Ecuador: un Ottobre che è stato un Febbraio

Risultati immagini per protestas en ecuador 2019di Atilio Boron

Conclusa la presunta trattativa tra la leadership del CONAIE e Lenin Moreno, il 14 ottobre, è stata decretata la sconfitta della rivolta popolare. La mobilitazione era iniziata, secondo un TWEET ufficiale del CONAIE, per porre fine “alle politiche economiche di morte e miseria generate dall’FMI e alle politiche estrattivistiche che interessano i nostri territori”. Nella più che completa e dettagliata “Dichiarazione dell’agenda per la lotta delle organizzazioni dei popoli indigeni e amazzonici, delle nazionalità e delle comunità, a sostegno della mobilitazione nazionale e dell’esercizio della nostra autodeterminazione”, approvata a Puyo (Pastaza), il 7 ottobre 2019, risaltavano, tra i contenuti più importanti, il rifiuto di “misure economiche, chiamate “pacchetto”, e si aggiungeva: “chiediamo la piena inversione della lettera d’intenti firmata con il Fondo Monetario Internazionale, il cui contenuto non è stato reso pubblico, in violazione dell’obbligo di trasparenza delle azioni dell’esecutivo; nonché l’abolizione dei tentativi di privatizzare le imprese pubbliche segrete sotto il termine di “concessioni””.

L’Agenda e altre dichiarazioni del CONAIE hanno anche denunciato “gli enormi benefici che la borghesia continua a ricevere attraverso molteplici politiche di rilancio dell’economia” e affermando che era giunto “il tempo dell’azione per realizzare le rivendicazioni popolari e impedire che il bulldozer delle riforme passasse sull’economia delle famiglie povere”. Ciò si è tradotto, secondo i leader del movimento, in misure oltraggiose a favore delle banche e delle grandi società, che sono state esentate dal pagamento di 4,295 milioni di euro di tasse e nella “colonizzazione” da parte dei loro rappresentanti dei principali servizi civili, nonché nella deregolamentazione e nella precarizzazione implicita nelle richieste del “pacchetto” dell’FMI.

Va ricordato che le misure annunciate da Moreno il 1° ottobre prevedevano che i lavoratori delle imprese pubbliche “dovessero contribuire ogni mese coi loro salari” e che, al fine di “ridurre la massa salariale, i contratti occasionali sarebbero stati rinnovati col 20% in meno di retribuzione, come anche il tempo della loro vacanza sarebbe stato ridotto da 30 a 15 giorni. A ciò si è aggiunto l’enorme aumento del prezzo dei carburanti, causato dall’eliminazione delle sovvenzioni stabilite quarant’anni fa, che renderebbero quasi tutti i beni di consumo popolari più costosi e genererebbero un netto taglio dei redditi della popolazione. È sorprendente che quest’articolata agenda sia stata completamente esclusa dalla discussione tra la leadership dei popoli originari e il presidente ecuadoriano.

Il trionfalismo di alcuni protagonisti e osservatori del conflitto nel parlare del “negoziato” che ha posto fine alla rivolta non è quindi comprensibile. Fatta eccezione per la questione del prezzo della benzina – certamente importante – tutto il resto rimane intatto, come se l’enorme mobilitazione popolare contro le imposizioni dell’FMI non ci fosse mai stata. Le questioni che hanno reso sorprendente il “pacchetto” sono state lasciate fuori dalla discussione, così come la denuncia, precedentemente espressa dalla leadership indigena, di invertire “in maniera inconsulta” la lettera di intenti firmata con il FMI. Non solo questo: è stato anche sepolto nell’oblio, almeno per ora, il fatto che Moreno era venuto al governo con il programma della Rivoluzione Cittadina dell’ex presidente Rafael Correa, che prevedeva di continuare ad attuare le misure di tipo post-neoliberali, le quali erano state ferocemente combattute dalle élite economiche dell’Ecuador e con un’agenda che ha riposizionato quel paese in linea con i governi progressisti della regione, lottando per emanciparsi dalla pesante protezione, che Washington aveva tradizionalmente esercitato sulle nazioni situate in quello che, in maniera davvero rispettosa per i nostri popoli, era chiamato il “cortile posteriore” degli Stati Uniti d’America.

Attraverso una spettacolare giravolta politica, Moreno ha tradito tale mandato con una velocità e radicalità inusitate, al tempo stesso che ha convertito Rafael Correa – che, fino al giorno dell’insediamento non si era stancato di dire, era stato una delle più significative figure dell’Ecuador, secondo solo a Eloy Alfaro – in un personaggio nefasto, responsabile delle più grandi disgrazie mai subite dall’Ecuador e da perseguitare – tuttora lo perseguita – con accanimento patologico e senza tregua.

Moreno non solo ha invertito la strada di Correa, ma lo ha fatto sottomettendosi da vile ai mandati di Washington: ha lasciato l’ALBA; ha consegnato una base militare nelle Galapagos (uno degli ultimi rifugi incontaminati dell’umanità); ha sfrattato le autorità e i funzionari dell’UNASUR dall’edificio costruito alla periferia di Quito, proprio sulla linea equatoriale; e si è inginocchiato davanti a Donald Trump, per soddisfare con ignominia ineguagliabile (in un continente pieno di lacchè dell’impero) i minimi capricci dell’imperatore. Per cominciare, ha cercato di distruggere Unasur e promuovere il nefasto Gruppo di Lima, per attaccare la rivoluzione bolivariana.

In breve, l’Ecuador è passato dall’autodeterminazione nazionale conquistata dal governo Correa a un “alleato-vassallo”, o meglio: uno stato-servo, che obbedisce semplicemente agli ordini emanati da Washington e alle oligarchie corrotte dominanti in Ecuador. Nulla, assolutamente nulla di tutto questo, è emerso nelle “negoziazioni”, che la leadership del CONAIE ha intrapreso con Moreno e che hanno posto fine al conflitto. Né in questa peculiare “negoziazione” vi è stata una condanna della brutalità della polizia e della repressione militare, delle uccisioni (almeno dieci), delle quasi 100 scomparsi, delle centinaia di ferimenti e delle migliaia di arresti e nulla si è detto della richiesta di dimissioni degli ultra-reazionari ministri dell’interno e della difesa e delle violazioni dei diritti umani. Tutta la confusione che ha scosso l’Ecuador era solo per il prezzo della benzina? E il “pacchetto” dell’FMI? A quanto pare, la montagna partorito il topolino.

Ci sia consentito di offrire qualche congettura, per cercare di svelare ciò che è successo e le sue ragioni.

In primo luogo, ciò che ha caratterizzato questa rivolta è stata la sua tremenda debolezza ideologica e politica, che si poteva difficilmente occultare sotto la sua mobilitazione di massa. Eppure, mancava una direzione politica, motivata da un genuino desiderio di cambiamento e di opposizione al regime al potere. Infatti, considerate le cose con il vantaggio del senno del poi, si potrebbe dire, con una certa esagerazione, che si è trattato di una disputa all’interno del progetto morenista e niente di più, e che lo spontaneismo della protesta innescata dal decreto del 1 ottobre è stato interpretato favorevolmente dai leader, per niente interessati a un’elevazione di consapevolezza delle masse insorgenti. Il resto sono stati fronzoli retorici aventi lo scopo di confondere le masse, più che chiarire la loro consapevolezza e il significato della loro lotta.

In secondo luogo, il tradimento di Moreno trova il riflesso in quello di alcuni dei più noti leader CONAIE, in particolare Jaime Vargas, che ha gettato fuori bordo i propri morti e dispersi, per ottenere in cambio la promessa – sia bene inteso, “la promessa” – di un nuovo decreto, che solo un illuso o un complice perverso può credere possa significare invertire la rotta della totale sottomissione all’FMI. Possiamo aspettarci una discussione approfondita all’interno del CONAIE, perché ci sono segnali che una parte della direzione, e non pochi alla base, non sono d’accordo con quanto pattuito con il regime morenista. Non solo con ciò su cui si è accordato Vargas, ma anche con il ruolo svolto da Salvador Quishpe, ex prefetto di Morona e feroce nemico di Correa, la cui animosità nei suoi confronti lo ha portato a entrare oscenamente in combutta con Moreno. Non è avventato prevedere che questo conflitto latente esploderà presto.

In terzo luogo, il presidente si è mosso astutamente, ben consigliato da Enrique Ayala Mora, presidente del Partito Socialista dell’Ecuador e da alcuni altri mercenari della politica ecuadoregna (uniti dal rancore malato che hanno verso l’ex-presidente Correa) come Pablo Celi, Juan Sebastiàn Roldàn e Gustavo Larrea, visitatori regolari e correveidiles dell'”ambasciata” (per non definirli “agenti segreti”), che gli indicavano come doveva negoziare con gli indigeni: promesse, gesti simpatici, foto, un montaggio televisivo, esaltazione della falsa unità del tipo “siamo tutti ecuadoregni”, una fraternità da operetta, messa in scena dal più grande camaleonte della politica latino-americana, Lenín Moreno, per far sì che i ribelli ritornino alle loro comunità, lasciando il campo liberato, in modo che il governo procedesse senza intoppi con il suo progetto.

In quarto luogo, il successo della strategia del governo è stato anche causato da un fatto tanto vero quanto deplorevole: la profonda penetrazione delle idee dell’”anti-politica” nella società civile dell’Ecuador, che concepisce i partiti come inguaribili nidi di corruzione, da qui l’attacco virulento e prolungato al correismo e a tutto ciò che gli assomiglia, la complicità della magistratura nel convalidare la violazione sistematica dello Stato di diritto durante il mandato di Moreno e il ruolo manipolativo dell’oligarchia mediatica, che non ha mai cessato di informare male e disinformare durante tutto il conflitto.

In quinto luogo, sebbene l’insurrezione indigena fosse sostenuta da ampie sezioni della popolazione, queste erano solo un coro che accompagnava passivamente le iniziative della leadership CONAIE. Non si può interpretare in maniera diversa il fatto anomalo che solo la leadership di tale organizzazione (molto influenzata, è noto, da alcune ONG, che agiscono in Ecuador e che sono i tentacoli invisibili dell’impero e anche di alcune agenzie federali del governo degli Stati Uniti) si è seduta al tavolo dei negoziati.

E gli altri settori del campo popolare? Nulla. Improvvisamente, tutti gli altri suoi componenti sono scomparsi e tutto quella materia solida “si è dissolta nell’aria”, senza lasciare tracce di sé nel conflitto. L’indebolimento dei partiti e dei sindacati ha reso le cose più facili per il governo e per la leadership conservatrice del CONAIE. È vergognoso e stravagante che il principale obiettivo dell’attacco di questa sarebbe risultato Rafael Correa e non il boia, che stava massacrando i suoi sostenitori per le strade di Quito.

Ciò rivela la profondità del conflitto tra l’ex-presidente e quell’organizzazione che, in questo frangente, ha servito a impedire al correismo, così come ad altre forze politiche e sociali, di convergere sulla guida della rivolta. Inoltre, il governo ha arrestato alcuni dei più importanti leader del correismo, a partire da niente meno che la prefetta di Pichincha, Paola Pabàn, senza la minima protesta da parte della leadership della CONAIE di fronte a una tale ingiustizia.

Per concludere: lungi dall’aver trionfato, ciò che è realmente accaduto è stata la consumazione di una sconfitta dell’insurrezione popolare, il cui enorme sacrificio è stato offerto senza nulla di concreto in cambio e, per giunta, a un falso tavolo negoziale. Una leadership indigena ingenua o corrotta perché, parafrasando ciò che il Che diceva a proposito dell’imperialismo, “a Moreno non si può credere nemmeno un pochino, niente!”. E questa leadership ha creduto al “capo” di un regime francamente dittatoriale e corrotto fino alle viscere. Ha creduto a un personaggio come Moreno, un traditore seriale che, se avesse tradito le sue promesse cento volte, le tradirebbe ancora un’altra volta, senza scrupoli e ridendo dei negoziatori indigeni! Naturalmente, il presidente è risultato anche indebolito dal conflitto: è dovuto fuggire da Quito e impostare una negoziazione, fraudolenta ma attraente e persuasiva, di fronte alle telecamere. Il FMI lo rimprovererà per il suo atteggiamento e tornerà all’accusa, costringendolo a mantenere ciò che ha accettato, nonostante le promesse al CONAIE.

Non ci vorrà molto, prima che le masse popolari dell’Ecuador, non solo i popoli originari ma anche gli strati poveri della città e della campagna, i settori medi impoveriti e depotenziati, in breve, la maggior parte della popolazione dell’Ecuador si renda conto della grande truffa perpetrata da Moreno e dai suoi torvi consiglieri con l’imperdonabile complicità della leadership CONAIE e decida di scendere di nuovo in piazza. È una tradizione del popolo ecuadoregno degna di nota, quella di aver rovesciato diversi presidenti reazionari. E se questa volta, quando ha fatto uno sforzo incredibile, le cose sono andate male, è probabile che nella sua rinascita sicura i risultati saranno molto diversi.

Tracciando un parallelo con la storia della rivoluzione russa, quello che abbiamo visto in Ecuador sembrava essere un ottobre e si è rivelato un febbraio. Ecco perché il “Kerenski” ecuatoriano rimane ancora al potere, come il russo è rimasto al potere fino a quando è giunto il suo ottobre. Prima o poi, anche per l’ecuadoregno arriverà il suo ottobre e, se le masse popolari hanno imparato qualcosa da questa lezione, in futuro non si sbaglieranno. Quando si ribelleranno contro la loro opportunista leadership, metteranno fine a un regime servile, immorale e retrogrado come pochi nella storia della Nostra America.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La sconfitta di Macri e lo spettro della crisi generale del capitalismo

di Marco Nieli

Diceva Albert Einstein che se si vogliono cambiare i risultati delle proprie azioni, bisogna cambiare le proprie azioni. Non pare abbia seguito questo criterio di elementare logica dialettica la maggioranza degli elettori argentini che, nell’ormai lontano dicembre 2015 decise di ritornare al modello neo-liberista – questa volta impersonato dall’ex-governatore della provincia di Buenos Aires Mauricio Macri, ingegnere civile e imprenditore, appartenente all’élite porteña e fondatore delle coalizioni di destra PRO e Cambiemos – che aveva già portato il paese al default economico nell’anno 2001.

In questi 4 ultimi anni alla guida del paese, Macri e la sua “scuola” politica hanno avuto la costanza (qualcuno potrebbe dire la “faccia tosta”) di riesumare e applicare in maniera dogmaticamente sconcertante le ricette tradizionali del neo-liberismo dell’epoca di Menem ed epigoni (anni ’90), come se, nel  frattempo, nel paese e nel mondo “reale” non fosse successo nulla.  Uno dei capisaldi di questa politica di riconquista della “credibilità internazionale” del paese  è consistita  nella ripresa dei pagamenti integrali all’FMI e ai cosiddetti fondi-avvoltoio (fundos-buitre), dopo la parentesi del canje de deuda (rinegoziazione del debito) e della strenua resistenza contro le aggressioni dei rapaci speculatori della “comunità internazionale”, intrapresa dai coniugi Kirchner, alternatisi alla Presidenza dal 2003 al 2015. Con l’F.M.I. l’Argentina di Macri ha stipulato, tra l’altro, un nuovo patto-capestro per la cifra non del tutto irrisoria di 57 miliardi di dollari, uno dei prestiti più elevati concessi dall’organismo di strozzinaggio internazionale a un paese (ri)-“emergente” o del sud del mondo. I fenomeni corollari della fuga di capitali e dell’aumento esponenziale degli interessi sul debito, che hanno sottratto linfa vitale a un tessuto economico-industriale appena in fase di rivitalizzazione, sono stati solo in minima parte compensati da discutibili ripetute misure di blanqueo de dinero (lavaggio di capitali), per un totale di circa 100 milioni di dollari.

Come risultato di questo approccio di accondiscendenza estrema verso le richieste della “comunità internazionale” (leggi: dell’imperialismo U.S.A.-U.E.), simbolicamente riappacificata col mondo (vedi:  il G20 della cumbre tenuta a Buenos Aires nel 2018), l’Argentina di Macri si è tornata ad avvolgere nella spirale dell’austerity, ormai ampiamente sconfessata da gran parte dei governi dell’area U.E., con le ben note conseguenze disastrose già sperimentate alle nostre latitudini, a partire dalla crisi del 2008: un debito estero in salita vertiginosa ed esponenziale (107.525 milioni di dollari nel 2018), un aumento sensibile della disoccupazione e della sotto-occupazione (tra il 12,8 di Rosario e Mar del Plata e il 4 circa del Nord-est e altre zone della “periferia”, dove, però, è più radicata la pratica dell’economia informale), un’ascesa costante dell’inflazione reale, che ormai galoppa verso il 40% (con la corrispondente svalutazione del peso, arrivato sul mercato parallelo a un rapporto col dollaro a doppia cifra) e, ovviamente, un ritorno della povertà e dell’esclusione sociale agli indici dell’epoca della dittatura, vale a dire circa il 35% della popolazione (su circa 40 milioni di abitanti).

Con i risultati delle recenti elezioni primarie (PASO) per i candidati alle presidenziali (del prossimo 27 ottobre), che hanno assegnato a Macri il 33,27% e il 48,86% al Frente de Todos capeggiato da Alberto Fernández come candidato a Presidente e da Cristina Kirchner come vice e il conseguente crollo dell’indice della Borsa di Buenos Aires (il Merval) di 30 punti, con subitanea ascesa del dollaro a circa 56 pesos, si apre una nuova inquietante pagina nelle fluttuazioni dell’economia argentina, che rischia una nuova drastica regressione. Non si sa ancora se questa assumerà i termini della recessione seguita dalla stagnazione o un brusco collasso come quello del 2001, ma sicuramente il trionfalismo della prima ora ha subito un brusco ridimensionamento alla prova dei fatti. Al di là di tutte le congiunture e i fallimenti di circostanza, quello che torna ad agitarsi anche alle latitudini australi è lo spettro di una crisi strutturale e definitiva del sistema del capitalismo globalizzato nella sua fase imperialistica e finanziarizzata.  

In effetti, il caso dell’Argentina di Macri riveste senza dubbio un interesse emblematico, almeno nell’ambito del contesto latino-americano, perché, a suo tempo, fece parlare di una “svolta a destra” del continente, in netta controtendenza rispetto alle politiche d’integrazione d’area, promosse dal genio politico del Comandante Supremo Hugo Chávez Frias, e prontamente condivise da Nestor e Cristina Kirchner in Argentina e dai Presidenti Lula e Rousseff in Brasile. Le stesse che, sulla base di una piattaforma politica ed economica paritetica, basata sui progetti dell’ALBA e della CELAC, configuravano una vera apertura “orizzontale” al mondo del multipolarismo emergente (i paesi del blocco BRICS, tra cui le potenze russa e cinese) e al gruppo dei paesi non allineati e, in termini di cooperazione equitativa, ai paesi in via di sviluppo dell’Africa e, in generale, del sud del mondo. Nel rigetto condiviso delle politiche di integrazione libero-scambista, cavallo di battaglia dell’imperialismo a matrice U.S.A.-Canada, che già avevano messo in ginocchio l’emergente economia  messicana (chi si ricorda dell’AL-CA…RAJO decretato alla proposta di Bush figlio proprio a Mar del Plata neel 2005 dal Comandante della Repubblica Bolviariana, insieme ai coniugi Kirchner e a Lula?).

Il macrismo si è, in effetti, decisamente orientato, in campo di interscambio economico come anche di proiezione geopolitica, verso l’asse nord-sud, recuperando una stretta relazione con gli U.S.A. e l’U.E. (ha iniziato le trattative per un’area di libero scambio con l’Europa, a tutto detrimento del Mercosur, dal quale ha tra l’altro cercato di far espellere il Venezuela di Maduro) e con l’area di libero commercio del Pacifico (U.S.A., Giappone, Cile, Peru; l’Argentina di Macri è stata anche una delle maggiori promotrici del gruppo di Lima, ancora una volta in funzione anti-Maduro). Ha ridimensionato enormemente lo scambio economico con la Cina di Xi Jinping e con la Russia, preferendo ritornare a indebitarsi con il F.M.I., nonostante le disastrose esperienze del passato.

Alla luce della recente sconfitta del macrismo alle primarie presidenziali in Argentina, tuttavia, sembrano più adeguate le linee interpretative di un Néstor Francia, che parla di vittorie “circostanziali”, legate al momento più che all’epoca, dal momento che l’inizio del XXI secolo ha segnato l’avanzamento continentale di politiche e governi “progressisti”, se non apertamente rivoluzionari e che la politica di piazza è sempre rimasta, anche nell’Argentina e nel Brasile “svoltate” a destra, in mano ai movimenti di resistenza ed opposizione sociale, sindacale e politica. Anche politologi di chiara fama internazionale, come Atilio Borón, ci hanno messo in guardia contro le facili interpretazioni trionfaliste dei media, generalmente inclini in questi paesi ad avallare una narrazione dei fatti più in linea con le tradizionali concentrazioni di potere, risalenti spesso all’epoca delle dittature (si pensi ai grandi gruppi monopolistici Clarín in Argentina e al gruppo Globo in Brasile, in larga misura corresponsabili dei suddetti cambi di regime), magari ammantate in salsa post-ideologica e stile “post-verità”. Il che non significa che regimi parzialmente o populisticamente “cesaristi di destra” (come anche quello di Jair Bolsonaro in Brasile), per usare una categoria gramsciana ripresa anche da Borón, non possano causare lacrime e sangue con le loro misure anti-popolari, per quanto passeggeri.

La crescente resistenza/opposizione sociale, sindacale e politica nel paese reale a quest’ostinata reiterazione di schemi, che ormai si pensava potessero essere considerati sepolti nelle cloache della storia, è stata dal governo Macri trattata con un’abile combinazione di brutale repressione (come nei casi di Milagros Sala in Jujuy e di Santiago Maldonado in Chubut) e manipolazione mediatica, in pieno stile contro-rivoluzione preventiva. In un paese dove l’Esercito si è reso responsabile, con Videla & co. della tortura ed eliminazione fisica di circa 30.000 persone, appare quanto meno ambigua la riforma per decreto dell’anno passato sulle funzioni dello stesso, chiamato a intervenire, oltre che in difesa da eventuali aggressioni esterne, anche all’interno, contro gli attacchi portati da “organizzazioni transazionali e terroristiche” contro “obiettivi strategici”.  Troppo evidente appare il progetto di colpire repressivamente l’opposizione di piazza (basta pensare ai movimenti di resistenza Mapuche al confine in Chubut e Patagonia contro le trivellazioni o l’alienazione di terre a favore dei vari Benetton di turno), perché non desti preoccupazione.

Va ricordato che uno dei (tutto sommato pochi, a parte il sostegno reciproco con il Venezuela chavista e la nazionalizzazione di Aerolineas Argentinas, dell’industria petrolifera YPF e la decisa politica a sostegno dei giudizi contro i genocidi della dittatura) meriti storici del governo di Cristina era stata l’approvazione della Ley de medios (Legge sui media), che avrebbe dovuto contribuire a smembrare l’oligopolio del gruppo Clarín nella prospettiva di un’effettiva democratizzazione del sistema delle concessioni pubbliche e dell’informazione (legge poi sospesa per sospensiva in seguito a ricorso giudiziario) e che oggi il governo Macri ha, di fatto, annullato, in nome della libertà di espressione, della concorrenza (???) e del libero (???) mercato. Principi tutti, ovviamente, contraddetti dalla persecuzione in sede giudiziaria delle reti comunitarie.

Sulle prospettive politiche di un cambio a breve respiro, bisognerebbe, in attesa di una quasi sicura vittoria imminente del Frente de Todos alle presidenziali del prossimo ottobre, sospendere un attimo il giudizio, ricordando che questa coalizione assomiglia più a un’armata Brancaleone, con Alberto Fernández ex collaboratore-oppositore dei Kirchner, che viene dalla destra moderata e lo stesso Partido justicialista (=peronista) di Cristina, con all’interno, tipicamente, le classiche contraddizioni interclassiste del peronismo storico.  Tenendo presente che il Partito Comunista, in Argentina, si è bruciato con il suo appoggio strategico alla Dittatura del 1976-84, e che le uniche due forze politiche strutturate che tengono la piazza oggi nel paese solo il trotzkijsta Partido Obrero, attualmente coinvolto in una profonda crisi interna tra la frazione “pubblica” di Altamira e Ramal e un CC saldamente nelle mani dei vari Gabriel SolanoNéstor Pitrola y Romina Del Plá e i movimenti di base del Partido Justicialista (=peronisti pro-Cristina), tipo il Movimiento Evita, La Cámpora, Peronismo militante e i Descamisados).    

Un’opposizione politica nel paese reale tutta da costruire, puntando a far moltiplicare le esperienze locali dei comitati operai operanti contro i tarifazos (aumenti delle bollette e dei mezzi di trasporto), dei movimenti indigeni anti-industria mineraria e anti-latifondo, delle fabbriche recuperate e delle associazioni operanti negli asentamientos (baraccopoli) del tipo Barrios de Pié, ma sotto la direzione illuminata di un Partito Rivoluzionario tutto da costruire, a partire dall’organizzazione, dai mezzi, dalla strategia e dalla concezione scientifica del mondo, mutuata dal materialismo storico-dialettico. Perché, come ricordava Engels anni dopo l’esperienza della Comune di Parigi, la rivoluzione non scoppia, ma bisogna costruirla. Nonostante, ma semmai approfittando delle crisi ricorrenti e ormai sempre più globalizzate del capitalismo.

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: