America Latina, Cina e Stati Uniti

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La guerra propagandistica scatenata dagli Stati Uniti contro la Cina ha raggiunto livelli senza precedenti in America Latina. I nordamericani stanno usando ogni mezzo di cui dispongono a tale scopo, tra cui centinaia di canali televisivi, migliaia di emittenti radio e video che parlano della “minaccia cinese”. Giornalisti marionette sono regolarmente utilizzati per far circolare falsità abilmente preparate. Con grande enfasi gli “ecologisti” si dicono preoccupati per i piani di costruzione del Canale del Nicaragua e per il progetto comune Venezuela-Cina per l’estrazione dell’oro nel Parco Nazionale del Venezuela. Un rapido sguardo è sufficiente per individuare con precisione la fonte di queste valutazioni che circolano nell’emisfero occidentale dal Messico al Cile.
Il Canale del Nicaragua è un buon esempio del successo ottenuto da Pechino nell’attuazione della sua strategia latinoamericana. La nuova via d’acqua è realmente importante per il trasporto delle risorse minerali e del petrolio venezuelano dall’America Centrale e del Sud. Gli USA hanno lanciato una campagna per bloccare il progetto. L’impresario cinese, Wang Jing, che dirige il progetto Grande Canale Interoceanico del Nicaragua, è additato come un arrivista incompetente. Si stanno diffondendo voci che insinuano che il canale è condannato al fallimento in quanto mancante di uno studio sulla fattibilità economica. Nonostante ciò, la costruzione è iniziata nel dicembre scorso. Gli Stati Uniti hanno risposto lanciando l’operazione per sabotare il progetto. Gli esperti credono che le attività destinate a minare la costruzione della via acquatica si intensificheranno nel 2016, anno delle elezioni in Nicaragua. Washington è contro Daniel Ortega e i sandinisti. Possiamo essere sicuri al cento per cento che ci sarà un altro tentativo di rivoluzione colorata in America Latina.

Washington percepisce la crescente presenza cinese nella regione come una grande sfida geopolitica, una minaccia alla sua sicurezza nazionale. Il presidente Obama parla continuamente del presunto “eccezionalismo americano”, ma tutti i tentativi degli Stati Uniti di ridisegnare la mappa mondiale sono finiti nel sangue, nelle città devastate e nella distruzione di stati con culture millenarie. L’America Latina percepisce gli Stati Uniti come un impero, una forza ostile, egoista e amorale che può essere contrastata solo rafforzando il processo di integrazione regionale e lo sviluppo delle capacità militari. E’ per questo che l’America Latina promuove le relazioni con altri centri di potere nel mondo. Pechino valuta correttamente la situazione. L’America Latina si sta allontanando dagli Stati Uniti. Gli attuali politici cinesi sono pragmatici; conoscono bene il continente e specialmente le caratteristiche della situazione latinoamericana. Washington non potrebbe offrire nulla in cambio per bilanciare la promettente prospettiva di collaborazione con la Cina. Nel 2000-2013 l’interscambio commerciale tra America Latina e Cina ha aumentato il suo volume di 22 volte. Ciò ha trasformato la Cina nel principale partner commerciale di Brasile, Argentina, Venezuela e Perù. Nel 2014 l’interscambio commerciale con ognuno di questi paesi ha superato il commercio bilaterale con gli Stati Uniti. Le banche cinesi hanno aumentato i loro investimenti nella regione del 70% in un contesto di uscita del capitale statunitense. Non è un caso che molti stati latinoamericani considerino la Cina come un partner privilegiato. La Cina aderisce ai principi di uguaglianza e mutuo vantaggio con l’obiettivo di facilitare lo sviluppo economico degli stati latinoamericani.

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Risoluzione Onu sullo Yemen: voto favorevole di Cina e Venezuela

resizedi Diego Angelo Bertozzi – lantidiplomatico.it

Riporto di seguito le dichiarazioni dei rappresentati di Cina e Venezuela in occasione del voto favorevole alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla situazione in Yemen. La risoluzione 2216 (2015) ha ricevuto 14 voti favorevoli e la solo astensione della Russia. I due Paesi insistono in una lettura della risoluzione volta all’attivazione di un dialogo nazionale tra le pari in causa, senza interferenze esterne e, soprattutto evitando il ricorso alla soluzione militare. L’intervento del rappresentante Usa, invece, si è sviluppato in una vera e propria requisitoria contro i ribelli Houthi, considerati come unica e possibile fonte di instabilità regionale. Possiamo pensare che il voto favorevole dei due governi – come l’astensione russa – siano inquadrabili nel tentativo di guidare collettivamente, in sede Onu, la crisi nella penisola arabica, evitando ulteriori azioni unilaterali. Nella risoluzione si può, infatti, leggere, accanto al pieno sostegno alla legittimità del presidente dello Yemen, Abdo Rabbo Mansour Hadi, l’appello «a tutte le parti e agli Stati membri ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che mini l’unità, la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dello Yemen».
 
LIU Jieyi (CINA) ha detto che la risoluzione ha ribadito il sostegno della comunità internazionale all’unità, alla sovranità e all’integrità territoriale dello Yemen e l’impegno ad appianare le divergenze in modo pacifico e attraverso il dialogo. E’ molto importante ripristinare la stabilità nello Yemen e nella regione in generale, ha aggiunto, sottolineando che non ci può essere alcuna soluzione militare. Tutte le parti devono lavorare per il raggiungere un cessate il fuoco rapido e ripristinare la stabilità e l’ordine attraverso una transizione politica inclusiva guidata dal popolo yemenita. La Cina spera tutte le parti rispettino tutte le risoluzioni pertinenti, comprese quelle sulle questioni umanitarie e l’evacuazione e la protezione del personale e delle strutture diplomatiche.
 
RAFAEL DARÍO RAMÍREZ CARREÑO (VENEZUELA) ha motivato il voto a favore del testo con la prospettiva di consegnare al Consiglio di sicurezza il ruolo principale nei confronti della crisi in Yemen. Non c’è alternativa ad una soluzione politica; tutte le parti devono sostenere gli sforzi finalizzati a tale obiettivo e osservare diligentemente diritti umani internazionali, il diritto umanitario e facilitare l’assistenza ai bisognosi. Ha ricordato che poiché gli unici a trarre beneficio dal conflitto in corso sono stati gruppi terroristici ed estremisti, è essenziale tornare al dialogo. 

Nucleare: L’Iran vince la sua battaglia

da Spondasud.it

Gli Stati Uniti e le maggiori potenze mondiali, riunite a Losanna, hanno raggiunto l’accordo con l’Iran sul programma nucleare. L’intesa quadro, raggiunta dopo un periodo negoziale di 18 mesi e un rush finale di trattative durato otto giorni, stabilisce la tabella di marcia verso il documento finale, che sarà firmato il 30 di giugno. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif si aspetta comunque  che l’accordo definitivo sul programma nucleare di Teheran sia anticipato.«Le soluzioni definite nel comunicato di Losanna – ha detto Zarif, citato dall’agenzia ufficiale Irna – serviranno come piattaforma sulla base della quale, se Dio vuole, la questione sarà finalizzata a maggio».

Per Zarif l’intesa raggiunta a Losanna è una ‘«soluzione ‘win-win’», ossia «vantaggiosa per tutte le parti», un accordo, ha detto, che mostra «come il nostro programma sia esclusivamente pacifico», ha detto citato dall’Irna, e non ostacola l’obiettivo iraniano di una energia atomica per scopi civili. «Continueremo nell’attività di arricchimento», ha spiegato, cosi come «nella ricerca e sviluppo» della tecnologia connessa, mentre il reattore di Arak sarà «modernizzato». «Abbiamo fatto un grande passo ma siamo ancora in qualche modo lontani da dove vogliamo essere», ha però aggiunto Zarif, auspicando che un accordo finale possa aprire la strada ad una maggiore fiducia tra gli Usa e l’Iran. Al suo arrivo a Teheran, Zarif è stato accolto da una folla di persone che esultavano per il risultato dei colloqui di Losanna.

IL DOCUMENTO – Con il documento sono state quindi stabilite le soluzioni chiave per un accordo a 360 gradi, che garantirà la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano. Il documento stabilisce che non ci siano altre strutture di arricchimento dell’uranio oltre a Natanz (si parla di 5.000 centrifughe) e una joint venture internazionale per le strutture di reattori di acqua pesante. L’impianto-bunker di Fordow sarà convertito in un sito per la ricerca scientifica e non ci sarà all’interno più materiale fissile. Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà modificato e il plutonio prodotto sarà trasferito all’estero.

Uno dei punti centrali è proprio la riduzione a due terzi del numero delle centrifughe: dalle attuali circa 19mila a 6.104, installate secondo i futuri accordi; l’uranio non sarà arricchito a oltre il 3,67 per cento nei prossimi 15 anni; l’attuale quantità di circa 10mila chilogrammi di uranio a basso arricchimento sarà ridotta a 300 chilogrammi di uranio a basso arricchimento al 3,67% per 15 anni.

Tutte le centrifughe e le strutture per l’arricchimento in eccesso saranno conservate sotto monitaraggio Aiea e usate solo in sostituzione di altre, mentre non saranno costruite nuove strutture per arricchimento per 15 anni. Il tempo di cui Teheran avrebbe bisogno oggi per ottenere materiale fissile per costruire un’arma nucleare oggi è di 2-3 mesi, ma con le nuove condizioni sarà esteso ad almeno un anno per un periodo di almeno dieci anni.

ISPEZIONI – L’Aiea avrà regolare accesso a tutte le strutture nucleari iraniane, tra cui Natanz e Fordo, anche sull’uso delle tecnologie; gli ispettori avranno accesso alla catena di rifornimento del programma nucleare, monitorando strettamente materiali e componenti, così come le loro origini. Tutte le centrifughe e le infrastrutture per l’arricchimento saranno rimosse da Fordo e Natanz, per essere poste sotto controllo dell’Aiea. Teheran ha concordato di applicare l’Additional Protocol dell’Aiea, che dà maggior accesso sia alle strutture dichiarate sia a quelle non dichiarate. Dovrà inoltre permettere l’accesso ai siti sospetti e notificare eventuale costruzione di nuove strutture.

SANZIONI – Altro punto riguarda le sanzioni: se sarà verificato che gli accordi saranno rispettati, verranno sollevate. Le sanzioni Usa e Ue legate al nucleare saranno sospese dopo che l’Aiea avrà verificato. Se in qualsiasi momento l’Iran non avrà rispettato i suoi impegni, saranno ripristinate. Tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu saranno revocate simultaneamente a fronte del rispetti delle intese chiave (arricchimento, Fordo, Arak, Pmd, trasparenza). È prevista una nuova risoluzione Onu in proposito, in modo che eventuali dispute sul rispetto dei diventi punti siano risolte. Se questo sarà impossibile, le precedenti sanzioni saranno riattivate. Restano in vigore le sanzioni all’Iran legate a terrorismo, abusi sui diritti umani, missili balistici.

ZARIF, INTESA UTILE PER TUTTI,NON FERMA NUCLEARE CIVILE –  L’intesa raggiunta a Losanna è una ‘«soluzione ‘win-win’», ossia «vantaggiosa per tutte le parti». Così il ministro iranino Javad Zarif ha presentato l’intesa preliminare conclusa dopo un periodo negoziale di 18 mesi e un rush finale di trattative durato otto giorni. Un accordo, ha detto, che mostra «come il nostro programma sia esclusivamente pacifico», ha detto citato dall’Irna, e non ostacola l’obiettivo iraniano di una energia atomica per scopi civili. «Continueremo nell’attività di arricchimento», ha spiegato, cosi come «nella ricerca e sviluppo» della tecnologia connessa, mentre il reattore di Arak sarà «modernizzato». «Abbiamo fatto un grande passo ma siamo ancora in qualche modo lontani da dove vogliamo essere», ha però aggiunto Zarif, auspicando che un accordo finale possa aprire la strada ad una maggiore fiducia tra gli Usa e l’Iran.

ARAQCHI, RICONOSCIMENTO DIRITTO A NUCLEARE È RISULTATO PIÙ IMPORTANTE – Il riconoscimento internazionale del «diritto dell’Iran al suo programma nucleare» è «il più grande obiettivo» raggiunto dal paese nei negoziati« conclusisi ieri a Losanna. Lo ha detto il vice ministro iraniano degli Esteri, Seyyed Abbas Araqchi, che ha guidato la delegazione di negoziatori sul nucleare. Nel corso di un’intervista alla tv di stato Irib, il giornalista gli ha chiesto se fosse soddisfatto dell’accordo e Araqchi ha risposto: «Lo sono nel modo più assoluto». «Questa volta – ha proseguito – abbiamo raggiunto un punto dal quale è possibile concretizzare le richieste di base della Repubblica Islamica e questo è un risultato molto importante per il nostro paese». Parlando della strategia seguita nel corso dei 16 mesi di negoziati con il gruppo 5+1, il vice ministro ha affermato che si è trattato di una linea che ha permesso a tutti di vincere, perché »anche le preoccupazioni dell’altra parte sono state soddisfatte». «L’obiettivo dell’altra parte – ha spiegato – era quello di creare un clima di fiducia sul fatto che l’Iran non si muoverà verso una dimensione militare dell’energia nucleare. Il nostro obiettivo era rassicurarli su questo punto e ottenere in cambio la legittimazione delle nostre richieste di base, la più importante delle quali è il riconoscimento internazionale del nostro programma nucleare».

IRAN: NYT, ‘PROMETTENTE ACCORDO, ALLENTA 30 ANNI TENSIONI – Secondo il board del New York Times, in un editoriale dal titolo ‘un promettente accordo con l’Iran’, «L’accordo preliminare fra l’Iran e le maggiori potenze è un risultato significativo che rende più probabile il fatto che Teheran non sarà mai una minaccia nucleare».  L’accordo è più «specifico e ampio delle attese. Ci sono buone ragioni di scetticismo sulle intenzioni dell’Iran», ma con la «apertura di un dialogo fra Iran e America le trattative hanno iniziato ad allentare più di 30 anni di ostilità. Nel lungo termine, un accordo potrebbe rendere il Medio Oriente più sicuro e offre una strada all’Iran per riunirsi alla comunità internazionale».

AIEA DÀ BENVENUTO AD ACCORDO SU NUCLEARE, PRONTI A FARE VERIFICHE –  L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha dato il suo benvenuto all’accordo di principio siglato a Losanna sul programma nucleare iraniano, dicendosi pronta a fare le verifiche previste dall’intesa. «L’Aiea – recita un comunicato diffuso nella notte dall’agenzia di Vienna e firmato dal direttore generale Yukiya Amano – dà il benvenuto all’annuncio del gruppo 5+1 e dell’Iran sui parametri chiave per un piano d’azione complessivo comune. Con il sostegno del Consiglio dei governatori dell’Aiea, l’Agenzia sarà pronta a svolgere il ruolo di verifica dell’attuazione delle misure relative al nucleare, una volta che l’accordo sarà finalizzato».

NUCLEARE; INDIA SI RALLEGRA PER INTESA LOSANNA  – L’India si è rallegrata per l’intesa sul nucleare fra l’Iran e i negoziatori internazionali, perché «un risultato significativo sembra essere stato raggiunto con l’accordo sui parametri di una soluzione onnicomprensiva da negoziare entro il 30 giugno». Da sempre l’India, si dice in un comunicato diffuso a New Delhi, «ha mantenuto la sua posizione secondo cui la questione del nucleare iraniano doveva essere risolta pacificamente rispettando i diritti dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare». Ma anche, aggiunge il documento, «il forte interesse della comunità internazionale per la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano». L’annuncio, si dice infine, «sottolinea il successo della diplomazia e del dialogo, che l’India ha sempre sostenuto e che speriamo conduca ad un accordo onnicomprensivo il 30 giugno».

Venezuela: dettagli finali per la Zona Economica Speciale

Paraguana Refineryda Telesur

L’iniziativa Zone Economiche Speciali è parte dell’offensiva governativa volta a rafforzare i settori delle telecomunicazioni, dell’energia elettrica e dei trasporti del paese.

La proposta venezuelana riguardante l’istituzione di una Zona Economica Speciale (ZEE) sarà presentata durante l’ultima settimana di aprile, secondo quanto dichiarato dal Vicepresidente alla Pianificazione e Conoscenza, Ricardo Menendez.

Il piano, parte integrante “dell’offensiva economica” lanciata dal Presidente Nicolas Maduro, includerà iniziative miranti al rafforzamento delle telecomunicazioni, dei trasporti e della capacità produttiva della nazione.

Nel 2015, il Presidente Maduro ha annunciato la creazione di una Zona Economica Speciale a Paraguana nel nord-ovest del Venezuela.

Con l’obiettivo di sviluppare ulteriormente la Zona Economica Speciale di Paraguana, il governo venezuelano ha deciso d’incrementare la produzione di energia elettrica del Paese attraverso lo sfruttamento dell’energia eolica. Il parco eolico di Paraguana secondo le previsioni fornirà 100 megawatt, destinati ad alimentare la vicina raffineria di petrolio.

Il progetto ha cominciato a generare energia nel dicembre 2012, e da quel momento per la raffineria di Paraguana vi è stato un risparmio di 36,3 milioni di dollari, grazie all’utilizzo delle energie rinnovabili in luogo del vecchio diesel.

Il Presidente Maduro ha firmato un accordo da 2 miliardi di dollari per l’istituzione di una Zona Economica Speciale per le industrie manifatturiere e di materiali da costruzione cinesi.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

Libia 2011: troppi ignavi mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

di Marinella Correggia – Spondasud.it

Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che – veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein. Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone anti-Nato e antiguerra filo-Nato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Nazi-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chávez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10 mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chávez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia… E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.

La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. Nemmeno una multa.

Sarà la Cina il salvavita dell’economia russa?

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La terza settimana di dicembre, dopo che il rublo aveva subito la sua peggiore caduta dalla crisi dei cambi del 1998, il governo della Cina ha manifestato immediatamente la sua solidarietà con il Cremlino. “Se la parte russa ne avesse bisogno, forniremo l’assistenza necessaria secondo le nostre possibilità”, ha annunciato il ministro cinese delle Relazioni Estere Wang Yi. Il sostegno è in buona misura il prodotto del fatto che la Cina è oggi il primo partner commerciale e il quarto maggiore investitore a Mosca. E’ evidente che esiste una certa preoccupazione tra le élite di Pechino in relazione all’aggravamento della realtà economica russa.

Nell’ultimo anno, il rublo si è svalutato del 41% rispetto al dollaro e del 34% rispetto all’euro, fondamentalmente in conseguenza della caduta sostenuta del prezzo del petrolio negli ultimi 7 mesi e delle sanzioni applicate [alla Russia] dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti dopo gli avvenimenti della Crimea. Nel corso del 2014 la caduta degli investimenti ha raggiunto i 130.000 milioni di dollari. La banca centrale della Russia ha speso circa 100.000 milioni di dollari per la difesa della moneta e questa cifra costituisce la quarta parte delle riserve accumulate.
D’altro lato, la decisione di aumentare del 17% il tasso di interesse di riferimento per frenare la destabilizzazione della moneta potrebbe spianare la strada a una brusca diminuzione del credito e degli investimenti sul piano interno e incrementare in tal modo il rischio di cadere in una recessione prolungata. Le stesse autorità russe avevano rilevato una situazione economica preoccupante già nel momento in cui il PIL si era contratto dello 0,50% nel mese di novembre, la prima caduta dall’ottobre 2009. Messo in guardia circa i rischi di nuove corse agli sportelli bancari da parte degli analisti di Sberbank (la maggiore banca di prestiti russa), il governo di Vladimir Putin ha annunciato di prevedere un’iniezione di liquidità per l’ammontare di 1 bilione di rubli (18.600 milioni di dollari) e di creare immediatamente un deposito di sicurezza al fine di garantire il risparmio.

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Cabello riceve una delegazione del Partito Comunista Cinese

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Il viceministro del Dipartimento Internazionale, Zhou Li, ha consegnato un documento con le principali disposizioni adottate nell’ultima riunione del Comitato Centrale

Il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, ha ricevuto questo venerdì una delegazione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, guidata dal viceministro del Dipartimento Internazionale, Zhou Li, recatasi in Venezuela al fine di trasmettere informazioni sulla IV Sessione Plenaria del 18° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che ha avuto luogo lo scorso novembre nella nazione asiatica.

Il viceministro del Dipartimento Internazionale, Zhou Li, ha consegnato un documento con le principali disposizioni adottate nell’ultima riunione del Comitato Centrale, svoltasi in Cina lo scorso novembre.

Presenti per il Dipartimento Internazionale del Partito Comunista Cinese, la Direttrice Generale Fu Jie; la Direttrice del Bureau V Zeng Xiangwei; il Primo Segretario Qui Meng; Feng Yue Terzo Segretario dell’Ufficio Generale e Wang Xiaocui membro della delegazione.

Il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, ha ricevuto le disposizioni adottate in quest’importante Sessione Plenaria, e ringraziato il viceministro del Dipartimento Internazionale del Comitato del PC-cinese, Zhou Li, per i contributi contenuti nel documento che gli è stato consegnato.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Le forniture militari provenienti dalla Cina raggiungono il Venezuela

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Il Ministro della Difesa e comandante Operativo Strategico della Forze Armata Nazionale Bolivariana, Vladimir Padrino López, ha informato che l’equipaggiamento militare ricevuto eleva del 300% il raggio d’azione della Marina Militare

Nel corso di un incontro con i produttori agricoli del paese, il presidente della Repubblica Nicolás Maduro, grazie al satellite Simón Bolívar ha effettuato un intervento a Puerto Cabello, nello stato Carabobo, dove sono state consegnate le attrezzature militari provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese destinate alla Marina Militare dell’Armata Bolivariana del Venezuela.

«Oggi arriva in Venezuela – ha informato il Presidente – l’equipaggiamento militare per la nostra Marina proveniente dalla Cina. Ė il primo di quattro lotti utili per fortificare a tutti i livelli la protezione della Patria. Sicurezza e sovranità a tutti i livelli».

Dalla base navale di Puerto Cabello, il Ministro del Potere Popolare per la Difesa e Comandante Operativo Strategico della Forza Armata Nazionale Bolivariana, G/J Vladimir Padrino López, ha assicurato che «l’equipaggiamento militare ricevuto eleva del 300% il raggio d’azione della Marina Militare. La Forza Armata è forgiata nei valori della pace. Queste attrezzature militari rafforzano la custodia e la difesa di tutti i settori della sicurezza nazionale».

Il Ministro della Difesa ha spiegato che in questo primo lotto, dei quattro che arriveranno nel paese nei prossimi mesi, vi sono veicoli anfibi, carri armati blindati con potenza di fuoco e alta mobilità, in grado di raggiungere i 100 chilometri all’ora. Veicoli da combattimento dotati di punti per il lancio di missili.

Sono inoltre stati consegnati cinque rimorchi capaci di trasportare i veicoli da combattimento.

Il ministro Padrino López ha sottolineato che la Forza Armata avrà una maggiore capacità d’azione. «Non si tratta solo di acquistare equipaggiamenti, abbiamo talento umano e obiettivi da raggiungere, per essere in conformità con i piani che lei, Presidente, ci chiede di applicare nell’anno 2015».

Infine, il ministro ha spiegato che le alleanze strategiche con i popoli fratelli del mondo, in questo caso con la Repubblica Popolare Cinese, permettono al Venezuela di potenziare e modernizzare la capacità d’azione delle Forze Armate; tutto questo per preservare la pace, per mantenere la pace. «Ci prepariamo alla guerra per preservare la pace. Perché nessuno osi attaccarci sulla nostra terra».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Il G77 più Cina respinge le sanzioni statunitensi contro il Venezuela

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Il presidente della Bolivia, Evo Morales ha spiegato che il testo del G77 più Cina richiede che venga abrogata con urgenza la misura legislativa degli Stati Uniti contro il Venezuela, «perché mina la Carta Democratica delle Nazioni Unite e il diritto internazionale»

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha reso nota la risoluzione emessa dal Gruppo dei 77 più Cina (G77 + Cina) che rigetta le sanzioni imposte dagli Stati Uniti (USA) contro il popolo del Venezuela.

«Riaffermiamo al contempo, la risoluzione adottata in occasione del Vertice dei Capi di Stato del G77 che condanna l’imposizione di leggi e regolamenti con effetto extraterritoriale e altre misure economiche coercitive, incluse le sanzioni unilaterali nei confronti dei paesi in via di sviluppo», ha affermato Morales alla lettura del testo.

Il 9 di dicembre, il Senato degli Stati Uniti ha approvato l’imposizione di nuove sanzioni contro il Venezuela, firmate la scorsa settimana dal presidente Barack Obama.

Il capo di Stato boliviano ha spiegato che il testo del G77 più Cina esige che venga abrogata con urgenza la misura legislativa degli Stati Uniti contro il Venezuela, «perché mina la Carta Democratica delle Nazioni Unite e il diritto internazionale», come evidenziato dall’agenzia ABI.

Morales ha inoltre segnalato che questo nuovo attacco imperialista viola i principi di non intervento negli affari interni, l’uguaglianza dei diritti e l’autodeterminazione dei popoli.

«Il gruppo di G77 più Cina esprime solidarietà e sostegno al governo venezuelano colpito da queste violazioni del diritto internazionale che non contribuiscono in alcun modo al dialogo politico ed economico, oltre all’intesa trai due paesi».

Il presidente boliviano ha spiegato che la risoluzione del blocco esorta la comunità internazionale ad adottare misure urgenti ed efficaci per «eliminare l’uso di misure economiche coercitive unilaterali contro i paesi in via di sviluppo».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Cina: assegnato a Fidel Castro il Premio Confucio per la Pace

8.fidel-castroda Telesur

Il Premio Confucio per la Pace è stato assegnato al leader cubano per la sua dedizione nella risoluzione dei conflitti internazionali.

Il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, è stato insignito in Cina del “premio per la pace” in riconoscimento dei suoi sforzi per la risoluzione delle crisi internazionali.

Il gruppo di intellettuali che ha assegnato il premio afferma che, quando Fidel Castro ha presieduto Cuba, non ha mai fatto ricorso alla forza per la risoluzione di crisi o conflitti. In particolare con gli Stati Uniti.

Liu Zhiqin, uno dei promotori di questo premio, l’alternativa cinese al Nobel, ha dichiarato che Castro ha lavorato senza sosta per incontrare leader e organizzazioni straniere, ed ha inoltre servito la causa dell’eliminazione delle armi nucleari.

Oltre al leader cubano erano stati stati nominati il presidente sudcoreano Park Geun-hye, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), un gruppo regionale asiatico.

Nel 2011, professori e ricercatori componenti la giuria del premio scelsero il leader russo Vladimir Putin per le sue «importanti azioni per preservare la pace nel mondo».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

La Cina in Africa: nuovo colonialismo o necessaria cooperazione?

metrodi Marco Nieli

Al recente meeting dell’AIPF (Africa Infrastructure and Power Forum) tenuto a Beijing, si è discusso dei crescenti investimenti cinesi in Africa, che ammonterebbero, secondo alcuni, a circa 27 miliardi di dollari, di contro ai complessivi 80 di investimenti stranieri (la quota dei paesi BRICS, all’interno di quest’importo totale essendo di circa 67 miliardi). Lo scambio commerciale globale tra la Cina e i suoi partners africani ammonta a poco più di 210 miliardi di dollari su base annua.

Teng Liliang, responsabile per il marketing del China-Africa Development Fund ha dichiarato al forum: “C’è davvero un enorme potenziale nel mercato dell’energia africano. Dopo anni di crescita, le compagnie cinesi possiedono il capitale, la tecnologia e l’esperienza necessaria ad aiutare l’Africa a diminuire il suo gap energetico e sempre più compagnie cinesi si stanno sforzando di realizzarlo”.

Si calcola che l’Africa presenti un deficit infra-strutturale che costa 93 miliardi di dollari all’anno, in termini di sviluppo mancato e che i 48 paesi del continente, con una popolazione di circa 800 milioni di abitanti, producano una media di 60 gW di energia all’anno, all’incirca quanto prodotto dalla Spagna, un paese con 45 milioni di abitanti. Circa 620 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana non usufruiscono di alcuna forma di illuminazione elettrica. Questo, di fronte a una straordinaria ricchezza in petrolio, gas e fonti rinnovabili: l’International Energy Agency stima che il 30% delle nuove scoperte di giacimenti energetici degli ultimi 5 anni sia avvenuto in Africa.

Quello che manca sono evidentemente i capitali e le tecnologie, dato che anche la forza lavoro a prezzi concorrenziali non fa difetto.

Alcuni progetti in infrastruttura o produzione energetica, gestiti attualmente dalle imprese statali o miste cinesi, spesso in collaborazione con entità economiche locali, sono la metropolitana di Addis Abeba, Etiopia, il porto di Mombasa in Kenya, la diga Bui sul fiume Black Volta in Ghana, gli impianti di produzione agro-alimentare in Tanzania, per nominare solo alcuni esempi tra i più strategici. Da notare che la maggior parte di questi progetti sono finanziati, a condizioni estremamente più favorevoli di quelle vessatorie dell’FMI e della World Bank, da istituti di credito cinesi.

La crescente attenzione della Cina per questo sterminato continente di circa 800 milioni di persone (proiezioni per il 2050: 2 miliardi di persone) con una ricchezza straordinaria di terre, risorse minerarie, energetiche e naturali, si spiega facilmente con le domande di un’economia in crescita con tassi del 7% annuo, che ha l’esigenza di esportare verso nuovi mercati i propri prodotti industriali e la propria tecnologia (per esempio, nei campi strategici della produzione energetica e delle infra-strutture), ricevendo in cambio materie prime e, soprattutto, cibo, per sfamare una popolazione di un miliardo e trecento circa di persone. Gli scambi, dunque, si intensificano con profitto reciproco e molti leaders africani vedono nella Cina una valida alternativa agli asfittici rapporti tradizionalmente vigenti con le potenze ex-coloniali europee o con gli USA, i quali hanno dal canto loro, ridotto enormemente la loro dipendenza energetica, almeno dai paesi dell’Africa sub-sahariana.

Molti dei progetti svolti dalle imprese cinesi sul continente africano hanno, poi, l’indiscutibile vantaggio di presentare prezzi immensamente inferiori, talvolta addirittura di due terzi, rispetto a quelli offerti dalle multinazionali occidentali (anche, bisogna dirlo, per l’abbattimento dei costi della mano d’opera, cinese o locale).

La crescente presenza cinese in Africa e l’interscambio economico-commerciale tra Africa e Cina, nonostante siano un fenomeno palesemente in crescita, non sembrano incontrare il giusto interesse da parte dei media main-stream occidentali e, quando se ne parla da noi, lo si fa con il tipico snobbismo degli pseudo-intellettuali post-coloniali e post-moderni, pennivendoli di regime, che parlano dal punto di vista dei paesi del “primo mondo”, inorriditi per il “nuovo colonialismo” rosso proveniente dall’Oriente. La Cina userebbe la penetrazione economica per imporre il proprio modello sociale-politico ai paesi africani, per formare un asse politico in funzione anti USA e anti UE all’interno dell’ONU, per imporre forme rudimentali di baratto economico (materie prime contro investimenti per lo sviluppo) che scalzano le forme tradizionali di negoziazione con le multinazionali europee ed americane. Tra l’altro, spesso, utilizzando metodi poco ortodossi, come la corruzione delle élites locali e la concorrenza sleale verso le compagnie del posto.

Molti di questi argomenti si squalificano da soli, se si pensa che le potenze occidentali ancora oggi mantengono rapporti con i paesi africani basati su di una vasta gamma di sfumature coercitive, che vanno dall’interventismo militare diretto (vedi Libia, Mali o Repubblica Centro-africana), allo strozzinaggio legalizzato di FMI e BM, fino alla corruzione/manipolazione/strumentalizzazione delle oligarchie economico-politiche locali in funzione degli interessi eterodiretti dalle grandi compagnie transnazionali.

Il fatto che gli scambi stabiliti dalle compagnie cinesi siano infinitamente più paritetici di quelli tradizionalmente imposti dall’Occidente, deve necessariamente risultare difficile da digerire per le “illuminate” élites della nostrana classe capitalistica transnazionale, che, attraverso le tentacolari proiezioni della Trilateral, sono abituate a rappresentare il continente africano come il cortile di casa ricco di materie prime e di forza-lavoro, una sorta di appendice neo-coloniale dei nuovi centri di potere metropolitano, da depredare a proprio comodo e senza troppi scrupoli, allo scopo di mantenere il proprio esorbitante livello di consumo delle risorse planetarie.

Jon Marks, presidente del Cross-border Information, al Forum di Pechino ha chiaramente documentato come “la Cina ha il notevole merito di portare tanta gente fuori dalla povertà, istallando l’elettricità in villaggi isolati ed ideando quelle soluzioni condivise, che ormai costituiscono un’esperienza che parecchi paesi africani vorrebbero replicare”.

Il tema della riduzione della povertà, dell’industrializzazione favorita dall’importazione di know-how e tecnologie da un paese amico e cooperante (secondo l’asse privilegiato sud-sud) è stato anche al centro della recente Africa-China Poverty Reduction and Development Conference , tenutasi alla sede dell’African Union in Addis Abeba. La prospettiva di un’industrializzazione che passi per l’inclusione sociale ha costituito il leit-motiv degli interventi del Congresso, tenutosi negli edifici dell’AU, guarda caso finanziati, costruiti e “regalati” simbolicamente all’organizzazione panafricana dalla Repubblica Popolare della Cina.

Il Presidente dell’Etiopia, Mulatu Teshome, ha dichiarato in quest’occasione “quasi impensabile realizzare il sogno africano di diventare un continente industrializzato, unito e prospero per il 2063 solo attraverso la produzione africana di tecnologia propria.” Il modello cinese, che da paese colonizzato, feudale e arretrato è riuscito a fare degli enormi balzi in avanti in quanto a industrializzazione coniugata allo sviluppo sociale, può costituire un valido punto di riferimento per i paesi africani, a vario titolo alle prese con problemi di sotto-sviluppo derivante da storie di colonizzazione diretta o indiretta e/o di superamento di modelli feudali endemici (come l’Etiopia).

Un’ultima notazione aneddotica, a margine del ragionamento fin qui svolto. A un recente meeting organizzato dal Venezuela ad Addis Abeba, mi trovavo a parlare, con un ingegnere cubano impegnato nella costruzione in loco di una fabbrica di fertilizzanti, della crescente presenza economica della Cina nel continente africano. L’ingegnere si lamentava del fatto che in Occidente si trattava con snobismo questa presunta “penetrazione” neo-coloniale, trascurando o lasciando in ombra il ruolo delle transnazionali coreane, giapponesi e di altri paesi capitalistici dell’estremo oriente. C’entra forse qualcosa, si chiedeva l’ingegnere, il fatto che la Cina si dichiari ancora una Repubblica Popolare, ispirata, almeno formalmente, ma anche in molti aspetti sostanziali, agli ideali di Marx, Lenin e Mao Tse-tung? Il quesito, ovviamente, si risponde da sé.

Del resto, i numerosi milioni di Africani che si avvantaggiano oggi della cooperazione orizzontale con la Cina non sono mai nemmeno arrivati a porsi il problema: l’importante è avere la luce elettrica nel villaggio e ai costi più contenuti possibili, per non cadere nella spirale del debito estero e della dipendenza economica dai poteri forti di sempre.

La Cina supera gli USA, ma “l’opposizione democratica” puzza di separatismo

occupy H.K.di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania

A partire dal 26 settembre, Admiralty, il quartiere centrale di Hong Kong, ha cominciato a essere teatro di grandi manifestazioni di studenti universitari, opportunamente organizzate da Occupy Central, il cui leader, Eddie Chung, non ha mai nascosto i propri sentimenti anti-cinesi e il sostegno finanziario di molte Ongs statunitensi e britanniche. Non è stato a caso che, il giorno 27 settembre, subito dopo le prime manifestazioni, il porta-voce del Ministero degli Affari Esteri della Cina, Hua Chunying, mostrando che il governo cinese era vigilante, ha dato un avviso agli Stati Uniti e ai paesi dell’Unione Europea, dichiarando: “… Speriamo che i paesi importanti sappiano frenare le dichiarazioni, contenere le azioni e così non interferire nelle questioni interne di Hong Kong e, pertanto, non dare sostegno all’Occupy Central o appoggiare qualsiasi tipo di attività illegali…”.

Nonostante la riflessione della diplomazia cinese, il messaggio era diretto, in particolare, alla Casa Bianca, il cui porta-voce, Josh Earnest, subito dopo la prima manifestazione del 26 settembre, aveva dichiarato “… Gli Stati Uniti seguono da vicino la situazione di Hong Kong e sostengono le aspirazioni della popolazione...”.

Affermazioni che confermavano il contenuto dei rapporti che i servizi di intelligence cinese hanno presentato al primo ministro, secondo i quali, dal 2012, i funzionari della Freedom House e soprattutto del NED (National Endowment for Democracy) hanno svolto un’intensa attività in quasi tutte le facoltà della University of Hong Kong, con il titolo (o maschera) di “ricercatori associati”, per orientare le dirigenze studentesche anti-cinesi con l’obiettivo di promuovere nuove forme di opposizione, senza cadere nel tradizionale anti-comunismo del presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou.

Infatti, il 27 marzo 2013, il padre Chu Yiu-ming e i professori Benny Tai Yiu-ting e Chan Kin-man  hanno convocato, nell’Università di Hong Kong, una conferenza stampa per presentare il manifesto dell’OCLP (Occupy Central with Love and Peace), con il quale si lanciava un vago messaggio di opposisione democratica, che pretendeva emulare l’OWS di New York, mondialmente conosciuto come Occupy Wall Street.

L’iniziativa dei leaders dell’OCLP non sarebbe mai riuscita a uscire dai saloni accademici dall’elitista “University of Hong Kong” senza l’appoggio del miliardario Jimmy Lai, che, dal 1997, agita e finanzia tutti i movimenti, i gruppi di opinione, gli intellettuali, i giornali, i bloggers, infine, tutti i mezzi che, direttamente o indirettamente, fanno opposizione all’accordo del 1997, che ha restituito la colonia britannica alla Repubblica Popolare della Cina.

È stato con il supporto logistico, finanziario e mediatico del conglomerato di Jimmy Lai che l’OCLP ha perduto il Love and Peace per rimanere con lo slogan diretto “Occupy Central”, il cui principale obiettivo era provocare uno choc politico con il governo locale e, conseguentemente, affrontare la repressione della polizia. Uno scenario che potrebbe rimettere in discussione, a livello internazionale, la gestione pro-cinese del territorio di Hong Kong, e non soltanto la destituzione di Leung Chun-ying, governatore della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong.

Un programma che ricorda le provocazioni della destra ucraina a Maidan Nezalejnosti (Piazza dell’Indipendenza) di Kiev, dove le manifestazioni non sono mai state spontanee, bensì scientificamente organizzate, dirette e monitorate per provocare una crisi politica istituzionale.

Forse, l’esperienza di Piazza Maidan e delle cosidette primavere arabe ha motivato il governo di Pechino e lo stesso governatore di Hong Kong a non cadere nella trappola della repressione, lasciando che le contraddizioni politiche e sociali di Occupy Central venissero a galla subito dopo la prima settimana di manifestazioni e blocchi delle strade della città.

La classe lavoratrice contro Occupy Hong Kong

Il professore di Diritto e leader di Occupy Central, Benny Tai Yiu-ting, ha creduto ciecamente ai suoi consiglieri statunitensi del NED, secondo i quali la pretesa occupazione dei palazzi del governo, nel centralissimo quartiere di Admiralty, doveva muoversi in direzione del quartiere commerciale Cause Way Bay e, poi, seguire verso il quartiere popolare di Mong Kak nella penisola di Kowlaon, con l’obiettivo di paralizzare il porto e, pertanto, mobilizzare le proteste della working class della regione portuaria. Per questo, Eddie Chung, braccio destro di Benny Tai Yiu-ting, ha annunciato il giorno 1 ottobre che Occupy Central si trasformava in Occupy Hong Kong, con l’obiettivo di rovesciare il governatore Leung Chun-ying e finirla con le imposizioni dei comunisti cinesi, chiedendo congiuntamente elezioni libere, per proclamare la fine del “giogo cinese”.

È stato in questo preciso momento che tutti i media occidentali hanno inventato la “rivoluzione degli ombrelli”, volendo creare un’equazione con le cosiddette rivoluzioni anti-russe del passato: “l’arancione” in Ucraina e quella “delle rose” in Georgia.

Tuttavia, la perfetta organizzazione logistica dello staff del miliardario Jimmy Lai – che ha messo in campo centinaia di bus, per mettere in movimento gli studenti delle facoltà verso i quartieri della penisola di Kowlaon – oltre a innumerevoli posti di rifornimento – in modo da dare ai manifestanti acqua minerale, frutta, sandwiches, maschere antiche, magliette, cellulari, pamphlets, fasce, outdoors etc. – non è riuscita a conquistare le menti e i cuori dei lavoratori, in maggioranza emigranti cinesi, funzionari pubblici e commercianti, che non potevano arrivare ai propri luoghi di lavoro.

Anche il sottoproletariato dei quartieri portuari si è sentito danneggiato, visto che le strade sono rimaste piene di poliziotti, e questo, in pratica, danneggiava l’operatività dell’economia illegale (prostituzione, vendita di droghe e contrabbando). Conseguentemente, quando i lavoratori e i commercianti hanno cominciato a costringere gli studenti a rompere i blocchi delle strade nel quartiere commerciale di Cause Way Bay, nel quartiere popolare di Mong Kak i sotto-proletari hanno cominciato a dare addosso agli studenti, che si sono dovuti ritirare da questi quartieri, anche perché il promesso appoggio popolare garantito dagli uomini dello staff del miliardario Jimmy Lai non ha avuto luogo.

È chiaro che la reazione violenta dei lavoratori e dei commercianti ha poco a vedere con la bandiera rossa del Partito Comunista Cinese. Il motivo principale del “No” dei lavoratori è che: 1º) la grande maggioranza di questi sono immigranti cinesi che non hanno figli nelle facoltà elitiste di Hong Kong; 2º) loro, in funzione dell’altissimo costo della vita ad Hong Kong, non potevano permettersi un “buco di 7 giorni nel salario”.

D’altro canto, tutto il mondo sa che Hong Kong e l’ex-colonia portoghese di Macao sono territori denominati Regioni Amministrative Speciali, dove, in funzione della logica degli accordi del 1997, “un paese e due sistemi”, rimangono gran parte delle contraddizioni dell’epoca coloniale, mentre la sovranità è ancora limitata. Un contesto che ha reso impossibile qualsiasi tipo di solidarietà da parte degli immigranti cinesi, dal momento che, ad Hong Kong, tutti i privilegi continuano nelle mani degli strati sociali e dei clan che hanno sempre appoggiato il modello coloniale dell’“Union Jack” britannica.

 

ombrelliPerché Occupy Hong Kong? 

A gennaio di quest’anno, tutti gli indicatori economici e finanziari confermavano che la Cina aveva superato gli USA, trasformandosi nella prima potenza commerciale del mondo, con una crescita del 7,6% nella sua bilancia commerciale, movimentando 4.160 miliardi di dollari, dei quali 2.210 con le esportazioni. Da parte loro, gli USA rimanevano indietro, con un “trend” commerciale di 3.560 miliardi di dollari, dei quali 368,4 di importazioni dalla Cina.

A marzo, le principali banche commerciali e di investimento della Cina moltiplicavano le loro operazioni negli USA, proseguendo nell’acquisto di titoli del debito pubblico, come anche di una gran parte dei prodotti finanziari di Wall Street. Per questo, nei media esplodeva la felicità degli operatori di Wall Street, che finalmente addentavano denaro fresco. Anche così, i principali analisti politici degli USA giudicavano rischioso lasciare che la Cina, in seguito alle decisioni della terza plenaria del politburo del PCC (novembre 2013), comprasse gran parte delle azioni delle imprese statunitensi, dal momento che il nuovo governo cinese era deciso a rompere con la “politica di Deng”, cercando nuove direzioni di ambito strategico. Per esempio, a maggio, il nuovo presidente Xi Jinping aveva rivitalizzato le relazioni con la Russia, firmando trattati di cooperazione militare e di sicurezza, oltre a fissare in 30 anni il termine degli accordi energetici per la fornitura del gas e del petrolio che la Russia estrae in Siberia.

Poi, a luglio, Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin hanno promosso il sesto “Vertice di Fortaleza” dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Africa del Sud), dove è stata stabilita la creazione di una banca e di un fondo anti-crisi, la cui sede sarà nella città cinese di Xangai.

Un contesto che dimostra chiaramente la fine degli effetti della politica di contenimento della Cina da parte degli Stati Uniti, che devono anche tenere conto di cinque questioni importantissime in ambito geo-strategico:

1)  Il potenziale dell’industria militare cinese non può essere più sottovalutato, soprattutto adesso che le relazioni con la Russia cominciano a progredire in quasi tutti i settori, incluso quello militare;

2)  Il fatto che la Cina è la principale potenza commerciale del mondo ha cominciato a modificare il pensiero politico di molti governanti del continente asiatico. Tanto che Barak Obama non è riuscito a ottenere la firma del Giappone, della Malesia, dell’Indonesia, della Thailandia e della stessa Corea del Sud per il trattato commerciale “Trans Pacific Partnership” (TPP), che è stato accettato solamente dai governi del Brunei, del Cile, di Singapore e della Nuova Zelanda.

3)  La fornitura da parte della Russia di 38 miliardi di metri cubi di gas durante trenta anni e di 100 milioni di tonnellate di petrolio nei prossimi dieci anni determinerà la movimentazione di 100 miliardi di dollari nel 2015 e di 200 nel 2020. Transazioni che abbandoneranno l’uso del dollaro, visto che nell’agosto di quest’anno le borse di Mosca e di Xangai hanno cominciato ad attivare direttamente il cambio del rublo (moneta russa) con il renminbi (moneta cinese).

4)  Le riforme invocate nel terzo plenario del politburo del PCC aspirano a “smantellare il modello dell’Era Deng” non solo nell’ambito commerciale, articolando una “crescita sostenuta”, ma anche nel contesto sociale, ampliando la guerra alla corruzione a tutti i livelli, oltre a rafforzare la nascente classe media. Il che significa dimenticare le accelerazioni economiche rischiose, abbandonare la pratica delle speculazioni immobiliari, per regolamentare la politica fiscale. In realtà, la Cina dovrà realizzare una serie di piccole modifiche, che dovranno determinare grandi cambiamenti nell’economia e nel sociale, evidentemente, per non creare gli stessi disastri economici che hanno massacrato i paesi europei nel 2006 e nel 2008.

5) Lo smantellamento della “Era Deng”, in termini geo-strategici, significa rompere con un forzato pragmatismo, per rinforzare lo spirito nazionalista cinese. In pratica, tutti i tentativi della Casa Bianca di imporre una soluzione ai conflitti territoriali che la Cina ancora ha con il Giappone, la Corea del Sud e il Vietnam sono praticamente falliti.

Di fronte a questo scenario, le eccellenze della Casa Bianca hanno permesso che il Congresso continuasse a finanziare i progetti della NED (The National Endowment for Democracya Hong Kong, soltanto per provocare il gigante cinese. Diciamo che è stata un’operazione di politica sovversiva promozionale, per capire in che forma il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro Li Keqian avrebbero reagito nel sapere che il movimento di opposizione democratica è un’invenzione del National Endowment for Democracy – che, come tutti sappiamo, è un’antisala della CIA. Una specie di laboratorio intellettuale per impiantare e creare le condizioni politiche affinché, in seguito, la CIA possa organizzare la sovversione istituzionale.

Il dramma di tutto ciò è che Occupy Central with Love and Peace, dopo Occupy Central e infine Occupy Hong Kong, in realtà sono serviti a manipolare il pensiero di migliaia e migliaia di giovani studenti universitari di Hong Kong che, dopo la sconfitta di questi giorni, devono sviluppare un rancore verso la Cina sempre più profondo. Un rancore e forse un odio che potrà esplodere nel 2017, quando la Cina, in funzione degli accordi del 1997, potrà esercitare la sua completa sovranità. Sentimenti che, certamente, saranno molto ben coltivati e giustificati dai funzionari della NED e di molte altre Ongs, per estendere a Hong Kong i tentacoli del separatismo.

 

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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