciales, compra de recursos naturales, energéticos, compra de soja, que infelizmente muchas veces se cultiva con transgénicos, pero que los países no pueden dejar de plantar porque China va a seguir comiendo cada vez más y, por tanto, también comprando cada vez más. Hoy en día la presencia de China es más importante que la de EE UU. Es el primer socio de muchos países importantes de América Latina.

¿Cuál es la figura de Brasil? ¿Ha asumido cierto papel de imperio frente a países como Ecuador o Bolivia?

Hoy sería difícil darle esa categoría porque la política internacional brasileña choca con la política norteamericana, son distintas, por intereses y alianzas diferentes. A la derecha no le gusta nada la política exterior brasileña, que por primera vez es relativamente solidaria. Ahora hay una presencia muy fuerte de empresas brasileñas en países como Para­guay, Argentina o Uruguay, y si no hubiera una política exterior más o menos solidaria sería un desastre porque los elementos del subimperio (Banco do Brasil, Petro­bras) están presentes. Hoy la relación es más o menos equilibrada, y aunque puede haber problemas, la actitud de colaboración es más importante que la de explotación.

¿En qué situación se encuentran los movimientos sociales en América Latina tras la llegada de estos gobiernos progresistas?

Los movimientos sociales sufrieron mucho con el neoliberalismo: desempleo, subempleo, represión… Cuando ganan a esos gobiernos, no ganan por la vía de las grandes movilizaciones, salvo en Ecuador y Boli­via, donde habían tumbado cinco gobiernos y decidieron crear un partido político, presentarse y ganar. Además, en Ecuador, Bolivia y Vene­zuela no hubo una continuidad del neoliberalismo: fracasó y se cayó, lo que facilitó tener gobiernos más avanzados. En países como Brasil o Argentina el neolibera­lismo fue devastador. En­ton­­ces, con gobiernos, digamos, que no reprimen, se mantiene una relación buena, pero hay herencias negativas: por ejemplo, la presencia de los agronegocios perjudica la política de reforma agraria en Brasil y Argen­tina, y hay políticas energéticas que chocan con los pueblos indígenas y movimientos ecologistas. Pero los movimientos sociales son conscientes de que la alternativa a esos gobiernos está siempre a la derecha, en ninguno de esos países existen partidos más radicales con fuerza. En Brasil hacen críticas justificadas respecto a la política agraria, pero aun así apoyan al Gobierno amenazado por la derecha, porque saben que políticamente sería peor el cambio.

Los movimientos sociales en Amé­­rica Latina no están viviendo un auge. Incluso en Bolivia y en Ecuador, a pesar de los conflictos, cuando llegan las elecciones se dice que hasta los indígenas votan a Morales y Correa. Tampoco los partidos, tanto los que ya exis­tían como los nuevos, encuentran su lugar en relación a los gobiernos. Alianza País en Ecua­dor, Mas-IPSP en Bolivia, el Partido So­cia­lista en Venezuela, no tienen demasiado protagonismo. Y depender demasiado del Gobierno es un problema, porque entonces éste no tiene una presión organizada de la izquierda.

 

 

Gli spagnoli emigrano in America Latina per sfuggire alla crisi

resize.phpda lantidiplomatico.it

Nonostante il lieve calo della disoccupazione, la società spagnola è ancora gravata dall’alto tasso di disoccupazione, uno dei principali problemi del Paese. Molti spagnoli guardano oggi all’America Latina, che offre opportunità di lavoro.L’Ecuador è un chiaro esempio di progresso economico e sociale che attira manodopera straniera.

RT ha intervistato Alex, un ingegnere informatico ecuadoriano che, come molti latinoamericani, ha dovuto lasciare il suo paese in crisi 15 anni fa alla ricerca di nuovi orizzonti. Pochi mesi fa ha intrapreso il cammino opposto. Per sfuggire alla crisi in Spagna ha deciso di tornare in patria dove ha subito ottenuto un buon lavoro in una multinazionale.
«È un salto enorme in un tempo molto breve. E’ come se oggi in Spagna il salario minimo che è di circa 630 euro passasse a 1.400, 1.500 euro. Sarebbe un cambiamento radicale per la società spagnola, e che si è verificato qui in Ecuador», ha detto Alex.
 
Carlos è spagnolo e di recente si è traferito a Quito, dove possiede oggi un hotel di lusso con ristorante e parrucchiere. Si è dedicato anche alla fotografia, all’artigianato e alla produzione delle arti visive. Ha detto a RT che questo sarebbe impensabile in Europa ora.
Il modello di sviluppo dei paesi progressisti dell’America Latina potrebbe essere la via d’uscita per la crisi nei paesi dell’Europa meridionale.  

 

(VIDEO) Maduro a Tsipras: «Un altro mondo è possibile»

918da Correo del Orinoco

Il capo dello Stato ha confermato che Tsipras, uscito vincitore dalle elezioni tenutesi il 25 gennaio 2015 nel paese ellenico, realizzerà un tour in America Latina con l’obiettivo di tirare fuori il suo paese da quella crisi dove il «sistema neoliberista lo ha fatto sprofondare»

Il Presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, nel corso di una conferenza tenuta nello stato di Carabobo ha reso noto di aver sostenuto una conversazione telefonica con il primo ministro greco Alexis Tsipras.

«Ho invitato Alexis a venire il più presto possibile qui in Venezuela, visto che ha intenzione di recarsi in America Latina», ha confermato Maduro.

Il capo dello Stato ha confermato che Tsipras, uscito vincitore dalle elezioni tenutesi il 25 gennaio 2015 nel paese ellenico, realizzerà un tour in America Latina con l’obiettivo di tirare fuori il suo paese da quella crisi dove il «sistema neoliberista lo ha fatto sprofondare».

Il successore di Chávez ha poi sottolineato che Tsipras è stato vittima di una campagna diffamatoria, «ma nonostante questo attacco, dove sono stati utilizzati gli stessi sporchi trucchi di cui si è avvalsa la campagna antichavista, il popolo greco ha appoggiato la sua nuova proposta».

Maduro ha infine spiegato che il Venezuela e la Grecia stanno lavorando in maniera congiunta a una serie di accordi di cooperazione bilaterale: «La Grecia è un grande paese con un eccellente industria navale, una buona base industriale e sviluppo tecnologico. La Grecia può risollevarsi. Sosteniamo l’enorme sforzo di Alexis Tsipras, insieme vogliamo dimostrare che un altro mondo è possibile».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Il Potere Costituente delle Elite ed il carattere fallito degli Stati latinoamericani

di Héctor Testa Ferreira*

Vista la crescente egemonia dei paesi occidentali nei processi di mondializzazione stimolati dal movimento espansivo del capitalismo industriale e dalle dinamiche colonialiste e imperialiste a esso consustanziali, i processi di costruzione dello Stato nel nostro continente (e negli altri del cosiddetto “terzo mondo”) sono la conseguenza di un processo esterno, coloniale, con alti livelli di disparità sociale. Nelle sue sfaccettature estreme, ma non per questo meno comuni, vi sono state diffuse realtà d’intenso sfruttamento economico, nelle quali ha vissuto la maggior parte della popolazione, compresa quella dei territori nazionali, sottoposta all’estrazione intensiva delle loro risorse. Senza per questo tacere dei molteplici aspetti sotto i quali si sono manifestati le violenze statali o parastatali compiute dalle varianti autoritarie dell’ordine oligarchico. Di modo che il “potere costituente” nel quale le élite e le oligarchie hanno rovesciato il loro progetto storico (di carattere rimodernatore e occidentale, o almeno nel tentativo di esserlo) ha per questa ragione una insolvenza sin dalle sue origini e nella propria essenza: il poco radicamento e la mancanza di legittimità nelle realtà sociali dove vive la maggioranza della popolazione e la maggior parte dei territori dove questa si sviluppa[1]. È quello che nel linguaggio giuridico è stato considerato come mancanza o carenza di effettività e di applicazione del diritto[2], e dalla teoria sociale e storiografica indicato con il termine di “Stato fallito”. La mancanza di legittimità che tante volte hanno sofferto i progetti storici delle élite nel continente ha la sua origine in questo carattere esterno, di “instaurazione” di un progetto, formulato e stimolato da una minoranza radicalmente differenziata e separata dal resto della maggioranza.

Se accettiamo la distinzione effettuata dalle teorie neocostituzionaliste[3], potremmo affermare che i paesi del nostro continente hanno avuto una Costituzione in senso formale (un testo scritto con alcune formulazioni e dichiarazioni), ma non una Costituzione in senso materiale (un ordinamento politico, sociale e giuridico, intriso dalle norme costituzionali). Ciò avrebbe una spiegazione o giustificazione dottrinale, il formalismo e l’anelito conservatore con il quale si finì per assumere i propri testi costituzionali nel corso del XIX secolo (fatto verificatosi anche nei luoghi dove sorsero le rivoluzioni liberali): questi testi sarebbero piuttosto da considerare delle formulazioni programmatiche o raccomandazioni ai poteri dello Stato che non hanno la forza giuridica della legislazione civile, commerciale, penale o processuale. In altri termini le pretese democratiche sono state sussunte e subordinate all’impeto dell’espansione capitalista. In questo modo le reazioni e le resistenze dei poteri monarchici, e quelle derivanti dagli ancien regime, alle trasformazioni messe in moto dall’avanzata del capitalismo industriale e dalle loro borghesie, ora sempre più coinvolte nella disputa del potere politico, produrranno uno spostamento conservatore nei confronti delle proprie teorie liberali, nel cui seno le varianti più democratiche e popolari andarono perdendo forza e incidenza politica, lasciando lo sviluppo concreto e l’approfondimento dei principi del costituzionalismo classico in una data da definirsi.

Nel nostro continente questa fase si plasmò in un “costituzionalismo di adattamento”[4] in cui le formulazioni, i dibattiti e le costruzioni dottrinali sono state importate in modo diretto e spesso senza riflettere, senza prendere in considerazione le singole realtà dei paesi latinoamericani. La deriva conservatrice e autoritaria in cui incapparono le rivoluzioni indipendentiste e i processi di edificazione degli Stati in ciascuno di questi paesi, si andò attuando in maniera radicale sin dalle origini e, man mano che trascorreva il tempo, questo gesto si sviluppò senza maggiori contrappesi. Le rivolte delle classi medie o popolari contarono, come avversario e nemico dichiarato, con uno Stato pervaso nella sua totalità dalle élite e dalle oligarchie nazionali[5].

A questo crollo di legittimità iniziale del potere costituente da parte delle élite come prodotto del loro carattere “esterno” alla maggioranza sociale si aggiungerà un altro elemento con le caratteristiche proprie dell’ideologia e del programma politico di derivazione europeo-occidentale ricevuto durante e dopo i processi d’indipendenza. A questo punto non è più necessario rimarcare in modo eccessivo il ruolo fondamentale delle ideologie e delle diverse formazioni culturali nel processo di costruzione delle legittimità e dei consensi sociali. Nemmeno il fatto che tali ideologie esprimono sempre un universo simbolico che, anche se prodotto dalle loro basi materiali, non necessariamente coincide con esso. Quindi secondo quanto detto fin qui la ricezione delle teorie e delle politiche del liberalismo classico europeo e nordamericano aggiunse al carattere esterno del potere costituente delle élite la possibilità e le attese sociali circa la concreta realizzazione dell’ideologia modernizzatrice e rivoluzionaria del liberalismo classico: la sovranità popolare e l’ampliamento della democrazia, la modernizzazione e i diritti dei cittadini. In modo particolare le bancarotte e le visibili fratture e contraddizioni che si riscontravano nella sfera sociale, straziavano a ciascuna delle nazioni latinoamericane. Dagli inizi del XX secolo questi avvenimenti avrebbero generato diverse correnti e progetti politici di carattere nazional-liberale, nazional-popolare, ricerche e riforme per lo sviluppo nazionale, inclusione sociale e nazionalizzazione economica.

Sulla base delle mancanze di legittimità del potere costituente delle élite oligarchiche si poterono costituire i diversi processi politici che cercavano di mettere in discussione il limitato e conservatore quadro istituzionale. Fu grazie ad esso che le costruzioni statali si plasmarono subito dopo i processi d’indipendenza e finirono di configurare un XX secolo apertamente antiliberale. La particolarità di questo percorso che ha attraversato ogni paese sarebbe lunga da descrivere in questo spazio, ma è rilevante porre l’accento su alcune delle caratteristiche generali del quadro nel quale sorse. Sebbene le guerre d’indipendenza avessero un forte accento americanista (a livello continentale), libertario e integratore di culture e popoli (all’interno di ciascun paese), queste potevano raffigurare anche come possibile e necessaria una unità sudamericana delle nazioni e una integrazione dei popoli originari e meticci nelle incipienti costruzioni nazional-statali. Le oligarchie e le élite militari che condussero questi processi o non ebbero le capacità e le circostanze per portare a termine questo programma politico o furono sconfitte da coloro che non lo consideravano prioritario o desiderabile. Forse è dipeso anche dal fatto che le medesime circostanze storico-sociali del continente lo impedivano o lo rendevano impossibile. In ogni caso i nuovi Stati si andarono configurando con una forte egemonia oligarchica e conservatrice (e, nel migliore dei casi, mediante accordi liberal-conservatori), il che sottopose a invisibilità e insufficienza di portata politica quelle forze e tendenze più progressiste come il federalismo più genuino e decentralizzato, oppure gli stessi attori più direttamente liberali democratici o popolari.

In alcuni paesi queste dispute finirono col concretarsi in scenari fortemente centralisti, conservatori e autoritari (il caso del Cile appare sotto questo aspetto un buon riferimento), in altri invece, si presentarono sotto forma di centralismo appena attenuato dalle stesse condizioni geografiche delle loro estensioni territoriali (Argentina, Brasile, Colombia o Venezuela e i loro rispettivi federalismi piuttosto attenuati e, in molti sensi, centralizzati). In molti casi, per non dire nella loro quasi totalità, con la presenza di notevoli instabilità e precarietà istituzionali che, a lungo termine, aggravarono la mancanza di legittimità dell’ordine politico-sociale (qui, si potrebbe citare come eccezione relativa l’Uruguay e, in tono minore, Argentina e Cile, fino ad allargarsi ai nuclei urbani delle capitali e delle città più grandi di ogni paese). La presenza di questo carattere esterno, coloniale o fallito dello Stato aveva nei paesi e nelle regioni con maggiore presenza di popoli originari e di una elevata popolazione afroamericana i loro esempi più visibili, il che non è una novità se tali questioni siano considerate prioritarie e fondamentali nel momento di caratterizzare i nuovi processi costituenti contemporanei: il riconoscimento del pluri-nazionalismo, i conflitti territoriali, la messa in discussione di un ordine caratterizzato da un alto centralismo dei poteri e delle ricchezze e dalla considerazione dei rapporti di classe sotto una prospettiva di tipo razziale.

*Héctor Testa Ferreira, “Aproximación a los procesos y tendencias constituyentes recientes en América Latina”, capitolo pubblicato nel libro di Jorge Riquelme, Máximo Quitral e Carlos Huerta, América Latina: Nuevas Miradas desde el Sur, Santiago de Chile, Minimo común Ediciones, 2013, in http://www.rebelion.org/docs/182078.pdf

 

[trad. dal castigliano per AlbaInformazione di Vincenzo Paglione]

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[1] Come fondamento critico per una teoria critica da e per quelle circostanze è di particolare attinenza l’opera di Boaventura de Sousa Santos, si veda, ad esempio, la sua Refundación del Estado en AméricaLatina. Perspectivas desde una epistemología del Sur (Bolivia: Alianza Interinstitucional CENDA-CEJIS-CEDIB, 2006). Si veda anche Marcos Roitman, Pensar América Latina. El desarrollo de la sociología latinoamericana (Argentina: CLACSO, 2008).

[2]Mauricio García Villegas, Ineficacia del derecho y cultura de incumplimiento de reglas en América Latina”,in El derecho en América Latina. Un mapa para el pensamiento jurídico del siglo XXI, coord. César Rodríguez Garavito, Argentina, Siglo Veintiuno Editores,2011.

[3]Un buon ripasso del nuovo costituzionalismo è presente nella compilazione della Corte Costituzionale dell’Ecuador per quanto concerne il periodo di transizione, El nuevo Constitucionalismo en América Latina, Quito: Corte Constitucional de Ecuador, Ecuador, Corte Constitucional de Ecuador para el período de transición, 2010; Roberto Gargarella, “Pensando sobre la reforma constitucional enAmérica Latina” in El derecho en América Latina. Un mapa para el pensamiento jurídico del siglo XXI, coordCésar Rodríguez Garavito, Argentina, Siglo Veintiuno Editores, 2011, pp. 67-80; Rubén Martínez DalmaueRoberto VicianoPastor,“Los procesos constituyentes latinoamericanos y el nuevo paradigma constitucional”, IUS. Revista del Instituto de Ciencias Jurídicas de Puebla 25 (2010), pp.7-29,e “Fundamentosteóricosy prácticosdelnuevo constitucionalismo latinoamericano”,in Revista Gaceta Constitucional, Lima, 2011, pp.307-328; José María Serna de la Garza, comp. Procesos constituyentes contemporáneos en América Latina.Tendencias y perspectivas, México, Instituto de Investigaciones Jurídicas de la UNAM, 2009; Carlos Villabela,“Constitucióny democracia en el nuevo constitucionalismo latinoamericano”IUS. Revista del Instituto de Ciencias Jurídicas de Puebla 25, 2010, pp.49-76. Questi volumi servono come fondamento e introduzione a buona parte delle riflessioni qui sviluppate, in particolare alle argomentazioni di carattere più strettamente giuridiche costituzionali.

[4] Vicepresidencia de la República y Presidencia del Congreso Nacional, Cuadernos de reflexión.Elproceso constitucionalenBolivia.Perspectivas desde el nuevo constitucionalismo latinoamericano. Exposición del constitucionalista Rubén Martínez Dalmau, La Paz, Vicepresidencia de la República y Presidencia del Congreso Nacional, 2008.

[5] Nel Cile, tanto per indicare un riferimento in quanto a costruzione statale in ordine, forte, con una certa stabilità politica e senza maggiori dispute tra le élite, già nel 1829 le correnti liberali e federaliste subirono la loro sconfitta definitiva da parte della tendenza conservatrice e centralista. Per quanto concerne la costruzione dello Stato in Cile si veda Gabriel Salazar, Construcción del Estado en Chile (1800-1937). Democracia de los “pueblos”. Militarismo oligárquico, Chile, Editorial Sudamericana,2005.

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