Nicaragua: la storia sulla pelle

Risultati immagini per Marcha Sandinistadi Anika Persiani

Il Nicaragua è un paese fatto di vulcani e lagune, di spettacolari paesaggi che ti mordono dentro fino a farti sentire debole come un essere umano. È un paese fatto di territori che non conoscono l’aggressività industriale che ha distrutto buona parte degli ecosistemi latinoamericani, è una culla di resistenza e di scintille capaci di illuminare due oceani di speranza.

Nonostante gli svariati tentativi di destabilizzare il paese, i più recenti portati avanti l’anno scorso grazie ad una manipolazione mediatica e strumentale su quelle nuove generazioni cresciute sui castelli gonfiabili dei McDonald e a suon di hamburger e salse che li hanno resi una massa di palle vaganti e deformate, il Fronte Sandista ha retto. Perché per un nica essere sandinista è come respirare, è come rivendicare la propria appartenenza alla propria terra che, oltre alle lacrime sparse sui volti della gente e alle tracce oscure che tutte le guerre sporche lasciano come orme per la ricostruzione storica, ha lasciato anche una concezione della società che va oltre la semplice gloria guerrigliera.

Il Nicaragua è la pelle di ogni persona che appartiene a questa terra, è il vestito nuovo di ogni persona che, come me, in questa terra ci è capitata per caso facendosi travolgere in una danza fra il cielo, la nebbia ed il mistero. È l’anima di chi resiste, il morso feroce di un orso minacciato e l’allegria di un guardabarranco che vola dietro alla parola libertà.

Qua, il Fronte Sandista, si è confrontato con una Guerra eterna e con la maledizione di avere un impero, pochi chilometri più a nord, che vuole prendere tutto, come in una roulette russa dove, un tiro su sei, può essere quello decisivo.

Ma si va avanti, si va avanti, si va avanti. Si prosegue un cammino mantenendo un processo di sviluppo uniforme nel territorio con politiche sociali vere, con la redistribuzione del reddito e dei vantaggi che, negli anni dei governi neoliberali, erano privilegio di pochi.

Ci sono cose che ti sorprendono, che non ti immagineresti mai di trovare in un paese del centro America, dove pure il clima caldo umido non aiuta per niente: le strade sono più che decenti pur non esistendo un pedaggio; in ogni bagno di ogni bar, di ogni ristorante, di ogni distributore di benzina, c’è sapone, c’è carta igienica. Una cosa banale, direte, ma veramente insolita, a queste latitudini.

La pulizia dei locali è ottima, addirittura più efficiente di quella di certi sobborghi di Miami o delle metropoli del Sud degli Stati Uniti che hanno sindaci e politici troppo distratti per promuovere affari e fuffa, senza un programma di educazione di base.

È vero, questo è un paese che è stato devastato da anni di guerra, poi da anni di sanzioni, poi ancora da un embargo; e, non da meno, è stato saccheggiato dai vari governanti di turno che cercavano di ripartirsi le fette di torta di uno straccetto di terra poco più grande di Svizzera ed Austria e con neanche sei milioni di abitanti. Ma dice no all’aggressione imperialista che si presenta con mille volti diversi, con canzoni sempre nuove e spettri creati per infondere paura.

Il Nicaragua è una fetta di America, a poche ore di volo da Washington, dove potrebbe passare il canale più importante della storia dei prossimi secoli, di gran lunga più agevole dell’istmo di Panama. E, proprio da Washington, si affinano e si cercano nuove tecniche sofisticate di guerra politica ed economica, oltre le rivoluzioni arancioni, oltre i bombardamenti che, in questo momento, farebbero comunque scattare l’allarme in molti altri paesi latinoamericani.

Ma qua siamo in Nicaragua, un paese dove la storia ha reso protagonista il popolo, dove il popolo sa benissimo cosa fare. Che abbia in pugno le armi, che abbia i libri, che abbia la coscienza di classe o la coscienza antimperialista, è il Popolo che fa la storia.

La fa la gente che ha vissuto, la gente che non dimentica, la gente che ha lottato per avere diritti fondamentali come quello all’abitazione, all’istruzione, all’assistenza sanitaria; la storia la fa la gente che riconosce dall’odore ciò che sa di rivolta popolare e ciò che sa di manipolazione politica fatta da fuori.

Ed ha ben chiaro il disegno orchestrato per attaccare l’improbabile coscienza internazionalista degli studenti che, l’anno scorso, sono scesi a devastare le città; ma si sa bene che quei ragazzi sono solo le vittime di un piano che, nelle alte sfere del Pentagono, è stato costruito in modo più che dettagliato. Unico errore: non aver calcolato che questo paese non è fatto solo da studenti, ma dai figli e dai nipoti di Sandino che, ironia della sorte, hanno ancora scorte di sangue da versare.

Non importa se, come in ogni dove, si incontra l’esaltato di turno o un giullare di corte che sventola una bandiera rossa e nera per convenienza, per scimmiottare la fede sandinista vivendo nel proprio personale esattamente in modo opposto a quei principi rievocati in ogni discorso di circostanza, per convenienza. Non importa se qualche cialtrone si mescola fra la gente sana e rotola nella sua stessa cialtroneria. Sono i numeri reali quelli che condizionano gli eventi, e i numeri reali propendono per l’onestà intellettuale e morale. Tutto il resto è nada, dimenticabile come il gusto di una caramella scartata con distrazione.

Qua, in Nicaragua, per quanto ci siano persone estremamente formate e persone deboli, si conosce la parola dignità. Parola spesso accompagnata dallo slogan: “Yankees go home”.

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