Sconfitta tattica o strategica?

América Latina en Movimientodi Miguel Angel Núñez*

La riflessioni che seguono si riferiscono a una congiuntura all’interno della quale si colloca la sconfitta elettorale in Venezuela, il 6 dicembre 2015, che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa del processo rivoluzionario venezuelano. Più in generale, se guardiamo oltre i nostri confini, un pericolo imminente sembra gravare sulla stessa sopravvivenza del pianeta, delle società, della specie umana.

 

I principali distruttori del pianeta Terra continuano a imporre il proprio modello di dominio e a controllare la scena mediatica e i modelli educativi, culturali e politici, come i settori economici, finanziari e industriali. E in definitiva, impongono al mondo governi e stili di vita che finiranno per portarci a un suicidio collettivo. Il cammino verso un cambiamento di paradigma, per costruire un’altra società possibile, che dia risposta a queste sfide, sembra pieno di insormontabili ostacoli.

 

I recenti risultati, davvero frustranti, della Cop 21 sui cambiamenti climatici in Francia fanno presagire che il pianeta Terra continuerà a essere sottoposto a gravi prove ecologico-ambientali, che già si manifestano. Dobbiamo dunque prepararci a una nuova tappa.

 

Il lemma della Cop 21, «Trasformando il nostro mondo», e l’agenda 2030 per uno sviluppo economico sostenibile è quantomeno ingannevole. Non tiene conto del fatto che le risorse naturali del pianeta Terra sono limitate e che dunque è impossibile parlare di crescita economica infinita e al tempo stesso sostenibile. Sembra che non si riesca a tratte lezione da quanto già indagato, verificato, progettato e proposto; dati concreti come quelli sulle carestie e sulle gravi diseguaglianze sociali, sul deterioramento degli ecosistemi, sull’erosione dei suoli e la perdita della biodiversità sembrano non suscitare allarme a sufficienza.  Aggiungiamo a tutto questo il grave stress idrico, la contaminazione alimentare, le diverse implicazioni sociali e culturali legate all’estrattivismo di ogni tipo.

 

Quest’ultimo, l’estrattivismo, è il modello di sviluppo dominante nel mondo attuale. Lo sfruttamento irrazionale di ogni risorsa naturale, compreso l’essere umano. Si cerca così di aumentare la produttività, lo spreco totale, l’accumulazione mercantista-finanziaria e il consumismo. Ecco il modello che continua a imporci il trend globalizzato, in tutto il mondo. Da qui il risultato precario della Cop21. Sembra che ai governanti del mondo non importi il fatto che per mantenere il ritmo di crescita economica attuale, avremmo bisogno di consumare tre pianeti come la Terra.

 

Anche i risultati del dibattito sull’aumento della temperatura e sui cambiamenti climatici sono stati precari. E’ illusorio pensare di contenere l’aumento totale entro i 2°C da qui al 2100. Secondo il rapporto della PricewaterhouseCoopers, (PwC 2012), la diminuzione reale delle emissioni di CO2 nel 2011 è stata dello 0,8%. E lo studio spiega che, anche se questa passasse all’1,6% all’anno, nel 2100 la temperatura globale sarà cresciuta di 6°C. Con conseguenze devastanti per la vita sul pianeta.

 

Né si è tenuto conto dei danni associati a un aumento media di temperatura di 2°C – rispetto ai livelli preindustriali. Diversi esperti segnalano: «Non si sta facendo niente (…) per diminuire davvero le emissioni globali, che continuano a crescere. Si prevede una crescita rapidissima e sostenuta delle emissioni al ritmo del 6% all’anno, per quattro decenni, a partire dal 2013!» (Hansen e altri, 2013).

 

Questo modello globale, estrarre-produrre-consumare-sprecare-riscaldare-esaurire la vita sul pianeta Terra ha anche altre gravi conseguenze ideologiche, politiche e sociali. Certo, sono nate e cresciute proposte di progresso in diversi ambiti di società, per iniziare processi di superamento, mitigazione e adattamento alle tensioni ambientali e sociali e affermare un nuovo senso della vita diverso da quello che stiamo mettendo in discussione; ma è certo che molte di queste iniziative mostrano problemi di natura e contenuto.

 

Un esempio: nei primi 15 anni di questo secolo abbiamo celebrato i progressi nel campo dell’inclusione sociale in tanti paesi dell’America latina. Argentina, Bolivia, Brasile, Caraibi, Ecuador, Nicaragua, Venezuela. In diversi paesi, però, questi progressi sono stati congelati e su altri grava la spada di Damocle di un ritorno al passato. In alcuni paesi più che in altri la minaccia permanente di una corruzione «smisurata» delinea un rapporto causa-effetto, rispetto agli antivalori che questo senso globalizzato della vita ci ha imposto.  E quando si combinano l’impunità e l’incapacità di applicare politiche economiche e finanziarie adatte alle circostanze, si crea un brodo di coltura per la recrudescenza delle azioni delittuose e della corruzione.

 

In materia economica, il Venezuela del dicembre 2015 ha evidenziato una serie di problemi: l’enorme corruzione, l’impunità, e una notevole incapacità tecnico-politica quanto a direzionalità e razionalità economica. Nel riconoscere questa realtà, dobbiamo poi sottolineare le permanenti deviazioni ideologiche e indolenze operative che prevalgono nelle istituzioni pubbliche e private nella terra di Bolívar.

 

Su queste deviazioni è stato scritto molto. La grande burocrazia, l’opportunismo e il protagonismo; la prepotenza individuale; il nepotismo di gruppo e famiglia sono stati elementi negativi che hanno contribuito al rifiuto da parte dei milioni di venezuelani non recatisi a votare. In questa protesta civica è stato anche messo in evidenza che negli ultimi 17 anni di rivoluzione bolivariana i diversi e innumerevoli processi di formazione ideologico-politica messi in atto sono stati carenti dal punto di vista della coerenza, ponderazione, modestia e impegno che ogni vero rivoluzionario deve avere, nella pratica della trasformazione rivoluzionaria per la costruzione della nostra nuova società.

 

La formazione ideologica ricevuta non è riuscita a resistere alle forze gravitazionali che promuovevano uno smisurato consumismo e individualismo e la frammentazione sociale. La formazione non si è mostrata al livello della sfida di saper spiegare, chiarire gli elementi di confusione, e che cosa sono e che cosa debbono essere le giuste rivendicazioni  espresse, nello stato di diritto, per l’inclusione sociale.

 

La precaria formazione ideologica si collega anche al fatto che non possiamo importare e imporre proposte o modelli di condizionamento ideologico e politico da altre latitudini. Questo non implica un rifiuto a priori di elementi e progressi altrui. Ma è necessario che emergano, dai nostri propri valori, nuove proposte formative e ideologiche, basate sulle nostre condizioni e sull’identità culturale e integrale dell’essere venezuelani. Da lì devono sorgere valori ideologici che ci aiutino a superare la confusione. Uno Stato rivoluzionario non può sostituire con regali e assistenzialismo il compimento dei suoi diritti e doveri, per andare avanti nelle politiche di inclusione sociale e saldare il debito storico sociale in America latina.

 

Iniziamo il 2016 con l’imperiosa necessità di rielaborare un progetto socio-politico-economico proprio che, in definitiva, ci dia luce e orientamento, a sud, per frenare il saccheggio delle nostre risorse naturali ed energetiche. Così si esprime in effetti l’acuto scrittore e ricercatore Luis Britto García (2015):«Por ahora.  Non inganniamoci. La contesa per il potere politico in Venezuela è solo un mezzo per arrivare a controllare un quinto degli idrocarburi del pianeta» (http://www.alainet.org/es/articulo/174469#sthash.hlFypgxS.dpuf)

E’ importante riflettere e approfondire queste affermazioni. Non solo per le conseguenze ideologiche e culturali determinate dal «rentismo petrolifero» che ha imposto alla società venezuelana un carattere strutturalmente parassitario e improduttivo. Dobbiamo discutere anche delle conseguenze e contraddizioni ecologico-ambientali, inerenti a questo tipo di politica.

 

Le difficoltà sono tante. Specialmente quando valutiamo la volatilità dei mercati e del prezzo del petrolio, la scarsità di risorse minerarie ed energetiche per il loro sfruttamento e gli accordi internazionali da rispettare per mitigare le emissioni di CO2 e le loro ripercussioni sulla temperatura dell’atmosfera. Lo si creda o no, il «rentismo petrolifero» inizia a presentare problemi tecnico-politici che le classi sociali da decenni evitano di riconoscere. Occorre pensare in un altro modo, credere che sia possibile un altro stile e modello di società e per questo ora più che mai non possiamo abbandonare il nostro Plan de la Patria e il suo Quinto obiettivo storico: la necessità di costruire un modello economico produttivo eco-socialista autonomo, fondato su un rapporto armonioso fra esseri umani e natura, che garantisca un uso razionale ed ecologico delle risorse naturali. 

 

Tutti i miei auspici per questo cambio di pensiero, nel nuovo anno. E attendiamo suggerimenti per l’opera permanente di miglioramento del nostro processo di cambiamento.

 

* Agroecologo, docente e autore di saggi sull’ecosocialismo, fra cui Vivirdespiertoentreloscambiossociales.

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Britto, G L. (2015). Por Ahora. On line: http://luisbrittogarcia.blogspot.com/2015/12/por-ahora.html

 

HANSEN J, Kharecha P, Sato M, Masson-Delmotte V, Ackerman F, et al. “Assessing Dangerous ClimateChange: RequiredReduction of Carbon Emissions to Protect Young People, Future Generations and Nature”. PLoS ONE 8(12), 2013. Su:

http://www.plos.org/wp-content/uploads/2013/05/pone-8-12-hansen.pdf

PwC, Too Late For TwoDegrees? Low Carbon Economy Index 2012, PwC, noviembre de 2012. Su  http://www.pwc.com/gx/en/sustainability/publications/low-carbon-

economy-index/index.jhtm

[Si ringrazia Marinella Correggia per la segnalazione e per la traduzione]

 

 

I brogli delle destre e i propositi della rivoluzione bolivariana

di Geraldina Colotti – il manifesto

3gen2016.- Fumata nera per la Mud. Dopo due giorni di riunioni, i leader dei partiti politici che compongono l’alleanza antichavista in Venezuela non sono riusciti a mettersi d’accordo sul nuovo presidente del Parlamento. Il nome verrà deciso oggi con voto segreto dai 112 parlamentari eletti il 6 dicembre (contro i 55 del Partito socialista unito del Venezuela — Psuv-). I due papabili sono Henry Ramos Allup (di Accion Democratica — Ad — il centrosinistra durante la Quarta repubblica) e Julio Borges (del partito di destra Primero Justicia — Pj — a cui appartiene Henrique Capriles).

Ma il 5 gennaio, quando s’installerà il nuovo parlamento, i numeri non saranno gli stessi usciti dalle urne. Il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) ha deciso di sospendere l’incarico a tre deputati di opposizione e a uno chavista. Il Tsj ha accolto la denuncia della deputata Nicia Maldonado (Psuv), che ha impugnato i risultati delle urne in tutto lo stato Amazonas. Altri candidati sconfitti hanno fatto altrettanto in altri sei circuiti nei quali il Consiglio nazionale elettorale (Cne) aveva proclamato vincitori candidati di destra. La Mud ha già detto che i suoi eletti si presenteranno comunque il parlamento. Da giorni, le destre si appellano alla «comunità internazionale» per denunciare un «golpe giuridico» tentato dal chavismo. Hanno anche chiesto alle Forze armate di proteggere il nuovo parlamento dai «collettivi» — i movimenti organizzati che, in ogni settore sociale, costituiscono l’ossatura di base del socialismo bolivariano.

Le denunce riguardano zone in cui il numero dei voti nulli risulta superiore alla differenza tra il vincitore e il secondo classificato: negli stati di Amazonas, Aragua e Yaracuy e nelle speciali circoscrizioni indigene della regione sud, che includono varie entità federali. Nella settimana successiva alle elezioni, alcune registrazioni video, diffuse dalla televisione hanno mostrato l’ampiezza della compravendita di voti di alcuni settori della Mud e gli accordi conclusi con capi mafia e paramilitari. In base alla legge venezuelana, l’impugnazione potrebbe portare anche a ripetere le elezioni nei sei circuiti messi in causa. In caso di responso sfavorevole, la Mud perderebbe la maggioranza dei 2/3, ma conserverebbe comunque quella qualificata dei 3/5. Il margine di manovra consentito dalla costituzione sarebbe però notevolmente ridotto.

La Mud conta di rimuovere i magistrati del Tsj, ago della bilancia delle decisioni. Per procedere, sempreché si attesti grave colpa del singolo, deve però avere l’avallo dei 2/3 dei deputati e poi l’approvazione del Poder Ciudadano, composto dal Difensore del popolo, dalla Procura generale e dal Controllore generale. Se poi la Mud volesse cambiare anche la composizione del Poder Ciudadano, dovrebbe passare per il Tsj. La Costituzione bolivariana si articola in base all’equilibrio di 5 poteri, esecutivo, legislativo, giudiziario, elettorale e cittadino, indipendenti ma complementari.
Al capo dello Stato, competono le prerogative previste da una repubblica presidenziale, come quella di porre il veto a una legge del parlamento.

Intanto, neanche il chavismo ha deciso la conformazione del nuovo gabinetto. Dopo la sconfitta elettorale, il presidente Nicolas Maduro ha chiesto a tutti i ministri di dimettersi dagli incarichi e così hanno fatto spontaneamente i dirigenti del Psuv. La consegna è quella delle 3R — «rettifica degli errori, ribellione alle minacce imperiali con la costituzione in mano e rinascita contro l’oscurantismo», ha detto il presidente.

Il governo ha raggiunto il milione di case popolari ammobiliate, consegnate entro il 31 dicembre nell’ambito della Gran Mision Vivienda, avviata da Chavez nel 2011. Maduro ha assicurato che, nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio — che nel 2016 potrebbe passare da 30 a 20 dollari al barile — non verranno ridotti gli investimenti sociali, pari al 60% degli introiti nazionali. Per questo, la tassa sulle grandi imprese private è passata dal 30 al 40%.

Il Parlamento in scadenza ha intanto licenziato la nuova legge sulle sementi, che impedisce l’impiego dell’agribusiness e favorisce «un modello produttivo agro ecologico e agro socialista». Dopo l’annuncio delle destre, decise a procedere sulla stessa via di Macri in Argentina, sono stati approvati alcuni decreti che impediscono i licenziamenti e consegnano nelle mani dei lavoratori la Tv dell’Assemblea. Il 5 gennaio, entrerà in funzione anche il Parlamento comunale, il contropotere dei «soviet» bolivariani previsto dalla legge delle «comunas».

Roma: l’incontro con l’Ambasciatore Isaías Rodríguez al CSOA Spartaco

di Davide Angelilli – Rete Caracas ChiAma

Lo scorso 16 di dicembre, come Rete Caracas ChiAma, abbiamo organizzato un importante confronto tra l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Julián Isaías Rodríguez Díaz, e le realtà sociali e politiche che sostengono il processo socialista nel paese caraibico. Ovviamente, l’incontro pubblico era incentrato sulle ultime elezioni che hanno sancito la prima vera sconfitta elettorale del fronte rivoluzionario chavista, dopo il referendum del 2007 perso di misura.

Oltre alla grande partecipazione al dibattito, bisogna evidenziare che l’incontro si è svolto al Centro Sociale Spartaco, nel quartiere Quadraro, periferia Sud della capitale. La borgata ribelle del Quadraro rappresenta il “centro storico della periferia romana”, barricata popolare ai tempi del fascismo, fu chiamato il “nido di vespe” dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale che non riuscivano a domare l’opposizione del quartiere, nonostante vi organizzarono uno dei loro più crudeli e infami rastrellamenti.

Al di là della storia del quartiere, il Centro Sociale Spartaco continua ad essere uno dei punti di riferimenti del movimento popolare romano. Molto di più che quattro mura e una stanza, Spartaco è oggi un’importante risorsa per tutta la periferia meridionale della città, per i lavoratori, le lavoratrici, le persone migranti, per tutti e tutte quelle che nel territorio non s’arrendono all’individualismo e la rassegnazione, costruendo invece spazi di dignità e orgoglio popolare.

In un momento così delicato per il processo, è allora significativo che l’ambasciatore di un paese come la Repubblica Bolivariana del Venezuela: tra i più importanti nell’economia latinoamericana, abbia scelto un contesto come il Centro Sociale Spartaco per confrontarsi con le realtà solidali alla Rivoluzione Bolivariana.

Significa, in primo luogo, che il governo e la diplomazia venezuelana hanno le idee chiare su quali sono i suoi veri alleati politici in questa strana globalizzazione neoliberista: i subalterni, i movimenti popolari, le forze anticapitaliste e antifasciste, nonostante queste non siano attualmente egemoni nel nostro paese.

Inoltre, conferma che i paesi dell’ALBA, e in particolare il Venezuela, stanno rivoluzionando il senso stesso della diplomazia: smarcandosi da una visione stato-centrica e puntando su una diplomazia dal basso, dei popoli, basata e costruita attorno alla solidarietà internazionalista.

Chiarito questo, ed entrando nel merito del dibattito, il discorso dell’Ambasciatore – figlio di operai, luchador instancabile e attore chiave nella Rivoluzione Bolivariana, oltre che avvocato costituzionalista – s’è concentrato su due questioni d’importanza cruciale.

Nella prima parte del suo intervento, il compagno Isaías ha chiarito che la sconfitta elettorale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) ha dato alle forze controrivoluzionarie la maggioranza al parlamento, ma questo non vuol dire che il potere politico è passato nelle mani dell’opposizione. Al contrario, il modello presidenzialista della Repubblica Bolivariana, e in generale la sua costituzione prodotta dal potere costituente messo in moto da Hugo Chávez, continuano a garantire al fronte chavista una forte agibilità politica, anche sul piano istituzionale.

La Costituzione stessa – ha spiegato l’Ambasciatore – non potrà essere facilmente modificata dalle oligarchie, nonostante la maggioranza dei partiti d’opposizione. Infatti, la Costituzione del Venezuela, oltre ad essere un corpo di leggi che protegge il popolo dall’assalto neoliberista, può essere modificata e riscritta solamente a seguito di un processo sociale potente, capace di generare un potere costituente incisivo e popolare, come quello chavista e bolivariano che l’ha prodotta. E, ovviamente, la controrivoluzione non è minimamente in grado di poter generare un processo popolare ampio e determinato politicamente. D’altronde, la sconfitta del PSUV alle ultime elezioni non è altro che il risultato del malcontento generato dalla guerra economica e dai limiti e le contraddizioni interne al processo rivoluzionario.

Nella seconda parte del suo intervento, e specialmente nel dibattito con le realtà presenti, Isaías ha invece stimolato una riflessione collettiva sulla necessità di pensare al processo socialista in Venezuela e in generale alla primavera che sta vivendo il continente latinoamericano come un doppio movimento liberatorio. Una transizione dal capitalismo al socialismo che si articola dialetticamente con una ricerca dell’identità rubata ai popoli del continente dal colonialismo e dall’imperialismo.

La ricerca di un’identità popolare propria è un baluardo del progetto socialista in Venezuela e dei movimenti sociali in America Latina, ma molto spesso non impedisce alle realtà europee di guardare erroneamente ai processi latinoamericani con le lenti dell’eurocentrismo. Como ha spiegato Isaías, non si può interpretare il voto venezuelano come lo si fa in un paese europeo.

La sociologia dei popoli è chiaramente distinta in ogni paese, ma lo è ancora di più se si paragonano i movimenti delle società latinoamericane e di quelle del resto dell’Occidente. Quindi, anche un esercizio politico, che pare non avere molto di rivoluzionario, come il voto elettorale nella cornice di una democrazia borghese, non dev’essere letto e interpretato in un’ottica eurocentrica. La sconfitta elettorale del PSUV non vuol dire un allontanamento reale delle basi sociali che hanno rappresentato il vero motore della trasformazione sociale, ma indica sicuramente un malcontento tutto interno al chavismo.

Chi si è astenuto dal votare i candidati chavisti non ha votato per l’opposizione, e non accetterebbe mai di partecipare a un eventuale (perché ancora non esiste) programma politico dell’opposizione volto a modificare la Costituzione rivoluzionaria.

In chiusura, il dibattito si è spostato più nettamente sulla strategia del potere popolare per affrontare la nuova congiuntura aperta dall’elezioni. Isaías ha chiarito che continuerà ancora a lungo il conflitto tra il potere politico – gestito dalle forze popolari – e la struttura economica nelle mani delle vecchie oligarchie, che ancora gestiscono in buona misura la sfera commerciale della società venezuelana.

Ovviamente, la complessità del tema e il poco tempo a disposizione non hanno permesso di sviscerare in profondità la questione. L’Ambasciatore ha comunque avuto il tempo di spiegare come il Partito sta vivendo un vivace e costruttivo dibattito interno per correggere gli errori commessi.

L’organizzazione di meccanismi democratici alternativi alle logiche alienanti dello Stato capitalista e coloniale, lo sviluppo di ulteriori strategie popolari di comunicazione dal basso e la partecipazione sempre più da protagonisti dei movimenti sociali, sono alcuni tra i punti nevralgici su cui si stanno concentrando le assemblee popolari.

Dario Azzellini: “La base del chavismo está viva”

por Dario Azzellini

Hola! Épale!

Las fuerzas de gobierno en Venezuela reagrupadas en el Gran Polo Patriótico
(GPP) han sufrido una tremenda derrota en las elecciones a la Asambléa Nacional de Venezuela (que tuvieron una participación alta del 74,25%).

De 167 diputados/as que conforman la Asamblea Nacional, la aleanza opositora MUD ganó 112. Con esta mayoría la MUD puede interferir profundamente en el trabajo de gobierno. Puede dictar leyes y mucho más, y ya con la simple mayoría puede negar la aprobación del presupuesto nacional.

Sin embargo tampoco la oposición puede hacer todo lo que anuncia y lo que reporta la prensa internacional. Venezuela es una república presidencial, el gobierno lo pone el presidente y la política económica es asunto del gobierno. Decidir leyes nuevas o quitar existentes tendrá que pasar a menudo por el Tribunal Supremo de Justicia, ya que las leyes están anlcadas en la constitución. 

Maduro reconoció los resultados y elogió a la democracia venezolana. El
presidente venezolano subrayó que haber obtenido el 42% en las condiciones adversas y bajo los ataques económicos era un resultado respetable. Maduro declaró que había “triunfado circumstancialmente una contrarevolución”. Recordó la guerra económica que Venezuela sufre, llamó a la burguesía a parar la guerra económica y sumarse al desarrollo productivo del país.

Ahora vienen tiempos aún más dificiles para el gobierno bolivariano y el
pueblo organizado. El gobierno tendrá que pactar con la MUD. Al mismo tiempo el descontento de las bases es también muy grande y lo que espera es una profundización de la transformación social y eficiencia. Maduro llamó a la unión de los revolucionarios. Algo que será dificil que se dé frente a los resultados electorales. Buena parte de la base popular del chavismo está convencida que la derrota es responsabilidad del gobierno y el PSUV.

Es una crisis del chavismo de gobierno no del chavismo de base. El chavismo de base está vivo. Lo que pasará en Venezuela dependrá en buena medida de la movilización popular.

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“Occupy, Resist, Produce – Vio.Me.”, 30 minutos, 2015, tercer documental de
una serie sobre empresas recuperadas en Europa, está lista y disponible en
internet (véase 2). Al igual que los primeros dos: “Occupy, Resist, Produce
– Officine Zero”, 33 minutos, 2015, un documental sobre la empresa recuperada ex-taller de trenes de noche en Roma, Italia, y “Occupy, Resist, Produce – RiMaflow”, 34 minutos, 2014, sobre una fábrica en Milan, Italia. Los tres están en la Athens Biennale.

Vio.Me. invita a proyectar nuestro documental en eventos de solidaridad. Las
autoridades están intentando auccionar el terreno en el cual se encuentra
Vio.Me. Los primeros cuatro intentos han sido parados medinate la
movilización popular.

Más informacon y declaraciones de solidaridad:
http://www.viome.org/p/espanol.html Officine Zero en Roma está en una
situación parecida ya que las autoridades responsables anunciaron de abrir
una aucción para vender el terreno.

Más información: http://www.ozofficinezero.org

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Saludos, que tengan unas bonitas fiestas y un felíz 2016

Le misure “lacrime e sangue”che vuole la destra in Venezuela

Tutte le prime misure lacrime e sangue che ha in mente la destra della Mud in Venezueladi Barbara Meo-Evoli* – lantidiplomatico

Elezioni in Venezuela, le conseguenze della vittoria dell’opposizione per lavoratori e contadini

Caracas, 15dic2015.- È iniziata una nuova tappa per il Venezuela: il nuovo Parlamento che entrerà in carica il 5 gennaio sarà diretto da una solida maggioranza di opposizione mentre le redini del governo continueranno ad essere nelle mani di Nicolás Maduro che rappresenta la continuità delle politiche che promosse Hugo Chávez.

 
Questo risultato elettorale è innanzitutto un’ennesima prova del carattere democratico del sistema venezuelano denominato dalla maggior parte dei media main stream “regime” senza una giustificazione giuridica. né prove tangibili. La domanda sorge spontanea: se in quest’ultima elezione, in cui l’opposizione ha stravinto ottenendo i due terzi degli scranni, non vi sono stati brogli elettorali, perché dovrebbero esserci stati nelle votazioni passate in cui il procedimento elettorale è stato garantito dallo stesso organo?

Oggi appare più che ovvio che le denunce di brogli e di presunta sottoposizione a un sistema antidemocrativo lanciate dall’opposizione durante 16 anni di “chavismo” sono state false e tendenziose. L’appellativo di dittatura con cui sono stati stigmatizzati i governi di Chávez e Maduro è stato uno degli elementi cardine della strategia mediatica dell’opposizione replicata dalla maggior parte dei grandi media mondiali. L’applicazione di questo termine non aveva fondamento in una effettiva carenza di democrazia nel paese ma era la conseguenza di una semplice disapprovazione dell’opposizione delle misure politiche, economiche e sociali portate avanti dai propri avversari politici. L’obiettivo della strategia mediatica della coalizione dell’opposizione (la Mesa de la Unidad democrática, Mud) era screditare i governi socialisti di Chávez e Maduro davanti agli occhi del mondo.

 
Negli ultimi due anni, due leader dell’opposizione hanno scatenato delle ampie proteste delegittimando il presidente in carica, Maduro, adducendo sempre la medesima giustificazione: l’assenza di democrazia. Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, non ha riconosciuto i risultati elettorali delle elezioni presidenziali del 2013 in cui vinse Maduro ed ha chiamato la popolazione a protestare contro dei presunti brogli. Le manifestazioni indette dall’opposizione lasciarono un saldo di 9 morti. A febbraio 2014 l’ex leader dell’opposizione Leopoldo López ha nuovamente convocato la popolazione a protestare in maniera violenta e a sovvertire l’ordine pubblico sempre adducendo l’inventata mancanza di democrazia. Le manifestazioni indette dall’opposizione lasciarono un saldo di 43 morti. La campagna mediatica diretta a dipingere il Venezuela come un paese antidemocratico non è stata quindi priva di effetti irrilevanti. 
 
Queste elezioni, oltre ad essere una grande prova di democrazia da cui potrebbe scaturire un cambiamento nel trattamento mediatico del Venezuela, permetteranno all’opposizione, per la prima volta dal primo mandato di Hugo Chávez del 1998, di concretare le ricette prefigurate come l’unica risposta all’attuale crisi economica. La Mud avrá finalmente l’opportunitá di trasformare la propria ideologia in leggi e i venezuelani avranno la possibilitá di valutare gli impatti di queste future misure “lacrime e sangue”.

Fra le proposte della “Mesa de la Unidad Demodrática” (il Tavolo dell’Unione democratica) brilla quella volta ad eliminare la legge che limita al 30% il guadagno nella vendita di beni e servizi rispetto al costo d’acquisto. In un paese in cui il mercato è poco concorrenziale poiché il numero di produttori è esiguo e pullulano gli intermediari nella catena del valore di qualsiasi bene, il limite del ricarico imposto dalla legge vigente promulgata durante il governo Maduro consiste in una tutela per il consumatore. Dall’altro canto, la cancellazione di questo sistema di protezione non risolverà il problema della carenza sul mercato di prodotti calmierati di prima necessità.

Inoltre la coalizione di opposizione ha proposto di annullare le espropriazioni attuate negli ultimi anni e di riassegnare agli antichi proprietari le terre distribuite ai contadini e le fabbriche recuperate dai lavoratori. Anche se sono stati denunciati numerosi casi di terre e fabbriche espropriate tuttora improduttive, è indubbio che la gestione collettiva delle comunas (1) nelle campagne e nelle città ha generato impieghi, beni, servizi, reso possibile la formazione di ampi settori della popolazione e favorito l’autonomia di gestione delle comunità. Riassegnare agli antichi proprietari i beni e gli strumenti di produzione in mano a cooperative ed altre organizzazioni a gestione collettiva implicherà quindi un costo sociale molto alto per l’opposizione.

 
Per lottare contro la delinquenza la Mud ha prospettato di ricostituire le polizie regionali e municipali che Chávez aveva estinto con l’obiettivo di combattere la corruzione che dilagava storicamente in questi corpi da ben prima del suo arrivo al potere. La nuova polizia nazionale creata da Chávez nel 2009 si contraddistingueva per la formazione esemplare, la selezione serrata dei suoi membri e la valutazione costante dell’operato dei funzionari, caratteristiche che si sono annacquate negli ultimi anni. Le mancanze del corpo di polizia nazionale non si correggono di certo ricreando una miriade di piccoli corpi che sfuggiranno più facilemente al controllo centrale e saranno più facilmente infiltrabili dai paramilitari tristemente attivi sul territorio.
Per quanto riguarda il diritto del lavoro, la coalizione di opposizione ha affermato di voler tutelare gli imprenditori in difficoltà eliminando i benefici concessi ai lavoratori negli ultimi anni: la riduzione della giornata lavorativa e l’aumento dei giorni festivi; mentre per quanto riguarda le pensioni, ha bluffato lanciando una misura mostrata come innovativa ma giá vigente e promossa dal governo Chávez: l’erogazione di una pensione anche per coloro che non hanno versato i contributi agganciata al valore del salario minimo mensile.

Per quanto riguarda l’erogazione di servizi pubblici e il finanziamiento, la costruzione e la gestione di infrastrutture pubbliche, la Mud propone, oltre a ritornare al sistema vigente prima di Chávez delle concessioni ai privati, di promuovere i partenariati pubblico privato che consentirebbero di accrescere le risorse a disposizione. Questi ultimi due meccanismi avrebbero un impatto considerevole sulle fasce della popolazione con reddito basso visto che oggigiorno i servizi pubblici venezuelani (metropolitana, alcuni trasporti superficiali, salute, istruzione, elettricità, gas, acqua, telefonia fissa) sono gratuiti o altamente sussidiati dallo stato.

 
Per quanto riguarda la costruzione di case popolari, oggi assegnate quasi gratuitamente dallo stato alle famiglie con reddito basso, l’opposizione prospetta di tornare al modello precedente al “chavismo” che prevedeva l’assegnazione in proprietà di alloggi non terminati obbligando in questo modo gli acquirenti ad indebitarsi con le banche private a tassi di interesse elevati.

Infine la Mud vuole approvare una legge di amnistia per coloro che definisce  “prigionieri politici” e che i chavisti considerano “terroristi”. Con questa legge l’opposizione mira a estinguere principalmente i reati di incitazione alla violenza, incendio doloso e associazione a delinquere per cui è stato condannato Leopoldo López, a seguito delle manifestazioni da lui convocate nel 2014, affinché possa presentarsi alle prossime elezioni presidenziali. Se si considerano le istituzioni venezuelane legittime ed espressione del voto democratico, come è stato provato dall’esercizio esemplare dell’ultimo voto del 6 dicembre che è stato supervisato da 3.900 osservatori nazionali e 130 stranieri, coloro che attentano contro le istituzioni democratiche del paese come López sono passibili di essere puniti.

Nell’ordinamento venezuelano i reati di attentato contro la Costituzione dello Stato e contro gli organi costituzionali non sono previsti mentre nell’ordinamento italiano sono disciplinati dagli articoli 283 (2) e 289 (3) del codice penale che prevedevano fino al 2006 la reclusione non inferiore a 12 anni e 10 anni rispettivamente. Con la riforma introdotta nel 2006 durante il governo Berlusconi le pene sono state diminuite a un minimo di 5 anni. Dal canto suo a López è stato applicata una pena non così difforme da quella che prevedeva la legislazione italiana precedente alla riforma Berlusconi: 13 anni di reclusione. 

Fra qualche mese, dopo aver provato sulla propria pelle gli impatti delle proposte legislative del nuovo Parlamento composto da 112 deputati di opposizione e 55 chavisti, saranno gli elettori a decidere il destino di un paese in cui la vita è scandita quasi annualmente dall’esercizio del voto, considerato non solo come un dovere ma come uno strumento di partecipazione alla definizione della politica della nazione.
 
Bisogna tenere in considerazione che in queste ultime elezioni il numero di voti dell’opposizione è rimasto quasi costante rispetto alle presidenziali del 2013, mentre il chavismo ha perso circa il 25% dei voti. Ciò significa che circa un quarto dei chavisti si è astenuto. Perché? Innanzitutto a causa del protrarsi della mancanza di prodotti di prima necessità, una situazione causata principalmente dal calo del prezzo del petrolio e dal sabotaggio della distribuzione attuato dalle grosse imprese private con l’obiettivo di generare scontento nei confronti del governo (4).

In secondo luogo, il chavismo ha perso dei voti a causa della corruzione e dell’impunità dei funzionari e cittadini che si sono riempiti le tasche di dollari entrati nelle arche dello stato grazie alla vendita dell’oro nero; ed in terzo luogo, a causa delle errate strategie della comunicazione pubblica portate avanti negli ultimi anni. I media pubblici hanno sempre difeso a spada tratta l’azionare del governo lasciando l’intero spazio della critica all’opposizione, evitando il confronto con quest’ultima ed utilizzando un repertorio antiquato e ripetitivo sempre più lontano dalla realtà della gente.

Sebbene siano molteplici i problemi che deve affrontare il sistema economico-sociale-politico venezuelano attuale e sia irrefutabile che l’astensione di coloro che negli anni passati hanno votato per il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) corrisponda a un monito per il governo di Maduro, il “chavismo” non è morto, anzi è più che mai vivo.

Questo cambiamento di equilibri fra i poteri dello stato e la consapevolezza della sconfitta elettorale stanno permettendo un rinnovo del “chavismo” fin dalle sue fondamenta, reso possibile anche dall’inaugurazione di una nuova stagione di assemblee cittadine promosse dal governo e dirette a raccogliere critiche e proposte. 

Il “chavismo” non è solo un governo che può essere più o meno efficiente nella sua gestione secondo i parametri capitalisti, ma è un modo di essere e di pensare il Venezuela e il mondo co-costruito da Chávez con i suoi cittadini. Quest’ideologia e metodologia di sviluppo sarà difficilmente messa da parte dai venezuelani per tornare al modello dei privilegi dei ricchi, dell’assenza di ascensori sociali e dell’asservimento agli Stati Uniti che era vigente prima del 1998.

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Note:

1. La Comuna è un ente territoriale di autogoverno formato da vari consigli comunali che gestisce le politiche pubbliche e i progetti di una comunità con la finalità di rispondere ai bisogni dei suoi abitanti. La comuna occupa uno spazio geografico accomunato dalle stesse potenzialità.

2.   Art. 283. – Attentato contro la Costituzione dello Stato: “Chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di governo, è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni”.

3.  Art. 289. – Attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali: “È punito con la reclusione da uno a cinque anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette atti violenti diretti ad impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente: 1) al Presidente della Repubblica o al Governo l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge; 2) alle assemblee legislative o ad una di queste, o alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l’esercizio delle loro funzioni”.

4.  Vedasi: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=5871&pg=13645
 

 

* Barbara Meo-Evoli, giornalista italo-francese residente a Caracas, è attualmente direttore responsabile della rivista semestrale Venezuela Gas

 

 

(FOTO) Isaías Rodríguez: “El pueblo advirtió y nos dio una lección”

Isaías Rodríguezpor Aporrea

Luisana Colomine R.

15dic2015.-“El pueblo eligió un parlamento no una dictadura parlamentaria”

El embajador de Venezuela en Italia, constituyente Isaías Rodríguez, aclara que la Asamblea Nacional no puede convocar el referendo revocatorio del mandato presidencial y advierte que sobre esto se ha hecho una interpretación interesada
Para anular la LOTTT tendrán primero que derogar la Constitución pues Chávez reprodujo en ella las mismas normas
El actual embajador de Venezuela en Italia, constituyente Isaías Rodríguez, advierte que el 6 de diciembre el pueblo votó para elegir uno de los cinco poderes públicos, es decir, un parlamento y no una “dictadura parlamentaria”.

Motivado por las recientes declaraciones de los más conspicuos dirigentes opositores, Rodríguez acepta conversar sobre algo que él conoce mucho porque ayudó a “parirla”: la Constitución Bolivariana, aprobada en referendo consultivo el 15 de diciembre de 1999. Pareciera, a juzgar por ciertas amenazas, que no solo algunas leyes están en la mira de la “nueva mayoría” electa sino que también la Carta Magna corre el peligro de desaparecer. Además, se atribuye a la Asamblea Nacional, y así ha sido difundido, más poder que el que le consagra el texto constitucional y qe trascendería al del propio Presidente de la República. La desinformación huelga y la confusión está a la orden del día.

¿Hasta dónde llega el poder de una mayoría calificada en el actual escenario? ¿Realmente pueden hacer lo que les venga en gana?

– La oposición puede tener no solo mayoría calificada, sino los 167 asientos de la Asamblea Nacional y no puede hacer sino lo que le está permitido. De lo contrario sus actos son nulos. Dentro de las facultades que le otorga el artículo 187 de la Constitución puede a través del voto de censura, ajustándose al procedimiento establecido destituir ministros y hasta al Vicepresidente Ejecutivo. Puede dictar una Ley de Amnistía, autorizar el nombramiento del Procurador (si aún no ha sido designado) y a los jefes de las Misiones Diplomáticas (si no han sido designados) autorizar la salida del Presidente cuando su ausencia fuere mayor de cinco días consecutivos, pero aunque quiera no puede destituirlo. Un sistema político constitucional implica la interacción del conjunto de instituciones y procesos que permitan en forma coordinada tomar las decisiones del Estado a través de sus Poderes Públicos sin que ninguno de ellos prevalezca u obstaculice el desarrollo o funciones de los otros. No solo no pueden hacer lo que les dé la gana sino que están sujetos al control de la Sala Constitucional del Tribunal Supremo de Justicia y al famoso 350 de la Constitución tan invocado por la oposición contra el Presidente Chávez.

Henry Ramos Allup ya asomó volver a la Constitución de 1961 porque la considera “más decente”

– La reforma de la Constitución de 1999 bien pudiera iniciarla el Parlamento que acaba de ser elegido. Tiene los votos para ello, pero luego deberá someterla a un referéndum aprobatorio por parte del pueblo venezolano. Entiendo, sin embargo, que la pregunta va más allá de la reforma de la Constitución. Entiendo que lo que se quiere es ir a la Constitución de 1961. Para ello tienen los votos correspondientes a “la iniciativa de convocar la Asamblea Nacional Constituyente”, óigase bien “la iniciativa”, pero el “depositario del poder constituyente originario” es el pueblo de Venezuela y no la Asamblea Nacional. Por esta razón aprobada la Constitución “más decente” tendrá que ser sometida a un referendo aprobatorio y será el pueblo quien tome la decisión definitiva. En caso de que al pueblo le dé vergüenza lo que ha aprobado esta Asamblea Nacional no les quedará más remedio que aceptar con recato y modestia el “impudor” de la Constitución de 1999.

Derogar, reformar, modificar, pulverizar leyes

¿Cómo puede el Presidente de la República blindar las leyes que ya fueron sancionadas y promulgadas como la Ley Orgánica del Trabajo o la Ley de precios justos?

– El Presidente no tiene competencia constitucional para blindar ninguna ley. Esta competencia es de la Asamblea Nacional quien podrá modificarla porque legislar es una de sus funciones. En el caso de la LOTTT la situación es más compleja para el Parlamento, porque la Asamblea Constituyente de 1999 cuando aprobó la Constitución previó esta circunstancia y la blindó. ¿De qué manera? Colocó en la Constitución la mayoría de las disposiciones contenidas en dicha ley y, en este caso, si se pretenden dejar sin efecto normas de ella que están presentes en la Constitución y que la LOTTT solo reproduce, tendría la Asamblea Nacional que modificar la Constitución y someter a referendo popular la aprobación de la nueva ley que fuere sancionada por el neoliberalismo.

Sobre el tema de la frontera y del estado de excepción decretado por el presidente Maduro, el diplomático venezolano considera que la decisión será de carácter político aunque admite que prolongar la medida en el tiempo restringe derechos. En su opinión, los parlamentarios opositores tendrán la oportunidad de demostrar si están o no dispuestos a resolver los problemas fronterizos que han afectado al país desde el punto de vista económico, social y de seguridad ciudadana.

Objetivo: Nicolás Maduro

Si durante 16 años el presidente Hugo Chávez debió gobernar ante una oposición hostil, con Nicolás Maduro la situación no ha sido diferente. Por esta razón la elección parlamentaria se convirtió en un símbolo para romper ataduras del “castro-comunismo” y la Mesa de la Unidad logró para ello un importante apoyo internacional.

Se ha difundido la idea de que la Asamblea Nacional también puede convocar un referéndum revocatorio del mandato presidencial ¿esto es correcto?

– En el artículo 187 no hay ninguna atribución que autorice a la Asamblea Nacional a convocar referéndum revocatorio. Posiblemente, con el propósito de burlar la Constitución o de hacer una interesada interpretación de la norma, con el peligro de incurrir en lo que técnicamente se conoce como “desviación de poder”, quien haya hecho tal afirmación le da al referéndum revocatorio una analogía con lo previsto en el artículo 233 de la Constitución. Son situaciones distintas. Esta norma ubica la falta absoluta del Presidente de la República y el tratamiento que la Asamblea debe darle, pero nada tiene que ver con el referéndum revocatorio. Los órganos o Poderes Públicos solo pueden hacer lo que les está permitido. A nuestro juicio solo puede revocar quien elige y la revocatoria de mandato es un instrumento de control popular, no de control legislativo. La legitimidad de origen o cualidad para revocar es de quienes eligieron. Aquí no es aplicable el aforismo de “quien puede lo más puede lo menos”. Si se accede al poder por la vía del voto se pierde el mandato por la misma vía. Es más, el constituyente se cuidó de diferenciar mandato del funcionario de un cuerpo colegiado y de un cuerpo no colegiado. Por lo demás el artículo 72 es demasiado claro se refiere a “electoras o electores”. Mantiene la coherencia de lo que técnicamente se llama “cualidad jurídica”. La revocatoria del mandato, igualmente está definida por este artículo 72 “como un mecanismo de democracia directa” orientado a la consulta de los electores o electoras a opinar sobre la interrupción del mandato de una autoridad electa por ellos. Es clara la norma cuando expresa que la ciudadanía lo activa a través de la recolección de firmas. No habla, por ninguna `parte la Constitución de que se trata de un acto de “democracia indirecta” que permita la activación de la solicitud de revocatoria a través de cuerpo deliberante o legislativo. El derecho es lógico 2 y 2 son cuatro, no 22.

Hay quienes proponen que Maduro puede disolver la AN. ¿Qué opina de esto? ¿Cuáles serían las ventajas y desventajas?

– El presidente tiene dispositivos de control que están unos en el Parlamento y otros en el Judicial. Cada Poder está sujeto a funciones perfectamente determinadas en la Constitución. No hay, en consecuencia, el ejercicio del poder por un solo órgano y más lo sería pretender desviar el régimen presidencial hacia el parlamentarismo. Yendo a tu pregunta el caso es que además del presidencial y del parlamentario existe un “sistema mixto”, mezcla francesa del parlamentario y del presidencial. Tuvo su origen en una reacción socio política contra “el asambleísmo francés” y la “partidocracia”. En la Quinta República francesa lo impusieron como “un sistema para la cohabitación política”. En el diseño y modo de funcionamiento de las instituciones políticas juega un papel determinante la situación histórica de cada república, la idiosincrasia y la cultura política.

Explica el también ex fiscal general de la República que en este sistema mixto el Presidente se elige por votación directa y el Parlamento no debe obstruirlo. “El Presidente en este sistema tiene facultades para disolver el Parlamento. La disolución es una forma de evitar la obstrucción por parte de los partidos. Su propósito es propiciar mayorías parlamentarias coherentes. El presidente debe garantizar el funcionamiento de las instituciones y cuidar la estructura institucional y su funcionamiento sin obstrucciones. En dos ocasiones Francois Mitterrand disolvió la Asamblea Nacional francesa. Lo hizo porque en anteriores elecciones la mayoría de los escaños los detentaba una coalición de la derecha”.

El pueblo nos dio una lección

Isaías Rodríguez analiza los resultados electorales desde una perspectiva crítica teniendo el cuidado de no juzgar a quien en esta ocasión no respondió como se esperaba, es decir, al pueblo.

Palabras como “castigo” “traición” “lección” minan el discurso de dirigentes chavistas para buscar una explicación a lo ocurrido.

¿Qué fue, entonces? ¿castigo? ¿lección?

– A mi juicio las dos cosas. O tres: Advirtió, castigó y nos dio una lección. Nos preguntó si se nos olvidó el socialismo. Nos puso contra la pared. Nos castigó como lo hace un buen padre o madre de familia con un hijo para que aprenda por las malas o por las buenas (la metáfora es una expresión romana del derecho que crearon). Pero si el propósito de la pregunta es indagar la diferencia entre uno y otro vocablo. Nos impuso una sanción y prisioneros de esa sanción nos ha dado una clase sobre lo que es “consciencia” y de cómo hay que luchar para derrotar las hegemonías y construir una verdadera sociedad alterna al capitalismo.

En su opinión ese pueblo “no se cambió de traje ni ha brincado la talanquera” y rechaza de manera contundente que se le tilde de “traidor” a quien, según dice, “ha sido demasiado leal”.

– Veo – remata Rodríguez- a un pueblo indignado ante tanto maltrato, tanta indolencia y tanta traición que nos dice Chávez nos enseñó a leer, a escribir, a pensar, a reflexionar, a ser y con esa personalidad que nos ha dado el chavismo queremos preguntarles a ustedes si siguen siendo chavistas con nosotros o contra nosotros. El comandante nos enseñó a ser leales, pero también nos dijo que no nos dejáramos utilizar por nadie y que ante una situación confusa o de incertidumbre fuésemos leales con nosotros mismos. Vendrán más Chávez y si tenemos que hacerlos los vamos a hacer con aciertos y equivocaciones como Simón Rodríguez se lo enseñó al Libertador.

Lo que falló

Formación y construcción de una identidad consciente con la revolución

Ni el gobierno ni el PSUV dieron un debate de ideas, todo se concretó a culpar de la crisis a la llamada “guerra económica”

No hubo un plan estratégico contra esa guerra donde se involucrara toda la estructura revolucionaria para confrontar el sabotaje, la escasez y el acaparamiento

La impunidad contra los grandes beneficiarios de la corrupción (Caso Cadivi denunciado por una ministra que fue destituida por denunciarlo y la ineficaz lentitud de la Fiscalía en esta investigación) – La ineficiencia en el manejo de la economía

La torpe gestión comunicacional que optó por comprar medios y hacer propaganda panfletaria en lugar de crear consciencia política e informativa

La escogencia de candidatos y candidatas pasando muchas veces por encima de la voluntad popular y las primarias para colocar familiares cercanos a los gobernadores en las primeras opciones

La burocratización y el visto bueno del PSUV a esta peligrosa complacencia que desmoralizó la dirigencia de base y le restó autoridad a la hora de exigir organización y compromiso político

El irrespeto al comandante Chávez al tratar de hacer con su credo y su legado una religión política que lo dejó en su mausoleo y no lo colocó codo a codo con la acción revolucionaria y popular

¿Murió la revolución? ¿Murió el chavismo?

– Están una y otro más vivos que nunca gracias a ese pueblo que nos ha sacudido con este revolcón. Nos ha sacado de la comodidad y del individualismo con que muchos ven su futuro personal y el de su familia y sus amigotes sin mirar hacia abajo. Hay que ser humildes y autocríticos, dejar la borrachera de poder, la arrogancia, la soberbia, el empoderamiento personal y el afán de prestigio mal habido, de ambiciones desmedidas, del desprecio a todo cuanto signifique solidaridad o sacrificio. A pesar de ellos, de quienes han tratado de matar con su ejemplo y su conducta a la revolución y al chavismo casi seis millones de chavistas, con muy pocos argumentos convincentes para hacerlo, muchos con un pañuelo en la nariz han votado por las listas que les han impuesto. Hay Chavismo y revolución para rato.

¡Los que aprenden vencerán!  

por nuovopci.it

¡Los que se dejan abatir por las derrotas, están vencidos!
¡Los que aprenden, lucháran mejor y vencerán!

El éxito de la elecciones parlamentarias que se desarrollaron en Venezuela el domingo pasado 6 de diciembre han metido alas a los pies de los reaccionarios venezolanos y a sus padrinos y patrones de la Comunidad Internacional (CI) da los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, en particular a los bisontes del complejo financiero-industrial-militar que de hecho gobierna a EEUU. La gran mayoría (más de dos tercios) de los curules del nuevo Parlamento venezolano (entrará en sus cargos el próximo 5 de enero) está asignada a la mezcla de retazos de los partidos, grupos y bandas, fragmentos y herederos del viejo sistema político que ha gobernado a Venezuela hasta 1998: una mezcla de retazos que los padrinos norteamericanos han logrado reunir con fines electorales en la MUD (Mesa de la Unidad Democrática), cuando han decidido de tentar la vía electoral porque la desestabilización y la subversión le andaban mal.

Ahora la derecha venezolana y sus padrinos y patrones de la Comunidad Internacional se han adjudicado una nueva arma en la guerra que sin ahorro de medios están conduciendo desde 17 años hasta ahora para demoler la Revolución Bolivariana y el proceso puesto en marcha en Venezuela, en América Latina y a nivel internacional desde la victoria de Hugo Chávez y de su unión cívico-militar en las elecciones presidenciales del 6 de diciembre de 1998.

Los cabecillas de la MUD (uno entre todos: Ramos Allup de Acción Democrática) han anunciado ya fuego y llamas gracias a la nueva arma. El Secretario de Estado (ministro del exterior) de USA John Kerry ha hecho eco y el alto representante de la UE (Unión Europea) para la política exterior y la seguridad (Federica Mogherini) felicitó calurosamente los vencedores de las elecciones. No sabemos si también monseñor Pietro Parolin, Secretario de Estado del Vaticano (y nuncio apostólico en Venezuela desde el 2009 hasta el 2013) se ha congratulado a nombre del papa Bergoglio con los vencedores entre los cuales brillan los mayores exponentes de la Iglesia Católica en Venezuela.

Qué sucederá ahora? Imposible decirlo con precisión, porque en definitiva depende de la línea que seguirán los dirigentes de la Revolución Bolivariana y las masas populares que ellos movilizan. 

Los dirigentes de la Revolución Bolivariana han sostenido siempre de ser en grado de proseguir la revolución hacia el socialismo [lo llaman humanista y socialismo del siglo XXI, algunos con alusiones denigrantes al socialismo construido en la URSS bajo la dirección de Stalin (que no distinguen de la corrupción y desintegración promovida desde Kruscev a Breznev)] siguiendo un camino que a un observador externo pareciera tener muchos puntos comunes con experiencias que en otra época (por ejemplo el Chile en los años ‘70) han terminado con la sangre de los revolucionarios.

Después de haberse apoderado del Estado Burgués, sin demolerlo, la Revolución Bolivariana ha nacionalizado la industria petrolera expulsando (en el 2002) a los dirigentes corruptos y saboteadores (que ahora reclaman al nuevo parlamento la reintegración) y han empleado gran parte de la renta petrolera (los provenientes de la venta del petróleo) para elevar las condiciones de vida (alimentación, vivienda, educación, salud, pensiones, salarios, etc.) de la masa de la población, para promover la movilización y la formación política y cultural. Pero los capitalistas y el clero continúan siendo los patrones de gran parte de las empresas del sector comercial (incluso el comercio exterior), industrial y agrícola, de los bancos, también de la prensa, de la televisión, de los medios de comunicación, de la escuela privada y de otros medios de formación y canales de influencia sobre las masas.

El nuevo sistema político ha introducido en varios campos leyes e medidas favorables a las masas populares. Su violación se considera un delito penal ordinario (los violadores o infractores si el poder judicial recoge pruebas se persiguen de forma individual, en función del hecho delictivo y las responsabilidades individuales, independientemente de su clase social: el pequeño que lo hace por ignorancia, embrutecimiento o necesidad en el mismo plano del rico que lo hace por profesión o vocación). Por otra parte promueve la formación cooperativa y otras formas no capitalistas de empresas en la agricultura y en la industria y ha comenzado a crear estructuras comerciales públicas (al por mayor y al por menor) en competencia con aquellas capitalistas.

Muchos individuos, organismos y partidos comunistas de Venezuela y de otros países critican “la vía al socialismo” de la Revolución Bolivariana. Pero hasta ahora no han realizado algo mejor y en los 17 años transcurridos de la victoria electoral de 1998, primero bajo el liderazgo de Hugo Chávez (fallecido el 05 de marzo 2013, un evento al que nos referimos en el CC 9/2013 – 5 de marzo de 2013) y luego con Nicolás Maduro (sobre su elección a Presidente el 13 de abril 2013 y a propósito de su obra se lea el CC 16/2013 – 18 de abril de 2013, el CC 12/2014 – 18 de marzo 2014 y el CC 8/2015 – 5 de marzo de 2015), la Revolución Bolivariana ha resistido con éxito a un golpe de Estado, a las tentativas de subversión y a la guerra importada, en varias otras formas y sobre diversos terrenos y por diversos motivos, por la burguesía y el clero venezolano, por el Estado Colombiano (principalmente a través de organizaciones no oficiales y paramilitares) y por la Comunidad Internacional de los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, y ha avanzado poco a poco pero de forma continua a lo largo de su camino.

Por otra parte ni en el tiempo de Hugo Chávez ni bajo la dirección de Nicolás Maduro los dirigentes de la Revolución Bolivariana han dicho que los comunistas de otros países deben en sus propios países “hacer como en Venezuela”. No han pretendido nunca que la vía de Venezuela fuese la vía universal.

Nosotros combatimos y despreciamos a los personajes y organismos italianos que proponen en Italia hacer “el Alba mediterránea” o sin embargo hacer los simios de Venezuela, pero, por lo que hemos dicho antes, respetamos y admiramos los promotores y los combatientes de la Revolución Bolivariana por su trabajo en favor de las masas en Venezuela, el apoyo de la resistencia anti-imperialista en Cuba, del movimiento progresista y antiimperialista en América Latina y el mundo y tratamos de aprender de ellos, de sus victorias y sus derrotas, para avanzar en la revolución socialista en Italia. 

El objetivo, el comunismo, es el mismo para todos los países porque es dictado por el desarrollo que la humanidad ha hecho, ha recorrido desde sus orígenes lejanos hasta hoy y del resultado que ha alcanzado en su evolución aunque las vías para alcanzarlo son diversas dado que diversos son los puntos de partida. Recordamos todavía los documentos de  triste memoria cuando en los años ‘80 algunos compañeros italianos revisaban país por país para mostrar la forma en que la revolución debía seguir. Los comunistas deben cada uno “traducir en la lengua de su propio país” la común concepción comunista del mundo: hay cuestiones universales y cuestiones particulares como bien lo explica Mao en el escrito Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (Todavía sobre las divergencias entre el compañero Togliatti y nosotros, febrero 1963).

Los comunistas de varios países deben meter en común la experiencia de la lucha de clases y los aprendizajes de valor universal que traen, apoyarse, colaborar, ser solidarios y practicar la autonomía y el respeto reciproco. Entonces nos auguramos y auspiciamos que los promotores y combatientes de la Revolución Bolivariana hagan frente con éxito a los eventos y acontecimientos de estos días y tenemos la certeza que la mejor parte de ellos estará a la altura de su papel. Perder las elecciones es una derrota, pero en la historia del movimiento comunista ha habido derrotas muy graves a las cuales los comunistas han sabido reaccionar conquistando grandes victorias. Pensamos a las repetidas agresiones de las grandes potencias imperialistas en los años inmediatos después a la Revolución de octubre en 1917 y la agresión de Hitler en 1941 con el apoyo de gran parte de la burguesía imperialista de todo el mundo y del Vaticano.

Pensamos en la derrota sufrida en el 1927 por la revolución China y tantas otras. Aunque frente a un golpe de Estado, la respuesta fue diferente en España en 1936 y en Chile en 1973. La revolución socialista avanza no porque la burguesía y las otras clases reaccionarias la dejan avanzar, son amables, se atienen a las leyes y códigos de conducta establecidos de respetar los “derechos humanos” y su propia democracia burguesa. En los años ‘80 del siglo pasado criticamos aquellos miembros y simpatizantes de las Organizaciones Comunistas Combatientes (OCC) y en particular de las Brigadas Rojas que atribuían la derrota a la ferocidad de la burguesía, a la perversión de los revisionistas e la cínica astucia del clero, antes que atribuirla a los limites de los dirigentes de las OCC en la comprensión de las condiciones, de las formas e los resultados de la lucha de clase.

La revolución socialista y la revolución de nueva democracia avanzan porque los comunistas saben hacer frente a la violencia, a las intrigas, a las maniobras y a la ferocidad a la cual las clases reaccionarias recurren sin escrúpulo y limite, porque saben hacer frente al prestigio y la influencia que ellas heredan de la historia y que la usan contra la revolución, porque saben conducir las masas populares para liberarse de la ignorancia, del atraso e del embrutecimiento que heredan de la historia en los cuales son impulsados con nueva riqueza de medios y formas por el régimen de contrarrevolución preventiva que la burguesía imperialista y su clero extienden a todo el mundo.

En Venezuela la derecha endogena y sus padrinos y patrones imperialistas hasta ahora han conducido la guerra con todas las armas que tenian a sus alcance. Nunca ahorraron fraudes, chantajes, violencias, sabotaje economico, contrabando, manipulación financiera, corupción, subversión, terrorismo.

Ahora tienen a su disposición un arma más: el nuevo Parlamento electo en el ámbito de las elecciones previstas en la Constitución Bolivariana y organizadas por el gobierno bolivariano. Como han tomado esta mueva arma? Han enroscado a su ventaja algunos resultados de los progresos cumplidos en el país gracias a la Revolución Bolivariana (como en Italia en el 1948 los reaccionarios aprovecharon el derecho al voto de las mujeres conquistado gracias a la victoria de la Resistencia) y la han distorsionado a su propio interés aprovechándose de los límites de la Revolución Bolivariana en el movilizar, organizar y formar las masas populares.

Los electores registrados en las elecciones del domingo eran un poco más de 19,54 millones, mientras al tiempo de las primeras elecciones de Hugo Chávez en el 1988 eran apenas 11 millones. Incluso respecto a las precedentes elecciones parlamentarias del 2010, los electores inscritos para las elecciones del domingo 6 de diciembre eran por otra parte dos millones más, además las abstenciones disminuyeron y como resultado los votos válidos aumentaron en casi 2,5 millones respeto al 2010, hasta un poco más de 13,74 millones. Gracias a las intrigas, a las maniobras, a la intimidación y eliminación de notables irreductibles y a los chantajes realizados por los reaccionarios, los votos dispersos en listas menores han disminuido y la MUD ha tenido cerca de 2,65 millones de votos más respecto a las precedentes elecciones del 2010: ha pasado de 5.077.043 a 7.726.066 votos. Al mismo tiempo la lista de los partidarios de la Revolución Bolivariana, PSUV e sus aliados, ha tenido de más sólo cerca de 350 mil votos. Ha pasado de 5.268.939 a 5.622.844 (entonces no hubo debacle electoral como lo proclamaron los periodistas maliciosos y comentaristas burgueses, incluso los burgueses de izquierda). La composición del Parlamento ha pasado de 96 del PSUV contra 64 de la MUD del 2010 a 55 del PSUV contra 112 de la MUD en la futura Asamblea Nacional.

De acuerdo a la Constitución, Venezuela tiene un sistema político presidencial y el presidente Maduro, heredero de Chávez, ha declarado que la Revolución Bolivariana ha perdido una batalla, pero no la guerra. Al contrario ha dicho que la derrota será el punto para reforzar las filas de los revolucionarios depurándolas de corruptos, infiltrados, desmoralizados y derrotistas y llevar la revolución a un nivel superior.

Nosotros hemos saludado con ardor desde hace tiempo y hemos hecho conocer entre las masas populares italianas los sucesos de la Revolución Bolivariana, los beneficios económicos, intelectuales y sociales que ella ha portado a las masas populares venezolanas, la ayuda que ha dado en tantos terrenos al movimiento progresista en América Latina y en el mundo, la contribución que ha dado al renacimiento del movimiento comunista en el mundo. Nacionalizando el petróleo y usándolo ya sea para sostener los países progresista de la zona y en particular Cuba y destinando gran parte de la renta petrolera al mejoramiento de las condiciones de vida de las masas populares venezolanas, la Revolución Bolivariana ha dado con gran prisa un gran aprendizaje. Se trata ahora de movilizar y dirigir las masas populares e defender las conquistas y reforzar el poder popular.

Qué deben hacer el presidente Maduro y los dirigentes de la Revolución Bolivariana? No somos nosotros que lo podemos decir. Como arriba hemos dicho, la revolución socialista es un proceso universal, que se refiere a todo el mundo, pero ella avanza en cada país haciendo palanca sobre las condiciones concretas del país y sus relaciones con el contexto internacional. Nosotros podemos y debemos conducir la revolución socialista en nuestro país y estamos seguros que cuando rompamos las cadenas con las cuales hoy los vértices de la República Pontificia lo tienen amarrado a la Comunidad Internacional (CI) de los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, con esto daremos una gran contribución a la nueva oleada de la revolución proletaria que en todo el mundo avanza haciendo frente al desastroso curso que la Comunidad Internacional (CI) impone a la humanidad entera.

No corremos con los italianos expertos en Revolución Bolivariana del género del Prof. Luciano Vasapollo que enseñan que cosa deben hacer los venezolanos y a nosotros dicen que debemos hacer como los venezolanos. La capacidad de hacer frente a la derrota electoral y a lo que ella implica y de transformarla en una contraofensiva victoriosa será la prueba de la concepción del mundo y del análisis de las situaciones internacionales y nacionales que conducen los comunistas venezolanos. La lucha llevará a un superior desarrollo intelectual y moral en primer lugar a los promotores y combatientes de la Revolución en curso. A ellos va nuestra simpatía y a el éxito de la causa común vamos a contribuir  principalmente haciendo la revolución socialista en Italia.

Además de las elecciones en Venezuela, son para nosotros importantes y ricas de enseñanzas las elecciones regionales que se celebraron en Francia el mismo domingo 6 de diciembre. Han enseñado un nuevo paso adelante en la crisis del sistema político francés burgués y de la unión de los grupos imperialistas franco-alemanes: entonces han creado una situación favorable hasta para nosotros, si sabemos aprovecharlos, así como una experiencia rica de enseñanzas sobre la dialéctica entre movilización revolucionaria y movilización reaccionaria, sobre la dialéctica entre la guerra imperialista y guerra popular revolucionaria.

En la Francia metropolitana (no consideramos entonces las ex colonias de ultramar, hoy englobadas en la Republica Francesa) en los últimos meses el gobierno ha reducido las regiones a 13, agrupando las 22 regiones precedentes. En Francia el gobierno central esta imponiendo a los entes locales (regiones, provincia y alcaldias) una transformación análogo a aquella en curso en Italia. Reduce su número (fundiendo o reagrupando), disminuye sus recursos, royendo de derecho y de hecho su autonomía.

En consecuencia los servicios empeoran, la marginación social aumenta y las masas populares son alejadas del teatro de la política burguesa. La guerra de exterminio no declarada arrecia y destruye sus víctimas como en Italia. El gobierno central está dirigido por dos grandes “familias” políticas (actualmente hacen referencia una, que se define de izquierda a François Hollande, el presidente de la República y la otra, que se define de derecha, a Nicolás Sarkozy, el ex presidente) que se alternan haciendo la misma política salvo matices y palabras diferentes: un régimen análogo al régimen de las “Larghe Intese” (Anchos Acuerdos) que benefician al sistema financiero mundial y oprime, exprime, aprieta y devasta nuestro país.

En este contexto los resultados de las elecciones regionales del domingo presentan rasgos significativos.

En ninguna de las 13 regiones ha tenido la mayoría absoluta de una lista. Por consiguiente todas las 13 regiones mañana 13 de diciembre van a la segunda vuelta que sólo se le permitirán a las listas que en la primera vuelta tuvieron al menos 10% de votos validos. Inútil será esperar los resultados de la segunda vuelta para entender cuál ha sido el estado de ánimo de las masas populares que se expresan en las elecciones regionales.

La segunda vuelta decide solo aquel, que a los órdenes del gobierno central, deberá gobernar cada una de las 13 regiones en base a las combinaciones de vértices, a las agregaciones y a las renuncias de las listas de la primera ronda con quienes el sistema de las dos “familias” políticas busca de perpetuar su feroces impresas contra las masas populares francesas, mientras a causa de su impotencia de ver a jefe de la crisis económica y social, las dos “familias” hacen competencia de quien promueve mejor la guerra imperialista en curso y preparan desastres más graves para las masas populares francesas y para los pueblos de los países oprimidos.

Pero al primer turno de las elecciones han estado dos señales, dos signos de ruptura de este curso de las cosas:

– la abstención disminuyó; los votos validos eran 19.47 millones (44.6% de los 43.64 millones de inscritos) en las elecciones precedentes regionales del 2010 y aumentaron a 21.7 millones (47.9% de los 45.30 millones de inscritos) domingo 6 diciembre 2015: hubo 2.32 millones de votos válidos más.

– El aumento de los votos válidos fue exclusivamente a favor de la lista que las dos “familias” excluyen de su sistema político, el Frente Nacional (FN) que por otra parte ha quitado votos a todas las dos “familias” y sus votos han pasado de 2.22 millones en el 2010 a 6.02 millones el domingo pasado: cerca de 3.79 millones de más.

Una mala noticia, ciertamente porque el FN proclama abiertamente la política racista y belicista que las dos “familias” se limitan a practicar: rechazos, cierre de las fronteras, persecución de los musulmanes, campos de concentración son ya en acto. Es aleado a Liga Norte de Matteo Salvini y como causa del marasmo social no puede indicar otra cosa que la inmigración y la sumisión a la UE y el BCE. Pero contra la combinación de los grupos imperialistas franco-alemanes el FN no se da los medios para practicar la política que proclama y los grupos imperialistas americanos hoy no pueden dar nada a las masas populares francesas: entonces el solo resultado real de la afirmación del FN, tanto más se debería tomar en mano cualquier región (está presente en buena posición al segundo turno en todas las 13 regiones, mientras en el 2010 lo era en 12 sobre 22 y en medida estrecha) es la ruptura del sistema político existente.

Qué sucederá entonces? Después de la afirmación del FN, el portavoz del Frente de Izquierda, Jean Luc Mélenchon, partidario de François Hollande al segundo turno de las últimas elecciones presidenciales, ha declarado “que seguiendo la política del menos peor, va de mal en peor” y además “El FN ha tomado los votos que son nuestros: de los obreros y jóvenes que el sistema aplasta. Debemos preguntarnos por qué no los hemos recojidos nosotros y buscar remedio”.

Nosotros no estamos en la posibilidad de garantizar que Jean Luc Mélenchon hará aquello que ha dicho que necesita hacer. Más bien vistos sus recorridos, creemos que es más fácil que en Italia Maurizio Landini (o Giorgio Cremaschi) se convierta presidente del Gobierno de Bloque Popular por el cual nosotros promovemos la constitución y no que Jean Luc Mélenchon se haga promotor del renacimiento del movimiento comunista en Francia. Pero la vía es esta y antes o después alguno la embocará. Por parte nuestra combatiendo nuestra batalla, contribuimos al mejor de nuestras posibilidades en este inicio.

A la batalla nuestra entonces se abren perspectivas más favorables. A ella llamamos a todos los individuos y los organismos avanzados de nuestro país. Hoy en nuestro país la lucha para avanzar en el renacimiento del movimiento comunista y en la revolución socialista es la creación de las condiciones para construir el Gobierno de Bloque Popular.

Chi si lascia abbattere dalle sconfitte è finito! Chi impara vincerà!

da nuovopci.wordpress.com

Comunicato CC 30/2015 – 12 novembre 2015

Venezuela e Francia: importanti e salutari insegnamenti delle elezioni di domenica scorsa

L’esito delle elezioni parlamentari che si sono svolte in Venezuela domenica scorsa 6 dicembre hanno messo le ali ai piedi dei reazionari venezuelani e ai loro padrini e padroni della Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, in particolare ai bisonti del complesso finanziario-industriale-militare che di fatto governa gli USA. La grande maggioranza (più di due terzi) dei seggi del nuovo Parlamento venezuelano (entrerà in carica il prossimo 5 gennaio) è stata assegnata al coacervo di partiti, gruppi e bande, frammenti ed eredi del vecchio sistema politico che ha governato il Venezuela fino al 1998, un coacervo che i padrini americani sono riusciti a unire ai fini elettorali nella MUD (Tavolo di Unità Democratica) quando hanno deciso di tentare la via elettorale perché la destabilizzazione e la sovversione gli andavano male.

Ora la destra venezuelana e i suoi padrini e padroni della CI si sono aggiudicati una nuova arma nella guerra che senza risparmio di mezzi stanno conducendo da 17 anni a questa parte per stroncare la rivoluzione bolivariana e il processo messo in moto in Venezuela, in America Latina e a livello internazionale dalla vittoria di Hugo Chavez e della sua unione civico-militare nelle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998. I caporioni della MUD (uno per tutti: Ramos Allup di Accion Democratica) hanno già annunciato fuoco e fiamme grazie alla nuova arma. Il Segretario di Stato (ministro degli esteri) USA John Kerry ha fatto loro eco e l’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera e la sicurezza (la renziana Federica Mogherini) si è calorosamente congratulata con i vincitori delle elezioni. Non sappiamo se anche monsignor Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano (e nunzio apostolico in Venezuela dal 2009 al 2013), si è congratulato a nome del Papa Bergoglio con i vincitori, tra i quali brillano i maggiori esponenti della Chiesa Cattolica del Venezuela.

Cosa succederà ora? Impossibile dirlo con precisione, perché in definitiva dipende dalla linea che seguiranno i dirigenti della rivoluzione bolivariana e le masse popolari che essi mobilitano.

I dirigenti della rivoluzione bolivariana hanno da sempre sostenuto di essere in grado di proseguire la rivoluzione verso il socialismo (lo chiamano socialismo umanista e socialismo del XXI secolo: alcuni con allusione denigratoria al socialismo costruito in Unione Sovietica sotto la direzione di Stalin che non distinguono dalla sua corruzione e disgregazione promosse da Kruscev e Breznev) seguendo una strada che ad un osservatore esterno parrebbe avere molti punti in comune con esperienze che in un’altra epoca (ad esempio nel Cile negli anni ’70) sono finite nel sangue dei rivoluzionari.

Dopo essersi impadronita della Stato borghese anziché demolirlo, la rivoluzione bolivariana ha nazionalizzato l’industria petrolifera estromettendo (nel 2002) i dirigenti corrotti e sabotatori (che ora reclamano dal nuovo Parlamento la reintegrazione) e ha impiegato gran parte della rendita petrolifera (i proventi netti della vendita del petrolio) per elevare le condizioni di vita (alimentazione, abitazione, istruzione, sanità, pensioni, salari, ecc.) della massa della popolazione, per promuoverne la mobilitazione e la formazione politica e culturale. Ma i capitalisti e il clero continuano a essere padroni di gran parte delle aziende del settore commerciale (compreso il commercio estero), industriale e agricolo, delle banche e inoltre della stampa, delle TV, dei mezzi di comunicazione, delle scuole private e di altri mezzi di formazione e canali di influenza sulle masse. Il nuovo sistema politico ha introdotto in vari campi leggi e misure favorevoli alle masse popolari, ma la loro violazione viene trattata come un reato di diritto comune (i violatori se l’apparato giudiziario raccoglie le prove giuridiche vengono perseguiti individualmente, in base al reato e alle responsabilità individuali, senza distinzione di classe: il piccolo che lo fa per ignoranza, abbrutimento o bisogno, sullo stesso piano del ricco che lo fa per professione e vocazione). Inoltre promuove la formazione di cooperative e di altre forme non capitaliste di imprese nell’agricoltura e nell’industria e ha incominciato a creare strutture commerciali pubbliche (all’ingrosso e al minuto), in concorrenza con quelle capitaliste.

Molti individui, organismi e partiti comunisti venezuelani e di altri paesi criticano la “via al socialismo” della rivoluzione bolivariana. Ma finora non hanno saputo fare di meglio e nei diciassette anni trascorsi dalla vittoria elettorale del 1998, prima sotto la direzione di Hugo Chávez (morto il 5 marzo 2013, evento per cui rimandiamo al Comunicato CC 9/2013 – 5 marzo 2013) e poi di Nicolás Maduro (sulla sua elezione a Presidente il 14 aprile 2013 e a proposito della sua opera rimandiamo al Comunicato CC 16/2013 – 18 aprile 2013, al Comunicato CC 12/2014 – 18 marzo 2014 e al Comunicato CC 8/2015 – 5 marzo 2015) la rivoluzione bolivariana ha resistito con successo a un colpo di Stato, a tentativi di sovversione e alla guerra portata in varie altre forme e su vari terreni dalla borghesia e dal clero venezuelani, dallo Stato della Colombia (soprattutto tramite organizzazioni non ufficiali, i paramilitari) e dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ed è avanzata con gradualità ma continuità lungo la sua strada.

Inoltre né al tempo di Hugo Chávez né sotto la direzione di Nicolás Maduro i dirigenti della rivoluzione bolivariana hanno detto che i comunisti degli altri paesi devono nel proprio paese “fare come il Venezuela”; non hanno mai preteso che la via del Venezuela fosse la via universale. Noi combattiamo e disprezziamo personaggi e organismi italiani che vengono a proporre in Italia di “fare l’Alba mediterranea” o comunque di scimmiottare il Venezuela, ma sulla base sopra indicata rispettiamo e ammiriamo i promotori e combattenti della rivoluzione bolivariana per la loro opera a favore delle masse popolari venezuelane e a sostegno della resistenza antimperialista di Cuba e del movimento progressista e antimperialista in America Latina e nel mondo e cerchiamo di imparare da loro, dalle loro vittorie e dalle loro sconfitte, per far avanzare la rivoluzione socialista in Italia. L’obiettivo del comunismo è lo stesso per tutti i paesi perché è dettato dal percorso che l’umanità ha fatto dalle sue lontane origini a oggi e dal risultato a cui è giunta nella sua evoluzione, ma le vie per raggiungerlo non possono che essere diverse dato che diversi sono i punti di partenza. Ricordiamo ancora i documenti di triste memoria con cui negli anni ’80 alcuni compagni italiani passavano in rassegna decine di paesi e paese per paese indicavano la via che la rivoluzione doveva seguire. I comunisti devono ognuno “tradurre nella lingua del proprio paese” la comune concezione comunista del mondo: vi sono questioni universali e questioni particolari, come ben spiega Mao nello scritto Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (febbraio 1963). I comunisti dei vari paesi devono mettere in comune l’esperienza della lotta di classe e gli insegnamenti di valore universale che ne traggono, sostenersi, collaborare, essere solidali e praticare l’autonomia e il rispetto reciproco.

Quindi noi auguriamo e auspichiamo che i promotori e combattenti della rivoluzione bolivariana facciano fronte con successo agli eventi di questi giorni e siamo certi che la parte migliore di essi sarà all’altezza del suo ruolo.

Perdere le elezioni è una sconfitta, ma nella storia del movimento comunista ci sono state sconfitte ben più gravi a cui i comunisti hanno saputo reagire conquistando grandi vittorie. Pensiamo alle ripetute aggressioni delle grandi potenze imperialiste negli anni subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e all’aggressione hitleriana del 1941 sostenuta da gran parte della borghesia imperialista di tutto il mondo e dal Vaticano. Pensiamo alla sconfitta subita nel 1927 dalla rivoluzione in Cina e a tante altre. Anche di fronte a un colpo di Stato, ben diversa fu la risposta nella Spagna del 1936 e nel Cile del 1973. La rivoluzione socialista avanza non perché la borghesia e le altre classi reazionarie la lasciano avanzare, sono gentili, si attengono a leggi e a codici di condotta stabiliti di comune intesa, rispettano i “diritti umani” e la loro stessa “democrazia borghese”. Negli anni ’80 del secolo scorso abbiamo criticato quei membri e simpatizzanti delle Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC) e in particolare delle Brigate Rosse che attribuivano la sconfitta alla ferocia della borghesia, alla perversione dei revisionisti e alla cinica astuzia del clero, anziché attribuirla ai limiti dei dirigenti della OCC nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe. La rivoluzione socialista e la rivoluzione di nuova democrazia avanzano perché i comunisti sanno far fronte alla violenza, agli intrighi, alle manovre e alla ferocia a cui le classi reazionarie ricorrono senza scrupolo e limite; perché sanno fare fronte al prestigio e all’influenza che esse ereditano dalla storia e che usano contro la rivoluzione; perché sanno condurre le masse popolari a liberarsi dall’ignoranza, dall’arretratezza e dall’abbrutimento che ereditano dalla storia e in cui sono sospinte con nuova dovizia di mezzi e di forme dal regime di controrivoluzione preventiva che la borghesia imperialista e il suo clero estendono a tutto il mondo.

In Venezuela la destra interna e i suoi padrini e padroni imperialisti hanno finora condotto la guerra con tutte le armi che avevano a disposizione. Non hanno risparmiato imbrogli, ricatti, violenze, il sabotaggio economico, il contrabbando, la manipolazione finanziaria, la corruzione, la sovversione, il terrorismo. Ora hanno a disposizione un’arma in più: il nuovo Parlamento eletto nell’ambito di elezioni previste dalla Costituzione bolivariana e organizzate dal governo bolivariano. Come se la sono presa questa nuova arma?

Hanno sfruttato a loro vantaggio alcuni risultati dei progressi compiuti dal paese grazie alla rivoluzione bolivariana (come in Italia nel 1948 i reazionari approfittarono del diritto di voto alle donne finalmente conquistato grazie alla vittoria della Resistenza) e li hanno distorti a loro vantaggio approfittando dei limiti della rivoluzione bolivariana nel mobilitare, organizzare e formare le masse popolari. Gli elettori registrati nelle elezioni di domenica erano un po’ più di 19.54 milioni mentre al tempo della prima elezione di Hugo Chávez, nel 1998, erano appena 11 milioni. Anche rispetto alle precedenti elezioni parlamentari del 2010, gli elettori iscritti per le elezioni di domenica 6 dicembre erano oltre 2 milioni in più, inoltre gli astenuti sono diminuiti e come risultato i voti validi sono aumentati di quasi 2.5 milioni rispetto al 2010, fino a un po’ più di 13.74 milioni. Grazie agli intrighi, alle manovre, alla intimidazione ed eliminazione di notabili irriducibili e ai ricatti compiuti dai reazionari, i voti dispersi in loro liste minori sono diminuiti e la MUD ha avuto circa 2.65 milioni di voti in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010: è passata da 5.077.043 a 7.726.066 voti. Contemporaneamente la lista dei partigiani della rivoluzione bolivariana, PSUV e suoi alleati, ha avuto in più solo circa 350 mila voti: è passata da 5.268.939 a 5.622.844 (quindi non c’è però stato quel “tracollo elettorale” proclamato invece da maligni giornalisti e commentatori borghesi, anche della sinistra borghese). La composizione del Parlamento è passata da 96 PSUV contro 64 MUD del 2010, a 55 PSUV contro 112 MUD del futuro Parlamento.

Ma anche stando alla Costituzione, il Venezuela ha un sistema politico presidenziale e il presidente Maduro, erede di Chávez, ha dichiarato che la rivoluzione bolivariana ha perso una battaglia, ma non la guerra. Anzi ha dichiarato che la sconfitta sarà lo spunto per rafforzare le file dei rivoluzionari epurandole di corrotti, infiltrati, demoralizzati e disfattisti e portare la rivoluzione a un livello superiore.

Noi abbiamo da tempo salutato con calore e abbiamo fatto conoscere tra le masse popolari italiane i successi della rivoluzione bolivariana, i benefici economici, intellettuali e sociali che essa ha portato alle masse popolari venezuelane, l’aiuto che ha dato su tanti terreni al movimento progressista in America Latina e nel mondo, il contributo che ha dato alla rinascita del movimento comunista nel mondo. Nazionalizzando il petrolio e usandolo sia per sostenere i paesi progressisti della zona e in particolare Cuba e destinando gran parte della rendita del petrolio al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari venezuelane, la rivoluzione bolivariana ha dato un grande slancio e un grande insegnamento. Si tratta ora di mobilitare e dirigere le masse popolari a difendere le conquiste e a rafforzare il potere popolare.

Cosa devono fare il presidente Maduro e i dirigenti della rivoluzione bolivariana, non siamo noi che lo possiamo dire. Come sopra detto, la rivoluzione socialista è un processo universale, riguarda tutto il mondo, ma essa avanza in ogni paese facendo leva sulle condizioni concrete del paese e delle sue relazioni con il contesto internazionale. Noi possiamo e dobbiamo condurre la rivoluzione socialista nel nostro paese e siamo sicuri che quando romperemo le catene con cui oggi i vertici della Repubblica Pontificia lo sottomettono alla Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, con questo daremo un grande contributo alla nuova ondata della rivoluzione proletaria che in tutto il mondo avanza facendo fronte al disastroso corso delle cose che la CI impone all’umanità intera. Non gareggiamo quindi con gli italiani esperti in rivoluzione venezuelana del genere del prof. Luciano Vasapollo che ai venezuelani insegnano cosa devono fare e a noi dicono che dobbiamo fare come i venezuelani. La capacità di far fronte alla sconfitta elettorale e a quello che essa implica e di rovesciarla in una controffensiva vittoriosa sarà la prova della concezione del mondo e dell’analisi della situazione internazionale e nazionale che guidano i comunisti venezuelani. La lotta porterà a un superiore sviluppo anche intellettuale e morale in primo luogo i promotori e combattenti della rivoluzione in corso. Ad essi va la nostra simpatia e al successo in Venezuela della comune causa contribuiamo principalmente facendo la rivoluzione socialista in Italia.

>>>continua>>>

Gianni Minà: «La Storia non torna indietro»

di Alessandro Bianchi – L’Antidiplomatico

I suoi film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Maradona e Hugo Chávez sono già storia. Il suo voler essere ostinatamente un uomo libero e amante della verità lo ha costretto ad essere lontano dai riflettori del circo mediatico negli ultimi anni. La sua straordinaria dedizione e amore per il giornalismo, quello vero, quello che in Italia è solo un bieco ricordo, lo hanno recentemente portato di nuovo a Cuba, nella sua Cuba, per assistere da vicino allo storico recente viaggio del Papa più rivoluzionario. Oggi editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Nessuno, in poche parole, più di Gianni Minà può illuminare l’opinione pubblica italiana sulle elezioni in Venezuela e sul futuro di quel processo di integrazione dell’America Latina oggi a rischio per il ritorno del Fondo Monetario Internazionale in paesi che si erano disintossicati.
 
L’AntiDiplomatico lo ha intervistato per voi.
 
Le elezioni del 6 dicembre in Venezuela segnano una brusca frenata per la rivoluzione bolivariana. Quale è stata la sua prima reazione a caldo e quali riflessioni dobbiamo trarne a mente un po’ più fredda? 
 
Bisogna essere molto onesti intellettualmente su questo. Il Venezuela vive nella condizione vissuta già da Cuba 50 anni fa. Una situazione di difficoltà estrema creata ad hoc per far fallire il paese, far fallire la sua idea meravigliosa. Mentre Chávez ha saputo sempre reagire con una saggezza alta, con un istinto politico fuori dalla norma, la rivoluzione bolivariana priva del suo leader è ora all’esame più importante dopo la sconfitta elettorale del 6 dicembre. Con le spalle al muro, Chávez aveva sempre reagito e con Lula era stato il protagonista di quel capolavoro politico che è l’integrazione dell’America Latina. Oggi Maduro e i suoi eredi devono dimostrare di saperlo fare, ma non sarà facile.
 
Devono dimostrare di superare questo momento. Ma per farlo non si può partire da un’analisi seria e obiettiva degli errori commessi. Qual è stato il più grande secondo lei?
 
L’errore più grande è quello di aver accettato lo scontro totale e non aver cercato, come fece Chávez, di negoziare su alcuni fronti. Certo la guerra è stata totale, i mezzi di comunicazione internazionali hanno alzato la posta in gioco mistificando costantemente tutto ed era difficilissimo, ma Maduro non ha saputo reagire con il dovuto calcolo politico al clima internazionale creatosi contro il Venezuela. 

Il clima è stato oggettivamente senza precedenti. Pensiamo ad esempio alla figura di Leopoldo Lopez, in occidente dipinto come prigioniero politico, quando in realtà è un istigatore di violenza e un chiaro eversivo. 
Oggi la moglie è stata dipinta ad hoc come l’immagine di questa opposizione, avamposto del ritorno delle multinazionali occidentali e del Fmi nel paese, quando l’immagine che più ritrae questa famiglia è la famosa fotografia tra George W. Bush e Lopez alla Casa Bianca. Le direttive partivano da lì, sono sempre partite da lì.
  
Lei che l’ha conosciuto di persona e che ha avuto modo di studiare e scrivere come nessuno in Italia sull’America Latina, come avrebbe reagito Chávez?
 
Chávez era un vero democratico, in quel senso di democrazia che noi in occidente non conosciamo più o facciamo finta di non ricordare. Era poi un innovatore incredibile. Chávez subì un colpo di stato nell’aprile del 2012 ed ha reagito con la capacità di chi era in grado di mettere in discussione e di sconfiggere, portando il popolo dalla sua parte, tutte le mistificazioni, bugie e fango creato ad hoc da quelle corporazioni mediatiche che lavorano per gli interessi di chi vuole da sempre far tornare il Venezuela il giardino di casa degli Stati Uniti. E dopo il 6 dicembre Chávez si sarebbe rimboccato le maniche, sarebbe ripartito e avrebbe riportato il popolo dalla parte della rivoluzione bolivariana per la nuova sfida. 
 
E Nicolás Maduro, l’erede scelto da Chávez per proseguire il percorso rivoluzionario, ci riuscirà?
 
Io sono moderatamente ottimista; è vergognosa la congiura internazionale per far cadere un governo democraticamente eletto che fa la politica quella con la P maiuscola, per il popolo e non per tutelare gli interessi delle oligarchie finanziarie degli Stati Uniti, quelle per intenderci che noi in occidente ossequiamo. Io ho fiducia nell’autodeterminazione delle singole popolazioni che lottano contro i colpi di stato morbidi e le guerre economiche. La popolazione del  Venezuela lo capirà presto, ne sono sicuro.
 
Strano come per i commentatori italiani che parlano oggi di trionfo di democrazia in Venezuela, la democrazia è sempre quando vincono i regimi che si chinano alle nostre merci, mentre dittature sono quei governi che perseguono l’emancipazione delle loro popolazioni. Per quegli stessi commentatori il Chavismo è di fatto finito; è d’accordo con questa conclusione?
 

In occidente abbiamo una strana concezione di “democrazia” e “libertà” o di quello di cui il mondo ha bisogno, basti pensare ai disastri che abbiamo creato in Libia e Siria. Il Venezuela non si è ancora fatto fagocitare da questa “democrazia” dove le decisioni spettano agli oligopoli del profitto e non alle popolazioni. 


A differenza di Cuba purtroppo il chavismo non è riuscito a raggiungere una sicurezza nel tempo. Cuba ha resistito perché da subito ha fatto sapere che nell’isola la musica era cambiata per sempre e che il capitalismo più vergognoso non era più ben accetto e non lo sarà mai più per buona pace di chi oggi scrive e dice che Cuba cederà.

In Venezuela al contrario, la rivoluzione bolivariana ha dovuto convivere con quel capitalismo che controlla ancora ampi e importanti settori del paese e quasi tutti i mezzi di comunicazione. Il Venezuela, in poche parole, non è ancora riuscita a far sapere al mondo che la via è quella progressista, di una più equa ridistribuzione delle risorse. Questo sarà il prossimo passo. Sono ottimista che ci riuscirà, nonostante tutto il fango gettato Maduro è ancora il presidente e la popolazione si renderà presto conto che il buio neo-liberista del Fondo Monetario Internazionale non può essere la strada.
 
La vittoria di Macri, i problemi di Dilma in Brasile e l’affermazione della destra (FMI) in Venezuela pongono un serio rischio al processo d’integrazione dell’America Latina, il capolavoro politico di Hugo Chávez e un barlume di speranza per tutta l’umanità.
 

Il seme della rivoluzione bolivariano è stato impiantato e esisterà per sempre. Bisogna sempre ricordare che dalla Rivoluzione cubana, da Chávez non si torna indietro. Bisogna sempre ricordare ai vari commentatori che inondano la stampa italiana sul “ritorno della democrazia in Venezuela” che la storia non ti fa tornare indietro. Chi avrebbe mai potuto pensare che un paese come l’Ecuador avrebbe potuto tenere per anni e anni in protezione nella sua ambasciata a Londra colui che ha smascherato tutti i crimini più recenti dell’occidente? Il mondo è cambiato per sempre e questi signori se ne devono fare una ragione.

Nell’ultima conferenza sul clima le grandi potenze non hanno più potuto mostrare la loro arroganza come nei consessi precedenti. Il mondo è cambiato per sempre, anche grazie alla rivoluzione bolivariana.

La trampa

por Atilio A. Boron

Las elecciones parlamentarias en Venezuela arrojan varias enseñanzas que creo necesario subrayar. En primer lugar que, contrariamente a todas las predicciones de los lenguaraces de la derecha, el comicio se realizó, al igual que todos los anteriores, de una manera impecable. No hubo denuncias de ningún tipo, salvo el exabrupto de tres ex presidentes latinoamericanos, que a las cuatro de la tarde (dos horas antes de la conclusión del acto electoral) ya anunciaban al ganador de la contienda. Fuera de esto, la “dictadura chavista” volvió a demostrar una transparencia y honestidad del acto electoral que más quisieran tener muchos países dentro y fuera de América Latina, comenzando por Estados Unidos. El reconocimiento hecho por el presidente Nicolás Maduro ni bien se dieron a conocer los resultados oficiales contrasta favorablemente con la actitud de la oposición, que en el pasado se empecinó en desconocer el veredicto de las urnas. Lo mismo cabe decir de Washington, que al día de hoy no reconoce el triunfo de Maduro en las presidenciales del 2013. Unos son demócratas de verdad, los otros grandes simuladores.

Segundo, resaltar lo importante de que luego de casi 17 años de gobiernos chavistas y en medio de las durísimas condiciones prevalecientes en Venezuela, el oficialismo siga contando con la adhesión del cuarenta por ciento del electorado en una elección parlamentaria. Tercero, el resultado desplaza a la oposición de su postura facilista y de su frenético denuncialismo porque ahora, al contar con una holgada mayoría parlamentaria, tendrá corresponsabilidades en la gestión de la cosa pública. Ya no será sólo el gobierno el responsable de las dificultades que agobian a la ciudadanía. Esa responsabilidad será de ahora en más compartida.

Cuarto y último, una reflexión más de fondo. ¿Hasta qué punto se pueden organizar “elecciones libres” en las condiciones existentes en Venezuela? En el Reino Unido debían celebrarse elecciones generales en 1940. Pero el estallido de la Segunda Guerra Mundial obligó a postergarlas hasta 1945. El argumento utilizado fue que el desquicio ocasionado por la guerra impedía que el electorado pudiera ejercer su libertad de manera consciente y responsable. Los continuos ataques de los alemanes y las enormes dificultades de la vida cotidiana, entre ellos el de la obtención de los elementos indispensables para la misma, afectaban de tal manera a la ciudadanía que impedían que esta ejerciera sus derechos en pleno goce de la libertad. ¿Fueron muy distintas las condiciones bajo las cuales se llevaron a cabo las elecciones en Venezuela? No del todo. Hubo importantes similitudes. La Casa Blanca había declarado en Marzo que Venezuela era “una inusual y extraordinaria amenaza a la seguridad nacional y a la política exterior de Estados Unidos”, lo que equivalía a una declaración de guerra contra esa nación sudamericana. Por otra parte, desde hacía muchos años Washington había destinado ingentes recursos financieros para “empoderar la sociedad civil” en Venezuela y ayudar a la formación de nuevos liderazgos políticos, eufemismos que pretendían ocultar los planes injerencistas de la potencia hegemónica y sus afanes por derrocar al gobierno del presidente Maduro. La pertinaz guerra económica lanzada por el imperio así como su incesante campaña diplomática y mediática acabaron por erosionar la lealtad de las bases sociales del chavismo, agotada y también enfurecida por años de desabastecimiento planificado, alza incontenible de los precios y auge de la inseguridad ciudadana. Bajo estas condiciones, a las cuales sin duda hay que agregar los gruesos errores en la gestión macroeconómica del oficialismo y los estragos producidos por la corrupción, nunca combatida seriamente por el gobierno, era obvio que la elección del domingo pasado tenía que terminar como terminó. Desgraciadamente, el “orden mundial” heredado de la Segunda Guerra Mundial, que un documento reciente de Washington reconoce que “ha servido muy bien” a los intereses de Estados Unidos, no ha sido igualmente útil para proteger a los países de la periferia de la prepotencia imperial, de su descarado intervencionismo y de sus siniestros proyectos autoritarios. Venezuela ha sido la última víctima de esa escandalosa inmoralidad del “orden mundial” actual que asiste impertérrito a una agresión no convencional sobre un tercer país con el propósito de derrocar a un gobierno satanizado como enemigo. Si esto sigue siendo aceptado por la comunidad internacional y sus órganos de gobernanza global, ¿qué país podrá garantizar para sus ciudadanos “elecciones libres”? Por algo en los años setenta del siglo pasado los países del capitalismo avanzado bloquearon una iniciativa planteada en el seno de la ONU que pretendía definir la “agresión internacional” como algo que fuese más allá de la intervención armada.

Leyendo la reciente experiencia del Chile de Allende algunos países intentaron promover una definición que incluyese también la guerra económica y mediática como la que se descargó sobre la Venezuela bolivariana, y fueron derrotados. Es hora de revisar ese asunto, si queremos que la maltrecha democracia, arrasada hace unas semanas en Grecia y este domingo pasado en Venezuela, sobreviva a la contraofensiva del imperio. Si esa práctica no puede ser removida del sistema internacional, si se sigue consintiendo que un país poderoso intervenga desvergonzada e impunemente sobre otro, las elecciones serán una trampa que sólo servirán para legitimar los proyectos reaccionarios de Estados Unidos y sus lugartenientes regionales. Y pudiera ocurrir que mucha gente comience a pensar que tal vez otras vías de acceso al -y mantenimiento del- poder puedan ser más efectivas y confiables que las elecciones.

Venezuela: l’arte di vincere si impara dalle sconfitte

di Marco Consolo

È una dura sconfitta quella subita dal processo bolivariano in Venezuela nelle elezioni parlamentari di domenica 6 dicembre. Con circa il 18% di differenza, l’opposizione conquista la maggioranza del parlamento che ha rinnovato i suoi 167 deputati. Un parlamento che, grazie alla recente legge elettorale, sarà composto al 40% da donne. Con circa il 25% di astensione, al momento in cui scriviamo i risultati (ancora parziali) assegnano ben 99 seggi all’opposizione e solo 46 alle forze socialiste, nella quarta legislatura dall’avvento dello scomparso Hugo Chávez. Mancano ancora 22 seggi da assegnare e sono quelli che faranno la differenza, dato che con la maggioranza dei 2/3 l’opposizione avrebbe poteri molto più incisivi.

L’opposizione celebra nelle strade di Caracas – Foto Carlos Becerra (Bloomberg)

È l’elezione numero 20 nei 17 anni del processo bolivariano, iniziato proprio un 6 dicembre del 1998, con la prima vittoria di Hugo Chávez, che mise in moto il processo della Rivoluzione bolivariana. Fino a ieri, l’unica sconfitta delle forze socialiste era stata quella sulla riforma costituzionale del 2007, quando l’opposizione alla riforma ottenne una “vittoria pirrica” con il 50,7%.

Ancora una volta, la “dittatura chavista” ha dato esempio di trasparenza ed onestà. Un esempio per molti Paesi del mondo, a partire dagli stessi Stati Uniti.

Nonostante gli strepiti della destra, le elezioni si sono svolte in maniera esemplare, come tutte le precedenti. Ed anche chi scrive ha avuto modo di verificarlo con i propri occhi in 6 occasioni in cui ha partecipato come “accompagnante internazionale” alle scadenze elettorali, invitato dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE). Non ci sono stati incidenti, a parte l’episodio increscioso di tre ex-presidenti latino-americani della destra oltranzista, che due ore prima della chiusura dei seggi, annunciavano la vittoria dell’opposizione.

“Siamo qui con la nostra morale e con la nostra etica, per riconoscere i risultati avversi, per accettarli e dire che ha vinto la democrazia”, ha detto a caldo il Presidente Nicolás Maduro che ha da subito ammesso la sconfitta. “Abbiamo sempre saputo di nuotare contro-corrente, di dover superare le difficoltà e non ci siamo mai nascosti”.

Di certo, da oggi si apre una inedita e conflittiva coabitazione tra un governo che vuole approfondire il cambiamento e un’opposizione che punta alla restaurazione conservatrice.

C’è da sottolineare che il cambio della maggioranza parlamentare, non implica automaticamente la caduta del governo bolivariano. Infatti, per scalzare il Presidente Maduro (in carica fino al 2019), grazie alla Costituzione voluta da Chávez, l’opposizione può cercare di raccogliere le firme necessarie per indire un referendum revocatorio, a partire dalla metà del mandato presidenziale. Ma deve vincerlo. Il che non è affatto detto, considerando che, nonostante tutto, più del 40% degli elettori ha confermato il suo appoggio al “socialismo bolivariano”.

L’offensiva imperiale

Nelle parole di Maduro, “ha vinto la contro-rivoluzione e la guerra economica”, che ha messo in ginocchio il Paese. “Ha vinto una strategia per minare la fiducia collettiva in un progetto di Paese, ha vinto temporaneamente lo stato di necessità creato da una politica di capitalismo selvaggio, di nascondere i prodotti, di aumentarne i prezzi”. Nel suo discorso dal palazzo presidenziale di Miraflores, Maduro ha ricordato le vicende passate del Brasile di João Goulart, del Guatemala di Jacobo Arbenz e del Cile di Salvador Allende, che più si assomigliano alla realtà del Venezuela di oggi. Maduro ha parlato di una sconfitta “por ahora”, riecheggiando le parole del Comandante Chávez quando, fallita l’insurrezione civico-militare, si preparava al carcere.

In questi 17 anni siamo stati testimoni della brutale contro-offensiva imperialista nei confronti del processo bolivariano che non si è mai fermata, ma che al contrario è aumentata di intensità. L’enorme spiegamento di forze della reazione, interna ed internazionale, impegnata in un’offensiva a tutto campo, non ha risparmiato nessun mezzo per sconfiggere il processo e seminare la sfiducia della popolazione nella capacità del governo di risolvere i problemi: un tentativo di golpe fallito grazie alla mobilitazione popolare, attentati e sabotaggi, violenze di strada e criminalità, omicidi selettivi di dirigenti popolari, infiltrazione dei paramilitari colombiani sia nelle zone di frontiera che nelle città, contrabbando e mercato nero, accaparramento dei beni di prima necessità con la conseguente penuria provocata, assedio mediatico internazionale, caduta del prezzo internazionale del petrolio su cui si basa il bilancio venezuelano, attacchi del sistema finanziario internazionale, pressioni diplomatiche, ingerenza sfacciata.

Dulcis in fundo la dichiarazione del marzo scorso del governo statunitense del “democratico” Obama sul Venezuela come una “inusuale e straordinaria minaccia per la sicurezza nazionale e la politica estera degli USA”. Una vera e propria dichiarazione di guerra che si aggiungeva ai finanziamenti milionari “made in USA”, profusi generosamente all’opposizione.

A questo c’è da aggiungere gli errori nella gestione economica del governo, nella designazione di alcuni dirigenti, l’insicurezza per la scarsa efficacia della lotta alla criminalità organizzata, ed il problema della corruzione anche tra le proprie fila, mai affrontato fino in fondo. Un fattore importante nella perdita di consenso e nel “voto castigo”.

C’è poi un altro fattore, poco considerato. La popolazione era “stanca della guerra” e delle condizioni di vita conseguenti. A chi scrive, le elezioni di ieri ricordano il voto del 1990 contro i sandinisti, dopo anni di attacchi della “contras”, di aggressioni e di embargo statunitense al Nicaragua. Nel voto c’è anche la speranza mal riposta che questo “logorio” abbia fine.

Gli alleati dell’Impero

Il bue dice cornuto all’asino. Ed è così che in questi anni le mummie fasciste, e i sepolcri imbiancati di tutto il continente si sono stracciati le vesti contro la “dittatura chavista” e a “difesa della democrazia ferita”. Sono gli stessi protagonisti o complici dei sanguinosi colpi di Stato degli anni passati. Tra gli altri, i deputati cileni del partito di Pinochet, la UDI, che hanno chiesto a gran voce il rispetto della volontà popolare. In buona compagnia dell’ex-presidente narco-trafficante colombiano Álvaro Uribe (secondo la DEA statunitense), il boliviano Jorge Quiroga, ex-vicepresidente del dittatore Hugo Banzer, protagonista del “Plan Condor”, l’operazione che ha assassinato e torturato i militanti della sinistra di tutto il continente, sotto la direzione della CIA.

La novità è che alle file reazionarie (e in alcuni casi direttamente golpiste), si sono aggiunti settori della “social-democrazia”, in una campagna internazionale degna di miglior causa. La lista è lunga: socialisti cileni, argentini e spagnoli, il brasiliano Cardoso, ampli settori dei socialisti europei tra cui il PD italiano, da sempre alleato di AD, membro dell’Internazionale Socialista. L’ultima in ordine di tempo è stata la vergognosa presa di posizione dell’attuale Segretario dell’ Organizzazione degli Stati Americani (OEA), l’uruguayano Luis Almagro, ex-ministro degli esteri del governo del Frente Amplio. Stizzito dal mancato invito alla OEA come osservatore elettorale, il cosiddetto frente-amplista Almagro, è passato armi e bagagli con la destra venezuelana, ed aveva addirittura chiesto di sospendere le elezioni per “mancanza di garanzie” per l’opposizione.

La posta in gioco in Venezuela

L’interesse per ciò che succede in Venezuela è dimostrato dai circa 12.000 giornalisti presenti per la scadenza elettorale, con ben 420 testate straniere. Un interesse internazionale che non c’è stato per le elezioni in Francia, dove per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, ha vinto l’estrema destra ipotecando il futuro della stessa Europa.

Il futuro del Venezuela ha a che vedere con l’America Latina, ma non solo. In questi anni il popolo venezuelano ha saputo resistere ed avanzare nella costruzione di una patria sovrana, una società più giusta ed egualitaria, basata su una vera democrazia “partecipativa e protagonica”, verso il socialismo del XXI° secolo. Guidato dallo scomparso Hugo Chávez, il Venezuela bolivariano è stato un esempio internazionale, inaugurando proprio il 6 dicembre di 17 anni fa, un’inedita epoca di trasformazioni in America Latina e nei Caraibi.

Qual’è la posta in gioco in Venezuela? Innanzitutto un progetto nazionale che si richiama apertamente al socialismo, una bestemmia per i sacerdoti del “libero mercato” capitalista.

In secondo luogo, un processo di integrazione regionale autonoma dagli Stati Uniti nel loro “cortile di casa”, iniziato con Chávez nel continente più ricco, ma ancora più diseguale del pianeta.


In terzo luogo, i rapporti della regione con il mondo. Oggi il continente ha un peso internazionale proprio grazie al fatto che, per la prima volta, ha dato vita a nuove instanze regionali come UNASUR, la CELAC, l’ALBA. Sin dall’inizio è stato chiaro per entrambi gli schieramenti in campo che, più che di un’elezione parlamentare, si trattava quindi di modificare l’architettura politica dell’intera regione e dei rapporti internazionali, sull’onda dei risultati in Argentina con la vittoria della destra di Macri.

Sarà vero che, come sostiene la destra (ed anche settori della sinistra), nel continente siamo alla fine di un ciclo del “modello progressista”?

La Mesa de Unidad Democratica

Nonostante l’appoggio dell’impero, la Mesa de Unidad Democrática (MUD) non avrà vita facile. E’ una forza eterogenea, composta da più di 18 organizzazioni molto diverse tra loro, il cui collante fino ad ora è stato la battaglia contro Chávez prima e il “chavismo” di Maduro poi.
Oggi la responsabilità di una forte maggioranza parlamentare (e quindi legislativa) la obbliga a proposte concrete per risolvere problemi che affliggono la popolazione, non facili per una forza che fino ad oggi si è limitata alla denuncia sguaiata e ad invocare l’intervento di forze straniere.

Travestito da agnello, nelle prime dichiarazioni il portavoce della MUD ha fatto appello “al dialogo e alla pace”. Ha detto di non voler eliminare le conquiste sociali, ma il programma elettorale rappresenta una marcia indietro sostanziale nei diritti conquistati in questi anni.

Al di là dei travestimenti ad hoc, l’agenda della restaurazione neo-liberale è chiara. Innanzitutto è esplicita la volontà di eliminare il controllo statale nella prestazione dei servizi pubblici, attualmente sussidiati, che dovrebbero essere sostituiti con l’associazione strategica pubblico-privato sotto forma di concessioni. In altre parole la privatizzazione dei servizi pubblici.

Sulla casa (punto chiave del processo bolivariano che ha costruito e consegnato quasi un milione di nuove abitazioni) la MUD propone un piano abitativo incompleto che apre spazio all’indebitamento con le banche per terminare la costruzione delle case.

Sul versante delle pensioni riprende in maniera opportunista una proposta governativa già realizzata di collegarle al salario minimo e di includere i settori che non sono riusciti a versare i contributi minimi sufficienti (autisti, contadini, casalinghe, pescatori).

Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, l’intenzione è quella di eliminare la riduzione dell’orario di lavoro, e ridurre le ferie oggi contemplate per legge. Si parla di rivedere gli investimenti sociali dell’attuale governo “che favoriscono l’inflazione”. C’è da sottolineare che, nonostante la caduta del prezzo del petrolio nei mercati internazionali, il governo bolivariano ha destinato il 60% del PIL alle politiche pubbliche nel settore della salute, dell’educazione, dell’alimentazione, della stabilità dell’occupazione.

Per finire, la MUD propone la promulgazione di una “Legge di amnistia e riconciliazione” per liberare i delinquenti condannati per il loro coinvolgimento in diversi crimini gravi. Un caso per tutti quello di Leopoldo López, dirigente dell’opposizione, condannato a 13 anni per le sue responsabilità nelle recenti violente proteste con fini golpisti che hanno provocato la morte di 43 persone.

Le forze socialiste

Nelle file del Gran Polo Patriotico, l’alleanza politico-elettorale delle forze socialiste, si è appena aperta la riflessione sulla dura sconfitta. Non c’è dubbio che il “chavismo” dovrà riflettere a fondo in maniera auto-critica, e soprattutto correggere gli errori fin qui commessi. Una riflessione che non riguarda solo il Venezuela, e che la sinistra nel mondo dovrà seguire con attenzione ed il massimo rispetto.

Nelle file bolivariane, oltre alla rabbia e alla tristezza, è chiara la volontà di continuare la battaglia per la costruzione di una società del “socialismo del XXI° secolo”.


Concretamente dal 1998 si tratta di una società in cui la stragrande maggioranza della popolazione ha avuto accesso a una dieta riconosciuta dalla stessa FAO come uno sforzo concreto del governo bolivariano nel campo della sicurezza alimentare. Se prima del 1998 gli alfabetizzati erano 5000, oggi la media annuale è di 137 mila persone. Dal 1998 la quantità di docenti è aumentata del 468%. Dagli asili all’università, l’educazione è gratuita ed oggi studiano 10 milioni di Venezuelani. La Unesco ha riconosciuto che il Paese è al terzo posto nella regione in quanto a lettori. Ma anche in questo caso non è bastato a vincere.


Non rimarranno con le braccia incrociate, né staranno a guardare impotenti, le circa 3000 “comunas socialistas”, embrioni di contro-potere territoriale costruiti in questi anni su impulso del Comandante Chávez. Non staranno a guardare le donne, i lavoratori, né gli “invisibili” della “quarta repubblica” che hanno ritrovato la loro dignità grazie al processo di profonda trasformazione in senso socialista. Il braccio di ferro della lotta di classe da oggi vive una nuova fase storica.

Come sosteneva il libertador Simón Bolívar, “l’arte di vincere si impara dalle sconfitte”.

In Venezuela passa la guerra economica

di Guglielmo Sano – radiocittafujiko.it

Oltre 100 i seggi conquistati dal MUD, poco meno della metà, invece, verranno occupati dal PSUV. Un voto “storico” riconsegna il Parlamento del paese alle opposizioni 17 anni dopo l’ascesa del chavismo. 

I risultati rilasciati dal Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) anche se ancora incompleti devono essere comunque considerati “irreversibili”. Nella mattinata di oggi, Tibisay Lucena, presidente del CNE, congratulandosi con il popolo venezuelano per la sua “impressionante dimostrazione di civiltà” (si è recato alle urne il 74% degli aventi diritto), ha annunciato che la Mesa de Unidad Democratica (MUD) ha vinto le elezioni parlamentari. Il Partito Socialista al governo ha conquistato 46 seggi, ha precisato la Lucena, mentre il MUD ha raggiunto quota 99. Restano in ballo 22 seggi, di cui 3 sono riservati alle popolazioni indigene.

È andata anche peggio di quanto prefigurato dai sondaggi pre-elettorali: l’opposizione ha già superato agevolmente gli 84 seggi necessari per conquistare la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale (167 seggi in totale), dunque, il MUD avrà a disposizione un ampio potere su  tutte le decisioni per cui la Costituzione prevede una votazione parlamentare. Tuttavia, l’assegnazione degli scranni rimasti decreterà quanto la maggioranza sarà “qualificata”. Infatti, con i 3/5 del Parlamento (101 seggi) si ha la possibilità di rimuovere i singoli ministri, invece, con i 2/3  è possibile, tra le altre cose, convocare un’assemblea costituente.

Su questa debacle del “blocco patriottico” aleggia lo spettro di una crisi economica senza precedenti e, soprattutto, della violenza che da un anno a questa parte si è impadronita del panorama politico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il PIL venezuelano si contrarrà del 10% quest’anno, mentre Bloomberg calcola che l’inflazione arriverà a toccare il 124% (la più alta al mondo). Sembra che la fortuna del modello chavista stia collassando all’unisono con quello delle quotazioni del petrolio che rappresenta il 96% delle esportazioni del paese. D’altronde è noto: “il Venezuela sconta un’eccessiva dipendenza dalle rendite petrolifere – ha fatto presente Federico La Mattina, collaboratore dell’Associazione Marx 21 – che sono state l’asse portante delle politiche sociali e di redistribuzione di cui il governo venezuelano si è fatto portavoce”.

Tuttavia, non pochi pensano che sulla situazione catastrofica in cui versa l’economia di Caracas stia pesando l’attacco lanciato da alcune potenti oligarchie. “Il Venezuela è sempre stato sotto aggressione esterna e interna più o meno latente – ha sottolineato a tal proposito La Mattina –  e non soltanto durante il golpe del 2002”. “A partire dal 2014, il Venezuela è stato vittima di vere e proprie operazioni terroristiche” ha ribadito La Mattina, riferendosi alle cosiddette “guarimbas”, letteralmente “barricate”.

Come Associazione Marx21 “abbiamo avuto modo di parlarne a Ravenna in occasione del Terzo Incontro Nazionale di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana direttamente con il comitatoVittime delle Guarimbas” ha proseguito l’esperto di America Latina, che “ci ha offerto una relazione diametralmente opposta a quella tossica occidentale” per cui Leopoldo Lopez, uno dei principali esponenti dell’opposizione venezuelana, è un leader democratico che affronta una dittatura ultra autoritaria. “Queste cosiddette proteste pacifiche – ha testimoniato La Mattina – sono state supportate da gruppi paramilitari in particolare nelle regioni confinanti con la Colombia hanno portato a più di 40 morti”. 

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