Analisi delle elezioni regionali in Venezuela: significato e prospettive

di Giuliano Granato

Alla fine anche l’ultimo stato conteso, Bolìvar, è stato vinto dal rappresentante del PSUV – Gran Polo Patriotico. Il risultato finale parla quindi di 18 stati in mano a governatori chavisti e 5 in mano all’opposizione della MUD (in particolare 4 a membri di Acciòn Democratica, uno dei tradizionali partiti venezuelani, che sta anche nella Internazionale Socialista, e uno a Primero Justicia, tra i capifila delle guarimbas di aprile-luglio – non che AD non sia stato protagonista eh!). Il 78% del totale.

Il chavismo ha ottenuto, a livello nazionale, il 54% dei voti, contro il 45% della MUD. L’affluenza è il 61%, più alta di quella registrata in occasione dell’elezione dei deputati della Costituente del 30 luglio: all’epoca andò a votare circa il 40% della popolazione, ma c’era il boicottaggio assoluto da parte dell’opposizione. Soprattutto, è quasi record per questo tipo di votazioni: come ci ricordava un compagno che vive a Caracas, le elezioni per i governatori sono quelle che meno “interessano”. Dopo la tornata del 2008, quando andò a votare il 65% degli aventi diritto, siamo al secondo miglior risultato di sempre. Incredibile se si pensa alle difficoltà quotidiane cui va incontro la popolazione venezuelana.

Rispetto al 2012, anno delle ultime elezioni per i governatori, l’opposizione guadagna alcune regioni, ma considerata la situazione del paese, i proclami della MUD che fino a pochi mesi fa diceva di rappresentare l’80/90% dei venezuelani e tenuta in considerazione anche la sconfitta chavista alle parlamentari del 2015, questi risultati costituiscono un successo straordinario.

L’INCONSISTENZA DELL’OPPOSIZIONE

Se guardiamo al numero di voti ottenuti dalle forze in campo e li mettiamo a paragone con quelli della tornata elettorale del 2015 iniziamo a precisare il quadro.Il chavismo ha infatti ottenuto più o meno gli stessi voti ottenuti due anni fa. Al contrario dell’opposizione: la MUD ha perso infatti circa 2.200.000 voti. Due milioni di voti in meno non è poca cosa e dà il segno della portata della sconfitta della destra.La leadership dei partiti della MUD è completamente screditata. Dopo la vittoria elettorale alle legislative del dicembre 2015, avevano promesso che avrebbero cacciato il dittatore Maduro in 6 mesi e i tempi s’erano allungati. Da aprile a luglio avevano promesso che le mobilitazioni di strada, le violenze quotidiane avrebbero portato alla cacciata del dittatore Maduro e hanno fallito.

Dicevano che in Venezuela c’era una dittatura terribile, che non c’erano più spazi democratici, che tutti i poteri dello stato erano dittatoriali e poi si sono tranquillamente candidati alle elezioni per i governatori, accettando di sottoporsi al sistema del CNE, il Comitato Nazionale Elettorale, che era stato accusato un giorno sì e l’altro pure di essere uno strumento totalmente nelle mani di Maduro, senza alcuna credibilità.

Aggiungiamoci che dalle colonne dei giornali, nelle interviste in TV e soprattutto durante le visite all’estero facevano continuamente appello all’ingerenza straniera e il quadro è completo. Molti elettori della MUD sono rimasti – per esser buoni – completamente allo sbando. E hanno punito la MUD disertando le urne. Tra l’altro, all’interno dell’opposizione gli sconfitti sono stati i partiti che erano stati i protagonisti delle “guarimbas” di aprile/luglio: Voluntad Popular e Primero Justicia; il “vincitore” è Acción Democratica di Ramos Allup, partito che si può continuare a definire socialdemocratico solo perché le parole non hanno più alcun senso.

I leader della MUD assomigliano un po’ ai presunti leader di una presunta opposizione al governo di Castro a Cuba per come appaiono nei rapporti interni della CIA: dei cialtroni, incapaci, alla ricerca semplicemente di soldi e sempre pronti alla rissa gli uni con gli altri. In effetti lo spettacolo delle primarie alla MUD per presentare candidati unitari a queste elezioni era già stato sconfortante: rissa continua. Dimostrazione del fatto che l’unica cosa che tiene insieme la coalizione è la volontà di farla finita col chavismo.La destra interna è al momento sconfitta. Nulla è per sempre, ma il chavismo ha sicuramente guadagnato tempo.

TEMPO DELLA POLITICA VS. TEMPO DELL’ECONOMIA

Ma la vittoria chavista non è dovuta solo alla inconsistenza dell’avversario.Il risultato del 15 ottobre mostra che il chavismo ha oggi nelle proprie mani l’iniziativa politica. Dopo esser stato sulla difensiva fino ad oggi, può finalmente ripartire all’attacco. Almeno ne ha la possibilità, data la correlazione di forze interne al paese. Bisognerà verificare volontà e capacità.Il voto ha dimostrato che il tempo della politica può imporsi su quello dell’economia, come dice Marco Teruggi.

Che significa? Che la maggioranza della popolazione, soprattutto le classi popolari, ha detto chiaro e tondo che vuole che sia questo governo – questo progetto storico – quello che dovrà risolvere i problemi. L’opposizione non è alternativa credibile, non ha una proposta di paese credibile, soluzioni alle difficoltà. Significa che malgrado l’iperinflazione, la scarsità di alcuni beni fondamentali (soprattutto alimentari e medicine), la corruzione, il contrabbando, la maggioranza della popolazione ha ancora fiducia nel progetto storico chavista.

Può sembrare un miracolo perché la situazione, la vita quotidiana è davvero dura. Ma è frutto di quello che il chavismo ha seminato e continua a seminare. È frutto della capacità di “creare” un popolo.Questo significa anche, però, che il tempo dell’economia è quello su cui ora agire. Il chavismo deve risolvere i problemi. Non basta pratica discorsiva, comunicazione efficace. Serve la “gestione”.

Come dice Alvaro Garcìa Linera, vicepresidente boliviano:

“Ultimamente ho pensato molto a Lenin e alla NEP, la Nuova Politica Economica. Se i bolscevichi non avessero avuto la capacità di soddisfare la necessità di vincere la fame e di stabilità della loro rivoluzione, tutte le altre esperienze come il comunismo di guerra, l’abolizione del denaro e la presa delle fabbriche, non avrebbero significato nulla. Lo stesso Lenin lo diceva: l’unica cosa socialista che abbiamo è la volontà di essere socialisti. […] Quando uno è fuori dal governo, dà peso all’organizzazione e al discorso. Quando sei al governo, se sbagli nella gestione economica crolla tutto, perché appare la destra che ti dice: io posso amministrare meglio l’economia, ho sempre amministrato, ho imprese per mostrarti che sono capace. Credo che una parte dei problemi che stiamo affrontando come governi progressisti in America Latina è il non aver messo al di sopra di tutto l’economia e aver mantenuto, invece, il discorso e l’organizzazione.”

Il primo obiettivo da raggiungere è quindi invertire la rotta dal punto di vista economico, vincere la “guerra economica”, uscire dalla crisi, migliorare decisamente le condizioni materiali d’esistenza delle classi popolari.

LE NUBI ALL’ORIZZONTE

Il chavismo ha guadagnato tempo, ma la destra si organizzerà. Oggi urla – senza grande convinzione, a dire il vero – ai brogli, ma ha ancora delle carte da giocare.Gli Stati in cui ha vinto, infatti, hanno un’importanza geopolitica non trascurabile. Tre di questi, infatti, sono alla frontiera con la Colombia, il più pericoloso nemico regionale che ha il chavismo: sono Zulia, Táchira e Mérida.

È la zona dei traffici illeciti e ora che sarà governata dalla MUD sarà molto più facile l’infiltrazione in territorio venezuelano dei paramilitari colombiani nonché il contrabbando col paese limitrofo.

Allo stesso tempo, visto che il peso in termini di popolazione e di territorio controllato non è marginale, c’è la possibilità di una battaglia separatista della destra, per spaccare in due il paese. Uno scenario che già si presentò qualche anno fa in Bolivia e che fu sconfitto dal governo di Evo Morales.

L’altro scenario è quello di un aumento delle “pressioni” statunitensi – e a ruota europee: più sanzioni, avvicinandosi così ad un modello simile all’embargo contro Cuba, più ingerenze e la possibilità di un intervento militare nel paese, magari non diretto, che non sparisce dall’orizzonte.

Certo, Trump, Rubio & Co. Avranno forse il problema di dover trovare referenti locali un po’ meno incapaci dei Guevara, Capriles e Tintori che hanno avuto finora.Per chiudere: il chavismo ha dato prova di vitalità e uno schiaffo a chi riteneva non avesse più forza per ingaggiare battaglia.

Evidentemente i semi piantati in questi quasi vent’anni di processo si sono impiantati in profondità soprattutto tra gli umili e hanno dato frutti importanti. Da queste piante viene la forza odierna del chavismo.

Victoria tajante

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Viernes 20 de octubre de 2017

Victoria tajante

NOTA: pedimos disculpas por no haber circulado ayer, tuvimos que salir muy temprano a hacer una cola para comprar un “combo” de alimentos. Luego estuvimos en otras ocupaciones hasta la noche.

Es dulce el sabor de la victoria. El pasado miércoles se realizó en la Constituyente la juramentación de los 18 gobernadores chavistas electos. El ambiente era de exultante alegría, con los constituyentes de cada región coreando a sus gobernadores como muchachos en una fiesta. Igualmente es amargo el sabor de la derrota, nosotros lo sabemos de sobra porque lo hemos “degustado” muchas veces en estas luchas por la liberación nacional y el socialismo desde hace unas cuantas décadas. El domingo le toco ese trago a la derecha nacional e internacional, sometida por el pueblo revolucionario con una victoria, si no perfecta, sí abrumadora.

En el título de este Análisis usamos el término “tajante”. Una de las acepciones del mismo, según el DRAE, es la de “Concluyente, terminante, contundente”. Bien, podría aplicarse, pero nosotros nos referimos ahora a otra acepción: “que taja”, del verbo “tajar”: “Dividir algo en dos o más partes con un instrumento cortante”. Lo dividido, una vez más, es la oposición, y el instrumento, el pueblo chavista revolucionario.

Más allá de bravuconadas, pataletas y chocancias, la verdad es que la derecha ha quedado como pajarito en grama después de este golpe, es decir mirando a todos lados un tanto desubicada. Se mueve torpemente por el ring tratando de asimilar el gancho de izquierda que lo ha aturdido. Para seguir usando el vocabulario del boxeo: la contrarrevolución no está noqueada, pero sí grogui. No le va a ser fácil sacudirse el puñetazo.

Entretanto, el reparto de culpas hace presencia en el escenario, con la esquina de la derecha convertida en una zaragata en la que participan el púgil, los seconds, el entrenador, el manager y el empresario. Sin embargo, no crea nadie que se ha rendido, comienza ya a adelantar sus tácticas previstas y a enseñar los dientes otra vez, adentro y afuera. Pero de esos asuntos hablaremos la próxima semana.

Tres días han tardado ciertos opositores en correrse un tanto de la matriz de fraude, aunque la mantienen allí, una película mala y repetida mil veces que aburre ya a la galería, como esos mediocres filmes de “acción” que pasan una y otra vez por la televisión. Se han dado cuenta algunos de que la madre de su derrota son sus propios errores. O acaso los errores de otros de su propia camada. Aunque en realidad, siguen con la misma cantaleta de siempre, pero ahora la extienden a una connotación acaso más refinada y truculenta: “proceso fraudulento”, en el que privarían las condiciones de la elección sobre el conteo de los votos. Es lo que el fascista Freddy Guevara define como el “fraude moderno”, lo que sería una suma “de elementos que en el fondo lo que genera es la imposibilidad de que la voluntad del pueblo pueda ser expresada en los resultados electorales… El fraude moderno es sofisticado, el fraude moderno es complejo”.

Una de las expresiones más amargas, en ese contexto, es la del editorial de 18 de octubre pasado del diario El Nacional. Ahora la oposición tiene que calarse en carne propia la prepotencia de este medio fascista, que promovió, apoyó y difundió la fracasada violencia terrorista de los meses recientes y prende ahora el ventilador contra sus congéneres políticos como si no hubiera roto un plato. El editorial es un llantén que, prescindiendo de todo análisis serio, vomita hiel sobre la oposición criolla. Se dice allí, entre otras cosas, que “Hemos visto el domingo cómo la oposición no termina de entender las tácticas y las estrategias del oficialismo en un escenario electoral que, con
medianas variaciones, sigue caracterizado por el uso de los recursos del Estado en función de sus objetivos inmediatos”. Y también: “El domingo 15 de octubre demostró que la oposición democrática vive de ilusiones y padece de ingenuidad. ¿A quién se le ocurre pensar que el oficialismo jugará limpio alguna vez en unos comicios? ¿Por qué la oposición es tan elemental que no solo acepta ir en condiciones inaceptables a un combate electoral tan importante sino que, para mayor alegría del gobierno, se permite alimentar un debate tan inoportuno en el seno de sus propias filas para debilitar y dividir a los electores?”- El editorial de El Nacional es importante en la medida en que representa a los sectores más extremistas de la derecha. Es paradójico, de todos modos, que desde sus titulares y textos, el diario fascista llamaba a votar, acogiéndose a la línea fijada dentro de los vaivenes e inconsistencias de la MUD, y ahora sus editores se hacen los suizos y arremeten contra la participación electoral. Al menos María Corina Machado dijo públicamente que no iba a votar, cuidándose de no llamar a la abstención, aunque la promovió entre líneas y tras bastidores.

Precisamente, los extremistas de la derecha se han constituido en uno de los sectores más críticos contra la MUD después del descalabro electoral y están usando la circunstancia para afilar sus armas en la lucha por capitanear a la contrarrevolución. A través de un comunicado, el ex alcalde metropolitano de Caracas preso por conspirador, Antonio Ledezma, afirmó que es necesaria una rectificación por parte de la MUD, que les permita tener una estrategia clara: “O cambiamos de conducción o seremos responsables de que este régimen siga destruyendo a Venezuela”. Con macabro oportunismo, Ledezma asegura que “… la gente está dolida porque piensa que mientras los jóvenes heroicos estaban derramando su sangre sobre el asfalto de las calles, algunos estaban pintando sus pancartas para ir a unas elecciones”. En su intención de asalto al poder opositor, los extremistas cuentan con el respaldo de sus voceros mediáticos, como Marianella Salazar, quien escribió que “Antonio Ledezma y María Corina Machado son la gran opción en el liderazgo político, aunque les disguste a algunos tarifados”.

También los sectores más extremistas de la derecha externa despotrican contra la línea “electoralista” que se impuso después del fracaso de la violencia terrorista.

Ejemplo de ello es la declaración de Luis Almagro: “Es muy claro que cualquier fuerza política que acepta ir a una elección sin garantías se transforma en instrumento esencial del eventual fraude y demuestra que no tiene reflejos democráticos para proteger los derechos de la gente, en este caso, el voto”. Igualmente el ex presidente de Colombia Andrés Pastrana: “La única garantía que tiene el que participa en una elección sin garantías es que va perder”.

Uno que aparece ahora llamando a “reflexión” es el fascista Freddy Guevara, vocero del partido ultraderechista Voluntad Popular, el de Leopoldo López, y uno de los principales responsables de la ola de violencia terrorista de los meses pasados. Según Guevara, “Tenemos que pasar a un proceso de revisión profunda de toda la estrategia opositora y de la Unidad para reunificarnos como sociedad democrática y enfrentar juntos a esta amenaza totalitaria y criminal que pretende secuestrar a los venezolanos solamente por sus negocios”.

El estado de división opositora fue descrito hace un par de días claramente por el prominente vocero del partido derechista Acción Democrática, Henry Ramos Allup: “Ojalá estos llamados a la unidad, a fijar una sola opinión, se hubieran producido antes. La unidad no es de los dientes para afuera, tiene que ser una disposición con tu conducta y procedimiento, y sobre todo de buena fe. Hay algunos que han actuado pensando simplemente en su visión particular”.

Ramos Allup, por cierto, criticó públicamente las palabras de Luis Almagro, a quien señaló negativamente por querer dictar líneas a la oposición venezolana. Por otro lado, se publicó una carta de la entente extremista “Soy Venezuela” a Luis Almagro, firmada por Antonio Ledezma María Corina Machado y Diego Arria, que ostenta el inconfundible título “Solidarios con el uruguayo más venezolano”, en el que felicitan al secretario general de la OEA por sus declaraciones sobre el reciente proceso electoral de Venezuela y donde se dice, entre otras cosas en el mismo sentido, que “los venezolanos a quienes nos anima lograr el rescate de la libertad manifestamos nuestro agradecimiento al Secretario General Almagro y nuestro reconocimiento y admiración por sus acciones y posiciones claras, firmes y solidarias con el pueblo venezolano.

Almagro se ha convertido en el más grande defensor de la Constitución de las Américas representada por la Carta Democrática Interamericana”.

Así de complicadas andan las cosas en la oposición venezolana después de su derrota del 15-O. Ciertamente están aturdidos, pero no liquidados, Tal como dijimos en un Análisis previo a las elecciones (13/10/2017): “Decir que el domingo no se acaba el mundo es quedarse corto. En realidad, no se acaba ni comienza nada ese día, solo continúa la misma confrontación histórica, en nuevas condiciones en cuanto a la correlación de fuerzas en el terreno de esta guerra prolongada. Seguiremos viviendo la feroz lucha por el poder que se libra en Venezuela y en el mundo”. Hay que estar preparados para las nuevas batallas que se avecinan.

Il Chavismo ha vinto in Venezuela

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Análisis de las elecciones regionales en Venezuela 2017

por Dario Azzellini

Venezuela – El chavismo gana 18 de los 23 gobiernos regionales, la oposición 5. El PSUV y los partidos aliados gobernantes ganaron en los estados de Amazonas, Apure, Aragua, Barinas, Bolívar, Carabobo, Cojedes, Delta Amacuro, Falcón, Guárico, Lara, Miranda, Monagas, Sucre, Trujillo, Yaracuy y Vargas.

La alianza opositora MUD ganó 5 estados: el partido Acción Democrática (AD) ganó Anzoátegui, Mérida, Nueva Esparta y Táchira; Primero Justicia ganó el estado fronterizo petrolero estratégico Zulia en el noroeste. Si bien los resultados de 22 estados se anunciaron unas horas después de que cerraron las urnas, hubo recuento de los votos en Bolívar debido al pequeño margen entre el ganador Justo Noguera Petri de la coalición de las fuerzas gubernamentales y el candidato opositor Andrés Velásquez. Petri finalmente ganó con 276,655 votos, mientras que el candidato a MUD obtuvo 275,184 votos.

Según el Consejo Nacional Electoral (CNE), la participación electoral fue del 61.14% de los 18 millones del patrón electoral de Venezuela, la segunda participación electoral más alta en elecciones regionales después del 65.45% de participación en 2008. El PSUV y sus aliados ganaron el 54% del voto total a nivel nacional, marcando una recuperación importante desde su gran derrota en las elecciones parlamentarias de 2015 cuando ganaron solo el 40.8% de los votos. La coalición de oposición de derecha MUD ganó el 45% de los votos.

En las elecciones a la Asamblea Nacional del 2015, la participación había sido del 75%. Si bien el PSUV pudo mantener más o menos a su electorado en números absolutos, la oposición perdió 2.2 millones de votos en comparación con el 2015.

En las elecciones regionales de 2012, los partidos del gobierno ganaron 20 de las 23 regiones. Pero la mayoría de los medios y de las encuestas esperaban una derrota mucha más amplia que solamente perder 5 estados. La crisis económica desde 2014, las violentas protestas de la oposición que causaron 140 muertes, la presión de EEUU y el boicot económico y financiero internacional de Venezuela, la alta inflación, la escasez de alimentos, medicinas y otros bienes básicos (debido a especulaciones, contrabando, altos precios, boicot, pero también a la corrupción, la mala gestión del gobierno y el fracaso en las políticas económicas y financieras) habían reducido significativamente el apoyo popular al gobierno y algunos sectores políticos y políticos chavistas habían retirado su apoyo al gobierno de Maduro, mientras que el descontento era generalizado. Pero las encuestas que pronosticaban la victoria de la oposición en casi todos los estados hace seis meses han estado cambiando ápidamente hacia una victoria chavista en los últimos 2-3 meses.

¿Qué pasó?

– Primero es importante afirmar que no hay evidencia de fraude, como afirman algunos políticos opositores y como sugieren muchos medios internacionales y políticos. Venezuela tiene un sistema de votación electrónico y las boletas también se imprimen para que pueda haber un recuento manual. El correcto funcionamiento de las máquinas electorales fue verificado y aprobado también por los representantes de la oposición antes de las elecciones. El sistema electoral solicita una auditoría manual del 54,4% de los votos, sin embargo, el presidente Maduro pidió al CNE que realice una “auditoría del 100%” de todas las boletas en papel de la votación del domingo. Los observadores internacionales que estuvieron presentes durante las elecciones confirmaron que no hubo evidencia de fraude ni siquiera de la posibilidad de fraude.

– La estrategia de la oposición de difundir violencia y terror en las calles alienó a una buena parte de su propio electorado. Sobre todo porque las barricadas y la violencia se concentraban en sus mismos bastiones y zonas residenciales. Vecindades enteras fueron literalmente tomadas como rehenes por grupos violentos que hicieron imposible que los habitantes vivieran una vida normal. Y cuanto más duraron las protestas violentas, más el control pasó a bandas criminales y grupos que obligaron a las personas a pagar cuando querían cruzar a las barricadas para ir a trabajar o a comprar. Y en fin la estrategia no mostró el resultado esperado de derribar al gobierno de Maduro.

– La oposición está dividida. Las facciones radicales de la oposición no estuvieron de acuerdo con la participación en las elecciones regionales y llamaron a un boicot.

– Las elecciones a la Asamblea Nacional Constituyente (ANC) del 30 de julio, con una participación de más de ocho millones de personas, llevaron la paz y – después de años de parálisis, desesperación y actuación defensiva – las bases chavistas volvieron a la ofensiva. La oposición pidió un boicot a las elecciones al ANC, dijo que hubo un fraude masivo, que la participación fue mucho más baja de lo que anunció el gobierno, y no reconoció los resultados. Sin embargo, parece que la misma oposición sabe que la participación fue tan alta como fue declarada por el gobierno: después de las elecciones del ANC, detuvieron de inmediato la movilización violenta para derrocar al gobierno y la mayoría de la oposición aceptó participar en las elecciones regionales. Algo que no hubieran hecho si realmente hubieran creído que el gobierno perdió casi todo el apoyo y su deposición era solo cuestión de días o semanas.

– Las elecciones a la ANC resultaron ser una buena idea, incluso si creo que la forma en que sucedieron no fue tan buena: el debate público no fue lo suficientemente amplio, la máquina electoral del PSUV impuso a los candidatos del partido y no dejó mucho espacio para candidatos radicales y de movimiento del chavismo. Sin embargo, las elecciones ANC revitalizaron el chavismo de base que se había paralizado en los últimos años para no provocar una confrontación violenta con la movilización de la oposición.

Con el llamado a elecciones ANC y desde entonces movimientos, bases y diferentes sectores (barrios, mujeres / feministas, comunas, campesinos, trabajadores, ecologistas, etc.) comenzaron nuevamente a reunirse, debatir, movilizar, presionar con y alrededor del ANC. El sentimiento generalizado de desesperación, de no poder hacer nada, la sensación de tener que esconder la identidad chavista, se desvaneció. La ANC hizo también que regresaran a las filas del chavismo muchos chavistas de base que habían dejado de apoyar al chavismo de gobierno en el pasado. Tengo varios activistas con ese perfil como amigos de FB, por ejemplo, trabajadores de la industrias básicas de Bolívar, que habían dado la espalda al chavismo gubernamental debido a la corrupción y la falta de transformación en las industrias básicas y los cuales de repente comenzaron a movilizarse para la ANC.

Sin embargo, el resultado también es problemático para el gobierno. Haber perdido al Zulia, a Táchira y Mérida lo ponen en una situación difícil. Los 3 estados del noroeste, en la fortera con Colombia, son la puerta de entrada para el paramilitarismo y el principal corredor para el contrabando y la extracción de alimentos y gasolina subsidiados por Venezuela. Los 3 estados son también la base de una posible estrategia de “media luna” formulada por algunos sectores de la oposición en el pasado: seguir una estrategia secesionista y declarar un gobierno paralelo. Zulia también es la región con gran parte de la extracción petrolera. Después de haber perdido la opción de ganar fácilmente a través de las elecciones, la oposición también estará menos inclinada a negociar con el gobierno y tratará de movilizar más apoyo internacional para el estrangulamiento económico y financiero y el aislamiento internacional de Venezuela. Es muy probable que Estados Unidos, Canadá, la UE y los gobiernos de derecha en América Latina sigan y apoyen estos llamamientos de los sectores de la oposición de extrema derecha en Venezuela. 

A pesar de importantes victorias en algunos estados clave, la alianza opositora MUD se negó a reconocer los resultados electorales, pero acepta sus propias victorias, y acusa al gobierno de fraude. El líder de la campaña de MUD, Gerardo Blyde, rechazó el resultado y dijo que era “no confiable”. Acusó al gobierno de haber provocado la derrota de la oposición criticando que el CNE haya reubicado 334 centros de votación, principalmente en áreas de oposición (habían sido afectados por actos violentos durante las elecciones a la ANC) y criticó que algunos candidatos retirados de la oposición todavía estaban en las boletas electorales. Las acusaciones son ridículas, la reubicación se anunció hace semanas y se realizó por una buena razón. Además, en muchos casos se instaló transporte para llevar a los votantes a nuevos sitios electorales, y el transporte urbano fue gratis.

Muchas personas de barrios pobres han tenido que cubrir kilómetros sin transporte organizado en todas las elecciones pasadas y votaron. La oposición nunca se quejó de eso. El hecho de que algunos candidatos de la oposición todavía aparecieran en las boletas se debió simplemente al hecho de que no respetaron la fecha límite para retirarse oficialmente. No es ni responsabilidad del CNE, ni está capacitado legalmente para hacerlo, de seguir las primarias de la oposición y retirar de la postulación electoral a los candidatos que perdieron las primarias. Además el efecto fue mínimo. 

Algunos candidatos de la oposición también admitieron su derrota. Ese es el caso de Henri Falcón, ex gobernador de Lara, quien perdió por un margen de 17 puntos frente a Carmen Meléndez del PSUV. El candidato de la oposición en Carabobo también reconoció su derrota. El ex gobernador opositor de Delta Amacuro, que no volvió a postularse, culpó a la oposición, a sus divisiones y a la decisión de quién nominar como candidato, como causa de la derrota electoral en estado. Y el líder AD, Ramos Allup, una figura central en la alianza opositora, especialmente ahora que su partido tiene 4 de los 5 gobernadores opositores, llamó a Luis Almagro, el agresivo secretario general de derecha de la Organización de los Estados Americanos (OEA) a dejar de dar asesoría externa a la oposición venezolana.

El resultado es una gran victoria para el chavismo y lo pone, después de haber estado 3 años contra a pared, en una posición de fortaleza. El gobierno ahora debe enfrentar con urgencia la situación económica y financiera, combatir la corrupción de manera efectiva, democratizar el PSUV y volver a la política participativa que marcó la era de Chávez, fortalecer nuevamente las comunas, los consejos comunales y volver a apoyar el control obrero y la autogestión. La crisis económica y política habían empujado al gobierno a reducir la participación y confiar en la centralización, las decisiones desde arriba y la apertura al capital transnacional. Si el gobierno no hace eso, parece improbable que puedan repetir su victoria en las elecciones presidenciales de 2018.

15-O: no mejora nada el enfermo

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Miércoles 18 de octubre de 2017

15-O: no mejora nada el enfermo

La oposición está sufriendo los vientos tormentosos de la derrota. En medio de balbuceos e incoherencia, tratan de asignar su descalabro a razones varias, entre las cuales ocupan acaso lugar absolutamente secundarios sus propios errores. Rápidamente muestran una vez más el espectáculo de su inconsistencia para mayor estupefacción de sus desolados seguidores. Ahora se mueven sin transición desde la matriz de fraude en los escrutinios a la de las trampas en el proceso anterior a la emisión de los votos. Ante la rápida y hábil respuesta del presidente Maduro, quien jugó posición adelantada llamando él mismo a la verificación total, 100%, de los comprobantes físicos de los votos y su comparación con las actas, no han tenido más remedio que desdecirse en un pestañeo.

No solo se ha dado el reconocimiento de la derrota de candidatos perdedores, como Alejandro Feo La Cruz y Henry Falcón, sino que además voceros y gobernadores electos han asomado la posibilidad de juramentarse ante la Constituyente, en lo que estarán hoy los chavistas electos. Hasta el insufrible extremista Freddy Guevara ha dicho que “La trampa no está en las actas -las tenemos-. La trampa ocurre antes, y es un proceso más sofisticado que requiere auditoría internacional” ¡Hablando de trampas los campeones de la trampa!

En fin, dejemos a esta gente en su laberinto y volvamos los ojos hacia nosotros mismos. Hemos dicho, y lo mantenemos, que esta ha sido una victoria revolucionaria magnífica, admirable. Ahora bien, los fenómenos sociales son un mar de complejidades y contradicciones, como bien se sabe. Desde el punto de vista cualitativo, se trata de una victoria épica, heroica, alcanzada en feroz lucha no contra los papanatas de la MUD, sino contra el Imperio más poderoso de la Historia desde todos los puntos de vista imaginables. La muestra de perseverancia, inteligencia, astucia y habilidad política extrema del presidente Maduro y de la dirección revolucionaria ha sido de antología. Igualmente el espíritu combativo de resistencia del pueblo chavista. La Revolución Bolivariana luce fortalecida y encaminada a nuevas victorias en los tiempos inmediatos. Sin embargo, el análisis cuantitativo relativiza la victoria y nos alerta sobre el destino de este proceso en el mediano plazo. Y nos vamos de explicación.

Ayer, en conversaciones con camaradas chavistas, expresamos una idea que se nos antoja irrebatible. Después del terrible resultado de la elección parlamentaria de 2015, dijimos que, en realidad, la oposición no había ganado, más bien el chavismo había perdido. Era eso lo que inferíamos del análisis cuantitativo. Mientras la oposición mantuvo su votación muy cercana a la que obtuvo en 2013, es decir no creció para nada, el chavismo decreció en dos millones de votos y fue eso lo que hizo posible el triunfo opositor. En las regionales del domingo se produjo un fenómeno parecido, pero en sentido contrario: el chavismo no ganó, perdió la oposición, si nos atenemos solo a lo cuantitativo (que siempre encierra, hay que decirlo, aspectos cualitativos no necesariamente visibles para el observador desprevenido). El chavismo alcanzó una votación bastante similar a la de 2015, sin mostrar crecimiento, más bien disminuyó el caudal logrado en la elección de la Constituyente. La derecha, por su lado, vio mermar sus votos en aproximadamente dos millones y medio de votos con relación a las mencionadas elecciones parlamentarias.

Este es un dato interesante y para nada despreciable. El chavismo es una fortaleza considerable, una vanguardia combativa, leal, consciente, lo mejor que tenemos, pero está estancado, no crece en el favor popular desde hace algunos años. El hecho de que solo 3 de cada 10 venezolanos (lo dicen las elecciones y los estudios de opinión) se identifique sólidamente con la expresión política de esa vanguardia encierra un peligro estratégico para la Revolución. Ese es el primer aspecto cualitativo que deducimos del análisis cuantitativo. Este estancamiento tiene razones que señalamos en el Análisis de ayer, en el que abordamos ya este asunto que hemos extendido hasta hoy, dado que la mayoría de los chavistas con los que hemos interactuado parecen estar solo preocupados por la victoria opositora en el bloque fronterizo occidental: “… no es que ahora vamos a sentirnos boyantes y olvidar tantas cosas que tenemos que criticar y combatir, como ha venido señalando el presidente Maduro: el sectarismo, el burocratismo, la ineficiencia, y nosotros agregamos: el discurso plano, dogmático, repetitivo”.

En ese sentido, el dirigente socialista Diosdado Cabello, siempre tan agudo, señaló que, a pesar de la victoria del domingo, el PSUV debe revisarse “porque pudimos haber ganado mejor, vamos a escuchar al pueblo”. Esto es algo digno de destacar: mientras un triunfador se autocritica, los perdedores andan buscando culpar a otros de su barranco, obviando la multitud de sus errores políticos que los ha llevado a despilfarrar su triunfo coyuntural de 2015. Y lo peor para ellos es que no parecen escarmentar, ya andan pidiendo auxilio, una vez más, a sus padrinos extranjeros ante la contundencia de su derrota. Parafraseando una vez más a nuestro dilecto amigo Perucho Conde: no mejora nada el enfermo. Bien, allá ellos. En cuanto a nosotros, ojalá nos vayamos dando cuenta de cuánto tenemos que mejorar.

Victoria cultural

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Martes 17 de octubre de 2017

Victoria cultural

Nada de lo hecho por la derecha criolla e internacional, después de su resonante derrota del domingo, puede sorprender a nadie. Lo que pasó en las regionales es, por supuesto, sumamente importante, tanto desde el punto de vista objetivo como desde el subjetivo, pero no acaba, todos lo sabemos, con la intensa lucha de clases mundial y nacional. Así que no vale la pena abundar en detalles en cuanto a las reacciones y declaraciones de los voceros del imperialismo, sus aliados y sus cipayos. Ellos siguen en lo mismo, ahora con el acicate del resentimiento. No es para menos, el chavismo los volvió a joder. Así que mejor nos ocupamos de otros aspectos vinculados a lo del 15-O.

La victoria del chavismo es política, claro está, pero sobre todo es cultural. Se impusieron sobre todo las ideas de Chávez. Una de ellas, de las más empotradas en el alma nacional, es la noción de Patria. El pueblo ha dado una lección a los traidores que andan vendiendo la Patria al mejor postor ¡Qué poco nos conocen estos burgueses redomados!

Olvidan todo el tiempo que esta es la Patria de Bolívar, que el pueblo venezolano, el mayoritario, ha visto reforzado su compromiso de independencia por lo que Chávez nos dejo como propósito, encabezando el Plan de la Patria. Pero ellos insisten en su error, buscando padrinos y muletas allende nuestras fronteras. Ayer el dirigente socialista Jorge Rodríguez, en su excelente rueda de prensa, daba las gracias por esta victoria a Trump, a Rajoy, a Almagro y a todos quienes mantienen el coro agresor desde el extranjero. Nosotros nos unimos a este irónico agradecimiento.

Así pues, el domingo triunfó el espíritu patriótico del pueblo, de nuevo despierto después de la pesadilla de diciembre de 2015, cuando actuó confundido por las manipulaciones y aturdido por los problemas. Ahora, ante el cúmulo de amenazas y sanciones del imperialismo y sus aliados, se ha levantado con dignidad y patriotismo.

También hubo una victoria de la paz, otro concepto embutido en el alma popular por el mensaje de Chávez. Ha quedado en evidencia la gravedad del error cometido por la derecha con su plan de las guarimbas terroristas. Nuestra victoria del domingo también comenzó con la derrota sufrida por la burguesía en las calles en el primer semestre de 2017, incluyendo el mes de julio, que se cerró con la estupenda jornada electoral constituyente del 30-J.

Estos canallas ni siquiera han tenido la decencia de pedirle excusas a nadie por tanta muerte y tanto dolor inútiles. El pueblo, incluido buena parte de su sector opositor, les ha pasado la dura factura. Igual que con la elección de los constituyentes, ha triunfado la paz, profunda idea chavista mantenida en alto y con insistencia por el presidente Maduro.

Ha ganado también el domingo la idea chavista de la inclusión. El gran esfuerzo mostrado por Maduro y el Gobierno Bolivariano por mantener, contra viento y marea, la vocación social de la Revolución, promoviendo soluciones puntuales al problema alimentario, y la continuidad de las políticas de vivienda, salud, educación y apoyo directo al pueblo en diversos frentes, ha dado sus frutos. El pueblo ha comparado entre quién hace y quién no hace, quién es positivo y quién negativo, quién construye y quién destruye.

La victoria chavista, por otro lado, ha profundizado la desolación que cunde en las filas opositoras. En este momento, el chavismo se ve inmenso, exultante, poderoso. El golpe subjetivo dado a la derecha es noble y, una vez pasada la resaca y el lamentable espectáculo de la vana intención de reconocer su derrota, tendrá que recoger los añicos de su ineptitud y han de venir recomposiciones diversas. Ya Henry Falcón se ha deslindado del desafinado canto de fraude y ha reconocido, sin cortapisas, el triunfo de Carmen Meléndez: “Responsablemente yo digo, nosotros perdimos, así de sencillo, y eso hay que aceptarlo porque también hay que tener gallardía para reconocer en la verdad, la adversidad”. Ellos insistirán, nadie lo dude, pero hoy se ven desorientados, como fantasmas perdidos en su propia oscuridad. Algunos han tenido el tupé de convocar a su gente a la calle. La respuesta será nula, pocos los respetan, muy pocos los quieren.

Nosotros no vamos a morigerar, en modo alguno, la dimensión de nuestra victoria, ha sido magnífica, como dijimos ayer. Pero -¡nunca falta un bendito pero!- no todo es positivo en el resultado. No solo por las bajas que tuvimos en los importantes estados fronterizos de Zulia y Táchira, escoltados por Mérida, además de la cuña en Anzoátegui y nuestra significativa derrota en Nueva Esparta. También hay que analizar con frialdad los números.

Es verdad que en el voto nacional obtuvimos una mayoría del 52 por ciento. Pero si tomamos en cuenta que la abstención rondó el 40%, concluimos en que por nosotros votó alrededor del 30% del patrón electoral. Esa es la cifra del llamado “chavismo duro”, el que nos acompaña contra viento y marea. Sacamos más de dos millones de votos menos que el 30 de julio. La oposición bajó aun más con respecto a su última votación creíble, alrededor de 7 millones de votos en 2015. También se pronunció el voto duro opositor, cerca de 5 millones. Su voto blando (o el voto chavista vulnerable que se corrió hacia ellos en 2015) se abstuvo en su mayoría.

Todas estas cifras significan que sigue habiendo un amplio sector de la población (7 de cada 10) que no está apoyando a la Revolución (algo parecido, y aun peor, le pasa a la MUD). Por lo tanto, no es que ahora vamos a sentirnos boyantes y olvidar tantas cosas que tenemos que criticar y combatir, como ha venido señalando el presidente Maduro: el sectarismo, el burocratismo, la ineficiencia, y nosotros gregamos: el discurso plano, dogmático, repetitivo. En fin, celebremos sin exagerar, ahora es que nos falta remar para llegar a puerto seguro.

Venezuela: Victoria magnífica

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Lunes 16 de octubre de 2017

Victoria magnífica

En cualquier circunstancia, la victoria chavista de ayer podría calificarse como muy buena. En la situación de hoy, hay que definirla como magnífica, admirable. Nosotros confesamos que no imaginamos que pudiera ser de esa dimensión, una vez más el pueblo nos da una lección.

Ahora bien, sin querer pecar de aguafiestas, recordemos cosas que escribimos en el Análisis del pasado viernes: “… tampoco el chavismo debería interpretar erróneamente un posible escenario de victoria. Si se alzase con la mayoría de las gobernaciones, será en buena parte debido a los desatinos de la derecha, que los trae a estos comicios divididos y con la moral baja. Mas los graves problemas del país, que podrían servir de justificación a nuevas conspiraciones, siguen allí… Si acaso ganamos, no es para que salgamos únicamente a dar brincos de alegría. Sería más que todo un gran compromiso con un pueblo que nos habría dado una nueva muestra de confianza, pero, como hemos dicho, tanto va el cántaro al agua…”.

Tomar el toro por los cachos y enfrentar con eficiencia los problemas es un deber moral que el Gobierno Bolivariano asume hoy con el pueblo, y para ello necesitará la ayuda de todos, incluida, en lugar destacado, la Asamblea Nacional Constituyente.

La reacción de la derecha estaba claramente prevista, ellos mismos se encargaron de exponer diáfanamente sus planes. Esto también los asomamos en el Análisis arriba mencionado: “… la derecha está preparando sus baterías para el caso de que pierda y ya anuncia, de diversas maneras, el desconocimiento de un resultado tal. Por cierto que el amo le sigue la corriente y se involucra en el “Plan B”: ‘Estados Unidos está preocupado por una serie de acciones del Consejo Nacional Electoral de Venezuela que ponen en cuestión la legitimidad del proceso electoral’, afirmó la portavoz del Departamento de Estado, Heather Nauert, y además: ‘Pedimos al Gobierno venezolano que celebre elecciones libres y justas. Sabemos, con gran preocupación, que no permitirá observadores electorales internacionales independientes y le pedimos que permita a observadores nacionales independientes vigilar completamente las elecciones y el recuento de sus resultados’”.

La perspectiva es que el enemigo redoble la presión internacional, aunque ahora la tendrá más difícil, sobre todo porque en lo inmediato la derecha del patio no parece tener las herramientas para generar un conflicto callejero contra el “fraude” que seguirá denunciando. Sin gente en la calle, es poco lo que la derecha internacional puede hacer, más allá de seguir tendiendo la alfombra de las matrices a la espera de mejores tiempos para sus pupilos. No obstante, el plan de desconocimiento seguirá adelante, tal como lo avizora uno de los principales voceros mediáticos de la oposición venezolana, Luis Vicente León: “La posibilidad de reconocimiento de resultados por parte de la MUD, de la comunidad internacional y del venezolano común es muy baja”.

Uno que está claro en cuanto a lo que se viene es el intelectual argentino Carlos Aznárez: “Esto no es un milagro, sino que es la mejor demostración de conciencia cívica e ideología revolucionaria que posee el pueblo de Chávez y de Maduro… Derrotada nuevamente en el ámbito local, ahora a la oposición sólo le queda recostarse en la agresión internacional que se seguirá gestando, sin duda, con Estados Unidos como ariete fundamental… A festejar entonces, en Venezuela y en la Patria Grande, pero a no bajar la guardia ni un tantito así, como diría el Che. Ya que el enemigo que se enfrenta es el mismo del que ya nos advirtieran Martí, Bolívar, Fidel y Chávez”.

Nosotros coincidimos previamente con Aznárez en el mismo Análisis ya citado: “Seguiremos viviendo la feroz lucha por el poder que se libra en Venezuela y en el mundo, así que disfrutemos hasta donde podamos la paz coyuntural que hemos alcanzado después de electa la Constituyente, sin creer que esto está listo, que hemos arribado al país de Jauja y nos espera un Edén de pacíficas andanzas. No importa cuál sea el resultado del 15-O, los ejércitos enfrentados han de alistarse para nuevas batallas, en circunstancias que aun no conocemos”.

No todo, en el resultado de ayer, es para celebrar. Una vez más coincidimos con Aznárez. El señaló, en su artículo de Barómetro Internacional escrito inmediatamente después de la magnífica victoria: “En esta ocasión, no es de extrañar que el Imperio trate de aprovechar la victoria de la oposición en los estados fronterizos, como Zulia, Táchira y Mérida, para imaginar allí una base de aterrizaje intervencionista”. Y nosotros, en el mismo Análisis del viernes 13: “Si la oposición gana, por ejemplo, en los estados fronterizos con Colombia, como Apure, Táchira y Zulia (y también, más aislado, Amazonas), aunque perdiera todo lo demás se constituiría en una amenaza aun peor de lo que es ahora, y el papel de Colombia como aliado del Imperio contra Venezuela cobraría nueva dimensión”.

Pues bien, la oposición se alzó con el triunfo en Zulia, Táchira y Mérida, conformando un espeso muro fronterizo con Colombia, pues Zulia y Táchira dominan esa frontera occidental, y Mérida colinda con ambos estados. Se trata de un bloque peligrosísimo para nosotros. En ese sentido, el Presidente expresó anoche, después de la victoria, que no permitirá gobernadores guarimberos, así que la cosa puede ponerse candela de nuevo en un futuro no necesariamente lejano.

Por otro lado, la Revolución también ha conformado su propia fortaleza geopolítica interna en el importante frente centro-occidental, con dominio en Miranda, Carabobo, Lara, Aragua, Falcón, Vargas, Yaracuy prolongándose al bloque llanero colindante con ese frente, conformado por Guárico, Barinas, Portuguesa, Apure, Cojedes, y Trujillo en los Andes. Y si se triunfara definitivamente en Bolívar, fronterizo con Guárico y Apure hacia occidente, y Monagas y Delta Amacuro por oriente, tendríamos un poderoso dique de contención a nuestro favor.

Habría que analizar otros aspectos importantísimos de lo ocurrido ayer, y reacciones y noticias que aún están por aparecer, pero dejémoslo hasta aquí por el día de hoy.

Venezuela: 15 ottobre la battaglia per il tempo

di Marco Teruggi

13ott2017.- Il tempo è tornato ad allungarsi come pantano. La quotidianità sono i prezzi che aumentano, i salari più magri, gli antibiotici che non appaiono, la carta-moneta che scarseggia, la liturgia della campagna elettorale troppo identica a sé stessa. I giorni ora non sono compressi, a punto di scoppiarci in faccia.

La guerra ha ripreso il suo ritmo di logorio silenzioso e onnipresente che ci avvolge. Si è mostrata nuda nel suo assalto al potere tra aprile e luglio. C’erano i trend in Twitter che segnavano fuochi armati, i municipi assediati per giorni, gli assedi. Era cristallina e anche i suoi dirigenti, con le loro menzogne, lo erano. Ora non lo è più e senza dubbio è la stessa, con un cambio di ritmo, concentrata su ciò che è più certo – l’economia e l’impero – mentre le truppe locali, in crisi, riorganizzano la loro forza.

Dobbiamo seguirne le tracce. La sua tattica sta nell’alternanza delle forme, nella frontalità seguita dalla vigliaccheria di chi nasconde la mano, nella negazione di sé stessa, nel farci credere che se ne sia andata. Non se ne va mai. E questa domenica (oggi, 15 ottobre, NdT) ci sarà una nuova battaglia che sistemerà una parte del tavolo: le elezioni dei governatori.

                                                                                                       ***          

Un voto di guerra, per bloccare potere politico. Questa è una delle caratteristiche del 15 ottobre. “Ogni rivoluzione è una forma di conquistare tempo”, analizza Álvaro García Linera. E in questi ultimi anni abbiamo visto come il tempo, elettorale/politico/armato, sia stato il fuoco della battaglia. La domanda è: vincere tempo a che scopo? Per quattro ragioni:

  1. Impedire l’avanzamento delle trincee della controrivoluzione

Possiamo pensarlo in termini di posizioni. Ogni governatorato sarebbe uno spazio che, nel caso fosse occupato dalla destra, si convertirebbe in un nuovo territorio dal quale proverebbero ad avanzare. Funzionerebbero come i comuni e i governatorati che tra aprile e luglio erano sotto la loro direzione. Da lì c’è stato appoggio logistico – sia sotterraneo che esplicito – ai gruppi violenti, il ritiro dalle strade delle forze di sicurezza locali, la ripulitura del territorio per la scalata incendiaria.

Ogni spazio istituzionale che vinceranno potrebbe convertirsi in tale piattaforma. Sicuramente in altro modo: le fasi della violenza di strada non sono uguali le une alle altre, partono da linee simili, poi aumentano nelle loro forme e nei loro metodi. Lo mostrano le comparazioni tra le giornate dell’aprile del 2013, febbraio/aprile 2014, aprile/luglio 2017. E coloro che muovono i fili, cioè gli Stati Uniti, sanno che la sorpresa è un fattore chiave.

  1. Aspettare che migliorino le condizioni internazionali

Il conflitto venezuelano è parte della disputa geopolitica. Da un lato, Stati Uniti e le loro alleanze subordinate costruiscono scenari diplomatici, comunicativi, militari ed economici; dall’altro il chavismo si gioca le sue carte: relazioni con la Cina, la Russia, paesi emergenti, petroliferi, intenti ad evitare lo strangolamento imposto attraverso la forza del dollaro. In Venezuelasi condensa una delle battaglie del mondo.

La mappa delle alleanze attuali è legata anche alla peggiore correlazione continentale di forze degli ultimi anni. Non sarà eterna, l’anno prossimo ci saranno elezioni in Messico, Colombia e Brasile, paesi che possono riequilibrare la correlazione attuale. Ma è più di tutto questo: la questione delle relazioni internazionali rimanda alla vecchia domanda: si può sviluppare una rivoluzione in un solo paese? “Il tempo diventa il nucleo del fatto rivoluzionario: tempo per aspettare che altri facciano lo stesso”, dice Linera.

  1. Stabilizzare l’economia

Il tempo si ottiene, tra le altre cose, con stabilità economica. È lì che, giustamente, il pantano/arretramento si sente con forza. Sono almeno tre anni che si vive in questo quadro, con una acutizzazione dei problemi: prezzi, dollaro illegale, medicine, carta-moneta, ricambi, prodotti igienici. È in questo punto, inoltre, che è difficile prevedere un miglioramento. Per la forza dell’attacco/blocco straniero e dei grandi imprenditori, per i prezzi internazionali del petrolio, per la corruzione che ha attaccato aree strategiche, per i segnali contraddittori della direzione verso cui andare per resistere e avanzare, lo scarso impatto delle misure prese nella quotidianità.

L’economia non colpisce solo le tasche del popolo, ma anche le soggettività. Possiamo domandarci che effetti causa nelle coscienze, nel senso comune, un’economia che allarga le sue aree di micro-corruzione, profitti straordinari illegali, bagarinaggio di medicinali, carta-moneta, cibo, affari a spese delle domande ogni volta più urgenti dei settori popolari. La destra ha guadagnato posizioni in questa battaglia culturale. Di nuovo, con l’analisi di Linera: “Non c’è mai trionfo politico senza previo trionfo culturale”. Anche la destra può essere gramsciana.

  1. Avanzare nello sviluppo della società che-verrà

La rivoluzione non è una data, un atto, bensì un processo. Ha giorni fondanti, momenti di riflusso, avanzamenti ed espansioni democratiche, formazione collettiva, delegazione tra i governanti o azione diretta delle classi popolari. La rivoluzione non è nemmeno lo Stato, ma, sostanzialmente, l’allargamento della comunità e la sua costruzione di potere. Risulta difficile valutare in che situazione ci si trovi da questo punto di vista: che indicatori per misurare cosa, esattamente? Una cosa è chiara: è dentro la rivoluzione che si possono sviluppare le forme della società socialista, con centralità delle “comunas”.

Questo sviluppo in parte ha a che vedere con la volontà – o meno – della direzione e dell’impalcatura istituzionale, così come della forza che imprimono i differenti vettori politico/sociali organizzati. Lo Stato fornisce condizioni per creare comunità/organizzazione o, al contrario, burocrazia – politica e istituzionale – per operare come freno a mano dello stesso progetto che conforma. Il quadro sotto un governo di destra non sarebbe quello di una discussione delle tensioni interne, delle contraddizioni creative o distruttive, ma quello del tentativo di resistere alla vendetta che si sfogherebbe – i corpi incendiati tra aprile e luglio sono stati un’anticipazione di tutto ciò.

***

Vincere le elezioni per i governatori non significherebbe un cambio del vincolo tra i governatori e le trame comunali – in generale non sono buone – né si tradurrà in un miglioramento delle condizioni materiali, un lenimento dei punti di soffocamento, né creerà nuove condizioni significative sul piano internazionale. Renderà possibile mantenere il potere politico, continuare nella costruzione del processo, nello sviluppo delle tensioni interne, guadagnare tempo nel quadro di una rivoluzione che resiste all’isolamento continentale e alle aggressioni nordamericane.

Risulta strano che in una guerra, sotto assedio, si pensi a regalare posizioni come forma di punizione ai generali. Quest’idea ne contiene un’altra sullo sfondo, sbagliata e pericolosa: se la destra vince si creerà un quadro che depurerà le contraddizioni del chavismo e permetterà un ritorno guidato dai settori non burocratici. Il problema è che la politica e la storia non sono un gioco di scacchi, le condizioni che hanno reso possibile la gestazione di questo processo non si ripeteranno e il nemico, nel caso dovesse conquistare il potere politico, non perdonerà.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

15 de octubre: la pelea por el tiempo

por Marco Teruggi – 15yultimo.com

El tiempo ha vuelto a estirarse como pantano. El cotidiano son los precios que suben, los sueldos más flacos, los antibióticos que no aparecen, los billetes que escasean, la liturgia de campaña demasiado idéntica a sí misma. Los días ya no están comprimidos, a punto de estallarnos en la cara.

La guerra ha retomado su ritmo de desgaste silencioso y omnipresente que nos envuelve. Se mostró desnuda en su asalto al poder entre abril y julio. Ahí estaban las tendencias en Twitter que marcaban focos armados, los municipios asediados durante días, los toques de queda. Era clara, y sus dirigentes, dentro de sus mentiras, también. Ya no lo es, y sin embargo es la misma, con cambio de ritmo, parada sobre lo más seguro ‒la economía y el imperio‒ mientras las tropas locales, en crisis, reorganizan su fuerza.

Debemos seguirle el rastro. Su táctica está en la alternancia de las formas, en la frontalidad seguida de la cobardía del que esconde la mano, en la negación de sí misma, hacernos creer que se fue. Nunca se va. Y este domingo tendrá una nueva batalla que reacomodará una parte del tablero: las elecciones a gobernadores.

*

Un voto de guerra, para retener poder político. Esa es una de las características del 15 de octubre. “Toda revolución es una forma de conquistar tiempo”, analiza Álvaro García Linera. Y en estos últimos años hemos visto cómo el tiempo, electoral/político/armado, ha sido foco de la batalla. La pregunta es: ¿ganar tiempo para qué? Para cuatro cosas:

1.- Impedir el avance de trincheras de la contrarrevolución

Podemos pensarlo en términos de posiciones. Cada gobernación sería un espacio que, en caso de ser ocupado por la derecha, se convertiría en un nuevo territorio desde donde intentarían avanzar. Funcionarían como las alcaldías y gobernaciones que entre abril y julio estaban bajo su dirección. Desde allí hubo apoyo logístico por debajo de la mesa y explícito a los grupos de choque, retiro de las fuerzas de seguridad locales, liberación del territorio para la escalada incendiaria.

Cada espacio institucional que consigan podría convertirse en esa plataforma. Seguramente de otra manera: las fases de violencia callejera no son iguales unas a otras, parten de líneas similares, luego aumentan en sus formas y métodos. Así lo muestran las comparaciones entre las jornadas de abril de 2013, febrero/abril 2014, abril/julio 2017. Y quienes dirigen los hilos, es decir Estados Unidos, saben que la sorpresa es un factor clave.

2.- Esperar que mejoren las condiciones internacionales

El conflicto venezolano es parte de la disputa geopolítica. Por un lado, Estados Unidos y sus alianzas subordinadas construyen escenarios diplomáticos, comunicacionales, militares y económicos, por el otro el chavismo juega sus cartas: relaciones con China, Rusia, países emergentes, petroleros, intentos de evitar la asfixia impuesta a través de la fuerza del dólar. En Venezuela se condensa una de las batallas del mundo.

El mapa de alianzas actual está ligado también a la peor correlación continental de los últimos años. No será eterno, el año que viene habrá elecciones en México, Colombia y Brasil, países que pueden reequilibrar la correlación. Pero es más que eso, la cuestión de las relaciones internacionales remite a la vieja pregunta: ¿puede desarrollarse una revolución en un solo país? “El tiempo se convierte en el núcleo del hecho revolucionario: tiempo para esperar que otros hagan lo mismo”, dice Linera.

3.- Estabilizar la economía

El tiempo se obtiene, entre otras cosas, con estabilidad económica. Es justamente ahí donde el pantano-retroceso se siente con fuerza. Son al menos tres años en este cuadro, con una agudización de los problemas: precios, dólar ilegal, medicinas, billetes, repuestos, higiene. Es también en ese punto donde se dificulta prever una mejora. Por la fuerza del ataque/bloqueo exterior y de los grandes empresarios, los precios internacionales del petróleo, por la corrupción que atacó áreas estratégicas, por las señales contradictorias de hacia dónde ir para resistir y avanzar, el poco impacto de las medidas tomadas en la cotidianidad.

La economía no solamente golpea los bolsillos populares sino también las subjetividades. Podemos preguntarnos qué efectos causa en las consciencias, los sentidos comunes, una economía que amplía sus áreas de microcorrupción, ganancias extraordinarias ilegales, reventas en el mercado negro de medicamentos, billetes, comida, negocios a costa de las demandas cada vez más urgentes de los sectores populares. La derecha ha ganado posiciones en esa batalla cultural. Nuevamente, con análisis de Linera: “Nunca hay un triunfo político sin un previo triunfo cultural”. La derecha también puede ser gramsciana.

4.- Avanzar en el desarrollo de la sociedad por-venir

La revolución no es una fecha, un acto, sino un proceso. Tiene días fundantes, momentos de reflujos, avances y expansiones democráticas, aprendizajes colectivos, delegación en los gobernantes o acción directa por parte de las clases populares. La revolución tampoco es el Estado, sino, centralmente, la ampliación de la comunidad y su construcción de poder. Resulta difícil evaluar en qué situación se está en ese punto, ¿qué indicadores para medir qué exactamente? Una cosa es clara: es dentro de la revolución donde pueden desarrollarse las formas de la sociedad socialista, con centralidad comunal.

Ese desarrollo tiene que ver en parte con la voluntad ‒o no‒ de la dirección y del andamiaje institucional, así como de la fuerza que impriman los diferentes vectores políticos/sociales organizados. El Estado proporciona condiciones para crear comunidad/organización, o, al contrario, burocracia ‒política e institucional‒ para operar como freno de mano del mismo proyecto que conforma. El cuadro bajo gobierno de derecha no sería debatir las tensiones internas, las contradicciones creadoras o destructoras, sino cómo resistir a la revancha que se descargaría ‒los cuerpos incendiados entre abril y julio fueron una antesala de eso.

*

Ganar gobernaciones no significará un cambio de vínculo entre gobernadores y tramas comunales ‒por lo general no son buenas‒ tampoco se traducirá en una mejora de las condiciones materiales, un alivio de los puntos de asfixia, ni creará nuevas condiciones significativas en el plano internacional. Permitirá mantener poder político, continuar con la construcción del proceso, el desarrollo de las tensiones internas, ganar tiempo en el marco de una revolución que resiste al aislamiento continental y a las agresiones norteamericanas.

Resulta extraño que, en una guerra, bajo asedio, se piense en regalar posiciones como forma de castigo a los generales. Esa idea encierra otra de trasfondo, errónea y peligrosa: si la derecha gana se creará un cuadro que depurará las contradicciones del chavismo y permitirá un retorno liderado por los sectores no burocráticos. El problema es que la política y la historia no son un juego de ajedrez, las condiciones que permitieron gestar este proceso no se repetirán, y el enemigo, en caso de hacerse con el poder político, no perdonará.

Después del 15

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Viernes 13 de octubre de 2017

Después del 15

Decir que el domingo no se acaba el mundo es quedarse corto. En realidad, no se acaba ni comienza nada ese día, solo continúa la misma confrontación histórica, en nuevas condiciones en cuanto a la correlación de fuerzas en el terreno de esta guerra prolongada. Seguiremos viviendo la feroz lucha por el poder que se libra en Venezuela y en el mundo, así que disfrutemos hasta donde podamos la paz coyuntural que hemos alcanzado después de electa la Constituyente, sin creer que esto está listo, que hemos arribado al país de Jauja y nos espera un Edén de pacíficas andanzas. No importa cuál sea el resultado del 15-O, los ejércitos enfrentados han de alistarse para nuevas batallas, en circunstancias que aun no conocemos. Lo cierto es que la derecha no está en plan de paz ni nos dará cuartel, a menos que nos rindamos y entreguemos, tarde o temprano, el Gobierno, esa es la verdad por más dura que parezca. Las señales están a la mano.

Como ha quedado dicho, el panorama de confrontación radical no depende del resultado electoral, solo las condiciones inmediatas de su desarrollo. Si ganara la derecha, estaríamos en mayores problemas, por supuesto. Julio Borges dijo que una victoria opositora desataría un “terremoto político” y prepararía el terreno para la salida de Maduro. Es decir, la oferta de la MUD sigue siendo la misma con la que ganó las parlamentarias de 2015 y con la que ha identificado todas sus acciones posteriores. El derechista presidente de la Asamblea Nacional en desacato dijo ayer que “Amanecer el lunes 16 de octubre y ver que ganamos 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18 de las gobernaciones y el voto popular que vamos a ganar, créanme, es un terremoto político que es irreversible para lograr estar en la antesala de un cambio completo y democrático”.

Al mismo tiempo, la derecha está preparando sus baterías para el caso de que pierda y ya anuncia, de diversas maneras, el desconocimiento de un resultado tal. Por cierto que el amo le sigue la corriente y se involucra en el “Plan B”: “Estados Unidos está preocupado por una serie de acciones del Consejo Nacional Electoral de Venezuela que ponen en cuestión la legitimidad del proceso electoral”, afirmó la portavoz del Departamento de Estado, Heather Nauert, y además: “Pedimos al Gobierno venezolano que celebre elecciones libres y justas. Sabemos, con gran preocupación, que no permitirá observadores electorales internacionales independientes y le pedimos que permita a observadores nacionales independientes vigilar completamente las elecciones y el recuento de sus resultados”.

Pero no solo se trata del cuestionamiento del proceso electoral, cuya legitimidad solo reconocerán si el resultado les es favorable, sino que anuncian ya la prolongación del conflicto de poderes, con el desconocimiento de la Asamblea Nacional Constituyente como principal argumento. El jefe de Campaña de la MUD Gerardo Blyde vociferó que “Ninguno de nuestros gobernadores se juramentará ante la fraudulenta Asamblea Constituyente”, después de que el presidente Maduro confirmará que gobernador que no se juramente ante la ANC, no podrá asumir su cargo.

Note el lector que el desconocimiento de la Constituyente sigue siendo aupado por los factores de la derecha internacional. El presidente colombiano Juan Manuel Santos declaró que “Decir que los que voten en las elecciones con el voto estén aprobando la Asamblea Constituyente y quienes salgan elegidos tienen que someterse a esa Asamblea Constituyente, eso no es jugar limpio”. Y establece que su actitud no cambiará con ningún resultado electoral: “Nos hemos opuesto a esa Asamblea Constituyente por ilegal; cualquiera que sea el resultado, nos seguiremos oponiendo”.

También dentro del esquema de confrontación institucional, mezclado con la conspiración internacional que protagoniza, entre otros, Luis Almagro, hoy se “juramenta” en la OEA un espurio “Tribunal Supremo de Justicia en el exilio” con magistrados fraudulentos nombrados por la Asamblea Nacional en desacato.

El agudo analista Aram Aharonian traduce de manera correcta los mensajes de los voceros derechistas criollos y extranjeros: “Dicen que habrá diálogo sólo si arrasan las gobernaciones. Traducido significa que si pierden, si el oficialismo se alza con la mayoría de las gobernaciones y la Asamblea Nacional Constituyente sigue su curso, volverán el terrorismo y la desestabilización de manera indefinida, en busca de la tierra arrasada”. Quien piense otra cosa, peca de ingenuo.

Pero además tampoco el chavismo debería interpretar erróneamente un posible escenario de victoria. Si se alzase con la mayoría de las gobernaciones, será en buena parte debido a los desatinos de la derecha, que los trae a estos comicios divididos y con la moral baja. Mas los graves problemas del país, que podrían servir de justificación a nuevas conspiraciones, siguen allí, y no solo los del ámbito económico. Ya es común escuchar en la calle la queja de que el Gobierno no está actuando con la fortaleza y la decisión que se necesita. Hay una sensación de cierta anarquía cada vez que uno va a un banco y no consigue efectivo, o cuando colapsan los cajeros automáticos o los puntos de venta, o cuando las violaciones ciudadanas a las leyes de tránsito se multiplican sin que haya sanciones, o cuando en un consejo comunal hay alguien que desvía los CLAP y favorece el bachaqueo. Si acaso ganamos, no es para que salgamos únicamente a dar brincos de alegría. Sería más que todo un gran compromiso con un pueblo que nos habría dado una nueva muestra de confianza, pero, como hemos dicho, tanto va el cántaro al agua…

Cuando amanezca el lunes 16 de octubre, el país será básicamente el mismo, solo habrán cambiado algunas posiciones en el tablero, para bien o para mal.

Elección y resistencia

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Jueves 12 de octubre de 2017

Elección y resistencia

Hoy, 12 de octubre, es un día ideal para hablar de las elecciones del domingo próximo como un acto de resistencia. Lo decimos porque en esta fecha se celebra el “Día de la Resistencia Indígena”, aunque esto parece una burla, tal como lo explica el historiador Vladimir Acosta: “El día 12 de octubre de 1492 no hubo ninguna resistencia indígena.

Este es el hecho descarnado. El 12 de octubre de 1492 llegaron las tres carabelas de Colón provenientes de España. Llegaron a una pequeña isla del Caribe. Tomaron posesión de la tierra (de una tierra que no era de ellos, que no les pertenecía) en nombre del Rey de España (su rey) y de Dios (su dios cristiano). Los indígenas habitantes de esa isla, de la manera más inocente, salieron alborozados a recibirlos y a festejarlos en la creencia de que habían llegado unos extraños dioses en unas casas flotantes, vestidos extrañamente, blancos, con barbas. En ese momento no hubo resistencia alguna, lo que hubo fue admiración, ingenuidad, inocencia porque los indígenas de ahí, de las islas vecinas y de los que vivían un poco más al Este, en el continente, no tenían la más remota idea de lo que se les venía encima: la Conquista, la esclavitud, la servidumbre, la sujeción, las enfermedades, la Colonia, la explotación”.

Pero igual aprovechemos este error para establecer que estas elecciones son un hecho de trascendencia continental y mundial, un nuevo evento en la resistencia contra los conquistadores de hoy, el imperialismo norteamericano y sus aliados. Con acierto, camaradas argentinos afiliados a las organizaciones que forman parte del Capítulo Argentino de Alba Movimientos, al convocar para mañana en Buenos Aires a un banderazo solidario con Venezuela para aupar el triunfo del chavismo en las elecciones regionales, lo han hecho en torno a dos consignas. Una, “¡Todos y Todas somos Venezuela!” y la otra, muy significativa, “¡Venezuela Corazón de América!”

Esta realidad está también muy clara para el Imperio y sus lacayos. Tienen el ojo puesto en lo que ocurrirá aquí el 15 de octubre, sacan sus cuentas, evalúan escenarios, se preparan para la acción. Y se mueven para animar a sus cipayos del patio y a los electores que los respaldan para que vayan a votar y enfilen recargadas baterías contra la
Revolución Bolivariana.

Un ejemplo es la arremetida mediática utilizando declaraciones de derechistas europeos para impulsar la matriz de aislamiento de Venezuela y debilidad del “régimen” de Maduro. En una “información” de la agencia francesa de derechas AFP, difundida ayer, se lee que “Los 28 estados miembros de la UE han llegado a un ‘acuerdo de principio’ para estudiar posibles sanciones contra el gobierno de Venezuela por su represión contra la oposición, informaron el miércoles fuentes europeas”. De una vez, AFP establece como cierta lo que después se devela como una manipulación con base en supuestas declaraciones de una “fuente anónima”, típico recurso de estos canallas.

Lo cierto es que no ha ocurrido nada nuevo con respecto a las posiciones en la Unión Europea. Tal como se dice en el mismo reporte de AFP, “España es el principal impulsor del proyecto de sanciones ‘contra los responsables de la situación actual’ en Venezuela, en palabras del ministro de Relaciones Exteriores, Alfonso Dastis, en agosto pasado. Pero otros países se mostraban reticentes a esa idea. Otra fuente europea confirmó que las sanciones formaban parte ahora de ‘las opciones sobre la mesa’”.

Como se ve, la agencia francesa utiliza refritos, lo que en periodismo suele llamarse “caliches”, para tratar de influir en los electores de cara al evento del 15 de octubre. Así se arman las matrices interesadas y teledirigidas por los laboratorios comunicacionales de la derecha.

Luego de afirmar que “Un grupo de trabajo integrado por representantes de los 28 estados miembros de la UE detallará ‘el alcance’ del régimen de sanciones en una reunión el 17 de octubre, para que luego las redacten juristas antes de ser aprobadas formalmente”, a AFP se le “chispotea” que “la UE desea al mismo tiempo esperar a ver
cómo se desarrollan las elecciones regionales en Venezuela el 15 de octubre” ¡Caramba, qué importancia nos dan, nadie dude que la merecemos!

También el subsecretario de Estado para Asuntos Políticos de Estados Unidos, Thomas Shannon, se refirió ayer al asunto y mencionó la “necesidad” de que en las elecciones regionales del próximo domingo las autoridades permitan al pueblo que “hable y decida”, cosa que por supuesto no exige a la oposición, que es la única que recientemente trató de impedir, el pasado 30 de julio, que el pueblo hablara y decidiera.

La trascendencia de las elecciones del domingo se revela también en la invitación a su residencia hecha por el vicepresidente de Estados Unidos, Mike Pence, al terrorista venezolano prófugo Carlos Vecchio. Este traidor afirmó, en el colmo del descaro, que “Pence ratificó su compromiso de continuar la lucha hasta que Venezuela rescate la democracia. Le insistimos que además de la presión nacional necesitamos la presión internacional a través de sanciones, no solo de Estados Unidos, sino de América Latina y la Unión Europea. Le dijimos que esto es un elemento esencial para recuperar la libertad”.

Vecchio añadió que en la reunión se confirmó que la “crisis” de Venezuela es prioridad para el gobierno norteamericano y la comunidad internacional, y que esto le tiene que dar “más fuerza” a los venezolanos para “continuar la lucha”. Clarito como el agua pura.

Así pues, es claro que la batalla del domingo no es solo contra los bandidos de la MUD, sino sobre todo contra el imperialismo y sus designios contra nuestra Patria. Y no se trata solo de nosotros, sino de todos los pueblos en resistencia.

El fantasma de la abstención

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político

Martes 10 de octubre de 2017

El fantasma de la abstención

Parafraseando al Manifiesto Comunista, el periodista Eleazar Díaz Rangel escribió, en su más reciente columna dominical que “un fantasma recorre el mundo electoral venezolano, el fantasma de la abstención”. La verdad es que ese coco parece más temible para la oposición en la actual circunstancia, aunque el chavismo no está libre de esos espectrales temores. Es por ello que la derecha fundamenta su oferta electoral, una vez más, en negatividades. Se trataría de otra acción destinada a salir de Maduro, no promete más nada. Pero además, niega a su base social el derecho a castigar las barrabasadas de sus políticas y los urge, con cierto tono de chantaje, a que voten porque si no Maduro se saldrá con la suya: “No es por mí, es contra él”.

Triste destino el de los escuálidos de a pie.

Es notable la debilidad de la campaña opositora. No convoca a nadie, la fría soledad de sus candidatos es patética. En pasadas elecciones los llamados a votar provenían profusamente de los faranduleros y los deportistas que les son afines, ahora solo lo emiten los políticos y los curas, con una pequeña ayuda de sus amigos de la canalla mediática. Para colmo, en esta oportunidad hay quienes desde la derecha, por redes digitales y en los muros, convocan a la abstención. Son aquellos, sobre todo jóvenes, que pusieron los muertos y los presos de la violencia terrorista, olvidados por una “dirigencia” que pide ahora votos, con su cara muy lavada y como si no hubieran quebrado un plato.

El insistente llamado a votar de la oposición augura que la abstención ciertamente la afectará, en mayor o menor grado, depende de cómo le funcionará el coco de Maduro. Los militantes del minoritario “movimiento estudiantil” opositor están difundiendo la etiqueta “#EstudiantesAVotar”. Henrique Capriles, por su parte, emite un ruego: “Les pido como venezolano que va a seguir luchando por el país, vayan a votar”.

La derecha, de nuevo, otorga a una elección carácter plebiscitario, y pretende embarcar a los suyos en una nueva esperanza de acabar con la Revolución, usando ahora la herramienta electoral. El subsecretario general de Acción Democrática en el estado Miranda, Negal Morales, aseveró que “Si se impone la abstención hacemos ganador al Gobierno, mientras que reitero que si todo el descontento y la indignación la convierten en fuerza y ganas de cambiar y salen a votar masivamente, le demostrarán a Maduro quienes son la inmensa mayoría y que rechazan su gobierno”.

Y Carlos Ocariz, candidato derechista a la gobernación del estado Miranda: “No votar le sirve a Maduro”. También el diputado opositor Miguel Pizarro afirmó que no participar en los comicios regionales “le sirve a Maduro y a su combo”.

En realidad, la oposición tiene razón, desde el punto de vista de sus intereses, cuando combate al fantasma de la abstención. Los argumentos principales los delinea al articulista de derechas Trino Márquez: “A Maduro le sobran razones para propiciar la abstención entre los demócratas. Él y su régimen saldrán fortalecidos. Su triunfo indicará que la situación del país no es catastrófica, como sus enemigos internos y externos proclaman. Relegitimará los resultados del 30 de julio y la constituyente recibirá un impulso que jamás ha recibido… Lo que favorece a Maduro, perjudica a Venezuela. Así es que, ¡a votar!”. El problema al que se enfrentan es cómo van a convencer a aquellos a quienes han conducido a las recientes y dolorosas derrotas, saldadas con sangre, y a repetidas frustraciones y decepciones.

El diputado de la MUD Stalin González, no ocultó para nada el miedo ante el fantasma que describe Díaz Rangel y consideró que la abstención, y no el Gobierno, es el principal enemigo de la oposición en las regionales: “Estamos haciendo de todo para estimular el voto de los más opositores para consolidar la victoria en algunos estados”.

También dieciocho políticos presos en la sede del SEBIN pidieron a los opositores votar “masivamente”: “Pedimos al pueblo que participe masivamente en las elecciones votando por los candidatos de la Mesa de la Unidad Democrática  y haciendo presencia activa en los centros de votación”. Los mencionados presos agregaron, astutamente, una interpretación que podría tener algún efecto en sus electores: “No dudemos ni por un segundo que las elecciones regionales se convocaron gracias a las protestas de calle, a la presión de la comunidad internacional”. Es decir: voten, que no lo hicimos tan mal.

Y en el coro no podían faltar los jerarcas católicos, que a la hora de las chiquitas se dejan de vainas y se quitan la careta, mostrando sus rostros de redomados demonios burgueses: están llamado a votar contra el Gobierno con absoluta desvergüenza.

¿Tendrá efecto la intensa campaña pro-voto de la derecha? Ojalá que no, pero tampoco puede descartarse. Al fin y al cabo, la base social opositora no tiene ahora mismo ninguna otra opción política contra el Gobierno. A menos que buena parte de ella se decida de una vez pasarse a los no alineados y esperar que aparezca una tercera opción. Una vecina opositora nos dijo en estos días que “aquí no hay santo a quien rezarle” y agregó que ella no iría a votar. Tampoco podría, porque vive en el municipio Libertador de Caracas, pero en todo caso expresa un sentimiento abstencionista que está allí.

Ahora bien, el chavismo tampoco puede confiarse ¿Y si el fantasma nos sale también a nosotros? Eso lo asomó igualmente Díaz Rangel: “Los candidatos del Gran Polo Patriótico tienen su propio fantasma, como es la influencia que en la conducta electoral puede tener la situación económica, particularmente el alza exagerada de los precios y las dificultades que ha tenido el Gobierno para resolver tan acuciante problema”. Razón lleva el periodista.

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al fascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

rojoutopico.wordpress.com/

Blog de opinión igualitaria, social y política de un tipo Feminista, Galileo y Anticapitalista.

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

La Historia Del Día

Blog para compartir temas relacionados a la historia, la política y la cultura

Planetasperger

sindrome de asperger u otros WordPress.com weblog

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

L'angolo dei cittadini

La tua provincia

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

www.logicaecologica.es/

Noticias saludables

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: