(VIDEO) Paolo Conte: «La canzone napoletana patrimonio da venerare e conservare»

di Romina Capone

Vestito di blu, elegante ma allo stesso tempo comodo, è atterrato all’aeroporto di Capodichino puntuale accompagnato da sua moglie. Da lì fino al conservatorio di Napoli San Pietro a Majella una vera e propria gincana tra la folla. Lo attende una fittissima platea. Sale sul palco, si siede e inizia a parlare. Solo la sua voce risuona in sala Scarlatti, stracolma, anche in balconata. Tutti in silenzio per ascoltare Paolo Conte.

Una  “conversazione spassiunata”. L’evento organizzato da Scabec lo scorso primo dicembre, come introduzione al concerto tenutosi presso il Teatro San Carlo (sold out) di ieri 2 dicembre. Ha quasi 83 anni Paolo Conte e non manca d’ironia: “è la prima volta al conservatorio di Napoli; io sono un dilettante, mi tengo lontano da certi posti”.

La sua voce roca ben distinta ha svelato il suo amore non solo per Napoli bensì per tutto il patrimonio della canzone napoletana. Dopo i saluti del direttore del conservatorio Carmine Santaniello, alla presenza del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, una full immersion in compagnia di Giorgio Verdelli regista e Pasquale Scialò musicologo.

La prima di una serie di domande rivolte al maestro Conte lo interroga sul perché un musicista astigiano approda alla cultura partenopea. Ci sono due motivi – risponde Paolo Conte – il primo emozionale; un amore per la produzione storica della canzone napoletana, patrimonio da conservare e venerare perché capolavori infiniti, che mi ha concesso di dire la mia con l’uso di questa lingua spiritosa. Il secondo motivo è tecnico: il napoletano oltre ad essere una vera e propria lingua è un dialetto e ciò permette di muoversi meglio dal punto di vista ritmico. Si alternano con le domande Verdelli e Scialò e rivolgendosi al maestro chiedono: nella sua formazione musicale il mescolare l’italiano con la canzone napoletana quanto ha influenzato la sua creatività? Ho sempre cercato un po’ di timbro antico – afferma Paolo Conte –  perché sostengo che l’arcaico contiene anche l’arcano. Ma Paolo Conte non è il solo protagonista di questa conversazione. Ad omaggiarlo e ad omaggiare la canzone napoletana insieme a lui tra gli ospiti sono presenti: Peppe Servillo, insieme hanno lavorato ad un progetto discografico; il maestro Guido Harari che porterà uno scatto di Paolo conte con i suoi “kazoo” oltre oceano, negli Stati Uniti, in una mostra fotografica. Valentina Stella e M’Barka Ben Taleb voci profonde che uniscono i popoli mediterranei; Enzo Gragnaniello il quale sul palco parla di Paolo sostenendo che esso riesce in tre parole a chiudere questioni universali; parla del suo modo di cantare, elegante, senza vanità; non ha tempo da perdere Paolo, canta l’essenzialismo: è un artista, un poeta normale – scherza Enzo – anche se a guardarlo sembra di gomma; Eugenio Bennato padre della Nuova Compagnia di Canto Popolare, colonna della canzone napoletana. Come non parlare di E.A Mario e della sua “Tammurriata nera”. Da lontano, perché in tournée, arriva un audio-messaggio da parte di Isa Danieli; è lei che canta, reinterpreta per Paolo Conte “Sant’America” ricordando episodi di vita trascorsi insieme.
È la franchezza che ha reso Paolo Conte un disegnatore di canzoni. Ammette che “l’azzurro” gli piace perché è una parola che sa di mercato. Un uomo che non ama i giri di parole, sintetico.

Si sofferma su “Naufragio a Milano” canzone del 1975, brano sull’emigrazione, spiega che è una canzone fissata sull’approdo. «Da piemontese ho sempre guardato con occhio critico Milano e i milanesi i quali più che lavorare parlano molto di lavorare. Questa tendenza al ragionamento dei milanesi; assurdo, sono tutti ragionieri; da li ho messo insieme questa famiglia del Sud, immigrati con nostalgie e tenerezze lontane, lasciate a casa poiché non sono riusciti a portarsi fino a Milano. Famiglia che si scontra con questa realtà strana, che fa i conti con questi “ragionieri”».

Confida che tra le sue canzoni preferite napoletane compare  “O’ surdato ‘nnammurato”:  «O’ surdato ‘nnammurato è una canzone che è appartenuta ai nostri nonni e deve obbligatoriamente appartenere anche a noi e alle giovani generazioni.  È una canzone collettiva nella quale non compare mai la parola “guerra”». Paolo Conte cita Gabriella Ferri e Roberto Murolo il quale in piena occupazione tedesca a Napoli nel 1945 riesce a comporre poesia e a scrivere di quegli anni amari della Seconda Guerra mondiale. Infine rivolgendosi agli studenti e agli insegnanti del conservatorio, il maestro Paolo Conte, suggerisce di studiare ed insegnare severamente, ricordando che la musica proviene dalla gente del popolo; pertanto aprire le porte ad esempio a vecchi pescatori, anziani posteggiatori, donne che cantano in cucina: sono loro i veri grandi maestri, ricorda.

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[Ricordando come all’America latina Paolo Conte ha dedicato anche una famosa canzone]

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