La crisi strutturale dell’UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”

La crisi strutturale dell'UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”da lantidiplomatico.it

Intervista di Achille Lollo per il Brasil De Fato al professore Luciano Vasapollo 

Gli sviluppi della crisi greca dimostrano chiaramente la spaccatura all’interno dell’UE con la Germania che guida il processo di neo-colonizzazione dei paesi europei mediterranei. Per questo la rottura politica e l’abbandono dell’Euro possono diventare una parola d’ordine per complementare l’evoluzione del conflitto capitale/lavoro. Nel frattempo, in America Latina i paesi dell’ALBA, nonostante la reazione sviluppata dai gruppi al servizio dell’imperialismo, dinamizzano i processi di transizione socialista approfondendo con la teoria bolivariana il concetto di sovranità nazionale.
 
Il dramma della Grecia ha fatto cadere il mito dell’opulenza economica dell’Unione Europea e nello stesso tempo ha dimostrato che i valori aggregati all’economia reale sono diventati del tutto insignificanti quando entrano in ballo gli interessi del mercato, che oggi assumono una dimensione tentacolare, in termini globali. In realtà, il mercato non è più quello degli anni ottanta o novanta, quando con una apparente timidezza, l’allora primo ministro britannico, Tony Blair presentò la “Terza Via” come alternativa social-neoliberista ai differenti processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro.
 
Oggi, il mercato, dopo aver alimentato la speculazione e giocato con gli effetti delle crisi di natura fiscale è finalmente riuscito a controllare gli Stati e, in particolare, la sovranità politica e finanziaria degli stessi.
 
Un mercato che, quando vuole, impone la sua logica sovrapponendosi all’etica della democrazia borghese e agli stessi meccanismi di crescita dell’accumulazione capitalista. Il “diktat” della Troika al governo di Alexis Tsipras e al popolo greco sono il “pass par tout” del nuovo scenario geopolitico europeo e anche di quello mondiale.
 
Per quale motivo, i partiti di destra e di centrosinistra, nelle loro campagne elettorali, promettono sviluppo e investimenti per l’economia reale, che poi nella programmazione dei nuovi governi scompaiono perché prevalgono gli argomenti finanziari del mercato, pur sapendo che i processi di finanziarizzazione sterilizzano l’economia e la stessa crescita dell’accumulazione capitalista?
 
La chiusura del ciclo speculativo dell’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, ha portato ad un rigenerato interventismo degli Stati dei paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produttività nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario.
 
Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno alle banche, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista. In proposito la Commissione Europea indicava che nel 2009 i paesi dell’Unione Europea si sono letteralmente giocati il potenziale di circa un terzo del loro PIL nell’aiuto delle banche in crisi, considerando complessivamente le immissioni di capitale, le garanzie per le banche e il ripristino di liquidità e la bonifica di quegli impieghi finanziari di cattiva qualità.
 
Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
 
In tal modo il processo di privatizzazione, in atto fin dall’inizio della fase neoliberista come ulteriore tentativo per occultare gli effetti della crisi di accumulazione del capitale, che è legata ai processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro, torna ad essere attuale nel momento in cui la crisi di natura fiscale piega la sovranità degli stati.
 
Perché il mercato, e quindi la sovrastruttura politica che lo rappresenta, è riuscito a convincere l’opinione pubblica che i punti deboli dell’economia europea sarebbero il costo del lavoro, il deficit fiscale e il debito pubblico?
 
Per capire quello che oggi accade bisogna ritornare alle modalità di costruzione del polo imperialista europeo che si è realizzato intorno all’asse franco-tedesco e che ha privilegiato soprattutto gli interessi economici, finanziari e geopolitici della Germania. Di conseguenza, manipolare l’opinione pubblica dicendo che gli Stati europei sono sull’orlo del fallimento, serve a mascherare la crisi economica generale di accumulazione del sistema capitalistico e il disastro dei mercati creditizi e finanziari.
 
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavora-tori. Inoltre sono sempre gli “uomini” del mercato che “suggeriscono” ai governi i tagli nell’amministrazione pubblica, le ristrutturazioni dei costi sociali e “dulcis in fundo” la riduzione dei cosiddetti costi del lavoro.
 
In pratica salvare l’Unione Europea significa salvare il modello di export tedesco e distruggere le possibilità autonome di sviluppo dei paesi europei dell’area mediterranea. E’ in questo ambito che si è scatenata la speculazione dei mercati finanziari internazionali sui titoli dei paesi volgarmente chiamati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).
 
L’acutizzarsi dei problemi finanziari nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea e la perdita di rappresentatività da parte dell’Euro, hanno messo a nudo l’essenza di una profonda crisi sistemica, determinando, tra l’altro, la fine del ciclo politico e economico degli Stati Uniti. Ciò significa che le “eccellenze” della Casa Bianca cercheranno di imporre rapidamente delle soluzioni geostrategiche, capaci di sostenere nel prossimo futuro il potere imperiale. Oggi, la guerra manovrata dell’IS in Iraq e Siria è un chiaro esempio.
 
D’altra parte con la rapida affermazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si è creata una nuova posizione dominante, che, anche se in maniera diversificata, presenta nuove forme di potere politico del capitale. Ugualmente importante è il consolidamento dell’ALBA in America Latina, che già comincia a manifestare con forza le posizioni anti-capitaliste e anti-imperialiste. Un contesto che permette alle componenti del movimento operaio e di classe che non si erano mai arrese, di affermare che esistono solide prospettive per trasformare la crisi economica e politica in crollo del sistema di produzione capitalista, introducendo nuovi processi di costruzione di sistemi di relazioni socialiste.
 
La situazione di crisi politica che oggi si vive in Portogallo, Grecia, Spagna e Italia riapre il discorso sull’esistenza di due blocchi all’interno dell’Unione Europea, quella ricca, al nord, capeggiata alla Germania e quella povera del sud mediterraneo. Questo contesto può promuovere un movimento di rottura con l’Unione Europea? Può sopravvivere un’ALBA Mediterranea fuori dall’Euro?
 
Innanzitutto la risposta a questi interrogativi dipende da come viene gestita la capacità politica di combattere gli interessi associati dei capitali finanziari e produttivi europei e statunitensi. In secondo luogo l’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti, intimamente relazionati, senza i quali tale processo potrebbe risultare un disastro per tutti. Vale a dire:
 
a) La determinazione dei paesi dell’Europa mediterranea di creare una nuova moneta comune libera dai vincoli monetari imposti anteriormente per la costruzione dell’euro.
 
b) La rideterminazione del concetto di debito nella nuova moneta dell’area periferica relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce;
 
c) L’azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello contratto con le banche e le istituzioni finanziarie, e la rinegoziazione del residuo;
 
d) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione sulla fuoriuscita dei capitali dall’area stessa.
 
E’ importante sottolineare che questi elementi si devono però realizzare simultaneamente, per evitare la de-capitalizzazione dell’intera regione periferica e per assumere il necessario controllo sulle risorse disponibili per gli investimenti.
 
Dal 2010 la disoccupazione che imperversa nei paesi dell’Europa mediterranea (in particolare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è diventata un problema strutturale. In Italia, per esempio, 13,05% della forza lavoro è disoccupata. Di questi 44% sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Con le nuova leggi sulle pensioni, nel 2050 più del 50% dei lavoratori italiani pensionabili rischiano “di non aver diritto alla pensione”. Una situazione drammatica creata “ad hoc” grazie al collaborazionismo delle tre confederazioni sindacali (UIL, CISL e CGIL) che hanno implementato un compromesso storico con il capitale, senza avere nulla in cambio.
 
Per questo il movimento sindacale e la stessa sinistra italiana hanno vissuto difficili momenti di smobilitazione che però hanno prodotto un effetto reattivo, soprattutto in alcuni sindacati dove la lotta per il rispetto dei benefici acquisiti ha risvegliato le emozioni della lotta di classe. E’ il caso della confederazione nazionale USB (Unione Sindacale di Base) che, oggi rappresenta il polo più avanzato e combattivo del movimento dei lavoratori (occupati, precari e disoccupati) in Italia.
 
Come è possibile spiegare la dinamica delle lotte dell’USB (reddito sociale, rinnovo dei contratti nel servizio pubblico, lotta ai ritmi ecc.), contrapposta all’arrendevolezza del PD berlingueriano e peggio ancora a quello di Matteo Renzi. Come è possibile convivere con il “double face” dei seguaci di Bertinotti nel PRC e l’opportunismo dei nuovi “euro-non-più-comunisti” di SEL?
 
Il modello sociale europeo è sempre più in crisi, solo in Germania e in Francia si mantiene in piedi. Nel resto dell’Unione Europea, ma soprattutto nei quattro paesi dell’area mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), la disoccupazione è divenuta un fattore endemico e il potere d’acquisto salariale e i lavoratori è stato compresso fortemente per cercare di sanare le finanze pubbliche e rinforzare l’economia dei “patti di stabilità” e le politiche di aggiustamento.
 
Un contesto in cui la situazione politica e economica continua avversa ai lavoratori, grazie anche all’operato dei mass-media che fanno di tutto per dissuadere la creazione di nuove forme di lotta. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare che l’USB nacque, nel 23 maggio del 2010, scontrandosi prima con gli uomini dei governi di Berlusconi e poi con quelli del PD, che hanno fatto di tutto per esercitare un effettivo controllo sul movimento sindacale, cercando di relegarlo ad un ruolo sempre più condizionato ai paradigmi istituzionali.
 
Una manovra che non è passata perché le esperienze di lotta dei sindacati di base glielo hanno impedito. Questo fatto ha ampliato la volontà di resistere per poi avviare un processo di riformulazione e soprattutto di ridefinizione ideologica dei programmi di lotta che non si limitano ai soli lavoratori occupati.
 
Sono forme di lotta che si estendono nella società. Per esempio l’USB, oggi porta avanti proposte concrete sul reddito sociale che si sono concretizzate, oltre che con iniziative di lotta e di mobilitazione, anche con reiterate proposte di legge sostenute con migliaia di firme raccolte in tutto il paese. Comunque, voglio precisare che la proposta del reddito sociale fu lanciata negli anni novanta quando la confederazione dell’USB ancora non esisteva. All’epoca la proposta del reddito sociale era sostenuta da tre aggruppamenti sindacali indipendenti, la SdL intercategoriale, la RdB e i CUB. Organizzazioni che, poi, nel 2010, formarono l’USB con il tesseramento iniziale 250.000 militanti. Oggi l’USB è diventata una confederazione di ambito nazionale che difende i lavoratori del servizio pubblico e quelli delle macro-aree industriali, mentre a livello internazionale è legata alla Federazione Sindacale Mondiale.
 
Il Venezuela, l’ALBA, Cuba e la Colombia sono i soggetti di uno scenario politico in cui gli Stati Uniti stanno perdendo influenza. Per questo le “Eccellenze” della Casa Bianca tentano di recuperare consensi in America Latina accettando di negoziare con Cuba e di appoggiare le trattative tra il presidente colombiano, Juan Manoel Santos e la guerriglia (FARC ed ELN). Nello stesso tempo la CIA inasprisce la” Guerra Permanente” (economica e psicologica) in Venezuela per destabilizzare il governo boliviano, mentre in Colombia alimenta le operazioni dell’esercito e dei gruppi paramilitari per rendere più complesse le trattative che da due anni si realizzano a Cuba. Anche in Bolivia e in Ecuador, paesi dell’ALBA, esiste il rischio di una destabilizzazione, con le “antenne” della CIA che cercano di organizzare l’opposizione. Soltanto Cuba vive un momento di relativa tranquillità, anche se i mass-media statunitensi cercano di manipolare il clima delle trattative con gli USA dicendo che: “… Presto la dittatura castrista sarà democratizzata!”.
 
C’è una relazione diretta tra i mass-media, la Casa Bianca e la CIA nell’evoluzione della guerra psicologica e di quella economica contro il governo bolivariano di Maduro?
 
Innanzitutto bisogna dire che i mass-media non hanno mai sopportato Maduro, per il fatto di essere comunista, sindacalista e di origine proletaria, un semplice autista della metropolitana di Caracas. Comunque, l’avversione nei confronti di Maduro toccò il massimo della riprovazione quando lui vinse le ultime elezioni con un margine di 300.000 voti. Persino “Repubblica” gridò allo scandalo, dimenticando, però che Romano Prodi fu eletto con una differenza di soli 18.000 voti!
 
Bisogna riconoscere che la riduzione del prezzo del petrolio, quasi 60%, ha creato una serie di problemi al governo bolivariano nel momento in cui le conseguenze della “Guerra Permanente” degli Stati Uniti diventavano sempre più dure. Infatti l’ultimo progetto politico di Barak Obama è quello di destabilizzare il governo bolivariano e, quindi, mettere fine a un’esperienza che contrasta gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Unti. Infatti, il processo di destabilizzazione cominciò subito dopo la prima vittoria elettorale di Chávez con la guerra monetaria che usò la quotazione del dollaro nel mercato parallelo per cercare di rompere l’equilibrio monetario in Venezuela.
 
Oggi, il dollaro nel cambio ufficiale è quotato 6,5 bolivar, mentre nel parallelo è arrivato a 400 bolivar. In questo modo sono riusciti a minimizzare il potere di acquisto dei lavoratori, oltre a far esplodere la spirale inflazionista sui prezzi di tutti i prodotti. Nello stesso tempo si sono moltiplicate le operazioni di sabotaggio economico, con i grandi distributori commerciali che esportano illegalmente in Colombia i prodotti dell’industria venezuelana. Con la copertura della DEA americana, i narcotrafficanti colombiani stoccano i prodotti venezuelani – dal formaggio ai mobili – fino a quando sono ricomperati, ma in dollari dagli stessi grandi distributori che l’hanno esportata. In questo modo i prodotti basici scompaiono dai supermercati statali per riapparire in quelli privati a prezzi assurdi.
 
A questo punto la stampa venezuelana e l’opposizione sono scese in campo per moltiplicare gli effetti della guerra psicologica dicendo che “…In Venezuela si muore di fame, … Il regime chavista è il responsabile della carestia, … Bisogna chiudere con la dittatura di Maduro….”. In questo modo l’opposizione crea una permanente psicosi del colpo di stato. Una situazione che diventa sempre più complessa con gli attentati terroristi e gli attacchi armati dei “guarimba” che sparano per strada ai militanti del PSVU o del PCV. Negli ultimi otto mesi i “guarimba” hanno ucciso più di ottanta persone!”.
 
Per quali motivi gli USA stanno portando avanti questa Guerra Permanente contro il Venezuela?
 
Il Venezuela è il quinto esportatore di petrolio greggio, ma è anche il primo per quanto riguarda le riserve, che sono di molto superiori a quelle dell’Arabia Saudita. Prima l’85% del profitto ricavato con la vendita del petrolio andava alle multinazionali. Oggi, il governo bolivariano lo reinveste nelle Misiones, che sono dei programmi che a costo zero offrono alla grande maggioranza della popolazione i benefici dell’istruzione, dei servizi medici e ospedalieri, la costruzione di abitazioni, trasporti, oltre alla diffusione della cultura e dello sport. Quindi, per gli USA lo smantellamento della rivoluzione bolivariana in Venezuela è un obiettivo geopolitico e geostrategico, perché oltre che a riappropriarsi del petrolio pretendono far morire questa grande esperienza di transizione per il Socialismo del Secolo XXI, nei paesi dell’ALBA, per l’appunto il Venezuela, la Bolivia e L’Ecuador”.
 
La riapertura delle rispettive ambasciate significa che le problematiche politiche tra Cuba e gli USA sono state risolte? Perché il New York Times afferma che con queste trattative Cuba va in direzione di una democratizzazione?
 
Quello che i mass-media non dicono è che Cuba si è seduta al tavolo dei negoziati ponendo delle condizioni minimali che poi gli USA hanno accettato. Vale a dire: a) pari dignità nel tavolo delle trattative; b) il corpo diplomatico statunitense non deve far politica a l’Avana, come quello cubano non la farà a Washington; c) Deve essere risolta l’annosa questione del blocco commerciale perché distrugge qualsiasi tentativo di espansione della pianificazione socio-economica in Cuba; d) Il governo cubano esige che la base di Guantanamo sia smantellata per permettere che quel territorio – occupato dagli USA fin dal 1901 -, torni a far parte della sovranità cubana. Inoltre la “Grande Stampa” non dice che la trattativa sarà molto lunga perché il governo cubano non cederà una sola virgola sulla questione del socialismo”.
 
Nel 2013 le FARC e poi anche l’ELN hanno intrapreso delle trattative con il governo colombiano un possibile trattato di pace. Cosa manca per arrivare alla firma finale?
 
Come in tutte le trattative che contrappongono un governo e una guerriglia che rappresenta una guerra di classe in atto, il nodo principale da sciogliere è la situazione dei prigionieri politici e quella del cessar fuoco bilaterale. Le FARC e L’ELN hanno inizialmente dichiarato il cessar-fuoco unilaterale per convincere il presidente Santos a fare lo stesso. Infatti, è difficile parlare di pace se poi l’esercito e i paramilitari entrano nei villaggi arrestano, torturano e uccidono chi è sospettato di avere contatti con la guerriglia.
 
Nelle prigioni colombiane ci sono all’incirca 8000 prigionieri politici e un terzo di questi sono sindacalisti, militanti dei movimenti contadini per la terra e per i diritti umani. Quindi, se il governo non apre le prigioni decretando un’amnistia per i prigionieri politici, se poi la magistratura non garantisce ai guerriglieri delle FARC e dell’ELN l’incolumità per il riciclo politici e se l’esercito e i gruppi paramilitari continueranno con le operazioni di “tierra quemada” le trattative falliranno e la guerra ricomincerà”.

Elezioni regionali in Italia: crescita del M5S e astensione

PDdi Achille Lollo, da Roma (Italia)

Nelle sette regioni dove il governo regionale doveva essere rinnovato, l’astensione ha raggiunto il 48,5%, mentre nei comuni di 20 regioni, il 36% degli elettori con diritto al voto hanno optato per andare alla spiaggia o in altri luoghi di piacere

Dopo anni e anni di consumismo sfrenato, di continuo lavaggio cerebrale per mezzo dei media, in particolare i canali Mediaset (l’impresa di Berlusconi); in seguito agli attacchi ai diritti sociali con la “modernizzazione” delle leggi del lavoro, la connivenza di quasi tutte le centrali sindacali con le “eccellenze” del mercato e, soprattutto, in seguito alla maggioritaria accettazione nel Parlamento delle norme di austerità, imposte dai tecnocrati neo-liberisti dell’Unione Europea, un’astensione del 48,4% è un risultato considerato “normale” dagli opinionisti.

Un’altra verità che trapela dai risultati di questa elezione è la fine del mito di Matteo Renzi e anche della crisi di identità sorta in seno al “Partito Democratico”, dovuta all’annientamento della “vecchia guardia del compromesso storico del PCI berlingueriano”. Adesso, Renzi non ha più stampelle politiche da parte di Silvio Berlusconi, con la sua “Forza Italia”. Entrambi hanno sofferto immensamente del logorio politico per avere amministrato il potere e, conseguentemente, avere massacrato gli Italiani con nuove imposte, tasse e tagli di bilancio, che hanno squalificato l’efficienza e, soprattutto, l’operatività dei servizi pubblici.

Il PD di Renzi, da parte sua, vive un doppio contesto di crisi, dal momento che il primo ministro pretende di trasformare il PD in un “Partito Nazionale”, operando un’unificazione ideologicamente artificiale, ma perfetta dal punto di vista mediatico. Un nuovo partito che sorgerebbe dopo aver sepolto tutto quello che era di sinistra e in parte di destra, per trasformarsi in una nuova entità politica nella quale non esiste più opposizione. Alla fine, questo “Partito Nazionale” potrebbe essere la futura “dittatura della maggioranza” che, per molti critici, sarebbe un progetto istituzionale della Massoneria.

Altri – più scientifici e informati – ammettono che l’Italia è tornata a essere un laboratorio di prove e di sperimentazioni politiche, con il quale le eccellenze dell’Unione Europea tentano di definire un nuovo modello per i futuri governi etero-diretti del secolo 21mo.

Il PD vince e perde

I risultati definitivi delle elezioni regionali indicano che il PD, pur essendo riuscito a eleggere cinque governatori in sette regioni, in realtà, ha perso nelle principali, cioè, in Veneto e, soprattutto, in Liguria.

Infatti, la sconfitta in Veneto – una delle principali regioni industriali d’Italia – mina il mito politico e carismatico di Renzi che voleva fare eleggere, a ogni costo, la correligionaria di tendenza, Alessandra Moretti. Una vittoria che avrebbe permesso a Renzi di finirla, una volta per tutte, con la resistenza in seno al PD della cosiddetta Sinistra Democratica, guidata dai dissidenti Fassino e Civati.

La candidatura di Alessandra Moretti era sostenuta anche dal nuovo partito della sinistra SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), che pretende di essere la “costola sinistra nel tronco del PD”. Un partito guidato da Niki Vendola che, nel 2012, ha smembrato il PRC (Partito della Rifondazione Comunista), aprendo una scissione basata su di una critica di sinistra, per poi convergere verso il PD nella più tradizionale opzione, tipica dell’opportunismo elettorale italiano.

Dunque, nel Veneto, il PD ha perso molti consensi, oltre a registrare il più alto livello di astensione. Elementi che hanno permesso a Luca Zaia, il candidato di centro-destra, affiliato al partito della destra xenofoba e razzista, la Lega Nord, di vincere con il 38%.

La lezione della sconfitta di Renzi e del suo PD in Veneto ha due letture. La prima è che il “nuovo PD di Renzi”, senza la compravendita di voti, non riesce più a raggiungere il 41%, come accaduto nelle elezioni europee. Infatti, a maggio 2014, ormai alla vigilia delle elezioni, Renzi ha firmato un decreto legge che autorizzava il pagamento di 80 euro per tutti i lavoratori impiegati con contratto a tempo indeterminato, a partire da giugno, cioè, dopo le elezioni. Il che fa ricordare il romanzo del colonello Odorico Paraguaçu!

È necessario ricordare che i lavoratori che sono stati inclusi in questo decreto legge hanno votato in massa per il PD, consacrando Renzi, che si è approfittato di ciò per annientare la “vecchia guardia del compromesso storico del PCI berlingueriano”. Adesso, senza avere risorse per comprare nuovamente gli elettori, e non riuscendo a giustificare il perché di sempre più imposte e tasse, come anche i ripetuti tagli di bilancio del governo centrale, dei governi regionali e, soprattutto, dei comuni, la fiducia degli elettori in Renzi è notevolmente diminuita.

Ma in Liguria, la sconfitta del PD è stata peggiore, visto che in questa regione è esploso pubblicamente il conflitto tra il Comitato del PD della Liguria e la Segreteria Nazionale presieduta da Renzi. Uno scontro che è cominciato ad aprile, quando il primo ministro e anche segretario generale del PD aveva “snobbato” il candidato scelto dal Comitato regionale, nominando un’altra correligionaria sua, Raffaella Paita, che non è mai stata militante del PD, ma semplicemente una “persona stimata dal primo ministro”.

Per questo, la caduta del PD e di Matteo Renzi in Liguria è stata molto brutta, oltre che pesante, visto che l’opposizione interna è arrivata a presentare un’altra candidatura con Luca Pastorino, che ha ricevuto 61.234 suffragi, circa la metà di quelli di Raffella Paita. È bene ricordare che Paita si è avvalsa del sostegno dei media e delle incalcolabili disponibilità finanziarie del PD, per fare una potente e massiccia campagna elettorale in stile statunitense.

Le vittorie nelle regioni economicamente poco importanti (Umbria, Marche e Puglia) non hanno migliorato i risultati politici del PD, visto che queste regioni, come la Toscana, sono sempre state governate dagli uomini del PD. Problemi ci sono stati in Campania, dove Matteo Renzi, per sconfiggere il partito di Berlusconi, “Forza Italia”, ha permesso che il candidato del PD fosse un individuo con processi penali per corruzione e con il sospetto di aver ricevuto il sostegno di differenti famiglie della mafia napoletana, la “Camorra”.

Di fronte a ciò, molti trovano che questo nuovo “Partito Nazionale” che Renzi pretende di costruire sarebbe una moderna riedizione dell’antica Democrazia Cristiana, partito nel quale il primo ministro e gran parte degli attuali membri della Segreteria Generale del PD si sono formati in gioventù.

Il Movimento 5 Stelle

Senza molti mezzi finanziari, visto che tutti i parlamentari (nazionali, regionali e municipali) si sono ridotti i salari al 60%, il Movimento 5 Stelle ha fatto la campagna come faceva la sinistra nella decade dei ‘70, cioè, contando solo sulla militanza e la partecipazione popolare.

La novità è che, nonostante questo movimento abbia nella sua bandiera cinque stelle, non presenta né la falce, né il martello, né la foto dei leaders rivoluzionari sovietici, cubani o cinesi. Del resto, nello statuto c’è scritto: “Il Movimento 5 Stelle non è di destra e nemmeno di sinistra”. Tuttavia, bisogna interpretare questa frase, visto che il M5S, dal 2009, ha dimostrato di avere una morale e un’etica immacolata, oltre a rifiutare il sistema putrefatto della partitocrazia della politica italiana, sia essa di destra o di sinistra, denunciando tutti i tipi di maneggi commessi dalla classe politica.

Insomma, è l’unica componente politica che nel Parlamento italiano tenta di far votare leggi contro l’abuso delle transnazionali, a favore del rispetto della sovranità e per la riconquista dei diritti sociali che il mercato quotidianamente cancella. Come molti commentatori affermano: è un partito veramente progressista senza vincoli con il potere. Per tutto ciò, gli elettori hanno di nuovo premiato il Movimento 5 Stelle che, in modo omogeneo, ha registrato in tutte le regioni un’ampia crescita, raggiungendo una media di suffragi che oscilla tra il 21 e il 24%, trasformandosi, così, nel secondo partito italiano. Forse, altre sorprese avranno luogo nello scenario politico italiano, quando i candidati del M5S disputeranno il secondo turno delle elezioni municipali nell’80% delle città italiane.

I risultati vittoriosi del M5S hanno dimostrato che questo partito ha recuperato, a suo favore, molte fasce di elettori della sinistra, che ormai non votavano da molti anni, in particolare i militanti della nuova sinistra e, soprattutto, i giovani, che preferiscono votare i candidati del M5S al posto di sostenere quelli del PD o di SEL.

Questo fatto dimostra che il Movimento 5 Stelle, nonostante sia stato fondato da pochi anni, il 4 ottobre 2009, è riuscito, finalmente, a raggiungere una dimensione nazionale con una confortante percentuale di suffragi in ogni regione e in ogni municipio.

Di fronte a questo scenario, Beppe Grillo, il leader del M5S, ha dichiarato ai giornali: “Noi abbiamo un programma e, per questo, non facciamo accordi maldestri solamente perché l’altra parte dice di essere di sinistra; lo dice solo, perché, in realtà, commette le stesse malefatte della destra”. Per sottolineare, in seguito, insistendo su di una critica al PD e riaprendo la grande polemica che divide l’elettorato di quest’ultimo sulla negazione di qualsiasi alleanza con il M5S, che “Renzi ha perso la metà dei voti che ha ricevuto nel 2014 nelle elezioni europee, perché non si amministra un paese con le menzogne e con l’arroganza”.

Nella stessa ottica, Grillo ha riaffermato: “Come detto precedentemente, noi abbiamo un programma. Se il PD fosse disposto ad appoggiarlo facendo delle leggi sul “reddito di cittadinanza”, sulle energie rinnovabili, se accettasse di finirla con il sistema di imposizione fiscale di Equitalia e facesse tante altre cose buone che migliorerebbero la vita degli Italiani, noi voteremmo con loro. Tuttavia, se Renzi vuole continuare a essere il burattino i cui fili sono mossi dagli altri, che continui solo, noi non accettiamo magagne di nessun tipo”.

La fine di Berlusconi

Nonostante il partito di Berlusconi, “Forza Italia”, abbia registrato due risultati positivi in Liguria e in Veneto, ciò che è in discussione è l’essenza politica del partito del “Cavaliere Silvio Berlusconi”, che non riesce più a formulare nessun tipo di parola d’ordine. Infatti, il successo politico di Berlusconi è stato la viscerale avversione alla sinistra, ai sindacati e, in particolare, ai comunisti. Adesso che i comunisti del PRC non siedono più nei banchi del Parlamento e quelli che sfilano in SEL fanno di tutto per negare qualsiasi legame ideologico con il marxismo, Berlusconi ha perso la carta magica del suo mazzo: quella dell’anti-comunismo.

Un’altra carta persa è stata l’inquadramento della maggioranza dei sindacati e la fine dell’unità delle tre confederazioni, essendo che la UIL e la CISL sono praticamente controllate dagli “amici” del governo e della Confindustria (la FIESP italiana).

È in questo scenario che lo spazio della destra comincia a essere egemonizzato da Matteo Salvini, il nuovo leader del partito xenofobo e razzista d’Italia, la Lega Nord, che, dopo aver abbassato i toni sui “terroni” (gli Italiani del Sud che puzzano di terra), è tornata a occupare molto spazio nei media con campagne di odio contro gli immigrati, dal momento che l’Italia sta soffrendo un autentico esodo di africani, arabi e magrebini, a partire dalla Libia.

È chiaro che questa destra xenofoba e razzista che si confonde con l’estrema destra di origine neo-fascista (Fratelli d’Italia), dopo aver abbandonato la dorata carrozza berlusconiana, vuole trovare una sua dimensione politica, e questo, forse, rappresenta un pericolo per le istituzioni. Una dimensione che sfrutta il disaccordo e la rabbia di una parte degli Italiani per l’“invasione” di migliaia di immigrati africani, che quotidianamente arrivano dalla Libia, in un momento di crisi nel quale le strutture italiane per l’accoglienza sono sature e non si sa più dove ospitare tanti immigrati.

Questo contesto può accendere una pericolosa miccia e provocare nefaste esplosioni sociali contro gli immigrati, a partire dalle quali “qualcuno” può esigere il ritorno di “un governo dell’ordine per dare pace ai buoni Italiani!”.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Il nazionalismo scozzese smonta il bipolarismo

sturgeon

di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania

19mag2015.- In un paese come il Regno Unito, con una popolazione di quasi 65 milioni che mette insieme, con difficoltà, i popoli di Gran Bretagna, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, appena il 66% (30 milioni) di elettori sono andati a votare il giorno 7 maggio, disarticolando completamente il tradizionale sistema maggioritario assoluto “First-Past The Post”, oltre a provocare erronee previsioni in tutti i centri di ricerca e, conseguentemente, nei principali organi di stampa dei media main-stream.  Infatti, il principale giornale britannico, The Sun, che pubblica quotidianamente 3,1 milioni di copie, rappresentando un formidabile strumento di pressione (forse sarebbe meglio parlare di strumento di manipolazione), prevedeva la sconfitta del partito nazionalista scozzese (Scottish National Party – SNP), l’effettivo ridimensionamento del partito xenofobo e anti-europeo, lo UK Independence Party – UKP – e il ritorno del bipolarismo politico, con la disputa tra i conservatori e i laburisti.

Da parte sua, il giornale “della destra eccellente”, The Daily Telegraph, come anche il Financial Times, più conosciuto per essere la voce del mercato, davano per certa l’affermazione del partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, come nel 2010, ammettendo una sensibile crescita dello UKP, in funzione del ruolo politico di Nigel Farange, presentato come il nuovo leader capace di oscurare le dirigenze del partito conservatore “Tory” e, soprattutto, del partito laburista, il Labour Party.

Più realiste sono state le analisi di The Guardian (liberal-progressista), che presentavano una corretta interpretazione dell’assenza di un grande leader nel partito conservatore, pur passando sotto silenzio i motivi della crisi ideologica del partito Laburista (Labour Party) e sbagliando tutto, o quasi tutto, sulle possibili risposte degli elettori che, nel 2010, avevano votato per questo partito. In questo sfacelo di previsioni, i media main-stream screditavano completamente i piccoli partiti, come lo SNP scozzese, l’autonomista Plaid Cymrv di Learne Wood e il Green Party (Partido Verde) della combattiva Natalie Bennett.

Fine del bipolarismo politico

Nel Regno Unito, il sistema elettorale premia chi prende più voti in ogni distretto elettorale. Per questo, durante quasi un secolo, la classe politica e l’attività parlamentare sono state determinate dalla famosa “alternanza politica nella Camera Bassa di Westminster”, dove, normalmente, dopo ogni due governi conservatori, si avevano due governi degli oppositori laburisti. È bene ricordare che la Camera Alta non assomiglia a un Senato, ma piuttosto a una istituzione della nobiltà, dove siedono solamente i Lords Spirituali (i vescovi della Chiesa di Inghilterra) e i Lords Temporali (i rappresentanti dell’aristocrazia), che non sono eletti, ma sono designati dalla regina e, per questo, hanno poteri estremamente ridotti. Per questo, tutte le questioni politiche dello Stato e della Nazione sono dibattute e decise principalmente dai parlamentari della Camera Bassa.

Dal 2000, i laburisti tentano di argomentare una riforma elettorale. Un progetto che, adesso, è diventato necessario e urgente, dal momento che una buona parte degli elettori – come nel 2010 – ha creduto nelle proposte e nei progetti dei piccoli partiti, determinando la fine del bipolarismo e, conseguentemente, l’inapplicabilità del tradizionale sistema elettorale “First-Past The Post”, in uso dai tempi di Churchill.

In questo contesto, il partito Conservatore (i Tories) di David Cameron è cresciuto appena dello 0,8%, in relazione alle elezioni del 2010. Anche così, il sistema elettorale lo ha premiato, eleggendo 331 parlamentari (24 più che nel 2010), in funzione della bassa percentuale di elettori (30%) e della dispersione dei voti, più distribuiti tra i piccoli partiti, in particolare lo SNP scozzese, il partito di destra UKP, il Plaid Cymrv e il Partito dei Verdi. Una realtà che ha alimentato il rifiuto elettorale di molti politici importanti, per esempio: la ministra del Lavoro Esther Mcvey (numero tre del Partito Conservatore), e quattro ministri, Vince Cable, Danny Alexandre, Simon Hugues e Ed Davey, tutti del partito Liberal-Democratico.

A questo proposito, bisogna chiarire che il partito Liberal-Democratico (PLD) di Nick Clegg, nel 2010, ha sorpreso tutti, conquistando notorietà con il 23% dei suffragi, il che gli ha permesso di entrare trionfalmente a Westminster con 57 parlamentari e obbligare il leader dei conservatori, David Cameron, a fare un governo di coalizione con i liberal-democratici. Invece, nelle elezioni del 2015, gli elettori hanno punito in maniera esemplare il PLD, per aver promesso “mari e monti”. Una punizione che è stata brutale nei vari distretti della Gran Bretagna, dove il PLD ha perso 37 parlamentari, perché i suoi elettori hanno votato in massa i candidati del Partito Conservatore. Una opzione che non ha logica, dal momento che il PLD e i Conservatori erano insieme al governo e le promesse di Nick Clegg, teoricamente, tendevano a sminuire le misure dello stesso governo.

Una contraddizione che evidenzia ancora di più gli effetti di questo “tsunami elettorale”, se consideriamo che perfino il leader del Partito Liberal-Democratico, Nick Clegg, è stato sconfitto nel suo distretto storico, Sheffield-Hallam, che è stato inghiottito dai conservatori. Una sconfitta che ha obbligato Nick Clegg a presentare le dimissioni dal partito.

 

Il liberalismo sociale ha perso la direzione

Dopo nove anni di effettiva predominanza politica, il Partito Laburista (Labour Party) – controllato dagli uomini della corrente di Tony Blair, il New Labour – non è riuscito più a dinamizzare le teorie della “Terza Via”, lasciando, così, il potere nelle mani dei conservatori, che sono tornati a mettere mano al Welfare State (Stato del Benessere) per pareggiare i bilanci.

Bisogna ricordare che, in termini politici, i governi conservatori hanno presentato poche differenze in relazione ai precedenti laburisti. Per esempio, la decisione belligerante dell’attuale primo-ministro conservatore, Cameron, di attaccare la Libia per abbattere Gheddafi è stata simile a quella presa da Tony Blair quando, insieme agli USA, ha deciso di disarticolare la Federazione Jugoslava e, poi, distruggere l’Iraq, per porre fine al regime di Saddam Hussein. Tutte le decisioni geo-strategiche ed economiche dei conservatori e dei laburisti hanno sempre difeso gli interessi “globali” della Glaxo Smith Kline, dell’Astra Zeneca (settore chimico), della Briths Petroleum (gas e petrolio), della Roll-Royce (motori per aerei), come anche dei gruppi finanziari (HSBS, che è la maggiore banca del mondo), della Barclais Bank, della Royal Bank of Scotland, etc. etc.

Pertanto, quando gli elettori laburisti hanno capito che la promessa conciliazione tra capitalismo e socialismo democratico, in realtà, era un’altra impalcatura teorica per fare quello di cui il mercato aveva bisogno per mantenere i suoi margini di profitto (privatizzazioni, precarizzazioni, tagli di bilancio, riduzione dei diritti etc., etc.), allora gli elettori del Labour Party, in particolare quelli che rappresentavano la Left of Labour (sinistra), hanno cominciato a emigrare verso i movimenti, i partiti ambientalisti e il nazionalismo progressista scozzese.

In queste elezioni, il Labour Party, a livello nazionale, è cresciuto appena del 1,5%, raggiungendo il 30,4% dei suffragi, riducendo il numero di parlamentari eletti da 257 a 232. Tuttavia, se non fosse per il successo che il Labour ha ottenuto nel Paese del Galles e, in particolare, nella capitale Cardiff, la sconfitta sarebbe stata maggiore, dal momento che, in Scozia, i laburisti non hanno eletto 39 parlamentari, tra i quali lo storico leader del laburismo scozzese, Jim Murphy, e ancora due dirigenti nazionali, Ed Balls e Douglas Alexander, molto legati al leader Ed Milliband.

Questi, in seguito alla sconfitta elettorale del 7 maggio, ha rassegnato le dimissioni, creando ancora più incertezza in seno al partito. In pratica, oggi, la dirigenza del partito rivela una disputa interna accanita tra gli “storici” Yvette Cooper, portavoce delle istanze nazionali del partito, e Andy Burnham, leader del settore della salute, e i nuovi aspiranti, Chuka Umunna e Liz Kendall. Candidati che sono espressione dei differenti gruppi in contesa per il controllo del partito, ma che, in termini di proposte politiche, non rappresentano niente di nuovo!

Il nazionalismo progressista scozzese

La “Dama Rossa di Glasgow”, Nicola Sturgeon, ha soppiantato il leader laburista scozzese Jim Murphy, che nel 2014 ha diretto la campagna “Better Together” (Meglio Insieme), con la quale il Partito Laburista (Labour Party) ha partecipato al referendum indipendentista richiesto dal leader dello Scottish National Party, Alex Salmond.

Una “vittoria di Pirro”, che ha significato, da un lato, la fine politica del giovane segretario del Partito Laburista, Edward Samuel Milliband, e, dall’altro, ha qualificato, in termini politici, l’uscita dei laburisti scozzesi dal Labour, una volta che non si riconoscevano più nel “liberalismo sociale” di Tony Blair e, poi, di Gordon Brown. Per questo, la decisione di Edward Samuel Milliband di contrastare le tensioni indipendentiste degli Scozzesi è stata la goccia che ha ha fatto traboccare il vaso e ha fatto implodere il Partito Laburista (Labour Party) in Scozia.

È in questo contesto che si è affermata la dirigenza di Nicola Sturgeon, che si è convertita nella nuova leader del nazionalismo progressista scozzese, assumendo, nel 2014, la direzione dello SNP (Scottish National Party), dando al partito una dimensione politica effettivamente socialdemocratica, oltre ad assumere vari impegni politici che i laburisti hanno sempre rifiutato. Per esempio, con Nicola Sturgeon, lo SNP si è dichiarato contrario all’adesione della Scozia alla NATO, accettando di rimanere nell’Unione Europea e mantenendo, così, in piedi, l’Euro.

Tuttavia, lo choc politico che si è registrato tra lo SNP e il Labour Party ha avuto luogo nelle questioni economiche e sociali. Infatti, il laburista Edward Samuel Milliband ha tentato di cooptare gli elettori scozzesi con la retorica promessa di ricostruzione del Welfare State (Benessere Sociale). Ma, a Glasgow e a Edimburgo, nessuno lo ha creduto, anche perché la “Dama Rossa”, Nicola Sturgeon, ha formulato una serie di proposte politiche ed economiche che conquistavano il cuore e le menti del 90% dei laburisti scozzesi.

Uno scenario nel quale lo SNP si è trasformato, rapidamente, nel partito maggioritario in Scozia e, per questo, nelle elezioni legislative del 7 maggio, ha eletto 56 parlamentari sui 59 che il sistema elettorale destina alla Scozia nel Parlamento nazionale di Westminster. Bisogna ricordare che questo successo è stato determinato dall’emigrazione politica dei laburisti scozzesi verso lo SNP. In termini di matematica elettorale, questo significa che il Labour Party ha perso 39 parlamentari.

Nella stessa maniera degli altri partiti indipendentisti europei (tranne quello italiano della Lega Nord, autenticamente razzista e di estrema destra), lo Scottish National Party, sotto la dirigenza di Alex Salmond e, adesso, di Nicola Sturgeon, ha scommesso sulla “social-democrazia progressista”. Per questo, la sua piattaforma partitica è a favore del disarmo e contro l’uso dell’energia nucleare. Chiede più controlli fiscali e una tassazione proporzionale secondo il grado di ricchezza. Esige una migliore e più differenziata distribuzione della ricchezza nazionale, tenendo conto che, nel Mar della Scozia, ci sono importanti giacimenti di gas e petrolio e che la città di Edimburgo è diventato un importante centro finanziario di ambito europeo, grazie all’espansione del Royal Bank of Scotland Group.

Elementi che Nicola Sturgeon ha fatto questione di veicolare tra gli Scozzesi, non solo per vincere le elezioni, ma, soprattutto, per qualificare il progetto indipendentista scozzese, sulla base del quale dovrà essere bandita la povertà, permettendo a tutti di frequentare gli studi superiore nelle università pubbliche.

Il successo politico e elettorale dello SNP è un segnale che, nel Regno Unito, il sistema politico sta vivendo un’acuta fase di transizione. Infatti, questa è stata l’ultima volta nella quale i conservatori sono riusciti a sfruttare la paura e la tipica indecisione dei Little Englanders (i piccoli inglesi), cioè, la classe media della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord, che si sentono “inglesi” solamente quando il governo di Londra gli procura un minimo stato di benessere.

Il prossimo anno, il governo conservatore di David Cameron dovrà aver concluso la riforma costituzionale che istituzionalizza la definitiva autonomia dei governi regionali, per, poi, già alla fine del 2016, realizzare il referendum “BREXIT”, con il quale gli elettori britannici, gallesi, scozzesi e irlandesi del nord dovranno decidere se il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea e in quale misura.

In sostanza, il conservatore David Cameron crede di poter vincere questo referendum, per fare una specie di ricatto ai tecnocrati dell’Unione Europea, per ottenere da loro un trattamento differenziato in termini finanziari ed economici. Al di là di questo, il governo dovrà presentare un progetto di legge per modificare il sistema elettorale “First-Past The Post”, dal momento che il bipolarismo politico tra conservatori e laburisti è morto in queste elezioni e che, nel futuro, la completa autonomia politica della Gran Bretagna, del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord esigerà un sistema elettorale differenziato e tendenzialmente federalista.

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania.

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Las víctimas TTIP: Agricultura, Agua, Servicios, Medio Ambiente y Trabajo

por Achille Lollo, para el Correio da Cidadania, 24feb2015

Desde 1996, las “excelencias” del liberalismo americano y británico trataron de empujar un Acuerdo General sobre el Comercio de Servicios (AGCS) en el ámbito de la Organización Mundial del Comercio (OMC), para cancelar la lógica del Welfare State. Una operación que no fue aprobada, porque adentro de la OMC, prevaleció la idea que “los servicios públicos no ofrecen productos comerciales, sino que ligan los derechos universales de los ciudadanos con el funcionamiento de empresas publicas para la salud pública, el transporte, las telecomunicaciones, la energía, la educación y la cultura …”. Todo esto, de acuerdo con los “gurús” del liberalismo, tendría enormemente fortalecido los sindicatos, creando en los países europeos un clima opuesto al provecho y contrario a las empresas privadas.

 

La crisis financiera y económica que aqueja a los países europeos y la imposición de drásticas medidas de austeridad han permitido a las “excelencias” de la Casa Blanca de proponer a la Comisión Europea un nuevo tipo de tratado que sanaría la economía europea, cancelando el “Fiscal Compact” y las medidas de austeridad. En la práctica, las “excelencias” del liberalismo estadounidense argumentan que con la implementación del TTIP (acuerdo entre los EE.UU. y la Unión Europea), del TPIP (acuerdo entre los EE.UU. y Asia-Pacífico) y de la TISA (acuerdo sobre la globalización de servicios públicos) la economía capitalista entrará en una fase superior.

 

En la reunión del nuevo G7 (sin Rusia y China), Barak Obama ha impuesto que el Parlamento Europeo ratifique el TTIP sin andarse por las ramas, porque con este acuerdo los Estados Unidos serán la base de un gigante económico, tecnológico y financiero, capaz de rechazar la avanzada de los BRICS. China, por ejemplo, en el año 2014, registró un récord comercial mundial, con un activo de 4.160 billones de dólares, de los cuales más de la mitad, 2210 billones, representados por las exportaciones. En consecuencia, en 2014, los EE.UU. bajaron al segundo lugar, con un superávit de 3.560 billones de dólares, de los cuales, 368,4 de importaciones procedentes de China. Es por esta razón, que la Casa Blanca está utilizando 600 concejales en las negociaciones con la Unión Europea, para que el TTIP adopte plenamente la versión estadounidense con la cual se experimentarán profundos cambios en la economía europea y, especialmente, en la de los países del sur, es decir, Portugal, España, Italia, Francia, Grecia, Bulgaria y Rumania, seguidos de cambios profundos en la relación entre los ciudadanos y las instituciones y en el concepto de soberanía nacional de los estados.

 

Un escenario que debería preocupar a los pueblos de la Unión Europea, que se mantienen en la oscuridad, gracias a la aceptación servil de las negociaciones secretas por parte de los tecnócratas de la Comisión Europea; a la complicidad de los primeros ministros y respectivos presidentes de los veinte-ocho países de la UE; y a la “censura inteligente”, hecha por los directores del 98% de los periódicos, de las revistas y de todas las radios y televisiones. Por estas razones, se inició la campaña de STOP TTIP, con el objetivo de explicar a la gente lo que está sucediendo en Bruselas y luego de denunciar lo que sucederá en Europa con el TTIP.

 

1) Agricultura, Ganadería y Soberanía Alimentaria – Estas áreas se verán afectadas con la llegada de los productos OGM (genéticamente modificados), que en los EE.UU. se venden a precios de ganga, principalmente en la industria de la alimentación, que inundará los supermercados europeos con sus productos. De hecho, mediante la reducción de la información de las etiquetas, los consumidores no sabrán distinguir los productos naturales de los OGM. Es decir, nadie puede saber si la carne de res o de cerdo proviene de un animal que ha sido engrasado con hormonas o fitohormonas. Si los pollos son criados con alimentos llenos de antibióticos y si su carne se conserva con el lavado químico de cloro. La experiencia mexicana del NAFTA enseña que las multinacionales del agro-business de los Estados Unidos tienen una estructura financiera perfecta y preparada para invadir las campañas, vendiendo semillas transgénicas, nuevos fertilizantes y pesticidas (sin ningún tipo de garantía sobre el potencial de los componentes tóxicos) a precios muy bajos en los tres primeros años de producción. Por lo tanto, los pequeños y medianos terratenientes europeos, que se negaron a unirse al carro de la publicidad del agro-business se verán obligados a vender sus tierras, a causa de la competencia desleal de los productos OGM. Al mismo tiempo, otros agricultores serán ganados por las campañas publicitarias de las empresas de bio-combustibles y pasarán a cultivar productos super-OGM, destinados a la producción de bio-combustibles. De este modo, la soberanía alimentaria, es decir, el derecho a una alimentación de calidad y el derecho a la defensa de un medio ambiente saludable serán de hecho alterados.

 

2) Agua – Todos los gobiernos que en Italia se sucedieron después del referéndum del agua, en 2011,  fingieron de haber olvidado que la soberanía del pueblo decidió que el agua no puede ser privatizada. Para evitar este obstáculo, el gobierno de Berlusconi inventó la simplificación administrativa de las empresas municipales del agua. Después, el gobierno de Matteo Renzi ha redactado un decreto en el cual se pide a estas empresas de constituirse en SpA y luego de asociarse entre sí para vivir mejor en el mundo de las bolsas de valores. De esta manera, se hizo una privatización “blanca”, ya que el objetivo principal de estas empresas ya no es el servicio universal de la distribución de agua potable, sino el provecho y la renta de las mismas empresas, que, para obtenerlos, tendrán que ser manejadas como cualquier empresa comercial. Eso es lo que está haciendo la ACEA ATO2 en Roma y en el Lazio. Cabe destacar que la salida a la bolsa implica el riesgo de ataques especulativos, con los cuales las acciones de la parte mayoritaria (pública) podrán ser compradas o incluso vendidas para “equilibrar el presupuesto”. Pero si un municipio o una región se niega a vender la compañía municipal al inversor privado u se requerirá la intervención de los tribunales nacionales para impugnar el incremento de los precios para la distribución del agua, impuesto por la nueva empresa (filial de una multinacional de los EE.UU.), el inversor estadounidense se dirigirá al arbitraje internacional Estado-Empresa, el llamado ISDS (Investor State Dispute Settlement). El ISDS llevará a cabo el proceso en los Estados Unidos, para condenar la ciudad, la región o incluso el estado, ratificando una condena con una multa de varios millones de euros, a pagar al inversor por este “haber perdido el beneficio esperado”.

 

Además, si por ejemplo, el Parlamento italiano, antes de la entrada en vigor del TTIP, aprueba una ley que establece normas para la fijación de precios y obligaciones para la distribución del agua, cualquier corporación de los EE.UU. y de otros países europeos, interesada ​​en la gestión de los servicios del agua en Italia, podrá emprender acciones judiciales contra el Estado italiano, recurriendo al llamado ISDS y avanzando solicitud de indemnización por varios miles de millones de euros, mediante la invocación del “fracasado beneficio esperado”. De este modo, el fracasado beneficio esperado se convierte en una especie de chantaje preventivo a las instituciones y organismos de control, que cuestionan las filiales de las multinacionales.

 

3) Servicios Públicos – sin querer considerar lo que se establecerá con el nuevo tratado TISA sobre la venta de los productos de los servicios públicos no privatizables, el TTIP prevé la anulación de la noción de servicio público universal. De esta manera, cada servicio prestado por una institución o una empresa pública (escuela, salud, transporte, electricidad, etc.) debe ser considerado “… un producto comercializado entre un proveedor privado y un cliente”. Desaparece, entonces, el derecho universal a la educación, a la salud y todos aquellos servicios garantizados por el “Welfare State”.

 

Con el TTIP, será revolucionado el sistema de tickets de salud pública y desaparecerán los médicos de familia. De hecho, los primeros se extenderán a todos los servicios de atención de salud que no sean de emergencia grave, pero quien no tiene seguro será dirigido en los hospitales públicos para “sin seguro”, es decir, para los más “pobres”, con evidentes diferencias en la calidad de los beneficios para la salud. En las escuelas, los padres tendrán que recurrir al “bono institucional” para inscribir al niño en una escuela pública, que, sin embargo, está organizada como una escuela privada. Está claro que las universidades y las escuelas secundarias se transformarán en “empresas”, con un presupuesto que no podrá superar en ningún caso los limites establecidos.

 

Sin embargo, aún peor le irá al transporte y a la electricidad pública, donde las grandes empresas públicas estarán bajo asalto por los inversionistas estadounidenses y europeos, lo que obligará al Estado a asumir la carga de las líneas de transporte que no producen provechos. Por ejemplo, los trenes de cercanías, las líneas de autobús en territorio suburbano. Por otra parte, la liberalización de los servicios públicos también se refiere a la contratación pública, donde será prohibido ofrecer “trato más favorable” para las empresas y la mano de ópera local. Al final, las empresas europeas podrán participar en las licitaciones de los Estados Unidos y viceversa podrán “importar” trabajadores, sin la obligación de utilizar mano de obra local.

 

4) Medio Ambiente – El conflicto geo-estratégico que opone los EE.UU. a Rusia llevó al presidente Obama a proponer a los jefes de gobierno de los principales países europeos de reemplazar los suministros de gas ruso con gas de esquisto producido en los EE.UU. El problema es que para llegar al gas y al petróleo de esquisto, las empresas utilizan la técnica del fracking, que es un verdadero desastre para el medio ambiente. En la práctica, con el TTIP, el gobierno estadounidense legitimará el fracking y por lo tanto alentará a todas las formas de destrucción del medio ambiente natural, para obtener ganancias con la extracción de minerales, la talla indiscriminada de los bosques o la retirada de arenas masivas y piedras de los lechos de los ríos. Igualmente, con el TTIP vendrán menos todas aquellas normas que limitan el uso excesivo de los vertederos y que requieren una funcionalidad específica para el tratamiento de residuos orgánicos, tóxicos y reciclables.

 

5) Trabajo y sindicatos – como se ha dicho, el trabajo es el capítulo que ocupa menos espacio en las negociaciones, ya que incluso en Europa la lógica neo-liberal ha querido cancelar la “importancia social y política del trabajo”, sólo para rebajarlo al simple recuento de los costos laborales. La Ley de Empleo de Matteo Renzi es una propuesta que encaja perfectamente en la lógica del TTIP, minimizando los derechos fundamentales de los trabajadores. Casi todos los grandes economistas no comprometidos con las multinacionales han previsto la reducción de los salarios, ya que, como resultado de la llamada libertad de movimiento, las empresas de un país podrán aplicar en otros países los salarios aplicables en lo suyo. Esto significa que las empresas de Estados Unidos, que se establecerán en Europa, se beneficiarán de la reducción de los salarios hasta los valores existentes en los EE.UU..

 

Con el TTIP, la definición de los derechos sindicales en Europa será cada vez más indefinida, ya que se eliminará si será contraria a las normas sobre el libre comercio y la libre circulación. Es decir, si es diferente de las normas adoptadas en los Estados Unidos, donde, como todos sabemos, el sindicalismo es uno de los peores del mundo. Además, si por ejemplo, la unión de un sector de los trabajadores quiere desafiar a la cancelación de algunos derechos sindicales, no pueden hacerlo demandando a la industria ante el tribunal laboral local. Debe, sin embargo, armarse de paciencia y de dólares para abrir un proceso en los EE.UU., frente a un tribunal de arbitraje estadounidense. Procesos que siempre irán a ser ganados por las empresas de Estados Unidos, ya que ellos han ratificado sólo dos de las ocho normas básicas establecidas por la ONU, a través de la Organización Internacional del Trabajo (OIT).

 

Además de estos capítulos específicos, el TTIP elimina la mayoría de las “normas no arancelarias” que rigen en el comercio de productos de energía, productos químicos, productos farmacéuticos, desintegrando, también, las medidas legislativas relativas a la ejecución de proyectos de inversión en las áreas antes mencionadas. No podemos olvidar que las multinacionales estadounidenses quieren reproducir en el TTIP las normas sugeridas por el ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), con el cual se quería imponer un tratado internacional sobre la propiedad intelectual, pero las movilizaciones europeas en defensa de la libertad de expresión on-line impusieron al gobierno de suspender esas negociaciones.

 

Por otro lado, la seguridad de los datos personales es fundamental para el libre funcionamiento de las redes telefónicas y de los grandes servers. El riesgo que se corre con el TTIP es que la violación de la privacidad sea legalizada, para comercializar los datos personales de clientes potenciales. Lo que algunos hackers ya están haciendo en los Estados Unidos. De hecho, el reciente escándalo “Datagate”, que estalló el año pasado en los EE.UU., ha demostrado que, cuando las reglas son muy bajas, las escuchas telefónicas y la violación de los grandes servers como Google, Yahoo, Facebook, Apple y YouTube, se puede realizar con extrema facilidad por cualquier persona, no sólo por funcionarios del FBI o la CIA.

 

Para concluir, es evidente que las “reglas del libre mercado americano”, que Barack Obama quiere imponer a los países de la Unión Europea a través del Tratado de Asociación Transatlántica de Comercio e Inversiones (TTIP), en realidad es sólo una estafa metodológica, más o menos inteligente. Hoy en día, las excelencias del capitalismo mundial pretenden obligarnos a vivir con la disminución de los estándares de calidad; con mayores riesgos para la salud y el medio ambiente. Quieren, en la práctica, cancelar los derechos en el trabajo y presentar el falso sueño de un mercado que resuelve todos los problemas y que también sustituye a la democracia.

 

Así que no somos extremistas, cuando decimos que el TTIP es, sobre todo, el último intento de los EE.UU. para imponer la centralidad de un imperialismo arrogante y absolutista, y que debemos luchar contra ello.

 

[Traducción del italiano por Marco Nieli para ALBAinformazione]

 

Achille Lollo es un periodista italiano, correspondiente de Brasil de Fato en Italia, editor del programa TV “Quadrante Informativo” y columnista del “Correio da Cidadania”

Contra el TTIP: para la defensa de nuestros territorios

por Achille Lollo, para el Correio da Cidadania, 23feb2015

El 9 de Octubre del 2014, el director de la Dirección General del Comercio de la Comisión Europea, el belga Karel De Gucht, – substituido hoy por la sueca Cecilia Mallstrom – daba para conocer públicamente un documento de diez-ocho paginas, en las cuales se resumían, de forma sucinta, los términos del intercambio de libre comercio que se están negociando entre la Unión Europea y los Estados Unidos de América. Acuerdo identificado por las iniciales TTIP, (Transatlantic Trade and Inversion Partnership o Asociación Transatlántica para el Comercio y la Inversión).

 

El texto completo de las cuestiones debatidas por los comités presididos por los dos negociadores, el español Ignacio García Bercero para la UE y Dan Mulley para los EE.UU., sigue siendo, todavía, un secreto de estado misterioso, del cual tan sólo ocho funcionarios de la Comisión Europea sabrán el contenido. Incluso los miembros del Parlamento Europeo, que en junio deberán ratificar el texto del acuerdo, no estan al tanto de estas negociaciones. Por desgracia, sólo se conocen unos pocos capítulos sobre el comercio de los servicios públicos y de la electrónica (e-commerce), que fueron publicados el año pasado por el semanal alemán Die Zeit. Por su parte, el Huffington Post retomó más tres capítulos sobre la energía, mientras que la organización estatunidense Center for International Environmental Law lograba recuperar algunos extractos sobre la estandarización arancelaria del sector químico.

 

Oficialmente, el TTIP nació en junio de 2013, cuando el presidente Barack Obama y el entonces presidente de la Comisión Europea, José Manuel Barroso, iniciaron la primera ronda de negociaciones, poniendo fin a una preparación compleja que duró doce años. En este largo período, se registró el fracaso del AMI (Acuerdo Multilateral sobre Inversiones), la congelación de los acuerdos promovidos dentro de la Organización Mundial del Comercio (OMC), el Tratado de Libre Comercio TLC entre los EE.UU., Canadá y México y las infructuosas negociaciones para el ALCA (EE.UU. y los países de América del Sur).

 

La experiencia acumulada en la definición de estos acuerdos ha sido utilizada por los EE.UU. y la UE para definir el TTIP y también el CETA (Acuerdo bilateral UE-Canadá), el TISA (Acuerdo General sobre los servicios públicos), el acuerdo de libre comercio entre la Unión Europea y los países del Magreb y, finalmente, el TPIP, acuerdo de libre comercio transpacífico entre los EE.UU. y los países de Asia, excluyendo a China, Corea del Norte, Vietnam e India.

 

Todos estos acuerdos tienen en común la lógica geo-política de la globalización del capitalismo, revelandose, por lo tanto, como una poderosa herramienta al servicio de la estrategia global de los Estados Unidos y, al mismo tiempo, necesaria para establecer un sistema de control económico a nivel mundial por parte de las corporaciones y de los conglomerados financieros.

 

Hoy en día, las alegaciones de los Estados Unidos reafirman su liderazgo imperial en el nuevo contexto internacional, ya que los efectos y las consecuencias de la dinámica de los diferentes procesos de la globalización (económica, comercial, cultural y mediática) han producido cambios importantes en el mundo. En primer lugar, la afirmación de una geo-política alternativa, representada por los países emergentes, hoy en día conocidos por el acrónimo BRICS (Brasil, Rusia, India, China y Sudáfrica). De hecho, el resultado directo de la liberalización de los mercados ha provocado también la rápida disminución de la “Trilateral” (EE.UU., Japón y la Unión Europea) que, desde 1997, es decir, inmediatamente después de la imposición del Acuerdo Multilateral de Inversiones (AMI), no pudo hacer valer su centralidad, a pesar de que los EE.UU. hubiesen logrado desintegrar la URSS y atrincherarse militarmente en el Medio Oriente.

 

Para recuperar una centralidad geo-política y geo-estratégica, las “excelencias” de la Casa Blanca, además de desempolvar las viejas teorías de los años cincuenta, desarrolladas durante la ejecución del Plan Marshall en Europa, han prestado mucha atención a los estudios del Instituto CATO y del Consejo Atlántico, que han analizado las consecuencias geo-políticas de la globalización, cada vez más profundas y dinámicas, y la afirmación de la liberalización del mercado. Por otra parte, estos estudios estaban preparando una “hoja de ruta”, identificando los elementos que la Casa Blanca tendría que perseguir, con el fin de reafirmar el liderazgo económico mundial de Estados Unidos. En la práctica, se sugirió a las excelencias de la Casa Blanca, para ejercer la autoridad política y el poder militar y para comenzar a redefinir los estándardes de la producción mundial, el establecimiento de disciplinas capaces de ordenar los mercados, así como la superación del concepto de trabajo asalariado. Un escenario, en el cual los EE.UU. se trasladaron a la perfección, tratando de fijar las nuevas reglas para el movimiento de mercancías y capitales y, a continuación, establecer los procesos de regulación de las distintas áreas de negocio, con el objetivo de garantizar a las empresas y a los conglomerados financieros de Wall Street más ganancias capitalistas y una alta capacidad de penetración en todos los sectores de la economía mundial.

 

 

Elementos que se convertirán afirmativamente en geo-políticos y geo-estratégicos, cuando los EE.UU., después de la decepcionante experiencia del AMI, en 1997, comenzaron a usar el arma del comercio bilateral y de la inversión, con el objetivo de redefinir su ámbito de influencia geo-estratégica y de ampliar el potencial de desarrollo económico, tecnológico y cultural de las multinacionales en los mercados mundiales, gracias al poder de la industria militar, de los medios y de los conglomerados financieros de Wall Street.

 

El acuerdo de libre comercio entre los EE.UU., Canadá y México llamado NAFTA (North-American Free Trade Agreement, Acuerdo de Comercio de América del Norte Libre), ratificado en 1994 por Bill Clinton, fue la primera experiencia en la que las excelencias de la Casa Blanca se enfrentaron al reto de “armonizar las leyes del comercio bilateral con México y Canadá y, por lo tanto, proveer más dinámica a la economía de los tres países”. De hecho, fue un brillante intento a expensas de México, donde el potencial de las multinacionales estadounidenses y canadienses logró desarrollar formas de monopolio en esa parte del continente americano, que resultaron ser las primeras herramientas metodológicas para desafiar la soberanía del Estado, el concepto de nación, la esencia de los derechos de los ciudadanos y, sobre todo, la función de los sindicatos y del trabajo.

 

A seguir, George W. Bush trató de vasalizar América del Sur y América Central con el tratado por la Zona de Libre Comercio de las Américas llamado FTAA (Free Trade American Agreement, Área de Libre Comercio de las Américas, ALCA en español) que, sin embargo, en 2005, fue menos a sus expectativas, gracias a la posición crítica de los países vinculados al MERCOSUR y a la intransigencia de Brasil. Un tratado que luego fue finalmente enterrado en 2008, cuando los EE.UU. explotaron la insolvencia de la propiedad de valores (bonos), provocando una crisis financeira mundial, que puso al descubierto las contradicciones del capitalismo estadounidense, además de causar desastres auténticos en Europa, Asia y en el resto del mundo.

 

En 2009, después del apoyo masivo de la FED, la economía estadounidense comenzó a preferir más las relaciones políticas y económicas con los países de la Unión Europea, que en 2010 exportaron $ 220.000 millones, es decir 720 millones de productos, con un valor que, en general, representa el 40% del PIB mundial. El mantenimiento de esta tendencia comercial y la conclusión de los trabajos de la Comisión Prodi – favorable, sin embargo, a los tratados multilaterales con otros países del mundo -, ponen en marcha la idea de un tratado bilateral entre Europa y los EE.UU..

 

Así, en 2010, los EE.UU. revivieron la propuesta de un acuerdo de libre comercio, que la Comisión Europea acordó con los ojos cerrados, a sabiendas de que las negociaciones no se habrían restringido a la definición de los productos y a la reducción de los derechos de aduana, ya muy bajos y que en promedio tocaban el 3%, a excepción de ciertos productos textiles y artículos de componentes de la automoción, que alcanzaban el 8%.

 

Pero hoy sabemos que el Tratado TTIP aspira a “armonizar los reglamentos que reducen las barreras no arancelarias”, que impiden a las multinacionales y a las grandes empresas exportadoras de los Estados Unidos de poder invadir los mercados europeos. En la práctica, el TTIP es una especie de barra de hierro con la que la Chevron y otras enormes empresas energéticas, la Monsanto y la Cargill, junto con otros gigantes de la industria del agro-bussiness, de la farmacología, de la química, de la electricidad, del transporte y de los conglomerados financieros de los Estados Unidos, van a tratar de socavar los elementos normativos, que hasta ahora han obstaculizado las exportaciones de Estados Unidos a países de la Unión Europea, ya que no tenían las garantías necesarias, que al contrario los productos europeos tienen.

 

Ustedes deben recordar que el comportamiento de Karel De Gucht, Director de la Dirección General de Comercio de la Comisión Europea, ha sido determinante en la imposición de un avance en las negociaciones del TTIP. De hecho, De Gucht provocó una pasión frenética para el TTIP, declarando a la prensa que: “… un estudio solicitado por las industrias estadounidenses sobre el TTIP destaca el crecimiento anual del PIB del 1% de la Unión Europea, además de registrar la creación de cientos de miles de puestos de trabajo”. Declaraciones impactantes, que permitieron al Presidente de la Comisión Europea, José Manuel Barroso, de “secretar” las negociaciones, para evitar las críticas, ya que un estudio económico solicitado por la Comisión Europea, señalaba que “… El impacto del  TTIP sobre el PIB de los países de la UE se limitaría a una tasa de crecimiento de 0.1% con respecto a un periodo de diez años…. “. Un valor que los economistas definieron “insignificante”.

 

Pero las críticas más importantes que se realizan frente al TTIP son principalmente de naturaleza política y económica, ya que con la llamada “armonización de los reglamentos”, en realidad, las multinacionales estadounidenses, finalmente, logran evadir el “principio de precaución” que la Unión Europea ha adoptado en 1992, después de la Cumbre de la ONU en Río de Janeiro. Un principio que se basa “… en la lógica de la prioridad absoluta de los derechos de las personas físicas sobre los derechos de las personas jurídicas.” Por esta razón, en la Unión Europea un producto no puede ser vendido a menos que haya superado una serie de pruebas obligatorias, con el que las agencias de controles tienen la certeza de que eso no va a perjudicar a los consumidores. Un principio que no existe en los EE.UU., donde los organismos de control, de acuerdo con la lógica del liberalismo económico, permiten la puesta en marcha inmediata de los productos, que sólo se detendrán, cuando miles de consumidores informasen que han sido perjudicados por envenenamiento u otros dramas de carácter físico. Además, el consumidor estadounidense tendrá que asumir todos los gastos jurídicos para procesar a la industria de transformación y pedir una indemnización.

 

Por esta razón, la multinacionales farmacológicas en los EE.UU., en Mayo de 2013, impusieron al entonces jefe negociador de Estados Unidos, Michael Froman, de presentar en la mesa de negociaciones en Bruselas dos cuestiones importantes: a) la retirada del principio de precaución, ya que aumentaría los costos de producción, además de retrasar el lanzamiento de nuevos productos en el mercado; b) el reconocimiento de patentes y derechos de propiedad intelectual, para evitar la producción de medicamentos genéricos. Según “Big Pharma”, estos dos temas serían “… Una barrera no arancelaria, que impide el ejercicio de su derecho al provecho…”.

 

Al propósito, el Premio Nobel de la Economía en el 2001, Joseph Stiglitz, en el agosto del 2014, en una conferencia realizada en la Galería Nacional de Escocia, Edimburgo, declaró: “… En esencia, el TTIP dará lugar a la reducción de las garantías y a la falta de protección de los derechos de los consumidores. Por su parte, los partidarios del TTIP dicen que el acuerdo estimulará el crecimiento económico en los países de la UE. Un crecimiento, sin embargo, que un estudio de la Universidad de Tufts en Massachusetts pone en discusión, recordando que el TTIP tiene otros efectos adversos, inclusive la desarticulación del mercado interior europeo, la depresión de la demanda interna y, por lo tanto, la consiguiente reducción del PIB en la mayoría países de la UE. El estudio de la Universidad de Tufts es importante, porque se centra en el futuro de la agricultura europea, hecho generalmente con pequeñas propiedades, que no pueden soportar la competencia desleal de los productos OGM, y mucho menos evitar que las multinacionales estadounidenses del agro-business, con la escalada de la crisis en el sector agrícola, vayan a comprar a precios de plátano las tierras de los pequeños productores, para hacer plantaciones de OGM. Y entonces ¿qué pasa con las diferencias cualitativas en la cría del ganado, que en los EE.UU. está engrasado ​​con productos a base de hormonas y fitohormonas, mientras que los pollos son sometidos a baños de cloro?”

 

Más tarde, Joseph Stiglitz fue exhaustivo al afirmar que “… la gran meta del TTIP es la desclasificación de la función social del trabajo. Con el TTIP, en Europa la mayoría de los asalarios se bajará, para llegar al nivel de los de EE.UU., que, como todo el mundo sabe, es más bajo que lo de Europa. Así que los únicos beneficiarios serán las filiales europeas de las multinacionales estadounidenses, que finalmente podrán pagar a sus trabajadores en Europa de acuerdo con los parámetros vigentes en los EE.UU.. Entonces, si alguien trata de oponerse, no puede acudir a un tribunal nacional tradicional, donde el juez utiliza los códigos nacionales (penal y civil). ¡No! Con el TTIP, el recurso debe hacerse a través de un tribunal de arbitraje de Estados Unidos, que es un tribunal de carácter privado, dominado por los abogados del personal de las multinacionales, muchas de las cuales también realizan la función de los jueces!”

 

[Traducción del italiano por Marco Nieli]

 

Achille Lollo es un periodista italiano, correspondiente de Brasil de Fato en Italia, editor del programa TV “Quadrante Informativo” y columnista del “Correio da Cidadania”

Brasile: golpe, impeachment, manipolazione e depoliticizzazione

vejadi Achille Lollo, da Roma (Italia) per il Correio da Cidadania

La congiuntura politica del Brasile è entrata in fibrillazione in seguito alla limitata manifestazione dei movimenti popolari e all’incisiva risposta dei differenti gruppi di destra, di nuovo riuniti in un momento estremamente favorevole alle forze dell’opposizione, conseguente alla debolezza istituzionale del governo di Dilma Rousseff. Una debolezza, è bene sottolineare, che non può essere spiegata solo con l’elenco degli errori politici commessi e nemmeno può essere giustificata dicendo qualcosa come: “la diffusione mediatica di alcuni scandali ha travolto la pratica del governo, minimizzando l’immagine politica della presidentessa Dilma”.

 

Lo “sviluppismo” e la mancanza di un progetto di governo

Purtroppo, il problema non risiede nella caduta d’immagine, negli errori politici o nelle pessime valutazioni della pianificazione economica. Tutto ciò è una risultante complementare del vero problema, che è la fallacia di un progetto di governo politico, istituzionale, economico e culturale, chiamato “sviluppismo”, finito subito dopo la sua solenne inaugurazione, nel 2004.

In realtà, lo “sviluppismo” è arrivato alla fine già nel mezzo della prima legislatura di Lula, perché il gruppo dirigente lulista intendeva realizzare un progetto di governance, usando le stesse armi politiche di Fernando Henrique Cardoso, cioè la cooptazione dei partiti d’accatto. In questa maniera, non hanno compreso che, per sopravvivere nella democrazia da mercato del secolo 21, per affrontare gli attacchi dell’Impero e dei loro servi europei, per evitare i ricatti dei gruppi finanziari, per liberarsi dalle pressioni delle transnazionali, per imporre una condotta nazionalista alla nuova borghesia, era necessaria molto più che una generica “Lettera ai Brasiliani”.

La costruzione di un possibile accordo tra stato, capitale, movimenti ed élites non si realizza solo con semplici intenzioni o con la speranza di un mutuo intendimento, visto che siamo tutti figli di Dio, per giunta verde-gialli!

Il gruppo dirigente che ha consigliato Lula il primo anno di governo aveva predisposto tutto per potere governare in una maniera autonoma e indipendente. Infatti, non possiamo dimenticare il consenso popolare con quasi il 72% e l’estrema fiducia che il popolo lavoratore ha concesso al lulismo.

Come sua contropartita, c’era lo sbaragliamento elettorale ed emozionale della destra conservatrice e reazionaria, il tacito rispetto del grande impresariato, dal momento che il governo lulista, di fatto, garantiva il “controllo sociale”, senza ripetere le avventure populiste di João Goulart. C’era, anche, il silenzio amareggiato dei media mainstream, che, oltre a essere stati sconfitti, dipendevano sempre più dagli annunci del governo federale e dalle imprese pubbliche per risanare la loro crisi finanziaria.

Nell’essere eletto, Luiz Inácio Lula da Silva aveva ottenuto qualcosa che, in America Latina, nessuno del campo della sinistra o del centro-sinistra aveva realizzato. Purtroppo, i lulisti non hanno saputo imporre al mercato gli elementi istituzionali del nuovo progetto politico chiamato “sviluppismo”, dal momento che lo “sviluppismo” era solo una proposta di gestione di alcuni settori dello Stato, e non un progetto innovatore con i suoi elementi normativi e le nuove equazioni istituzionali che avrebbero dovuto essere imposte per regolamentare lo sviluppo socio-economico in tutti gli stati e municipi della federazione.

Una mancanza che si è data non perché Lula, Dirceu, Palocci e compagnia fossero un’accozzaglia di incompetenti o un gruppo di opportunisti che avessero cambiato la maglietta del PT per vestire il lussuoso completo del social-neoliberismo. Chi, oggi, afferma ciò, in realtà, disconosce i drammi della lotta interna che ha lacerato le correnti del PT, tentando, così, di squalificare la grande funzione politica che ha avuto il PT in Brasile fino al 2002.

 

Lo “sviluppismo” ad hoc e il Lulismo

Di fatto, le “eccellenze” del lulismo erano dialetticamente contrarie alla logica dell’analisi socio-economica marxista. Allo stesso tempo, sapevano che dovevano formulare qualcosa di “molto differente”, per controllare le rivendicazioni e la pressione del movimento popolare. Qualcosa che non fosse simile alla pianificazione neo-liberista di Fernando Henrique. È stato in questo contesto che le “eccellenze” del lulismo hanno stabilito che poteva essere inventato ad hoc lo “sviluppismo”, realizzando una collettanea estemporanea di esperienze realizzate da governi di destra e di centro-sinistra latino-americani, con i quali avrebbero potuto risolvere e affrontare le differenti situazioni del Brasile. È stato, dunque, in questo contesto che sono state privilegiate le azioni a favore del commercio internazionale, dell’agro-business, delle grandi industrie e delle banche (nazionali e internazionali).

È per questo che il lulismo ha deciso di rifiutare la partecipazione all’ALCA di George W. Bush: per potere avere il massimo di autonomia politica e, così, costruire relazioni internazionali proprie, promuovendo le esportazioni dell’industria brasiliana in America Latina e nel continente africano. Qualcosa che, da parte di alcuni teorici della sinistra marxista, è stato interpretato come un debole tentativo di trasformare il Brasile in una “potenza imperialista regionale”.

I lulisti erano convinti che, per sedersi sulle poltrone del Planalto, era sufficiente soddisfare, con un certo gradualismo, le richieste di questo o di un altro settore dell’impresariato e della società. Per questo, hanno trasformato il BNDES in una gigantesca “Banca di Mutuo Soccorso” per imprenditori e banchieri, senza preoccuparsi di: 1) imporre un nuovo ciclo di sviluppo; 2) riformulare la supremazia del potere pubblico dello Stato; 3) definire nuove formule per attirare gli investimenti stranieri; 4) pianificare l’ampiamento del settore pubblico nei settori energetici; 5) ristrutturare le linee strategiche per la difesa della sovranità; 6) riformulare le relazioni internazionali; 7) dare vita a una nuova cittadinanza.

Durante otto anni Lula ha tentato, con molta buona volontà, di dimostrare che il suo governo era differente. Tuttavia, non è mai riuscito a imporre al mercato il peso di questa differenza. Il che non è passato inosservato alle eccellenze del mercato nazionale e internazionale e alla nuova borghesia metropolitana, che hanno utilizzato il supporto monetario dello “sviluppismo”, per rafforzare la propria identità politica nello Stato e, soprattutto, nella società, senza dare nulla in cambio al governo del PT.

Con uno Stato strutturato da Fernando Henrique Cardoso secondo i modelli neo-liberisti e con un governo che ha agito fin dall’inizio come una compagnia di Assicurazioni per “qualificare gli investimenti dell’impresariato brasiliano e delle transnazionali”, è evidente che le questioni sociali sono state trattate in termini di mero assistenzialismo, e non come un progetto per ridefinire una nuova cittadinanza. Conseguentemente, la principale preoccupazione dei governi guidati da Lula è stata di dare soluzioni al “giorno per giorno della politica”, cioè, di correre dietro ai problemi sollevati dall’ opposizione, senza preoccuparsi di mantenere uno sguardo rivolto al futuro.

È stato in questo contesto che José Dirceu e altri pezzi grossi del PT hanno dovuto giocare al ribasso la propria identità politica, commettendo, anche, errori inaccettabili nel negoziare la governance con le peggiori canaglie della politica brasiliana. D’altro canto, non si sono resi conto che tali operazioni “apparentemente confidenziali”, in realtà, hanno permesso alle eminenze bianche del mercato di mappare le forze reali del governo, per poi riunire gli elementi accusatori giuridicamente comprovati e consegnare tutto alla Corte Suprema – che, l’11 aprile 2006, ha inviato alla Procura della Repubblica la lista dei rei e le accuse previamente elaborate.

Uno stratagemma che, per alcuni, è stato considerato un “colpo di stato bianco” per legittimare un impeachment e rimuovere Lula e il PT dal Planalto. In realtà, questa è stata la prima severa risposta che il mercato ha dato al governo Lula e al lulismo, con lo scopo di obbligare questo governo a operare una virata politica di 90 gradi verso gli obiettivi istituzionali, economici e finanziari che il mercato pretendeva realizzare in quel periodo.

In termini politici, la carneficina che ha provocato il Mensalão (=maggiore scandalo degli ultimi anni in Brasile, legato al pagamento di tangenti a funzionari pubblici, ndT) nel PT, nella tendenza maggioritaria del lulismo (Articulação) e nel movimento popolare è stata enorme. Possiamo dire che, con il Mensalão, il mercato è riuscito a: 1) indebolire la relazione di fiducia con i settori della classe media “progressista” e, soprattutto, spezzare l’immaginario popolare e operaio, accusando le principali dirigenze del lulismo di corruzione. Un contesto che ha permesso alla TV Globo e alla Veja di omologare il PT e la CUT allo stesso livello degli altri partiti; 2) ricomporre l’opposizione, creando nelle grandi metropoli nuovi equilibri politici tra i gruppi moderati e i conservatori. Così, mentre la destra più reazionaria faceva il lavoro di disinformazione tra gli strati popolari, i media main-stream legittimavano il contesto con le loro manipolazioni mediatiche.

 

Dilma Rousseff, l’elemento in passato innovatore del lulismo

In queste condizioni e di fronte alla nuova congiuntura politica, Lula e il PT hanno dovuto optare per la candidatura di Dilma Rousseff, a causa del suo essere un’emerita sconosciuta nel PT, il cui curriculum politico dimostrava una pratica di effettiva moderazione politica nelle file del PDT di Collares, oltre a essere abbastanza pragmatica. Frattanto, Dilma ha vinto la definitiva fiducia del PT nella successione a Lula, per essere una donna che presentava un eroico passato di lotta contro la dittatura. Un fattore che, per il marketing elettorale, era di estrema importanza, non solo per riaccendere la simpatia popolare verso il PT, ma, soprattutto, per permettere alla classe media e ai lavoratori di credere nuovamente al carrozzone dello sviluppismo.

In realtà, Dilma Rousseff non è stata un errore politico di Lula, ma sì l’elemento innovatore, con il quale il lulismo ha tentato di far rinascere lo “sviluppismo”, dal momento che questo progetto, anche se abortito in termini economici e sociali, era, anche, l’unico che garantiva al PT di rimanere al Planalto.

 

Le prerogative e gli elementi programmatici della “democrazia del mercato”

Nel 2014, gli obiettivi strategici centrali delle eccellenze del mercato (brasiliane e straniere) erano gli stessi che quelli del 2003. In sintesi, il mercato voleva da Dilma lo stesso che aveva chiesto a Lula, cioè: 1) un governo disposto e capace di garantire il controllo sociale e anche preparato a difendere l’ “ordine” in città e nel campo; 2) il graduale avanzamento del progetto neo-liberista (privatizzazioni e finanziamenti per il settore privato), soprattutto nei settori energetico e dell’agro-business; 3) aumentare la potenzialità economica del Brasile senza entrare in urto con le linee programmatiche della geo-strategia degli U.S.A. e senza alterare la capacità militare acquistata dal Brasile nel continente latino-americano.

Di fronte a questo quadro, è d’obbligo chiedersi: alla fine, per quale motivo le “eccellenze del mercato”, nel 2015, dovrebbero essere interessate a una trasformazione eccezionale nelle istituzioni del Brasile, ordinando um colpo di stato ai militari, come è stato nel ‘64, appoggiando l’ impeachment, o ottenendo la rinuncia di Dilma attraverso della manipolazione di alcuni errori personali della presidentessa, opportunamente manipolati dalle “antenne” dei servizi segreti e, poi, divulgati dai media?

La risposta è nella lunga introduzione. Tuttavia, è meglio specificare, dal momento che vari esponenti della sinistra hanno denunciato un possibile tentativo di colpo di Stato, altri si sono riferiti alla preparazione di un impeachment, mentre non poteva mancare chi assicurava essere in corso, da parte della Globo, di vari procedimenti mediatici per provocare la rinuncia di Dilma.

Prima di tutto, bisogna dire che il Brasile di oggi non è lo stesso del 1964, quando ci fu un presidente (João Goulart) che, in pratica, inetendeva realizzare riforme socio-economiche che colpivano gli interessi delle transnazionali. Al di là di ciò, c’era un movimento sindacale e importanti settori del contadinato che realmente volevano radicalizzare il confronto con la destra, creando, così, le apparenze di un clima pre-insurrezionale.

Attualmente, il colpo di Stato è l’ultimo ricorso che le “eccellenze” di Wall Street e della Casa Bianca pensano di usare “nel contesto dato”. Questo succede solamente quando l’insorgenza rivoluzionaria in un dato paese può, di fatto, trasformarsi in realtà. D’altro canto, oggi, un colpo di Stato in un paese come il Brasile, l’ottava potenza economica del mondo, non si realizza come successo nel 1964, con il volontarismo da caserma, vale a dire con un comandante regionale che prende le armi, aspettandosi che i restanti membri dello Stato siano solidali con lui, appoggiando l’avventura golpista.

Oggi, i capi militari sono sollecitati a pianificare e organizzare la ribellione armata a livello nazionale solamente quando il “mercato” lo decide e quando le grandi centrali di intelligence (CIA, NSA, M15, Sdece e Mossad) garantiscono che il colpo non provocherà un’insurrezione popolare e lo smembramento delle forze armate. Infatti, la dinamica del fallito colpo di Stato contro Hugo Chávez è diventata un esempio sine qua non per tutte le centrali di intelligence.

 

Colpo di Stato, rinuncia e impeachment non sono necessari oggi

Tenendo in conto le considerazioni politiche sulla natura dei quattro governi del PT, è corretto affermare che, oggi, nel Brasile, il colpo di Stato, l’impeachment e la rinuncia non sono necessari, perché non esiste una congiuntura “pre-insurrezionale”, o di totale perdita di controllo istituzionale, che obblighino il mercato e l’Impero a prendere decisioni eccezionali.

Infatti, la politica economica del governo guidato da Dilma Rousseff forse colpisce gli interessi dei grandi gruppi finanziari internazionali e brasiliani? No!

Per caso, colpisce i progetti e gli affari delle transnazionali, delle impresee di assemblaggio e dell’ industria nazionale? No!

Per caso, pone in discussione le attività dell’agro-business, dei fazendeiros e delle imprese estrattive? No!

Per caso, ha manifestato l’idea di non pagare più il debito esterno? No!

Per caso, tenta di nazionalizzare le imprese private, o annullare le privatizzazioni realizzate nel passato, o tassare le grandi fortune e vietare i trasferimenti di profitti all’estero? No!

Bisogna ricordare che, nel governo di Dilma Rousseff, il carico ministeriale più importante, quello dell’Economia, è stato dato a un ministro che, oltre a essere sionista, è anche un rappresentante dei grandi gruppi finanziari (ex-Bradesco), perfettamente allineato alla logica ultra-liberista dei “Chicago Boys”, cioè un rappresentante delle eccellenze di Wall Street e della Casa Bianca! Oltre a ciò, per quale motivo il governo “petista” di Dilma Rousseff dovrebbe essere destabilizzato, se la stessa ha dato il Ministero dell’Agricoltura a Kátia Abreu, che è a rappresentante dell’agro-business e fedele paladina dei fazendeiros? Perfino la parola “riforma agraria” è sparita dal lessico presidenziale!

 

E il colpo della TV Globo?

Se guardiamo a quello che scrivono la Folha, l’Estadão e il Globo, e poi ascoltiamo le rabbiose catilinarie degli opinionisti della TV Globo, della TV Bandeirantes e della TV Record, immediatamente il nostro immaginario torna agli anni del 1964, o del 1973 (il Cile di Allende). Ma, attenzione, questo è lo scenario che “loro” desiderano che immaginiamo, vedendo la televisione a casa. Questo è il clima di insicurezza che “loro” vogliono per il Brasile, infangando tutti i giorni il governo con gli scandali finanziari che i notiziari ripetono in sequenza con maggiore o minore intensità.

Questa è la scenografia mediatica che “loro” realizzano sistematicamente per squalificare le dirigenze del movimento popolare e depoliticizzare la rivolta dei lavoratori. È la tecnica di fomentare un colpo mediatico ogni mese, con l’intento di indebolire la resistenza psicologica dei Brasiliani, che sognano con una terza vittoria di Lula. In fondo, questa è la maniera per far sì che, sotto pressione, il governo di Dilma vada sempre più nella direzione di posizioni di estrema moderazione e con una limitata visibilità politica.

È stato in questo contesto che i professionisti della manipolazione della TV Globo hanno raccolto le dichiarazioni di alcune personalità del Club Militare di Rio de Janeiro, con le immagini dei gruppi di destra che invocavano l’intervento dei militari, per creare nei telespettatori la sensazione che “nel Brasile, il colpo di Stato sarebbe pronto a esplodere, in caso le masse lo desiderassero”.

Questo tipo di propaganda reazionaria non è invenzione dei gruppetti neo-fascisti. È bensì parte di un progetto mediatico partorito dalla democrazia del mercato tutte le volte che un governo ha grandi difficoltà a garantire il “controllo sociale”.

Per questo, spetta ai media main-stream disarmare ideologicamente il movimento popolare e i settori di sinistra più legalisti che, di fronte alle possibili minacce di destabilizzazione istituzionale, cominciano a giustificare le alleanze spurie che la presidentessa ha realizzato con i settori conservatori, per “evitare il peggio”. D’altro canto, il ritorno delle manifestazioni contro il governo, organizzate da gruppi conservatori della classe media e delle chiese pentecostali, tende a spingere il governo di Dilma sempre più tra le braccia dei rappresentanti del mercato, in un mortifero abraccio che, ideologicamente e politicamente, rappresenta la fine del PT e, soprattutto, del lulismo. Pertanto, il contrappunto politico contestuale annulla pure le ottime argomentazioni sul rischio di un impeachment o di una rinuncia.

Nessuno osa promuovere una battaglia giuridica contro un presidente senza avere prove schiaccianti che possano, di fatto, incastrarlo. D’altro canto, negli ultimi mesi, la presidentessa Dilma ha introdotto alcune misure autenticamente anti-popolari per raggiungere il pareggio di bilancio, proprio come richiesto dall’FMI e dalla Banca Mondiale. Dunque, perché provocare un pericoloso blocco dell’economia e del paese per processare la presidentessa Dilma e il suo governo, che stanno facendo tutto quello che l’FMI ha indicato? Forse che il vice di Dilma, il quale eventualmente assumerebbe la carica di presidente in caso di impeachment o di rinuncia, risolverà i problemi del Brasile con la bacchetta magica, o rinnoverà le misure “di shock fiscale” del ministro Levy, firmate dalla presidentessa Dilma?

Concludendo: è corretto affermare che i colpi mediatici della TV Globo, della Veja, della Folha, della TV Bandeirantes continueranno con più intensità e più violenza verbale, con l’intento di provocare l’emorragia del lulismo, dei petisti e del movimento popolare fino alla data delle prossime elezioni. Se il PT, invece di investire sulle canaglie della politica, avesse prestato più attenzione a realizzare un progetto mediatico unitario, investendo sulla pubblicazione di un grande giornale nazionale progressista, insieme a una televisione capace di realizzare il contrappunto politico, oltre a denunciare le manipolazioni scritte e televisive, certamente oggi non starebbe discutendo se il colpo della TV Globo è mediatico o reale.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania”.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Per il 28% degli Spagnoli, PODEMOS può rottamare la “casta dei politici”

 pablodi Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania – 19 Gennaio 2015

Il 4 novembre, il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, intervenendo al XVII Congresso dell’ Impresa Familiare nella città di Alicante, ha sorpreso gli elettori del Partito Popolare (PP), affermando che “stiamo valutando la necessità di attuare in Spagna un programma di alleanza sul modello della Grosse Koalition (grande coalizione) realizzata in Germania, vale a dire una coalizione con il PSOE per garantire la governabilità del Paese.”

Una coalizione che, nel 2015, potrà mettere insieme conservatori e la destra del Partito popolare con i socialdemocratici, che sono rimasti nel PSOE di Pedro Sánchez, popolarmente definito “camicia bianca”, per aver respinto i colori e la storia socialista del PSOE. In realtà, la decisione del primo ministro, Mariano Rajoy, è maturata nel mese di ottobre, quando il comitato di inchiesta anti-corruzione dell’Audiencia Nacional di Madrid ha ordinato l’arresto di venti “grandi corrotti”, tra cui parlamentari, imprenditori e funzionari pubblici, legati al partito di governo, il Partito Popolare.

Questo fatto ha avuto conseguenze politiche disastrose per il governo, dal momento che le rivelazioni sulle illegalità e le accuse di corruzione, concussione e contratti fraudolenti commessi da uomini del PP hanno rafforzato la posizione politica del nuovo partito Podemos, e, in particolare, il rifiuto di gran parte della società.

In questo contesto, il quotidiano El Pais ha prontamente commissionato un sondaggio nazionale a Metroscopia, dove la domanda principale era: “se domani ci fossero le elezioni, chi voterebbe?”. I risultati sono stati sorprendenti in tutti i sensi, visto che il 28% degli intervistati ha confermato la sua preferenza a votare per Podemos, il nuovo partito creato poco prima delle elezioni europee, il 17 gennaio 2014, dal professor in scienze politiche di Madrid, Manuel Pablo Iglesias Turrión.

In secondo luogo, la ricerca di Metroscopia ha rivelato che il 44,62% delle preferenze che il “Partito Popolare” ha ottenuto alle elezioni del 2011 scenderebbe al 20,7%, mentre il PSOE perderebbe il 2,5%, attestandosi sul 26,2% degli elettori. Anche Izquerda Unida passerebbe, dal promettente 9,7% ottenuto alle ultime elezioni europee di maggio, al 3,8%.

Chiaramente i titoli di El Pais e i risultati del sondaggio di Metroscopia hanno spaventato Mariano Rajoy, al punto di riaffermare che è pronto a fare una coalizione perfino con il PSOE, per scongiurare nuove elezioni e, di conseguenza, la vittoria di Podemos.

 

Podemos e la crisi in Spagna

Alla vigilia delle elezioni del 2011, i conservatori del “Partito Popolare” sono riusciti a ingannare ancora una volta gli elettori spagnoli, presentando Mariano Rajoy come “l’uomo dei miracoli”, oltre a nascondere le misure di austerità che la Troika (FMI, Banca Mondiale e BCE) aveva previsto per risolvere, prima di tutto, la crisi finanziaria della Spagna. Un pacchetto di misure drastiche che, in pratica, con l’approvazione della BCE e della tedesca Angela Merkel, è rimasto segreto, per permettere al PP di realizzare una campagna elettorale piena di promesse, offerte di lavoro per tutti e perfino giuramenti.

È su questa base che il PP ha vinto le elezioni del 2011 in modo spettacolare con 10.830.693 voti (44.62%) e ha eletto 186 deputati e 136 senatori, il che ha permesso a Mariano Rajoy di governare con una maggioranza assoluta, che ha fatto di tutto per soddisfare il mercato, la BCE e soprattutto Angela Merkel.

Tuttavia, pochi mesi dopo, gli Spagnoli si sono resi conto dell’inganno elettorale che hanno subito, dal momento che il pacchetto di austerità è stato drammatico e persino scandaloso, arrivando ad abbassare i salari, i provvedimenti per i pensionati, le spese per la salute e l’istruzione. In realtà, tutti i servizi pubblici sono stati ridotti, mentre le grandi imprese transnazionali e soprattutto le banche spagnole – che erano sull’orlo del fallimento per aver creato una montagna di debiti con progetti immobiliari – hanno ricevuto ogni tipo di beneficio, al punto di andare a comprare aziende italiane e portoghesi.

Nonostante ciò, il primo ministro Mariano Rajoy e i suoi ministri hanno cominciato a firmare centinaia di contratti senza gare d’appalto, che, logicamente, sono stati diretti dai tentacoli della corruzione, provocando nuovamente un grande buco nero nelle finanze dello Stato, apparentemente ri-sanate con i soldi della BCE.

In questo modo, gli effetti negativi della crisi economica e la bolla immobiliare sono esplose a partire dal maggio 2012, portando la disoccupazione al 24,4%, con il 55,7% dei disoccupati giovani tra i 18 e i 32 anni. Segnali della crisi che il governo non è riuscito più a modificare e che sono esplosi nel momento in cui la caduta del valore dei salari ha praticamente paralizzato il mercato interno. In questo contesto, anche gli investimenti stranieri sono diventati sempre più rari.

È stato in questo scenario di crisi politica, economica, di degrado morale delle istituzioni e, specialmente, di totale rifiuto dei partiti e dei politici che è nato il Movimento 15-M, mondialmente conosciuti come Indignados e che è stata la base di sostegno di Podemos.

 

Cambiamenti radicali o semplice contestazione?

In Spagna, le prime proteste che il movimento degli Indignados ha realizzato in piazza a Madrid hanno ottenuto un successo enorme, considerato fuori dal normale, perché le parole d’ordine, sebbene puntassero il dito verso una rottura radicale, in realtà non proponevano la distruzione del sistema. In pratica, i leaders degli Indignados, tra di loro il giovane professore della facoltà di Scienza Politica dell’Università Complutense di Madrid, Pablo Manuel Iglesias Turrión, sono riusciti a far sbocciare il sogno dell’alternativa politica che gli Spagnoli hanno lasciato sfuggire subito dopo la morte del dittatore Francisco Franco.

Pablo Iglesias – che già è stato consulente del governo bolivariano – in realtà è stato il grande articolatore di una nuova forma di pensiero politico di sinistra, che è riuscito a introdurre nel linguaggio politico spagnolo alcune tematiche bolivariane, senza essere accusato di essere un marxista. Qualcosa che ha rotto con la mediocrità dei messaggi politici dei partiti tradizionali, compresa la stessa Izquerda Unida, in cui Iglesias ha tentato, inutilmente, una carriera elettorale.

La grande capacità di comunicazione Pablo Iglesias, insieme alla necessità di trasformare le proteste di piazza in proposte politiche concrete, ha accelerato la trasformazione del Movimento 15-M in partito, con il nome accattivante di Podemos.

È stato un processo estremamente dinamico, che ha rotto con la lentezza dell’analisi politica del social-riformismo spagnolo, rifiutando in blocco l’esperienza del Partito Comunista Spagnolo (PCE), in cui Pablo Iglesias ha ricevuto il battesimo politico e ideologico nell’aderire alla Gioventù Comunista (UJCE).

Naturalmente, il nuovo partito non intende instaurare il “socialismo del 21° secolo”, come annunciato da Hugo Chávez e Evo Morales. Tuttavia, in termini pragmatici, presentano molte somiglianze. Ad esempio, quando Iglesias dice di voler eleggere una nuova classe dirigente, non è un sogno astratto. Piuttosto, si tratta di una proposta politica realistica che mira a educare gli elettori, spiegando che solo con il 51% dei voti sarà possibile eliminare i corrotti e tutte le forme di corruzione politica.

È in questo contesto che, oggi, i dirigenti di Podemos riescono a dialogare con ampi settori dell’elettorato spagnolo, spiegando che, per finirla con il dramma della disoccupazione, sono necessari la nazionalizzazione dei servizi pubblici che sono stati privatizzati, la riduzione dell’età pensionabile, la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, la ristrutturazione del debito pubblico, la riconversione ecologica dell’economia e, soprattutto, una legislazione ferrea, per regolamentare le attività delle multinazionali e, di conseguenza, ridurre il potere assoluto delle banche.

Per questo, Pablo Iglesias, subito dopo la vittoria nelle elezioni europee del maggio 2014, ha dichiarato: “Vogliamo rompere col potere del PP popolare e dei cosiddetti socialisti del PSOE, perché loro sono i veri responsabili di questa crisi. Pertanto, vogliamo avere un governo sovrano e in grado di imporre il proprio potere istituzionale ed esigere il rispetto dei gruppi finanziari.”

Dopo anni e anni di un bipolarismo inutile tra il PP e il PSOE e di totale sottomissione alla BCE, finalmente, in Spagna, è sorta una voce che pone in discussione l’euro e la struttura verticistica dell’Unione Europea. Infatti, per Podemos la moneta unica europea è diventata dannosa per la maggior parte dei paesi membri della comunità. Pertanto, tale sistema deve essere modificato e includere nella propria riforma le esigenze dei paesi membri e non solo della Germania, della Francia o della Gran Bretagna.

Proposte politiche che, per la gravità della crisi in Spagna, sono sempre più legittime e spaventano i tecnocrati di Bruxelles e i signori dei media mainstream, dal momento che ancora non si sa come squalificare i dirigenti e il progetto politico di Podemos.


Achille
Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma televisivo “Quadrante Informativo” ed editorialista del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Grecia: NATO, troika, mercato e Syriza

di Achille Lollo, per il Correio da Cidadania, 23gen2015

A metà dicembre, l’influente giornale tedesco Handelsblatt ha pubblicato un’editoriale sottoscrivendo le dichiarazioni del carismatico leader di Syriza (Partito della Sinistra Radicale), Alexis Tsipras, che hanno deluso molti settori della società greca. Infatti molti di questi credevano che votando per il nuovo partito, la Grecia avrebbe riconquistato la sovranità, oltre a poter ricostruire l’economia che la Troika (Unione Europea, FMI e BCE) ha praticamente distrutto.

In quell’editoriale, Alexis Tsipras diceva in modo molto chiaro che si era conclusa la fase delle proteste e delle parole d’ordine contro l’Unione Europea. Adesso, con la trasformazione del movimento in partito la priorità è dotare Syriza del necessario pragmatismo politico per gestire il futuro governo di coalizione, che Alexis Tsipras dovrà costituire dopo le elezioni del 25 gennaio.

Per tranquillizzare il mercato e, soprattutto, i tecnocrati dell’Unione Europea, Alexis Tsipras dichiarava al Handelsblatt: “… Il governo diretto da Syriza rispetterà tutti gli obblighi che la Grecia ha preso in quanto stato membro effettivo dell’Euro zona, cercando di raggiungere l’equilibrio del bilancio e di attingere gli obbiettivi fissati nell’ambito dell’Unione Europea...”. Poi, il 20 gennaio, alla chiusura della campagna elettorale per guadagnare i voti dei moderati e degli indecisi e raggiungere la quota della maggioranza con il 35%, Alexis Tsipras ha concesso un’intervista al “Financial Times” promettendo che il governo di Syriza: “… manterrà tutti gli impegni che la Grecia ha preso nel periodo precedente con l’Unione Europea in termini di bilancio per azzerare il deficit. Però, nello stesso tempo, vogliamo introdurre nella Grecia un nuovo contratto sociale per chiudere il ciclo dell’austerità e, di conseguenza, attingere la stabilità politica e la sicurezza economica...”.

Questa dichiarazione ha soddisfatto i “brokers” del mercato, come pure il poliglotta presidente della BCE, Mario Draghi, che, in modo rallegrato, commentava: “…Enfin, Alexis c’est pás un enfant terrible…” (alla fine, questo Alexis non è poi così cattivo!). Di conseguenza, la Borsa valori di Atene usciva dal rosso, dopo la ricaduta di fine novembre, quando la rivista tedesca “Der Spigel,” – facendo sua la posizione dei falchi del Parlamento Europeo – pubblicava un reportage sulla possibile uscita della Grecia dall’Euro zona. Per questo, “Der Spigel”, speculando sulla vecchia militanza comunista di Alexis Tsipras e quella maoista e trotzkista di altri dirigenti, pronosticava non solo l’uscita della Grecia dall’Unione Europea, ma anche il ritorno all’inflazionata moneta greca, la dracma.

Il provocatorio reportage di “Der Spigel” non ha ottenuto alcun effetto ed è stato smentito dalla stessa Angela Merkel, dato che gli emissari della BCE e, soprattutto, della Commissione Europea stavano negoziando “in off” con Alexis Tsipras il futuro programmatico della Grecia, visto che il governo di destra di Antonis Samaras aveva i giorni contati. Non è casuale che, in seguito, il presidente della BCE, Mario Draghi, è stato citato da tutti i telegiornali europei dichiarando che: “…Ci sarà una flessibilizzazione del bilancio per alzare la liquidità in ogni paese dell’Unione Europea. Ciò permetterà all’economia di respirare con nuove finanziamenti….”. Da parte sua, Alexis Tsipras si allineava alle posizioni di Mario Draghi, spiegando che la Grecia non trasgredirà le regole fissate dalla Commissione Europea, visto che “… il governo guidato da Syriza rinegozierà il debito e allungherà i tempi per pagarlo, in modo da permettere all’economia di uscire dall’austerità e sviluppare una nuova fase di crescita...”.

La crisi economica e l’evoluzione di Syriza

Nel 2008, la crisi economica globale attaccò profondamente l’economia greca, che non era minimamente preparata a reagire come fecero gli altri paesi dell’Unione Europea. Al contrario, la crisi si ampliò diventando sistemica e le nefaste conseguenze di questo processo si moltiplicarono, vale a dire: la speculazione, la recessione, la corruzione e l’evasione fiscale si sommarono alla perdita della sovranità, allo sviluppo dell’economia illegale (lavoro in nero, contrabbando e narcotraffico) e, soprattutto, alla disoccupazione, che nel 2009 arrivò al 9,65% della popolazione attiva.

Gli effetti della crisi furono così profondi che con l’introduzione delle rigide misure di austerità imposte dalla “Troika” tutto il sistema economico greco è rimasto paralizzato. Per questo, il 26,4% della popolazione attiva greca, oggi, è disoccupata. A questi si devono aggiungere il 6% di lavoratori greci disoccupati che hanno rinunciato a cercare lavoro e che lavorano senza contratto. Più della metà di questo “esercito di riserva” non riceve il sussidio-disoccupazione sopravvivendo con gli aiuti offerti dalle chiese (cibo) e dai gruppi solidali di “mutuo soccorso”, che sono sorti soprattutto ad Atene, Salonicco, Patrasso, Peristeri e Larissa.

Attualmente la popolazione della Grecia è di quasi 11 milioni, dei quali 4 vivono in regime di povertà relativa. Però, altri 2 milioni sopravvivono nella povertà assoluta e un milione e mezzo ha già raggiunto il livello zero, cioè, vivono in condizioni al disotto della povertà assoluta. Per questo, l’evoluzione politica e economica della Grecia è diventata un incubo per i tecnocrati di Bruxelles, visto che il Partito Comunista Greco (KKE) e la poderosa confederazione sindacale PAME (Fronte Militante di Tutti i Lavoratori), alimenta la rivolta popolare per promuovere la rottura politica con l’Unione Europea e con la NATO.

Per assurdo che sembri, tutte le volte che il PAME chiamò le forze di sinistra a manifestare insieme negli scioperi generali, c’e stato sempre un netto dissenso tra il KKE e la nuova sinistra (Synaspismos, Akoa, DEA e KEDA). Un dissenso che, dal 2004, con la formazione di Syriza (Coalizione della Sinistra Radicale) ha manifestato apertamente segnali di ostilità politica, contribuendo ad ampliare la pregiudiziale ideologica anticomunista nella società greca.

Una situazione che la stampa ellenica e quella europea hanno esplorato “ad hoc”, rafforzando il mito della Coalizione di Sinistra (Syriza), presentata dai media come la formazione politica più radicale della sinistra greca, con dei dirigenti che avevano rotto con il marxismo-leninismo del KKE e che si erano uniti a gruppi maoisti, trotzkisti, ecologisti e socialdemocratici per criticare la politica finanziaria dell’Unione Europea senza arrivare alla rottura politica.

Per questo, nel 2006, Alexis Tsipras, candidato della lista civica “Anohiti Poli” (Città Aperta) nelle elezioni comunali di Atene, presentò un programma di misure assistenziali per combattere la povertà, diventando così il nuovo leader della Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza).

Sinistra o Socialdemocrazia?

La complessa evoluzione della crisi economica che attaccò l’Unione Europea negli ultimi due anni e la sottomissione della Grecia alla Germania, furono gli elementi politici del cosiddetto “pragmatismo levantino”, con il quale Alexis Tsipras guidò la trasformazione di Syriza in un nuovo partito socialdemocratico. Motivo per il quale, nelle elezioni anticipate del 25 gennaio, Syriza dovrà prosciugare ancora di più l’antico partito socialista riformista (PASOK), oltre a conquistare il voto dei moderati, rimasti scontenti con il partito di destra di Samaras, assieme agli indecisi della classe media che vogliono ricomporre i loro privilegi economici.

Per questo, Alexis Tsipras, nell’ultimo comizio elettorale in piazza Omionia, ad Atene, ha dichiarato: ” La paura è finita, la Grecia e l’Europa cambieranno… Domenica scriveremo una nuova storia senza voltare la pagina. Ci sarà un nuovo contesto in cui Syriza assumerà la responsabilità storica di aprire la strada a una politica alternativa in Europa… La Grecia lascerà l’esperienza neoliberista per seguire un modello di protezione sociale e di crescita, realizzando la rinegoziazione del debito senza azioni unilaterali… Il nostro partito troverà il modo per porre fine alla catastrofe dell’austerità“.

Analizzando le parole di Tsiras, risulta evidente che Syriza – pur raggiungendo la maggioranza assoluta in Parlamento con il 35% -, farà un governo di coalizione con il nuovo partito di centro­sinistra “To Potami” (Il Fiume), creato dal giornalista Stavros Theodorakis. É opportuno ricordare che Stavros fu nominato da Samiris presidente del Banco della Grecia e che, secondo alcune fonti, va molto d’accordo con il presidente della BCE, Mario Draghi.

Dall’altra parte, il nuovo governo guidato da Alexis Tsipras, per diluire nel tempo la promessa di realizzare, di immediato, riforme strutturali radicali, dovrà ricorrere ai programmi emergenziali per poter controllare e ammortizzare la pressione della base elettorale. Infatti, la maggior parte degli elettori di Syriza esigono decisioni radicali per bloccare i programmi di austerità dell’Unione Europea e l’agenda finanziaria imposta dalla “Troika”.

Però, se consideriamo che, nel dicembre del 2012, il Comitato Centrale di Syriza ha approvato una mozione che riafferma il mantenimento della Grecia nell’Unione Europea e, quindi la partecipazione nella struttura strategica della NATO, è praticamente impensabile che il nuovo governo andrà in direzione di una rottura politica con Bruxelles.

Inoltre l’ipotesi che il governo di Syriza cancellerà le norme dell’agenda dell’austerità imposta dalla Commissione Europea, è fuori discussione perché la Banca della Grecia ha tempo fino al 25 febbraio per pagare una parte del suo debito, e per farlo deve utilizzare l’ultima quota di 1,8 miliardi di euro del pacchetto finanziario fissato dalla “Troika” nel 2013. Quindi, se il nuovo governo ordina alla Banca della Grecia di non pagare, le agenzie di rating e gli istituti finanziari decreteranno il “default”, ufficializzando il fallimento della Grecia. Per questo motivo, il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schaeuble, il 18 gennaio, e cioè nel giorno in cui tutti i sondaggi elettorali, greci e europei, assicuravano la vittoria di Syriza, dichiarò con la massima tranquillità: “…Le nuove elezioni non cambieranno assolutamente nulla nel debito pubblico della Grecia. Qualsiasi governo eletto dovrà rispettare e assumere gli impegni dei suoi predecessori...”.

Infatti, Alexis Tsipras ha assicurato che il nuovo governo realizzerà di immediato numerosi programmi emergenziali per togliere dall’indigenza e dalla povertà estrema uno o due milioni di greci per rivitalizzare con il consumo l’economia della Grecia. Una soluzione che, da lontano, fa ricordare l’assistenzialismo della “Borsa Famiglia” del presidente brasiliano Lula. Programmi, assolutamente necessari, che però non modificano lo “status quo” dei titoli del debito, dei quali l’80% rimangono nelle mani della “Troika”, in quanto appena il 10% fu finanziato dalle banche greche.

Inoltre, Syriza non ha mai messo in discussione la metodologia del pacchetto di aiuto finanziario della “Troika” (254,4 miliardi di euro), di cui 81,3 miliardi servirono per pagare i debiti contratti con le banche tedesche, francesi e inglesi; 48,2 miliardi per ricapitalizzare le banche greche e le filiali delle banche straniere operanti nel territorio greco; 40,6 miliardi per pagare gli interessi agli istituti finanziari; 34,6 miliardi per rimborsare i debiti privati. Praticamente 81% dell’aiuto economico (204,7 miliardi di euro) fu destinato al settore finanziario e soltanto il 4% (11,7 miliardi) servì per coprire le “necessità di cassa” del governo diretto da Antonis Samaras che, poi la corruzione e le frodi hanno notevolmente ridotto.

In realtà per uscire dall’esperienza neoliberista ed imporre un modello di protezione sociale, ridefinire la crescita economica e allo stesso tempo realizzare la rinegoziazione del debito, il governo di Syriza dovrebbe approvare subito una triplice riforma: fiscale, tributaria e patrimoniale. Una riforma necessaria per far pagare il costo del debito a tutti coloro che si sono arricchiti con la crisi, vale a dire: le banche, le multinazionali e gli speculatori e gran parte della classe media. Oltre a ciò, Alexis Tsipras dovrebbe proporre una legge straordinaria per riformulare il bilancio delle Forze Armate, che in questi anni di crisi è sempre stato altissimo.

Purtroppo Syriza non è più la Coalizione della Sinistra Radicale del 2004. Oggi, Syriza è diventato un partito socialdemocratico che vuole rimanere al potere. Per questo, dovrà garantire il controllo sociale con l’implementazione di efficaci misure emergenziali capaci di ammortizzare il peso delle misure di austerità. Dall’altro lato, dovrà assumere la responsabilità di rafforzare il profitto dei finanziamenti effettuati dalla BCE, legittimare le nuove norme di competitività che saranno introdotte nell’economia (privatizzazione e flessibilità), imporre la sistematizzazione dei servizi pubblici e, “dulcis in fondo”, regolamentare sulle spalle dei greci ed in modo definitivo il pagamento dei 254,4 miliardi di euro che la “Troika” prestò nel 2013.

Achille Lollo è giornalista italiano, corrispondente del Brasil de Fato in Italia, editore del programma di TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”

Sciopero generale in Italia: il governo del PD contro i lavoratori

sciopero

LOTTA SINDACALE – Il giorno 12 dicembre, il 60% dei lavoratori italiani hanno incrociato le braccia. Più di 1,5 milioni di persone hanno partecipato alle 54 manifestazioni dello sciopero generale promosso dalla CGIL, dalla UIL e dalla FIOM.

 

di Achille Lollo, da Roma (Italia) —

In Italia, il 12 dicembre è di particolare importanza, perché è stato in questo giorno nel 1969, che i servizi segreti e la destra massonica hanno favorito i gruppi neo-fascisti per far esplodere la “strategia della tensione”, il primo passo per provocare un intervento golpista delle forze armate e inquadrare la sinistra e, soprattutto, il movimento sindacale nell’ordine conservatore della NATO.

Pertanto, i segretari confederali Susanna Camusso della CGIL e Carmelo Barbagallo della UIL, insieme a Maurizio Landini, segretario generale della Federazione dei metalmeccanici (FIOM / CGIL), hanno deciso che lo sciopero generale di 24 ore doveva tenersi il 12, per aderire al simbolismo politico della lotta contro il golpismo e il neo-fascismo, con la posizione ferma dei lavoratori contro la nuova Legge del Lavoro (Jobs Act), che attacca frontalmente il primo articolo della Costituzione, secondo il quale “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

1,5 milioni in piazza

Questo sciopero generale – il primo ad essere realizzato dal 2006 contro un governo che sostiene di essere di centro-sinistra – ha realizzato 54 manifestazioni nelle principali città italiane, unendo lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, immigrati e movimenti sociali. Un’evidente realtà politica che dimostra la rottura di Matteo Renzi con la base del PD, che, in tal modo, non controlla più la principale confederazione sindacale, la Cgil, e la combattiva federazione dei metalmeccanici, la FIOM. Questo significa che d’ora il PD di Renzi non potrà più garantire al mercato la necessaria “pace sociale”.

Dopo questo sciopero, che è stato caratterizzato da scontri tra i battaglioni d’assalto della polizia e i movimenti sociali di Roma, Bologna, Torino e Milano sono diventate chiare le fratture tra il governo ed i sindacati e anche tra il PD e i lavoratori in generale. Questo perché i deputati e senatori del cosiddetto “PD di sinistra” e della “Tendenza Minoritaria” hanno cambiato il loro posizionamento politico nel votare la nuova Legge del Lavoro, come richiesto da Matteo Renzi.

Purtroppo, i parlamentari dissidenti del PD hanno dimenticato il bla bla bla da oppositori e hanno votato il Jobs Act, sostenendo il nuovo gruppo dirigente del Pd. Tuttavia, dobbiamo ricordare che prima di questo voto, Renzi è stato molto chiaro nel dire a deputati e senatori “dissidenti” che nelle prossime elezioni avrebbero dovuto cercare un altro partito – un ricatto politico ed emotivo che ha pesato abbastanza sulla coscienza e, soprattutto, sulla tasca della maggior parte dei parlamentari del PD.

Dilemma

Per molti di loro si è presentato il dilemma: cosa farò senza il ricco stipendio parlamentare? Posso rinunciare alla potente struttura elettorale dell’apparato partitico del PD e rinunciare alla possibilità di essere rieletto? Posso rinunciare ai benefíci materiali che riconosce il Parlamento, soprattutto ora che il PD è al governo, oltre a dirigere le principali regioni e comuni?
Naturalmente, la maggior parte dei parlamentari del PD, per mantenere la propria poltrona in Parlamento, ha preferito abbassare la testa di fronte al diktat di Renzi.

In realtà, solo un piccolo gruppo di senatori “dissidenti” del PD, legati all’ex direttore del notiziario di RAINEWS TV, Corradino Minneo, ha votato contro, insieme a altri deputati dissidenti, che hanno scelto di non assistere il giorno della votazione.

Un comportamento che ha messo fine alla polemica sull’espulsione dei dissidenti e la conseguente formazione di un nuovo partito, sotto la direzione di Massimo D’Alema. Per inciso, lo stesso, nel giorno dello sciopero generale, a Bari, è stato fischiato e chiamato “venduto”.

Un contesto che i grandi media, in particolare il quotidiano La Repubblica, ha accompagnato con titoli cubitali, dando sempre supporto a Renzi, che se n’è approfittato per sfidare con molta arroganza gli stessi dirigenti sindacali, nonostante questi avessero chiesto un incontro con il governo, per cercare di rivedere la nuova Legge del lavoro.

La risposta del governo è venuta presto, per dimostrare ai sindacati che non temeva lo sciopero generale. Pertanto, il ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha ordinato ai dirigenti della polizia antisommossa di reprimere “qualsiasi manifestazione non autorizzata”.

Così, nella settimana prima dello sciopero generale si è avuta una brutta rappresentazione del “potere poliziesco” contro i picchetti dei lavoratori che, a Roma, Terni, Bologna, Napoli e Torino hanno protestato contro la chiusura delle loro fabbriche.

In questo contesto, Alfano ha ordinato la ritirata dei battaglioni anti-sommossa soltanto quando il segretario generale della FIOM-CGIL, Maurizio Landini, ha minacciato di occupare la capitale con i metalmeccanici per tallonare e chiamare in causa la responsabilità del governo – avendo partecipato a uno di questi picchetti e, quindi, avendo presenziato alle percosse violente con manganelli e agli attacchi con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

 

Di nuovo i metalmeccanici?

Lo sciopero generale è stato salutato da tre dirigenti sindacali: Susanna Camusso, della CGIL; Carmelo Barbagallo, della UIL e Maurizio Landini, della FIOM / CGIL. Tuttavia, è stato Landini a spiccare nella settimana prima dello sciopero generale e poi nella grande manifestazione di Roma. Una determinazione e un’audacia politica, che ha tutto a che fare con la storia della Federazione dei Metalmeccanici e la formazione politica di Landini, che, all’età di 15 anni ha iniziato a lavorare come saldatore in una “cooperativa rossa”, essendo già militante dei giovani del PCI e iscritto alla FIOM/ CGIL.

Di fatto, i discorsi della Camusso e di Barbagallo sono stati molto “leggeri”. Non hanno rischiato il confronto politico con il governo, per lasciare aperta una porta a possibili negoziati. Praticamente, al di là dei toni e di alcune frasi pronunciate con alterazioni verbali per calmare la massa dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, dei disoccupati, e in particolare delle donne, non vi era alcuna volontà politica specifica di litigare col governo, come è successo nel 2002 contro Berlusconi.

Il problema è che Camusso e Barbagallo hanno fatto bei discorsi, pieni di aggettivi colorati ma hanno criticato il governo solo perché, in quel momento, si sono sentiti obbligati a farlo, dal momento che, in caso contrario, tutto il comando politico dello sciopero generale sarebbe passato in mano ai metalmeccanici della FIOM / CGIL, guidata da Landini, che, a sua volta, ha sempre manifestato posizioni di sinistra.

Non possiamo dimenticare che questo sciopero generale arriva dopo anni e anni di conciliante “concertazione” da parte delle direzioni di CGIL e UIL che, per cercare di salvare la storica alleanza con la CISL e, quindi, mantenere la cosiddetta “unità nella lotta”, in realtà hanno limitato la difesa dei lavoratori ai minimi termini. Tanto che oggi, in Italia, il livello di disoccupazione ha raggiunto il 13%, anche a causa della “spirito conciliante con gli imprenditori” di queste tre confederazioni.

Per tutto ciò, i metalmeccanici – che sono stati i più colpiti con il “contra­tto FIAT” e con la delocalizzazione delle fa­bbriche all’estero – sono tornati as assu­mere nel movimento sindacale un ruolo di­rigente preponderante. Infatti, non possiamo­ dimenticare che lo Statuto dei La­voratori – che adesso il PD di Mat­teo Renzi ha finito di smontare – è stato una delle grandi conquiste che i me­talmeccanici e la FIOM/CGIL hanno realizzato nel 1970, dopo due anni di durissime lotte e scontri con i governi della Democrazia Cristiana.

 “Questa lotta ancora non è terminata”, dice Maurizio Landini

Brasil de Fato — Come giudichi questo sciopero generale che ha mobilizzato nelle piazze più di 1,5 milione di persone?

Maurizio Landini: “…È una ris­posta, soprattutto, a quelli che non credevano al successo dello sciopero e a quelli che non volevano uno scontro con il governo, per essere questo un go­verno del Partito Democratico. In rea­ltà, il successo dello sciopero generale è stato molto importante perché dimostra che solo con la lotta è possibile rappre­sentare gli interessi dei lavoratori e migliorare le condizioni di lavoro, rivendicando un sistema pensionistico più giusto e con la riduzione dell’età per ritirarsi, rivendicando, anche, l’impiego per chi non lo ha e, conseguentemente, combattere il lavoro precario e tutte le forme ne­faste di flessibilizzazione. Questo scioperp gene­rale è servito, pertanto, a ricollocare ques­te questioni all’ordine del giorno. È una battaglia che abbiamo cominciato e che continu­eremo a fare insieme…”.

Brasil de Fato — Quando Matteo Renzi, stimolato dal Banco Centrale Europeo e dalla FIAT di Marchionne, ha anticipato il progetto della nuova Legge del Lavoro (Jobs Act), tu hai subito assunto una posizione critica. Puoi spiegarne le ragioni?

 

Maurizio Landini: “…Le norme che il governo ha inserito nel Jobs Act sono errate e ingiuste. Sono nor­me che non servono a creare nuovi impieghi, non affrontano il problema dei lavoratori precari, non risol­vono l’altro grande problema che è la disoccupazione giovanile. Né tantomeno aiuteranno l’Italia a uscire dalla crisi economica che, in pratica, ha affossato la crescita del paese, a causa di spese inutili, della corruzione e delle molteplici illegalità nel mondo del lavoroo e nel sociale.”

Brasil de Fato — Per quale motivo i “media main-stream” limitano lo sciopero generale a una protesta contro la cancellazione dell’ Art. 18?

 

Maurizio Landini: “…In realtà, esiste una chiara posi­zione politica di chiusura per dividere i lavoratori e poterli sottomettere a tutto. Con questa nuova Legge del Lavoro, il governo ha optato per la riduzione dei diritti, dopo aver assunto le formule di chi trova che i nuovi impieghi si creano soltano licenziando. Tuttavia, questa gente ha dimenticato che il lavoro è la condizione fondamentale affinché gli uomini e le donne vivano e vivano con dignità.

Brasil de Fato — Lo sciopero generale ha concluso un ciclo di mobilitazioni?

 

Maurizio Landini: “…Niente di tutto ciò! Questa lotta ancora non è terminata. Con la votazione in Parlamento del Jobs Act, continueremo a lottare perché il governo dovrà ancora imple­mentare questa nuova legge e, prima o poi, dovrà anche deci­dere la direzione delle opzioni della propria politica economica…”.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La corruzione di “Mafia Capitale” attinge il Comune di Roma e il Lazio

mafia romana

Scandalo fatto scoppiare dai Carabinieri presenta le degradanti relazioni costruite da ex-NAR, fascisti, criminali, politici opportunisti e imprenditori facoltosi

di Achille Lollo, da Roma (Italia)

Ancora una volta uno scandalo di corruzione in Italia. Questa volta, nella capitale, Roma, dove i funzionari pubblici, politici e uomini d’affari si dividono tra loro i contratti del Comune di Roma e della regione Lazio, realizzando così profitti fantastici.

Uno schema in cui la corruzione attiva e passiva ricorda quello che è successo negli anni Ottanta nelle città della Sicilia, della Calabria, della Campania e della Puglia, dove le “famiglie” della mafia locale (Cosa Nostra, N’Drangheta, Camorra e Sacra Corona Unita) hanno esteso i loro tentacoli nella gestione delle principali città del sud d’Italia, ricorrendo alla violenza e in particolare alla corruzione.

Un’arma che la nuova mafia romana, chiamata “Mafia Capitale”, è stata in grado di sfruttare scientificamente, creando per ogni imprenditore o politico o funzionario pubblico una formula specifica di “corruttibilità”.

Ex-fascisti

Nella relazione della “procura” della Repubblica di Roma, il nucleo di indagine dei Carabinieri “ROS” avrebbe intrapreso le indagini nel 2009, a causa della facilità con cui Massimo Carminati si è sbarazzato di tutte le accuse che inizialmente lo indicavano come un membro del gruppo fascista paramilitare NAR, che avrebbe realizzato l’attentato terroristico alla stazione di Bologna, in cui, il 2 agosto del 1980, 89 persone sono morte e altre centinaia sono rimaste gravemente ferite.

Un attacco che i NAR hanno fatto nel decennio degli “anni di piombo”, con il monitoraggio degli attentatori da parte dei servizi segreti italiani, al fine di accusare prima i gruppi di sinistra e poi la resistenza palestinese, e, così, promuovere un’istigazione al golpe da parte delle Forze Armate e dei Carabinieri.


Una strage che fu il preludio dell’ottavo tentativo di golpe che il popolo italiano ha dovuto subire dal 1964, quando il generale dei carabinieri, Giovanni De Lorenzo, ex capo di Stato Maggiore e capo del servizio segreto SIFAR, organizzò il primo tentativo di colpo di stato, con l’approvazione del comando NATO e, logicamente, delle logge massoniche manipolate da Licio Gelli.


Sotto la pressione dell’opinione pubblica, i fascisti dei NAR, dopo la strage di Bologna, hanno deciso di emigrare a Beirut, in Libano, dove si unirono alle bande armate dei falangisti, in particolare sostenuti da Israele, dalla Francia e dai servizi di intelligence della NATO.

A Beirut, gli uomini dei NAR sono stati utilizzati nelle “operazioni di guerra sporca” contro la resistenza palestinese. In pratica, secondo alcune fonti, i fascisti dei NAR hanno preso parte alle bande di falangisti nella strage dei campi palestinese di Sabra e Shatila. Poi, per evitare la rappresaglia dei gruppi armati palestinesi, tutto il gruppo dei NAR è fuggito dal sud del Libano e ha chiesto alle autorità militari israeliane di poter raggiungere Tel Aviv e prendere un aereo per l’Italia.

Naturalmente tutti questi passaggi sono stati possibili perché i servizi segreti italiani monitoravano questo gruppo, eliminando per loro tutti i tipi di ostacoli giuridici e burocratici. Un rapporto che è stato gestito da Massimo Carminati, allora leader del gruppo NAR in Libano. Lo stesso che ha continuato a mantenere quei rapporti, quando i NAR hanno deciso di porre fine al terrorismo. Così che molti di loro sono stati integrati nella politica, negli affari o in diversi settori del governo, guidato da politici del nuovo partito post-fascista “Alleanza Nazionale”.

Nel rapporto degli investigatori ROS si afferma che Massimo Carminati, tornato a Roma, è diventato il successore della “Banda della Magliana”, praticando una serie di rapine in banca per finanziare la “Mafia Capitale” e per reclutare e riciclare in questa nuova organizzazione gli ex membri dei NAR o di altri componenti fascisti e nazi-fascisti di Roma.

Anche nel caso della “Banda della Magliana”, numerosi giornalisti hanno rivelato l’esistenza di legami profondi di questi criminali con i membri della destra fascista e, di conseguenza, con i responsabili dell’intelligence, che, in quel momento, coprirono le azioni omicide dei criminali della “Banda della Magliana”. In realtà, i brutali omicidi commessi a Roma da questa banda attizzarono ulteriormente il clima di terrore nella capitale, necessario a giustificare una repressione sempre più ampia e generale contro i gruppi armati della sinistra e dei loro sostenitori.

Ci sono anche quelli che sostengono che i cosiddetti “servizi segreti deviati”, infatti, utilizzarono la banda per eseguire “il lavoro sporco”, dando in cambio piena libertà di azione ai raids criminali nella periferia della capitale, dove hanno cominciato a esercitare il controllo di diversi settori “dell’economia illegale” (droga, prostituzione, traffico di armi, etc.).

 

La Mafia Capitale

Non c’è dubbio che, senza la protezione dei cosiddetti “servizi segreti deviati”, Massimo Carminati non sarebbe mai riuscito a liberarsi dal carcere, dal momento che i Carabinieri lo hanno arrestato varie volte, in seguito a rapine da lui organizzate in varie banche. Questa relazione con il potere occulto dei servizi segreti e i profondi contatti con la criminalità hanno permesso a Carminati di fare il grande salto, definendo i modelli organizzativi di “Mafia Capitale”, la cui principale attività doveva diventare il cosiddetto “recupero della rendita”. Vale a dire: la violenza usata per fare pressione su funzionari pubblici in favore di imprenditori che, così, ricevevano lucrativi contratti, senza avere da preoccuparsi con la qualità dei servizi offerto e tanto meno della concorrenza.

D’altro lato, “Mafia Capitale” ha cominciato lei stessa a corrompere i politici e i funzionari pubblici per indirizzare i contratti a favore di specifici imprenditori. Di modo che le tangenti che loro chiedevano erano ogni volta più alte, abbracciando la quasi totalità dei settori del Comune di Roma e poi della regione Lazio.

Un contesto che si è generalizzato, quando la destra post-fascista, alleata col partito di Silvio Berlusconi “Forza Italia”, ha conquistato spazio con Gianni Alemanno, che è stato nominato Ministro delle Politiche Agricole durante due governi di Berlusconi, dal 2001 al 2006 e poi quando lo stesso, nel 2008, ha vinto le elezioni del Comune di Roma e, nel 2009, con Renata Polverini che è arrivata alla presidenza del governo della regione Lazio.

Quando Alemanno è diventato sindaco di Roma e la Polverini presidente della regione Lazio, tutti i contratti e le licenze per le imprese pubbliche sono stati manipolati dagli uomini di “Mafia Capitale”, che in questi anni si è trasformata in una piccola “holding” che intermediava tutto.

Perfino i costi per la distruzione delle abitazioni abusive dei “Rom” (comunità “zingare”) facevano parte di questo selettivo schema di corruzione. In pratica, in primo luogo era organizzata, con la Polizia Municipale, l’espulsione dei “Rom” e la loro conseguente re-istallazione in altri terreni di proprietà privata che, in questa forma, perdevano il loro valore.

In seguito, i proprietari di questi terreni erano forzati a vendere a prezzi irrisori le loro proprietà a specifici imprenditori dell’edilizia civile. Questi, logicamente, pagavano di nuovo gli uomini di “Mafia Capitale”, affinché obbligassero il dipartimento della Polizia Municipale a realizzare un nuovo trasferimento dell’accampamento “Rom” in un’altra località delle periferie di Roma. Un procedimento che ha permesso la costruzione di interi condomini in terreni che non sono costati quasi nulla.

 

Destra e centro-sinistra

La novità dell’attività criminale degli uomini di “Mafia Capitale” è che i suoi “clienti” erano funzionari pubblici di destra, ma anche del centro-sinistra, cioè, del Partito Democratico di Matteo Renzi.

Infatti, nelle intercettazioni telefoniche realizzate dai Carabinieri, il nuovo re del crimine romano, Massimo Carminati, con la massima tranquillità, era solito dire ai suoi amici: “Destra o sinistra per me tanto fa, quello che conta è fare affari che sono più convenienti e facili che il traffico di droga”.

In pratica, il sistema della corruzione, che funzionava con la consegna di “tangenti” o di “rimborso spese”, è continuato anche quando il PD è tornato a governare il Comune di Roma con Ignazio Marino e poi la regione Lazio con Nicola Zingaretti. Di fronte a questo quadro e tenendo in conto che gli investigatori del ROS, “ufficialmente” hanno cominciato a indagare le attività di Massimo Carminati nel 2009, sorge l’interrogativo: perché solamente adesso il ROS ha reso ufficiali le sue indagini?

I grandi media e, in particolare il giornale La Repubblica – che rappresenta l’immaginario neo-liberista di Matteo Renzi e del nuovo PD – hanno ignorato questo interrogativo. Certo è che, con lo scandalo di “Mafia Capitale”, il PD è stato obbligato a rimuovere la maggior parte dei direttori e funzionari di dipartimento del Comune di Roma e della regione Lazio. Logicamente, al loro posto sono stati nominati solo militanti legati alla tendenza di Matteo Renzi, primo ministro e anche Segretario Generale del PD. In questo modo, gli uomini del nuovo PD di Renzi controllano il Comune di Roma e della regione Lazio, le uniche dove la sua tendenza era minoritaria.

Per quali motivi i Carabinieri non hanno agito nel 2013 contro Mafia Capitale, durante il governo Letta? Nessuno risponde, nessuno ragiona nelle TV, nessuno fa grandi reportages per la “grande stampa”, pur sapendo che nel 2013 era esploso a Roma lo scandalo della discarica di Malagrotta, allo stesso modo gestito male e squallidamente dal Comune di Roma, che ha sofferto un’altra débâcle giudiziaria con la denuncia delle “assunzioni di familiari” nell’impresa municipale di trasporto ATAC-Roma. Gli stessi funzionari e imprenditori che sono stati indiziati nel 2013 in questi due scandali, sono stati pure oggi denunciati e arrestati per “attività mafiosa”. Dunque, perché solamente oggi sono accusati di attività mafiosa e un anno fa no?

Finirla con la partitocrazia

Qualcosa di più o meno simile è successo nel 1990, quando i Carabinieri e i giudici hanno fatto scoppiare i processi di Tangentopoli (corruzione e tangenti a favore dei partiti politici) e hanno così distrutto tutti i partiti della Prima Repubblica, compresa la potente Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, il suo fedele alleato. Un’operazione che ha permesso agli sconosciuti Berlusconi, Bossi, Fini, Di Pietro e D’Alema di essere i nuovi leaders della politica italiana.

Oggi, è ancora presto per dire se le denunce delle attività di “Mafia Capitale” sono parte integrante di un processo di rinnovamento partitico che, di nuovo, pretende usare i Carabinieri e i codici penali per fissare nuove regole per tutta la classe politica.

Certo è che, con questo scandalo e in seguito al “letame” che ha coperto i funzionari della regione Lombardia, a causa delle scandalose rivelazioni sul sistema di tangenti nei contratti per la realizzazione delle opere dell’EXPO, gli Italiani hanno perso completamente la fiducia nella politica e nei partiti.

Se poi consideriamo che il 37% degli Italiani non va più a votare da quasi dieci anni e che altri 12% nelle elezioni europee di maggio sono stati alle urne solamente per annullare il proprio voto, cominciano a diventare sempre più forti i dubbi che qualcosa stia scuotendo i centri di eccellenza del potere.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

ONU: USA, Canada e Ucraina contro l’apologia del nazismo

it's not fascismPASSATO PRESENTE — In tutto, 115 su 173 paesi hanno votato a favore della mozione, mentre 55 delegati – nella loro maggioranza ambasciatori dei paesi dell’Unione Europea – si sono astenuti.

di Achille Lollo*

Roma (Italia).- Il 24 AGOSTO 2001, il leader dei rabbini britannici, Jonathan Sacks, annunciava a Londra che non avrebbe partecipato al Congresso contro il Razzismo che l’ONU pretendeva di realizzare a Durban. La sua giustificazione si basava su di una serie di affermazioni che, direttamente o indirettamente, metterebbero in discussione l’Olocausto – durante il quale i nazisti della Germania, con l’appoggio dei governi fascisti europei dell’epoca (italiano, croata, ungherese, rumeno, bulgaro e ucraino), hanno deportato e assassinato 6 milioni di Giudei nei campi di concentramento, oltre a essere stati responsabili del genocidio di più di 4 milioni di civili nei paesi occupati, tra oppositori politici, omosessuali, zingari, portatori di disabilità e soprattutto comunisti e resistenti.

In questo clima, perfino il presidente George W. Bush minacciò di cancellare la partecipazione degli USA a Durban nel caso in cui continuasse “l’errore” di scrivere l’Olocausto con la o minuscola. Passati 13 anni, tutto ciò è cambiato.

Il 21 novembre, a New York, nelle votazioni del Terzo Comitato dell’Assemblea delle Nazioni Unite, i rappresentanti degli USA e del Canada – che nel 1942 hanno guidato il fronte per sconfiggere il nazismo tedesco e il fascismo italiano – hanno votato contro la mozione nºA/C.3/69/L.56/Rev.1, Combating glorification of Nazism, neonazism and other practices that contribute to fuelling contemporary forms of racism, racial discrimination, xenophobia and related intolerance” [Per combattere la glorificazione del nazismo, del neo-nazismo e di altre pratiche che contribuiscono e favoriscono le forme contemporanee del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della relativa intolleranza].

Una mozione presentata dal governo russo che, diversamente da documenti omologhi scritti nel 2010 e nel 2012, manifestava preoccupazione per il crescente aumento di gruppi estremisti e di micro-partiti neo-nazisti, come anche per le connivenze di molti partiti europei con le tematiche razziste formulate da pubblicazioni naziste nei paesi dell’Unione Europea. La mozione chiedeva che nella Convenzione Internazionale fosse inclusa una misura che favorisse l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale. Al di là di questo, la mozione includeva la condanna di tutti quelli che «negano i crimini di guerra commessi dai nazisti».

Dipendenza ideologica?

In realtà, la “grande stampa” ha rimosso con la censura quello che è successo nell’Assemblea delle Nazioni Unite. E questo fatto, da molti analisti, è stato considerato un’infamia dal punto di vista storico e politico, dal momento che i rappresentanti dei paesi dell’Unione Europea che si sono astenuti, in appena cinque minuti, hanno cancellato gli effetti nefasti della Seconda Guerra Mondiale e di tutte le violenze e i massacri praticati dagli invasori nazisti e dai loro alleati, i fascisti italiani.

Tutti i direttori di giornali, riviste e notiziari TV dell’Unione Europea hanno seguito l’esempio dei loro colleghi statunitensi e canadesi, spingendo nel “limbo mediatico” l’astensione di tutti i rappresentanti dei paesi del blocco.

Questo fatto alimenta un interrogativo di estrema importanza, visto che il posizionamento dei governi della Germania, dell’Austria, del Belgio, della Francia, della Gran Bretagna, dell’Ungheria, della Finlandia, dell’Irlanda, dell’Italia, del Lussemburgo, della Norvegia, dei Paesi Bassi e dell’Ungheria nel decidere di far parte del gruppo astensionista, in realtà, dimostra quanto grande e complesso, oggi, sia il livello di dipendenza ideologica in relazione agli Stati Uniti.

Una dipendenza che, da un lato, riproduce le tradizionali forme di dominio geo-strategico, economico e finanziario, in cui la supremazia imperiale degli USA impone relazioni con l’Unione Europea nei quadri di un nuovo neo-colonialismo. E, dall’altro, sdogana l’evoluzione politica del potere imperiale e la necessità di poter esercitare questo potere, senza eccezioni e a livelli globali, in maniera tale che siano creati, in continuazione, nuovi “soggetti politici canaglia”, che devono sostituire gli antichi con i quali l’Impero e i suoi alleati hanno costruito le loro ideologie.

La fine di un ciclo storico

Oggi, la decisione degli USA, del Canada e dell’Ucraina di votare contro la mozione del Terzo Comitato dell’Assemblea delle Nazioni Unite non può essere giustificata dicendo che questo è successo perché la mozione è stata presentata dal governo russo di Vladimir Putin. È troppo semplicistico affermare che il voto contrario all’ONU si è dato in funzione della guerra diplomatica che Obama e Angela Merkel hanno promosso all’ultimo G-20, al punto che Putin ha preferito andarsene per non rimanere prigioniero delle trappole della Casa Bianca e dei suoi alleati europei.

La verità è che la Casa Bianca e i suoi alleati europei hanno approfittato di questa votazione all’ONU per chiudere il ciclo storico del “nazismo come male assoluto della storia” e, così, introdurre nuovi parametri secondo i quali il “soggetto politico canaglia” che minaccia l’Occidente, vale a dire, il fondamentalismo dell’ISIS e degli altri califfati (Nigeria, Mali, Libia, Somalia, Sudan) sono anch’essi il “Male Assoluto” che minaccia la civiltà dell’Occidente.

Tutto questo potrebbe sembrare una complessa e furbastra logorrea. In realtà, si tratta di una forma semantica più sofisticata, con la quale l’Impero pretende iniziare a orientare i differenti ascendenti politici e culturali dei popoli europei nella direzione di un “nuovo nemico”, che è anche il nuovo “Male Assoluto dell’Occidente”.

Un’operazione che i “media main-stream” hanno già assunto, costruendo ed elaborando sempre più, in termini informativi e visuali, l’immagine del mostro/nemico islamico che vuole distruggere la civiltà del sacro mercato capitalista. Per giunta, le esecuzioni del famigerato decapitatore britannico dello Stato Islamico sono un esempio di questa costante visualizzazione del nuovo “Male Assoluto”.

Non c’è dubbio che tutto quello che sta accadendo nel mondo è un prodotto delle eccellenze della Casa Bianca, che stanno lavorando per gettare le basi ideologiche di una nuova cultura politica, con la quale pretendono di promuovere, con più facilità e obiettività, l’accettazione di un nuovo tipo di dominio imperiale, la cui direzione ha bisogno anche di realizzare, con una metodologia militare più sofisticata, nuove guerre regionali. Alla fine, conflitti che, per risultare vittoriosi, devono essere completamente differenti dai tradizionali modelli di distruzione totale con armi chimiche o atomiche del secolo passato.

Il nuovo Male Assoluto

Non c’è dubbio che, oggi, l’integralismo islamico sunnita, cioè, il Califfato dello Stato Islamico e i suoi congeneri minori africani, arabi e asiatici rappresentano il nuovo “Male Assoluto”, che per gli USA e l’Occidente in generale, fino a pochi anni fa era il nazi-fascismo. È utile ricordare che gli ultimi nemici geo-strategici dell’Occidente che, per differenti motivi non accettavano la logica della dominazione imperiale (pur non essendo marxisti), per esempio, Gheddafi, Saddam Hussein, Milosevic e perfino il dittatorucolo di Panama, Noriega (uomo della CIA che cadde in disgrazia per avere esagerato nel business della cocaina), prima di essere distrutti militarmente, hanno sofferto una lunga e perversa guerra ideologica da parte dei “media main-stream”, che li identificava costantemente come “nuovi Hitler” e “perversi dittatori nazisti”.

Questi sono i valori del “Male Assoluto”, con i quali gli USA e i loro alleati europei hanno costruito una cultura politica per difendere il modello capitalista, costruendo una falsa logica trasversale con la quale si diceva che la dittatura del comunismo era simile alla dittatura di Adolf Hitler e che la repressione nell’URSS era eguale a quella del regime nazista. È sufficiente ricordare l’opera di Ernst Nolte (discepolo di Heidegger) per capire perché Stalin – nonostante avesse sacrificato la nascente URSS per sconfiggere gli invasori nazisti – durante decadi è stato considerato eguale a Hitler. Ed è necessario ricordare che queste definizioni, durante decadi, hanno favorito il marketing politico e elettorale dei partiti borghesi in Europa e anche in America Latina, usato per vincere innumerevoli elezioni, sconfiggendo tutti e sempre i partiti comunisti e socialisti, compresi quelli che hanno manifestato il loro senso critico verso lo stalinismo.

Il dramma di tutto ciò è solamente la preparazione ideologica e culturale per una nuova guerra regionale in Medio Oriente, con la quale gli USA pretendono di farla finita con i regimi della Siria e dell’Iran o con le forze islamiche dell’Afghanistan, del Pakistan e delle regioni africane. Il dramma è, prima di tutto, politico, visto che la crescita della logica neo-nazista e razzista sta cominciando a prevalere in certi paesi dell’Unione Europea, in funzione della crisi sistemica del modello neo-liberista. Purtroppo, gli Stati Uniti, il Canada e l’Ucraina, nel rifiutare la mozione, hanno dato ai gruppi neo-nazisti la legittimazione politica internazionale che gli mancava.

In questo contesto, Federica Mogherini, responsabile degli Affari Esteri dell’Unione Europea ed ex-deputata del Partito Democratico italiano ha tentato di giustificare l’astensione dei paesi dell’Unione Europea, affermando che: «In realtà, il contenuto della mozione [la condanna del nazismo, ndr.] si è trasformato in un elemento di secondaria importanza e finanche effimero, dal momento che nell’ambito della politica internazionale la cosa più importante era contrastare l’avversario, la Russia, e sostenere il nostro alleato [l’Ucraina di Poroshenko e il partito neo-nazista Pravy Sektor, ndr.]».

Le dichiarazioni della ministra Federica Mogherini – la nuova “Signora PESC dell’Unione Europea” – hanno ricevuto una risposta diretta da parte del ministro degli Affari Esteri della Russia, Serghei Lavrov, secondo il quale «la posizione dell’Ucraina è particolarmente deprimente e allarmante, poiché è molto difficile capire come e perché un paese, il cui popolo ha sofferto duramente gli orrori del nazismo e che ha contribuito in maniera significativa alla vittoria comune, oggi vota contro una risoluzione che condanna l’apologia del nazismo. D’altro lato, il fatto che gli USA, il Canada e l’Ucraina abbiano votato contro, mentre i paesi dell’Unione Europea si sono astenuti, è realmente un fatto estremamente deplorabile, che va ad avere ripercussioni anomale nei loro propri paesi».

giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Deindustrializzazione, disoccupazione e povertà incombono sull’Italia

di Achille Lollo*    

Roma, Martedì, 10set2013.- Per gli operai della Firem di Modena, della Dometic di Forli, della Hydronic-Lift di Milano e di altre 22 piccole fabbriche metalmeccaniche sparse nel nord Italia, la fine delle vacanze estive ha loro riservato una tragica realtà: i padroni, al calar del giorno, hanno mandato a smontare i macchinari per spedirli in Cina, Polonia, Serbia, Slovenia, Marocco e Vietnam. Paesi dove il costo della manodopera è inferiore di quattro volte rispetto a quella dell italiana.

La maggioranza delle fabbriche italiane che hanno optato per la delocalizzazione delle proprie fabbriche sono filiali di multinazionali europee che sono al bordo del fallimento, a causa del ritiro dei loro prodotti dal mercato italiano, o sono piccole industrie che, dal 2010, non sono mai state pagate dagli enti locali, o dai governi regionali ed enti governativi con i quali hanno firmato contratti. Inoltre, sono minacciate dalla “pressione giudiziaria” dell’Agenzia delle Entrate non avendo pagato le dovute imposte.

In Italia, lo strozzamento delle industrie è una conseguenza negativa del modello industriale che è stato imposto, prima di tutto, dai governi della Democrazia Cristiana e, poi, legittimato, durante un decennio, dalla destra guidata da Silvio Berlusconi. Di fatto, la prima ondata di deindustrializzazione è avvenuta nel sud e nel centro-sud italiano, tra il 1992 e il 2003, quando le mafie (Cosa Nostra in Sicilia, N’Drangheta in Calabria e Camorra in Campania) hanno moltiplicato i loro tentacoli sul sistema bancario e nella pubblica amministrazione.

La seconda ondata, realizzata a partire dal 2008, è stata preceduta dalla fuga di capitali, che, secondo le stime della Guardia di Finanza, ha raggiunto la cifra dei 610 milioni di euro. Nella loro maggioranza sono stati depositati nei paradisi fiscali delle Cayman, delle Isole Vergini, Jersey, Liechtenstein, Monte Carlo, Bahamas e Qatar, per sostenere operazioni finanziarie speculative.

Un cotesto che è degenerato quando l’opposizione ha accusato il governo Berlusconi di tentare di coprire gli scandalosi buchi del gruppo Parmalat e del Banco di Roma, tra gli altri, e quando il periodico l’Espresso ha pubblicato un reportage sui loschi affari e le proprietà acquisite dal primo ministro, Silvio Berlusconi, e dell’allora presidente del Parlamento Gianfranco Fini, nelle Isole Vergini e a Monte Carlo. Esempi che hanno ulteriormente incentivato l’esportazione clandestina di capitali e, soprattutto, la corruzione e l’evasione fiscale.

Povertà assoluta e relativa

Damiano Zecchinato, sindaco di Vigonovo – piccola città della regione Veneto, che conta appena 10.078 abitanti (3.875 famiglie) – ha deciso di combattere la povertà assoluta nella sua città, informando i responsabili dei supermercati e dei negozi di alimentari che il comune di Vigonovo pagherà gli alimenti rubati dagli anziani, i giovani e gli stranieri che se ne appropriavano per non avere nulla da mangiare. L’iniziativa del sindaco Zecchinato ha scandalizzato gran parte dei media, che lo ha definito un “opportunista alpinista mediatico”, ma è riuscito finalmente ha dare visibilità ad un aspetto della crisi socioeconomica che oggi – anche se il governo tenta di dissimulare – presenta l’evidenza del problema della fame in Italia.

Secondo le statistiche dell’ISTAT, nel gennaio del 2013, l’Italia aveva una popolazione pari a 59.685.227 di abitanti, tra i quali 4.300.760 (7,4%) di nazionalità straniera. Di questa oggi, 1.725.766 (6,8% delle famiglie) vivono in “povertà assoluta”, avendo un mensile inferiore ai 400 euro, invece 3.232.564 (12,7% delle famiglie)  vive in “povertà relativa”, contando su un mensile inferiore ai 950,oo euro. Se consideriamo che: un alloggio definito “casa popolare” (cucina, bagno, una stanza ed un salone) nella periferia di Roma o di Milano non si trova  a meno di 400 euro; un biglietto della metro o del bus costa 1,5o euro; un chilo di carne bovina di secondo taglio costa 10,oo euro; e che la benzina è aumentata fino ad 1,95 euro al litro, è evidente che una famiglia operaia o di impiegati pubblici con due o tre figli,  anche con un salario da 1200,oo euro, vivono in “povertà relativa”, a causa dell’alto costo della vita che penalizza, soprattutto, i lavoratori.

Risulta quindi necessario dire che nel 2003 c’erano poche migliaia di individui considerati “indigenti”. Invece, la crescita della povertà assoluta si è avuta con la crescita della disoccupazione, che nel settore privato è stata violenta, soprattutto a partire dal 2009. Di fatto, nel luglio del 2013 c’erano 22.509.000 lavoratori con posto fisso. In questo periodo, 433.000 lavoratori (1,9%) sono stati licenziati e nessuno di loro è stato reintegrato in fabbrica. Per questo, l’esercito dei disoccupati è arrivato a 3.076.430 e il 39,5% di questo contingente è composto da giovani (uomini e donne) tra i 18 e i 30 anni. Oltre a questo, le statistiche ufficiali non considerano la categoria dei “disoccupati cronici”, formata dai lavoratori o dagli impiegati “vecchi”, tra i 50 e i 62 anni, e coloro che, nonostante si trovino nella fascia d’età dei 40, non cercano più lavoro.

Disoccupati che sempre più frequentemente cercano occupazione nell’economia sommersa lavorando insieme agli immigrati stranieri (inclusi i clandestini), senza alcuna garanzia contrattuale e con salario che non superano i 500 euro. Una situazione che testimonia in maniera drammatica come la legge del mercato e la logica politica dei governi neo-liberali imbarbariscano il mondo del lavoro, spingendo gran parte della società italiana ai limiti dell’indigenza e della miseria. Di fatto, ciò che è cresciuto di più negli ultimi tre anni è stata l’economia sommersa ed una economia illegale, entrambe sotto controllo dei circoli mafiosi che oggi controllano la maggioranza delle periferie e degli hinterland delle grandi città italiane.

Uno scenario inquietante che ‘obbliga’ la classe politica italiana a farsi ogni volta più “europeista”, più dipendente dalla politica economica della UE e sempre più imbrigliata dalle scelte finanziarie della Troika (Banca Centrale Europea, FMI, Banca Mondiale). Per questo, il governo del ‘riformista’ Enrico Letta (PD), dopo aver cancellato la tassa sulla casa, l’IMU, su ogni tipo di residenza (includendo le case o gli edifici dei ricchi), per incassare il sostegno del PDL di Berlusconi e dei centristi di Mario Monti, deve, urgentemente, trovare 9,2 miliardi di euro per evitare così il default.

Prima di questo problema, il “democratico” Giampiero D’Alia, ministro della Pubblica Amministrazione, ha avuto la brillante idea di licenziare 108.000 impiegati pubblici e, di conseguenza, di non rinnovare i contratti temporanei ai 150.000 professionisti, che nella loro maggioranza lavorano nel settore della salute e dell’educazione. Una soluzione che, a Bruxelles, sarà applaudita da Angela Merkel e David Cameron, ma che allargherà ancora di più lo scenario della povertà e delle differenze sociali in Italia.

[Trad. dal portoghese per ALBAinFormazione di Ciro Brescia]

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”, testata per il quale è stato scritto il presente articolo. 

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