(VIDEO) Venezuela: questa volta vince la controrivoluzione

di Jacopo Venier –libera.tv

Una nuova sfida per il Venezuela

In un importante ed atteso discorso alla nazione il Presidente venezuelano Nicolás Maduro, ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni parlamentari del 6 dicembre. I dati sino ad ora conosciuti indicano infatti che la coalizione di destra Unità Democratica ha conquistato 99 deputati mentre le forze della Rivoluzione Bolivarianane hanno ottenuti 46. Restano poi ancora 22 seggi da aggiudicare.

Maduro ha detto che non ha vinto “l’opposizione” ma “una contro-rivoluzione” e questa sconfitta “è la vittoria della guerra economica” scatenata contro il Venezuela per produrre il cambio di regime. Gli accapparramenti, l’attacco brutale contro la moneta, il calo indotto del prezzo del petrolio hanno determinato un clima diffuso di sfiducia nel progetto di paese, indipendente e socialista, che Chavez prima e Maduro poi hanno chiamato Rivoluzione Bolivariana. Il Presidente venezuelano ha poi giustamente ricordato come nel passato in America Latina si sono prodotti fenomeni analoghi come in Guatemala o in Cile dove, sotto l’influenza degli USA, le forze economiche interne hanno costruito le condizioni per il collasso di governi progressisti.

Però, proprio riconoscendo la sconfitta, Maduro ha potuto però rivendicare una delle vittorie strategiche della Rivoluzione bolivariana voluta da Chavez. Infatti, grazie alla natura democratica del processo bolivariano che ha affrontato e vinto in passato decine elezioni e referendum, anche questa volta il Venezuela ha potuto scegliere attraverso un processo elettorale pacifico. In questo modo tutte le illazioni sulla natura autoritaria del governo venezuelano vengono quindi smentite dalla stessa vittoria, riconosciuta, delle forze che si oppongono a Maduro ed alla rivoluzione bolivariana.

Il Venzuela si conferma quindi un paese dove è stato possibile in passato e quindi può essere di nuovo possibile in futuro procedere verso una economia di stampo socialista dentro un processo di consenso democratico. Anche per questo Maduro, che resta sino al 2017 legittimo presidente del Venezuela, ha confermato il proprio personale impegno massimo a continuare i progetti sociali del Paese ed ha indicato la necessità impellente di migliorare l’efficacia del Governo e del processo rivoluzionario nel dare risposte alle esigenze della popolazione.

La Costituzione venezuelana voluta da Chavez prevede un bilanciamento tra i poteri dello Stato che oggi dovranno trovare un nuovo equilibrio. Questo sarà possibile se le forze che oggi sono maggioranza in Parlamento non tenteranno una spallata, magari con l’appoggio esterno degli USA, ma accetterano di svolgere il proprio ruolo nella legalità.

Resta il dramma di un paese che ha dovuto subire una aggressione esterna ed interna che ha sfiancato la popolazione. La guerra economica fatta di serrate, penuria indotta, speculazione finanziaria e contrabbando è un nemico molto difficile da vincere per uno Stato che resta in gran parte dipendente dalla rendita petrolifera. Non a caso quindi Maduro ha indicato la priorità di dare corso ad una rivoluzione economica e produttiva che crei le condizioni di una vera indipendenza e metta il Venezuela al sicuro dalla guerra economica in corso.

Ci auguriamo che il Venezuela sia capace di reagire alla situazione che si è determinata e trovare al suo interno le forze perché una battuta d’arresto si trasformi nella occasione per affrontare con ancora più determinazione i problemi strutturali, politici ed economici, che minacciano il futuro di quel paese e non solo. Ciò che è in gioco infatti non è solo il destino del Venezuela ma tutta quella costruzione politica che ha portato negli scorsi 10 anni l’intera America Latina a liberarsi dall’oppressione esterna riconquistando sovranità e dignità.

La contro-rivoluzione al servizio degli interessi del capitalismo finanziario minaccia tutti i popoli in tutto il mondo. Oggi queste forze hanno colto un’altra vittoria ma la lotta continua.

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Strategia della tensione in versione venezuelana

Maduro in Vargas.jpgdi Barbara Meo Evoli

Nella metro una donna grida: “Viva Chávez, vinceremo” prima di uscire dal vagone, mentre, a pochi metri, delle altre persone di opposizione si lamentano a voce alta delle attese interminabili a cui sono obbligate per comprare i prodotti calmierati di prima necessità. Scene di questo genere sono comuni in Venezuela, a pochi giorni dalle elezioni parlamentarie del 6 dicembre definite da numerosi  dirigenti politici tra le più importanti dell’era del “chavismo” (1).

Questi episodi, come le manifestazioni di piazza ricorrenti promosse sia dal chavismo che dall’opposizione, i battibecchi e gli insulti lanciati sulle reti sociali, gli editoriali infuocati presenti sui quotidiani, gli anatemi proferiti nei programmi televisi da dirigenti di entrambe le parti sono la prova dell’altissima polarizzazione della società venezuelana. Questo è stato un elemento caratteristico della vita politica del paese fin dal 2002, l’anno del colpo di stato promosso dall’opposizione contro Hugo Chávez. Ma dall’epoca delle manifestazioni violente tenutesi nel 2014 per chiedere l’uscita di scena del successore di Chávez alla presidenza, Nicolás Maduro, la tensione che vive il Venezuela non è più solo il frutto dell’estrema polarizzazione naturale tra due visioni contrapposte del paese.

Una visione è figlia di Hugo Chávez, colui che è stato il propulsore dell’unione dell’America latina, della fine dei trattati di libero commercio troppo favorevoli agli Usa, dello stop all’indebitamento con il Fondo monetario internazionale, dell’aumento del prezzo del petroleo, della redistribuzione della rendita petrolifera attraverso vasti programmi sociali nel campo dell’istruzione, la cultura, la salute e l’edilizia popolare.

L’altra visione è figlia dei partiti politici tradizionali (Azione democratica e Copei principalmente) che hanno governato il paese negli anni precedenti alla prima presidenza di Chávez e che oggi si trovano all’opposizione. Questa seconda visione del paese si concentra nell’avversare tutte le scelte politiche fatte dal governo, oltre a proporre la restituzione della proprietà di determinate imprese nazionalizzate negli ultimi anni, l’abbandono del regime di cambi fissi bolivar-dollaro e una nuova alleanza con gli Stati Uniti e la Nato.

La tensione degli ultimi due anni non è più solo la conseguenza dello scontro tra due diverse ideologie e idee di società ma è il frutto di una strategia pensata, disegnata e messa in pratica dagli avversari del “chavismo” con l’obiettivo di far cadere il governo. La posta in gioco nelle prossime elezioni è alta. I venezuelani sono chiamati a eleggere 167 deputati che avranno l’incarico di legiferare e ratificare i trattati internazionali per i prossimi cinque anni. Visto l’attuale disprezzo professato dall’opposizione nei confronti del chavismo, è naturale prevedere che, nel caso in cui questa vincesse, il parlamento si dedicherebbe a sbarrare la strada a qualsiasi proposta dell’attuale esecutivo socialista spingendo il paese verso l’ingovernabilità.

A pochi giorni dal voto che riaffermerà o indebolirà il partito e il movimento chavista, le misure disegnate dall’opposizione e tese a far innalzare il livello dello scontro tra le forze sociali e politiche e a generare scontento nella popolazione venezuelana si sono moltiplicate. L’Italia conosce questo tipo di manovre, essendo stata, durante gli anni di piombo, teatro del primo esperimento di applicazione della strategia della tensione. Gli autori della strategia tesa a imporre una svolta politica reazionaria e a bloccare lo spostamento dell’asse governativo verso l’estrema sinistra, nella fattispecie italiana, sarebbero stati gruppi neofascisti, una parte dei servizi segreti dello stato e settori importanti dei partiti di governo appoggiati dagli Stati Uniti; mentre nella fattispecie venezuelana, sarebbero settori dei partiti di opposizione di destra appoggiati da determinate potenti imprese private e dagli Usa.

I fatti che corroborano l’ipotesi dell’applicazione in Venezuela di un disegno eversivo teso alla destabilizzazione e al disfacimento dell’equilibrio attuale sono molteplici.

Negli ultimi anni si sono verificati numerosi sabotaggi delle infrastrutture elettriche, in particolare, solo nelle ultime due settimane vi sono state quattro esplosioni che hanno portato il governo a disporre lo spiegamento dell’esercito per la protezione delle maggiori centrali. Non sono nuovi questi attacchi in Venezuela, durante il periodo delle “guarimbas”, ovvero le manifestazioni violente del 2014, si erano registrati due incendi dolosi nel parco naturale contiguo a Caracas e un tentativo di avvelenamento dell’acqua nello stato di Merida (2).

Oltre agli atti di sabotaggio, si sono moltiplicati i tentativi di screditare Maduro attaccando i suoi collboratori e la sua famiglia. Il 13 novembre sono stati arrestati dall’Agenzia antidroga statunitense (Dea) ad Haiti e deportati a New York due presunti narcotrafficanti che sono stati identificati come nipoti del presidente Maduro. Il procedimento giudiziario è stato poco trasparente e stranamente non è stato sequestrato neanche un grammo di cocaina quando invece la grande stampa aveva denunciato la confisca di 800 kg (3).

Inoltre la coalizione di opposizione (la “Mesa de la Unidad democratica”, Mud) ha rifiutato di sottoscrivere l’accordo di accettazione dei risultati elettorali proposto dall’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) minando la fiducia dei cittadini nei confronti dell’ente responsabile delle consultazioni elettorali (Cne) e lasciando quindi intendere che, nel caso in cui non vincesse, denuncerebbe brogli elettorali. È immediato il parallelo con il non riconoscimento dei risultati accompagnato dall’invito a scendere in piazza del leader della Mud, Capriles Radonski, all’indomani delle elezioni presidenziali dell’aprile del 2013, che aveva generato dei disturbi lasciando un saldo di nove morti.

Il finesettimana precedente alle elezioni si sono propagati sulle reti sociali dei falsi annunci di oltre 5 mila mercati straordinari di prodotti calmierati a prezzi sussidiati dal governo. Poche ore dopo delle fonti non ufficiali hanno dichiarato la sospensione dei mercati popolari e si sono così generate delle piccole proteste contro l’annullamento di queste iniziative. Chi ha diffuso quest’informazione falsa tesa a creare scontento?

Le lunghe file di attesa nei supermercati pubblici e privati per l’acquisto di beni di prima necessità si sono cominciate a formare a partire dalla metà del 2014 e sono una realtà incontestabile. A partire dalla flessione del prezzo del greggio lo stato non ha più potuto sostenere il sussidio alle imprese importatrici erogato per anni e quindi il numero di prodotti importati sul mercato è diminuito. Tutte le imprese venezuelane hanno diritto di cambiare la moneta locale (il bolívar) in dollari statunitensi al tasso di cambio fisso agevolato per importare beni e prodotti necessari per le loro attività. Bisogna però tenere in considerazione che, oltre al tasso fissato dallo stato, ne esiste uno “parallelo” che sfugge al controllo dello stato, che è stabilito dalla domanda e dall’offerta della valuta statunitense fra privati e che è di gran lunga sfavorevole per gli importatori venezuelani. A causa dell’aumento del divario fra tasso di cambio fisso e “parallelo”, per le imprese importatrici l’accesso al tasso di cambio fisso si è trasformato in un sussidio implicito da parte dello stato. La drastica riduzione di prodotti importati sussidiati dovuta alla diminuzione degli introiti dello stato causata dalla riduzione del prezzo del petrolio è stata quindi una delle cause che ha generato le lunghe attese davanti ai supermercati. Ma chi sono coloro che fanno queste code? Sono le famiglie con redditti bassi ma anche un nutrito gruppo di commercianti illegali che si dedicano alla compravendita di prodotti con prezzi calmierati con fini speculativi. Così oggi, alla riduzione della presenza di prodotti calmierati sul mercato legale che è causata dalla diminuzione delle importazioni sussidiate, si aggiunge quella dovuta alla loro rivendita nel paese a prezzi quadruplicati e al loro contrabbando principalmente con la Colombia. Il governo ha tentato di mettere fine alla fuoriuscita di prodotti sovvenzionati e di benzina (anche questa sussidiata) chiudendo la frontiera con la Colombia ma, fino ad’ora, la misura ha ottenuto scarsi successi a causa dell’implicazione nel contrabbando di numerosi militari venezuelani (4).

Gli altri fatti che confermano la tesi dell’applicazione di una strategia della tensione in funzione antisocialista sono l’assassinio del dirigente del partito di opposizione Azione democratica (Ad), Luis Manuel Díaz, avvenuta il 26 novembre, e altre tre aggressioni ad altri dirigenti della coalizione della Mud messe in atto da soggetti incappucciati e imputate al governo. Chi si avvantaggia di queste violenze pre-elettorali? Non di certo il Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) bensí l’opposizione che ha una prova in più da aggiungere all’elenco delle violazioni perpetrate presuntamente a suo danno. A seguito dell’assassinio, i media venezuelani di opposizione e decine di media internazionali hanno affibbiato al governo di Maduro l’appellativo di regime spietato che elimina i propri avversari. Ma Díaz non era uno stinco di santo: aveva precedenti penali, dal 2010 era sotto inchiesta per omicidio ed era sospettato di essere il capo di una banda criminale in lotta con gli avversari per il controllo della zona. D’altro canto, è comunque irrefutabile che tuttora il Venezuela si caratterizzi per gli alti indici di delinquenza e che le misure attuate dai governi socialisti di Chávez e Maduro non sono state sufficienti per debellare questa piaga storica del paese.

Per concludere il quadro di questo clima che è stato reso a proposito estremamente teso, la più importante leader della Mud, Lilian Tintori, moglie di Leopoldo López in carcere per incitazione alle violenze avvenute nel 2014, ha imputato a priori a Maduro la responsabilità di qualsiasi tipo di atto violento di cui potrebbe essere vittima.

Perché i media main stream hanno taciuto quando le vittime delle violenze sono state dei leader del chavismo come Eleazar Hernández, Robert Serra o Génesis Arguinzones?

I cittadini venezuelani sono totalmente consapevoli dei problemi irrisolti dall’attuale governo: l’inflazione, l’insicurezza e la corruzione, ma lo sono anche dei punti forti. Primo fra tutti l’aver dato la possibilità alla maggior parte della popolazione di avere voce e di partecipare alla costruzione politica, sociale ed economica di un paese nuovo e più giusto.

1 Elias Jaua, candidato del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) nello stato Miranda, ha paragonato le prossime elezioni del 6 dicembre al referendum promosso dall’opposizione per revocare il mandato presidenziale di Hugo Chávez che si svolse il 15 agosto 2004. In quell’occasione vinse il “No” alla revoca di Chávez con il 59% dei voti. http://www.aporrea.org/actualidad/n281890.html

2 http://www.avn.info.ve/contenido/fase-terrorista-ultraderecha-envenenar-agua-m%C3%A9rida-y-quemar-warairarepano

3 http://www.justice.gov/usao-sdny/file/792936/download

4 http://versionfinal.com.ve/sucesos/detienen-a-capitan-del-buque-negra-hipolita-por-presunto-contrabando-de-combustible/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Venezuela: la realtà vs la narrazione dei media italiani

dossier a cura della Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma”

Verso le elezioni del 6 dicembre: come stanno le cose in Venezuela e perché i media italiani non raccontano la verità.

1. INTRODUZIONE

Il prossimo 6 dicembre, il processo bolivariano chiamerà alle urne il popolo venezuelano: sarà quindi la ventesima volta che la Revolución – iniziata con l’elezione del presidente Hugo Chávez al tramonto del ventesimo secolo – si sottoporrà al giudizio popolare.

Nonostante la sinistra rivoluzionaria abbia vinto diciotto delle diciannove elezioni indette finora, il governo di Maduro, così come quello precedente di Chávez, è costantemente attaccato dai più potenti mezzi d’informazione internazionali, proprietà delle grandi corporazioni private che governano il mercato globale. La narrazione è sempre la stessa: il governo bolivariano viene dipinto come una grottesca dittatura governata da caudillos corrotti che stanno affamando il popolo venezuelano e espandendo il modello castrista cubano, proprio in quel paese che era considerato area riservata agli affari statunitensi e che forniva, “senza troppe storie”, carburante a quella macchina drogata di crescita senza freni che è il capitalismo globalizzato.

Questa campagna mediatica diffamatoria e, come avremo modo di vedere, infondata, si è intensificata dopo la morte di Chávez.  In particolare, negli ultimi mesi e in concomitanza con la guerra economica e la strategia della violenza realizzata dalle oligarchie in combutta con i poteri del continente americano, la stampa internazionale parla spesso e male del Venezuela bolivariano.

L’obiettivo di questo piccolo dossier è quello di illustrare come la stampa italiana più influente sull’opinione pubblica abbia agito rispetto al Venezuela con scorrettezza e poca professionalità. Coerentemente con il potere economico italiano, che ha scelto di trasformare e svendere lo Stato italiano in funzione delle necessità della globalizzazione neoliberista, il latifondo mediatico ha scelto di trattare il caso venezuelano non in funzione del diritto all’informazione, ma servendo quell’architettura imperiale composta da entità economiche e finanziare con struttura planetaria che vedono nella Rivoluzione bolivariana una minaccia per i loro interessi economici.  Gli unici mezzi d’informazione che fino ad oggi hanno fatto luce sulla significativa e interessante realtà venezuelana sono infatti quelli che non hanno padroni. Tra questi, si consiglia di consultare: ALBAinformazione, L’Antidiplomatico, Contropiano, Il Manifesto, o il blog di Fabio Marcelli su Il Fatto Quotidiano: strumenti informativi che, lo ripetiamo, oltre ad essere attratti dalle conquiste sociali raggiunte in Venezuela, hanno potuto esprimersi onestamente e professionalmente grazie al fatto di non dipendere economicamente da nessuna grande impresa privata.

Con l’augurio di aver prodotto un piccolo ma utile manuale per movimenti, organizzazioni e associazioni che lottano per una trasformazione della realtà mondiale e per la costruzione di relazioni di amicizia e solidarietà tra i popoli del mondo, abbiamo scelto il caso delle Guarimbas: le già citate violenze organizzate dalla destra più reazionaria e antipopolare in Venezuela, come esempio della campagna diffamatoria di cui è vittima il processo bolivariano in Venezuela.

2. IL CASO GUARIMBAS: LA VIOLENZA FASCISTA CONTRO IL PROCESSO BOLIVARIANO

La Salida era il piano dell’estrema destra venezuelana, guidata da Leopoldo Lopez per deporre il legittimo presidente Maduro, eletto con  un regolare processo democratico, attraverso dei movimenti di piazza, sulla falsa riga delle “rivoluzione colorate” come quelle di Libia, Siria e Ucraina. Le manifestazioni di piazza, definite “pacifiche manifestazioni di giovani studenti democratici”, si sono presto trasformate in violenta guerriglia urbana, se non proprio in azioni militari con infiltrazioni di paramilitari stranieri nelle regioni confinanti con la Colombia, come il Tachira.

Queste azioni terroriste, in seguito chiamate “Guarimbas”[1] (barricate), implicavano il blocco e il controllo delle strade, azioni armate e incendiarie contro le istituzioni socialiste della Repubblica Bolivariana del Venezuela; mediante l’utilizzo di miguelitos (chiodi atti a creare incidenti stradali) e guayas, fili di acciaio posizionati all’altezza della testa da un lato all’altro di una carreggiata (con l’obiettivo di decapitare i motociclisti). Alcuni testimoni[2] parlano di veri e propri pedaggi che i normali cittadini erano costretti a pagare ai guarimberos per potersi spostare da una parte all’altra delle città. I bersagli delle azioni terroriste erano i simboli dello stato bolivariano: ospedali, centri di salute, ambulanze, scuole, asili, centri per il turismo, tv di stato. Supermercati e negozi erano spesso costretti a chiudere per portare la popolazione allo stremo. Tutto ciò avrebbe dovuto portare a legittimare un cambio di governo o un intervento esterno. Una specie di strategia della tensione all’interno di quello che viene definito un golpe continuado.

Solo nel 2014 in Venezuela, questi atti criminali, spesso sfociati nella “caccia al chavista”, hanno provocato la morte di 43 cittadini venezuelani e più di 800 feriti, tra cui non pochi membri delle forze di polizia e delle forze armate bolivariane. Non pochi di questi ultimi, hanno perso la vita a causa di colpi di arma da fuoco sparati da cecchini posti a poca distanza da loro; alcuni sono stati uccisi mentre cercavano di togliere le barricate costruite da gruppi paramilitari colombiani e venezuelani.

Insomma, le Guarimbas della destra fascista venezuelana, iniziate il 12 febbraio del 2014, subito dopo la vittoria di Nicolás Maduro alle elezioni presidenziali, avevano come fine la creazione del disordine, per poi accusare il Governo democratico venezuelano di violare i diritti umani in Venezuela. Tutto questo, attraverso “operazioni speciali”, sotto “falsa bandiera”, che compongono ciò che non pochi analisti chiamano: “Colpo di Stato continuato”; e cioè, la “guerra senza limiti” degli Stati Uniti contro il socialismo bolivariano, con la ratio di porre in essere il precedente (o meglio, il “casus belli”) e legittimare quindi un intervento militare di tipo simmetrico dei marines statunitensi nel paese andino – amazzonico.

3. LA NARRAZIONE TOSSICA DEI MEDIA ITALIANI

Durante le Guarimbas la stampa italiana è stata il bollettino ufficiale dell’opposizione antichavista. La Stampa, il Fatto Quotidiano per la penna di Cavallini, La Repubblica con Omero Ciai, Il Messaggero, L’internazionale, Panorama, il Giornale, Rainews hanno dato l’esclusiva mediatica al punto di vista dell’opposizione, un’opposizione di ultra-destra, neoliberale e sostenuta dagli Stati Uniti, che da sempre spingono verso un cambio di governo a Caracas, per porre fine una volta per tutte all’esperienza socialista della repubblica bolivariana. Una stampa che si riconferma totalmente organica alla macchina propagandistica dell’imperialismo, arma di punta della già citata guerra di IV generazione degli Usa.

Il piano eversivo denominato “la salida”, che mirava all’uscita di scena di Maduro attraverso la mobilitazione delle piazze, ha avuto come copertura mediatica la campagna internazionale SOS Venezuela, una campagna impostata su tre canali: la stampa, i social network e internet in generale, le ONG (in particolare Amnesty e Human Right Watchs).

Sulla sua pagina italiana di Facebook, Sos Venezuela si dichiara apertamente anticastrocomunista e volta ad abbattere il socialismo, che indica come la causa del “disastro” economico e sociale del paese.  Tuttavia assume delle connotazioni volte a far leva su un pubblico con una sensibilità di sinistra[3]: descrivono le guarimbas come giovani studenti, soprattutto donne, che manifestano pacificamente per la democrazia e la libertà. Le rivolte di destra, che mirano alla fine del socialismo e alla reintroduzione di rapporti economici capitalisti (e quindi, sostanzialmente a riportare il paese alla condizione di “cortile degli Usa”), sono mascherate come manifestazioni   antiautoritarie, antirepressive, democratiche e libertarie. Un copione già andato in scena in Libia, Siria e Ucraina[4], in quella che potrebbe chiamarsi strategia Usa del golpe permanente, volta al mantenimento della sua egemonia attraverso la destabilizzazione globale[5].

Lo slogan della campagna Sos Venezuela è: il Venezuela muore mentre l’Italia tace. Invece è esattamente il contrario. Gli attivisti antichavisti in italia stanno ovunque: nei salotti tv, nei tg e nelle trasmissioni radio, su blog e social network, col sostegno di ong e classe politica.

A non aver voce sono le altre parti in causa: il governo e il popolo venezuelano. Non essendoci una pluralità di fonti se non i bollettini dell’opposizione, ne risulta che il ruolo della stampa italiana è quello di cassa di risonanza dell’ultra-destra sostenuta dagli Usa. L’informazione ne riporta semplicemente la propaganda, non i fatti oggettivi. Questo perché la campagna mediatica è volta esattamente a capovolgere i fatti: mostrare una democrazia partecipata come una feroce dittatura, una parte politica progressista e popolare come reazionaria e antipopolare, le vittime delle violazioni dei diritti umani per carnefici e i carnefici per vittime. Per poter capovolgere la realtà ha bisogno di imporre una visione unica senza contraddittorio.

Così gli attivisti dell’ultra-destra di Leopoldo Lopez, come Marinellys Tremamunno[6], approdano sui nostri schermi parlando della loro lotta di liberazione contro la brutale dittatura di Maduro e lamentando il silenzio dell’Italia sul “genocidio” che è in corso in Venezuela. Schematizzando, i punti fondameli della loro campagna mediatica sono questi:

  1. Maduro ha vinto grazie ai brogli, il suo potere è illegittimo. Maduro è un dittatore.
  2. I giovani sono scesi spontaneamente in piazza per mandare via il dittatore attraverso pacifiche manifestazioni e ripristinare la democrazia.
  3. Il governo risponde alla piazza con la repressione violenta e brutale e la persecuzione politica degli oppositori, che vengono incarcerati per le loro idee, come Leopoldo Lopez.
  4. Anche la stampa dissidente viene perseguitata e oscurata. 
  5. Il paese muore a causa di una brutale dittatura socialista che ha causato fame e miseria.
  6. Per questa ragione il popolo venezuelano (cioè gli attivisti legati a Voluntad Popular) chiede l’attenzione dei media e l’intervento esterno.

Queste verità sono quantomeno incomplete. La stampa italiana le propugna senza contrapporre il punto di vista delle altri parti in causa, il governo bolivariano e il resto del popolo venezuelano. Tace su dei fatti oggettivi.

  1. In Venezuela non c’è alcuna dittatura. Maduro ha preso il posto di Chávez prima ad interim in quanto vice, poi perché eletto democraticamente dal popolo venezuelano. Le elezioni sono avvenute regolarmente, in maniera trasparente[7]. L’opposizione denuncia brogli ma non presenta prove, per cui le sue accuse rimangono del tutto prive di fondamento reale.

La stampa italiana ha sempre cercato goffamente di mostrare la repubblica bolivariana come una dittatura. Ma non potendosi basare su alcun dato oggettivo, si è limitata a discreditare prima Chávez, definendolo un populista, un demagogo autoritario, caudillo o duce[8], poi Maduro definito poco carismatico[9], lasciando intendere l’inadeguatezza di un ex tramviere a guidare uno stato. Bisognerebbe ricordare a questo tipo di stampa, che le origini operaie di Maduro non significano che non è qualificato per il ruolo di presidente, ma soltanto che il popolo venezuelano ha scelto di essere rappresentato da un ex tranviere, piuttosto che da un avvocato o un uomo d’affari.

  1. Al contrario, la piazza di Lopez rappresenta un limitato gruppo sociale uscito sconfitto dal confronto elettorale, che adesso cerca di raggiungere il potere attraverso la destabilizzazione e la richiesta di un intervento esterno. La stampa italiana ha quindi l’onere di camuffare da manifestazione democratica un piano evidentemente eversivo, che spiega perché a) il governo di Caracas denuncia un golpe diretto da paesi stranieri b) perché Leopoldo Lopez si trova in carcere. E’ costretta a tacere sui 5 milioni di dollari che gli Stati Uniti hanno stanziato nel 2014 per sostenere le attività dell’opposizione[10], ovvero le cosiddette “manifestazioni spontanee”. Manifestazioni che peraltro hanno poco di pacifico.
  1. Ad attribuire la responsabilità delle violenze e delle violazioni dei diritti umani ai manifestanti sono proprio le stesse vittime dei disordini! E’ il comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado[11] a denunciare i metodi violenti, i blocchi stradali, le imboscate, gli assalti a scuole, ospedali, supermercati, tv nazionali e le infiltrazioni paramilitari tra i manifestanti, soprattutto negli stati frontalieri con la Colombia in cui sarebbero presenti anche mercenari stranieri. Alcuni guarimberos riceverebbero un compenso di 3000 bolivar al giorno[12], altri sono politici legati all’estrema destra colombiana, come il sindaco della capitale del Tachira, San Cristobal[13].

Tra le vittime non ci sono solo soltanto elementi dell’opposizione, ma chavisti, forze dell’ordine, semplici cittadini che cercavano di togliere le barricate o che le difendevano, cittadini morti perché i soccorsi erano bloccati dalle barricate[14]. Non le manifestazioni di studenti, spontanee e pacifiche, di cui parla l’opposizione, ma uno scenario da guerra civile provocata da chi ha pianificato e sostenuto la Salida, ovvero Leopoldo Lopez e gli Stati Uniti.

  1. Non esiste nessuna sospensione della libertà di stampa. In Venezuela c’è un pluralismo mediatico non sottoposto al controllo del governo. Alcuni mezzi di comunicazione schierati con l’opposizione hanno manipolato foto di abusi delle forze dell’ordine avvenuti in Messico, Chile, Spagna e altri paesi, come violenze avvenute durante le manifestazioni di piazza. Per queste manipolazioni si sono aperte dei procedimenti giudiziari che hanno poi portato alla chiusura di emittenti e giornali[15]. La domanda che ci si dovrebbe porre è: perché i media manipolavano le immagini? Qui prodest?
  1. L’opposizione indica nel socialismo la causa della crisi del paese, per questo vorrebbe reintrodurre misure neoliberiste e libertà di mercato (che è forse l’unica libertà che realmente chiede!). Dello stesso parere non sembra essere la Fao, che più volte, ha premiato il Venezuela per i suoi risultati nella lotta alla fame e alla povertà. L’ultimo riconoscimento lo ha ricevuto proprio quest’anno per aver raggiunto l’obiettivo “sviluppo del millennio”, ovvero aver eliminato la fame grazie alle mission viviendas, e aver aiutato gli altri paesi ad uscire dalla povertà. Se il Venezuela è riuscito a ridurre il livello di povertà al 5,4% e ad eliminare la fame, è grazie alla nazionalizzazione del petrolio, una misura di politica economica socialista. Con i proventi del petrolio il Venezuela, oltre a dichiarare una lotta strutturale alla povertà, è riuscito a fornire servizi, strutture e trasporti pubblici al suo popolo e a garantire il diritto all’abitazione costruendo abitazioni popolari (sinora 800.000). La crisi è dovuta, in larga parte, a una guerra economica provocata da: guerra del prezzo del petrolio al ribasso, la speculazione sul bolivar, il contrabbando di merci ai confini della Colombia. Queste pressioni esterne, su una economia non ancora solidamente sviluppata inserita in un quadro di crisi economica globale, hanno creato problemi di inflazione e carenza di merci di prima necessità, oltre che una diminuzione della ricchezza generale. Il malcontento popolare generato da questa temporanea situazione di crisi, è strumentalizzato dalla stampa venezuelana (e italiana) legata agli interessi di Washington e dall’opposizione per destabilizzare il processo bolivariano e condizionare l’esito delle elezioni del 6 dicembre.
  1. Considerando questi aspetti ne esce un quadro diverso da quello servito in pasto al pubblico dagli “attivisti democratici” dell’ultra destra di Lopez: le Guarimbas sono state un’operazione con cui l’opposizione ha solo cercato di destabilizzare il potere di Caracas con la scusa dei diritti umani, per sostituire un governo legittimo, progressista e popolare a una élite politica reazionaria legata a interessi economici e politici esterni al Venezuela e contrapposti al suo popolo. In questo senso, la richiesta di un aiuto esterno e di sanzioni, era funzionale soltanto a fermare il processo bolivariano, esasperare la situazione economica e privare il popolo venezuelano della propria autodeterminazione e sovranità. Una situazione che ha costretto la stampa a manipolare o tacere sui fatti per poter mostrare la realtà capovolta come verità mediatica.

4. CONCLUSIONI

Quello che ci viene da chiedere è perché la legalità di uno stato democratico dev’essere rispettata in quest’Italia ingiusta e calpestata impunemente in Venezuela? In Venezuela si è arrivati al punto che un gruppazzo di ex presidenti è andato a fare lì una manifestazione. Che direbbero se Zapatero, Sarkozy o … Ahmadinejad venissero a manifestare davanti a Rebibbia per protestare contro i pestaggi dei poliziotti che riducono la gente nelle condizioni di Stefano Cucchi o contro le torture ai prigionieri politici o contro il 41 bis che sempre tortura è?

Come mai la stampa nostrana, che in Italia sta sempre dalla parte delle cariche della polizia, dei lacrimogeni, del diritto dello stato alla repressione dei manifestanti, in Venezuela (come prima in Libia, Siria e Ucraina) diventa improvvisamente sensibile alle aspirazioni di libertà e democrazia di “giovani studenti pacifici venezuelani”, della destra fascista anti-chavista filo Usa?

Se vincesse la destra – e cioè se quel 40% circa di oppositori diventasse maggioranza -, il Venezuela diventerebbe improvvisamente una democrazia gradita a questi giornali? E cosa definisce la tanto decantata democrazia (borghese) se non il feticcio elettorale?

Cosa direbbero questi giornali se il sindaco di Milano o di Roma si calasse il passamontagna come Daniel Ceballos (ex sindaco di San Cristobal) se ne andasse in giro ad attaccare la polizia? Perché qui in Italia, giornali come il Fatto Quotidiano e i suoi consimili chiedono galera per corrotti e mafiosi e in Venezuela difendono e coccolano golpisti e banchieri corrotti? Perché questi giornalisti tacciono sulla repressione che colpisce la dissidenza di sinistra italiana, come per esempio il movimento No Tav, ergendosi a paladini della legalità, e invece in Venezuela sostengono chi non rispetta una costituzione prodotta da una recente rivoluzione di nuova democrazia?

Forse la risposta è da trovare in quello che hanno fatto il governo di Chávez prima e quello di Maduro poi.  Allora, prima di concludere questo breve racconto, occorre illustrare e sottolineare alcune vittorie importanti raggiunte dal Venezuela socialista e bolivariano. Possiamo elencare 4 punti fondamentali in questo senso, 4 obiettivi già raggiunti dalla Rivoluziona Bolivariana che non può smontare o negare nemmeno il discorso ultrareazionario dell’opposizione:

  1. la Rivoluziona Bolivariana ha il grande merito di aver politicizzato una società lasciata completamente atomizzata dal modello di capitalismo rentier petrolifero promosso dal 1958, anno della restaurazione della “democrazia rappresentativa”. In altri termini, il processo bolivariano ha saputo rompere con il modello anteriore di democrazia formale, fossile e senza contenuti, che ricorda molto l’attuale modello decadente italiano, e realizzare una lenta ma effettiva transizione a un modello di democrazia sostanziale, partecipativa, popolare e basata sulle Comunas: organi di autogoverno locale che smantellano la burocrazia statale e le sue logiche esclusive ed alienanti.
  1. Il processo bolivariano ha messo i diritti sociali al centro del modello economico. Le missioni sociali e altri potenti programmi sociali realizzati dal Governo negli ultimi anni ricordano le politiche sociali realizzate dalle socialdemocrazie europee nel dopoguerra grazie alle conquiste del movimento operaio. Tuttavia, la grande differenza è che in Venezuela i programmi sociali –lontani dalle dinamiche assistenzialiste- prevedono spesso la più ampia e protagonista partecipazione possibile delle comunità, come per esempio la missione Barrio Adentro[16]. Più in generale, a differenza di quello che era il Welfare State, il governo bolivariano non chiede permesso al grande capitale per realizzare queste politiche finalizzate a pagare il “debito sociale” contratto dal capitalismo con il popolo venezuelano, e in particolare con le classi popolari. Infatti, la spesa sociale in Venezuela è esplosa quando la congiuntura macroeconomica era positiva, ma è continuata ad aumentare anche quando la crisi economica globalizzata ha avuto un forte impatto sull’economia nazionale, ancora dipendente dal petrolio. Quindi, nel Venezuela socialista le condizioni degli strati più vulnerabili non dipendono da quanti profitti può accaparrare comunque la borghesia, ma sono un obiettivo centrale e non negoziabile per il governo. Questa volontà politica ha fatto sì che negli ultimi 15 anni il Venezuela ha ridotto enormemente la povertà, e allo stesso tempo la disuguaglianza economica.
  1. Un’altra fondamentale questione che ha permesso grandi conquiste sociali è la nazionalizzazione del petrolio. Il Venezuela è tra i paesi più ricchi al mondo per riserve di greggio. Grazie alla volontà e determinazione del presidente Hugo Chávez il controllo del petrolio è stato strappato alle imprese multinazionali e messo a disposizione dello Stato e di un progetto di paese includente, democratico, solidale, al servizio di un orizzonte sociale socialista. In tal modo è stato possibile dal ’99 ad oggi dimezzare il livello di povertà, portandolo dal 10,8% al 5,4%, mentre la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, si è assestata intorno al 5%[17]. La restituzione dei proventi derivanti dall’industria petrolifera al popolo, ha permesso l’accesso per tutti alle cure mediche, mentre ha garantito il diritto all’abitazione e all’alimentazione. La nazionalizzazione non ha soltanto consentito di diminuire la forbice tra ricchi e poveri, configurando una struttura sociale più equa, ma ha permesso di esportare una maggiore eguaglianza sociale negli altri paesi dell’ALBA. Fornendo il petrolio a condizioni vantaggiose, ha permesso l’indipendenza energetica di quei paesi dalle multinazionali del petrolio, che hanno perso un continente da saccheggiare. La stampa borghese urla al paternalismo e alla corruzione, per discreditare un modello di integrazione economica basato sulla cooperazione -non sulla concorrenza – e sulla socializzazione dei profitti, ovvero sulla restituzione del plusvalore alle classi che lo producono.
  1. Questo progetto socialista a livello interno si proietta fuori dai confini statali come un grido di dissenso alla logica imperiale della globalizzazione neoliberista. A livello regionale, il governo bolivariano è stato determinante per smontare il Consenso di Washington e costruire il Consenso Bolivariano, una nuova architettura sovranazionale antimperialista, che si è materializzata nell’istituzionalizzazione dell’ALBA: come progetto socialista d’integrazione regionale. Più in generale, a livello internazionale, il Venezuela rappresenta un pilastro essenziale per la costruzione di un mondo multipolare, un ordine internazionale per la prima volta nella storia senza imperi ne imperialismi, ma basato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla convivenza tra diversi modelli politici e sociali.

Ovviamente, riconoscere questi grandi passi in avanti non vuol dire credere che il Venezuela sia oggi un paradiso, anzi. Non vuol dire non riconoscere che la Rivoluzione bolivariana deve ancora fare passi in avanti per democratizzare le forze di polizia o l’economia del paese. Oltre alla guerra economica messa in piedi dal potere economico, ci sono grandi ostacoli non ancora superati: primo tra tutti la dipendenza dal petrolio e del modello primario esportatore. Però, il governo bolivariano rimane l’unica forza politica democratica e rivoluzionaria capace di affrontare queste grandi sfide. Non solo, nonostante le contraddizioni e i problemi, il Venezuela bolivariano e socialista può e deve rappresentare un esempio per altri popoli e nazioni che stanno soffrendo la barbarie del capitalismo e la crudeltà del neoliberismo. Forse proprio per questo, uno dei grandi obiettivi delle corporazioni mediatiche è quello d’impedire che le sinistre mondiali e i movimenti anticapitalisti possano analizzare con obiettività e trasparenza l’attuale processo bolivariano. Disorientando e mentendo continuamente sulla realtà delle cose in Venezuela non solo si crea un’opinione pubblica internazionale consenziente a un’eventuale operazione militare, ma s’impedisce alla sinistra mondiale di fare dell’esperienza bolivariana una ricchezza teorica e pratica per altri progetti di trasformazione sociale.

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Note:

[1]              Per un maggior approfondimento sulle Guarimbas:
http://www.ivoox.com/artilleria-palabra-programa-7-11-2015-audios-mp3_rf_9301638_1.html

[2]              Testimonianze del comitato delle Vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado:

[3]              L’opposizione in piazza unisce slogan anticomunisti a canti di tradizione comunista. Si “traveste” così da movimento per i diritti umani, per raccogliere il consenso generale e difendersi dalle accuse di fascismo che il governo le muove. http://www.ilgiornale.it/news/esteri/venezuela-muore-perch-litalia-tace-denuncia-quando-silenzio-1001989.html

[4]              Raul Castro denuncia una campagna sovversiva ordita dagli Stati Uniti, nei confronti dei governi che ostacolano gli interessi dello schieramento imperialista. Queste campagne si articolano con metodi “più sottili e camuffati, senza rinunciare alla violenza, per spezzare l’ordine interno e la pace” e impedire “ai governi di concentrarsi nella lotta per lo sviluppo economico e sociale”. https://actualidad.rt.com/actualidad/view/120688-raul-castro-venezuela-eeuu-ucrania

[5] https://albainformazione.com/2015/10/13/la-strategia-del-golpe-continuo/

[6] http://www.ansa.it/sito/videogallery/mondo/2014/04/11/venezuelani-paese-e-distrutto-38-morti_7d70441a-936f-4284-870a-93a34ecafad2.html
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-crisi-in-Venezuela-Presentata-una-petizione-al-parlamento-a-Roma-dagli-italo-venezuelani-Video-52742aef-60bc-4f8f-895f-d0b12b18676e.html

 

[7]              In Venezuela le votazioni avvengono con un sistema di “doppia identificazione”, in cui l’elettore deve registrarsi prima con un documento identificativo e poi con l’impronta digitale. Dopo di che, c’è quello della “doppia certificazione” del voto: effettuata prima elettronicamente e poi con il rilascio di uno scontrino, il quale va successivamente depositato nell’urna. Infine, l’intero processo è stato monitorato da tre grandi gruppi di osservatori internazionali: Unasur (Unione Nazioni del Sud – organismo latinoamericano), gli osservatori del Centro Carter e del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), oltre che a  rappresentanti di lista di entrambi gli schieramenti.

[8] http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/berlusconi-chavez-abbracci-frattini-gerarchi-fascismo-396411/

[9] http://www.repubblica.it/esteri/2013/03/06/news/venezuela_maduro_successore_chavez-53958605/?ref=search

[10] http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/feb/18/venezuela-protests-us-support-regime-change-mistake

[11] https://albainformazione.com/2015/10/16/intervista-a-oscar-carrero/

[12] Aporrea denuncia la presenza di paramilitari e narcotrafficanti colombiani, oltre che i compensi elargiti ai dimostranti.   http://www.aporrea.org/oposicion/a187814.html

[13] http://ilmanifesto.info/elezioni-comunali-allombra-delle-guarimbas/

[14] http://www.aporrea.org/actualidad/n249080.html

[15] http://www.correodelorinoco.gob.ve/nacionales/venezuela-tomara-acciones-judiciales-contra-manipulacion-mediatica-hechos-violentos/

[16] http://lainfo.es/it/2015/04/16/12-anni-barrio-adentro/

[17] http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=5694&pg=13246

(VIDEO) Declaración de internacionalistas en Venezuela

Los pueblos también votamos por la Revolución

Ser internacionalista es saldar nuestra propia deuda con la humanidad. Quien no sea capaz de luchar por otros no será nunca suficientemente capaz de luchar por sí mismo.

 
 Fidel Castro, discurso del 5 de diciembre de 1988

La Revolución Bolivariana se abrió al mundo como un llamado. 
Hace dieciséis años, descubrimos en Hugo Chávez a un hombre nuestro, que comenzamos a llamar, con respeto y admiración, Comandante. 


En él y en el pueblo venezolano reconocimos una esperanza, una luz o, más bien, una llamarada para seguir impulsando las luchas y construir la nueva sociedad por la que tanto hemos luchado en cada uno de nuestros territorios, para seguir transformando las realidades de injusticia que aún se imponen en la mayoría de nuestros países. 


De esta forma, en las disputas por recuperar nacionalidades, tierras, viviendas, derechos, se nos fue metiendo, en el corazón y en la conciencia, la imagen siempre clara de Chávez, como diciendo «se puede», «debemos», «aquí estamos», «no estamos solos ni solas». Una invitación a ir a por más, a por todo; en eso se convirtió. Las luchas de resistencia se hicieron más fuertes, más seguras en su razón histórica, aquella que nunca concibió que las palabras vida y capitalismo pudieran ir juntas. El Comandante ahí siempre, ofreciendo la libertad de los pueblos, que se construye y no se mendiga. 


Dieciséis años, sí. Un tiempo para avanzar en unidades, sentirnos parte de la Revolución Bolivariana, aprender su himno de «bravo pueblo», su potencia transformadora, su conducción encabezada hoy por Nicolás Maduro, junto a un mar de pueblo que se hace fuego que enciende la vida.

Y así como hicimos de las enseñanzas de Chávez una responsabilidad en cada uno de nuestros países, muchos y muchas de nosotras decidimos hacer nuestra esta tierra grande de Bolívar y luchar en ella y por ella como internacionalistas, convencidos y convencidas de aportar todo cuanto sea posible. 


Mientras en muchos de nuestros países hoy se ha privatizado la educación y la salud, aquí encontramos servicios públicos, masivos y gratuitos, encontramos las Misiones.

Mientras en muchos de nuestros países nos están desalojando de nuestras casas por no poder pagar a los bancos, aquí encontramos un Estado que ha construido y entregado más de 800.000 viviendas dignas.

Mientras en muchos de nuestros países nos han desplazado y masacrado para quitarnos nuestras tierras, aquí asistimos a la entrega de tierras y apoyo para la producción.

Y, sobre todo, cuando en muchos de nuestros países nos siguen asesinando y persiguiendo por pensar diferente, por organizarnos, aquí encontramos leyes para construir Poder Popular y la libertad de discutir sin miedo, de gritar sin miedo, de organizarnos y luchar sin miedo. 


Aquí estamos, compañeras y compañeros de diferentes países, convencidas y convencidos de que la solidaridad, los cuerpos puestos al servicio de las revoluciones son una necesidad histórica, una manera de responder al llamado de Chávez. Seguiremos aquí, aprendiendo y haciendo frente a la guerra económica, mediática, violenta, a las conspiraciones del imperio norteamericano, a la burguesía y a la oligarquía, los enemigos comunes de hace mucho tiempo.

En nuestras voces están las de miles de mujeres y hombres, campesinas/os, pobres, trabajadoras/es, comuneras/os,  jóvenes, todos y todas situadas de este lado del mundo, el de Chávez, la Revolución Bolivariana, defendiendo la necesidad impostergable de vencer. 


Hoy como Revolución, atravesamos por una de las crisis más duras que hemos vivido. Crisis por el avance de la derecha transnacional, pero también crisis por lo mucho que debemos corregir y profundizar.

Hoy no tenemos al frente a nuestro Comandante, eso ha sido un duro golpe para todas y todos. Pero tenemos la posibilidad y el deber de decidir entre permitir que las sombras nos alcancen, o hacernos fuertes y luchar juntos y juntas por nuestra definitiva independencia. 


Nos han querido desgastar y vencer golpeando nuestra moral. Las colas, los medios de la derecha, la violencia sembrada… Y ahí estamos resistiendo, de a poquito dibujando alternativas para no dejar que nos roben la esperanza. 

El próximo 6 de diciembre tendremos una nueva batalla electoral. Muchos de nosotras y nosotros no podremos votar, pero claro que nos sumamos a esta lucha. Y, por esto, si yo fuera venezolano o venezolana, este 6 de diciembre votaría por la Revolución!! 

Chávez vive, la Patria sigue! 

Caracas, 22 de noviembre de 2015

 

Firmas:

Brigada Apolonho de Carvalho, MST- Brasil

FDLP – Palestina

Brigada Eva Perón, Movimiento Popular Patria Grande – Argentina

Fundación Pakito Arriaran – País Vasco

Brigada Che Guevara – Argentina

FPLP- Palestina

Terra Liberada, Comité de Solidariedade Internacionalista – Galiza

Congreso de los Pueblos – Capítulo Venezuela

Brigada de Solidaridad del Frente Popular Darío Santillán – Corriente Nacional – Argentina

Marcha Patriótica – Capítulo Venezuela

Movimiento Socialista José Carlos Mariátegui – Perú

Movimiento Bolivariano de Colombianos y Colombianas por la Paz – Venezuela

Iniciativa Cultural Colombia no está sola – Venezuela

Adhieren organizaciones venezolanas: 

Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora 

Movimiento de Pobladores y Pobladoras 

Movimiento Popular Uníos 

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Isaías Rodríguez: «L’alternativa al capitalismo è viva e praticabile»

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Roma, 26 ottobre 2015.- Julián Isaías Rodríguez Díaz: «Ecco perché il Socialismo Bolivariano fa paura agli Usa». Intervista all’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana. 

Il 6 dicembre si terranno le elezioni politiche in Venezuela. Quale importanza avrà l’esito di queste elezioni per il Venezuela e per tutta l’America Latina?

Cominciamo dal Venezuela e poi dall’America Latina. Sarà scelto il parlamento venezuelano. In tutti i paesi del mondo si tratta di elezioni fondamentali, perché il Parlamento è il potere sovrano che legifera e a cui spetta gran parte delle decisioni politiche. In questo momento il governo venezuelano detiene la maggioranza parlamentare. In queste elezioni si deciderà se questa maggioranza verrà confermata o meno. Noi crediamo che questa maggioranza verrà confermata. Questa è la cosa più importante, rafforzare il potere legislativo del paese.

Che stabilità dà al paese mantenere un parlamento che sia conseguente con il processo  venezuelano? In primo luogo tutte le decisioni di natura economica si prendono qui, gli accordi  economici del paese si prendono qui,  i trattati internazionali si ratificano qui e le leggi venezuelane si decidono fondamentalmente qui. In determinati casi il Presidente della Repubblica o il potere esecutivo possono avere la facoltà di emanare leggi, ma questa facoltà deve essere autorizzata dal potere legislativo. Se non è autorizza, il potere legislativo spetta interamente al parlamento.

Quindi queste elezioni sono fondamentali a che il processo venezuelano continui ad essere un processo socialista, consentendo ai poteri essenziali, che sono il parlamento e il potere esecutivo, di andare avanti di pari passo.

In questo momento, le aspettative su questo processo elettorale non sono solo per il Venezuela, ma anche per l’America Latina. E io direi anche per il mondo intero. Tutte le campagne che attualmente sono portate avanti  in Venezuela  da parte dell’opposizione nazionale e internazionale, hanno il fine di fare in modo che il processo elettorale si risolva in favore dell’opposizione. Per questo è stata scatenata una guerra economica, una guerra diplomatica, una guerra di disinformazione e indubbiamente una guerra politica da parte degli Stati Uniti e dell’UE nei confronti del Venezuela.

Perché tutto questo? Il Venezuela in questo momento è un’enclave anti neo-liberale. Tanto l’Unione Europea quanto gli Stati Uniti vogliono un mondo guidato dal neoliberalismo e dalla globalizzazione. Il Venezuela ha un progetto di società alternativa non soltanto rispetto a quella degli Stati Uniti, ma alternativa al neoliberalismo e al capitalismo. Da questo punto di vista il processo elettorale venezuelano ha un’importanza mondiale.

C’è anche un’altra ragione per cui è il risultato di queste elezioni è importante per l’America Latina. L’America Latina, in particolare il Sud America costituisce un blocco. Un blocco di paesi che si configura come società alternativa al capitalismo. Sono  direttamente coinvolti in questo processo Ecuador, Venezuela e gli altri paesi dell’ALBA. Inoltre le decisioni che sono state prese contro  l’Alca, l’area guidata dagli Stati Uniti, sono state adottate non solo da questi paesi, ma anche Argentina, Brasile e Uruguay, che per l’America Latina non sono importanti solo per ALBA ma anche perché fanno parte del Mercosur. Quindi l’idea è che il nostro processo sia una strategia per l’America Latina come blocco, per prendere decisioni in maniera congiunta. Per questa ragione è fondamentale per l’America Latina il trionfo del nostro progetto in queste elezioni parlamentari.

12283297_10207419594481073_1984839649_nDopo la vittoria delle ultime elezioni abbiamo visto l’opposizione scatenare  violente rivolte finalizzate a rovesciare il governo. Queste azioni di destabilizzazione hanno avuto il sostegno mediatico e politico di USA e UE. Ritiene che anche adesso ci siano pressioni esterne volte a condizionare l’esito elettorale? Di quale natura?

Sono di molteplice natura: mediatiche, economiche, diplomatiche, politiche, inclusa anche la via della cospirazione, attentano direttamente contro lo Stato. Non si tratta di pressioni legittime, ma illegittime e illegali, che vengono mosse contro il Venezuela. Tutte hanno come quinta colonna l’opposizione venezuelana, ma fuori dal paese l’Unione Europea, gli Stati Uniti e l’informazione del mondo globalizzato in genere, costituiscono il cannone puntato contro il Venezuela, esercitando pressioni di ogni natura.

Sono aumentate, soprattutto nell’ultimo periodo, le pressioni diplomatiche da parte di alcune istituzioni degli Stati Uniti e di organismi internazionali, che hanno cercato di utilizzare la OSA e stanno utilizzando alcuni paesi dell’America Latina integrati nell’area di influenza statunitense. Le pressioni, a livello internazionale, arrivano principalmente dai mezzi di comunicazione e dal mondo diplomatico. Ad esempio molte decisioni del parlamento europeo sono condizionate dagli Stati Uniti. L’Europa obbedisce alla linea strategica degli Stati Uniti nei confronti di un paese come il Venezuela, che non ha motivo di trovarsi nell’agenda di una potenza come l’Unione Europea. Si trova nell’agenda degli Stati Uniti per le ragioni che indicavo prima: stiamo costruendo una società alternativa al capitalismo. Non credo che dovrebbe far parte dell’agenda dell’UE.

Insisto che in questo momento le pressioni più importanti sono di natura diplomatica e economica. Se contro Cuba esiste un blocco di diritto, contro il Venezuela si è costituito un blocco di fatto, ossia un blocco definito all’interno di un contesto di relazioni internazionali. Un blocco di fatto che evidentemente ha conseguenze interne. Questo blocco ha fatto schizzare l’inflazione interna al Venezuela, ha determinato la difficoltà nel reperire alcuni prodotti necessari alla vita quotidiana, sta ponendo il paese in una situazione economica che, non fosse stato per le alleanze internazionali costruite dal presidente Chávez prima della sua dipartita fisica, avrebbe travolto il Venezuela.

Ci si trova senza dubbio dinnanzi a una guerra di sanzioni contro Russia e Venezuela. Ma non è soltanto questo. Si sta anche costruendo un mercato parallelo al mercato sud americano, l’alleanza del Pacifico  collegata all’alleanza con l’Unione Europea (il TTIP). Fortunatamente per noi, e sfortunatamente per gli Stati Uniti, la base economica di questi accordi è messa in dubbio anche dai paesi europei, come si evince da alcune dichiarazioni di Francia e Germania. Si può dire che in questo momento c’è una guerra in atto, che è fondamentalmente una guerra diplomatica ed economica.

Ma c’è una guerra mediatica, una guerra di disinformazione, la cosiddetta guerra di IV generazione, che mira a dare al mondo un’idea distorta di ciò che accade dentro il paese, tanto dal punto di vista politico, quanto sociale ed economico. Questa guerra è volta a mostrare il paese come una dittatura, senza democrazia interna e senza solidità economica. Un paese che ha i maggiori giacimenti petroliferi del mondo, anche quando viene ridotto il prezzo del greggio a livello nazionale, non può comunque versare in una situazione di debolezza economica. Basti ricordare che quando il Comandante Chávez è diventato presidente il prezzo del petrolio si aggirava sui 9 dollari al barile mentre in questo momento è a 40 dollari. Quindi abbiamo di che vivere!

Il Venezuela non è nuovo a ingerenze esterne. Nel  2002 il governo neocon di Bush aveva sostenuto un colpo di stato militare contro Chávez, e da allora ha sempre esercitato pressioni esterne, il cosiddetto Golpe Continuado. Perché il socialismo bolivariano fa così tanta paura agli Usa?

Il socialismo bolivariano è dichiarato dal  presidente Chávez nel 2005. Il chavismo non arriva al potere in Venezuela come un progetto esplicitamente socialista, ma come progetto nazionalista. Chávez viene eletto presidente nel 1999. In questi cinque anni il presidente Chávez si rende conto che il progetto bolivariano deve essere inscritto in qualcosa che va molto più in là del nazionalismo, che deve essere organico a un progetto socio-politico, un progetto ideologico con una teoria determinata. Assume quindi la definizione di progetto socialista, il cosiddetto socialismo del XXI secolo, così definito per  distinguerlo etimologicamente dal cosiddetto “socialismo reale”, il socialismo instaurato nella Russia Sovietica nel 1917 che si concluse con la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco sovietico. La guerra dell’imperialismo contro questo progetto, che aveva configurato due  modelli alternativi per l’umanità, ha effettivamente raggiunto i suoi propositi. Li ha raggiunti perché è riuscito a screditarlo davanti al mondo. In Europa per esempio il socialismo è visto come un progetto atroce e orribile. La grande macchina mediatica dei mezzi di comunicazione controllati dagli Stati Uniti ha mostrato il progetto sovietico simile a quello hitleriano, se non peggiore.

Il Venezuela bolivariano ha riscattato la parola stessa del socialismo. A pochi anni dalla caduta del muro di Berlino, siamo riusciti a riportare nella storia il socialismo come alternativa possibile alle ingiustizie, alla miseria e all’oppressione provocate dal capitalismo, a indicare una strada pacifica verso una società più giusta ed eguale, ad aprire uno spazio di riflessione e speranza a tutte le forze politiche progressiste che si pongono come fine la liberazione dei popoli dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. È una via nazionale al socialismo che si pone in continuazione con l’esperienza cubana e che senza Fidel non sarebbe potuta esistere. È un socialismo scientifico e umanista, ma sarebbe sbagliato pensare che si possa prendere il socialismo reale dell’Unione Sovietica e applicarlo così com’è  in una realtà come il Venezuela di oggi. Sarebbe anti-dialettico credere una cosa del genere. Il cosiddetto socialismo del XXI secolo è arricchito dell’esperienza storica dei nostri Libertadores, di Simón Bolívar, dallo spirito del cristianesimo delle origini e dalla pratica delle teologie della liberazione. È stato raggiunto per via pacifica e democratica, attraverso esperimenti di democrazia partecipativa. Non è un socialismo perfetto: il progetto di eliminazione delle ingiustizie, dell’inclusione sociale,della povertà, è ancora incompleto. È un processo ancora in atto e sono stati commessi errori, ma siamo riusciti a mostrare che esiste ancora la possibilità di creare un modello sociale che garantisca a tutti diritti fondamentali come alimentazione, salute, istruzione e abitazione, che  ponga la lotta alla povertà, e non il profitto privato, come fine, che abbia una visione geopolitica di cooperazione e integrazione e che imponga la proprietà sociale sui mezzi di produzione e sulle risorse strategiche, come noi abbiamo fatto con la nazionalizzazione del petrolio. Tutto ciò fa paura agli Usa  perché dimostra che l’alternativa al capitalismo non è stata sconfitta, ma è nella storia, è viva e praticabile.

Chávez aveva implementato i rapporti con i BRICS. Qual è il ruolo di questo blocco rispetto all’imperialismo Usa, nell’attuale fase storica? 

I BRICS sono le cinque economie emergenti nel secolo XXI. Stiamo parlando di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Nelle condizioni geopolitiche che si presentano nell’attuale fase storica, l’azione di un gruppo di paesi che faccia da contrappeso alla politica economica e internazionale degli Stati Uniti acquisisce sempre più importanza. Questo è ciò che realmente stanno facendo i BRICS. Il G8 e il G20 hanno perso molto della loro solidità perché si limitano a obbedire agli Usa. In questo modo non si può agire per risolvere i problemi del mondo. Per questa ragione si è costituito il gruppo dei BRICS.

I BRICS che proposito hanno? La prevedibilità e la sostenibilità delle relazioni internazionali, la promozione di una nuova architettura di sicurezza e stabilità di sviluppo, fondate su rapporti di uguaglianza e nel rispetto del diritto internazionale, la indivisibilità della sicurezza e il rifiuto di usare la forza o minacciare con la forza gli altri paesi. I BRICS hanno anche una caratteristica molto importante: sono un contrappeso a quello che si definisce il consenso di Washington e cercano un ordine internazionale che sia rispettoso dell’autodeterminazione dei popoli. In questo contesto posso dire che le loro riserve internazionali dispongono di 5 miliardi di dollari, cosa che li rende il primo gruppo di creditori del tesoro degli Stati Uniti. Un terzo del debito che gli Stati Uniti hanno contratto con il mondo. Questo vuol dire che detengono un forte potere. Inoltre riuniscono una popolazione di circa tre miliardi di persone, cioè circa il 40% della popolazione mondiale. Con l’Argentina, che si aggiunge al gruppo dei BRICS, si consolideranno come il grande mercato potenziale del futuro. Cosicché non abbiamo alcun dubbio che quello dei BRICS sia un nuovo potere che si leva in contrapposizione alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.

Ciò permette  ai BRICS un margine di manovra politica ed economica molto significativa, la cui conseguenza principale è sostituire delle relazioni internazionali basate sulla subordinazione agli Stati Uniti, con  relazioni di cooperazione, in cui le divergenze fra i vari paesi si risolvono, non per mezzo militare, ma attraverso tavoli di negoziazione. Ci sono due diverse visioni dei BRICS: alcuni lo considerano un organismo politico, altri economico. È molto difficile separare la politica dall’economia in alcune circostanze, ma chi si dice marxista sa che la politica senza l’economia non ha ragione di esistere. La politica è una sovrastruttura mentre la struttura è l’economia, ed è la struttura a determinare la sovrastruttura. Per questa ragione i BRICS giocano un ruolo molto importante nella democratizzazione delle relazioni internazionali nel mondo, soprattutto perché forniscono un’alternativa diversa a quella del FMI e della BM, che sono due istituzioni controllate totalmente dagli Stati Uniti al punto che, all’interno di queste istituzioni, la moneta che circola è il dollaro, imposto dagli USA. Mai è avvenuto un dibattito o una votazione per decidere quale  moneta utilizzare, il dollaro è stato imposto senza alcuna decisione democratica.

Già si sono viste le conseguenza della crisi del dollaro, che ha determinato una guerra tra valute che  dal 2008 sinora è stata mossa contro l’euro e la sterlina inglese. Figuriamoci se la stessa guerra venisse mossa all’America Latina, contro una moneta che non ha né la forza dell’euro né della sterlina inglese. Dinnanzi a questa situazione, quindi, è stata creata una banca di sviluppo e che adesso si vuole costituire per tutti i paesi dell’America Latina. Questo  apre a molte possibilità dal punto di vista economico, perché ci permetterà di non farci più manovrare attraverso le relazioni economiche e di attingere a prestiti a condizioni svantaggiose.

Qui abbiamo il triste esempio dell’Argentina, a cui il FMI aveva imposto durissime condizioni, privatizzazioni selvagge, in cambio dei prestiti.

La situazione che in Europa si sta delineando in Grecia, in Spagna e adesso in Inghilterra con Corbyn, si pone in opposizione al neoliberalismo perché, questa politica di austerità rafforza i settori privati e specialmente quello finanziario, a scapito della maggioranza della popolazione, che ha trascinato in una situazione di ingiustizia e crisi che tiene in stallo l’Europa, come prima aveva tenuto in stallo l’America Latina. Per questa ragione per noi i BRICS sono un’alternativa dal punto di vista economico, politico e di relazioni internazionali, che vogliamo si consolidi.

L’Italia ha sempre subito ingerenze analoghe a quelle del Venezuela e adesso soffre di una lunga crisi economica che si abbatte su lavoratori, famiglie e giovani qualificati costretti all’emigrazione. Che strada dovrebbe intraprendere il popolo italiano per uscire da questa situazione?

Qualunque strada il popolo italiano voglia seguire. In quanto ambasciatore della Repubblica Bolivariana non voglio certo interferire fornendo alcuna formula. Ma credo che tra il popolo italiano ci sia molto fermento e discussione tra i lavoratori e i giovani, categorie maggiormente colpite dalla crisi economica.

L’ideale sarebbe che il popolo italiano, e in particolare i settori più risoluti e progressisti, che hanno una visione politica alternativa, discutano e che discutano insieme, uniti, non dispersi e divisi. Che   definiscano una linea politica unica per tutti i settori progressisti. Non si può lottare da soli.

L’America latina è l’esempio di ciò: noi siamo stati divisi in molte nazioni. Siamo più di venti paesi. Essendoci state imposte le frontiere, è stata creata una linea nazionalista per impedire l’integrazione e dividerci. E tuttora siamo divisi.

Attualmente uno dei problemi della società venezuelana, che ostacola il suo progetto, deriva dall’essere divisa tra chi sostiene il socialismo e chi vi si oppone. Quelli che si oppongono al progetto socialista, però, non hanno alcun progetto alternativo per il Venezuela, nessun progetto, di nessuna natura. Semplicemente lo avversano. Si suppone che per essere contro qualcosa si debba avere una proposta alternativa, non che si contrasti qualcosa solo per contrastarlo. Questa è una trappola per l’opposizione venezuelana perché non avendo alcun progetto o proposta per il Paese, si capisce bene che l’unica cosa a cui l’opposizione ambisce è il potere solo per il potere stesso. Dicono di voler rimpiazzare il chavismo e il suo progetto, ma non hanno alcuna alternativa al chavismo e al suo progetto socialista. Vogliono solo dividere, è la tecnica del Machiavelli del divide et impera. Qui in Italia potete attingere dall’esperienza di Machiavelli e di Gramsci per costituire e sviluppare un progetto che permetta al popolo di costruire la propria società nel modo più felice e fortunato.

[Intervista realizzata da Clara Statello per ALBAinformazione]

 

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