Egitto: «Ho sempre criticato l’esercito, ma ora ci difende»

di Giuseppe Acconcia

Parla lo scrittore ʿAlāʾ al-Aswānī: «L’esercito mi ha anche processato, ma i Fratelli musulmani sono terroristi. Prevarrà il popolo»

IL CAIRO – Linkiesta ha incontrato, nel suo studio dentistico nel centro del Cairo, lo scrittore egiziano Alaa Al-Aswany. Ha partecipato all’occupazione di piazza Tahrir nei giorni delle rivolte del 2011 e si trova ora in prima linea contro i Fratelli musulmani. Aswany è autore di classici come Palazzo Yacoubian e Chicago, mentre uscirà in Italia il prossimo anno The cars club: romanzo sull’Egitto durante la colonizzazione inglese.

Come valuta lo sgombero dei sit-in islamisti?                                                                      I Fratelli musulmani hanno organizzato assembramenti e dispongono ampiamente di armi. Ho notizie di spari contro alcuni ufficiali di polizia. Ovviamente mi dispiace per i morti, ma le manifestazioni della Fratellanza non sono pacifiche: si tratta di terroristi che hanno torturato e rapito persone, come emerge da un documento di Amnesty International. La polizia è sostenuta da gruppi di civili per proteggere la gente. Egiziani, esercito e polizia sono contro i terroristi.

Il 3 luglio scorso si è svolto un colpo di stato in Egitto?
Per chi sostiene Israele, gli Stati Uniti e l’Islam politico si tratta di un colpo di stato. Con 30 milioni di persone in strada come si fa a parlare di colpo di stato? Al contrario, nel 1952 è stato un colpo di stato per definizione che è diventato una rivoluzione quando è stato sostenuto dal popolo: Gamal Abdel Nasser ha guidato prima un movimento che ha rimosso il re Farouk e poi è stato sostenuto dagli egiziani. Il 30 giugno è stata la terza ondata della rivoluzione: in un primo momento Mubarak è stato costretto in prigione, in secondo luogo c’è stata la resistenza dei giovani rivoluzionari contro i massacri dell’ex giunta militare, e ora la rivolta contro i Fratelli musulmani, sostenuta dal regime. Chi è con Israele, gli Stati Uniti e l’Islam politico non lo ammetterà mai che c’è stata una rivoluzione. In un mio articolo ho parlato della necessità che facciano un “esercizio pratico per vedere il sole”.

Lei è un uomo di sinistra, crede che il nuovo governo abbia a cuore i diritti dei lavoratori?
Non mi piacciono tutti i politici che compongono il governo, ma si tratta di un esecutivo transitorio, i ministri sono professionisti di destra. La performance e la visione di questo governo non sono chiare. È necessario invece approvare la Costituzione e procedere a elezioni al più presto. Le autorità egiziane sono di destra, sono imperialiste, capitaliste. Io credo nel controllo dello stato: non si può lasciare la gente nella miseria e chiamare questo Stato.

Perché gli Stati Uniti mantengono una posizione ambigua sugli eventi in Egitto?
Hanno investito nei Fratelli, il loro calcolo era che i Fratelli rappresentassero l’Egitto, si aspettavano che rimanessero al potere per trenta anni. Quello che è successo è uno shock per loro, cercano di fare pressioni sulle autorità per mantenere qualcosa del potere dei Fratelli e tenerli in politica. John McCain è venuto a dire cose offensive agli egiziani (parlando di golpe, ndr), Kerry invece ha detto che non è stato un colpo di stato: sono pressioni sulle autorità egiziane per continuare a tenere i Fratelli in campo. La polizia di Morsi ha ucciso 52 persone a Port Said, Kerry lo stesso giorno ha incontrato Morsi e non ha detto una sola parola per criticarlo.

Non teme che si torni ad un governo militare?
Non sono preoccupato di un governo militare perché credo negli egiziani, sono stati capaci di mandare in prigione due presidenti in due anni. Nessuno potrà creare una nuova dittatura qui. Sisi è intervenuto per un senso di dovere verso l’Egitto. Avevano ottenuto tutto: la Costituzione ha mantenuto i privilegi dell’esercito, i progetti, senza nessuna supervisione. Non c’era motivo per i generali di prendersi questo rischio. Hanno pensato che i Fratelli musulmani stessero facendo qualcosa di male al Paese: per esempio nel Sinai abbiamo scoperto che sostenevano i terroristi. Sisi non ha iniziato la rivoluzione, l’esercito invece ha protetto le masse. L’esercito ha difeso il paese. Io ho sempre criticato la giunta militare, mi hanno accusato 12 volte in processi militari anche per distruzione dell’immagine del Paese, ma ora sostengo il governo dell’esercito.

Cosa pensa della copertura mediatica degli eventi egiziani e della censura imposta sui canali islamisti?
Sono contrario alla chiusura di canali se non per motivi legati al rispetto della legge, bastavano due giorni per raccogliere le prove e chiudere questi canali: non sono televisioni islamiste ma terroriste; insultano i cristiani, le chiese, anche io sono stato insultato e sono in corso due cause. Tenevo un programma su Al Jazeera (piena di membri dei Fratelli musulmani) in cui criticavo la Fratellanza, allora mi hanno licenziato. Però hanno insistito perché continuassi a lavorare per loro, per usare il mio nome. Ho chiesto di preparare una trasmissione settimanale dal titolo: “I crimini dei Fratelli musulmani”. Non li ho mai più sentiti.

L’Egitto continua ad essere un paese profondamente corrotto dopo le rivolte del 2011?
Nulla è cambiato in questo dopo la caduta di Mubarak con i Fratelli musulmani che tentavano di accordarsi con gli uomini del vecchio regime. Ora invece, sono molto ottimista, siamo sulla buona strada, è la prima volta che si potrebbe attuare un vero cambiamento.

Eppure qualcosa è cambiato dopo i movimenti sociali, nell’arte e forse anche nel concetto di democrazia.
La rivoluzione è un cambiamento umano. Ci sono state continue ondate di creatività, dopo il 1919 sono nati grandi creativi e poi dopo il 1952. Vedo cinema e arte in un ottimo stato a breve. Per questo tengo un seminario settimanale per giovani scrittori, come il poeta Mustafa Ibrahim, e vedo nuovi documentaristi e registi in grado di liberare la televisione. Credo che abbiamo presentato un modello all’umanità, superando una dittatura in modo pacifico: quando ci sono 30 milioni per le strade, loro hanno l’autorità. Ci sono stati milioni di contestatori contro la guerra in Iraq ma niente è cambiato, invece qui abbiamo dimostrato che l’autorità risiede nel popolo.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/ala-al-aswani#ixzz2cijdQA3f

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