Attualità del pensiero politico del Che

1520725_1071788849517329_7921115247646617676_ndi Alessandro Pagani

Cosa significa oggi il pensiero politico di Ernesto Che Guevara? Ecco la domanda che ci poniamo in questa complessa congiuntura politica internazionale, e a distanza di 87 anni dalla sua nascita (14 giugno 1928), quando è giunto il momento di scegliere, parafrasando Rosa Luxemburg, tra socialismo o barbarie.

In termini semplici possiamo affermare che secondo noi il Che, non è semplicemente quello delle fotografie, delle magliette o delle statue, ma piuttosto il Comandante Ernesto Che Guevara; eterno guerrigliero eroico. Pertanto, quell’altro Ernesto Che Guevara, è, invero, una riduzione della sua dimensione universale, ragione per cui preferiamo orientare i nostri studi, la nostra prospettiva, verso un Che, politico, economista, poeta e guerrigliero dell’amore, in difesa di quei popoli oppressi che lottano contro ogni imperialismo e neocolonialismo; alla ricerca continua del superamento del conflitto capitale-lavoro a partire dal proprio “Io”, cercando di costruire “l’uomo nuovo”, come prima tappa verso l’assalto al cielo.

Quel Che, conduttore politico, emancipatore sociale, che sognava di abbattere il potere plutocratico e le oligarchie nazionali che impedivano lo sviluppo pieno e assoluto dei popoli in quello che doveva essere, altresì, la creazione di una grande Federazione di popoli e Governi latinoamericani e che Simón Bolívar ebbe a definire: Patria Grande. Questo è il Che nel quale ci rivediamo, quello che proteggeva l’economia nazionale cubana, quando fu ministro dell’industria e dell’economia a Cuba, là dove manifestava che solo con la giustizia e l’eguaglianza sociale, solo attraverso il superamento di talune delle principali categorie economiche e finanziarie capitaliste (la Legge del Valore in primis) saremmo giunti alla costruzione dei “nuestros socialismos”, e solo attraverso di questi, saremmo giunti – non per ultimo – alla costruzione di una grande Federazione di Repubbliche libere dal giogo imperiale della Roma americana (secondo le categorie utilizzate da José Martí). Quel Comandante Che Guevara che agiva in funzione dell’unità di classe, della solidarietà e l’amicizia tra i popoli lavoratori, dell’internazionalismo rivoluzionario, della lotta contro l’imperialismo (inteso come fase superiore del capitalismo e analizzato con precisione da Lenin); rompendo le frontiere geografiche e – finanche – mentali che allora imperversavano in America Latina e non solo. Egli criticava nella prassi la concezione stessa di “repubblichine delle banane” – che tanto piacevano a Washington – invitando a battersi per una grande nazione di Repubbliche e che egli – come prima di lui Bolívar e Martí – ebbe a definire come Patria Grande. Trattasi di un Che antioligarchico, antimperialista, antidogmatico e, quindi, detestato dagli Stati Uniti e nello specifico dalla CIA e dal Pentagono, come lo sono ancora Bolívar e Gramsci, se sappiamo leggere con attenzione il documento di Santa Fe IV, nel quale Simón Bolívar e Antonio Gramsci sono definiti “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

D’altro canto, è necessario individuare un progetto attuale del pensiero politico del Che. Ebbene, se noi ci poniamo la domanda: è possibile fare una sintesi del pensiero critico di Ernesto Che Guevara e materializzarlo nel presente? Possiamo senz’altro affermare che il Che, cercava di portare avanti un progetto nel quale si sarebbe dovuta costruire un’America Latina basata sulla Pace con Giustizia Sociale, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di questo sulla natura; dove fossero state abolite quelle catene invisibili che alienano e imprigionano gli uomini; quelle che – di fatto – trasformano gli uomini in pure merci di scambio. Ecco, dunque, secondo il Che, il bisogno di realizzare una rottura rivoluzionaria con le principali categorie economiche capitaliste, come la legge del valore all’interno delle relazioni economiche, commerciali e finanziarie in campo internazionale e nella fattispecie all’interno dei paesi del campo socialista di allora; ivi compreso, l’Unione Sovietica. Ecco la necessità di abolire le differenze di classe, ergendo a meta-norma – inteso come principio internazionale – il diritto dei popoli oppressi a sollevarsi con le armi contro la barbarie del capitale. Sicché, anche il Che, come prima di lui Simón Bolívar e José Martí, s’impegnò affinché fosse riconosciuto il diritto dei popoli alla “Guerra Justa”, e che oggi si riflette nella Resistenza dei popoli latinoamericani, in particolare di quello cubano e venezuelano contro le politiche d’ingerenza, di aggressione degli Stati Uniti; contro la guerra di Quarta Generazione (o guerra senza limiti), che Washington, attraverso il Dipartimento di Stato, la CIA e il Pentagono, perpetuano contro i popoli e i lavoratori in tutto il Tricontinente (America Latina, Africa e Asia); con lo scopo di portare a termine il saccheggio delle ricchezze del pianeta.

Nel pensiero politico del Comandante Ernesto Che Guevara, troviamo – senza dubbio – il concetto di autodeterminazione dei popoli; di giustizia sociale, dignità, democrazia e potere popolare.

Sicché tutto il pensiero e la vita del Comandante Ernesto Che Guevara è un inno alla vita, all’autodeterminazione dei popoli e alla costruzione della Patria Grande; una grande e forte Federazione di Paesi, governi e popoli legati dall’amicizia e la fratellanza, dalla cooperazione e dall’internazionalismo. Una cooperazione basata sulla solidarietà, che non deve essere quella di una società “protettrice degli animali” (parafrasando Antonio Gramsci), e come del resto lo sono – effettivamente – le politiche portate avanti dai paesi del centro imperialista (UE e USA) nei confronti della periferia (quella stessa periferia che ogni giorno che passa si fa sempre più centro strategico ed esempio di lotta e speranza per tutti i popoli e i lavoratori coscienti nel mondo). Per questo la necessità di porre in essere un nuovo modello di cooperazione e solidarietà internazionale tra i popoli, attraverso l’esempio che viene da quello che ancora oggi rappresenta per tutti un faro e un esempio di libertà: Cuba Socialista, con le sue importanti missioni mediche in Africa (e non solo); delle sua missione “Yo, si puedo” che ha reso possibile l’alfabetizzazione di circa 8 milioni di persone in tutto il mondo; oppure la “Operación Milagro” che ha curato la vista a milioni di latinoamericani in meno di dieci anni. Ecco, dunque, un esempio concreto – di cooperazione all’interno di quello che i politologi definiscono le nuove triangolazioni (America Latina – Cina – Russia) e il nuovo paradigma SUR–SUR e che di certo sono un interessante punto di partenza per il superamento delle principali categorie e leggi capitaliste quivi summenzionate.

Se qualcuno dovesse domandare una definizione precisa sul Comandante Ernesto Che Guevara, potremmo affermare che in lui spicca la visuale di un notevole statista politico, di un grande economista e filosofo; di un importante pensatore politico. Di un grande guerrigliero e combattente rivoluzionario comunista, là dove a muovere il suo fucile non era il suo braccio, in un movimento spontaneo di riflessi e pulsioni, ma il suo pensiero critico del reale, vale a dire quella teoria rivoluzionaria che già altri grandi rivoluzionari nella storia (come Lenin, Fidel, Mao Tse-Tung, Ho Chi Minh e il Comandante Von Nguyen Giap) seppero trasformare in prassi per la trasformazione dello stato di cose presenti. La politica che guida le armi, come spiegò il Generale Giap, ma prima ancora lo stesso Fidel, e non le armi che guidano la politica, come vorrebbero far credere certi pennivendoli al servizio del nemico: l’imperialismo yankee.

Sicché, il Che è anche quel rivoluzionario che seppe far proprio quei principi etici e morali che tanto predicano talune borghesie “illuminate” (che tanto illuminate non sono) senza però saperle mettere in pratica: la lotta contro la corruzione, contro il burocratismo, contro il non lavoro e che in una società socialista si trasforma in parassitismo e vigliaccheria.

Il Che rappresenta – oggi – il forgiatore di un Nuovo Diritto Internazionale americano, lo stratega di una guerra rivoluzionaria, dell’unità civica-militare all’interno della lotta contro la guerra mediatica, economica e psicologica che gli Stati Uniti del Nord America portano avanti nell’emisfero occidentale. Tutto il suo ideario politico e rivoluzionario è il motore per un nuovo paradigma, oggi così in auge in America Latina e che si chiama “Nuestra América”.

Dunque, il pensiero politico del Che – come quello di Simón Bolívar e Martí, di Marx, Lenin e Fidel – è quello dell’utopia come base per andare avanti verso quell’orizzonte bolivariano e martiano che è la “Patria Grande”; che supera il concetto geografico di America Latina e Caraibi, per abbracciare e coinvolgere tutti i popoli in lotta in ogni angolo del pianeta.

Per raggiungere tale meta è necessario che ogni rivoluzionario sia capace di sentire la sofferenza dell’altro essere umano sulla propria pelle e, quindi, il dovere di ogni rivoluzionario di attuare una trasformazione sociale, là dove le condizioni oggettive e soggettive lo permettano. In questo senso, il Che si riferisce al volo verso l’orizzonte; dell’assalto al cielo, del “deber ser y debemos cumplir”, che è l’essenza di ogni rivoluzionario che in ogni angolo del mondo lotta contro ogni genere di ingiustizia; parafrasando il Che potremmo affermare che a tutti noi tocca “di essere realisti, di ricercare l’impossibile”, perché del “possibile” se ne stanno già occupando le classi borghesi al potere, gli Stati Uniti del Nord America e l’Unione Europea, intesi come blocchi imperialisti rappresentanti di un più sofisticato e complesso blocco plutocratico e finanziario che dirige l’ordine internazionale.

Sicché, siffatta lotta per ottenere l’impossibile deve sempre guardare avanti, verso l’orizzonte, confutando concetti inquietanti come la “fine della storia” di Francis Fukuyama e che gli eventi storici hanno dimostrato – nei fatti – di essere erronei; e cioè, che oggi più che mai la lotta di classe e quindi la battaglia delle idee (parafrasando Fidel Castro), vale a dire: la lotta ideologica tra teoria rivoluzionaria e teoria borghese, è ancora in auge. Le guerre imperialiste, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, lo scontro capitale–lavoro, la lotta di classe non sono da considerarsi un “incidente della storia”, ma rappresentano la sua essenza, giacché – come ebbe a dire Marx – la storia dell’umanità è sempre stata lotta di classe; laddove la Rivoluzione d’Ottobre – passando da Spartaco alla Comune di Parigi – rappresenta lo spartiacque tra preistoria e storia contemporanea.

Insomma, quello che crediamo sia importante è cominciare a porre in essere un’analisi dialettica del pensiero critico del Che; poiché l’uomo, inteso come soggetto che vive una propria crisi interiore del conflitto capitale-lavoro, abbisogna della ricerca continua di quel orizzonte rivoluzionario, di trasformazione socio-politica, verso la costruzione di una società basata sulla giustizia e l’eguaglianza sociale, dove i rapporti sociali non subiscano l’alienazione tipica che caratterizza l’odierna società tardo capitalista; dove gli esseri umani, per il loro ruolo all’interno del sistema di produzione capitalista, non si trasformino in pure merci.

Ed ecco, pertanto, la necessità di lottare al fianco dei popoli della cosiddetta periferia dell’impero e impegnarci anche qui in Europa nella realizzazione di quel sogno bolivariano e martiano che è la costruzione di una “Patria Grande”, sostenendo istituzioni e organismi internazionali come l’ALBA, UNASUR e la CELAC, come modello alternativo all’Unione Europea delle banche e che possano porre fine alla crisi strutturale del capitalismo; verso la costruzione di un mondo migliore che solo può essere nel Socialismo.

Il Venezuela ha sconfitto la fame perché è socialista!

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di Alessandro Pagani

Il vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela s’incontra con i movimenti popolari di sinistra in Italia, a latere della premiazione da parte della FAO dovuto al grande successo del paese sud americano nell’aver sconfitto completamente il problema della fame nel Paese. 

Il Vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il compagno Jorge Arreaza, ha tenuto un incontro sul Monte Sacro a Roma insieme ai movimenti politici e popolari italiani e nello specifico con la “Rete Caracas ChiAma”, costituita da un eterogeneo blocco popolare di forze squisitamente di sinistra; nonché, riflesso di quella preziosa cristalleria politica che è la solidarietà e l’amicizia tra i popoli.  In questo incontro – accompagnato da una sottile pioggia – Arreaza ha parlato del premio ricevuto dalla FAO per l’ottimo risultato ottenuto dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela nell’eliminazione della fame nel Paese e ha dialogato con i più degni rappresentanti dei movimenti popolari e rivoluzionari italiani. Ha lanciato, inoltre, l’appello a moltiplicare gli sforzi nella costruzione di un Fronte Internazionale di forze progressiste e rivoluzionarie in difesa della Rivoluzione Bolivariana; dinanzi ad una campagna mediatica che non pochi esperti definiscono come la guerra psicologica degli Stati Uniti contro il Venezuela bolivariano. 

«Sono venuto qua a Roma, in nome del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, del Primo Presidente Operaio della nostra Grande Patria Latinoamericana, il compagno Nicolás Maduro, che vi saluta calorosamente; sono qui in nome del popolo venezuelano, di quel popolo lavoratore che oggi difende il processo rivoluzionario iniziato dal nostro Eterno Comandante Hugo Rafael Chávez Frías; sono qui perché la FAO, organizzazione facente parte delle Nazioni Unite, ha deciso di premiarci con il più alto riconoscimento che un governo popolare e rivoluzionario possa ottenere: aver eliminato il problema della fame nei tempi prefissati; ovvero, nel 2015. In realtà avrebbero dovuto premiarci da molto tempo prima, fin dal 2012, giacché tale metà l’abbiamo raggiunta proprio quell’anno».

Il Vicepresidente Arreaza ha rilevato che «tali risultati non sono nient’altro che il riflesso della politica interna impostata dal primo giorno dell’avvento al potere del governo rivoluzionario e socialista del Presidente Hugo Chávez, là dove sono state messe in moto non poche politiche economiche e sociali basate sullo sviluppo dei servizi di base; in difesa di quei diritti umani collettivi (e non solo individuali!) che sono – tra i tanti – il diritto a vivere in una casa dignitosa, a ricevere tre pasti al giorno, a poter lavorare dignitosamente, ad un servizio nazionale medico gratuito e di alto livello, ad un istruzione pubblica e gratuita per tutto il popolo venezuelano». 

«Tutti questi traguardi e la premiazione alla FAO si devono non solo al Nostro Comandante Infinito Hugo Chávez e all’invitto popolo venezuelano, ma anche alla solidarietà dei popoli del mondo e in particolare del popolo cubano e del suo governo rivoluzionario; di Fidel e Raul, che con l’apporto di migliaia di lavoratori della salute e dell’educazione hanno contribuito fino ad oggi a rafforzare la nostra Resistenza popolare contro la guerra economica e le ingerenze di Washington».

Il vicepresidente venezuelano, durante il suo incontro con i movimenti sociali italiani ha posto l’accento sull’amicizia e la solidarietà tra i popoli e lo ha fatto in quello che – di certo – è un luogo sacro per il popolo venezuelano e per tutti quelli che lottano ogni giorno per la costruzione di un mondo basato sulla pace con giustizia ed eguaglianza sociale; verso il socialismo del XXI secolo. Proprio qui sul Monte Sacro, infatti, Simón Bolívar – di fronte al suo amico e maestro Simón Rodríguez – prestò il suo giuramento romano nel 1805 nel quale ebbe a dire: «Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo».

«Voglio ringraziare l’invito a partecipare a tal evento così importante, che ha come obiettivo quello di rafforzare l’amicizia tra i popoli», ha affermato il vicepresidente di fronte a centinaia di attivisti sociali giunti da ogni angolo della penisola italiana per dare il benvenuto a uno dei più alti rappresentanti della patria di Bolívar e Chávez. 

Nel suo emozionante discorso il vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ha spiegato che per eliminare completamente la fame e la povertà nel pianeta è necessario moltiplicare i nostri sforzi nella costruzione di un mondo basato sulla solidarietà e l’amicizia tra i popoli e che, pertanto, bisogna essere consapevoli di quali sono i pericoli o i modelli (economici) che rappresentano il principale ostacolo a tale progetto.

In questo senso, ha segnalato come oggi non è il Venezuela della Rivoluzione Bolivariana a rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti, ma che, semmai, proprio questi ultimi, a causa del loro modello economico e sociale – per la loro sete di consumare le risorse del pianeta – sono un pericolo per la stabilità della pace nel mondo e per l’esistenza stessa della specie umana. Per questo la necessità di rafforzare attraverso progetti politici e culturali l’amicizia tra i popoli – e in questo caso con il popolo italiano – con la ratio di svelare, così, le menzogne che i mezzi di comunicazione diffondono contro la Rivoluzione Bolivariana e mostrare ai popoli che lavorano in tutto il mondo che uscire dalla crisi imposta dalle banche e dai padroni è possibile. Che oltre al neoliberalismo e al capitalismo ci sarà ancora vita e che il modello economico e sociale per l’emancipazione dell’uomo si chiama: Socialismo.

Bruxelles: dichiarazione finale de la Cumbre de los Pueblos

145b5c3d-02b5-4357-a55a-7a6036f3eeb6Belgio, 12giu2015.- Noi, Popoli dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Europa, riuniti nel Vertice dei Popoli, a Bruxelles i giorni 10 e 11 giugno del 2015, con oltre 1500 delegate e delegati, rappresentanti di 346 organizzazioni e movimenti sociali, provenienti da 43 paesi; all’interno di un dibattito unitario, fraterno e solidario, svoltosi attraverso conferenze e sette tavoli di lavoro

Dichiariamo: 

Il nostro appoggio all’integrazione regionale dell’America Latina e l’opposizione all’interventismo imperialista

  • Salutiamo e appoggiamo i processi di integrazione che prediligono e rafforzano l’autodeterminazione e la sovranità dei nostri popoli, così come l’ALBA, UNASUR e la CELAC che hanno rafforzato l’unità latinoamericana e che possono diventare un’ispirazione per un’integrazione europea di nuovo tipo che enfatizzi lo sviluppo economico, i diritti sociali e il benessere dei suoi popoli.
  • Esprimiamo il nostro fermo sostegno alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Territorio di Pace libero dal colonialismo. In questo senso, condanniamo l’implemento militare, le aggressioni e le minacce di ogni tipo che promuovono gli Stati Uniti e i suoi alleati contro la nostra regione attraverso l’istallazione di basi militari, centri di operazioni e istallazioni simili, che non hanno nessun altro tipo di giustificazione se non quella di un intervento militare contro i nostri Paesi. Per questo, esigiamo la chiusura di tutte le istallazioni militari statunitensi nella regione e ci appelliamo a una pace giusta e di lunga durata con giustizia sociale in Colombia.

Il nostro impegno è agire sul cambio climatico per proteggere l’ambiente

  • Il cambio climatico rappresenta la più grande minaccia che l’umanità affronta e che sta già danneggiando i popoli dell’America Latina. Il capitalismo neoliberale ha esacerbato enormemente la sostenibilità del pianeta, intensificando, invero, tutti i problemi associati con il cambio climatico. Lanciamo un appello per un accordo climatico che mantenga l’innalzamento della temperatura sotto i 1,5° celsius; che tenga conto del diritto di tutti a poter vivere una vita degna e sostenibile; che non limiti la capacità delle future generazioni nel soddisfare le proprie necessità; e che si basi sul principio della mutua responsabilità in relazione al cambio climatico. Sosteniamo un futuro libero dai combustibili fossili e basato sull’energia rinnovabile e ci opponiamo, pertanto, al fracking, le falde petrolifere di Alguitran e le perforazioni nell’Artico. Sosteniamo un programma integrale di riduzione netta di emissioni, che sia un impulso per i paesi in via di sviluppo affinché abbandonino l’estrazione di combustibili fossili e si concentrino, invece, in soluzioni sostenibili. Sosteniamo, inoltre, la giustizia ambientale attraverso una tassazione ecologica al commercio del petrolio e di altri combustibili fossili per finanziare, così, un Fondo Climatico Verde, oltre ad essere un strumento vincolante nei confronti di quelle compagnie multinazionali che si sono rese responsabili di non pochi abusi ai danni dell’uomo e dell’ambiente. E’ necessario prendere le debite distanze dalla agricoltura e pesca industriale dannose. Chiamiamo a rispettare i diritti delle nazioni e dei popoli, in particolare in America Latina, per poter vivere in armonia con la Madre Natura e di rispettare tutte le forme ancestrali di vita e di identità indipendente dei popoli e nazioni. Condanniamo il disastro del medio ambiente causato dalla Chevron ai danni di comunità locali in Ecuador, e condanniamo, inoltre, l’attacco e il giudizio contro il governo dell’Ecuador; appoggiamo, pertanto, la lotta di questi contro questa predona compagnia petrolifera. 
  • Sosteniamo il popolo cubano e la sua Rivoluzione, e salutiamo il ritorno a casa dei Cinque Eroi Cubani, prodotto della solidarietà internazionale e della instancabile lotta del suo popolo. Sosteniamo, inoltre, i passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso verso un dialogo basato sul rispetto reciproco con Cuba, così come il ritiro di Cuba dalla lista di quelli Stati patrocinatori del terrorismo, e nel quale non sarebbe dovuto mai esserci, ma nel contempo esigiamo l’abolizione totale, immediata e incondizionate del blocco genocida contro Cuba da parte del governo degli Stati Uniti, nonché la chiusura immediata della base navale di Guantanamo e, quindi, il ristabilimento incondizionato della sovranità cubana. 
  • Esprimiamo il nostro appoggio incondizionate e senza limiti alla Rivoluzione Bolivariana e al Governo legittimo capeggiato dal compagno Maduro e condanniamo i piani permanenti di destabilizzazione che si orchestrano alle sue spalle; finanziati e organizzati da organismi statunitensi. Condanniamo nella fattispecie l’ingiusto e immorale Ordine Esecutivo del Governo degli Stati Uniti che pretende catalogare la Repubblica Bolivariana del Venezuela come una minaccia alla sua sicurezza nazionale – e che ha visto la condanna unanime di tutti i Paesi di Nostra America – e chiediamo che questo venga subito derogato.
  • Condanniamo ogni genere di ingerenza degli Stati Uniti contro i Governi progressisti dell’America Latina e esigiamo che venga rispettata la sovranità e l’autodeterminazione della regione. Ci appelliamo a tutte le istituzioni dell’Unione Europea, così come ai suoi Stati membri a non essere complici dell’ingerenza statunitense contro l’America Latina, ma di adottare, invece, un comportamento e una politica di dialogo costruttivo verso la nostra regione. Per questo, condanniamo qualsiasi tipo di appoggio che tanto le istituzioni dell’Unione Europea che quelle dei suoi Paesi membri promuovono a favore della politica estera statunitense contro i governi progressisti dell’America Latina, come per esempio la Posizione Comune dell’Unione Europea verso Cuba.
  • Appoggiamo tutte le decisioni a favore dello sviluppo di economie nazionali indipendenti che possano interagire con il mondo sulla base dell’eguaglianza e con la ratio di impedire che l’ingiusto debito estero paralizzi la crescita e lo sviluppo. Appoggiamo e promuoviamo tutte le decisioni che si orientano nella costruzione di una democrazia partecipativa come base principale per la realizzazione dei diritti politici individuali e collettivi dei cittadini dell’America Latina. Per garantire i diritti umani di tutti, esigiamo il rispetto del diritto dei popoli dell’America Latina, Sovranità affiancata al rispetto del principio di non intervento deve essere la condizione essenziale per poter ottenere i diritti umani e dei popoli. Facciamo nostra la richiesta della Bolivia di vedersi riconosciuto l’accesso al mare. Appoggiamo, inoltre, la richiesta dell’Argentina sulla sovranità delle Isole Malvine e, pertanto, condanniamo il comportamento aggressivo del Regno Unito e l’espropriazione del petrolio. Applaudiamo l’iniziativa del Nicaragua e del Venezuela di inserire Porto Rico nella CELAC come dimostrazione che l’America Latina è un territorio libero dal colonialismo. 

Il nostro appoggio per una società basata sull’uguaglianza e la nostra opposizione al neoliberismo

  • Manifestiamo la necessità assoluta di costruire una nuova società, con giustizia sociale e equità di genere, con la partecipazione attiva dei giovani e dei differenti attori sociali, con la solidarietà come principio fondamentale per lo sviluppo integrale e sovrano dei nostri popoli. La maggior parte delle repubbliche latinoamericane si stanno orientando in siffatta direzione. L’America Latina sta promuovendo politiche progressiste che hanno ridotto al minimo la povertà, l’esclusione sociale, nello specifico nei confronti delle donne, le comunità afro-discendenti, i gruppi indigeni e le fasce maggiormente povere e marginalizzate. Appoggiamo totalmente la lotta dei poveri indigeni per il raggiungimento dei propri diritti sociali e culturali in tutto il continente. Esprimiamo, inoltre, la nostra solidarietà con i popoli dell’Africa e con le minoranze negli Stati Uniti che lottano contro l’imperialismo. L’integrazione dell’America Latina non può definirsi completa senza essere collegata con quella dell’Africa. 
  • Rifiutiamo il modello neo-liberale come soluzione ai problemi e alle necessità del nostro popolo, giacché ha dimostrato essere lo strumento perfetto per approfondire la povertà, la miseria, la disuguaglianza e l’ingiusta distribuzione. Vi è disgraziatamente una minoranza che insiste nel cercare di imporre il modello neo-liberale. Ci opponiamo all’austerità economica imposta dalla troika in tutta l’Unione Europea, là dove a beneficiarsi è solo l’1% più ricco della società e, ci opponiamo nello specifico all’austerità della troika contro il governo e il popolo greco. Condanniamo l’assedio e la pressione con cui la troika e le istituzioni dell’Unione Europea la sottomettono. Non per ultimo, l’Unione Europea appoggia e collabora nelle illegittime aggressioni militari contro nazioni sovrane in guerre costosissime che peggiorano e aggravano l’austerità contro i popoli dell’Europa. No alla partecipazione europea in guerre illegali.
  • Riaffermiamo la nostra lotta contro i trattati di libero commercio come il TLC, TPC, TISA e l’Alleanza del Pacifico, poiché rappresentano un attacco brutale contro i diritti sociali, democratici e politici dei lavoratori e dei popoli, là dove tali accordi si implementano. Nel contempo continuiamo a sostenere che il debito estero dei nostri Paesi è incalcolabile e impagabile, come illegittimo e immorale. 
  • Manifestiamo e convochiamo a una lotta globale in difesa delle nostre risorse naturali, la biodiversità, la sovranità alimentare, dei nostri beni comuni, della Madre Terra e dei diritti sociali. La lotta per l’impiego, il lavoro e un degno salario, la sicurezza sociale, le pensioni, ad un contratto collettivo nazionale, al diritto ad associarsi in sindacati, il diritto allo sciopero, il diritto alla salute sul lavoro, l’eliminazione del lavoro minorile e della schiavitù, e la giustizia con eguaglianza di genere. Tutto ciò è – e sarà – possibile se lavoriamo uniti con l’ambizione di costruire la più ampia coalizione di forze sociali e politiche che permetta di sostituire l’attuale blocco di potere neoliberale dominante per uno sociale e politico che difenda gli interessi dei nostri popoli e elevi i diritti sociali, politici, culturali e di identità dell’essere umano al centro del suo che fare. 

Il nostro appoggio per i diritti umani per i palestinesi

  • Condanniamo la persistente aggressione israeliana contro il popolo palestinese e chiamiamo l’Unione Europea e tutti gli stati membri, seguendo l’esempio della Svezia, a riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese e esigiamo la fine immediata e incondizionata del blocco contro Gaza così come il rispetto dei diritti umani, nazionali e culturali del popolo palestinese. 

No all’espansione della NATO 

  • Condanniamo energicamente la militarizzazione e l’aggressione della NATO in Europa orientale e in Ucraina per ampliare la sfera di influenza dell’UE e degli USA.

La nostra opposizione al razzismo e alla xenofobia

  • Condanniamo energicamente l’attuale politica sull’immigrazione dell’Unione Europea, la cui barbarie e carenza della più minima difesa del diritto alla vita, causa migliaia di morti nel Mar Mediterraneo e in altre parti. Condanniamo, inoltre, il razzismo, ogni volta sempre più prevalente, così come tutte le manifestazioni xenofobe che spesso i partiti europei di destra utilizzano con lo scopo di capitalizzare a livello elettorale e politicamente presentando un’immagine fallace delle comunità migranti e trasformandole come capro espiatorio nonché, la causa principale della disoccupazione, della mancanza di abitazioni e delle difficoltà economiche della società.

Il nostro appoggio per la trasformazione e il controllo dei mezzi di comunicazione 

  • Le gigantesche corporazioni dei mezzi di comunicazione di massa esibiscono uno dei più alti livelli di centralizzazione e concentrazione del capitale corporativo nel mondo e per questo rispondono a potenti interessi di corporazioni giganti che si oppongono diametralmente a ogni tentativo di affermazione della sovranità nazionale e di agende anti-neoliberali di qualsiasi governo del mondo. Questi mezzi sono un’arma potentissima di demonizzazione e di destabilizzazione dei processi progressisti in auge in America Latina. Per cambiare i mezzi di comunicazione di massa manca tuttavia un cambiamento netto nella società. Frattanto organizzeremo i nostri propri mezzi di comunicazione, a livello nazionale e internazionale, sulla base del comune interesse sociale. Il principio che regge i nostro mezzi sociali è di rimpiazzare l’ideologia neo-liberale dominante per un’ideologia progressista che abbia come filo di trasmissione lo sviluppo sociale e democratico, la partecipazione cittadina e i diritti sociali dei popoli.
  • Noi, i popoli della Nostra America e dell’Europa continueremo a lottare opponendoci a tutte le forme di discriminazione, pressione, sfruttamento, razzismo, esclusione e ingiustizia sociale; al neo-liberalismo e alle guerre imperialiste, lottando per la pace, l’eguaglianza, la democrazia partecipativa, la giustizia sociale; vale a dire, continueremo a lottare per costruire un mondo migliore. 

11 giugno 2015

Bruxelles, Belgio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani

Giù le mani dall’Ecuador!

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di Tania Barahona Tererán*

Appello URGENTE dall’Ecuador

Quito, 14giu2015.- Care compagne e cari compagni del Venezuela, Bolivia, Argentina, Cuba, Honduras, Italia e di tutto il mondo: è necessario informavi che qui la destra sta orchestrando un tentativo di colpo di Stato. In questa ultima settimana è scattata la difesa popolare della principale sede nazionale di “Alleanza Paese” a Quito (il nostro movimento), la destra fascista aveva un piano per occupare la sede, vi sono stati feriti tra i quali un ex deputato dell’assemblea nazionale. Il pretesto di tali piani è stata una legge di tassazione progressiva sulle ricchezze in possesso degli strati più ricchi della popolazione, siffatta legge non colpisce il 98% degli ecuatoriani, giacché il nostro paese non è un paese di ricchi capitalisti. Questa tassazione si impone nei confronti di quei gruppi economici che sono una minoranza. Il tema è stato manipolato dalle principali corporazioni mediatiche che hanno cercato di avvelenare il nostro popolo, fa schifo vedere che la gente della classe media che non verrà per nulla toccata da questa legge sia scesa nelle strade a protestare e a difendere gli interessi dell’oligarchia di questo Paese. La situazione è sotto controllo, sebbene siffatta opposizione ha lanciato l’appello alle forze armate affinché buttino giù con la forza il nostro caro Presidente, Rafael Correa. I gruppi dell’opposizione hanno fatto ricorso sistematicamente alla violenza, utilizzando i simboli e le bandiere del fascismo.

Ciò detto, quello che costoro non hanno compreso è che il popolo è pronto a difendere questa Rivoluzione e la gioia che ho provato in questi giorni nel vedere con i miei occhi come tutte le strutture giovanili siano scese immediatamente nelle strade a difendere la Rivoluzione è nientemeno che la prova concreta che i fascisti in Ecuador:

NO PASARAN!

Insomma, qui in Ecuador nessuno vuole tornare al passato, là dove un oligarchia asservita agli interessi dell’imperialismo yankee svendeva il nostro Paese.

OGGI SIAMO SOVRANI! VIVA LA RIVOLUZIONE CITTADINA!

* compagna della Patria Grande latinoamericana

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Le gesta emancipatrici verso l’integrazione dell’America Latina/2

al-300x224di Salim Lamrani*

 

Uno sguardo a “Nostra America”, alla “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e alla “Dichiarazione dell’ALBA” (2/2)

 

In occasione del Decimo anniversario della fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America nel 2004 e a 120 anni dalla caduta in combattimento di José Martì, è necessario analizzare tre testi fondamentali per l’integrazione latinoamericana. 

 

2. L’unione necessaria

 

In “Nostra America”, importante documento a favore dell’Unione dei Popoli dell’America Latina, José Martì, con il suo consueto tono persuasivo e pedagogico, si appella alle coscienze illuminate del continente affinché si “sollevino”. Il Sud non può ignorare la gravità della situazione. Deve fare uso delle armi del giudizio, che prevalgono sulle “altre” e serrare le file in una congiuntura di gravi pericoli per i popoli del continente, in particolare di fronte ai “giganti che portano le sette leghe sotto gli stivali”, Per poter finalizzare questa lotta per la sopravvivenza e la salvaguardia dell’identità e la sovranità latinoamericana, sono necessarie “le armi del giudizio”, giacché “trincee di idee valgono di più di quella fatte di pietra”. La federazione delle forze patriottiche è imprescindibile dato che la battaglia si svolgerà a livello continentale e i popoli “lotteranno ad unisono”. L’unità è la parola chiave del messagio di Martì, che sollecita a porre da parte i particolarismi, le divisioni e i conflitti fratricidi che possono creare conseguenze imprevedibili. “Gli alberi devono mettersi in fila, affinché non passi il gigante delle sette leghe, è giunto il momento di contarci e di marciare tutti uniti”. Dinanzi ad un potere dominante così temibile, non vi è altra alternativa se non quella di “marciare in compartimenti stagni, come l’argento che si trova nelle radici delle Ande”. Martì catalizzava tutte le sue energie alla ricerca dell’unione di tutti i patrioti cubani per lanciare contro il colonialismo spagnolo la “guerra necessaria” che sarebbe iniziata – poi – nel 1895, consapevole che la grande battaglia decisiva per la conquista dell’indipendenza si sarebbe sviluppata contro l’imperialismo statunitense. E l’unione di tutti, pertanto, l’unica possibilità che avrebbe reso fattibile la vittoria. 

 

“Nessun popolo dell’America Latina è debole, poiché forma parte di una famiglia di 200 milioni di fratelli”. Forse questa è la frase che rappresenta al meglio l’essenza principale della “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e che sembra scritta da José Martì. Di fronte alla vergognosa sottomissione ai dettami di Washington nel 1962 da parte di tutti i governi del continente americano, che accettarono docilmente di espellere Cuba dall’Organizzazione degli Stati Americani – eccetto Messico e Canada – l’Avana rispose con siffatta Dichiarazione appellandosi alle forze patriottiche dell’America Latina a ricercare l’Unione e la Resistenza. Dal momento che le miserie, i sentimenti, come il nemico e le prospettive future sono comuni, anche la lotta non può che essere comune. Il testo si dirige “alla generazione di latinoamericani del presente” che devono far proprio l’esempio di Bolivar e Martì, prendere tra le mani le redini del proprio destino e dare inizio alla battaglia decisiva contro “la metropoli imperialista più potente del mondo”. Washington non rinuncerà mai ai suoi obiettivi di sottomissione del continente, come del resto è evidente se svolgiamo la nostra attenzione allo stato d’assedio che ha imposto all’isola di Cuba. Gli attori di queste gesta liberatrici saranno invero le “masse”, i “popoli”, quelli che stanno all’ultimo gradino della scala sociale; gli umili – tanto quelli della città che quelli delle campagne – là dove all’interno di un movimento collettivo di insurrezione daranno inizio al combattimento per l’emancipazione. Fedele alla tradizione martiana, la “Seconda Dichiarazione dell’Avana” sottolinea il fatto che questa dovrà riflettere anche una battaglia delle idee contro l’imperialismo, e più precisamente contro il “capitale monopolista yankee” e i suoi lacchè: le élite politiche locali. Sarà il movimento di “quest’America di colore”, accomunata dalla “stessa tristezza e inganno”, che invero riuscirà a edificare la società del domani.

 

L’Alleanza Bolivariana per i Popoli di “Nostra America” si propone anch’essa di costruire un futuro migliore per tutti, creando le basi per l’unione necessaria tra di loro. Lo stabilirsi di relazioni strette, quasi simbiotiche, tra Venezuela e Cuba, tra la patria di Bolivar e Martì, tra chi si rivendica l’essere figlio spirituale di entrambi i predecessori, dall’arrivo di Hugo Chavez al potere nel 1999 – al di là dell’aspetto simbolico – diede passo alle basi del processo di integrazione latinoamericana. Dato che il progetto dell’ALCA porta solo “all’aumentare della divisione tra i paesi latinoamericani”, la proposta dell’ALBA apre una porta verso la salvezza. La parola chiave è l’integrazione delle nazioni dell’America Latina e dei Caraibi e, pertanto, è necessario “lottare tutti assieme” per raggiungere siffatto obiettivo. L’ALBA considera come “principio cardinale “ la solidarietà sostanziale tra i popoli e rivendica il pensiero e le ambizioni delle principali figure dell’emancipazione dell’America Latina, da Bolivar e Martì, dissociandosi dai “nazionalismi egoisti” che possono pregiudicare la realizzazione della Patria Grande. L’ALBA si basa in “una visione latinoamericana” e nella cooperazione che unisce tutte le categorie delle società del Sud, che renderanno possibile la resistenza all’espansionismo e agli “appetiti imperialisti” dell’altra America, e soprattutto l’edificazione della patria di tutti, attraverso il concetto di “tutte le nazioni”. 

L’unione delle forze vive e progressiste del continente renderà possibile l’edificazione della Patria Grande – di tutti – per collocare, infine, l’essere umano al centro della società, realizzando così gli obiettivi di Bolivar e Martì. 

 

3. La Patria Grande di tutti

 

Il progetto di José Martì si riflette nel titolo della sua opera principale: “Nostra America”, che sintetizza le sue aspirazioni di unione. Immenso ammiratore del Libertador Simon Bolivar, il Maestro ha cercato di proseguire la sua missione di edificazione della Patria Grande, vale a dire dell’unione delle nazioni latinoamericane sulla base del rispetto mutuo, della solidarietà e della reciprocità nelle relazioni; tenendo conto delle specificità, delle tradizioni e consuetudini di ogni popolo. Per questo è necessario isolare i conflitti fratricidi cha indeboliscono il continente e sono fonti di disgrazia, morte e miseria; di unirsi come fratelli accomunati da un destino comune. “Restituisci le proprie terre a tuo fratello”, esorta il rivoluzionario cubano, alludendo – forse – alla guerra tra Cile e Bolivia. America Latina, nonostante la sua storia e i processi differenti, “è una sola anima con una sola prospettiva” ed è dovere di tutti costruire questa unione e stabilire così una società migliore in cui la prima legge della Repubblica sia “il culto alla dignità assoluta dell’uomo”. Martì confida nelle virtù dell’essere umano e nella generosità delle donne che devono essere onorate e degli uomini decorosi dell’America Latina. La Patria Grande – di tutti – deve collocarsi al centro dei futuri progetti di quei settori più fragili della famiglia latinoamericana, a vantaggio dell’orfano, della vedova, dell’anziano. Solo così si potrà ottenere la libertà assoluta, l’eguaglianza sovrana e la giustizia sociale tra i popoli del Nuovo Mondo. 

 

La “Seconda Dichiarazione dell’Avana” ha l’ambizione di costruire “uno destino migliore in comune” a vantaggio dei popoli dell’America Latina. La Rivoluzione cubana, “degli umili, con gli umili e per gli umili”, ha rappresentato la trasformazione sociale più radicale della storia dell’intero continente, con risultati al dir poco eccezionali nel campo della salute, dell’educazione e della lotta contro la povertà. Il testo afferma che i popoli non si trovano a patire la fame, la miseria, la sottomissione e l’umiliazione perpetua ma che un altro mondo è possibile nel quale tutti avranno accesso al pane, alla salute, all’educazione e alla cultura. Tutto il continente si solleverà contro “l’imperialismo yankee”, conquisterà i propri diritti, “che per oltre 500 anni sono rimasti inattesi” e scriverà la propria storia. La Rivoluzione cubana si presenta come l’avanguardia dei movimenti progressisti del continente e indica con il suo esempio la via da seguire per conquistare l’indipendenza totale, la sovranità assoluta e l’emancipazione definitiva. Non c’è nulla di fantasioso, ed è fattibile il sogno di Bolivar e Martì di costruire una società differente da quella del Nord, che opprime ai più deboli, espropria alle classi subalterne e saccheggia le risorse delle nazioni più piccole per soddisfare i propri interessi personali ed egoisti. La rassegnazione non può diventare l’opzione per gli epigoni di coloro che lottarono contro il colonialismo spagnolo, giacché esiste un’alternativa bolivariana e martiana per i popoli del Sud.

L’Alternativa Bolivariana per le Americhe – oggi Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America – si presenta come l’inizio della consacrazione dei sogni di Bolivar e Martì. Vuole realizzare una “integrazione basata nella cooperazione, la solidarietà e la volontà comune” per “soddisfare le necessità e le richieste dei paesi latinoamericani e caraibici e, nel frattempo, salvaguardare la propria indipendenza, sovranità e identità”. L’edificazione della Patria Grande è l’unica strada per salvare l’America Latina. La Giustizia Sociale e la solidarietà devono forgiare siffatta alleanza tra i popoli del Sud e le leggi del mercato non possono prevalere sul benessere delle popolazioni. La visione deve essere latinoamericana e non nazionalista. Concentrandosi nella filosofia di Rousseau, l’ALBA pone l’accento sul fatto che, per ottenere una vera democrazia, è necessario eliminare le disuguaglianze sociali che colpiscono in maniera drammatica la vita dei settori più fragili. Senza eguaglianza non è possibile la libertà. I dodici principi fondamentali dell’ALBA aprono la via per il modello d’integrazione. Lo Stato ha un ruolo partecipativo e pianifica l’economia, là dove cercherà di tener conto sulle specificità di ogni paese affinché il progresso sia soddisfacente per tutti i popoli. Il modello d’integrazione rifiuta la competenza a vantaggio della cooperazione e reciprocità, con l’obiettivo di ridurre la povertà, senza danneggiare l’identità di ogni nazione. Rivendicando il concetto martiano di “essere colti per essere liberi”, l’ALBA fa propria una campagna continentale di alfabetizzazione che è iniziata nel 2004 grazie al programma cubano con vocazione internazionalista “Io, si posso”, che ha permesso l’alfabetizzazione di otto milioni di persone nel mondo. Anche la salute ha un ruolo importante e l’Operazione Miracolo lanciata nel 2005, che consiste nel curare quelle popolazioni del continente vittime di cataratta e altre malattie oculari, si colloca in questo processo di integrazione e i risultati sono formidabili, con Cinque milioni di persone che hanno ottenuto di nuovo la vista senza dover pagare un centesimo. Il Fondo di Emergenza Sociale permetterà di far fronte alle richieste in caso di catastrofi naturali o umanitarie. Inoltre è all’ordine del giorno la volontà di sviluppare quelle tecnologie di comunicazione che permetteranno di combattere il sottosviluppo, e le reti in fibra ottica costruiti tra il Venezuela e Cuba sono un esempio di siffatta realtà. La Patria Grande può esistere solo attraverso la difesa della Madre Terra e l’ALBA è un forte detonatore per lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia della natura. La creazione di Petrocaribe nel 2005, che permette a tredici paesi della regione di ricevere le somministrazioni energetiche necessarie, è rappresentativa di questo nuovo modello di sviluppo solidario. Nello stesso tempo, la creazione del Banco del Sud riduce l’indipendenza finanziaria dell’America Latina rispetto alle grandi istituzioni bancarie del Primo Mondo. Telesur, il canale televisivo latinoamericano più importante, si presenta come alternativa al potere informatico egemonico della CNN, il canale del vicino del Nord, ed è il riflesso della nuova epoca che vive l’America Latina che non tollera più l’oscurantismo statunitense. Nel divenire dei secoli, dalla pubblicazione di “Nostra America”, è venuto edificandosi il sogno di un continente unito e basato sull’integrazione. La “Seconda Dichiarazione dell’Avana” ha dimostrato che è possibile creare una società differente al modello neo-liberale “sotto le proprie narici degli Stati Uniti”. La creazione dell’ALBA ha l’ambizione di rivendicare suddetto sogno di emancipazione bolivariano e martiano. 

 

Conclusioni 

 

Questi tre testi, “Nostra America”, la “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e la “Dichiarazione dell’ALBA”, sintetizzano l’evoluzione del progetto di emancipazione elaborato da Simon Bolivar e José Martì nel XIX secolo. Per resistere agli appetiti imperialisti del potere egemonico statunitense, deciso a impossessarsi del continente, i popoli latinoamericani devono cimentare la propria unione in torno a valori e interessi comuni per poter salvaguardare, così, l’indipendenza, la sovranità e l’identità dell’America Latina. Solo la Federazione di tutte le forze progressiste permetterà lo stabilire di un piano d’integrazione regionale basato nella solidarietà, la reciprocità, la giustizia sociale e la protezione della cultura. 

Dalla fine del XIX secolo fino agli inizi del XXI, il sogno bolivariano e martiano è sopravvissuto, nonostante le vicissitudini della storia, dei progetti frustrati dall’interventismo di Washington nelle questioni interne dei popoli di “Nostra America”; della sconfitta temporanea dei progetti progressisti sviluppati durante la Guerra Fredda. La necessita dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli di “Nostra America” nel 2004 illustra, finanche, l’importanza del pensiero martiano e bolivariano, nonché la Resistenza dei popoli del Sud all’invasione e alla sottomissione. 

 

Per questo che la lotta per l’indipendenza, la sovranità, la giustizia sociale e la salvaguardia delle differenze culturali continua ad avere un ruolo importante, dal momento che il “Colosso del Nord” – per dirlo con le parole del rivoluzionario Martì – non si è rassegnato, e mai si rassegnerà alla propria decadenza e proseguirà nel tentativo di annichilire i processi progressisti latinoamericani, come si evince – del resto – dalle manovre continue che costoro continuano a orchestrare nel continente. Dal tentativo di colpo di Stato contro Hugo Chávez nel 2002, tassello fondamentale delle gesta di integrazione del XXI Secolo, fino al colpo di Stato consumato in Honduras nel 2009 contro il Presidente democratico Manuel Zelaya, “colpevole” di essersi unito all’ALBA, Washington ha dimostrato che non rinuncerà facilmente a perdere quello che una volta era, e tuttora considerano, il proprio “giardino di casa”. 

 

*Dottore in Studi Iberici e Latinoamericani dell’Università di Parigi Sorbonne- Parigi IV, Salim Larari è professore titolare dell’Università della Reunion e giornalista, specialista delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Il suo ultimo libro si intitola The Economic War Against Cuba- A Historical and Legal Perspective on the U.S. Blockade, New York, Monthly Review Press, 2013, con un introduzione di Wayne S. Smith e una prefazione di Paul Estrade.

 

[Trad. dal castigliano per CubaInformazione di Alessandro Pagani]

Capote: «Sono stato un agente cubano infiltrato nella Cia»

raul-razones-de-cubaIntervista. Raul Capote: «la mia doppia vita di reclutato dall’agenzia per la sovversione a Cuba»

di Geraldina Colotti – il manifesto

29mag2015.- «Venni reclu­tato dalla Cia per pre­pa­rare la sov­ver­sione politico-ideologica con­tro il mio paese». Il pro­fes­sor Raul Capote comin­cia così il suo rac­conto al mani­fe­sto. In mano ha il libro «Un altro agente all’Avana», appena pub­bli­cato in Ita­lia da Zam­bon. Un’ampia scheda di Ales­san­dro Pagani, il cura­tore, rica­pi­tola ter­mini e tappe della «guerra psi­co­lo­gica degli Stati uniti con­tro Cuba». L’introduzione di Ser­gio Mari­noni, pre­si­dente dell’Associazione nazio­nale di ami­ci­zia Italia-Cuba, trac­cia la mappa delle prin­ci­pali «con­tro­mosse» messe in campo dal governo cubano per parare i colpi. Il primo a met­tere in gioco la sua vita per infil­trarsi tra i gruppi anti­ca­stri­sti, fu Alberto Del­gado y Del­gado, nella prima metà degli anni ’60. Del­gado venne sco­perto dai ban­di­dos che lo tor­tu­ra­rono sel­vag­gia­mente prima di impic­carlo a un albero vicino a Tri­ni­dad e la sua sto­ria è rac­con­tata in un film del 1973, «El hom­bre de Mai­si­nicu». Capote, il primo cubano a infil­trarsi nella Cia, ha rischiato la vita molte volte, ma è ancora qui, a rac­con­tare quella sto­ria anche in Ita­lia, in un giro di pre­sen­ta­zioni che lo ha por­tato a Roma, dove lo abbiamo incontrato.

Com’è comin­ciata la sua avventura?

Ero un gio­vane scrit­tore spe­ri­men­tale, docente uni­ver­si­ta­rio, impe­gnato nell’Unione nazio­nale degli scrit­tori e degli arti­sti di Cuba. La Cia mi ha con­tat­tato per lavo­rare a un pro­getto chia­mato Gene­sis, diretto soprat­tutto ai gio­vani uni­ver­si­tari cubani. Si pro­po­neva di for­mare i lea­der «del cam­bio» e creare una orga­niz­za­zione di falsa sini­stra che in un futuro avrebbe dovuto pre­di­sporre il cam­bia­mento poli­tico nel paese. Per la Cia, ero l’agente Pablo, per il governo cubano, ero Daniel.

Ero e sono un comu­ni­sta fedele ai suoi ideali, uno dei tanti cubani che amano il pro­prio paese. Vivere una dop­pia vita non è facile senza una con­vin­zione pro­fonda: quando ti sba­gli o ti attac­cano o vogliono com­prarti, sei solo e l’unica tua arma è la moti­va­zione. Ho fatto il mio dovere fino al giorno in cui avrei dovuto com­piere atten­tati e il mio governo ha deciso di rive­lare pub­bli­ca­mente l’operazione.

Negli ultimi incon­tri tra rap­pre­sen­tanze Usa e quelle di Cuba, una gior­na­li­sta ha chie­sto alla dele­ga­zione sta­tu­ni­tense se Washing­ton modi­fi­cherà la sua stra­te­gia di inge­renza per pro­muo­vere “la tran­si­zione” a Cuba ora che sono riprese le rela­zioni tra i due governi. Le è stato rispo­sto che, in sostanza, l’obiettivo resta il mede­simo. Lei che ne pensa? E il suo libro è ancora attuale?

Quel che descrive il libro resta ancora molto attuale. L’attuale stra­te­gia di smart power degli Usa — san­zioni da una parte e dia­logo dall’altra, che ora stiamo vedendo nei con­fronti del Vene­zuela — si può rias­su­mere nel pro­po­sito di distrug­gere la rivo­lu­zione cubana seguendo altri metodi, con­si­de­rati più effi­caci di quelli più mar­ca­ta­mente aggres­sivi impie­gati durante la guerra al «peri­colo rosso»: for­mando, alle­nando, finan­ziando lea­der per il cam­bia­mento, infil­trando o creando gruppi alter­na­tivi finan­ziati dalle agen­zie gover­na­tive sta­tu­ni­tensi. Tutto que­sto all’insegna di rela­zioni nor­mali tra i due paesi che con­sen­tano di agire a Cuba in un con­te­sto di legalità.

Que­sti erano gli obiet­tivi del pro­getto Gene­sis. Gli Usa hanno dovuto pren­dere atto del loro fal­li­mento: per 56 anni hanno ten­tato di met­tere in ginoc­chio Cuba pren­den­doci per fame, allet­tando il popolo con ogni tipo di biso­gno indotto affin­ché si sol­le­vasse con­tro la sua rivo­lu­zione. Tut­ta­via, né l’aggressione mili­tare, né il ter­ro­ri­smo, né la guerra bio­lo­gica, né il blocco eco­no­mico hanno pie­gato Cuba. Per que­sto, ora ricor­rono alla poli­tica del buon vici­nato. Cre­dono che, rista­bi­lendo le rela­zioni diplo­ma­ti­che, togliendo pro­gres­si­va­mente il blo­queo pos­sano vin­cere: attra­verso una intensa guerra cul­tu­rale, semi­nando nell’isola i valori del capi­ta­li­smo, impa­dro­nen­dosi della nostra eco­no­mia, cor­rom­pendo fun­zio­nari, impre­sari, mili­tari e poli­tici. In pochi anni, con un pro­cesso sot­tile ma inar­re­sta­bile, senza che pos­siamo accor­ger­cene, Cuba ritor­ne­rebbe al capitalismo.

I più insi­diosi com­plici delle scelte neo­li­be­ri­ste o mode­rate dei governi euro­pei sono gli intel­let­tuali. Lei rac­conta nel libro la dif­fi­coltà per resi­stere a quelle sirene quand’era un gio­vane e ambi­zioso scrit­tore. I gio­vani cubani sono più espo­sti di quelli della sua generazione?

Non credo, anzi. I gio­vani cubani sono molto più pre­pa­rati, cono­scono i modelli occi­den­tali, hanno una cul­tura gene­rale supe­riore alla nostra, un impe­gno grande con il socia­li­smo cubano e hanno modo di fre­quen­tare i nostri nemici più di noi. Il fatto che Cuba abbia un livello di cul­tura gene­rale molto più ele­vato rispetto a quello di altri paesi della regione e a quello di molti paesi del mondo svi­lup­pato, non è da sottovalutare.

La prima grande opera della rivo­lu­zione è stata quella di ele­vare l’educazione e la cul­tura del popolo e que­sto ha dato i suoi frutti. Cuba ha un pro­getto cul­tu­rale alter­na­tivo e ecce­dente la cul­tura glo­bale del capitalismo.

Difen­dere que­sto pro­getto richiede uomini e donne for­mati in que­sta cul­tura dif­fe­rente, capaci di andare in qual­siasi parte del mondo a edu­care, a curare, a costruire, a sal­vare vite umane come fanno i nipo­tini della rivo­lu­zione in Africa, in Vene­zuela, in Bra­sile. Que­sto non lo fa il capi­ta­li­smo. Sul piano poli­tico, il paese è molto più forte di prima.

Il Potere popo­lare si con­so­lida, cre­sce il livello della par­te­ci­pa­zione popo­lare nelle deci­sioni, si sta per­fe­zio­nando il sistema elet­to­rale, si attua­liz­zano le leggi. Il nostro par­tito di avan­guar­dia — che non è un par­tito elet­to­rale come molti cre­dono — è diretto per oltre l’80% da qua­dri poli­tici gio­vani e di alto livello cul­tu­rale. L’unità del par­tito con il popolo è più forte di prima, la gente si sente par­te­cipe e giu­dice di quel che accade nel paese.

“Las palabras como armas”: impegno rivoluzionario, costruzione identitaria

Tony11Ecco l’esempio che Tony Guerrero ha trasmesso nel suo incontro con gli studenti universitari di Milano

di Alessandro Pagani

Il periodo di riflusso politico che ebbe inizio negli anni Novanta del secolo passato, dopo il crollo dell’URSS e della maggior parte dei paesi socialisti, fu anche lo scenario di emergenza da parte di Cuba di fronte all’implementarsi delle azioni di destabilizzazione della Rivoluzione cubana da parte degli Stati Uniti del Nord America, la cui virulenza rese necessario che il popolo cubano e il suo governo aumentassero la propria vigilanza rivoluzionaria infiltrando i propri agenti della sicurezza di Stato in seno a quelle organizzazioni terroriste anticastriste con sede a Miami.

E’ da qui che nasce l’eroica storia dei Cinque eroi cubani, che misero da parte i propri affetti e la propria vita personale per difendere il proprio Paese da siffatte azioni terroriste organizzate dalla mafia cubano americana, e che per questo dovettero patire – inoltre – le sofferenze e le privazioni del duro regime carcerario statunitense.

Un aspetto centrale di questa esperienza è il processo di costruzione dell’identità rivoluzionaria, fattore che ha reso possibile la Resistenza soggettiva alla barbarie carcerarie, come ha raccontato Tony Guerrero durante il suo incontro in un’aula piena di studenti dell’Università degli Studi di Milano.

Questo processo interiore, come quello inerente alla costruzione di un’identità collettiva, include la necessità di farsi proprio un universo di referenze capaci di dinamizzare la volontà, di materializzare sensazioni, di contrarrestare quelle forze centrifughe della soggettività individuale e che Tony Guerrero – rinchiuso in isolamento carcerario per 17 mesi consecutivi durante i 16 anni che ha dovuto scontare – è riuscito a trasmettere attraverso i suoi “versos sencillos”.

Ebbene, nel caso di Tony ciò che si evince dal suo incontro universitario “La palabra como armas” è che la dinamica di Resistenza della sua identità rivoluzionaria (la sua cosmovisione poetica) non è solo la materializzazione di un insieme di formulazioni teorico-ideologiche ma, anche, di una strutturazione di un immaginario politico – teoria e prassi – fortemente intriso di elementi propri di una cultura rivoluzionaria d’innegabile tradizione martiana, facilmente riconoscibile a partire dal trionfo della Rivoluzione cubana (1 gennaio 1959) e da colui che rappresenta – senz’altro – il più degno rappresentante, il comandante in capo di tutti gli umili della terra: Fidel Castro Ruz.

La “parola come arma”, vale a dire la poesia come strumento per interiorizzare le sofferenze delle carceri imperialiste statunitensi, in questo senso, ha rappresentato per Tony un elemento fondamentale tanto della costruzione della propria identità come rivoluzionario – fattore che traspare ascoltandolo narrare siffatta esperienza personale – come dell’esempio che ne viene fuori per tutti, là dove orbene si evince la condotta che deve mostrare un vero rivoluzionario di fronte a chi, dalla sua parte, ha solo la ragione della forza.

Ascoltando le parole di Tony Guerrero, davanti ad una platea di giovani universitari italiani, palesemente trasportati in cielo (come quelle farfalle cubane che diedero dignità alla sua vita carceraria), è impossibile disconoscere che i vincoli tra certe componenti del pensiero martiano e marxista rivoluzionario non sono affatto qualcosa di astratto o immaginario, ma rappresentano la forza della ragione di questi Cinque Eroi Cubani, degni rappresentanti dell’invitto popolo cubano.

Da siffatta prospettiva, si deve leggere l’incontro che si è tenuto presso l’università degli studi di Milano, cercando di interpretare al meglio le caratteristiche di una figura chiave dell’universo rivoluzionario cubano: quella di un eroe. La forma in cui questa figura rivoluzionaria si è articolata in un sistema di principi rivoluzionari e che nella interiorizzazione delle sofferenze carcerarie, nella conquista della libertà, costituiscono a loro volta uno degli esempi più alti della vita di un rivoluzionario che ha deciso di dare tutto per una giusta causa come quella della difesa della propria Patria e della propria Rivoluzione, contro le azioni terroriste e sovversive degli Stati Uniti del Nord America.
Gli studenti universitari di Milano non hanno ignorato tale esempio che è riuscito a trasmettergli Antonio Guerrero, oggi le sue poesie, le sue parole di amore alla vita e di indomabile Resistenza, riecheggiano nelle aule di quell’università e prendono il volo verso l’orizzonte, verso quel sol dell’avvenire che oggi, grazie a Tony, grazie ai Cinque eroi cubani, grazie a Fidel e Raul, grazie al comandante eterno Hugo Chavez, è diventato realtà e che si chiama: Patria Grande!

esclusivo per it.cubadebate.cu

Gesta emancipatrici per l’integrazione latinoamericana/1

di fidelchavezSalim Lamrani* – CubaInformazione

Uno sguardo alla “Nostra America”, la “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e la “Dichiarazione dell’ALBA” (1/2)

In occasione del Decimo anniversario della fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America avvenuta nel 2004 e a 120 anni dalla caduta in combattimento di José Martí, è necessario analizzare attentamente tre testi fondamentali per l’integrazione latinoamericana.

 

Introduzione

 

I tre documenti, “Nostra America”, la “Seconda Dichiarazione dell’Avana” e la “Dichiarazione dell’ALBA”, rappresentano, invero, una sfida per realizzare l’integrazione latinoamericana in un contesto geopolitico dominato dall’oscura ombra egemonica degli Stati Uniti e che riflettono un prospettiva storica di quella che è stata l’epopea emancipatrice dei paesi del Nuovo Mondo dal XIX secolo fino al XXI. “Nostra America”, testo redatto nel 1891 da José Martí, Apostolo ed Eroe nazionale di Cuba, creatore del progetto di integrazione, costituisce quella preziosa cristalleria storica e ideologica atta per ottenere l’unità delle nazioni latinoamericane.  “La Seconda Dichiarazione dell’Avana”, proclamazione pubblicata nel 1962 dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana e come risposta sovrana dinanzi alla decisione delle Organizzazioni degli Stati Americani – sottomessi al potere statunitense – di rompere le relazioni diplomatiche con l’Avana, rivendica il progetto martiano e segnala come principale nemico dell’indipendenza e della sovranità del continente: il potere imperialista di Washington. Attraverso l’Alternativa Bolivariana per le Americhe del 2004, si pone in essere il sogno bolivariano e martiano verso l’integrazione continentale, con l’accordo tra Cuba e Venezuela, per una cooperazione strategica che – poi – si estenderà, di fatto, ad altre nazioni della Patria Grande; seppellendo, così, il progetto dell’ALCA portato avanti da quel “Nord farraginoso e brutale”.

“Nostra America”, testo primordiale che occupa uno spazio privilegiato nella storia del pensiero latinoamericano, riflette un sentimento di emancipazione. In siffatta esortazione all’unione necessaria, José Martí, precursore della lotta antimperialista, afferma che la federazione dei popoli latinoamericani – che gira intorno ai valori e agli interessi comuni –  è l’unica strada verso la redenzione contro il “gigante dalle sette leghe”, che aspira a dominare il continente. Questo frammento – che riflette al meglio il pensiero martiano – rappresenta un’esortazione a serrare le file per impedire che gli Stati Uniti si impossessino delle ricchezze dell’America Latina, con lo scopo di ampliare la propria politica espansionista, così devastante per i popoli ispano-americani. In questo appello alla presa di coscienza e ad abbracciare la lotta, il Maestro privilegia la forza delle idee giuste e generose, le cosiddette “armi del giudizio”, giacché come egli ebbe a dire: “Trincee di idee valgono di più che le trincee di pietra”.

 

L’estratto della “Seconda Dichiarazione dell’Avana” è senza dubbio il testo più trascendentale della storia politica del continente, a partire dalla pubblicazione di “Nostra America”. Ispirato direttamente nell’idearlo martiano, di forti tendenze socialiste, siffatto documento esorta a tessere lacci indissolubili tra gli eterogenei membri della famiglia latinoamericana che ha come denominatore comune – beninteso – l’aspirazione ad ottenere la Seconda e (definitiva, NDT) indipendenza, passo verso quella che deve essere – finanche – l’emancipazione dal tallone imperialista statunitense. La marcia unita, di tutti i segmenti sociali, è una necessità storica e vitale per poter innalzare questa seconda battaglia comune contro l’oppressore del Nord, che rappresenta il principale ostacolo all’edificazione della Patria di Bolivar. Sicché, questo scritto costituisce un’appello a non lasciarsi sottomettere e a rafforzare la ribellione di tutte le nazioni contro un potere egemonico che ha come extrema ratio di annichilire le aspirazioni di libertà, eguaglianza e giustizia sociale degli umili e dei “poveri della terra” americana. 

 

La “Dichiarazione Congiunta”, testo politico firmato dai presidenti Hugo Chavez (Repubblica Bolivariana del Venezuela) e da Fidel Castro (Repubblica socialista di Cuba) nel 2004, traccia la base indissolubile dell’attuale Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America. Questa coalizione integratrice nasce come opposizione alle ambizioni di Washington (e nella fattispecie dall’allora presidente USA, George W. Bush) che vorrebbe trasformare l’Emisfero Occidentale in una zona di libero commercio neo-liberale, e che – a sua volta – aprirebbe la strada alla sottomissione e dipendenza delle nazioni latinoamericane alla Casa Bianca. Il capitale trasnazionale domina le economie regionali e le relazioni tra il Nord e il Sud; là dove a imperare è la legge del più forte. Elaborata inizialmente come alternativa, l’ALBA è la risposta di quei due paesi che oggi rappresentano il più alto livello di potere popolare all’interno dello scacchiere politico e ideologico latinoamericano dinnanzi ai tentativi egemonici da parte del Nord. Essi, infatti, prediligono basare le relazioni nella reciprocità, nella solidarietà, nella non ingerenza nelle questioni interne e nel rispetto mutuo. Anche l’essere umano ha un ruolo importante, essendo al centro del progetto di società che si vuole costruire, dando così forza al sogno bolivariano e martiano di emancipazione sociale.

 

In che senso questi tre testi fondamentali, scritti – oltretutto – in tre secoli differenti, rivendicano la salvaguardia dell’indipendenza e dell’identità latinoamericane? perché vengono considerati come la base della Resistenza storica al potere egemonico degli Stati Uniti nel continente?

 

Sono tre gli aspetti fondamentali che rappresentano i testi quivi menzionati, e che rappresentano – finanche – l’argilla fondamentale dei differenti processi di integrazione e Resistenza agli interessi imperialisti degli Stati Uniti del Nord America. Primo, sebbene siano stati scritti in tre distinti periodi storici, tutti e tre segnalano uno stesso nemico comune, vale a dire quel “vicino formidabile” che disprezza e ignora ai popoli del Sud, o come direbbe José Martí, prendendo spunto dal testo della Seconda Dichiarazione dell’Avana –  “al capitale monopolista yankee”, o a quel Nord che non nasconde i “suoi appetiti di dominio sulla regione”, che si evince nella Dichiarazione dell’ALBA. Orbene, l’unione di tutte le forze patriottiche del continente è la premessa per l’edificazione di una politica di Resistenza alla struttura egemonica che vuole seppellire i popoli latini attraverso la sottomissione e la schiavitù. 

Pertanto, è necessario creare la federazione continentale, “La solidarietà più amplia possibile tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi”, dal momento che “è l’ora di serrare le file e di marciare uniti”, in quella che è questa “famiglia di 200 milioni di fratelli”. Insomma, l’obiettivo comune è di edificare la Patria Grande di tutti, dove “il meglio dell’uomo” prevalga nel cammino verso “un destino migliore comune” basato nella “cooperazione, la solidarietà e la volontà comune di avanzare tutti assieme verso i livelli più alti di sviluppo”. 

 

  • Un nemico comune: il potere imperialista ed egemonico yankee

 

Fin dalla fondazione delle Tredici colonie e l’inizio del processo espansionista, gli Stati Uniti si sono contraddistinti come la principale minaccia per quelle giovani nazioni latinoamericane di allora. La dottrina del “Destino Manifesto”, che istituzionalizzava la conquista di tutto il continente era presentata come la missione divina del “popolo imprenditore e rampante”, ebbe conseguenze devastanti per il Messico, che perse più della metà del suo territorio durante la guerra del 1846-48. Martí, visionario e uomo dei suoi tempi, interpretò con immensa lucidità il pericolo rappresentato da “i giganti che portano con se le sette leghe negli stivali” e che dedicò tutta la sua vita ad allertare i suoi compatrioti latinoamericani sulle mire egemoniche del potere imperialista del Nord. Ardente difensore della sovranità e dell’identità latinoamericana, il cubano, dotato di una forza spirituale impressionante, fu capace, inoltre, di moltiplicare i propri sforzi per ottenere l’indipendenza totale della sua terra natale, ostacolata da Washington fin dai principi del XIX secolo, per via della sua posizione geo-strategica e per le sue risorse naturali. In “Nostra America”, testo che ispira le gesta epiche del combattimento è anche uno stimolo alla Resistenza. L’Apostolo ricorda, infatti, che la lotta per l’indipendenza e la sovranità è un combattimento che si riflette in ogni istante della vita, con il fine di evitare di essere colonizzati dal potere che vuole opprimerci. “La piovra” solo attende il momento giusto per scagliarsi “con la sua forza che la contraddistingue” su quelle giovani repubbliche ispano-americane. Martí denunciava, altresì, coloro che aprivano “le porte allo straniero”, alludendo alle élite corrotte e putrefatte che pullulano nel continente e che non ci pensano un istante a firmare un patto con il diavolo del Nord, a consegnare l’economia nazionale e le risorse naturali, anteponendo, così, il proprio egoismo all’interesse della propria Patria. L’indipendenza dell’America Latina è pertanto minacciata dal disprezzo del vicino del Nord che – per via della sua avidità e della sua “tradizione di conquista”, si ostina a non volerla riconoscere.

 

La Seconda Dichiarazione dell’Avana si inserisce nella continuità di “Nostra America” e denuncia “lo stesso nemico” che segnalava lo stesso Martí. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, all’indomani di una lunga lotta contro l’impero spagnolo che durò quasi un secolo e che costò non pochi sacrifici, l’America Latina si trova costretta a intraprendere una battaglia senza quartiere contro il potere statunitense, che non ha rinunziato a dominare il continente. Il luogo eletto per rendere pubblico siffatta proclamazione è nientemeno che la capitale di Cuba e questo rappresenta senza dubbio un gesto simbolico, dato che l’Isola di Cuba rappresenta senz’altro la lotta dei popoli del Sud contro tutti i demoni. In effetti, trent’anni di lotta tra 1868 e il 1898, durante la guerra di indipendenza che fu, inoltre, la più lunga e cruenta di tutto il continente, Cuba ha visto i suoi sogni di emancipazione frustrati per via dell’intervento imperialista degli Stati Uniti, che trasformarono la Patria di Martí in un volgare protettorato e in una repubblica neocoloniale. 

Dopo sessant’anni di dominio statunitense, del 1898 al 1958, il popolo cubano realizzava – finalmente – il suo sogno di una Patria libera e sovrana grazie al trionfo della Rivoluzione capeggiata da Fidel Castro il Primo gennaio 1959. Fin da subito, però, l’isola dovette fronteggiare l’ostilità del vicino imperialista che non accettava la realtà di una Cuba sovrana, nonché la perdita di ciò che costoro definivano come la propria “frutta matura”. La Seconda Dichiarazione dell’Avana afferma solennemente che la lotta contro l’imperialismo yankee è un combattimento di tutta l’umanità e di tutti i popolo, in particolare dei più umili, “dei popoli ancestrali”, “dei contadini senza terra”, degli “operai espropriati”, ma anche delle “masse progressiste”, degli “intellettuali onesti e brillanti”. In altri termini, l’America Latina deve diventare l’esempio della Resistenza contro quel “Nord farraginoso e brutale” che tutt’oggi la disprezza. 

 

La fondazione dell’ALBA è, quindi, una risposta all’ALCA, progetto di dominio economico elaborato da Washington per infiltrarsi nelle economie latinoamericane e dirigerle a favore degli interessi delle transnazionali statunitensi. L’ALCA è la continuazione dell’ALENA, zona di libero scambio che include i territori del Canada, Stati Uniti e Messico, creata nel 1994, e che ha devastato l’industria e l’agricoltura messicana, impossibilitate – quest’ultime – nel competere con i prodotti che giungono dal vicino Nord. Onde evitare un’approfondimento del neoliberalismo promosso dal presidente Bush, e che avrebbe gettato l’intera America Latina in una “dipendenza e subordinazione senza precedenti”, nacque un’alternativa elaborata da Fidel Castro e Hugo Chavez. Entrambi questi grandi statisti, che rivendicavano il progetto politico di Bolivar e Martí e che avevano beninteso gli interessi inconciliabili delle due Americhe e che “chi dice unione economica dice unione politica”, interpretarono l’ALCA come una delle differenti manovre di Washington per impossessarsi delle ricchezze del continente. L’ALCA ha come obiettivo di impedire l’indipendenza economica dei paesi del Sud e di rafforzare la dipendenza dei prodotti e finanziamenti del Nord, come si evince nel caso del debito estero. 

Prima di proporre un modelle differente per la Patria Grande, l’ALBA si presenta – innanzitutto – come un bastione della Resistenza agli appetiti del gigante del Nord, che vorrebbe proseguire il saccheggio del continente e mantenerlo sotto controllo, ragione per cui rifiuta “con fermezza il contenuto e i propositi dell’ALCA”. Per porre fine con la “povertà”, con la “disperazione dei settori maggioritari” delle popolazioni latinoamericane, con la “snazionalizzazione delle economie regionali” e con la “sottomissione assoluta ai dettami stranieri” nacque – infine – l’ALBA.

 

Ciò detto, per poter resistere al “Nord farraginoso e brutale” e al suo potere egemonico, atto ad impossessarsi dell’intero continente, è importante rafforzare l’unione della famiglia americana che è accomunata dalle stesse aspirazioni, verso un destino migliore e che suddetti documenti riflettono. 

 

Continua: “Le gesta emancipatrici verso l’integrazione dell’America Latina” (2/2)

 * Dottore in Studi iberici e latinoamericani dell’Università di Parigi La Sorbona – Parigi IV, Salim Lamrari è professore titolare dell’Università de la Reuniòn e giornalista, specialista delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Il suo ultimo libro si intitola The Economic War Against Cuba. A Historical and Legal Perspective on the U.S. Blockade, New York, Monthly Review Press, 2013, con un prologo di Wayne S. Smith e una prefazione di Paul Estrade. 

[Trad. dal castigliano per CubaInformazione di Alessandro Pagani]

La guerra chimica in Vietnam

KFTSaJGdi Alessandro Pagani*

L’utilizzo di armi chimiche, da parte dell’esercito statunitense nel Vietnam, costituisce senz’altro un crimine di guerra sulla base delle norme del Diritto Internazionale.[1]

Sebbene oggi gli Stati Uniti si dipingano agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come i paladini della lotta contro l’utilizzo delle armi chimiche durante i conflitti e sulle popolazioni civili, la possibilità di utilizzare tali armi durante i conflitti è stata una costante nella politica degli Stati Uniti. Già durante la seconda guerra mondiale gli USA avevano sviluppato non pochi esperimenti in previsione di una guerra chimico-biologica. Dopo varie ricerche militari sugli erbicidi condotte a Camp Detrick, il vero e proprio utilizzo sulle popolazioni ha trovato il suo campo di applicazione su vasta scala in Vietnam, quando gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra contro un popolo intero che sosteneva la lotta di liberazione nazionale guidata dal Fronte Nazionale di Liberazione del Sud Vietnam e dal Partito dei Lavoratori del Vietnam.

È nei laboratori situati negli Stati Uniti che sono stati sviluppati “erbicidi” tra i quali i prodotti 2 e 4 – D e 2, 4, 5 – T; ed è proprio con la definizione di armi chimiche che gli stessi sono stati impiegati sin dal 1961 nelle operazioni di defogliazione nel Sud Vietnam.

I primissimi studi in merito sono quelli del Dott. Pham Van Bac, giurista e presidente ella Commissione d’Inchiesta della RDV sui crimini statunitensi in Vietnam: “è soltanto nell’ottobre del 1969, in una dichiarazione pubblica del Dott. Lee Dubridge, consigliere scientifico del presidente Nixon, che vengono rivelati i risultati delle ricerche sul 2, 4, 5 – T, compiute molto tempo prima dai laboratori di ricerca Bionetics, sotto gli auspici del Cancer Institute”.[2]

Dai risultati si evince che “qualsiasi dose di 2, 4, 5 – T produce nel ratto malformazioni fetali e che in ogni caso non è mai stato osservato un effetto nullo”.[3]

Il presidente Richard Nixon, ben consapevole che l’utilizzo di armi chimiche sulle popolazioni era una palese violazione del Protocollo di Ginevra (rapporto del 1° luglio 1969 della Commissione di esperti scientifici nominata dalle Nazioni Unite sulla questione dell’utilizzo di armi chimiche e biologiche), ha continuato a portare avanti le operazioni di genocidio ai danni della popolazione del Vietnam, camuffandole in maniera subdola.[4]

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvando il rapporto della Commissione, ha adottato la risoluzione N. 2603 del 16 dicembre 1969, secondo la quale “Dichiara contrario alle regole del Diritto Internazionale, in base agli enunciati del Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925, l’impiego nei conflitti armati di: A) ogni agente chimico di guerra – sia esso allo stato gassoso, liquido o solido – che produca effetti tossici sull’uomo, sugli animali o sulle piante”.

Attraverso l’utilizzo di armi di distruzione di massa l’esercito statunitense non solo violò tutte le norme internazionali che bandiscono l’utilizzo di armi chimiche durante conflitti bellici, ma colpì indiscriminatamente obiettivi civili e militari, procurando danni incalcolabili alle persone e alle cose, all’uomo e alla natura, danni che ancora oggi si possono riscontrare nella popolazione e nell’ambiente. Dai risultati di uno studio sugli effetti dell’agente “Arancione”, sono “confermate le proprietà mutogene della diossina, trasmissibili ereditariamente”[5]

Non pochi sono i casi clinici che confermano tali studi. A riguardo si riportano alcuni dati sulle anomalie riproduttive nel villaggio di Thanh Phu, nel Sud Vietnam; là dove l’aviazione nordamericana ha effettuato bombardamenti che non hanno risparmiato donne, bambini e anziani.

Nel 1970, il professore vietnamita Ton That Tung, durante una conferenza tenutasi a Orsay (Francia), ha illustrato ai presenti gli effetti mutogeni e cancerogeni sui cromosomi da parte della diossina, ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale la questione della correlazione tra la guerra chimica e il progressivo aumento di casi di donne e uomini affetti da cancro nel Vietnam. L’aberrazione cromosomica fu constatata tra le persone che avevano soggiornato per lungo tempo nelle zone cosparse con le sostanze chimiche. Il problema dell’azione letale dei prodotti chimici sulla salute dell’uomo è oggettivamente impressionante. Non pochi esperimenti di laboratorio hanno dimostrato l’effetto mutogeno, teratogeno e cancerogeno di suddette sostanze sull’uomo. I defolianti utilizzati a dosi massicce sulla popolazione hanno subito attirato l’attenzione di medici e biologi sulle reazioni dannose che provocano sull’uomo.

Sebbene fossero i biologi nordamericani, i primi a segnalare le gravi conseguenze dovute alla guerra chimica sull’ambiente, è nel centro d’ematologia dell’ospedale Bach Mai di Hanoi (laboratorio che fu distrutto dall’aviazione statunitense nel 19729), che furono scoperte per la prima volta delle alterazioni cromosomiche su dei soggetti che avevano vissuto per lungo tempo in regioni sottoposte ai bombardamenti con armi chimiche.[6]

A riguardo il Dott. Bach Quoc Tuyén, ematologo, precisa: “Lo studio del sistema cromosomico dei soggetti analizzati denota un elevato e anormale tasso di anomalie assai significative. I defolianti inducono lesioni tra i cromosomi sessuali e pertanto tali disfunzioni possono essere trasmesse ereditariamente alle generazioni future”. Lo studio epistemologico sulle malformazioni congenite conferma quanto affermato dal Dott. Bach Quoc Tuyén sull’ipotesi della trasmissione genetica degli effetti mutogeni dei defoglianti.

La ricerca afferma che “Un dato per nulla irrilevante è che nei giorni successivi ai bombardamenti nordamericani con armi chimiche sono stati contati un numero anormale di aborti tra le donne gravide della regione di Long Dien e di An Tranch (Trung Bo centrale). Tra le 73 donne colpite da manifestazioni oculo-nasali, ci sono stati 22 aborti. Non pochi sono stati i casi di donne gravide che hanno vissuto in zone di spargimento nei cui neonati, una volta partorito, sono stati osservati casi di trisomia 21. La trisomia 21 è la conseguenza di un errore nella separazione dei cromosomi omologhi, errore che spesso è stato attribuito all’avanzata età della madre, ma che invece è dovuto alle aspersioni dei nordamericani”. Tutto ciò si desume – sempre secondo tale ricerca – dal fatto che: “oltre all’origine tossica di queste trisomie 21 non sono state evidenziate anomalie cromosomiche strutturali così gravi da far pensare ad altro. Inoltre, in 100 cellule appartenenti ad alcuni di questi bambini sono evidenti 3,33 rotture cromosomiche, vale a dire 6 volte di più che nei sopravvissuti di Hiroshima”.[7]

La guerra chimico-biologica è da considerarsi come una parte della strategia bellica degli Stati Uniti, volta al genocidio della popolazione vietnamita.

In un inchiesta del New York Times del 21 dicembre 1965 anche i giornalisti dovettero ammettere la situazione reale, vale a dire che il governo degli Stati Uniti ha realizzato “Un vasto programma ufficiale destinato ad affamare i Vietcong” attraverso l’aspersione di sostanze chimiche nocive su ampi territori; là dove i Vietcong ricavavano il proprio sostentamento attraverso il sostegno della popolazione stessa.[8]

La guerra chimica, come strumento di aggressione imperialista, rappresenta un momento dell’azione terrorista tesa all’annientamento di un intero popolo, quando lo stesso è fermamente unito e determinato nella difesa della sua indipendenza nazionale. La guerra chimica – non solo in Vietnam, ma tuttora – è parte integrante della strategia imperialista di “togliere l’acqua al pesce” (secondo la famosa metafora di Mao Tse-Tung in cui il pesce rappresenta i combattenti comunisti e l’acqua il popolo nel quale nuotano), con l’obiettivo di spezzare suddetta unità mediante il terrore, la fame, la miseria, le più atroci sofferenze fisiche e morali, la distruzione totale del patrimonio naturale.[9]

Nel libro “Dans le maquis du Sud Vietnam” la giornalista e scrittrice francese Madeleine Riffaud testimone in prima persona degli orrendi crimini contro l’umanità da parte degli Stati Uniti afferma: “è molto difficile salvare i bambini, in particolare i piccini, dalla guerra chimica di cui essi sono vittime”.[10]

Defoliazione delle foreste mediante l’impiego di armi chimiche, distruzione dei raccolti, avvelenamento dell’uomo e del bestiame, utilizzo di napalm in dosi massicce, sperimentazione di gas tossici e di gas neurotossici contro la popolazione civile, utilizzo – finanche – di armi batteriologiche: l’amministrazione USA, pur cercando di nascondere tali pratiche terroristiche, ha perpetrato volutamente una criminale campagna di genocidio ai danni di donne, bambini, vecchi, senza distinguere il civile dal combattente.

La guerra chimica in Vietnam fu portata a termine per mezzo di aerei cargo C-130 e C-123 e ha interessato ogni volta zone e regioni sempre più ampie nel Sud Vietnam, là dove la fitta vegetazione non permetteva ai marines nordamericani di affrontare la tenace guerriglia vietnamita. Simultaneamente alle sostanze tossiche furono sganciate bombe a biglia, bombe incendiarie e bombe a scoppio ritardato, con l’obiettivo di impedire di fatto ogni tentativo di salvataggio. Dal 1961 al 1969 sono stati distrutti 13.000 Km quadrati di terreno coltivato (il 43% dell’intero territorio coltivabile) e 25.000 Km quadrati di foreste (il 44% dell’intera superficie forestale). Alla fine del 1969 erano stati colpiti più di un milione di ettari di terreno.[11] Gli statunitensi usarono defolianti ad altissime dosi, e a più riprese colpirono lo stesso territorio. I dati forniti dalle autorità statunitensi sono impressionanti: secondo il professor Meselson dal 1964 al 1969 sono state usate 50.000 tonnellate di defolianti e 7.000 tonnellate di gas CS. Il Congressional Record del 12 giugno 1969 fornisce la cifra di 6.063.000 pounds (un pound corrisponde a circa ½ chilogrammo) di gas CS per il solo 1969. A questi dati vanno aggiunti anche quelli del biologo statunitense, Arthur H. Westing, il quale afferma che nel Vietnam sono stati sparsi 57 milioni di chilogrammi di agente “arancione”, contenente diossina.[12]

La distruzione di coltivazioni e di foreste prodotta dalle armi chimiche è immensa e i suoi effetti nefasti, immediati e in prospettiva, sull’ecologia e la genetica sono terrificanti. Con la distruzione della flora le condizioni climatiche sono seriamente perturbate, specie in una regione come il Sud Vietnam, dove un terzo della superficie è coperto da foreste. L’erosione progredisce e l’acidità del suolo si accresce, la sua permeabilità diminuisce. Le piene e le inondazioni hanno prodotto i loro effetti nelle pianure costiere del Vietnam centrale. Degradazione del suolo e formazione di terreni argillosi. I prodotti chimici, alterando la composizione microbica del suolo, hanno prodotto una deviazione grave del processo di decomposizione e del metabolismo del suolo stesso con i relativi gravissimi effetti sulle piante. Gli studi sulle trasformazioni climatologiche e sulle fitopatologie a proposito dei prodotti chimici sono abbondanti.

La distruzione dei raccolti in Vietnam fu portata avanti in maniera sistematica. Nel libro, Vietnam. Immagini di una guerra (edito dalla Zambon Editore), si dice che: “Nel Vietnam del Sud specialisti americani insegnano ad aviatori vietnamiti il modo di spandere, nelle regioni tenute dai comunisti, un prodotto che prosciuga le risaie, rovinando un raccolto già pronto”.[13]

Uno degli aspetti più inquietanti riguarda poi le alterazioni genetiche.

AgentOrange1Gli effetti degli agenti chimici sull’uomo

Negli anni successivi alle scoperte mediche degli scienziati vietnamiti, il profesor Arthur Gaston, biologo dell’Università di Yale, affermava: “Se una donna gravida, nel Vietnam, ingerisce dell’acqua inquinata da questi prodotti chimici, la sua gestazione subirà sicuramente dei danni irreparabili”.[14] A oggi, le osservazioni e i dati statistici sulle alterazioni cromosomiche e sulle malformazioni congenite confermano gli studi medici e scientifici vietnamiti.

Secondo il già citato studio del Prof. Ton That Tung, l’impiego massiccio e prolungato di erbicidi e di defolianti può provocare alterazioni cromosomiche sulla popolazione che vive nelle zone in cui questi prodotti sono impiegati.

A riguardo, la scoperta del prof. Ton That Tung è inequivocabile: “Nel momento in cui la nebbia chimica si diffonde nell’aria, il soggetto esposto avverte prurito agli occhi, lacrimazione e rinorrea intensa, poi un odore aspro di cloro e di DDT lo prende alla gola, contemporaneamente una vampata di calore arriva alle narici, poi starnutisce e vomita; tutto questo mentre l’individuo soffre di cefalea e di astenia. Tutta la sintomatologia accenna ad affievolirsi solo dopo 24 ore ed il malato comincia a star meglio dopo 3-4 giorni. Quindi i primi sintomi che compaiono sono di tipo oculo-nasale, seguiti da cefalea e da vertigini con sensazione di malessere e di astenia intensa; l’astenia può rappresentare il sintomo dominante nei mesi seguenti l’aggressione. Non pochi uomini e donne, infatti, sono dovuti rimanere a letto per 2-3 mesi, ma anche dopo erano incapaci del minimo sforzo. All’astenia si accompagnavano insonnia, mal di testa e spesso impotenza sessuale e alterazioni mestruali nelle donne. Un aspetto particolare di quest’astenia è rappresentato dalla astenopsia (stanchezza visiva) che colpisce l’81% delle vittime dei prodotti chimici; la prova della lettura è molto indicativa: all’inizio la lettura appare possibile, dopo pochi minuti, però, il paziente dice di vederci sfocato, poiché lo raggiunge una grande fatica agli occhi e deve smettere immediatamente di leggere”.[15]

In sintesi, gli effetti principali sono di carattere oculo-nasale, seguiti da mal di testa, vertigini con sensazione di malessere e di stanchezza intensa; quest’ultima può essere il sintomo dominante nei mesi seguenti all’aggressione.

In tabella sono riportati i sintomi in ordine di frequenza. Nelle forme più gravi si può instaurare un quadro che ricorda la malattia di Addison.[16] In ogni caso lo studio dell’assetto cromosomico permette di collegare questa sintomatologia alla grave intossicazione da defolianti.

I defolianti e gli erbicidi usati nel Sud Vietnam sono diversi, ma l’attenzione dei ricercatori è stata rivolta in modo particolare sul 2,4,5-T che è stato usato in 9 anni nella quantità di 40 milioni di libbre mensili su 5 milioni di acri di territorio.

La contaminazione di queste sostanze chimiche e in seguito gli effetti teratogeni, generati non per via respiratoria bensì a causa dell’ingestione di acqua inquinata da suddette sostanze chimiche, deve farci riflettere sui danni che possono provocare sulla gestante. Il 2,4,5-T rimane nel suolo per molto tempo: una dose da 0,25 a 8 libbre per acro può rimanere nel terreno per un periodo di 4-5 mesi. Insomma, tenendo conto delle dosi di defoliante impiegato nel Vietnam, è stato calcolato che un vietnamita di 40 Kg, che ha bevuto 2 litri di acqua contaminata ha, di fatto, assorbito 120 Mg di 2,4,5-T al giorno, cioè 3 mg per chilogrammo di peso. Dato che mescolate col 2,4,5-T ci sono delle diossine, nelle medesime condizioni un vietnamita assorbe 1/10 di microgrammo di diossine al giorno.[17]

Tenendo presente che la donna è sensibile all’assorbimento di 2,4,5-T nella stessa misura in cui lo è per la talidomide, si può calcolare la dose minima teratogena. La dose assorbita da una donna vietnamita di 40 Kg, che beve acqua contaminata dai defolianti è 64 volte maggiore della dose teoricamente teratogena. Supponiamo adesso che l’effetto teratogeno sia dovuto alle diossine: assorbendone la donna 1/10 di microgrammo al giorno attraverso l’acqua inquinata, queste sostanze si accumuleranno nell’organismo come tutti gli idrocarburi clorurati e a un certo momento raggiungeranno la soglia teratogena; quando gli spargimenti saranno quotidiani, le possibilità di dare alla luce un neonato anormale saranno ulteriormente accresciute.[18]

Secondo il chimico vietnamita Vo Hoai Tuan, “La diossina è stata utilizzata a dosi superiori di tredici volte quelle raccomandate dal Ministero dell’Agricoltura per l’impiego agricolo interno. Più di un milione di persone si è nutrito con alimenti contaminati dai defolianti”.[19]

I tre principali erbicidi impiegati sono i prodotti: “Arancione”, “Bianco” e “Blu”. L’agente “Arancione”, è una miscela di 2,4-D e di 2,4,5-T, che venne impiegato per colpire alberi a legno duro e piante a foglie larghe. Le foreste di mangrovia sono particolarmente sensibili a questo prodotto sino al punto che a oggi non è ancora possibile constatare negli alberi contaminati segni di rigenerazione. Anche la fertilità del suolo è irrimediabilmente compromessa, a causa della continua erosione.

Il prodotto “bianco”, un miscuglio di 2,4-D e di Picloram, è stato impiegato in Vietnam in prossimità di villaggi ed in regioni popolose, questo perché, essendo il prodotto poco volatile, risulta meno suscettibile alla dispersione.

Il prodotto “Blu”, più tossico per le erbe che per gli alberi a foglia larga, è stato impiegato di preferenza per la distruzione delle risaie; esso, infatti, danneggia le piante di riso nel giro di 6-8 ore. Il prodotto “Bianco”, invece, danneggia le piante di riso nel giro di 24 ore.

La guerra chimica degli Stati Uniti, mediante il genocidio della popolazione vietnamita[20], aveva anche l’obiettivo – come detto previamente – di togliere ai guerriglieri Vietcong l’appoggio della popolazione. Distrutti i villaggi, bruciate le case, la popolazione veniva deportata e “concentrata” nei cosiddetti “villaggi strategici”, cintati da reticolati di filo spinato e sorvegliati da posti di guardia. Attorno ad essi, nel raggio di chilometri, veniva fatta terra bruciata distruggendo la vegetazione con erbicidi e defolianti, sostanze letali per gli uomini e gli animali.[21]

L’effetto del 2,4,5-T ha provocato nell’uomo e negli animali delle malformazioni congenite. Le notizie sono pervenute dalle province che furono colpite nel Sud Vietnam, hanno mostrato come non poche donne gravide esposte a queste sostanze hanno partorito dei nati-morti o dei neonati malformati con micro o macrocefalia, con arti deformi o con dita in sovrannumero; questi neonati sono in genere morti poco tempo dopo essere venuti alla luce, quelli sopravvissuti manifestano gravi deficit mentali.

L’utilizzo di gas tossici contro l’uomo: il CS come arma di distruzione di massa

Secondo lo studio dell’Unione degli Intellettuali Vietnamiti in Francia sulla guerra chimica nel Sud Vietnam[22], il CS si presenta sotto forma di polvere ed è sparso in sospensione[23]. Le particelle della sostanza tossica possono presentarsi in diverse dimensioni e con svariati supporti; tutte queste varietà del prodotto rispondono a esigenze di altrettante modalità di impiego. Oltre al CS propriamente detto sono stati preparati il CS-1 e il CS-2, fissati su silicone e usati dal 1968 in poi. I rapporti e le testimonianze presentate alla seduta del tribunale Russel, tenutasi a Roskilde nel 1967 e in seguito alla riunione del luglio 1968 del Centro Internazionale per i crimini di guerra, hanno stabilito che il CS impiegato in certe condizioni, tutte presenti nel Sud Vietnam, diventa un’arma letale. Il CS deve essere considerato dunque (e il tribunale Russel ha concluso in questo senso) come un’arma chimica e come tale rientra tra le armi bandite dal Protocollo di Ginevra del 1925).

Come rileva Francis Khan, professore aggregato alla Facoltà di Medicina di Parigi, “La prova più indiscutibile che il CS può risultare, in determinate circostanze, un’arma letale si ricava dai dati tossicologici pubblicati dagli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (organismo delle Nazioni Unite) nel loro rapporto al segretario generale dell’ONU della fine del 1969 e dell’inizio del 1970. Ma il rapporto permette soprattutto di dimostrare che le truppe USA nel Sud Vietnam adottano delle concentrazioni e delle modalità che trasformano il CS in un’arma decisamente mortale”[24].

Le truppe nordamericane per insufflare il CS nei sotterranei e nei rifugi fecero uso di macchine chiamate “Mighty Mite” capaci di pompare la sostanza tossica sotto forma di polvere, di liquido o di gas nei rifugi sotterranei in quantità di diversi chilogrammi al minuto. Ora, “se è chiaro che è impossibile, trovandosi davanti all’entrata del rifugio, decidere quali siano le sue reali dimensioni e perciò il suo volume di aria respirabile; tenendo conto, inoltre, che rifugi molto grandi presentano la stessa entrata che un rifugio familiare costruito per alloggiare da 4 a 5 persone è estremamente facile raggiungere, in tali rifugi, concentrazioni mortali di CS”[25], creando così delle vere e proprie camere a gas.

Altri agenti tossici in dotazione all’esercito nordamericano e utilizzati nella guerra del Vietnam

Oltre al succitato gas lacrimogeno CS (o clorobenzalmalonitrile) troviamo in dotazione all’esercito statunitense i seguenti composti tossici:

Fosgene (CG), trattasi di un gas molto irritante che produce tosse, cianosi e infine asfissia per edema polmonare.

Acido prussico (acido cianidrico, AC), produce convulsioni, perdita di coscienza ed asfissia.

Cloruro di cianogeno, lacrimogeno molto intenso, dose letale: 400 mg/metro cubo in 10 minuti.

Iprite e Mostarde azotate (HD e HN-3 del codice statunitense, producono infiammazione delle mucose e lesioni della cute, necrosi, polmoniti, asfissia e disturbi neurologici.

CN (Cloroacetofene), è il comune gas lacrimogeno impiegato dalle polizie di tutti i Paesi per disperdere le manifestazioni; sembra che reagisca con i gruppi –SH delle proteine e che perciò inibisca molti enzimi; produce irritazione delle vie respiratorie superiori e delle congiuntive, può provocare ancora delle bruciature, vomito; è mortale a dosi molto elevate e in ambienti confinati; in caso di contatto diretto sul globo oculare può provocare cecità.

DM o Adamsite (difenilamicocloraarsina), è la più potente delle sostanze chimiche impiegate contro le manifestazioni; secondo il manuale dell’esercito 3-215 esso produce “irritazione degli occhi e delle mucose, fa colare il naso come per un raffreddore, produce starnuti, tosse violenta, emicrania, forte dolore al petto e senso di oppressione, nausea e vomito”; il manuale FM 3-10 dell’esercito statunitense dice: “l’impiego del DM per disperdere le manifestazioni è sconsigliabile quando non si accetti l’eventualità di provocare dei morti, lanciato in dosi massive può essere mortale e provocare paralisi, è quindi meglio utilizzarlo durante operazioni militari nelle quali può essere decisivo neutralizzare gli uomini-chiave del nemico con effetti paralizzanti, sempre valutando l’eventualità di provocare dei morti.

BZ (noto ufficialmente come sostanza “immobilizzante”), la sua formula chimica è segreta, si ritiene che si tratti di un gas che colpisce il sistema nervoso; il manuale dell’esercito FM 3-10 dice solo che è “un aerosol paralizzante a lenta azione il cui effetto è transitorio, penetra nel corpo attraverso la respirazione ed impedisce il funzionamento dei meccanismi mentali che controllano le funzioni del corpo”; il manuale di addestramento per la guerra chimico-biologica afferma che tra gli effetti del BZ si possono citare: “il rallentamento dell’attività mentale e fisica, emicranie, vertigini, perdita del senso di orientamento, allucinazioni, sonnolenza, comportamento demenziale e aumento della temperatura corporea”; alcuni di questi sintomi sono paragonabili a quelli prodotti da alcuni allucinogeni (LSD-25, per esempio) ed è noto che il Pentagono ha patrocinato ricerche sull’impiego militare degli allucinogeni.

Agenti neurotossici

Essi sono in genere degli inibitori della colinesterasi, ma anche di altri enzimi, producono disturbi della vista e del respiro, nausea, vomito, crampi, alterazioni del comportamento, coma, convulsioni, asfissia e morte. I gas neurotossici agiscono inavvertitamente perché inodori, senza sapore e quasi invisibili. Se penetrano nella pelle o attraverso le vie respiratorie, provocano la morte di chi ne viene a contatto nel giro di 4 minuti. I prodotti che escono dalla fabbrica Chemical Plant situata a Newport, Indiana, sono dei gas tossici per il sistema nervoso e si distinguono in:

GA (Taboun o Trilon) è il dimetil amminocianofosfoto d’etile.

GB (Sarin) è il metilfluorofosfato d’isotropie. È un gas inodore, incolore e volatile che può uccidere in pochi minuti, un milligrammo costituisce la dose letale, è in dotazione dell’arsenale degli Stati Uniti dalla fine degli anni Quaranta.

VX è un altro gas inodore che a differenza del GB non evapora rapidamente e perciò conserva a lungo la sua tossicità; un solo milligrammo di questo gas basta ad uccidere un uomo.

GD (Soman) ha caratteristiche simili ai precedenti.

Le sostanze chimiche utilizzate

Arancione (2-D 2, 4, 5 – T).

Bianco (Sale di triisoproplanolamino picloram, sale di triisopropanolamino del 2, 4 – D).

Blu (Acido cacodilico e cacodilati)

I gas letali utilizzati

CN (Cloroacetofenone)

DM (Adamsite o cloruro di fenarsazina)

CS (Ortoclorobenzol-malonitrile), utilizzati anche come CS-1 e CS – 2

Impianti per la guerra chimico-biologica negli Stati Uniti.

Edgewood Arsenal, Maryland: Quartier generale dell’Army Chemical Corps, Edgewood è il centro dell’esercito per le ricerche sugli agenti chimici e sui sistemi di disseminazione di tali agenti. Edgewood è la più vecchia delle basi per la guerra chimico-biologica. Durante la Prima guerra mondiale, confezionò proiettili contenenti fosgene e altri gas e rimase il principale centro di produzione di tutte le armi chimiche fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo di che fu interamente destinata alla ricerca.
Army Biological Laboratory, Fort Detrick, Maryland: Fort Detrick si trova a Frederick, MD., un comune rurale, a circa 50 miglia a nord-ovest di Washington, D.C. Fort Detrick è il centro di tutte le ricerche degli Stati Uniti nel campo della guerra biologica. Questa base è sorta durante la seconda guerra mondiale ed è dotata di un insieme di laboratori del valore di 75 milioni di dollari. Oltre alla ricerca sulle armi biologiche destinate a colpire l’uomo Fort Detrick controlla la maggior parte delle ricerche sugli agenti che distruggono il fogliame e i raccolti.
Rocky Mountain Arsenal, Colorado: Questa base di 17.750 acri, situata a 10 miglia a nord-ovest di Denver, era il principale impianto per la produzione del gas Sarin – un gas che attacca il sistema nervoso – da quando la formula era stata sottratta ai tedeschi alla fine della Seconda guerra mondiale. Il Rocky Mountain continua a produrre e a confezionare vari agenti che agiscono sul sistema nervoso e diversi prodotti chimici immobilizzanti; ha fornito, inoltre, le armi impiegate in Vietnam per distruggere i raccolti (per ulteriori informazioni, vedi J.H. Healy, The Denver Earth-quakes, “Science”, 27 settembre 1968, pp.1301 sgg.)
Naval Weapons Laboratory, Virginia: situato nelle vicinanze del Potomac, a Dahlgreen, a sud di Washington, D.C., questo laboratorio è il centro della marina che si occupa delle ricerche sulla guerra chimico-biologica. Gran parte del lavoro di questo laboratorio riguarda la difesa da un eventuale attacco con armi chimiche. La principale zona di prova della marina per tutte le sue armi è l’Ordinance Station, a China Lake, California. Le ricerche sulle epidemie provocate da armi biologiche sono condotte nel Naval Biological Laboratory (NBL) di Oakland, California. Situato nel Naval Supply Depot di Oakland, California, questo laboratorio è diretto da personale dell’Università della California che opera in base a un contratto con l’ufficio per le ricerche navali.
Dugway Proving Grounds, Utah: si trova in una grande riserva nel deserto, circa 80 miglia a sud-ovest di Salt-Lake City. Dugway è il principale terreno di prova per le armi chimico-biologiche. Vi si sperimentano spesso bombe e munizioni contenenti sostanze mortali che agiscono sul sistema nervoso; lo scopo di tali esperimenti è di determinare in quale misura le condizioni atmosferiche influiscano sugli effetti della disseminazione. L’esistenza stessa di Dugway era ignorata dalla maggioranza degli statunitensi.

*(Scheda storica tratta dal libro di Phan Thi Quyen, Vivere come lui. Nguyen Van Troi, simbolo della lotta di liberazione del Vietnam, Zambon Editore, 2014).

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Note biografiche:

[1] Manifesto di Pietroburgo del 1869, Convenzione dell’Aia del 29 luglio 1899, Convenzione dell’Aia del 19 ottobre 1907, Trattato di Versailles del 1919, Trattato di Washington del 1922.

[2] AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit. p. 106

[3] Ibidem. Cit. p. 106

[4] Il rapporto del 1° luglio 1969 della Commissione di esperti scientifici nominata dalle Nazioni Unite sulla questione dell’utilizzo di armi chimiche e biologiche afferma che: “Il veto annunciato nel Protocollo di Ginevra si applica a tutti gli agenti chimici, biologici e batteriologici (ivi compreso i gas lacrimogeni ed altri irritanti) attualmente esistenti o che nel futuro potranno essere messi a punto. Per ulteriori approfondimenti, v. AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, p. 108.

[5] Ètudes Vietnamiennes, N° 2/1972, Op. cit. p. 27

[6] Conseguences durables de la guerre chimique, in Le Courier du Vietnam, 2/1983, Hanoi, RDV, pp. 22-31

[7] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1973, pp. 57-83

[8] Ibidem, cit., p. 131

[9] Tutti questi crimini sono contemplati e condannati espressamente dal tribunale militare di Norimberga (riconosciuto nel dicembre 1946 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite) e dalla Convenzione Internazionale sul genocidio del 1948. La responsabilità di questi crimini internazionali cade indiscutibilmente sul governo degli Stati Uniti, secondo lo statuto e la giurisprudenza del tribunale internazionale di Tokio (anche questo riconosciuto dall’ONU). A riguardo v. AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, p.110.

[10] Per ulteriori approfondimenti sulla guerra chimica attuata come genocidio e biocidio e sulle conseguenze dell’uso di defolianti durante la guerra in Vietnam, v. Il laboratorio delle barbarie, in Vietnam. Immagini di una guerra (a cura di Luigi Nespoli e Giuseppe Zambon), Zambon Editore, 2012.

[11] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., p.33

[12] Tratto dalla rivista Nature, Londra298, 5980: 114, 8-7-1982, ora in Le courier du Vietnam, 2/1993, Hanoi, RSV, Cit., p. 22.

[13] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., p 131.

[14] Ibidem, cit., pp. 34-35

[15] Ibidem, cit., p.60

[16] La Dott.ssa Anne Bachelot, specialista di endocrinologia e medicina della riproduzione all’ospedale Pitié-Salpetriére di Parigi, ci spiega che il morbo di Addison (AD) è una rara malattia cronica che colpisce la corteccia delle ghiandole surrenali, diminuendo o anche azzerando la sua funzionalità- Per questo il nome scientifico è ipocorticosurrenalismo o insufficienza corticosurrenalica. I sintomi principali di AD sono “affaticamento, perdita delle forze, malessere, perdita di peso, nausea, anoressia (ritardo delle crescita nei bambini), dolori muscolari e articolari. Segno cardinale è la pigmentazione cutanea e delle mucose (incupimento della cute: pieghe palmari, nocche, cicatrici, mucosa orale e siti di frizione). I sintomi d’ipotensione posturale e ipoglicemia sono tardivi. I pazienti possono chiedere con insistenza di ingerire sale- Sono spesso presenti vitiligine e alopecia areata. L’AD causa un deficit di deidroepiandrosterone, responsabile di altre sindromi presenti solo nelle donne (perdite di peli ascallari/pubici, pubarca assente nei bambini, libido ridotta e secchezza cutanea). Senza terapia oppure nel corso di malattie scatenanti può insorgere l’insufficienza surrenalica primitica acuta (AAI) o crisi surrenalica, un’emergenza medica potenzialmente letale”. Per ulteriori approfondimenti sul tema, v. http://www.orpha.net/consot/cgi-bin/OC_Exp-php?ing=IT&Expert=85138

[17] AA.VV., La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., pp. 57-83.

[18] Ibidem, cit., p. 77

[19] Ibidem, cit., pp. 37-45

[20] Che gli Stati Uniti stessero perpetuando un genocidio si desume dall’utilizzo dell’acido cacodilico, composto principale del prodotto “Blu”, il quale contiene un 54% di arsenico. Ora, come ben sappiamo, all’avvelenamento per arsenico nell’uomo si arriva quando, in seguito ad accumulo graduale, si raggiunge la dose letale; nello stesso modo è prevedibile che agisca il prodotto “Blu”, cioè a distanza di tempo. L’intossicazione da acido cacodico produce: mal di testa, vertigini, vomito, diarrea, stupore, convulsioni, paralisi e morte; la dose sufficiente a produrre questa sintomatologia è, per un adulto, di circa 30 grammi.

[21] In realtà siffatta strategia imperialista non andò a buon fine, giacché l’Esercito di Liberazione Nazionale del Vietnam riuscì a trasformare questi “villaggi strategici” in “villaggi combattenti”; vale a dire in bastioni di Resistenza delle popolazioni contro l’aggressione statunitense e contro il governo vassallo di Saigon. Per successivi approfondimenti in merito, v. Vietnam. Immagini di una guerra, Zambon Editore, 2012, cit. p. 88

[22] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit. pp. 127-143

[23] Per questa ragione, per valutarne la quantità si ricorre a un’unità di peso (grammo, Kg, tonnellata) e non a un’unità di volume (litri, metri, cubi) come ci si aspetterebbe trattandosi di un gas.

[24] AA.VV. La guerra chimica. Imperialismo ed ecologia, Bertani Editore, Verona, 1972, cit., pp. 175-176.

[25] Ibidem, cit., p. 176

Quando le sbarre del carcere furono aperte al futuro

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di Roberto Diaz Martorell – Juventud Rebelde

In seguito all’amnistia politica, ottenuta Sessant’anni fa grazie allo sforzo popolare, Fidel, assieme a tutti gli altri giovani che assaltarono la Caserma Moncada e la Caserma Carlos Manuel de Céspedes, ottennero la libertà dal Presidio Modelo nell’Isola dei Pini

Nuova Girona, Isola della Gioventù – La scarcerazione dal carcere Presidio Modelo nell’Isola dei Pini di Fidel Castro, assieme a tutti coloro che assaltarono la Caserma Moncada, a Santiago di Cuba, e la Caserma Carlos Manuel de Céspedes, a Bayamo, il 15 maggio 1955, ha reso concreto il dispiegarsi di una nuova tappa di lotta all’interno della storia nazionale, che fu preparata sistematicamente durante quei 22 mesi di ingiusto incarceramento che essi dovettero patire.

A Sessant’anni da quell’evento, il popolo dell’Isola della Gioventù commemora questa data assai importante, di riflessione e di impegno; di ringraziamento per poter vivere in un paese che ha convertito il Presidio Modelo in Palazzo dei Pionieri, trasformandosi, inoltre, in uno spazio dove i giovani possono conoscere la nostra storia, con la prospettiva di crescere da veri rivoluzionari e di armarsi di quegli strumenti ideologici atti a difendere i più genuini valori e ideali di libertà e sovranità piena dell’uomo e dei suoi popoli.

La celebrazione ha reso possibile la preparazione di intense giornate di lavoro per esibire un complesso urbanistico, che riflettesse, invero, il significato storico degli eventi. Nel contempo, ci si è attivati a una ristrutturazione di Marabù, attraverso l’espropriazione di terre incolte e mediante la realizzazione di importanti piani produttivi; attraverso il miglioramento dei centri di studio e di lavoro; attività – tutte – che sono indispensabili per rafforzare ancor di più l’identità locale.

Gli abitanti dell’Isola dei Pini, in nome di tutto il popolo di Cuba, hanno festeggiato gioiosamente questa data per via del trionfo delle idee che portarono all’assalto del Moncada, la vittoria popolare del 15 maggio 1955, lo sbarco del Granma e la lotta insorgente nelle montagne e nelle campagne, che si concluse con il trionfo del Primo gennaio 1959.

La scarcerazione

Secondo quello che si evince in un testo intitolato Monografia Pinera, doveva essere l’una del pomeriggio di una domenica differente da tutte le altre, quando un cospicuo gruppo di persone si accalcava impaziente di fronte ai cancelli di un carcere. Ad un tratto furono aperte le porte del Presidio e dalla lunga scalinata scesero il primo gruppo costituito da dieci giovani. Circa mezz’ora dopo, fu la volta del secondo gruppo, costituito da 8 compagni, ivi compreso Fidel. Infine, qualche minuto dopo, fu la volta degli ultimi.

Il giubilo popolare esplose: abbracci, risate, strette di mano, pacche sulle spalle. I rivoluzionari, una volta scarcerati, abbandonarono il luogo con alcune auto messe a loro disposizione, direzione Nuova Girona, dove ognuno di loro prese la propria strada. Juan Almeida Bosque, con i suoi parenti, si diresse verso la casa di Francisca Herrera («Tin Tan»), che risiedeva nella Sierra Caballos.

Un altro gruppo di giovani, tra i quali vi era Abelardo Crespo, visitò la casa dove visse José Martì, all’interno della proprietà El Abra. Fidel, con il resto dei compagni, si diresse, invece, verso la casa della familia Montané Oropesa, dove si riunirono con parenti, amici e giornalisti.

Alle 3 del pomeriggio, nell’hotel Isola dei Pini (oggi in quel posto esiste il Parco 15 maggio), il leader rivoluzionario si rivolse alla stampa, ringraziò pubblicamente tutto il popolo cubano per l’appoggio e confermò la sua ferma decisione di proseguire nella lotta. Quella stessa sera, nel porto dove si trovava la nave El Pinero, la popolazione di Nuova Girona si riunì per osservare la sua partenza.

Prima di partire, i moncadisti intonarono la Marcia del 26 luglio. Quel giorno, quella nave che per diritto proprio faceva parte della storia salpò con un’unica missione, quella dei giovani della Generazione del Centenario, liberati dall’orrendo incarceramento e pronti per portare la libertà a Cuba.

La reclusione

La liberazione di questi giovani non fu una casualità e nemmeno una concessione da parte del tiranno Fulgencio Batista in tempi di elezioni. Tutto questo fu possibile grazie alla spinta realizzata dal movimento pro-amnistia che prese vigore in tutto il paese. Nell’isola si pose in marcia l’azione popolare diretta da Juan Almeida – il padre di Juan Almeida Bosque – e Sergio Montané, che crearono il Comitato Pro-Amnistia in tutto il territorio pinero, là dove un’instancabile agenda di rivendicazioni per la liberazione di quei giovani, incalzò il governo affinché firmasse l’amnistia.

Il popolo insulare, che allora non era numeroso ed era terrorizzato dagli orrori del Presidio Modelo, si risvegliò dal letargo a cui era sottomesso e si unì alle rivendicazioni dei parenti e degli amici di chi, guidati dalle idee dell’Apostolo, non titubarono nel lanciarsi nella lotta per l’indipendenza definitiva della Patria.

Taluni storici coincidono nel segnalare che il 15 maggio 1955 rappresenta una delle date più importanti del processo rivoluzionario cubano. Quando i moncadisti, diretti da Fidel, furono rinchiusi in carcere, i governanti pensarono di aver messo fine alle avventure di un gruppo di rivoltosi senza organizzazione e prospettiva. Poco dopo, la storia dimostrò che si erano sbagliati.

Durante il carcere, questi giovani cambiarono i fucili con i libri, con il fine di formarsi nelle idee del pensiero critico marxista, base ideologica della Rivoluzione. Fu laggiù che si posero le basi della solidarietà tra compagni e con chi non poteva ricevere aiuti dai propri parenti. Il tempo risultò utile per poter studiare e inoltre crebbe il senso del dovere nei confronti della Patria. Siffatta unità e la possibilità di approfittare del tempo risultarono vitali nel divenire della lotta rivoluzionaria.

I crimini del Presidio Modelo

L’isola della Gioventù conserva tuttora il celebre Presidio Modelo come simbolo della rivolta, in quel carcere morirono moltissimi valorosi combattenti, mentre altri dovettero patire lunghi periodi di imprigionamento. Tra questi figura Pablo de la Torriente Brau, che giunse a definirla “l’isola dei 500 assassinati”.

Come dargli torto all’intellettuale e rivoluzionario cubano. Il penitenziario era stato costruito per ordine del dittatore Gerardo Machado a immagine e somiglianza del carcere di Jolliet, negli Stati Uniti, là dove il principale obiettivo era – rieducare – i prigionieri più pericolosi, vale a dire coloro che la pensavano diversamente dal governo di allora.

La realtà era assai differente: macabre torture – incidenti casuali – un colpo duro “involontario”, uno sparo dopo un “tentata fuga”, il costringere il carcerati a scavarsi la propria tomba prima di essere assassinati o il “lancio verso la morte” da uno dei piani dei circondari ai danni di chi non sopportava l’umiliante violazione del suo corpo; sono storie che traspaiano da questi muri.

Alcune persone di età avanzata rammentano che i loro nonni raccontavano con tristezza e paura che non poche famiglie lasciavano davanti alla porta di casa un piatto di mangiare o un sacchetto di vestiti, per paura del contatto fisico con i fuggiaschi. Questa era la realtà che gli toccò vivere a una popolazione in circostanze che vanno al di là di quella che dovrebbe essere una vita penitenziaria per quanto dura.

Inaugurato il 16 settembre 1931, questo recinto fu testimone dei più efferati crimini e torture commesse in complicità con prigionieri e guardie, che consideravano il carcere un vero e proprio campo di sterminio.

Da quella prigione e sotto minaccia costante, Fidel scrisse clandestinamente La storia mi assolverà, documento che – poi – si convertì nel programma di sviluppo economico e sociale di Cuba e che fomentò la ribellione tra i cubani che credevano nella possibilità concreta di spezzare per sempre le catene che opprimevano il paese.

Coloro che visitano l’antico carcere per uomini, che oggi è un Monumento Nazionale, possono immaginare la sofferenza di quei giovani che, nonostante le privazioni carcerarie, svilupparono un’intensa preparazione e organizzazione per portare avanti il combattimento; là dove i loro parenti e amici – fuori dal carcere – proseguivano nella battaglia per l’amnistia.

Fu proprio così, attraverso la pressione dell’opinione pubblica, che il regime tirannico di Fulgencio Batista dovette firmare la Legge che aprì il cammino ai rivoluzionari il 15 maggio 1955.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Bertha Soler: i “bisnes” sono “bisnes” e le menzogne restano menzogne

berta-solerdi Raúl Antonio Capote – eladversariocubano

La Habana, 16 Maggio 2015

Nuova denuncia di #Cuba

Durante la celebrazione della VII Conferenza delle Americhe svoltasi recentemente a Panamá, una fonte attendibile mi si è avvicinata per informarmi di un possibile piano orchestrato dalla signora Bertha Soler, rappresentante delle Donne in Bianco, attraverso il quale, la leader di siffatto gruppo mercenario, perseguendo un piano elaborato dall’estrema destra di Miami, starebbe cercando di sabotare la prossima visita del Papa Francesco a Cuba.

Il noto intellettuale cubano, Esteban Morales, ha scritto un articolo che è stato pubblicato nel blog La Pupilla Insomne, a sua volta riprodotto nel blog El Adversario Cubano, nel quale afferma: “La controrivoluzione cubana non è mai esistita. La cosiddetta controrivoluzione cubana di oggi, non ha alcuna legittimità e mai ce l’avrà. Questo perché coloro che la inscenano, non portano avanti nessuna rivendicazione storica, essendo spinti da interessi squisitamente personali. E proprio per ragioni puramente personali, infatti, che si arriva ad uccidere, organizzare rivolte, corrompere processi, senza mai riuscire nell’intento di creare organizzazioni reali, piattaforme di lotta; senza riuscire ad articolare movimenti politici contestatari del potere, della Rivoluzione; senza riuscire a costruire una piattaforma politica, una strategia, un benché minimo discorso”.

Alla fine degli anni Ottanta, da Washington, è diventata normale prassi la strategia che era stata utilizzata contro i progetti socialisti nell’Europa dell’Est, attraverso la quale si fabbricavano, si organizzavano e si finanziavano gruppi che si presentavano come “difensori” dei diritti umani – gruppi di artisti e intellettuali “dissidenti” – sindacati paralleli, il tutto nel mezzo di un ambiente nefasto dovuto ai non pochi errori commessi dai governi socialisti di quei paesi, e che resero possibile il dispiegarsi di quei progetti. Cuba, non poteva rimanere un eccezione, per questo si cercò di riprodurre nel nostro paese lo stesso modello utilizzato in Polonia.

Le cosiddette Donne in Bianco, sorgono precisamente allorché questa strategia comincia a fare acqua da tutte le parti e i cosiddetti “golpes suaves” e le “rivoluzioni colorate” diventavano una moda. Ora, se a Cuba non sono riusciti a realizzare ciò che invece è andato in porto in Polonia, questo è dovuto alla risposta decisa del popolo e del suo governo, che, di fatto, frenarono i vari tentativi di tutti quei gruppuscoli ben pagati, ma infine inconsistenti, poiché mancavano di quella coscienza necessaria per lottare; fattore che caratterizza il mercenario tipo presente in ogni scenario.

Nell’aprile del 2003 vengono fermati, arrestati, processati e condannati 75 mercenari. Fin dalle prime udienze del processo era chiaro chi erano costoro, a quali attività si dedicavano e a quale pericolo – sempre per interessi puramente economici – era incorsa la nostra patria. Organizzazioni come la National Endovment for Democracy (NED), la USAID, la Fondazione Panamericana per lo Sviluppo, non erano nient’altro che agenzie del governo statunitense utilizzate come copertura dalla CIA. Esse furono denunciate durante quel processo. Le testimonianze degli agenti degli Organi della Sicurezza di Stato, che si erano infiltrati nelle attività di quelle agenzie e gruppuscoli, svelavano ancora una volta i piani del governo degli Stati Uniti per abbattere la Rivoluzione.

In questo contesto, utilizzando l’esperienza delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, nella fattispecie quella applicata in Serbia attraverso il gruppo Otpor, viene creato ad hoc un nuova struttura “dissidente”. Alcuni studi di marketing sulle relazioni pubbliche e sociologiche, fecero pensare alla CIA che un progetto di quel genere, in un paese come Cuba, dove la cultura predominante riflette l’amore e il rispetto verso la donna, e nello specifico nei confronti della propria madre o della propria sposa, avrebbe avuto un esito senz’altro positivo.

Cosicché, si decise di optare per il colore bianco per via del suo riferimento religioso e per il suo senso di purezza; di pace. Si decise di utilizzare anche il gladiolo, un fiore che viene utilizzato nel paese come regalo alle madri, e che rappresenta, inoltre, la resistenza pacifica delle cosiddette “rivoluzioni colorate”. Il gruppo doveva essere integrato unicamente da donne, vale a dire dalle spose, dalle madri e dalle figlie dei 75 condannati nel 2003.

Si pose in essere una grande campagna mediatica, i principali mezzi di comunicazione internazionali diedero parecchio risalto alla “lotta” di quelle donne che rivendicavano la libertà per i loro padri, figli e mariti.

La USAID, la NED, la FUPAD, la Fondazione Nazionale Cubano-Americana fecero pervenire a tale gruppo ingenti finanziamenti, con lo scopo di promuovere il “lavoro” di quelle nuove figure controrivoluzionarie. Secondo questi, la strategia del colpo di stato “non violento” si sarebbe realizzato a Cuba attraverso le Donne in Bianco. Ciò nonostante, di fronte al rifiuto del popolo, questi cominciarono a insegnare a quelle nuove “dissidenti” la loro vera missione.

Ebbene, nonostante la possibilità di poter organizzare rivolte, inscenare provocazioni, utilizzare tutto il denaro a loro disposizione, costoro non riuscivano ad ottenere la legittimità e il riconoscimento da parte del popolo.

Questo piano ebbe fine quando, attraverso un processo di dialogo tra il governo cubano, la chiesa cattolica e il governo spagnolo, quest’ultimo si impegnò per accogliere i mercenari processati nel 2003 nel loro territorio. Una volta che se ne andarono dall’isola con le loro famiglie, non rimasero più prigionieri politici a Cuba; come del resto ha dichiarato la stessa chiesa cubana.

Ora, se i familiari della Donne in Bianco sono da parecchi anni liberi, perché continuano le loro provocazioni? Se i familiari dei prigionieri controrivoluzionari se ne sono andati in Spagna, dove attualmente vivono, perché continuano le proteste delle Donne del Dollaro (secondo il soprannome che viene utilizzato dal popolo per identificarle)? se non ci sono più prigionieri politici cosa sta farneticando, allora, la portavoce delle Donne in Bianco, Bertha Soler?

La risposta è semplice, i “bisnes” sono “bisnes”, in ballo ci sono, infatti, un mucchio di soldi, e cosa importa raccontare menzogne, quando ormai si è perso tutti i più elementari principi etici e morali?

Insomma, la signora Bertha Soler, che ha chiesto a Washington, di incrementare il Blocco economico, finanziario e commerciale contro Cuba, non solo si oppone tenacemente al processo di ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti, ma è anche la stessa che vuole mandare in fumo la visita del Papa Francesco nell’isola a settembre.

La donna dei Dollari adesso cerca di trasformare i carcerati per crimini comuni in prigionieri politici, un esempio è quello di Danilo Maldonado e Yasser Rivero, presentati come prigionieri di coscienza, come combattenti per la libertà, e arrestati – secondo la stessa – solo per pensarla diversamente. Questi sono anche gli stessi che vengono utilizzati strumentalmente durante quelle provocazioni, ogni volta sempre più aggressive, inscenate da quella nuova generazione di controrivoluzionari diretti dalla signora Soler.

Nessuno di questi signori si trova in carcere per ragioni politiche, trattasi nientemeno di delinquenti comuni, che vengono utilizzati strumentalmente come bandiera, e che sono capaci di mentire per soldi, infischiandosene del danno che provocano a Cuba con tale comportamento. Costoro non hanno principi, e rispecchiano ancora una volta la vera essenza di questa controrivoluzione prefabbricata; una controrivoluzione costituita da mercenari nemici della propria terra. Essi non sono dei convinti controrivoluzionari, non sono dei prigionieri politici, essi sono nient’altro che dei mercenari che per soldi sono disposti a mentire sul loro paese.

Dietro a questo piano, troviamo le forze oscure dell’estrema destra fascista annidata a Miami, delle forze della destra yankee più troglodita, che si oppongono in ultima istanza al processo di dialogo tra i due paesi con la ratio di porre il nostro popolo in ginocchio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

Desde el Venezuela hasta la Fiat de Pomigliano: una lucha sola!

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por Francesco Guadagni

El pasado miércoles, 13 de mayo del 2015, el colectivo redacional de ALBAinformazione, junto con la Cónsul General de la Republica Bolivariana de Venezuela en Nápoles, Amarilis Gutiérrez Graffe, dieron su propias solidaridad a los obreros de la Fiat de Pomigliano d’Arco, que por medio del “Comité de lucha obrera contra la externalización” están vibrando una lucha contra la violencia patronal de la Fiat. Los trabajadores tomaron colectivamente la decisión de ocupar la grúa frente a la histórica y centralísima Plaza Municipio donde hay el patio de la Linea 1, principal arteria de la metropolitana subterránea de Nápoles, además de una huelga del hambre y de la sed por parte de unos de ellos.

Los obreros, después el tercero suicidio de una obrera, se organizaron y empezaron a protestar intentando hacer conocer sus propias reivindicaciones por medio de acciones mediáticas como la de un muñeco ahorcado que rapresentaba el administrador delegado de la FIAT, Sergio Marchionne. Dicha acción, fue el pretexto por parte de la FIAT para despedir del trabajo a los cincos obreros, principales líderes y vanguardias de dicha lucha.

En el 2008, estes cincos obreros, junto a otros 316 compañeros de trabajo de la Fiat de Pomigliano fueron trasladados en otra fabrica, con la excusa de una reestructuración de la fabrica de Pomigliano, pretexto de Marchionne para separar los trabajadores más combativos y concientes desde los otros a través los así llamados repartos “confino”. Estos repartos “confino” son los mismos que venían utilizados en los años Setenta por parte de los administradores de la Fiat y que solían definirse también “Oficinas Estrellas Rojas” por la presencia masiva de comunistas y socialistas entres los confinados.

Los obreros de la Fiat apreciaron mucho la solidaridad por parte de la Consul General de Venezuela que se informó sobre las reivindicaciones de los trabajadores en lucha.

Finalmente, los obreros han hecho un llamado a la solidaridad internacional y de clase de todo el proletariado del mundo y de todos los pueblos trabajadores. En particular, los obreros, han hecho conocer las próximas actividades: la primera este sábado, a partecipar todos juntos, trabajadores y estudiantes, emigrantes y movimientos políticos, a la marcha contra la presencia del presidente del consejo no electo, Matteo Renzi; la segunda por la asamblea frente al tribunal de Nola (cerca de Nápoles), a donde la corte de justicia se pronunciará sobre la reintegración de los obreros en la fabrica de Pomigliano. 

[Traducción desde el italiano por ALBAinformazione de Alessandro Pagani]

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