Napoli 24gen2019: Storia e attualità del 23ene1958

Argentina: tutte e tutti siamo Hebe de Bonafini!

di Alessandra Riccio

Hebe de Bonafini è una donna davvero tosta. Non l’hanno piegata i dolori, le battaglie, il terrore di stato e neanche le lotte interne al movimento delle Madres e la scissione dalle compagne della Linea fundadora che mettevano in discussione proprio la sua conduzione. Lo scandalo Schoklender l’ha gettate in guai economici, in storiacce di corruzione e di lucro proprio sui progetti sociali che le Madres de la Plaza de Mayo, ormai diventata una holding, offrivano agli argentini.

Il Premio Nobel per la Pace, Pérez Esquivel, vecchio amico delle Madri, in onore alla sua provata onestà, afferma che la corruzione e l’illegalità vanno perseguite sempre e comunque, e non gli si può dar torto. Ma come non solidarizzarsi con Hebe quando un giudice irruento (e magari fazioso) la vuole costringere con la forza di un apparato poliziesco, a recarsi in tribunale per dichiarare. Hebe è una donna molto anziana la cui storia induce al rispetto: il giudice non l’ha rispettata. Ha provveduto lei, con un atteggiamento ribelle e con la lettera che qui traduco, a indurre il giudice a più miti consigli.

Non molto tempo fa l’ex presidente del Brasile, Inacio Lula da Silva, si è visto arrivare in casa la polizia per tradurlo a dichiarare. La faccia di Lula, nelle foto che lo ritraggono in quel momento, è di quelle che non si dimenticano: rabbia, dolore, incredulità, sdegno in un uomo, un operaio metalmeccanico, che si è conquistato un posto nella storia del Brasile e del movimento operaio con la forza delle sue idee e la sua capacità di statista.

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4 agosto 2016
Al sig. giudice della Nazione
Marcelo Martínez de Giorgi

Mi rivolgo a lei per manifestarle il motivo della risposta alla sua citazione.

Dal 1977, precisamente dal giorno 8 di febbraio di quell’anno, subisco le aggressioni della così detta giustizia, condotta dai giudici della Nazione. In quel momento è cominciato il mio calvario, ho presentato 168 denunce per mio figlio Jorge, poi quelle insieme per l’altro mio figlio Raúl, che è scomparso a dicembre dello stesso anno, con un costante pellegrinaggio per i tribunali, ho sempre sopportato le stesse ingiustizie, le stesse aggressioni. Poi, a maggio del 1978, è scomparsa anche mia nuora María Elena, niente è cambiato.

Sempre la stessa ignominia, la stessa indifferenza, io vedevo come la così detta giustizia era complice dei militari e dei marinai assassini. Una giustizia senza solidarietà, senza sentimento verso gli altri, senza sofferenza per loro.

Dopo anni, nel 2001, esattamente il 25 maggio, mia figlia María Alejandra, mentre era sola in casa e io ero in viaggio, è stata torturata fin quasi ad ucciderla. E allora di nuovo i miei pellegrinaggi sperando di trovare un giudice che ci mostrasse il valore della giustizia, che ci provasse che esisteva, ma di nuovo la burla e l’insensatezza.

Poi è arrivato il caso Schoklender, e allora noi madri, con grande sforzo abbiamo consegnato volontariamente 60 casse con le prove, insieme a 49 backup e altre prove al giudice Ovarbide e poi a lei, ma non avete letto proprio niente di quello che vi abbiamo consegnato.

Ci siamo presentate tutte le volte che ci avete chiamato a dichiarare, abbiamo fatto perizie delle firme che hanno affermato che non erano mie, sempre a disposizione della verità, addirittura qualche mese fa mi sono presentata volontariamente nel suo ufficio per avere notizie circa l’indegno progredire della causa.

Abbiamo ancora sofferto sulla nostra pelle la burla che castiga tutte noi, anziane dagli 85 ai 90 anni, e ci condanna a pagare debiti ingiusti e altrui.

Noi madri difenderemo sempre i valori della solidarietà sociale, porgeremo la mano agli offesi, ai loro sogni, in questo tempo e in quello che verrà. E lotteremo affinché venga il momento di trovarci di fronte a giudici onesti che ci aiutino a sentire sulla nostra pelle il valore della giustizia.

[Trad. dal castigliano di Alessandra Riccio]

Napoli 22mar2016: Movimenti e governi dell’ALBA in lotta

Cuba: giornate storiche, epoche storiche

10978489_10203124329939406_5158089211623053874_ndi Fernando Martínez Heredia – Cubadebate

20 agosto 2015.- A molti amici di “nostramerica” non è sfuggito l’articolo del politologo cubano Fernando Martínez Heredia di cui pubblico una parte nella mia traduzione. Chi si interroga sui rischi e le incognite derivanti dalla ripresa delle relazioni fra USA e Cuba, troverà qui un’eccellente analisi. (Alessandra Riccio)

[…] Da dicembre dell’anno scorso stiamo assistendo ad una nuova congiuntura politica. Due Stati divisi da una differenza abissale quanto a potere materiale, e che hanno vissuto per più di 56 anni in uno stato di guerra virtuale – perché il più potente applica permanentemente misure di guerra sull’altro -, si sono incontrati per negoziare la pace e sono riusciti a fare un primo passo, piccolo piccolo: ristabilire le relazioni diplomatiche. Il più potente le aveva rotte cinquantaquattro anni fa, quando era sicuro di sconfiggere il governo con un sistema diverso dall’invasione e dalla forza militare. Tutto il pianeta conosce di questa aggressione sistematica che va da allora fino ad oggi.

Ciascuno ha delle carte a suo favore. Per gli Stati Uniti, la necessità di Cuba di migliorare la sua posizione nei rapporti economici internazionali in un mondo in cui predomina ancora il capitalismo imperialista. La possibilità di contrattare e ottenere concessioni dal governo cubano in cambio dello smontaggio progressivo del suo sistema di aggressione permanente. La speranza di riuscire a dividerci fra i pratici e i sagaci, quelli che comprendono e i rabbiosi e ciechi, gli ostinati e gli antiquati. Il sogno che gli Stati Uniti incarnino l’ideale di “tecnologie” e consumi che potrebbero essere alla portata di una sorta di classe media che si comincia ad affacciare nello spettro nazionale cubano. Far balenare la speranza di migliorare la propria situazione ai settori meno consapevoli nell’ampia fascia di povertà che esiste. Esercitare la loro capacità di farci una guerra che non è di pensieri ma di induzione a non pensare, di un’idiotizzazione di massa. E, comunque, sempre una cosa che ha dichiarato a chiare lettere: la risorsa di utilizzare tutte le forme di sovversione del regime sociale cubano che siano alla sua portata.

Cuba è forte e ha molte carte a suo favore. La prima è l’immensa cultura socialista di liberazione nazionale e antimperialista accumulata, che è stata decisiva per vincere battaglie e guidare la resistenza negli ultimi decenni, essa regge la coscienza politica e morale della maggioranza, che non rinuncerebbe mai alla sovranità nazionale e alla giustizia sociale. La legittimità del mandato di Raúl Castro e il consenso sugli atti del governo da lui presieduto assicurano la fiducia e l’appoggio alla sua strategia e gli permettono di condurre i negoziati con rispetto assoluto dei principi e flessibilità tattica, La solidità del sistema statale, politico e di governo di Cuba, la potenza e qualità del suo sistema di difesa, il controllo degli elementi fondamentali dell’economia del paese, e le abitudini e le reazioni difensive, forniscono un insieme formidabile che è alla base delle posizioni cubane.

La storia degli atteggiamenti degli Stati Uniti contro l’indipendenza di Cuba nel secolo XIX, il crimine commesso contro la rivoluzione trionfante nel 1898 e la sua sfruttatrice e umiliante oppressione neocoloniale fino al 1958, e tutto quel che ha fatto e fa contro il nostro popolo dal 1959, tradiscono una condizione colpevole e spregevole che lo squalifica come parte della quale fidarsi durante un negoziato. Mi meraviglia davvero che dei funzionari nordamericani credano che far visita e mostrarsi simpatici sia sufficiente a far sì che i cubani si sentano riconosciuti e gratificati, una cosa che si spiega solo con la sottovalutazione di chi si sente imperiale e con il disprezzo che aveva già conosciuto José Martí.

Che Cuba abbia ragione nelle sue proteste contro gli Stati Uniti, è stato riconosciuto quasi universalmente per decenni da governi, parlamenti, istituzioni internazionali, organizzazioni sociali e politiche e dalle più svariate personalità. I negoziati non progrediranno davvero finché gli Stati Uniti non faranno dei passi unilaterali per cambiare la situazione illegale e criminale creata dai suoi continui atti in pregiudizio di Cuba. Restituire ai suoi cittadini parte dei diritti che gli hanno conculcato e facilitare a certi imprenditori di avere rapporti con Cuba non ha niente a che vedere con questi passi imprescindibili, né può sostituirli. Questa asimmetria favorisce Cuba. La compensazione di diritto per le nazionalizzazioni cubane degli anni sessanta darebbe un totale molto inferiore a quello degli indennizzi dovuti per la perdita di varie migliaia di vite e per i danni e le perdite occasionate a Cuba.

Eventi internazionali come quello di venerdì 14 agosto sono molto appariscenti e sommamente pubblicizzati. Ma il fatto decisivo per la politica internazionale di qualunque stato continuano ad essere i dati fondamentali della sua situazione e delle sue politiche interne. La vera questione è se il contenuto della fase cubana che si sta svolgendo negli ultimi anni sarà o non sarà post rivoluzionaria.

Nella post rivoluzione si retrocede, senza scampo, molto più di quello che le giudiziose persone addette hanno considerato all’inizio. Gli abbandoni, le concessioni, le divisioni e la rottura dei patti con le maggioranze preludiano a una nuova epoca in cui si organizza e si stabilisce una nuova dominazione, anche se si vede obbligata a riconoscere una parte delle conquiste dell’epoca precedente. Le rivoluzioni, al contrario, combinano iniziative audaci e salti in avanti con uscite laterali, pazienza e abnegazione, con un eroismo senza pari, astuzie tattiche con offensive incontenibili che liberano le qualità e le capacità della gente comune e creano nuove realtà e nuovi progetti. Sono l’impero della volontà cosciente che si trasforma in azione e sconfigge le strutture che ingabbiano gli esseri umani e i saperi imperanti. E quando arriva ad avere le dimensioni di un popolo, è invincibile.

Ben presto ci troveremo nel mezzo di una battaglia di simboli. La tranquilla e vergognosa esposizione di automobili “americane” durante la cerimonia di venerdì scorso pretendeva di cancellare tutta la grandezza cubana e di ridurre il paese alla nostalgia dei “bei tempi”, prima che imperassero la gentaglia e i castristi. L’attuale strategia degli Stati Uniti contro Cuba darà un buon numero di operazioni “dolci” e “intelligenti”, moderni fantocci della guerra del secolo XXI. E’ stata davvero positiva la dichiarazione che siamo disposti a mantenere relazioni diplomatiche anche se faranno parte di una nuova fase della politica diretta a sconfiggere e dominare Cuba. Oltre ad aver evitato di far ricorso all’ipocrisia che suole adornare certe uscite diplomatiche, è diretta più verso il nostro popolo che verso la controparte. Spazzar via le confusioni e sgonfiare le speranze puerili è uno dei compiti necessari. Nella misura in cui la maggioranza della popolazione parteciperà alla politica, in maniera sempre più attiva, essa stessa produrrà iniziative e genererà formule che annienteranno la pretesa nordamericana e i suoi commerci materiali e spirituali. Nelle rivoluzioni, il popolo è sempre decisivo.

[Trad. dal castigliano per nostramerica di Alessandra Riccio]

Roma 19mag2015: “Cuba: Presente e Futuro”

Napoli 6mar2015: Gianni Minà e il Comandante Eterno

Il pensiero del Comandante Chávez e la sua opera internazionale hanno oggi più validità che mai. Il popolo bolivariano ha bisogno del nostro sostegno e della nostra solidarietà. Attualmente è oggetto di un colpo di stato continuato, di una guerra economica e di una campagna di diffamazione.

Per questo siete tutti invitati a partecipare a questo importante evento, a due anni della scomparsa fisica del suo leader, ma che noi manteniamo vivo nel presente.

A due anni dalla scomparsa del Comandante Hugo Chávez 

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del  Venezuela a Napoli, in collaborazione con L’Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana

Invitano:

All’incontro

Chávez  a cuore aperto

Presentazione del libro di Gianni Minà Chávez a cuore aperto che raccoglie una interessante intervista con il Comandante  Hugo Chávez

Saranno presenti:

Gianni Minà, giornalista, scrittore e editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo

Alessandra Riccio, docente della Università L’Orientale e condirettrice della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo

Julián Isaías Rodríguez, ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana

Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli

 

Aula Matteo Ripa

Università L’Orientale

Palazzo Giusso

Venerdì 6 marzo

Alle 16.00

 

Hacia el II Encuentro Italiano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana

Napoli – 10-12 Abril 2015 

Verso il II Incontro Italiano di Solidarietà con la

Rivoluzione Bolivariana 

Napoli – 10-12 Aprile 2015

C’è vita oltre la Troika ed è una bella vita

foto 1di Fabrizio Verde

L’Indro.- C’è vita oltre la Trojka ed è una bella vita. Parafrasando una celebre espressione dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner, questo sembra voler lasciare intendere il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, che in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa spagnola Efe, ha lanciato una proposta rivolta al sud Europa: Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, i Paesi maggiormente colpiti dalla devastante crisi economica che si è abbattuta sulla gran parte del mondo occidentale, dovrebbero staccarsi dall’Unione Europea e creare un blocco organizzato sul modello dei Paesi latinoamericani riuniti nell’Alba (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America).

Alba è l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America, è un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra le Nazioni dell’America Latina e quelle caraibiche, reso concreto nel 2004 sulla scorta dell’iniziativa presa dal Venezuela e da Cuba. Significativamente il primo e l’ultimo Paese latinoamericano a conquistare l’indipendenza. Progetto che affonda le sue radici negli intenti chiave del ‘Libertador’ Simon Bolivar: il Congresso Anfictiónico di Panama e il Piano di liberazione delle Grandi Antille dei Caraibi. La prima proposta di creazione del blocco regionale, che attualmente copre oltre 2,5 milioni di Km quadrati con una popolazione di oltre 73 milioni di abitanti, fu avanzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez che raccolse l’invito del leader cubano Fidel Castro. Durante il III Vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Associazione degli Stati dei Caraibi, Chávez dichiarò: «E’ tempo di ripensare e reinventare i debilitati e agonizzanti progetti d’integrazione subregionale e regionale (Alca su tutti ndr) la cui crisi è la più chiara manifestazione della mancanza di un progetto politico condiviso. Fortunatamente, in America Latina e nei Caraibi spira il vento giusto per lanciare l’Alba come un nuovo schema d’integrazione regionale che non si limita al mero scambio commerciale, ma guarda al nostro contesto storico e culturale comune, punta lo sguardo verso l’integrazione politica, sociale, culturale, scientifica, tecnologica e fisica». Per raggiungere i suoi obiettivi, il blocco dei Paesi riuniti nell’Alba basa la sua attività su alcuni princìpi basilari:  

  • Gli scambi e gli investimenti non devono essere fini a se stessi, ma strumenti per raggiungere un grado di sviluppo giusto e sostenibile. Una vera integrazione latinoamericana non può essere figlia del mercato, né una semplice strategia per estendere i mercati esteri o stimolare il commercio. Per raggiungere questo obiettivo, è necessaria l’effettiva partecipazione dello Stato come regolatore e coordinatore delle attività economiche.
  • La complementarità economica e la cooperazione tra i paesi partecipanti e non la concorrenza tra i paesi e le produzioni, in modo tale che si promuova una specializzazione produttiva, efficiente e competitiva che sia compatibile con lo sviluppo economico equilibrato di ogni Paese, e con la strategia di lotta alla povertà e preservazione dell’identità culturale dei popoli.
  • Sviluppo integrato delle comunicazioni e dei trasporti tra i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, che includa piani congiunti per i collegamenti stradali, ferroviari, per le linee marittime ed aeree, oltre alle telecomunicazioni.
  • Azioni volte a garantire la sostenibilità dello sviluppo mediante regole che tutelino l’ambiente, favoriscano l’uso razionale delle risorse e impediscano la proliferazione di modelli basati sullo spreco, alieni alla realtà dei nostri popoli.
  • Integrazione energetica tra i paesi della regione, al fine di garantire la fornitura stabile di prodotti energetici a beneficio delle società latinoamericane e dei Caraibi, come promuove la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con la creazione di Petroamerica.
  • Incoraggiare gli investimenti di capitali latinoamericani in America Latina e nei Caraibi, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dei paesi della regione dagli investitori stranieri. A questo scopo verranno creati un Fondo Latinoamericano d’Investimenti e una Banca di Sviluppo del Sud.

  La proposta di Di Battista

Il progetto Alba risulta essere agli antipodi se confrontato all’attuale Unione Europea di cui l’Italia è parte integrante e membro fondatore. Tornando quindi alla proposta lanciata da Alessandro Di Battista, essa è certamente ambiziosa e di non facile attuazione.

Ad ogni modo, la stessa America Latina prima dell’Alba usciva da un duro e devastante periodo dal punto di vista economico, la “larga noche neoliberal” secondo la definizione del presidente ecuadoriano Rafael Correa, un ex economista formatosi in Belgio e negli Stati Uniti.

Pertanto il deputato italiano ha reso noto che si recherà, presumibilimente entro la fine dell’anno, in Ecuador e Bolivia per «raccogliere informazioni e vedere le conquiste che i Paesi dell’Alba hanno raggiunto» grazie alla loro alleanza. Un’alleanza formata «sotto un comune denominatore – ha spiegato Di Battista – che è la solidarietà. E’ la stessa idea che noi del Movimento 5 Stelle proponiamo a Grecia, Portogallo e Spagna per unirci». Aggiungendo che «se si parla di solidarietà tra paesi in difficoltà, per me le conquiste dei Paesi dell’Alba in materia socio-economica sono un esempio». In questo «l’Europa ha molto da imparare dall’America Latina», anche se «ovviamente l’America Latina e l’Europa hanno problematiche diverse, i loro Paesi sono diversi».

Intenzione che raccoglie il plauso della professoressa Alessandra Riccio dell’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, esperta di questioni afferenti l’America Latina nonché condirettrice con Gianni Minà della rivista Latinoamerica, che a L’indro dichiara: «Sono assolutamente d’accordo sull’opportunità di conoscere quel che sta accadendo tra i Paesi dell’Alba e non solo per la loro alleanza basata sulla solidarietà, ma perché ciascuno di questi Paesi ha intrapreso un processo di trasformazione sociale molto interessante». L’obiettivo che ha infine indicato Alessandro Di Battista, è quello di iniziare una lotta «contro il potere concentrato in poche mani. In Europa, in quelle della Trojka, dove il potere centrale composto dalla Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, sta causando gravi danni a milioni di persone». Pertanto il deputato italiano ha auspicato «un’alleanza tra cittadini che, attraverso i movimenti e le forze politiche, condividano una visione comune per uscire dalla crisi», che può essere superata «abbandonando l’Euro e tornando alle monete nazionali, stabilendo inoltre relazioni commerciali di solidarietà tra i paesi che sono stati più colpiti dal potere centrale».

A questo punto la professoressa Riccio mette sul tavolo un problema oggettivo, che va a cozzare con la volontà espressa dal parlamentare italiano: «I Paesi dell’Alba hanno governi contrari al neoliberismo, mentre quelli di Spagna, Italia, Portogallo e Grecia – fino a questo momento – sono orientati alla strenua difesa del neoliberismo». Aggiungendo che «la rinascita dell’America Latina viene prima dell’Alba, si è trattato di un processo lento e faticoso che ha capito la necessità di unirsi in presenza di un nemico troppo potente: non solo il Fondo Monetario Internazionale, ma le classi potenti, le caste, il malaffare, la corruzione, la pesante presenza degli Stati Uniti».

Analizzando, in conclusione, le possibili ripercussioni verso questo ipotetico nuovo blocco di paesi, che senza ombra di dubbio farebbe saltare il banco nel Vecchio Continente con la rottura dell’unione politica e monetaria, la condirettrice di Latinoamerica ritorna al punto di partenza, ossia ai Paesi dell’Alba: «La reazione sarebbe la stessa che abbiamo visto verso i Paesi dell’Alba. Un’alleanza che va contro il manovratore e va contro l’ordine stabilito». A testimoniarlo vi sono il tentativo fallito di golpe contro Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela del 2002, la deposizione in Honduras avvenuta per mano dell’esercito del legittimo presidente Manual Zelaya, il tentato golpe ai danni di Rafael Correa, le campagne di destabilizzazione contro il presidente boliviano Evo Morales, così come quelle poste in essere con particolare violenza nel Venezuela orfano di Chávez.

Silvia Baraldini solidarizza a Cuba con la causa dei Cinque

Alessandra Riccio e Silvia Baraldini a Cuba

Alessandra Riccio e Silvia Baraldini a Cuba

da amicuba

La Habana, 28apr2014.- Presso “La Casa delle Americhe” a La Habana si è tenuto un incontro con Silvia Baraldini, l’attivista italo-statunitense per i diritti degli afroamericani e dei latinos, che era stata detenuta 20 anni nelle carceri degli Stati Uniti e in Italia attualmente partecipa al Comitato di Solidarietà con i Cinque cubani.

All’incontro dove era accompagnata dalla giornalista italiana Alessandra Riccio, erano presenti anche René González e Fernando González, gli unici due del gruppo dei Cinque che sono stati rilasciati per aver terminato di scontare la loro condanna.

Silvia che era stata condannata a 43 anni di detenzione negli Stati Uniti, in seguito ad una lunga campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in Italia, venne liberata e rimpatriata dopo aver trascorso 20 anni in carcere.

Negli interventi al termine dell’incontro, sono stati ricordati anche altri detenuti di lungo corso negli Stati Uniti oltre ai tre dei Cinque ancora in carcere, come Mumia-Abu-Jamal.

[Si ringrazia per la segnalazione Coordinamento Alta Maremma per i Cinque] 

L’America Latina alla 68° Assemblea Generale delle Nazioni Unite

di Alessandra Riccio – giannimina-latinoamerica.it

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si è tenuta a New York a fine settembre aveva un tema di grande attualità che ha concentrato l’attenzione dei nostri media: la questione siriana e il braccio di ferro fra i due principali contendenti in quella assemblea: la Russia e gli Stati Uniti. La sede è stata utile per rallentare la dissennata corsa alla guerra che sembrava ormai dietro l’angolo ma è stata anche teatro di una sfilata di capi di stato latinoamericani che hanno posto questioni di rispetto dei diritti e delle sovranità indirizzate soprattutto ad accusare gli Stati Uniti di gravi abusi e scorrettezze.

Fra gli interventi di maggior rilievo c’è stato quello della presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff, che ha accusato il Presidente Obama, in attesa di parlare dietro le quinte, per la pratica di spionaggio della National Security Agency rivelate da Edward Snowden, rivolta anche a un governo amico, come fino ad ora è stato il Brasile. Dilma ha chiesto a muso duro “spiegazioni, scuse e garanzie affinché il fatto non si verifichi in futuro”.

Il Venezuela che, finché è stato in vita il Presidente Chávez, era il portabandiera delle accuse dei paesi del Terzo Mondo sui soprusi nordamericani, non era presente a New York visto il trattamento riservato a Maduro al quale era stato vietato il sorvolo di Porto Rico durante il suo viaggio in Cina, divieto poi rimosso mentre non è stato rimosso il rifiuto del visto per la delegazione del Venezuela all’Assemblea. Chávez parlava fuori dai denti, aveva battezzato Bush come Mr. Danger e sosteneva di sentire puzza di zolfo nell’aula dove era presente.

E’ stato Evo Morales, presidente della Bolivia, ad incaricarsi di accusare davanti all’assemblea le prepotenze e le provocazioni degli Stati Uniti, chiedendo un tribunale popolare internazionale per giudicare Barack Obama per diritti di lesa umanità, portando come esempi i bombardamenti in Libia, la guerra in Irak, la promozione di atti di terrorismo internazionale fino al finanziamento di gruppi terroristi. Morales ha detto che mentre in questo mondo c’è chi lavora per porre fine alla povertà, per ricercare la pace e la giustizia sociale, altre potenze promuovono la guerra, l’interventismo in altri paesi e lo spionaggio massiccio violando la sovranità di altri stati. Gli Stati Uniti, ha denunciato Evo, hanno violato quattro norme: la Dichiarazione dei Diritti Umani, il Patto per i Diritti Civili e Politici, la Convenzione su Missioni Speciali e la Convenzione di Vienna sui Rapporti Diplomatici. E’ il caso, dice Morales, di cambiare la sede delle Nazioni Unite per porre fine all’ arbitrarietà delle autorità migratorie nordamericane che negano a loro giudizio i visti di entrata, e portarla in un paese che, contrariamente agli USA, abbia ratificato i trattati dell’ONU.

Anche Ollanta Humala, presidente del Perù, ha posto una richiesta importante e che è in discussione ormai da qualche decennio, la richiesta di una riforma e di un ampliamento del Consiglio di Sicurezza affinché sia più rispondente alle realtà del terzo millennio; a questa richiesta si è unito il Presidente del Cile, Sebastián Piñera, anche se Piñera, come Humala e come i presidenti di Messico e Colombia hanno presentato la nuova associazione internazionale Alianza del Pacífico, voluta da Obama, allargata ad altri paesi che si affacciano sul Pacifico, allo scopo di costituire un’allenza utile per contrastare i paesi dell’Alleanza Bolivariana (ALBA) e la scalata cinese in America Latina.

Anche l’anziano ed eccentrico Presidente dell’Uruguay, l’ex guerrigliero José Mujica, c’è andato giù pesante usando gli Stati Uniti come esempio dell’autodistruzione verso la quale si incammina la società contemporanea: «se l’Umanità consumasse come un nordamericano medio, ci servirebbero tre pianeti», ha sostenuto, mentre se quel cittadino medio circolasse, come lui su un vecchio motorino e vivesse in una modestissima casa di campagna, ne basterebbe la metà di uno.

Su Cuba, il Presidente del Salvador, Mauricio Funes, ha ricordato che l’isola è parte dell’America Latina e che il lungo blocco a cui è sottoposta va abolito. Un paio di mesi prima, il vecchio Mujica, partecipando alle celebrazioni per il 60° anniversario dell’assalto alla Caserma Moncada, a Cuba, aveva spiegato perché la Rivoluzione cubana è, per l’America Latina, un punto di partenza: «Questa Rivoluzione, che è stata fondamentalmente la Rivoluzione della dignità, dell’autonomia per i latinoamericani, ci ha seminato di sogni, ci ha riempito di don Chisciotte. Abbiamo sognato che in 15, 20 anni era possibile creare una società completamente diversa e siamo sbattuti contro la storia; i cambiamenti materiali sono più facili dei cambiamenti culturali. I cambiamenti culturali sono, in fin dei conti, il vero cemento della storia e sono una semina molto lenta di generazione in generazione. […] La Rivoluzione oggi, la parola Rivoluzione acquisisce una dimensione di carattere universale mentre il mondo si globalizza e questa dimensione è proprio l’idea che è possibile, che è una necessità storica, per mantenere e sostenere la vita, per lottare per creare un mondo migliore, di rispetto, di uguaglianza di base, senza paura di essere schiacciati, senza portaerei, senza aerei con un braccio lungo, senza gente, un mondo in cui sia possibile che l’uomo esca dalla preistoria, e uscirà dalla preistoria il giorno in cui le caserme saranno scuole e università».

[Si ringrazia per la segnalazione Leonardo Landi]

Racconti di Cuba

Poeti, artisti, scrittori, cineasti cubani noti e meno noti; e poi la bambina namibiana scampata all’esercito sudafricano; la piccola angolana mutilata che corre ad abbracciare Fidel: sono loro e molti altri a popolare i Racconti di Cuba di Alessandra Riccio che questa volta, abbandonando i panni della critica letteraria, si lascia andare a una prosa lieve e vibrante.

Dagli anni della “giovane e spavalda” Rivoluzione alla crisi del “periodo speciale” passando per la guerra in Angola, tra momenti di grande effervescenza e crisi profonda, la storia di Cuba è riletta attraverso i frammenti di vita di uomini e donne che ne hanno segnato profondamente la storia e la cultura.

Diciotto racconti di vita vera che, come le tessere di un mosaico, vanno a ricomporre la quotidianità degli abitanti di una Cuba multietnica, povera ma al contempo ricca, visceralmente amata e odiata, laica o credente, passata attraverso dittatura e rivoluzione, il tormento e mille altre contraddizioni. Sullo sfondo non sbiadiscono mai la vivacità dell’isola caraibica, i colori delle strade dell’Avana, l’impetuosità del mar Caribe.

Un libro che da una prospettiva del tutto insolita e originale, aiuta a comprendere dall’interno la meravigliosa complessità della Perla dei Caraibi.

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

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